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Canti di Giacomo Leopardi

Giacomo Leopardi

Canti

I

ALL'ITALIA

O patria mia, vedo le mura e gli archi

E le colonne e i simulacri e l'erme

Torri degli avi nostri,

Ma la gloria non vedo,

Non vedo il lauro e il ferro ond'eran carchi

I nostri padri antichi. Or fatta inerme,

Nuda la fronte e nudo il petto mostri.

Oimè quante ferite,

Che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,

Formosissima donna! Io chiedo al cielo

E al mondo: dite dite;

Chi la ridusse a tale? E questo è peggio,

Che di catene ha carche ambe le braccia;

Sì che sparte le chiome e senza velo

Siede in terra negletta e sconsolata,

Nascondendo la faccia

Tra le ginocchia, e piange.

Piangi, che ben hai donde, Italia mia,

Le genti a vincer nata

E nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,

Mai non potrebbe il pianto

Adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;

Che fosti donna, or sei povera ancella.

Chi di te parla o scrive,

Che, rimembrando il tuo passato vanto,

Non dica: già fu grande, or non è quella?

Perché, perché? dov'è la forza antica,

Dove l'armi e il valore e la costanza?

Chi ti discinse il brando?

Chi ti tradì? qual arte o qual fatica

O qual tanta possanza

Valse a spogliarti il manto e l'auree bende?

Come cadesti o quando

Da tanta altezza in così basso loco?

Nessun pugna per te? non ti difende

Nessun de' tuoi? L'armi, qua l'armi: io solo

Combatterò, procomberò sol io.

Dammi, o ciel, che sia foco

Agl'italici petti il sangue mio.

Dove sono i tuoi figli? Odo suon d'armi

E di carri e di voci e di timballi:

In estranie contrade

Pugnano i tuoi figliuoli.

Attendi, Italia, attendi. Io veggio, o parmi,

Un fluttuar di fanti e di cavalli,

E fumo e polve, e luccicar di spade

Come tra nebbia lampi.

Né ti conforti? e i tremebondi lumi

Piegar non soffri al dubitoso evento?

A che pugna in quei campi

L'itala gioventude? O numi, o numi:

Pugnan per altra terra itali acciari.

Oh misero colui che in guerra è spento,

Non per li patrii lidi e per la pia

Consorte e i figli cari,

Ma da nemici altrui

Per altra gente, e non può dir morendo:

Alma terra natia,

La vita che mi desti ecco ti rendo.

Oh venturose e care e benedette

L'antiche età, che a morte

Per la patria correan le genti a squadre;

E voi sempre onorate e gloriose,

O tessaliche strette,

Dove la Persia e il fato assai men forte

Fu di poch'alme franche e generose!

Io credo che le piante e i sassi e l'onda

E le montagne vostre al passeggere

Con indistinta voce

Narrin siccome tutta quella sponda

Coprìr le invitte schiere

De' corpi ch'alla Grecia eran devoti.

Allor, vile e feroce,

Serse per l'Ellesponto si fuggia,

Fatto ludibrio agli ultimi nepoti;

E sul colle d'Antela, ove morendo

Si sottrasse da morte il santo stuolo,

Simonide salia,

Guardando l'etra e la marina e il suolo.

E di lacrime sparso ambe le guance,

E il petto ansante, e vacillante il piede,

Toglieasi in man la lira:

Beatissimi voi,

Ch'offriste il petto alle nemiche lance

Per amor di costei ch'al Sol vi diede;

Voi che la Grecia cole, e il mondo ammira.

Nell'armi e ne' perigli

Qual tanto amor le giovanette menti,

Qual nell'acerbo fato amor vi trasse?

Come sì lieta, o figli,

L'ora estrema vi parve, onde ridenti

Correste al passo lacrimoso e duro?

Parea ch'a danza e non a morte andasse

Ciascun de' vostri, o a splendido convito:

Ma v'attendea lo scuro

Tartaro, e l'onda morta;

Né le spose vi foro o i figli accanto

Quando su l'aspro lito

Senza baci moriste e senza pianto.

Ma non senza de' Persi orrida pena

Ed immortale angoscia.

Come lion di tori entro una mandra

Or salta a quello in tergo e sì gli scava

Con le zanne la schiena,

Or questo fianco addenta or quella coscia

Tal fra le Perse torme infuriava

L'ira de' greci petti e la virtute.

Ve' cavalli supini e cavalieri;

Vedi intralciare ai vinti

La fuga i carri e le tende cadute

E correr fra' primieri

Pallido e scapigliato esso tiranno;

Ve' come infusi e tinti

Del barbarico sangue i greci eroi,

Cagione ai Persi d'infinito affanno,

A poco a poco vinti dalle piaghe,

L'un sopra l'altro cade. Oh viva, oh viva:

Beatissimi voi

Mentre nel mondo si favelli o scriva.

Prima divelte, in mar precipitando,

Spente nell'imo strideran le stelle,

Che la memoria e il vostro

Amor trascorra o scemi.

La vostra tomba è un'ara; e qua mostrando

Verran le madri ai parvoli le belle

Orme del vostro sangue. Ecco io mi prostro,

O benedetti, al suolo,

E bacio questi sassi e queste zolle,

Che fien lodate e chiare eternamente

Dall'uno all'altro polo.

Deh foss'io pur con voi qui sotto, e molle

Fosse del sangue mio quest'alma terra.

Che se il fato è diverso, e non consente

Ch'io per la Grecia i moribondi lumi

Chiuda prostrato in guerra,

Così la vereconda

Fama del vostro vate appo i futuri

Possa, volendo i numi,

Tanto durar quanto la vostra duri.

 

II

SOPRA IL MONUMENTO DI DANTE

CHE SI PREPARAVA IN FIRENZE

Perché le nostre genti

Pace sotto le bianche ali raccolga,

Non fien da' lacci sciolte

Dell'antico sopor l'itale menti

S'ai patrii esempi della prisca etade

Questa terra fatal non si rivolga.

O Italia, a cor ti stia

Far ai passati onor; che d'altrettali

Oggi vedove son le tue contrade,

Né v'è chi d'onorar ti si convegna.

Volgiti indietro, e guarda, o patria mia,

Quella schiera infinita d'immortali,

E piangi e di te stessa ti disdegna;

Che senza sdegno omai la doglia è stolta:

Volgiti e ti vergogna e ti riscuoti,

E ti punga una volta

Pensier degli avi nostri e de' nepoti.

D'aria e d'ingegno e di parlar diverso

Per lo toscano suol cercando gia

L'ospite desioso

Dove giaccia colui per lo cui verso

Il meonio cantor non è più solo.

Ed, oh vergogna! udia

Che non che il cener freddo e l'ossa nude

Giaccian esuli ancora

Dopo il funereo dì sott'altro suolo,

Ma non sorgea dentro a tue mura un sasso,

Firenze, a quello per la cui virtude

Tutto il mondo t'onora.

Oh voi pietosi, onde sì tristo e basso

Obbrobrio laverà nostro paese!

Bell'opra hai tolta e di ch'amor ti rende,

Schiera prode e cortese,

Qualunque petto amor d'Italia accende.

Amor d'Italia, o cari,

Amor di questa misera vi sproni,

Ver cui pietade è morta

In ogni petto omai, perciò che amari

Giorni dopo il seren dato n'ha il cielo.

Spirti v'aggiunga e vostra opra coroni

Misericordia, o figli,

E duolo e sdegno di cotanto affanno

Onde bagna costei le guance e il velo.

Ma voi di quale ornar parola o canto

Si debbe, a cui non pur cure o consigli,

Ma dell'ingegno e della man daranno

I sensi e le virtudi eterno vanto

Oprate e mostre nella dolce impresa?

Quali a voi note invio, sì che nel core,

Sì che nell'alma accesa

Nova favilla indurre abbian valore?

Voi spirerà l'altissimo subbietto,

Ed acri punte premeravvi al seno.

Chi dirà l'onda e il turbo

Del furor vostro e dell'immenso affetto?

Chi pingerà l'attonito sembiante?

Chi degli occhi il baleno?

Qual può voce mortal celeste cosa

Agguagliar figurando?

Lunge sia, lunge alma profana. Oh quante

Lacrime al nobil sasso Italia serba!

Come cadrà? come dal tempo rosa

Fia vostra gloria o quando?

Voi, di ch'il nostro mal si disacerba,

Sempre vivete, o care arti divine,

Conforto a nostra sventurata gente,

Fra l'itale ruine

Gl'itali pregi a celebrare intente.

Ecco voglioso anch'io

Ad onorar nostra dolente madre

Porto quel che mi lice,

E mesco all'opra vostra il canto mio,

Sedendo u' vostro ferro i marmi avviva.

O dell'etrusco metro inclito padre,

Se di cosa terrena,

Se di costei che tanto alto locasti

Qualche novella ai vostri lidi arriva,

io so ben che per te gioia non senti,

Che saldi men che cera e men ch'arena,

Verso la fama che di te lasciasti,

Son bronzi e marmi; e dalle nostre menti

Se mai cadesti ancor, s'unqua cadrai,

Cresca, se crescer può, nostra sciaura,

E in sempiterni guai

Pianga tua stirpe a tutto il mondo oscura.

Ma non per te; per questa ti rallegri

Povera patria tua, s'unqua l'esempio

Degli avi e de' parenti

Ponga ne' figli sonnacchiosi ed egri

Tanto valor che un tratto alzino il viso.

Ahi, da che lungo scempio

Vedi afflitta costei, che sì meschina

Te salutava allora

Che di novo salisti al paradiso!

Oggi ridotta sì che a quel che vedi,

Fu fortunata allor donna e reina.

Tal miseria l'accora

Qual tu forse mirando a te non credi.

Taccio gli altri nemici e l'altre doglie;

Ma non la più recente e la più fera,

Per cui presso alle soglie

Vide la patria tua l'ultima sera.

Beato te che il fato

A viver non dannò fra tanto orrore;

Che non vedesti in braccio

L'itala moglie a barbaro soldato;

Non predar, non guastar cittadi e colti

L'asta inimica e il peregrin furore;

Non degl'itali ingegni

Tratte l'opre divine a miseranda

Schiavitude oltre l'alpe, e non de' folti

Carri impedita la dolente via;

Non gli aspri cenni ed i superbi regni;

Non udisti gli oltraggi e la nefanda

Voce di libertà che ne schernia

Tra il suon delle catene e de' flagelli.

Chi non si duol? che non soffrimmo? intatto

Che lasciaron quei felli?

Qual tempio, quale altare o qual misfatto?

Perché venimmo a sì perversi tempi?

Perché il nascer ne desti o perché prima

Non ne desti il morire,

Acerbo fato? onde a stranieri ed empi

Nostra patria vedendo ancella e schiava,

E da mordace lima

Roder la sua virtù, di null'aita

E di nullo conforto

Lo spietato dolor che la stracciava

Ammollir ne fu dato in parte alcuna.

Ahi non il sangue nostro e non la vita

Avesti, o cara; e morto

Io non son per la tua cruda fortuna.

Qui l'ira al cor, qui la pietade abbonda:

Pugnò, cadde gran parte anche di noi:

Ma per la moribonda

Italia no; per li tiranni suoi.

Padre, se non ti sdegni,

Mutato sei da quel che fosti in terra.

Morian per le rutene

Squallide piagge, ahi d'altra morte degni,

Gl'itali prodi; e lor fea l'aere e il cielo

E gli uomini e le belve immensa guerra.

Cadeano a squadre a squadre

Semivestiti, maceri e cruenti,

Ed era letto agli egri corpi il gelo.

Allor, quando traean l'ultime pene,

Membrando questa desiata madre,

Diceano: oh non le nubi e non i venti,

Ma ne spegnesse il ferro, e per tuo bene,

O patria nostra. Ecco da te rimoti,

Quando più bella a noi l'età sorride,

A tutto il mondo ignoti,

Moriam per quella gente che t'uccide.

Di lor querela il boreal deserto

E conscie fur le sibilanti selve.

Così vennero al passo,

E i negletti cadaveri all'aperto

Su per quello di neve orrido mare

Dilaceràr le belve

E sarà il nome degli egregi e forti

Pari mai sempre ed uno

Con quel de' tardi e vili. Anime care,

Bench'infinita sia vostra sciagura,

Datevi pace; e questo vi conforti

Che conforto nessuno

Avrete in questa o nell'età futura.

In seno al vostro smisurato affanno

Posate, o di costei veraci figli,

Al cui supremo danno

Il vostro solo è tal che s'assomigli.

Di voi già non si lagna

La patria vostra, ma di chi vi spinse

A pugnar contra lei,

Sì ch'ella sempre amaramente piagna

E il suo col vostro lacrimar confonda.

Oh di costei ch'ogni altra gloria vinse

Pietà nascesse in core

A tal de' suoi ch'affaticata e lenta

Di sì buia vorago e sì profonda

La ritraesse! O glorioso spirto,

Dimmi: d'Italia tua morto è l'amore?

Di': quella fiamma che t'accese, è spenta?

Di': né più mai rinverdirà quel mirto

Ch'alleggiò per gran tempo il nostro male?

Nostre corone al suol fien tutte sparte?

Né sorgerà mai tale

Che ti rassembri in qualsivoglia parte?

In eterno perimmo? e il nostro scorno

Non ha verun confine?

