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La Mandragola

Niccolò Machiavelli

RELAZIONE DI ITALIANO SVOLTA DA LAURA BOSONI

AUTORE: NICCOLO’ MACHIAVELLI

TITOLO: LA MANDRAGOLA

ANNO DI COMPOSIZIONE: 1513-1520

ANNO DI RAPPRESENTAZIONE: (forse) 1520

 NICCOLO’ MACHIAVELLI

LE OPERE - II Principe é stato scritto in sei mesi, dal luglio al dicembre del 1513, nel bel mezzo dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, lasciati difatti in sospeso. L'opera più importante di Machiavelli consta di venticinque capitoli, più una dedica e un capitolo, il XXVI, che si conclude con un invito "ad capessendam Italiam in libertatemque a barbaris vindicandam" (a conquistare I'Italia e a riscattarla liberandola dai barbari).   Dei “Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio” si é accennato. Tra le opere di carattere politico-militare e storico, vanno citate L'Arte della guerra, le Istorie fiorentine, La vita di Castruccio Castracani da Lucca, Legazioni e commissarie, le Lettere. C'è poi l'attività letteraria che comprende le commedie Clizia, la Mandragola, le novelle come il Belfagor, gli scritti di critica quale il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, i Decennali, i Capitoli, il poema satirico I'Asino d'oro, i Canti carnascialeschi, infine, ma non ultime per importanza,le Rime.Come si vede, un'attività molto intensa, si potrebbe dire universale, di un personaggio oltreché dotato di cultura capace di osservare attentamente la vita che gli ruotava attorno, distribuendo elogi (pochi) e critiche (molte) a destra e a manca, sovente con quel tono satirico e ironico, che é poi il suo stile (machiavellico, appunto, entrato nella terminologia corrente).   LA VITA - Niccolò Machiavelli é nato a Firenze il 3 maggio 1469, figlio di Bernardo e di Bartolomea di Stefano Nelli. Ha abbracciato la carriera politica, rivestendo I'incarico di segretario della Commissione dei Dieci di Guerra, quindi di diverse altre Commissioni della Repubblica fiorentina dal 9 giugno 1498 al 7 novembre 1512. E' morto a San Casciano nel 1527. E' sepolto nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

 

Ora passo a presentare estratti da alcuni articoli del “Corriere della Sera”, in data del 6 febbraio 1969, in occasione del quinto centenario della nascita di Machiavelli. In questi Indro Montanelli, tra gli altri, ha inquadrato la personalità dell’autore.

P.S.: il testo potrà apparire non omogeneo, in quanto ho ritenuto opportuno eliminare delle parti che avrebbero reso la relazione troppo pesante.

 

"Quest'uomo che non crede negli uomini, crede di poterli trasformare in soldati, capitani, in generali... II fatto é che il grande pessimista era nella vita un candido ottimista Ma ser Machiavelli era proprio così nella vita di ogni giorno? Come lo giudicavano i suoi contemporanei? "L'universale per conto del Principe I'odiava: ai ricchi pareva che quel suo Principe fosse stato un documento da insegnare al duca tor loro tutta la roba, a' poveri tutta la libertà. Ai Piagnoni pareva che fosse eretico, ai buoni disonesto, ai tristi più tristo o più valente di loro; talché ognuno I'odiava...": é il parere espresso da G. B. Busini a proposito dell'isolamento del Machiavelli in Firenze, parere che troviamo nelle "Lettere di G. B. Busini a Benedetto Varchi sopra I'assedio di Firenze." edite a cura di Gaetano Milanesi, Firenze, 1860.

Smessi i panni curiali, ritiratosi in campagna, aveva preso a scrivere e nel suo stile traspare il personaggio cinico, ironico, amaro nei confronti degli altri, personaggio tal quale é stato tramandato fino ai giorni nostri. Ma, in realtà, non era questo l'uomo Machiavelli, quando usciva di casa, la sera, e incontrava gli amici semplici di quella campagna, attorno a Firenze.

