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Grandi peccatori, grandi cattedrali

di Cesare Marchi

Relazione di Giammattei Amedeo

Come lo stesso autore scrive, nella lettera ai lettori iniziale, questo libro è il frutto di un’inchiesta giornalistica svolta attraverso l’Europa che racconta la storia di quindici tra le più belle cattedrali del mondo attraverso una visione del medioevo volta a sottolineare la grande importanza che questa epoca ha avuto nello sviluppo della storia umana. Dice testualmente: ”Se l’età di mezzo fu una lunga notte tra l’antica e la moderna, in quella notte brillarono le stelle”.

Tra le quindici descrizioni ne riporto in sintesi due:

            -BOLOGNA con San Petronio

            -MILANO con il Duomo

 

SAN PETRONIO

Inizialmente il protettore di Bologna era San Pietro, tuttavia, poiché questa nuova cattedrale doveva simboleggiare l’indipendenza di Bologna da Roma, fu deciso che la cattedrale sarebbe stata intitolata a San Petronio, greco d’origine e bolognese d’adozione.

Il progetto, affidato ad Antonio di Vincenzo, mirava a rendere San Petronio, la chiesa più grande della cristianità, superiore anche a San Pietro. Lo stile adottato sarebbe stato il gotico e il materiale di costruzione, il mattone a cui era legata la tradizione artigiana bolognese. Il 7 giugno 1390 il clero e i magistrati della città posero la prima pietra.  

Il comune finanziò i lavori defalcando una percentuale da tutte le entrate dell’erario e assorbendo le rendite di alcune chiesette minori che furono demolite.

I lavori procedevano con ritmo spedito se non che giunse in città il cardinale Baldassarre Cossa, detto il pirata per i suoi trascorsi da corsaro, che per fame di soldi bloccò i lavori e intascò i soldi derivanti dalla vendita dei materiali da costruzione. Cossa divenne in seguito papa con il nome di Giovanni XXIII ma fu presto arrestato e perdonato dal suo successore. A lui Giovanni da Modena dedicò l’affresco nella cappella del Bolognini in cui dipinse un inferno con papi e cardinali.

Nel 1425 ripresero i lavori e fu chiamato Jacopo della Quercia, grande scultore dell’epoca conteso tra Siena e Bologna, a decorare la porta centrale.

Per l’incoronazione di Carlo V, San Petronio fece le veci di San Pietro a Roma, dove l’imperatore non si poteva far vedere dopo aver ordinato il terribile saccheggio dei Lanzichenecchi.

Commosso per la trionfale ed inattesa accoglienza, Carlo promise che avrebbe donato una cappella a San Petronio, ma tornato in Spagna se ne dimenticò.

Perduto lo slancio e l’entusiasmo dei primi tempi Bologna rinunciò all’ambizioso progetto iniziale e si accontentò di una cattedrale in formato ridotto(resta in ogni caso la sesta nel mondo e la quarta in Italia).

Nel cinquecento la facciata era ancora incompleta e si decise di rivestirla in marmo, ma lavorare in gotico in quel secolo era difficile, così il problema fu rimandato. Nel 1848 Pio IX promise di stanziare settantacinquemila ducati per la facciata. Non se ne fece comunque nulla. Dopo l’annessione al Piemonte, il problema fu nuovamente discusso e crebbe il partito, di coloro, tra cui Carducci, che si schieravano per lo status quo.

Scrive Marchi: ” quell’immensa fronte scabra e scura, coi mattoni sporgenti per sorreggerei marmi che non furono mai messi, resta un’opera aperta, un romanzo a cui ciascuno dà l’epilogo e il significato che preferisce”.

 

 

IL DUOMO DI MILANO

Ci sono varie interpretazioni sul perché Gian Galeazzo Visconti diede inizio alla costruzione del duomo di Milano: c’è chi dice che essa rientrava nel suo piano di diventare re d’Italia, e che un domani il duomo avrebbe dovuto rappresentare la magnificenza della capitale; altri dicono che, nella coscienza di Gian Galeazzo, il duomo avrebbe dovuto riparare all’orrendo delitto dello zio; altri ancora parlano di un voto alla Madonna per ottenere un figlio maschio.

I lavori furono affidati ai maestri campitesi e proprio uno di loro, Marco Frisone, firmò il progetto nel 1390.

La fabbrica del duomo cominciò tra l’entusiasmo popolare, c’era chi era disposto a pagare pur di prestare il proprio servizio nel cantiere, addirittura il mercante Marco Carelli si ridusse in miseria per aver donato tutti i suoi averi alla costruzione del duomo(garantendosi così una tomba in duomo).

La realizzazione dell’opera richiedeva la collaborazione, soprattutto economica, di tutti: i notai raccomandavano ai testatori di lasciare qualcosa pro rimedio animae, il papa concesse le stesse indulgenze a chi versava alla Fabbrica i due terzi del denaro che avrebbe speso se avesse fatto il viaggio, i Visconti garantivano cinquecento fiorini mensili più l’uso gratuito delle cave di loro proprietà.

La costruzione dell’immenso edificio(superiore a Notre-Dame e a San Paolo di Londra) procedette alternando periodi d’intenso lavoro e rallentamenti dovuti a pestilenze, mutamenti di regime e discussioni tra architetti e amministratori: mentre gli Sforza e Ludovico il Moro portavano innanzi i lavori, arrivarono le grandi pestilenze del 1524 e del 1528. Nel 1630 la pestilenza descritta dal Manzoni fermò nuovamente la grande macchina del duomo che subì non pochi rallentamenti anche sotto la dominazione spagnola.

Furono gli Austriaci a far migliorare le cose dando nuovo impulso ai lavori: sotto Maria Teresa d’Austria fu alzata la guglia maggiore(108,50 metri) su cui fu posta la statua della Madonnina (per modo di dire visto che misura 4,20 metri e pesa circa una tonnellata).

Fu invece sotto il dominio di Napoleone Bonaparte che si realizzò la facciata.

Quando Vittorio Emanuele II liberò Milano si pensò di dare origine ad un complesso monumentale, con una galleria da dedicargli, che facesse da contorno al duomo stesso. Della realizzazione dell’opera se ne occupò Mengoni al quale si rimproverò d’averla concepita troppo sontuosa.    

Successivamente molti nobili milanesi stanziarono grandi quantità di denaro affinché fosse rifatta la facciata che a molti non piaceva. Tuttavia la tendenza a non lasciare il certo per l’incerto frenò sempre i lavori. Il campanile, inoltre, non fu mai realizzato.

Nel secondo dopoguerra si completarono le porte laterali realizzate da artisti del calibro di Luciano Minguzzi. successivamente si diede vita ad un’opera di attento restauro, ancora in atto, volta soprattutto a difendere il duomo dallo smog.

Conclude Marchi: ” E’ curioso come i milanesi, gente di gusti pratici e sbrigativi, abbiano voluto ammantare la loro chiesa di una così lussureggiante vegetazione marmorea: tremilacinquantanove statue, oltre ai novantasei giganti dei doccioni, centoquarantacinque guglie, centocinquanta bocche d’acqua, quattrocentodieci mensole. Rivincita della fantasia sulla routine di chi è sempre vissuto soltanto per il lavoro?”.

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