Io mentre viva andrò sclamando intorno,

Volgiti agli avi tuoi, guasto legnaggio;

Mira queste ruine

E le carte e le tele e i marmi e i templi;

Pensa qual terra premi; e se destarti

Non può la luce di cotanti esempli,

Che stai? levati e parti.

Non si conviene a sì corrotta usanza

Questa d'animi eccelsi altrice e scola:

Se di codardi è stanza,

Meglio l'è rimaner vedova e sola.

 

III

AD ANGELO MAI

QUAND'EBBE TROVATO I LIBRI DI CICERONE

"DELLA REPUBBLICA"

 

Italo ardito, a che giammai non posi

Di svegliar dalle tombe

I nostri padri? ed a parlar gli meni

A questo secol morto, al quale incombe

Tanta nebbia di tedio? E come or vieni

Sì forte a' nostri orecchi e sì frequente,

Voce antica de' nostri,

Muta sì lunga etade? e perché tanti

Risorgimenti? In un balen feconde

Venner le carte; alla stagion presente

I polverosi chiostri

Serbaro occulti i generosi e santi

Detti degli avi. E che valor t'infonde,

Italo egregio, il fato? O con l'umano

Valor forse contrasta il fato invano?

Certo senza de' numi alto consiglio

Non è ch'ove più lento

E grave è il nostro disperato obblio,

A percoter ne rieda ogni momento

Novo grido de' padri. Ancora è pio

Dunque all'Italia il cielo; anco si cura

Di noi qualche immortale:

Ch'essendo questa o nessun'altra poi

L'ora da ripor mano alla virtude

Rugginosa dell'itala natura,

Veggiam che tanto e tale

È il clamor de' sepolti, e che gli eroi

Dimenticati il suol quasi dischiude,

A ricercar s'a questa età sì tarda

Anco ti giovi, o patria, esser codarda.

Di noi serbate, o gloriosi, ancora

Qualche speranza? in tutto

Non siam periti? A voi forse il futuro

Conoscer non si toglie. Io son distrutto

Né schermo alcuno ho dal dolor, che scuro

M'è l'avvenire, e tutto quanto io scerno

È tal che sogno e fola

Fa parer la speranza. Anime prodi,

Ai tetti vostri inonorata, immonda

Plebe successe; al vostro sangue è scherno

E d'opra e di parola

Ogni valor; di vostre eterne lodi

Né rossor più né invidia; ozio circonda

I monumenti vostri; e di viltade

Siam fatti esempio alla futura etade.

Bennato ingegno, or quando altrui non cale

De' nostri alti parenti,

A te ne caglia, a te cui fato aspira

Benigno sì che per tua man presenti

Paion que' giorni allor che dalla dira

Obblivione antica ergean la chioma,

Con gli studi sepolti,

I vetusti divini, a cui natura

Parlò senza svelarsi, onde i riposi

Magnanimi allegràr d'Atene e Roma.

Oh tempi, oh tempi avvolti

In sonno eterno! Allora anco immatura

La ruina d'Italia, anco sdegnosi

Eravam d'ozio turpe, e l'aura a volo

Più faville rapia da questo suolo.

Eran calde le tue ceneri sante,

Non domito nemico

Della fortuna, al cui sdegno e dolore

Fu più l'averno che la terra amico.

L'averno: e qual non è parte migliore

Di questa nostra? E le tue dolci corde

Susurravano ancora

Dal tocco di tua destra, o sfortunato

Amante. Ahi dal dolor comincia e nasce

L'italo canto. E pur men grava e morde

Il mal che n'addolora

Del tedio che n'affoga. Oh te beato,

A cui fu vita il pianto! A noi le fasce

Cinse il fastidio; a noi presso la culla

Immoto siede, e su la tomba, il nulla.

Ma tua vita era allor con gli astri e il mare,

Ligure ardita prole,

Quand'oltre alle colonne, ed oltre ai liti

Cui strider l'onde all'attuffar del sole

Parve udir su la sera, agl'infiniti

Flutti commesso, ritrovasti il raggio

Del Sol caduto, e il giorno

Che nasce allor ch'ai nostri è giunto al fondo;

E rotto di natura ogni contrasto,

Ignota immensa terra al tuo viaggio

Fu gloria, e del ritorno

Ai rischi. Ahi ahi, ma conosciuto il mondo

Non cresce, anzi si scema, e assai più vasto

L'etra sonante e l'alma terra e il mare

Al fanciullin, che non al saggio, appare.

Nostri sogni leggiadri ove son giti

Dell'ignoto ricetto

D'ignoti abitatori, o del diurno

Degli astri albergo, e del rimoto letto

Della giovane Aurora, e del notturno

Occulto sonno del maggior pianeta?

Ecco svaniro a un punto,

E figurato è il mondo in breve carta;

Ecco tutto è simile, e discoprendo,

Solo il nulla s'accresce. A noi ti vieta

Il vero appena è giunto,

O caro immaginar; da te s'apparta

Nostra mente in eterno; allo stupendo

Poter tuo primo ne sottraggon gli anni;

E il conforto perì de' nostri affanni.

Nascevi ai dolci sogni intanto, e il primo

Sole splendeati in vista,

Cantor vago dell'arme e degli amori,

Che in età della nostra assai men trista

Empièr la vita di felici errori:

Nova speme d'Italia. O torri, o celle,

O donne, o cavalieri,

O giardini, o palagi! a voi pensando,

In mille vane amenità si perde

La mente mia. Di vanità, di belle

Fole e strani pensieri

Si componea l'umana vita: in bando

Li cacciammo: or che resta? or poi che il verde

È spogliato alle cose? Il certo e solo

Veder che tutto è vano altro che il duolo.

O Torquato, o Torquato, a noi l'eccelsa

Tua mente allora, il pianto

A te, non altro, preparava il cielo.

Oh misero Torquato! il dolce canto

Non valse a consolarti o a sciorre il gelo

Onde l'alma t'avean, ch'era sì calda,

Cinta l'odio e l'immondo

Livor privato e de' tiranni. Amore,

Amor, di nostra vita ultimo inganno,

T'abbandonava. Ombra reale e salda

Ti parve il nulla, e il mondo

Inabitata piaggia. Al tardo onore

Non sorser gli occhi tuoi; mercè, non danno,

L'ora estrema ti fu. Morte domanda

Chi nostro mal conobbe, e non ghirlanda.

Torna torna fra noi, sorgi dal muto

E sconsolato avello,

Se d'angoscia sei vago, o miserando

Esemplo di sciagura. Assai da quello

Che ti parve sì mesto e sì nefando,

È peggiorato il viver nostro. O caro,

Chi ti compiangeria,

Se, fuor che di se stesso, altri non cura?

Chi stolto non direbbe il tuo mortale

Affanno anche oggidì se il grande e il raro

Ha nome di follia;

Né livor più, ma ben di lui più dura

La noncuranza avviene ai sommi? o quale,

Se più de' carmi, il computar s'ascolta,

Ti appresterebbe il lauro un'altra volta?

Da te fino a quest'ora uom non è sorto,

O sventurato ingegno,

Pari all'italo nome, altro ch'un solo,

Solo di sua codarda etate indegno

Allobrogo feroce, a cui dal polo

Maschia virtù, non già da questa mia

Stanca ed arida terra,

Venne nel petto; onde privato, inerme,

(Memorando ardimento) in su la scena

Mosse guerra a' tiranni: almen si dia

Questa misera guerra

E questo vano campo all'ire inferme

Del mondo. Ei primo e sol dentro all'arena

Scese, e nullo il seguì, che l'ozio e il brutto

Silenzio or preme ai nostri innanzi a tutto.

Disdegnando e fremendo, immacolata

Trasse la vita intera,

E morte lo scampò dal veder peggio.

Vittorio mio, questa per te non era

Età né suolo. Altri anni ed altro seggio

Conviene agli alti ingegni. Or di riposo

Paghi viviamo, e scorti

Da mediocrità: sceso il sapiente

E salita è la turba a un sol confine,

Che il mondo agguaglia. O scopritor famoso,

Segui; risveglia i morti,

Poi che dormono i vivi; arma le spente

Lingue de' prischi eroi; tanto che in fine

Questo secol di fango o vita agogni

E sorga ad atti illustri, o si vergogni.

 

IV

NELLE NOZZE DELLA SORELLA PAOLINA

Poi che del patrio nido

I silenzi lasciando, e le beate

Larve e l'antico error, celeste dono,

Ch'abbella agli occhi tuoi quest'ermo lido,

Te nella polve della vita e il suono

Tragge il destin; l'obbrobriosa etate

Che il duro cielo a noi prescrisse impara,

Sorella mia, che in gravi

E luttuosi tempi

L'infelice famiglia all'infelice

Italia accrescerai. Di forti esempi

Al tuo sangue provvedi. Aure soavi

L'empio fato interdice

All'umana virtude,

Né pura in gracil petto alma si chiude.

O miseri o codardi

Figliuoli avrai. Miseri eleggi. Immenso

Tra fortuna e valor dissidio pose

Il corrotto costume. Ahi troppo tardi,

E nella sera dell'umane cose,

Acquista oggi chi nasce il moto e il senso.

Al ciel ne caglia: a te nel petto sieda

Questa sovr'ogni cura,

Che di fortuna amici

Non crescano i tuoi figli, e non di vile

Timor gioco o di speme: onde felici

Sarete detti nell'età futura:

Poiché (nefando stile,

Di schiatta ignava e finta)

Virtù viva sprezziam, lodiamo estinta.

Donne, da voi non poco

La patria aspetta; e non in danno e scorno

Dell'umana progenie al dolce raggio

Delle pupille vostre il ferro e il foco

Domar fu dato. A senno vostro il saggio

E il forte adopra e pensa; e quanto il giorno

Col divo carro accerchia, a voi s'inchina.

Ragion di nostra etate

Io chieggo a voi. La santa

Fiamma di gioventù dunque si spegne

Per vostra mano? attenuata e franta

Da voi nostra natura? e le assonnate

Menti, e le voglie indegne,

E di nervi e di polpe

Scemo il valor natio, son vostre colpe?

Ad atti egregi è sprone

Amor, chi ben l'estima, e d'alto affetto

Maestra è la beltà. D'amor digiuna

Siede l'alma di quello a cui nel petto

Non si rallegra il cor quando a tenzone

Scendono i venti, e quando nembi aduna

L'olimpo, e fiede le montagne il rombo

Della procella. O spose,

O verginette, a voi

Chi de' perigli è schivo, e quei che indegno

È della patria e che sue brame e suoi

Volgari affetti in basso loco pose,

Odio mova e disdegno;

Se nel femmineo core

D'uomini ardea, non di fanciulle, amore.

Madri d'imbelle prole

V'incresca esser nomate. I danni e il pianto

Della virtude a tollerar s'avvezzi

La stirpe vostra, e quel che pregia e cole

La vergognosa età, condanni e sprezzi;

Cresca alla patria, e gli alti gesti, e quanto

Agli avi suoi deggia la terra impari.

Qual de' vetusti eroi

Tra le memorie e il grido

Crescean di Sparta i figli al greco nome;

Finché la sposa giovanetta il fido

Brando cingeva al caro lato, e poi

Spandea le negre chiome

Sul corpo esangue e nudo

Quando e' reddia nel conservato scudo.

Virginia, a te la molle

Gota molcea con le celesti dita

Beltade onnipossente, e degli alteri

Disdegni tuoi si sconsolava il folle

Signor di Roma. Eri pur vaga, ed eri

Nella stagion ch'ai dolci sogni invita,

Quando il rozzo paterno acciar ti ruppe

Il bianchissimo petto,

E all'Erebo scendesti

Volonterosa. A me disfiori e scioglia

Vecchiezza i membri, o padre; a me s'appresti,

Dicea, la tomba, anzi che l'empio letto

Del tiranno m'accoglia.

E se pur vita e lena

Roma avrà dal mio sangue, e tu mi svena.

O generosa, ancora

Che più bello a' tuoi dì splendesse il sole

Ch'oggi non fa, pur consolata e paga

È quella tomba cui di pianto onora

L'alma terra nativa. Ecco alla vaga

Tua spoglia intorno la romulea prole

Di nova ira sfavilla. Ecco di polve

Lorda il tiranno i crini;

E libertade avvampa

Gli obbliviosi petti; e nella doma

Terra il marte latino arduo s'accampa

Dal buio polo ai torridi confini.

Così l'eterna Roma

In duri ozi sepolta

Femmineo fato avviva un'altra volta.

 

V

A UN VINCITORE NEL PALLONE

Di gloria il viso e la gioconda voce,

Garzon bennato, apprendi,

E quanto al femminile ozio sovrasti

La sudata virtude. Attendi attendi,

Magnanimo campion (s'alla veloce

Piena degli anni il tuo valor contrasti

La spoglia di tuo nome), attendi e il core

Movi ad alto desio. Te l'echeggiante

Arena e il circo, e te fremendo appella

Ai fatti illustri il popolar favore;

Te rigoglioso dell'età novella

Oggi la patria cara

Gli antichi esempi a rinnovar prepara.

Del barbarico sangue in Maratona

Non colorò la destra

Quei che gli atleti ignudi e il campo eleo,

Che stupido mirò l'ardua palestra,

Né la palma beata e la corona

D'emula brama il punse. E nell'Alfeo

Forse le chiome polverose e i fianchi

Delle cavalle vincitrici asterse

Tal che le greche insegne e il greco acciaro

Guidò de' Medi fuggitivi e stanchi

Nelle pallide torme; onde sonaro

Di sconsolato grido

L'alto sen dell'Eufrate e il servo lido.