L'UOMO - Dunque, del Machiavelli si possono intravedere attraverso i suoi. atteggiamenti due personalità, da qui I'avvicinamento all'aggettivo ambiguo che - secondo i dizionari moderni - é uno dei sinonimi ricorrenti di machiavellico. La prima, quella ufficiale, di quando era impegnato nel suo incarico pubblico; la seconda, quella di scrittore politico, severo con i governanti e con la sua città. Tutto questo, senza trascurare la particolare tesi non solo di Montanelli, ma di altri storici, del suo carattere buontempone nella vita privata, quando si spogliava delle vesti ufficiali o di scrittore. Insomma, c'è sicuramente molto della sua personalità nelle opere satiriche o addirittura comiche, quali la Mandragola e il Belfagor, ad esempio. Da buon italiano, e in specie da bravo fiorentino, ser Niccolò imparò molto dalla strada più che nelle aule scolastiche. Cominciò da piccolo, fin da quando ragazzino giocava con gli altri coetanei. Proprio frequentando le contrade, i mercati e le taverne egli imparò le sagaci impertinenze popolaresche, i modi di dire, anche sgrammaticati, gli aggettivi sintetici di certo vernacolo fiorentino che hanno contribuito non poco a renderlo celebre. Machiavelli si compiaceva di termini e frasi dialettali, un dialetto quello fiorentino che egli riteneva al di sopra di quelli di altre città italiane. Appunto questi termini e questo periodare rendono originale e caratteristica la sua prosa. Cresciuto per le vie di Firenze, la sua città, assistette a diversi spettacoli, di vita e di morte. Non a caso a nove anni fu spettatore del furor di popolo per l'uccisione dei Pazzi, che attentarono alla vita di Lorenzo de' Medici, a venticinque presenziò all'ingresso di Carlo VIII nella città di piazza della Signoria, e a ventinove vide messo al rogo fra' Savonarola .

Ad ogni buon conto Machiavelli ci teneva a non passare per un erudito, faceva il possibile per sembrarlo il meno possibile. Quel che a lui interessava era di riuscire a agganciare lo spirito di quegli uomini dell'antichità. Forse, proprio per la mancanza di sfoggio da parte sua, sono stati parecchi i suoi contemporanei e concittadini che non lo consideravano un letterato ma "uomo senza lettere". ln effetti; la famiglia I'aveva indirizzato all'eloquenza. Si capisce tale desiderio dei genitori di Niccolò i quali intendevano in un certo senso attraverso il figlio recuperare certi privilegi. Dal buon esito di quegli studi Niccolò pareva possedere i requisiti per affermarsi come avvocato per la sua capacità di ammansire i potenti, toccare le loro debolezze, individuare la loro vanità e il loro interesse così da riuscire a ottenere il loro consensoSoprattutto pero la sua grande passione era per Roma, la città per antonomasia; erano i Romani i suoi veri concittadini per il loro spirito, il loro senso dello stato, la loro res publica, anche la figura del principe poteva ricavarsi dalla storia romana. Era comunque la prima repubblica quella che prediligeva, quella che arrivava sino ai Gracchi per intenderci, fatta di personaggi duri, al limite della rudezza, ma tanto genuini. I Romani che vennero dopo erano troppo raffinati, anche troppo colti per i suoi gusti. Non é pertanto un caso che la Firenze che più amava il Machiavelli fosse quella fatta di odi, rancori di parte, di vecchie ruggini tra famiglie, scontri tra bottegai, ma anche composta di venerabili, di gente di mestiere. Era la città delle congreghe, dove i mercanti ce l'avevano con gli orefici, chi filava nutriva rancore con quelli che facevano i canapi, e cosi via. Era la città popolana, delle rivalità accese tra i quartieri e i sestieri, quella che prediligeva. E in mezzo c'è l'Arno che fa da divisorio, che divide i fiorentini dai pisani. E' la Firenze dei contrasti, la Firenze più amata dal Machiavelli.

