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Storia della morte in occidente

Philipe Ariès

 Relazione di Francesco Dolci - III C estate 2002

Risulta difficile svolgere il riassunto di questo saggio, che raccoglie numerose e complesse riflessioni che riguardano la morte. Questa è considerata soprattutto nel suo contorno sociale e culturale.

Philipe Ariès, storico francese, ha cercato di analizzare l’evoluzione dell’atteggiamento umano di fronte al decesso. A tal fine ha esaminato testi letterari, opere d’arte e persino sepolture e testamenti.

Cercherò quindi di schematizzare le diverse analisi compiute dall’autore.

Nel periodo precedente al XXII secolo la morte è considerata come l’ultimo dei tanti passi della vita di un uomo. Questi non cerca né di sottrarvisi né di esaltarla. E’ anche considerata come qualcosa di pubblico, infatti, molte persone si radunano per assistere all’evento. La morte “migliore” è quella annunciata agli altri dal morente stesso, il quale, nella consapevolezza del suo sopraggiungere, ha il tempo di prepararsi.

Il cadavere viene poi lasciato alla Chiesa, che provvede a seppellirlo. Non esistono veri e propri cimiteri: i corpi sono sepolti “ad sanctos”, cioè in absidi e chiostri delle chiese, depositati in urne senza alcuna epigrafe.

Dal XII al XVII secolo la morte continua ad essere un avvenimento pubblico, seguito immediatamente da un altro strettamente individuale: il giudizio universale. Si crede infatti che l’uomo alla sua morte riveda tutta la sua vita e venga subito giudicato.

L’arte rappresenta molto spesso il cadavere putrefatto e mummificato, rivelando un certo interesse nei confronti dei temi macabri e delle immagini della decomposizione.

Per quanto riguarda la sepoltura, si verificano dei notevoli cambiamenti: le tombe non sono più anonime e compaiono delle iscrizioni che mirano a mantenere viva la memoria dello scomparso. Non esistono ancora veri e propri cimiteri.

Tra il XVII e il XIX secolo l’uomo della civiltà occidentale tende a dare alla morte un senso nuovo, esaltandola e drammatizzandola. Coloro i quali sono presenti all’avvenimento non vivono più questo momento con la stessa “tranquillità” dei secoli precedenti: sono attraversati da fortissime emozioni e si abbandonano a lunghi pianti. Costoro non accettano più la separazione e il solo pensiero della morte li commuove.

L’arte, secondo l’autore, “si carica di un senso erotico”, associando molto spesso i temi della morte e dell’amore. Il cadavere viene rappresentato in modo da diventare desiderabile e da ispirare familiarità.

In questo periodo vi è una grande svolta nella sepoltura. Poichè i cadaveri che si erano accumulati in chiostri, absidi di chiese situati nel centro delle città causavano malattie ed epidemie, dagli illuministi nasce l’idea di costruire cimiteri lontani dalle città. Questi spazi sono concepiti come  “parchi” organizzati per le visite da parte delle famiglie e devono contenere monumenti in grado di ricevere le salme degli uomini illustri.

Nel XX secolo, nell’epoca della modernità e dell’industrializzazione, l’atteggiamento di fronte alla morte subisce una rivoluzione: “L’uomo viene privato della sua morte”.

Non si muore più infatti nel letto di casa, ma all’ospedale, non circondati dai propri parenti, ma dai medici. La morte non è più vista né come un avvenimento “normale” né come qualcosa da esaltare, bensì come un fallimento della medicina.

Il lutto diventa strettamente privato, un dolore da superare da soli e nel modo più veloce possibile. Si cerca di nascondere la morte stessa sia al malato, per risparmiarlo dalla paura che ne può avere, sia ai bambini, che al contrario nei secoli precedenti assistevano i loro cari nel momento terminale della loro vita.

Ariès a questo proposito afferma: “Nelle società moderne, la morte ha preso il posto della sessualità come principale tabù”.

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