Vano dirai quel che disserra e scote

Della virtù nativa

Le riposte faville? e che del fioco

Spirto vital negli egri petti avviva

Il caduco fervor? Le meste rote

Da poi che Febo instiga, altro che gioco

Son l'opre de' mortali? ed è men vano

Della menzogna il vero? A noi di lieti

Inganni e di felici ombre soccorse

Natura stessa: e là dove l'insano

Costume ai forti errori esca non porse,

Negli ozi oscuri e nudi

Mutò la gente i gloriosi studi.

Tempo forse verrà ch'alle ruine

Delle italiche moli

Insultino gli armenti, e che l'aratro

Sentano i sette colli; e pochi Soli

Forse fien volti, e le città latine

Abiterà la cauta volpe, e l'atro

Bosco mormorerà fra le alte mura;

Se la funesta delle patrie cose

Obblivion dalle perverse menti

Non isgombrano i fati, e la matura

Clade non torce dalle abbiette genti

Il ciel fatto cortese

Dal rimembrar delle passate imprese.

Alla patria infelice, o buon garzone,

Sopravviver ti doglia.

Chiaro per lei stato saresti allora

Che del serto fulgea, di ch'ella è spoglia,

Nostra colpa e fatal. Passò stagione;

Che nullo di tal madre oggi s'onora:

Ma per te stesso al polo ergi la mente.

Nostra vita a che val? solo a spregiarla:

Beata allor che ne' perigli avvolta,

Se stessa obblia, né delle putri e lente

Ore il danno misura e il flutto ascolta;

Beata allor che il piede

Spinto al varco leteo, più grata riede.

 

VI

BRUTO MINORE

Poi che divelta, nella tracia polve

Giacque ruina immensa

L'italica virtute, onde alle valli

D'Esperia verde, e al tiberino lido,

Il calpestio de' barbari cavalli

Prepara il fato, e dalle selve ignude

Cui l'Orsa algida preme,

A spezzar le romane inclite mura

Chiama i gotici brandi;

Sudato, e molle di fraterno sangue,

Bruto per l'atra notte in erma sede,

Fermo già di morir, gl'inesorandi

Numi e l'averno accusa,

E di feroci note

Invan la sonnolenta aura percote.

Stolta virtù, le cave nebbie, i campi

Dell'inquiete larve

Son le tue scole, e ti si volge a tergo

Il pentimento. A voi, marmorei numi,

(Se numi avete in Flegetonte albergo

O su le nubi) a voi ludibrio e scherno

È la prole infelice

A cui templi chiedeste, e frodolenta

Legge al mortale insulta.

Dunque tanto i celesti odii commove

La terrena pietà? dunque degli empi

Siedi, Giove, a tutela? e quando esulta

Per l'aere il nembo, e quando

Il tuon rapido spingi,

Ne' giusti e pii la sacra fiamma stringi?

Preme il destino invitto e la ferrata

Necessità gl'infermi

Schiavi di morte: e se a cessar non vale

Gli oltraggi lor, de' necessarii danni

Si consola il plebeo. Men duro è il male

Che riparo non ha? dolor non sente

Chi di speranza è nudo?

Guerra mortale, eterna, o fato indegno,

Teco il prode guerreggia,

Di cedere inesperto; e la tiranna

Tua destra, allor che vincitrice il grava,

Indomito scrollando si pompeggia,

Quando nell'alto lato

L'amaro ferro intride,

E maligno alle nere ombre sorride.

Spiace agli Dei chi violento irrompe

Nel Tartaro. Non fora

Tanto valor ne' molli eterni petti.

Forse i travagli nostri, e forse il cielo

I casi acerbi e gl'infelici affetti

Giocondo agli ozi suoi spettacol pose?

Non fra sciagure e colpe,

Ma libera ne' boschi e pura etade

Natura a noi prescrisse,

Reina un tempo e Diva. Or poi ch'a terra

Sparse i regni beati empio costume,

E il viver macro ad altre leggi addisse;

Quando gl'infausti giorni

Virile alma ricusa,

Riede natura, e il non suo dardo accusa?

Di colpa ignare e de' lor proprii danni

Le fortunate belve

Serena adduce al non previsto passo

La tarda età. Ma se spezzar la fronte

Ne' rudi tronchi, o da montano sasso

Dare al vento precipiti le membra,

Lor suadesse affanno

Al misero desio nulla contesa

Legge arcana farebbe

O tenebroso ingegno. A voi, fra quante

Stirpi il cielo avvivò, soli fra tutte,

Figli di Prometeo, la vita increbbe;

A voi le morte ripe,

Se il fato ignavo pende,

Soli, o miseri, a voi Giove contende.

E tu dal mar cui nostro sangue irriga,

Candida luna, sorgi,

E l'inquieta notte e la funesta

All'ausonio valor campagna esplori.

Cognati petti il vincitor calpesta,

Fremono i poggi, dalle somme vette

Roma antica ruina;

Tu sì placida sei? Tu la nascente

Lavinia prole, e gli anni

Lieti vedesti, e i memorandi allori;

E tu su l'alpe l'immutato raggio

Tacita verserai quando ne' danni

Del servo italo nome,

Sotto barbaro piede

Rintronerà quella solinga sede.

Ecco tra nudi sassi o in verde ramo

E la fera e l'augello,

Del consueto obblio gravido il petto,

L'alta ruina ignora e le mutate

Sorti del mondo: e come prima il tetto

Rosseggerà del villanello industre,

Al mattutino canto

Quel desterà le valli, e per le balze

Quella l'inferma plebe

Agiterà delle minori belve.

Oh casi! oh gener vano! abbietta parte

Siam delle cose; e non le tinte glebe,

Non gli ululati spechi

Turbò nostra sciagura,

Né scolorò le stelle umana cura.

Non io d'Olimpo o di Cocito i sordi

Regi, o la terra indegna,

E non la notte moribondo appello;

Non te, dell'atra morte ultimo raggio,

Conscia futura età. Sdegnoso avello

Placàr singulti, ornàr parole e doni

Di vil caterva? In peggio

Precipitano i tempi; e mal s'affida

A putridi nepoti

L'onor d'egregie menti e la suprema

De' miseri vendetta. A me dintorno

Le penne il bruno augello avido roti;

Prema la fera, e il nembo

Tratti l'ignota spoglia;

E l'aura il nome e la memoria accoglia.

 

VII

ALLA PRIMAVERA

O DELLE FAVOLE ANTICHE

Perché i celesti danni

Ristori il sole, e perché l'aure inferme

Zefiro avvivi, onde fugata e sparta

Delle nubi la grave ombra s'avvalla;

Credano il petto inerme

Gli augelli al vento, e la diurna luce

Novo d'amor desio, nova speranza

Ne' penetrati boschi e fra le sciolte

Pruine induca alle commosse belve;

Forse alle stanche e nel dolor sepolte

Umane menti riede

La bella età, cui la sciagura e l'atra

Face del ver consunse

Innanzi tempo? Ottenebrati e spenti

Di febo i raggi al misero non sono

In sempiterno? ed anco,

Primavera odorata, inspiri e tenti

Questo gelido cor, questo ch'amara

Nel fior degli anni suoi vecchiezza impara?

Vivi tu, vivi, o santa

Natura? vivi e il dissueto orecchio

Della materna voce il suono accoglie?

Già di candide ninfe i rivi albergo,

Placido albergo e specchio

Furo i liquidi fonti. Arcane danze

D'immortal piede i ruinosi gioghi

Scossero e l'ardue selve (oggi romito

Nido de' venti): e il pastorel ch'all'ombre

Meridiane incerte ed al fiorito

Margo adducea de' fiumi

Le sitibonde agnelle, arguto carme

Sonar d'agresti Pani

Udì lungo le ripe; e tremar l'onda

Vide, e stupì, che non palese al guardo

La faretrata Diva

Scendea ne' caldi flutti, e dall'immonda

Polve tergea della sanguigna caccia

Il niveo lato e le verginee braccia.

Vissero i fiori e l'erbe,

Vissero i boschi un dì. Conscie le molli

Aure, le nubi e la titania lampa

Fur dell'umana gente, allor che ignuda

Te per le piagge e i colli,

Ciprigna luce, alla deserta notte

Con gli occhi intenti il viator seguendo,

Te compagna alla via, te de' mortali

Pensosa immaginò. Che se gl'impuri

Cittadini consorzi e le fatali

Ire fuggendo e l'onte,

Gl'ispidi tronchi al petto altri nell'ime

Selve remoto accolse,

Viva fiamma agitar l'esangui vene,

Spirar le foglie, e palpitar segreta

Nel doloroso amplesso

Dafne o la mesta Filli, o di Climene

Pianger credè la sconsolata prole

Quel che sommerse in Eridano il sole.

Né dell'umano affanno,

Rigide balze, i luttuosi accenti

Voi negletti ferìr mentre le vostre

Paurose latebre Eco solinga,

Non vano error de' venti,

Ma di ninfa abitò misero spirto,

Cui grave amor, cui duro fato escluse

Delle tenere membra. Ella per grotte,

Per nudi scogli e desolati alberghi,

Le non ignote ambasce e l'alte e rotte

Nostre querele al curvo

Etra insegnava. E te d'umani eventi

Disse la fama esperto,

Musico augel che tra chiomato bosco

Or vieni il rinascente anno cantando,

E lamentar nell'alto

Ozio de' campi, all'aer muto e fosco,

Antichi danni e scellerato scorno,

E d'ira e di pietà pallido il giorno.

Ma non cognato al nostro

Il gener tuo; quelle tue varie note

Dolor non forma, e te di colpa ignudo,

Men caro assai la bruna valle asconde.

Ahi ahi, poscia che vote

Son le stanze d'Olimpo, e cieco il tuono

Per l'atre nubi e le montagne errando,

Gl'iniqui petti e gl'innocenti a paro

In freddo orror dissolve; e poi ch'estrano

Il suol nativo, e di sua prole ignaro

Le meste anime educa;

Tu le cure infelici e i fati indegni

Tu de' mortali ascolta,

Vaga natura, e la favilla antica

Rendi allo spirto mio; se tu pur vivi,

E se de' nostri affanni

Cosa veruna in ciel, se nell'aprica

Terra s'alberga o nell'equoreo seno,

Pietosa no, ma spettatrice almeno.

 

VIII

INNO AI PATRIARCHI

O DE' PRINCIPII DEL GENERE UMANO

E voi de' figli dolorosi il canto,

Voi dell'umana prole incliti padri,

Lodando ridirà; molto all'eterno

Degli astri agitator più cari, e molto

Di noi men lacrimabili nell'alma

Luce prodotti. Immedicati affanni

Al misero mortal, nascere al pianto,

E dell'etereo lume assai più dolci

Sortir l'opaca tomba e il fato estremo,

Non la pietà, non la diritta impose

Legge del cielo. E se di vostro antico

Error che l'uman seme alla tiranna

Possa de' morbi e di sciagura offerse,

Grido antico ragiona, altre più dire

Colpe de' figli, e irrequieto ingegno,

E demenza maggior l'offeso Olimpo

N'armaro incontra, e la negletta mano

Dell'altrice natura; onde la viva

Fiamma n'increbbe, e detestato il parto

Fu del grembo materno, e violento

Emerse il disperato Erebo in terra.

Tu primo il giorno, e le purpuree faci

Delle rotanti sfere, e la novella

Prole de' campi, o duce antico e padre

Dell'umana famiglia, e tu l'errante

Per li giovani prati aura contempli:

Quando le rupi e le deserte valli

Precipite l'alpina onda feria

D'inudito fragor; quando gli ameni

Futuri seggi di lodate genti

E di cittadi romorose, ignota

Pace regnava; e gl'inarati colli

Solo e muto ascendea l'aprico raggio

Di febo e l'aurea luna. Oh fortunata,

Di colpe ignara e di lugubri eventi,

Erma terrena sede! Oh quanto affanno

Al gener tuo, padre infelice, e quale

D'amarissimi casi ordine immenso

Preparano i destini! Ecco di sangue

Gli avari colti e di fraterno scempio

Furor novello incesta, e le nefande

Ali di morte il divo etere impara.

Trepido, errante il fratricida, e l'ombre

Solitarie fuggendo e la secreta

Nelle profonde selve ira de' venti,

Primo i civili tetti, albergo e regno

Alle macere cure, innalza; e primo

Il disperato pentimento i ciechi

Mortali egro, anelante, aduna e stringe

Ne' consorti ricetti: onde negata

L'improba mano al curvo aratro, e vili

Fur gli agresti sudori; ozio le soglie

Scellerate occupò; ne' corpi inerti

Domo il vigor natio, languide, ignave

Giacquer le menti; e servitù le imbelli

Umane vite, ultimo danno, accolse.

E tu dall'etra infesto e dal mugghiante

Su i nubiferi gioghi equoreo flutto

Scampi l'iniquo germe, o tu cui prima

Dall'aer cieco e da' natanti poggi

Segno arrecò d'instaurata spene

La candida colomba, e delle antiche

Nubi l'occiduo Sol naufrago uscendo,

L'atro polo di vaga iri dipinse.

Riede alla terra, e il crudo affetto e gli empi

Studi rinnova e le seguaci ambasce

La riparata gente. Agl'inaccessi

Regni del mar vendicatore illude

Profana destra, e la sciagura e il pianto

A novi liti e nove stelle insegna.