 L'ESILIO - Machiavelli non guardava solo ai fatti interni della sua città, che pure considerava moltissimo, ma estendeva le sue attenzioni e il suo interesse all'Italia, divisa e dilaniata da guerre di quell'epoca, e amava soffermarsi per riflettere sulla situazione della Penisola. Lo faceva spesso, e durante i suoi incarichi ufficiali, e durante le ambasciate che faceva presso questo o quel signore. Con le sue prese di posizione, i suoi scritti politici, Machiavelli ebbe modo di attirarsi le ire soprattutto dei Medici, i signori della città che tornati al potere dopo il Savonarola, messo al rogo, lo bandirono nel 1522 costringendolo a un esilio forzato, fuori dalla Toscana per un certo periodo e poi nella sua casa di campagna. II periodo che va dal 1512 al 1516 é quello in cui sono cadute tutte le speranze. Per Machiavelli un periodo amaro. Non poté più abitare in Firenze dovrà stare lontano da Firenze e dal Palazzo della Signoria. Niente più cenacoli e allegre conversazioni con i compagni e gli amici del cancellierato. E' il periodo in cui egli punterà a ricercare un po' di fama nelle lettere. Effettivamente, la Mandragola avrà una discreta fortuna appena sarà rappresentata. Però, Machiavelli ha modo di adombrarsi quando leggendo l'Orlando Furioso rileva che l'Ariosto "havendo ricordato tanti poeti" ha lasciato fuori proprio lui. C'è nella Mandragola tutto il gusto di ironia e di gioco verbale: adopera i moduli e le convenzioni che trova via via sottomano, dal Boccaccio ai latini. Mescola motti e idiotismi fiorentini con quelli di altri dialetti, ma tipicamente suo é il gusto sardonico. La sua ironia distruttiva consiste in questa possibilità di equivoco tra il calcolo politico, serio rivolto al bene pubblico, e il meschino computare di vantaggi particolari. Ciò é reso efficacemente soprattutto in un passo della Mandragola (Atto III, scena 9):

"...lo non so chi l'abbi giuntato l'un l'altro. Questo tristo di Ligurio ne venne a me con quella prima novella per tentarmi, acció se io non gliene consentivo non mi arebbe detta questa, per non palesare e' disegni loro sanza utile e di quella che era falsa non si curavono. Egli é vero che io ci sono stato giuntato; nondimeno questo giunto é con mio utile. Messer Nicia e Callimaco son ricchi, e da ciascuno per diversi rispetti sono per trarre assai; la cosa conviene che stia secreta, perché l'importa così a loro a dirla come a me. Sia come si voglia, io non me ne pento. E' ben vero che io dubito non ci avere difficoltà, perché madonna Lucrezia é savia e buona; ma io la giugneró in sulla bontá. E tutte le donne hanno poco cervello".

E' proprio in quest'opera che esce il Machiavelli che voleva essere comico e far ridere e nel contempo far pensare: gli piaceva usare l'ironia anche su alcuni argomenti d'ordine politico. La sua é I'ironia dell'uomo buono, conscio della propria rettitudine come servitore della patria e della propria intelligenza che conosce di non essere senza vizi e bizzarrie di carattere. Lo attesta il fatto che quest'uomo - tanto devoto alla patria quando viene allontanato dal suo ufficio si tormenta: intanto scrive (e quel che scrive é il suo capolavoro politico, il Principe) e vorrebbe tanto fosse letto, se ciò accadesse "...si vedrebbe che quindici anni che io sono stato a studio dell'arte dello stato, non gli ho né dormiti né giuocati... Et della fede mia non si doverebbe dubitare, perché, havendo sempre observato la fede io non debbo imparare hora a romperla; et chi é stato fedele et buono quarantatré hanni, che io ho, non debbe poter mutare natura, et della fede et bontà mia ne é testimonio la povertà mia" (Lettere, n. 140, 10 dicembre 1515; pag. 305).

Sono proprio i temi della sua energia civile, politica e militare e della religione quelli che restano sempre presenti e collegati nelle sue riflessioni che si trovano nei suoi scritti. L'uomo Machiavelli è compreso nelle sue opere, é uomo che invita all'azione. AI centro di tutto il suo mondo più che I'Italia c'è Firenze. Ser Niccolò esce quasi sempre dal coro, é contro le interpretazioni e applicazioni devozionali che in quel periodo cominciarono a diffondersi, ma é pure contrario a quelle interpretazione di tipo profetico. Bene esprime tale atteggiamento in un canto carnascialesco De' Romiti.
AI Machiavelli per spiegare le vicende umane non basta la fortuna. Ma ovviamente non manca di stigmatizzare quanti si adoperano per rompere la pace, per questo se la prende tanto con Lorenzo il Magnifico laddove scrive "nel mezzo di tanta pace..., Lorenzo posate le armi d'Italia." E ancora nel finale delle Istorie: " ..cominciorono a nascere quegli cattivi semi i quali..., non sendo vivo chi gli sapesse spegnere, rovinorono e ancora rovinono la Italia".   Insomma non c'è solo la fortuna, che per i principi non può essere un alibi: c'è spesso la loro ignavia, scrive sovente Machiavelli nelle sue opere, oltreché in quella più celebre, se non la sua principale (II Principe):

"...per tanto questi nostri principi, che erano stati molti anni nel principato loro, per averlo di poi perso non accusino la fortuna, ma la ignavia loro: perché, non avendo mai ne' tempi quieti pensato che possono mutarsi (il che è comune defetto degli uomini, non fare conto nella bonaccia della tempesta), quando poi vennono tempi avversi, pensorono a fuggirsi e non a defendersi; e sperarono ch'e'populi, infastiditi dalla insolenzia de' vincitori, li richiamassino. II quale partito, quando mancono li altri, é buono; ma é bene male avere lasciati li altri remedii per quello; perché non si vorrebbe mai cadere, per credere di trovare chi ti ricolga. II che, o non avviene, o s'elli avviene, non é con tua sicurtá, per essere quella difesa vile e non dependere da te. E quelle difese solamente sono buone, sono certe, sono durabili, che dependano da te proprio e dalla virtù tua" (Principe, XXIV, p. 98)."  

 

INTRODUZIONE: nei primi mesi del 1518 (la datazione è stata oggetto di annose controversie, che sembrano infine risolte) scrisse La Mandragola, forse rappresentata nel carnevale dello stesso anno, e poi riallestita in settembre (in occasione delle nozze di Lorenzo dei Medici) con una scena prospettica dipinta dal Ghirlandaio. La commedia fu data alle stampe (prima in edizione priva di data e di luogo, poi in numerose edizioni successive) ed ebbe molte altre rappresentazioni (grandi successi riscosse, in particolare, nel 1520, 1522 e 1526 a Venezia). Ancora oggi La Mandragola suscita l'entusiasmo di lettori e spettatori, per il suo divertente espressionismo linguistico, per la sua qualità drammaturgica (quando fu scritta era una delle prime grandi commedie in volgare che si affrancavano dai modelli latini), per il modo in cui fonde suggestioni boccaccesche e critica di costume, anticipando di secoli la commedia all'italiana che ha segnato una lunga stagione del nostro cinema.

 

TITOLO: per “mandragola” o “mandragora” si intende una pianta medicinale, a cui si attribuivano virtù miracolose durante il Medioevo, a partire dalla strana  forma  della radice, che presenta quasi un piccolo corpo umano stilizzato. “ Non è cosa più certa a ingravidare una donna, che dargli bere una pozione fatta di mandragola”.