Or te, padre de' pii, te giusto e forte,

E di tuo seme i generosi alunni

Medita il petto mio. Dirò siccome

Sedente, oscuro, in sul meriggio all'ombre

Del riposato albergo, appo le molli

Rive del gregge tuo nutrici e sedi,

Te de' celesti peregrini occulte

Beàr l'eteree menti; e quale, o figlio

Della saggia Rebecca, in su la sera,

Presso al rustico pozzo e nella dolce

Di pastori e di lieti ozi frequente

Aranitica valle, amor ti punse

Della vezzosa Labanide: invitto

Amor, ch'a lunghi esigli e lunghi affanni

E di servaggio all'odiata soma

Volenteroso il prode animo addisse.

Fu certo, fu (né d'error vano e d'ombra

L'aonio canto e della fama il grido

Pasce l'avida plebe) amica un tempo

Al sangue nostro e dilettosa e cara

Questa misera piaggia, ed aurea corse

Nostra caduca età. Non che di latte

Onda rigasse intemerata il fianco

Delle balze materne, o con le greggi

Mista la tigre ai consueti ovili

Né guidasse per gioco i lupi al fonte

Il pastorel; ma di suo fato ignara

E degli affanni suoi, vota d'affanno

Visse l'umana stirpe; alle secrete

Leggi del cielo e di natura indutto

Valse l'ameno error, le fraudi, il molle

Pristino velo; e di sperar contenta

Nostra placida nave in porto ascese.

Tal fra le vaste californie selve

Nasce beata prole, a cui non sugge

Pallida cura il petto, a cui le membra

Fera tabe non doma; e vitto il bosco,

Nidi l'intima rupe, onde ministra

L'irrigua valle, inopinato il giorno

Dell'atra morte incombe. Oh contra il nostro

Scellerato ardimento inermi regni

Della saggia natura! I lidi e gli antri

E le quiete selve apre l'invitto

Nostro furor; le violate genti

Al peregrino affanno, agl'ignorati

Desiri educa; e la fugace, ignuda

Felicità per l'imo sole incalza.

 

IX

ULTIMO CANTO DI SAFFO

Placida notte, e verecondo raggio

Della cadente luna; e tu che spunti

Fra la tacita selva in su la rupe,

Nunzio del giorno; oh dilettose e care

Mentre ignote mi fur l'erinni e il fato,

Sembianze agli occhi miei; già non arride

Spettacol molle ai disperati affetti.

Noi l'insueto allor gaudio ravviva

Quando per l'etra liquido si volve

E per li campi trepidanti il flutto

Polveroso de' Noti, e quando il carro,

Grave carro di Giove a noi sul capo,

Tonando, il tenebroso aere divide.

Noi per le balze e le profonde valli

Natar giova tra' nembi, e noi la vasta

Fuga de' greggi sbigottiti, o d'alto

Fiume alla dubbia sponda

Il suono e la vittrice ira dell'onda.

Bello il tuo manto, o divo cielo, e bella

Sei tu, rorida terra. Ahi di cotesta

Infinita beltà parte nessuna

Alla misera Saffo i numi e l'empia

Sorte non fenno. A' tuoi superbi regni

Vile, o natura, e grave ospite addetta,

E dispregiata amante, alle vezzose

Tue forme il core e le pupille invano

Supplichevole intendo. A me non ride

L'aprico margo, e dall'eterea porta

Il mattutino albor; me non il canto

De' colorati augelli, e non de' faggi

Il murmure saluta: e dove all'ombra

Degl'inchinati salici dispiega

Candido rivo il puro seno, al mio

Lubrico piè le flessuose linfe

Disdegnando sottragge,

E preme in fuga l'odorate spiagge.

Qual fallo mai, qual sì nefando eccesso

Macchiommi anzi il natale, onde sì torvo

Il ciel mi fosse e di fortuna il volto?

In che peccai bambina, allor che ignara

Di misfatto è la vita, onde poi scemo

Di giovanezza, e disfiorato, al fuso

Dell'indomita Parca si volvesse

Il ferrigno mio stame? Incaute voci

Spande il tuo labbro: i destinati eventi

Move arcano consiglio. Arcano è tutto,

Fuor che il nostro dolor. Negletta prole

Nascemmo al pianto, e la ragione in grembo

De' celesti si posa. Oh cure, oh speme

De' più verd'anni! Alle sembianze il Padre,

Alle amene sembianze eterno regno

Diè nelle genti; e per virili imprese,

Per dotta lira o canto,

Virtù non luce in disadorno ammanto.

Morremo. Il velo indegno a terra sparto

Rifuggirà l'ignudo animo a Dite,

E il crudo fallo emenderà del cieco

Dispensator de' casi. E tu cui lungo

Amore indarno, e lunga fede, e vano

D'implacato desio furor mi strinse,

Vivi felice, se felice in terra

Visse nato mortal. Me non asperse

Del soave licor del doglio avaro

Giove, poi che perir gl'inganni e il sogno

Della mia fanciullezza. Ogni più lieto

Giorno di nostra età primo s'invola.

Sottentra il morbo, e la vecchiezza, e l'ombra

Della gelida morte. Ecco di tante

Sperate palme e dilettosi errori,

Il Tartaro m'avanza; e il prode ingegno

Han la tenaria Diva,

E l'atra notte, e la silente riva.

X

IL PRIMO AMORE

Tornami a mente il dì che la battaglia

D'amor sentii la prima volta, e dissi:

Oimè, se quest'è amor, com'ei travaglia!

Che gli occhi al suol tuttora intenti e fissi,

Io mirava colei ch'a questo core

Primiera il varco ed innocente aprissi.

Ahi come mal mi governasti, amore!

Perché seco dovea sì dolce affetto

Recar tanto desio, tanto dolore?

E non sereno, e non intero e schietto,

Anzi pien di travaglio e di lamento

Al cor mi discendea tanto diletto?

Dimmi, tenero core, or che spavento,

Che angoscia era la tua fra quel pensiero

Presso al qual t'era noia ogni contento?

Quel pensier che nel dì, che lusinghiero

Ti si offeriva nella notte, quando

Tutto queto parea nell'emisfero:

Tu inquieto, e felice e miserando,

M'affaticavi in su le piume il fianco,

Ad ogni or fortemente palpitando.

E dove io tristo ed affannato e stanco

Gli occhi al sonno chiudea, come per febre

Rotto e deliro il sonno venia manco.

Oh come viva in mezzo alle tenebre

Sorgea la dolce imago, e gli occhi chiusi

La contemplavan sotto alle palpebre!

Oh come soavissimi diffusi

Moti per l'ossa mi serpeano, oh come

Mille nell'alma instabili, confusi

Pensieri si volgean! qual tra le chiome

D'antica selva zefiro scorrendo,

Un lungo, incerto mormorar ne prome.

E mentre io taccio, e mentre io non contendo,

Che dicevi, o mio cor, che si partia

Quella per che penando ivi e battendo?

Il cuocer non più tosto io mi sentia

Della vampa d'amor, che il venticello

Che l'aleggiava, volossene via.

Senza sonno io giacea sul dì novello,

E i destrier che dovean farmi deserto,

Battean la zampa sotto al patrio ostello.

Ed io timido e cheto ed inesperto,

Ver lo balcone al buio protendea

L'orecchio avido e l'occhio indarno aperto,

La voce ad ascoltar, se ne dovea

Di quelle labbra uscir, ch'ultima fosse;

La voce, ch'altro il cielo, ahi, mi togliea.

Quante volte plebea voce percosse

Il dubitoso orecchio, e un gel mi prese,

E il core in forse a palpitar si mosse!

E poi che finalmente mi discese

La cara voce al core, e de' cavai

E delle rote il romorio s'intese;

Orbo rimaso allor, mi rannicchiai

Palpitando nel letto e, chiusi gli occhi,

Strinsi il cor con la mano, e sospirai.

Poscia traendo i tremuli ginocchi

Stupidamente per la muta stanza,

Ch'altro sarà, dicea, che il cor mi tocchi?

Amarissima allor la ricordanza

Locommisi nel petto, e mi serrava

Ad ogni voce il core, a ogni sembianza.

E lunga doglia il sen mi ricercava,

Com'è quando a distesa Olimpo piove

Malinconicamente e i campi lava.

Ned io ti conoscea, garzon di nove

E nove Soli, in questo a pianger nato

Quando facevi, amor, le prime prove.

Quando in ispregio ogni piacer, né grato

M'era degli astri il riso, o dell'aurora

Queta il silenzio, o il verdeggiar del prato.

Anche di gloria amor taceami allora

Nel petto, cui scaldar tanto solea,

Che di beltade amor vi fea dimora.

Né gli occhi ai noti studi io rivolgea,

E quelli m'apparian vani per cui

Vano ogni altro desir creduto avea.

Deh come mai da me sì vario fui,

E tanto amor mi tolse un altro amore?

Deh quanto, in verità, vani siam nui!

Solo il mio cor piaceami, e col mio core

In un perenne ragionar sepolto,

Alla guardia seder del mio dolore.

E l'occhio a terra chino o in sé raccolto,

Di riscontrarsi fuggitivo e vago

Né in leggiadro soffria né in turpe volto:

Che la illibata, la candida imago

Turbare egli temea pinta nel seno,

Come all'aure si turba onda di lago.

E quel di non aver goduto appieno

Pentimento, che l'anima ci grava,

E il piacer che passò cangia in veleno,

Per li fuggiti dì mi stimolava

Tuttora il sen: che la vergogna il duro

Suo morso in questo cor già non oprava.

Al cielo, a voi, gentili anime, io giuro

Che voglia non m'entrò bassa nel petto,

Ch'arsi di foco intaminato e puro.

Vive quel foco ancor, vive l'affetto,

Spira nel pensier mio la bella imago,

Da cui, se non celeste, altro diletto

Giammai non ebbi, e sol di lei m'appago.

 

XI

IL PASSERO SOLITARIO

D'in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finché non more il giorno;

Ed erra l'armonia per questa valle.

Primavera dintorno

Brilla nell'aria, e per li campi esulta,

Sì ch'a mirarla intenerisce il core.

Odi greggi belar, muggire armenti;

Gli altri augelli contenti, a gara insieme

Per lo libero ciel fan mille giri,

Pur festeggiando il lor tempo migliore:

Tu pensoso in disparte il tutto miri;

Non compagni, non voli,

Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;

Canti, e così trapassi

Dell'anno e di tua vita il più bel fiore.

Oimè, quanto somiglia

Al tuo costume il mio! Sollazzo e riso,

Della novella età dolce famiglia,

E te german di giovinezza, amore,

Sospiro acerbo de' provetti giorni,

Non curo, io non so come; anzi da loro

Quasi fuggo lontano;

Quasi romito, e strano

Al mio loco natio,

Passo del viver mio la primavera.

Questo giorno ch'omai cede alla sera,

Festeggiar si costuma al nostro borgo.

Odi per lo sereno un suon di squilla,

Odi spesso un tonar di ferree canne,

Che rimbomba lontan di villa in villa.

Tutta vestita a festa

La gioventù del loco

Lascia le case, e per le vie si spande;

E mira ed è mirata, e in cor s'allegra.

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell'aria aprica

Mi fere il Sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

Tu, solingo augellin, venuto a sera

Del viver che daranno a te le stelle,

Certo del tuo costume

Non ti dorrai; che di natura è frutto

Ogni vostra vaghezza.

A me, se di vecchiezza

La detestata soglia

Evitar non impetro,

Quando muti questi occhi all'altrui core,

E lor fia vòto il mondo, e il dì futuro

Del dì presente più noioso e tetro,

Che parrà di tal voglia?

Che di quest'anni miei? che di me stesso?

Ahi pentirommi, e spesso,

Ma sconsolato, volgerommi indietro.

 

XII

L'INFINITO

Sempre caro mi fu quest'ermo colle,

E questa siepe, che da tanta parte

Dell'ultimo orizzonte il guardo esclude.

Ma sedendo e mirando, interminati

Spazi di là da quella, e sovrumani

Silenzi, e profondissima quiete

Io nel pensier mi fingo; ove per poco

Il cor non si spaura. E come il vento

Odo stormir tra queste piante, io quello

Infinito silenzio a questa voce

Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,

E le morte stagioni, e la presente

E viva, e il suon di lei. Così tra questa

Immensità s'annega il pensier mio:

E il naufragar m'è dolce in questo mare.

 

XIII

LA SERA DEL DÌ DI FESTA

Dolce e chiara è la notte e senza vento,

E queta sovra i tetti e in mezzo agli orti

Posa la luna, e di lontan rivela

Serena ogni montagna. O donna mia,

Già tace ogni sentiero, e pei balconi

Rara traluce la notturna lampa:

Tu dormi, che t'accolse agevol sonno

Nelle tue chete stanze; e non ti morde

Cura nessuna; e già non sai né pensi

Quanta piaga m'apristi in mezzo al petto.

Tu dormi: io questo ciel, che sì benigno

Appare in vista, a salutar m'affaccio,

E l'antica natura onnipossente,

Che mi fece all'affanno. A te la speme

Nego, mi disse, anche la speme; e d'altro

Non brillin gli occhi tuoi se non di pianto.