TIPOLOGIA TESTUALE: si tratta di un’opera teatrale basata su una spietata e realistica indagine della natura umana e della corruzione della società, che decreta il naufragio della morale tradizionale e familiare. Anche Machiavelli ci fornisce una possibile definizione dell’opera nel Prologo, dicendo che si tratta di una “favola”, ma in realtà questa è una commedia molto particolare ed originale. Infatti la “Mandragola” rappresenta una parodia caricaturale del pensiero serio, scaturendo un effetto comico, ma allo stesso tempo doloroso e aspro; il riso al quale si è mossi non ha una funzione liberatoria, ma è serio e fa riflettere. Questa “favola” è una “tragedia dissimulata nelle forme della commedia”, poiché nasce da uno stato d’animo vendicativo dell’autore, come emerge dal prologo in cui si scaglia contro i maldicenti. Tuttavia, pur trattandosi di una commedia, essa presenta gli stessi contenuti della grande opera tragica del Machiavelli: il “ Principe”.

 

NARRATORE: in questa commedia non vi è un narratore, in quanto prevalgono le parti sceniche, dialogate, nelle quali ogni personaggio si presenta, si racconta, riflette, e mancano, invece, parti narrate. Vi è però l’eccezione del Prologo, nel quale emerge la voce narrante del Machiavelli in occasione della presentazione della sua “favola”, venendo così a contatto con il pubblico, rivolgendosi in particolar modo alle spettatrici. In questo modo l’autore introduce subito il clima di rapporto stretto, quasi di collaborazione, tra il pubblico e il palcoscenico, come nell’antichità, nei primi sviluppi del teatro.

 

SPAZIO: Già dal Prologo sappiamo che le vicende si svolgono a Firenze. Più in particolare i luoghi interni dove avvengono molti dialoghi sono: la casa di Callimaco, quella di Nicia e la chiesa dove confessa Fra’ Timoteo, anche se non si ha nessuna descrizione dell’ambiente, né alcuna indicazione del luogo all’inizio di ogni scena. L’ambiente non si sposta mai da Firenze, a causa del carattere di Nicia: “non uso a perdere la Cupola di veduta”; egli infatti si rifiuta di portare la moglie ai Bagni della Porretta, dove Callimaco inizialmente aveva pensato di mettere in atto il suo piano.

 

TEMPO: sappiamo, anche se non è ben esplicitato, che le vicende si svolgono nel primo Cinquecento. Un indizio emerge da una donna confessata da Fra’ Timoteo, la quale prova grande paura di uno sbarco o invasione dei Turchi, dopo la caduta di Costantinopoli e soprattutto dopo il saccheggio di Otranto del 1480. Un altro elemento che ci fa arrivare a questa conclusione è la presenza della sifilide, che proprio in questi anni si sta diffondendo in Italia. Per quanto riguarda la durata delle vicende possiamo dedurre qualche giorno, giusto il tempo per elaborare il piano, la beffa e metterli in atto.

 

PERSONAGGI: tutti i personaggi della commedia sono tipicamente machiavellici. In nessuno di essi la componente buffonesca prevale, ma emerge in ognuno di loro la coerenza del rapporto che ciascuno di essi intrattiene con la propria “essenza” e con il mondo con il quale si trova ad agire, ogni loro caratteristica è studiata in modo analitico dall’autore, niente è lasciato al caso o all’immaginazione. Si tratta di una commedia anomala anche perché i personaggi non sono buffoneschi nel senso proprio di questo termine. Non vi è in essi alcun elemento casuale, scomposto: ogni atteggiamento, ogni azione, è predisposta minuziosamente dall’autore, in modo da seguire una certa coerenza nei confronti della propria personalità interiore e del loro rapporto col mondo. Anche i nomi non sono scelti a caso: un nome di derivazione greca accompagnato ad un cognome toscano sottolinea l’unione della classicità con la modernità.

CALLIMACO: è sagace e consapevole della propria condizione, ma preda dell’irrazionale passione per Lucrezia, nata come scommessa a Parigi con Camillo Calfucci sulla bellezza delle italiane nei confronti delle francesi , alimentata dalla volontà di vincere la vittima, il marito Nicia, con la propria astuzia. Rappresenta l’amante meschino, dotato però anche di una profonda intelligenza, con cui analizza tutte le difficoltà della vicenda, abituato a studiare tutti gli elementi pro e contro di ogni evento.

LIGURIO: è lo stratega, l’aiutante di Callimaco, il suo parassita, senza il quale il personaggio principale non avrebbe sicuramente ottenuto quei risultasti. Nulla si sa del passato di Ligurio, a differenza di Callimaco, Nicia e Fra’ Timoteo. Rappresenta la razionalità e la consapevolezza della malvagità per antonomasia. È il vero organizzatore di tutto, e anche il più attivo e accorto, infine abile nella capacità di persuasione.

TIMOTEO: è l’unico personaggio la cui entrata è preparata, e del quale in un dialogo con una donna si rappresentano i  caratteri ambigui. È il frate corrotto, equivoco, senza scrupoli, cinico. In un passo dell’atto III, 2 viene messa in scena la sua malizia quando persuade Lucrezia. È ambiguo perché passa da un atteggiamento all’altro, da solenne ad avido ed ipocrita.

LUCREZIA: ciò che lega il personaggio al marito, Nicia, non è l’amore, ma la fede coniugale. Quando Nicia viene ad essere minacciato dalle pressioni del confessore e della madre di lei Sostrata, il personaggio più superficiale, Lucrezia cerca di difendersi ma alla fine soccombe, quasi stordita da quegli interventi incalzanti. Nel V atto appare cambiata: giacere con Callimaco ha mutato la sua virtù coniugale nella capacità di ingannare, pur essendo stata lei ingannata. Alla fine è vittoriosa e riesce a dominare gli eventi. Dalla congiura contro di lei sono sorti i diritti legati alla sua bellezza e alla sua gioventù, fino a quel momento avvilite. 

NICIA: è un vecchio dottore di legge, marito di Lucrezia, ma è anche il più stolto. Il suo linguaggio spesso è incomprensibile, e ciò nasce anche dal suo carattere, avido e vile. Si esprime a proverbi, il che non sottolinea la sua saggezza, ma esaspera la sua mancanza di flessibilità mentale. Fino alla fine è ignaro della beffa, anzi si considera furbo e vincitore per avere raggiunto lo scopo di avere un figlio.

 

TEMATICHE:

PESSIMISMO: Già nel “Principe” è esplicitata la convinzione che il mondo sia popolato da malvagi ed ipocriti, nonché governato da personaggi senza scrupoli, disonesti. Anche nella commedia sono presenti dei caratteri volti a soddisfare gli istinti, osservati dall’implacabile ironia dell’autore. Alcuni dei personaggi che si possono far rientrare in questa tipologia sono Lucrezia, Fra’ Timoteo, Callimaco e Ligurio Ribaldo.

ALLEGORIA: secondo un tipo di interpretazione, i personaggi allegoricamente si riferiscono a dei valori o concetti precisi: Messer Nicia è collegato all’essere umano, secondo una visione negativa, Fra’ Timoteo alla religione corrotta, Sostrata alle istituzioni. Secondo un’altra visione, politica, Callimaco che strappa a Nicia Madonna Lucrezia, rappresenterebbe un Medici che priva i Soderini, importante casato fiorentino, di Firenze, con la forza e con l’inganno. Secondo questa allegoria, Ligurio sarebbe il segretario che riesce a diventare il vero e proprio padrone della città. Si tratta solamente però di supposizioni dei critici, dal momento che Machiavelli non ha mai esplicitato riferimenti precisi.

PARODIA: il riferimento riguarda il mondo politico, corrotto e degradato, proprio nell’ambito della commedia, ossia la parodia della tragedia, o politica, intesa come il genere nobile della tragedia. 