Questo dì fu solenne: or da' trastulli

Prendi riposo; e forse ti rimembra

In sogno a quanti oggi piacesti, e quanti

Piacquero a te: non io, non già ch'io speri,

Al pensier ti ricorro. Intanto io chieggo

Quanto a viver mi resti, e qui per terra

Mi getto, e grido, e fremo. Oh giorni orrendi

In così verde etate! Ahi, per la via

Odo non lunge il solitario canto

Dell'artigian, che riede a tarda notte,

Dopo i sollazzi, al suo povero ostello;

E fieramente mi si stringe il core,

A pensar come tutto al mondo passa,

E quasi orma non lascia. Ecco è fuggito

Il dì festivo, ed al festivo il giorno

Volgar succede, e se ne porta il tempo

Ogni umano accidente. Or dov'è il suono

Di que' popoli antichi? or dov'è il grido

De' nostri avi famosi, e il grande impero

Di quella Roma, e l'armi, e il fragorio

Che n'andò per la terra e l'oceano?

Tutto è pace e silenzio, e tutto posa

Il mondo, e più di lor non si ragiona.

Nella mia prima età, quando s'aspetta

Bramosamente il dì festivo, or poscia

Ch'egli era spento, io doloroso, in veglia,

Premea le piume; ed alla tarda notte

Un canto che s'udia per li sentieri

Lontanando morire a poco a poco,

Già similmente mi stringeva il core.

 

XIV

ALLA LUNA

O graziosa luna, io mi rammento

Che, or volge l'anno, sovra questo colle

Io venia pien d'angoscia a rimirarti:

E tu pendevi allor su quella selva

Siccome or fai, che tutta la rischiari.

Ma nebuloso e tremulo dal pianto

Che mi sorgea sul ciglio, alle mie luci

Il tuo volto apparia, che travagliosa

Era mia vita: ed è, né cangia stile,

O mia diletta luna. E pur mi giova

La ricordanza, e il noverar l'etate

Del mio dolore. Oh come grato occorre

Nel tempo giovanil, quando ancor lungo

La speme e breve ha la memoria il corso,

Il rimembrar delle passate cose,

Ancor che triste, e che l'affanno duri!

 

XV

IL SOGNO

Era il mattino, e tra le chiuse imposte

Per lo balcone insinuava il sole

Nella mia cieca stanza il primo albore;

Quando in sul tempo che più leve il sonno

E più soave le pupille adombra,

Stettemi allato e riguardommi in viso

Il simulacro di colei che amore

Prima insegnommi, e poi lasciommi in pianto.

Morta non mi parea, ma trista, e quale

Degl'infelici è la sembianza. Al capo

Appressommi la destra, e sospirando,

Vivi, mi disse, e ricordanza alcuna

Serbi di noi? Donde, risposi, e come

Vieni, o cara beltà? Quanto, deh quanto

Di te mi dolse e duol: né mi credea

Che risaper tu lo dovessi; e questo

Facea più sconsolato il dolor mio.

Ma sei tu per lasciarmi un'altra volta?

Io n'ho gran tema. Or dimmi, e che t'avvenne?

Sei tu quella di prima? E che ti strugge

Internamente? Obblivione ingombra

I tuoi pensieri, e gli avviluppa il sonno,

Disse colei. Son morta, e mi vedesti

L'ultima volta, or son più lune. Immensa

Doglia m'oppresse a queste voci il petto.

Ella seguì: nel fior degli anni estinta,

Quand'è il viver più dolce, e pria che il core

Certo si renda com'è tutta indarno

L'umana speme. A desiar colei

Che d'ogni affanno il tragge, ha poco andare

L'egro mortal; ma sconsolata arriva

La morte ai giovanetti, e duro è il fato

Di quella speme che sotterra è spenta.

Vano è saper quel che natura asconde

Agl'inesperti della vita, e molto

All'immatura sapienza il cieco

Dolor prevale. Oh sfortunata, oh cara,

Taci, taci, diss'io, che tu mi schianti

Con questi detti il cor. Dunque sei morta,

O mia diletta, ed io son vivo, ed era

Pur fisso in ciel che quei sudori estremi

Cotesta cara e tenerella salma

Provar dovesse, a me restasse intera

Questa misera spoglia? Oh quante volte

In ripensar che più non vivi, e mai

Non avverrà ch'io ti ritrovi al mondo,

Creder nol posso. Ahi ahi, che cosa è questa

Che morte s'addimanda? Oggi per prova

Intenderlo potessi, e il capo inerme

Agli atroci del fato odii sottrarre.

Giovane son, ma si consuma e perde

La giovanezza mia come vecchiezza;

La qual pavento, e pur m'è lunge assai.

Ma poco da vecchiezza si discorda

Il fior dell'età mia. Nascemmo al pianto,

Disse, ambedue; felicità non rise

Al viver nostro; e dilettossi il cielo

De' nostri affanni. Or se di pianto il ciglio,

Soggiunsi, e di pallor velato il viso

Per la tua dipartita, e se d'angoscia

Porto gravido il cor; dimmi: d'amore

Favilla alcuna, o di pietà, giammai

Verso il misero amante il cor t'assalse

Mentre vivesti? Io disperando allora

E sperando traea le notti e i giorni;

Oggi nel vano dubitar si stanca

La mente mia. Che se una volta sola

Dolor ti strinse di mia negra vita,

Non mel celar, ti prego, e mi soccorra

La rimembranza or che il futuro è tolto

Ai nostri giorni. E quella: ti conforta,

O sventurato. Io di pietade avara

Non ti fui mentre vissi, ed or non sono,

Che fui misera anch'io. Non far querela

Di questa infelicissima fanciulla.

Per le sventure nostre, e per l'amore

Che mi strugge, esclamai; per lo diletto

Nome di giovanezza e la perduta

Speme dei nostri dì, concedi, o cara,

Che la tua destra io tocchi. Ed ella, in atto

Soave e tristo, la porgeva. Or mentre

Di baci la ricopro, e d'affannosa

Dolcezza palpitando all'anelante

Seno la stringo, di sudore il volto

Ferveva e il petto, nelle fauci stava

La voce, al guardo traballava il giorno.

Quando colei teneramente affissi

Gli occhi negli occhi miei, già scordi, o caro,

Disse, che di beltà son fatta ignuda?

E tu d'amore, o sfortunato, indarno

Ti scaldi e fremi. Or finalmente addio.

Nostre misere menti e nostre salme

Son disgiunte in eterno. A me non vivi

E mai più non vivrai: già ruppe il fato

La fe che mi giurasti. Allor d'angoscia

Gridar volendo, e spasimando, e pregne

Di sconsolato pianto le pupille,

Dal sonno mi disciolsi. Ella negli occhi

Pur mi restava, e nell'incerto raggio

Del Sol vederla io mi credeva ancora.

 

XVI

LA VITA SOLITARIA

La mattutina pioggia, allor che l'ale

Battendo esulta nella chiusa stanza

La gallinella, ed al balcon s'affaccia

L'abitator de' campi, e il Sol che nasce

I suoi tremuli rai fra le cadenti

Stille saetta, alla capanna mia

Dolcemente picchiando, mi risveglia;

E sorgo, e i lievi nugoletti, e il primo

Degli augelli susurro, e l'aura fresca,

E le ridenti piagge benedico:

Poiché voi, cittadine infauste mura,

Vidi e conobbi assai, là dove segue

Odio al dolor compagno; e doloroso

Io vivo, e tal morrò, deh tosto! Alcuna

Benché scarsa pietà pur mi dimostra

Natura in questi lochi, un giorno oh quanto

Verso me più cortese! E tu pur volgi

Dai miseri lo sguardo; e tu, sdegnando

Le sciagure e gli affanni, alla reina

Felicità servi, o natura. In cielo,

In terra amico agl'infelici alcuno

E rifugio non resta altro che il ferro.

Talor m'assido in solitaria parte,

Sovra un rialto, al margine d'un lago

Di taciturne piante incoronato.

Ivi, quando il meriggio in ciel si volve,

La sua tranquilla imago il Sol dipinge,

Ed erba o foglia non si crolla al vento,

E non onda incresparsi, e non cicala

Strider, né batter penna augello in ramo,

Né farfalla ronzar, né voce o moto

Da presso né da lunge odi né vedi.

Tien quelle rive altissima quiete;

Ond'io quasi me stesso e il mondo obblio

Sedendo immoto; e già mi par che sciolte

Giaccian le membra mie, né spirto o senso

Più le commova, e lor quiete antica

Co' silenzi del loco si confonda.

Amore, amore, assai lungi volasti

Dal petto mio, che fu sì caldo un giorno,

Anzi rovente. Con sua fredda mano

Lo strinse la sciaura, e in ghiaccio è volto

Nel fior degli anni. Mi sovvien del tempo

Che mi scendesti in seno. Era quel dolce

E irrevocabil tempo, allor che s'apre

Al guardo giovanil questa infelice

Scena del mondo, e gli sorride in vista

Di paradiso. Al garzoncello il core

Di vergine speranza e di desio

Balza nel petto; e già s'accinge all'opra

Di questa vita come a danza o gioco

Il misero mortal. Ma non sì tosto,

Amor, di te m'accorsi, e il viver mio

Fortuna avea già rotto, ed a questi occhi

Non altro convenia che il pianger sempre.

Pur se talvolta per le piagge apriche,

Su la tacita aurora o quando al sole

Brillano i tetti e i poggi e le campagne,

Scontro di vaga donzelletta il viso;

O qualor nella placida quiete

D'estiva notte, il vagabondo passo

Di rincontro alle ville soffermando,

L'erma terra contemplo, e di fanciulla

Che all'opre di sua man la notte aggiunge

Odo sonar nelle romite stanze

L'arguto canto; a palpitar si move

Questo mio cor di sasso: ahi, ma ritorna

Tosto al ferreo sopor; ch'è fatto estrano

Ogni moto soave al petto mio.

O cara luna, al cui tranquillo raggio

Danzan le lepri nelle selve; e duolsi

Alla mattina il cacciator, che trova

L'orme intricate e false, e dai covili

Error vario lo svia; salve, o benigna

Delle notti reina. Infesto scende

Il raggio tuo fra macchie e balze o dentro

A deserti edifici, in su l'acciaro

Del pallido ladron ch'a teso orecchio

Il fragor delle rote e de' cavalli

Da lungi osserva o il calpestio de' piedi

Su la tacita via; poscia improvviso

Col suon dell'armi e con la rauca voce

E col funereo ceffo il core agghiaccia

Al passegger, cui semivivo e nudo

Lascia in breve tra' sassi. Infesto occorre

Per le contrade cittadine il bianco

Tuo lume al drudo vil, che degli alberghi

Va radendo le mura e la secreta

Ombra seguendo, e resta, e si spaura

Delle ardenti lucerne e degli aperti

Balconi. Infesto alle malvage menti,

A me sempre benigno il tuo cospetto

Sarà per queste piagge, ove non altro

Che lieti colli e spaziosi campi

M'apri alla vista. Ed ancor io soleva,

Bench'innocente io fossi, il tuo vezzoso

Raggio accusar negli abitati lochi,

Quand'ei m'offriva al guardo umano, e quando

Scopriva umani aspetti al guardo mio.

Or sempre loderollo, o ch'io ti miri

Veleggiar tra le nubi, o che serena

Dominatrice dell'etereo campo,

Questa flebil riguardi umana sede.

Me spesso rivedrai solingo e muto

Errar pe' boschi e per le verdi rive,

O seder sovra l'erbe, assai contento

Se core e lena a sospirar m'avanza.

 

XVII

CONSALVO

Presso alla fin di sua dimora in terra,

Giacea Consalvo; disdegnoso un tempo

Del suo destino; or già non più, che a mezzo

Il quinto lustro, gli pendea sul capo

Il sospirato obblio. Qual da gran tempo,

Così giacea nel funeral suo giorno

Dai più diletti amici abbandonato:

Ch'amico in terra al lungo andar nessuno

Resta a colui che della terra è schivo.

Pur gli era al fianco, da pietà condotta

A consolare il suo deserto stato,

Quella che sola e sempre eragli a mente,

Per divina beltà famosa Elvira;

Conscia del suo poter, conscia che un guardo

Suo lieto, un detto d'alcun dolce asperso,

Ben mille volte ripetuto e mille

Nel costante pensier, sostegno e cibo

Esser solea dell'infelice amante:

Benché nulla d'amor parola udita

Avess'ella da lui. Sempre in quell'alma

Era del gran desio stato più forte

Un sovrano timor. Così l'avea

Fatto schiavo e fanciullo il troppo amore.

Ma ruppe alfin la morte il nodo antico

Alla sua lingua. Poiché certi i segni

Sentendo di quel dì che l'uom discioglie,

Lei, già mossa a partir, presa per mano,

E quella man bianchissinia stringendo,

Disse: tu parti, e l'ora omai ti sforza:

Elvira, addio. Non ti vedrò, ch'io creda,

Un'altra volta. Or dunque addio. Ti rendo

Qual maggior grazia mai delle tue cure

Dar possa il labbro mio. Premio daratti

Chi può, se premio ai pii dal ciel si rende.

Impallidia la bella, e il petto anelo

Udendo le si fea: che sempre stringe

All'uomo il cor dogliosamente, ancora

Ch'estranio sia, chi si diparte e dice,

Addio per sempre. E contraddir voleva,

Dissimulando l'appressar del fato,

Al moribondo. Ma il suo dir prevenne

Quegli, e soggiunse: desiata, e molto,

Come sai, ripregata a me discende,

Non temuta, la morte; e lieto apparmi

Questo feral mio dì. Pesami, è vero,

Che te perdo per sempre. Oimè per sempre

Parto da te. Mi si divide il core

In questo dir. Più non vedrò quegli occhi,

Né la tua voce udrò! Dimmi: ma pria

Di lasciarmi in eterno, Elvira, un bacio

Non vorrai tu donarmi? un bacio solo

In tutto il viver mio? Grazia ch'ei chiegga

Non si nega a chi muor. Né già vantarmi

Potrò del dono, io semispento, a cui

Straniera man le labbra oggi fra poco

Eternamente chiuderà. Ciò detto

Con un sospiro, all'adorata destra

Le fredde labbra supplicando affisse.

Stette sospesa e pensierosa in atto

La bellissima donna; e fiso il guardo,

Di mille vezzi sfavillante, in quello

Tenea dell'infelice, ove l'estrema

Lacrima rilucea. Né dielle il core

Di sprezzar la dimanda, e il mesto addio

Rinacerbir col niego; anzi la vinse

Misericordia dei ben noti ardori.

E quel volto celeste, e quella bocca,

Già tanto desiata, e per molt'anni

Argomento di sogno e di sospiro,

Dolcemente appressando al volto afflitto

E scolorato dal mortale affanno,

Più baci e più, tutta benigna e in vista

D'alta pietà, su le convulse labbra

Del trepido, rapito amante impresse.

Che divenisti allor? quali appariro

Vita, morte, sventura agli occhi tuoi,

Fuggitivo Consalvo? Egli la mano,

Ch'ancor tenea, della diletta Elvira

Postasi al cor, che gli ultimi battea

Palpiti della morte e dell'amore,

Oh, disse, Elvira, Elvira mia! ben sono

In su la terra ancor; ben quelle labbra

Fur le tue labbra, e la tua mano io stringo!

Ahi vision d'estinto, o sogno, o cosa

Incredibil mi par. Deh quanto, Elvira,

Quanto debbo alla morte! Ascoso innanzi

Non ti fu l'amor mio per alcun tempo;

Non a te, non altrui; che non si cela

Vero amore alla terra. Assai palese

Agli atti, al volto sbigottito, agli occhi,

Ti fu: ma non ai detti. Ancora e sempre

Muto sarebbe l'infinito affetto

Che governa il cor mio, se non l'avesse

Fatto ardito il morir. Morrò contento

Del mio destino omai, né più mi dolgo

Ch'aprii le luci al dì. Non vissi indarno,

Poscia che quella bocca alla mia bocca

Premer fu dato. Anzi felice estimo

La sorte mia. Due cose belle ha il mondo:

Amore e morte. All'una il ciel mi guida

In sul fior dell'età; nell'altro, assai

Fortunato mi tengo. Ah, se una volta,

Solo una volta il lungo amor quieto

E pago avessi tu, fora la terra

Fatta quindi per sempre un paradiso

Ai cangiati occhi miei. Fin la vecchiezza,

L'abborrita vecchiezza, avrei sofferto

Con riposato cor: che a sostentarla

Bastato sempre il rimembrar sarebbe

d'un solo istante, e il dir: felice io fui

Sovra tutti i felici. Ahi, ma cotanto

Esser beato non consente il cielo

A natura terrena. Amar tant'oltre

Non è dato con gioia. E ben per patto

In poter del carnefice ai flagelli,

Alle ruote, alle faci ito volando

Sarei dalle tue braccia; e ben disceso

Nel paventato sempiterno scempio.

O Elvira, Elvira, oh lui felice, oh sovra

Gl'immortali beato, a cui tu schiuda

Il sorriso d'amor! felice appresso

Chi per te sparga con la vita il sangue!

Lice, lice al mortal, non è già sogno

Come stimai gran tempo, ahi lice in terra

Provar felicità. Ciò seppi il giorno

Che fiso io ti mirai. Ben per mia morte

Questo m'accadde. E non però quel giorno

Con certo cor giammai, fra tante ambasce,

Quel fiero giorno biasimar sostenni.

Or tu vivi beata, e il mondo abbella,

Elvira mia, col tuo sembiante. Alcuno

Non l'amerà quant'io l'amai. Non nasce

Un altrettale amor. Quanto, deh quanto

Dal misero Consalvo in sì gran tempo

Chiamata fosti, e lamentata, e pianta!

Come al nome d'Elvira, in cor gelando,

Impallidir; come tremar son uso

All'amaro calcar della tua soglia,

A quella voce angelica, all'aspetto

Di quella fronte, io ch'al morir non tremo!

Ma la lena e la vita or vengon meno

Agli accenti d'amor. Passato è il tempo,

Né questo di rimemorar m'è dato.

Elvira, addio. Con la vital favilla

La tua diletta immagine si parte

Dal mio cor finalmente. Addio. Se grave

Non ti fu quest'affetto, al mio feretro

Dimani all'annottar manda un sospiro.

Tacque: né molto andò, che a lui col suono

Mancò lo spirto; e innanzi sera il primo

Suo dì felice gli fuggia dal guardo.

 

XVIII

ALLA SUA DONNA

Cara beltà che amore

Lunge m'inspiri o nascondendo il viso,

Fuor se nel sonno il core

Ombra diva mi scuoti,

O ne' campi ove splenda

Più vago il giorno e di natura il riso;

Forse tu l'innocente

Secol beasti che dall'oro ha nome,

Or leve intra la gente

Anima voli? o te la sorte avara

Ch'a noi t'asconde, agli avvenir prepara?

Viva mirarti omai

Nulla spene m'avanza;

S'allor non fosse, allor che ignudo e solo

Per novo calle a peregrina stanza

Verrà lo spirto mio. Già sul novello

Aprir di mia giornata incerta e bruna,

Te viatrice in questo arido suolo

Io mi pensai. Ma non è cosa in terra

Che ti somigli; e s'anco pari alcuna

Ti fosse al volto, agli atti, alla favella,

Saria, così conforme, assai men bella.

Fra cotanto dolore

Quanto all'umana età propose il fato,

Se vera e quale il mio pensier ti pinge,

Alcun t'amasse in terra, a lui pur fora

Questo viver beato:

E ben chiaro vegg'io siccome ancora

Seguir loda e virtù qual ne' prim'anni

L'amor tuo mi farebbe. Or non aggiunse

Il ciel nullo conforto ai nostri affanni;

E teco la mortal vita saria

Simile a quella che nel cielo india.

Per le valli, ove suona

Del faticoso agricoltore il canto,

Ed io seggo e mi lagno

Del giovanile error che m'abbandona;

E per li poggi, ov'io rimembro e piagno

I perduti desiri, e la perduta

Speme de' giorni miei; di te pensando,

A palpitar mi sveglio. E potess'io,

Nel secol tetro e in questo aer nefando,

L'alta specie serbar; che dell'imago,

Poi che del ver m'è tolto, assai m'appago.

Se dell'eterne idee

L'una sei tu, cui di sensibil forma

Sdegni l'eterno senno esser vestita,

E fra caduche spoglie

Provar gli affanni di funerea vita;

O s'altra terra ne' supremi giri

Fra' mondi innumerabili t'accoglie,

E più vaga del Sol prossima stella

T'irraggia, e più benigno etere spiri;

Di qua dove son gli anni infausti e brevi,

Questo d'ignoto amante inno ricevi.

 

XIX

AL CONTE CARLO PEPOLI

Questo affannoso e travagliato sonno

Che noi vita nomiam, come sopporti,

Pepoli mio? di che speranze il core

Vai sostentando? in che pensieri, in quanto

O gioconde o moleste opre dispensi

L'ozio che ti lasciàr gli avi remoti,

Grave retaggio e faticoso? È tutta,

In ogni umano stato, ozio la vita,

Se quell'oprar, quel procurar che a degno

Obbietto non intende, o che all'intento

Giunger mai non potria, ben si conviene

Ozioso nomar. La schiera industre

Cui franger glebe o curar piante e greggi

Vede l'alba tranquilla e vede il vespro,

Se oziosa dirai, da che sua vita

È per campar la vita, e per sé sola

La vita all'uom non ha pregio nessuno,

Dritto e vero dirai. Le notti e i giorni

Tragge in ozio il nocchiero; ozio il perenne

Sudar nelle officine, ozio le vegghie

Son de' guerrieri e il perigliar nell'armi;

E il mercatante avaro in ozio vive:

Che non a sé, non ad altrui, la bella

Felicità, cui solo agogna e cerca

La natura mortal, veruno acquista

Per cura o per sudor, vegghia o periglio.

Pure all'aspro desire onde i mortali

Già sempre infin dal dì che il mondo nacque

D'esser beati sospiraro indarno,

Di medicina in loco apparecchiate

Nella vita infelice avea natura

Necessità diverse, a cui non senza

Opra e pensier si provvedesse, e pieno,

Poi che lieto non può, corresse il giorno

All'umana famiglia; onde agitato

E confuso il desio, men loco avesse

Al travagliarne il cor. Così de' bruti

La progenie infinita, a cui pur solo,

Né men vano che a noi, vive nel petto

Desio d'esser beati; a quello intenta

Che a lor vita è mestier, di noi men tristo

Condur si scopre e men gravoso il tempo,

Né la lentezza accagionar dell'ore.

Ma noi, che il viver nostro all'altrui mano

Provveder commettiamo, una più grave

Necessità, cui provveder non puote

Altri che noi, già senza tedio e pena

Non adempiam: necessitate, io dico,

Di consumar la vita: improba, invitta

Necessità, cui non tesoro accolto,

Non di greggi dovizia, o pingui campi,

Non aula puote e non purpureo manto

Sottrar l'umana prole. Or s'altri, a sdegno

I vòti anni prendendo, e la superna

Luce odiando, l'omicida mano,

I tardi fati a prevenir condotto,

In se stesso non torce; al duro morso

Della brama insanabile che invano

Felicità richiede, esso da tutti

Lati cercando, mille inefficaci

Medicine procaccia, onde quell'una

Cui natura apprestò, mal si compensa.

Lui delle vesti e delle chiome il culto

E degli atti e dei passi, e i vani studi

Di cocchi e di cavalli, e le frequenti

Sale, e le piazze romorose, e gli orti,

Lui giochi e cene e invidiate danze

Tengon la notte e il giorno; a lui dal labbro

Mai non si parte il riso; ahi, ma nel petto,

Nell'imo petto, grave, salda, immota

Come colonna adamantina, siede

Noia immortale, incontro a cui non puote

Vigor di giovanezza, e non la crolla

Dolce parola di rosato labbro,

E non lo sguardo tenero, tremante,

Di due nere pupille, il caro sguardo,

La più degna del ciel cosa mortale.

Altri, quasi a fuggir volto la trista

Umana sorte, in cangiar terre e climi

L'età spendendo, e mari e poggi errando

Tutto l'orbe trascorre, ogni confine

Degli spazi che all'uom negl'infiniti

Campi del tutto la natura aperse,

Peregrinando aggiunge. Ahi ahi, s'asside

Su l'alte prue la negra cura, e sotto

Ogni clima, ogni ciel, si chiama indarno

Felicità, vive tristezza e regna.

Havvi chi le crudeli opre di marte

Si elegge a passar l'ore, e nel fraterno

Sangue la man tinge per ozio; ed havvi

Chi d'altrui danni si conforta, e pensa

Con far misero altrui far sé men tristo,

Sì che nocendo usar procaccia il tempo.

E chi virtute o sapienza ed arti

Perseguitando; e chi la propria gente

Conculcando e l'estrane, o di remoti

Lidi turbando la quiete antica

Col mercatar, con l'armi, e con le frodi,

La destinata sua vita consuma.

Te più mite desio, cura più dolce

Regge nel fior di gioventù, nel bello

April degli anni, altrui giocondo e primo

Dono del ciel, ma grave, amaro, infesto

A chi patria non ha. Te punge e move

Studio de' carmi e di ritrar parlando

Il bel che raro e scarso e fuggitivo

Appar nel mondo, e quel che più benigna

Di natura e del ciel, fecondamente

A noi la vaga fantasia produce

E il nostro proprio error. Ben mille volte

Fortunato colui che la caduca

Virtù del caro immaginar non perde

Per volger d'anni; a cui serbare eterna

La gioventù del cor diedero i fati;

Che nella ferma e nella stanca etade,

Così come solea nell'età verde,

In suo chiuso pensier natura abbella,

Morte, deserto avviva. A te conceda

Tanta ventura il ciel; ti faccia un tempo

La favilla che il petto oggi ti scalda,

Di poesia canuto amante. Io tutti

Della prima stagione i dolci inganni

Mancar già sento, e dileguar dagli occhi

Le dilettose immagini, che tanto

Amai, che sempre infino all'ora estrema

Mi fieno, a ricordar, bramate e piante.

Or quando al tutto irrigidito e freddo

Questo petto sarà, né degli aprichi

Campi il sereno e solitario riso,

Né degli augelli mattutini il canto

Di primavera, né per colli e piagge

Sotto limpido ciel tacita luna

Commoverammi il cor; quando mi fia

Ogni beltate o di natura o d'arte,

Fatta inanime e muta; ogni alto senso,

Ogni tenero affetto, ignoto e strano;

Del mio solo conforto allor mendico,

Altri studi men dolci, in ch'io riponga

L'ingrato avanzo della ferrea vita,

Eleggerò. L'acerbo vero, i ciechi

Destini investigar delle mortali

E dell'eterne cose; a che prodotta,

A che d'affanni e di miserie carca

L'umana stirpe; a quale ultimo intento

Lei spinga il fato e la natura; a cui

Tanto nostro dolor diletti o giovi:

Con quali ordini e leggi a che si volva

Questo arcano universo; il qual di lode

Colmano i saggi, io d'ammirar son pago.