CORRUZIONE DEL CLERO: il personaggio che denuncia la corruzione di coloro che, pur in un mondo malvagio, non dovrebbero comportarsi in modo spietato ed ipocrita, per il fatto di appartenere all’ordine clericale, è Nicia. Comunque viene riferito un elemento positivo alla loro funzione nel mondo, che è quella di avere una prospettiva generale del male, connaturato all’uomo.

FORTUNA: nella commedia, questo elemento stranamente non è presente: non è il caso che determina l’azione, perché i calcolatori sono i veri vincitori: è proprio Ligurio che con una meticolosità incredibile mantiene il controllo di tutta la vicenda. 

 

STILE: lo stile di Machiavelli è estremamente naturale ed obiettivo, ed utilizza la lingua giocando, per meglio caratterizzare i personaggi: Nicia ha un linguaggio incomprensibile, Callimaco spesso pronuncia frasi latine per prevaricare il marito dell’amata, Ligurio gioca con le parole in modo equivoco, come il nome San Cucù, che in francese significa cornuto.

 

RITMO DELLA NARRAZIONE: il tempo della storia e il tempo del racconto coincidono, come per fabula e intreccio, essendo una rappresentazione teatrale, perciò basata su dialoghi e monologhi.

 

STRUTTURA: è una commedia scritta in prosa, divisa in cinque atti, preceduti da una canzone, con un’anticipazione della sua concezione pessimista della realtà, e da un Prologo in versi, in cui Machiavelli presenta i luoghi, cioè Firenze, i protagonisti, la trama e l ‘antefatto ,cioè il ritorno da Parigi di Callimaco Guadagni. Alla fine di ogni atto vi è una canzone formata da una sola stanza, con funzione di raccordo e di incuriosire il lettore grazie a delle anticipazioni. In ogni canzone il protagonista è la personificazione di Amore, richiamato con riferimenti petrarcheschi.

 

TRAMA: il centro delle vicende è rappresentato dalla beffa, quasi “boccaccesca”, da parte del giovane Callimaco col servo Ligurio, ai danni del vecchio e sciocco Messer Nicia, marito di Lucrezia, da cui desidera ad ogni costo un figlio. Il giovane e ricco Callimaco torna da Parigi a Firenze, attratto dalla fama della bellezza di Lucrezia, per sedurre la quale lo aiuta Ligurio, che sfrutta la buona fede del credulone Nicia, il quale è convinto che la moglie sia sterile. Fingendosi esperto di medicina, Callimaco si offre di guarire la sterilità della donna dandole una cura basata sulla somministrazione di una pozione di mandragola. Questa erba ha degli effetti mortali per chi avrebbe giaciuto con lei la prima notte dopo averla bevuta. Al che i due suggeriscono a Nicia di far giacere la moglie con uno sconosciuto e lo convincono, anche con l’aiuto di Sostrata, la madre di lei, e del corrotto Fra’ Timoteo, il suo confessore. Organizzano un rapimento durante la notte e catturano un giovane deforme che in realtà è Callimaco travestito. Quest’ultimo giace con Lucrezia e alla mattina le svela l’inganno e l’amore per lei, con la promessa di sposarla qualora Dio avesse chiamato il vecchio Nicia a sé; la giovane, meravigliata dalla differenza tra una notte col marito e una come quella appena trascorsa, accetta di buon grado dicendogli: “poiché la tua astuzia, la stupidità di mio marito, l’ingenuità di mia madre e la malizia del mio confessore mi hanno condotta  a fare quello che mai avrei per me fatto, voglio credere che tutto questo derivi dalla volontà celeste, per cui io non ho il potere di rifiutare quello che il Cielo ha voluto: perciò ti prendo per signore, padrone e guida: sii tu mio padre, mio difensore, ogni mio bene; e quello che mio marito ha voluto per una sera, voglio che sia per sempre”. Lucrezia gli consiglia di presentarsi a Messer Nicia come suo compare, così alla fine tutti ottengono ciò che volevano.

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