In questo specolar gli ozi traendo

Verrò: che conosciuto, ancor che tristo,

Ha suoi diletti il vero. E se del vero

Ragionando talor, fieno alle genti

O mal grati i miei detti o non intesi,

Non mi dorrò, che già del tutto il vago

Desio di gloria antico in me fia spento:

Vana Diva non pur, ma di fortuna

E del fato e d'amor, Diva più cieca.

 

XX

IL RISORGIMENTO

Credei ch'al tutto fossero

In me, sul fior degli anni,

Mancati i dolci affanni

Della mia prima età:

I dolci affanni, i teneri

Moti del cor profondo,

Qualunque cosa al mondo

Grato il sentir ci fa.

Quante querele e lacrime

Sparsi nel novo stato,

Quando al mio cor gelato

Prima il dolor mancò!

Mancàr gli usati palpiti,

L'amor mi venne meno,

E irrigidito il seno

Di sospirar cessò!

Piansi spogliata, esanime

Fatta per me la vita

La terra inaridita,

Chiusa in eterno gel;

Deserto il dì; la tacita

Notte più sola e bruna;

Spenta per me la luna,

Spente le stelle in ciel.

Pur di quel pianto origine

Era l'antico affetto:

Nell'intimo del petto

Ancor viveva il cor.

Chiedea l'usate immagini

La stanca fantasia;

E la tristezza mia

Era dolore ancor.

Fra poco in me quell'ultimo

Dolore anco fu spento,

E di più far lamento

Valor non mi restò.

Giacqui: insensato, attonito,

Non dimandai conforto:

Quasi perduto e morto,

Il cor s'abbandonò.

Qual fui! quanto dissimile

Da quel che tanto ardore,

Che sì beato errore

Nutrii nell'alma un dì!

La rondinella vigile,

Alle finestre intorno

Cantando al novo giorno,

Il cor non mi ferì:

Non all'autunno pallido

In solitaria villa,

La vespertina squilla,

Il fuggitivo Sol.

Invan brillare il vespero

Vidi per muto calle,

Invan sonò la valle

Del flebile usignol.

E voi, pupille tenere,

Sguardi furtivi, erranti,

Voi de' gentili amanti

Primo, immortale amor,

Ed alla mano offertami

Candida ignuda mano,

Foste voi pure invano

Al duro mio sopor.

D'ogni dolcezza vedovo,

Tristo; ma non turbato,

Ma placido il mio stato,

Il volto era seren.

Desiderato il termine

Avrei del viver mio;

Ma spento era il desio

Nello spossato sen.

Qual dell'età decrepita

L'avanzo ignudo e vile,

Io conducea l'aprile

Degli anni miei così:

Così quegl'ineffabili

Giorni, o mio cor, traevi,

Che sì fugaci e brevi

Il cielo a noi sortì.

Chi dalla grave, immemore

Quiete or mi ridesta?

Che virtù nova è questa,

Questa che sento in me?

Moti soavi, immagini,

Palpiti, error beato,

Per sempre a voi negato

Questo mio cor non è?

Siete pur voi quell'unica

Luce de' giorni miei?

Gli affetti ch'io perdei

Nella novella età?

Se al ciel, s'ai verdi margini,

Ovunque il guardo mira,

Tutto un dolor mi spira,

Tutto un piacer mi dà.

Meco ritorna a vivere

La piaggia, il bosco, il monte;

Parla al mio core il fonte,

Meco favella il mar.

Chi mi ridona il piangere

Dopo cotanto obblio?

E come al guardo mio

Cangiato il mondo appar?

Forse la speme, o povero

Mio cor, ti volse un riso?

Ahi della speme il viso

Io non vedrò mai più.

Proprii mi diede i palpiti,

Natura, e i dolci inganni.

Sopiro in me gli affanni

L'ingenita virtù;

Non l'annullàr: non vinsela

Il fato e la sventura;

Non con la vista impura

L'infausta verità.

Dalle mie vaghe immagini

So ben ch'ella discorda:

So che natura è sorda,

Che miserar non sa.

Che non del ben sollecita

Fu, ma dell'esser solo:

Purché ci serbi al duolo,

Or d'altro a lei non cal.

So che pietà fra gli uomini

Il misero non trova;

Che lui, fuggendo, a prova

Schernisce ogni mortal.

Che ignora il tristo secolo

Gl'ingegni e le virtudi;

Che manca ai degni studi

L'ignuda gloria ancor.

E voi, pupille tremule,

Voi, raggio sovrumano,

So che splendete invano,

Che in voi non brilla amor.

Nessuno ignoto ed intimo

Affetto in voi non brilla:

Non chiude una favilla

Quel bianco petto in sé.

Anzi d'altrui le tenere

Cure suol porre in gioco;

E d'un celeste foco

Disprezzo è la mercè.

Pur sento in me rivivere

Gl'inganni aperti e noti;

E, de' suoi proprii moti

Si maraviglia il sen.

Da te, mio cor, quest'ultimo

Spirto, e l'ardor natio,

Ogni conforto mio

Solo da te mi vien.

Mancano, il sento, all'anima

Alta, gentile e pura,

La sorte, la natura,

Il mondo e la beltà.

Ma se tu vivi, o misero,

Se non concedi al fato,

Non chiamerò spietato

Chi lo spirar mi dà.

 

XXI

A SILVIA

Silvia, rimembri ancora

Quel tempo della tua vita mortale,

Quando beltà splendea

Negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi,

E tu, lieta e pensosa, il limitare

Di gioventù salivi?

Sonavan le quiete

Stanze, e le vie dintorno,

Al tuo perpetuo canto,

Allor che all'opre femminili intenta

Sedevi, assai contenta

Di quel vago avvenir che in mente avevi.

Era il maggio odoroso: e tu solevi

Così menare il giorno.

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D'in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Mirava il ciel sereno,

Le vie dorate e gli orti,

E quinci il mar da lungi, e quindi il monte.

Lingua mortal non dice

Quel ch'io sentiva in seno.

Che pensieri soavi,

Che speranze, che cori, o Silvia mia!

Quale allor ci apparia

La vita umana e il fato!

Quando sovviemmi di cotanta speme,

Un affetto mi preme

Acerbo e sconsolato,

E tornami a doler di mia sventura.

O natura, o natura,

Perché non rendi poi

Quel che prometti allor? perché di tanto

Inganni i figli tuoi?

Tu pria che l'erbe inaridisse il verno,

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella. E non vedevi

Il fior degli anni tuoi;

Non ti molceva il core

La dolce lode or delle negre chiome,

Or degli sguardi innamorati e schivi;

Né teco le compagne ai dì festivi

Ragionavan d'amore.

Anche peria fra poco

La speranza mia dolce: agli anni miei

Anche negaro i fati

La giovanezza. Ahi come,

Come passata sei,

Cara compagna dell'età mia nova,

Mia lacrimata speme!

Questo è quel mondo? questi

I diletti, l'amor, l'opre, gli eventi

Onde cotanto ragionammo insieme?

Questa la sorte dell'umane genti?

All'apparir del vero

Tu, misera, cadesti: e con la mano

La fredda morte ed una tomba ignuda

Mostravi di lontano.

 

XXII

LE RICORDANZE

Vaghe stelle dell'Orsa, io non credea

Tornare ancor per uso a contemplarvi

Sul paterno giardino scintillanti,

E ragionar con voi dalle finestre

Di questo albergo ove abitai fanciullo,

E delle gioie mie vidi la fine.

Quante immagini un tempo, e quante fole

Creommi nel pensier l'aspetto vostro

E delle luci a voi compagne! allora

Che, tacito, seduto in verde zolla,

Delle sere io solea passar gran parte

Mirando il cielo, ed ascoltando il canto

Della rana rimota alla campagna!

E la lucciola errava appo le siepi

E in su l'aiuole, susurrando al vento

I viali odorati, ed i cipressi

Là nella selva; e sotto al patrio tetto

Sonavan voci alterne, e le tranquille

Opre de' servi. E che pensieri immensi,

Che dolci sogni mi spirò la vista

Di quel lontano mar, quei monti azzurri,

Che di qua scopro, e che varcare un giorno

Io mi pensava, arcani mondi, arcana

Felicità fingendo al viver mio!

Ignaro del mio fato, e quante volte

Questa mia vita dolorosa e nuda

Volentier con la morte avrei cangiato.

Né mi diceva il cor che l'età verde

Sarei dannato a consumare in questo

Natio borgo selvaggio, intra una gente

Zotica, vil; cui nomi strani, e spesso

Argomento di riso e di trastullo,

Son dottrina e saper; che m'odia e fugge,

Per invidia non già, che non mi tiene

Maggior di sé, ma perché tale estima

Ch'io mi tenga in cor mio, sebben di fuori

A persona giammai non ne fo segno.

Qui passo gli anni, abbandonato, occulto,

Senz'amor, senza vita; ed aspro a forza

Tra lo stuol de' malevoli divengo:

Qui di pietà mi spoglio e di virtudi,

E sprezzator degli uomini mi rendo,

Per la greggia ch'ho appresso: e intanto vola

Il caro tempo giovanil; più caro

Che la fama e l'allor, più che la pura

Luce del giorno, e lo spirar: ti perdo

Senza un diletto, inutilmente, in questo

Soggiorno disumano, intra gli affanni,

O dell'arida vita unico fiore.

Viene il vento recando il suon dell'ora

Dalla torre del borgo. Era conforto

Questo suon, mi rimembra, alle mie notti,

Quando fanciullo, nella buia stanza,

Per assidui terrori io vigilava,

Sospirando il mattin. Qui non è cosa

Ch'io vegga o senta, onde un'immagin dentro

Non torni, e un dolce rimembrar non sorga.

Dolce per sé; ma con dolor sottentra

Il pensier del presente, un van desio

Del passato, ancor tristo, e il dire: io fui.

Quella loggia colà, volta agli estremi

Raggi del dì; queste dipinte mura,

Quei figurati armenti, e il Sol che nasce

Su romita campagna, agli ozi miei

Porser mille diletti allor che al fianco

M'era, parlando, il mio possente errore

Sempre, ov'io fossi. In queste sale antiche,

Al chiaror delle nevi, intorno a queste

Ampie finestre sibilando il vento,

Rimbombaro i sollazzi e le festose

Mie voci al tempo che l'acerbo, indegno

Mistero delle cose a noi si mostra

Pien di dolcezza; indelibata, intera

Il garzoncel, come inesperto amante,

La sua vita ingannevole vagheggia,

E celeste beltà fingendo ammira.

O speranze, speranze; ameni inganni

Della mia prima età! sempre, parlando,

Ritorno a voi; che per andar di tempo,

Per variar d'affetti e di pensieri,

Obbliarvi non so. Fantasmi, intendo,

Son la gloria e l'onor; diletti e beni

Mero desio; non ha la vita un frutto,

Inutile miseria. E sebben vòti

Son gli anni miei, sebben deserto, oscuro

Il mio stato mortal, poco mi toglie

La fortuna, ben veggo. Ahi, ma qualvolta

A voi ripenso, o mie speranze antiche,

Ed a quel caro immaginar mio primo;

Indi riguardo il viver mio sì vile

E sì dolente, e che la morte è quello

Che di cotanta speme oggi m'avanza;

Sento serrarmi il cor, sento ch'al tutto

Consolarmi non so del mio destino.

E quando pur questa invocata morte

Sarammi allato, e sarà giunto il fine

Della sventura mia; quando la terra

Mi fia straniera valle, e dal mio sguardo

Fuggirà l'avvenir; di voi per certo

Risovverrammi; e quell'imago ancora

Sospirar mi farà, farammi acerbo

L'esser vissuto indarno, e la dolcezza

Del dì fatal tempererà d'affanno.

E già nel primo giovanil tumulto

Di contenti, d'angosce e di desio,

Morte chiamai più volte, e lungamente

Mi sedetti colà su la fontana

Pensoso di cessar dentro quell'acque

La speme e il dolor mio. Poscia, per cieco

Malor, condotto della vita in forse,

Piansi la bella giovanezza, e il fiore

De' miei poveri dì, che sì per tempo

Cadeva: e spesso all'ore tarde, assiso

Sul conscio letto, dolorosamente

Alla fioca lucerna poetando,

Lamentai co' silenzi e con la notte

Il fuggitivo spirto, ed a me stesso

In sul languir cantai funereo canto.

Chi rimembrar vi può senza sospiri,

O primo entrar di giovinezza, o giorni

Vezzosi, inenarrabili, allor quando

Al rapito mortal primieramente

Sorridon le donzelle; a gara intorno

Ogni cosa sorride; invidia tace,

Non desta ancora ovver benigna; e quasi

(Inusitata maraviglia!) il mondo

La destra soccorrevole gli porge,

Scusa gli errori suoi, festeggia il novo

Suo venir nella vita, ed inchinando

Mostra che per signor l'accolga e chiami?

Fugaci giorni! a somigliar d'un lampo

Son dileguati. E qual mortale ignaro

Di sventura esser può, se a lui già scorsa

Quella vaga stagion, se il suo buon tempo,

Se giovanezza, ahi giovanezza, è spenta?

O Nerina! e di te forse non odo

Questi luoghi parlar? caduta forse

Dal mio pensier sei tu? Dove sei gita,

Che qui sola di te la ricordanza

Trovo, dolcezza mia? Più non ti vede

Questa Terra natal: quella finestra,

Ond'eri usata favellarmi, ed onde

Mesto riluce delle stelle il raggio,

È deserta. Ove sei, che più non odo

La tua voce sonar, siccome un giorno,

Quando soleva ogni lontano accento

Del labbro tuo, ch'a me giungesse, il volto

Scolorarmi? Altro tempo. I giorni tuoi

Furo, mio dolce amor. Passasti. Ad altri

Il passar per la terra oggi è sortito,

E l'abitar questi odorati colli.

Ma rapida passasti; e come un sogno

Fu la tua vita. Iva danzando; in fronte

La gioia ti splendea, splendea negli occhi

Quel confidente immaginar, quel lume

Di gioventù, quando spegneali il fato,

E giacevi. Ahi Nerina! In cor mi regna

L'antico amor. Se a feste anco talvolta,

Se a radunanze io movo, infra me stesso

Dico: o Nerina, a radunanze, a feste

Tu non ti acconci più, tu più non movi.

Se torna maggio, e ramoscelli e suoni

Van gli amanti recando alle fanciulle,

Dico: Nerina mia, per te non torna

Primavera giammai, non torna amore.

Ogni giorno sereno, ogni fiorita

Piaggia ch'io miro, ogni goder ch'io sento,

Dico: Nerina or più non gode; i campi,

L'aria non mira. Ahi tu passasti, eterno

Sospiro mio: passasti: e fia compagna

D'ogni mio vago immaginar, di tutti

I miei teneri sensi, i tristi e cari

Moti del cor, la rimembranza acerba.

 

XXIII

CANTO NOTTURNO

DI UN PASTORE ERRANTE DELL'ASIA

Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai,

Silenziosa luna?

Sorgi la sera, e vai,

Contemplando i deserti; indi ti posi.

Ancor non sei tu paga

Di riandare i sempiterni calli?

Ancor non prendi a schivo, ancor sei vaga

Di mirar queste valli?

Somiglia alla tua vita

La vita del pastore.

Sorge in sul primo albore;

Move la greggia oltre pel campo, e vede

Greggi, fontane ed erbe;

Poi stanco si riposa in su la sera:

Altro mai non ispera.

Dimmi, o luna: a che vale

Al pastor la sua vita,

La vostra vita a voi? dimmi: ove tende

Questo vagar mio breve,

Il tuo corso immortale?

Vecchierel bianco, infermo,

Mezzo vestito e scalzo,

Con gravissimo fascio in su le spalle,

Per montagna e per valle,

Per sassi acuti, ed alta rena, e fratte,

Al vento, alla tempesta, e quando avvampa

L'ora, e quando poi gela,

Corre via, corre, anela,

Varca torrenti e stagni,

Cade, risorge, e più e più s'affretta,

Senza posa o ristoro,

Lacero, sanguinoso; infin ch'arriva

Colà dove la via

E dove il tanto affaticar fu volto:

Abisso orrido, immenso,

Ov'ei precipitando, il tutto obblia.

Vergine luna, tale

È la vita mortale.

Nasce l'uomo a fatica,

Ed è rischio di morte il nascimento.

Prova pena e tormento

Per prima cosa; e in sul principio stesso

La madre e il genitore

Il prende a consolar dell'esser nato.

Poi che crescendo viene,

L'uno e l'altro il sostiene, e via pur sempre

Con atti e con parole

Studiasi fargli core,

E consolarlo dell'umano stato:

Altro ufficio più grato

Non si fa da parenti alla lor prole.

Ma perché dare al sole,

Perché reggere in vita

Chi poi di quella consolar convenga?

Se la vita è sventura

Perché da noi si dura?

Intatta luna, tale

E` lo stato mortale.

Ma tu mortal non sei,

E forse del mio dir poco ti cale.

Pur tu, solinga, eterna peregrina,

Che sì pensosa sei, tu forse intendi,

Questo viver terreno,

Il patir nostro, il sospirar, che sia;

Che sia questo morir, questo supremo

Scolorar del sembiante,

E perir dalla terra, e venir meno

Ad ogni usata, amante compagnia.

E tu certo comprendi

Il perché delle cose, e vedi il frutto

Del mattin, della sera,

Del tacito, infinito andar del tempo.

Tu sai, tu certo, a qual suo dolce amore

Rida la primavera,

A chi giovi l'ardore, e che procacci

Il verno co' suoi ghiacci.

Mille cose sai tu, mille discopri,

Che son celate al semplice pastore.

Spesso quand'io ti miro

Star così muta in sul deserto piano,

Che, in suo giro lontano, al ciel confina;

Ovver con la mia greggia

Seguirmi viaggiando a mano a mano;

E quando miro in cielo arder le stelle;

Dico fra me pensando:

A che tante facelle?

Che fa l'aria infinita, e quel profondo

Infinito seren? che vuol dir questa

Solitudine immensa? ed io che sono?

Così meco ragiono: e della stanza

Smisurata e superba,

E dell'innumerabile famiglia;

Poi di tanto adoprar, di tanti moti

D'ogni celeste, ogni terrena cosa,

Girando senza posa,

Per tornar sempre là donde son mosse;

Uso alcuno, alcun frutto

Indovinar non so. Ma tu per certo,

Giovinetta immortal, conosci il tutto.

Questo io conosco e sento,

Che degli eterni giri,

Che dell'esser mio frale,

Qualche bene o contento

Avrà fors'altri; a me la vita è male.

O greggia mia che posi, oh te beata,

Che la miseria tua, credo, non sai!

Quanta invidia ti porto!

Non sol perché d'affanno

Quasi libera vai;

Ch'ogni stento, ogni danno,

Ogni estremo timor subito scordi;

Ma più perché giammai tedio non provi.

Quando tu siedi all'ombra, sovra l'erbe,

Tu se' queta e contenta;

E gran parte dell'anno

Senza noia consumi in quello stato.

Ed io pur seggo sovra l'erbe, all'ombra,

E un fastidio m'ingombra

La mente, ed uno spron quasi mi punge

Sì che, sedendo, più che mai son lunge

Da trovar pace o loco.

E pur nulla non bramo,

E non ho fino a qui cagion di pianto.

Quel che tu goda o quanto,

Non so già dir; ma fortunata sei.

Ed io godo ancor poco,

O greggia mia, né di ciò sol mi lagno.

Se tu parlar sapessi, io chiederei:

Dimmi: perché giacendo

A bell'agio, ozioso,

S'appaga ogni animale;

Me, s'io giaccio in riposo, il tedio assale?

Forse s'avess'io l'ale

Da volar su le nubi,

E noverar le stelle ad una ad una,

O come il tuono errar di giogo in giogo,

Più felice sarei, dolce mia greggia,

Più felice sarei, candida luna.

O forse erra dal vero,

Mirando all'altrui sorte, il mio pensiero:

Forse in qual forma, in quale

Stato che sia, dentro covile o cuna,

È funesto a chi nasce il dì natale.

XXIV

LA QUIETE DOPO LA TEMPESTA

Passata è la tempesta:

Odo augelli far festa, e la gallina,

Tornata in su la via,

Che ripete il suo verso. Ecco il sereno

Rompe là da ponente, alla montagna;

Sgombrasi la campagna,

E chiaro nella valle il fiume appare.

Ogni cor si rallegra, in ogni lato

Risorge il romorio

Torna il lavoro usato.

L'artigiano a mirar l'umido cielo,

Con l'opra in man, cantando,

Fassi in su l'uscio; a prova

Vien fuor la femminetta a còr dell'acqua

Della novella piova;

E l'erbaiuol rinnova

Di sentiero in sentiero

Il grido giornaliero.

Ecco il Sol che ritorna, ecco sorride

Per li poggi e le ville. Apre i balconi,

Apre terrazzi e logge la famiglia:

E, dalla via corrente, odi lontano

Tintinnio di sonagli; il carro stride

Del passeggier che il suo cammin ripiglia.

Si rallegra ogni core.

Sì dolce, sì gradita

Quand'è, com'or, la vita?

Quando con tanto amore

L'uomo a' suoi studi intende?

O torna all'opre? o cosa nova imprende?

Quando de' mali suoi men si ricorda?

Piacer figlio d'affanno;

Gioia vana, ch'è frutto

Del passato timore, onde si scosse

E paventò la morte

Chi la vita abborria;

Onde in lungo tormento,

Fredde, tacite, smorte,

Sudàr le genti e palpitàr, vedendo

Mossi alle nostre offese

Folgori, nembi e vento.

O natura cortese,

Son questi i doni tuoi,

Questi i diletti sono

Che tu porgi ai mortali. Uscir di pena

È diletto fra noi.

Pene tu spargi a larga mano; il duolo

Spontaneo sorge e di piacer, quel tanto

Che per mostro e miracolo talvolta

Nasce d'affanno, è gran guadagno. Umana

Prole cara agli eterni! assai felice

Se respirar ti lice

D'alcun dolor: beata

Se te d'ogni dolor morte risana.

 

XXV

IL SABATO DEL VILLAGGIO

La donzelletta vien dalla campagna,

In sul calar del sole,

Col suo fascio dell'erba; e reca in mano

Un mazzolin di rose e di viole,

Onde, siccome suole,

Ornare ella si appresta

Dimani, al dì di festa, il petto e il crine.

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella,

Incontro là dove si perde il giorno;

E novellando vien del suo buon tempo,

Quando ai dì della festa ella si ornava,

Ed ancor sana e snella

Solea danzar la sera intra di quei

Ch'ebbe compagni dell'età più bella.

Già tutta l'aria imbruna,

Torna azzurro il sereno, e tornan l'ombre

Giù da' colli e da' tetti,

Al biancheggiar della recente luna.

Or la squilla dà segno

Della festa che viene;

Ed a quel suon diresti

Che il cor si riconforta.

I fanciulli gridando

Su la piazzuola in frotta,

E qua e là saltando,

Fanno un lieto romore:

E intanto riede alla sua parca mensa,

Fischiando, il zappatore,

E seco pensa al dì del suo riposo.

Poi quando intorno è spenta ogni altra face,

E tutto l'altro tace,

Odi il martel picchiare, odi la sega

Del legnaiuol, che veglia

Nella chiusa bottega alla lucerna,

E s'affretta, e s'adopra

Di fornir l'opra anzi il chiarir dell'alba.

Questo di sette è il più gradito giorno,

Pien di speme e di gioia:

Diman tristezza e noia

Recheran l'ore, ed al travaglio usato

Ciascuno in suo pensier farà ritorno.

Garzoncello scherzoso,

Cotesta età fiorita

È come un giorno d'allegrezza pieno,

Giorno chiaro, sereno,

Che precorre alla festa di tua vita.

Godi, fanciullo mio; stato soave,

Stagion lieta è cotesta.

Altro dirti non vo'; ma la tua festa

Ch'anco tardi a venir non ti sia grave.

 

XXVI

IL PENSIERO DOMINANTE

Dolcissimo, possente

Dominator di mia profonda mente;

Terribile, ma caro

Dono del ciel; consorte

Ai lùgubri miei giorni,

Pensier che innanzi a me sì spesso torni.

Di tua natura arcana

Chi non favella? il suo poter fra noi

Chi non sentì? Pur sempre

Che in dir gli effetti suoi

Le umane lingue il sentir proprio sprona,

Par novo ad ascoltar ciò ch'ei ragiona.

Come solinga è fatta

La mente mia d'allora

Che tu quivi prendesti a far dimora!

Ratto d'intorno intorno al par del lampo

Gli altri pensieri miei

Tutti si dileguàr. Siccome torre

In solitario campo,

Tu stai solo, gigante, in mezzo a lei.

Che divenute son, fuor di te solo,

Tutte l'opre terrene,

Tutta intera la vita al guardo mio!

Che intollerabil noia

Gli ozi, i commerci usati,

E di vano piacer la vana spene,

Allato a quella gioia,

Gioia celeste che da te mi viene!

Come da' nudi sassi

Dello scabro Apennino

A un campo verde che lontan sorrida

Volge gli occhi bramoso il pellegrino;

Tal io dal secco ed aspro

Mondano conversar vogliosamente,

Quasi in lieto giardino, a te ritorno,

E ristora i miei sensi il tuo soggiorno.

Quasi incredibil parmi

Che la vita infelice e il mondo sciocco

Già per gran tempo assai

Senza te sopportai;

Quasi intender non posso

Come d'altri desiri,

Fuor ch'a te somiglianti, altri sospiri.

Giammai d'allor che in pria

Questa vita che sia per prova intesi,

Timor di morte non mi strinse il petto.

Oggi mi pare un gioco

Quella che il mondo inetto,

Talor lodando, ognora abborre e trema,

Necessitade estrema;

E se periglio appar, con un sorriso

Le sue minacce a contemplar m'affiso.

Sempre i codardi, e l'alme

Ingenerose, abbiette

Ebbi in dispregio. Or punge ogni atto indegno

Subito i sensi miei;

Move l'alma ogni esempio

Dell'umana viltà subito a sdegno.

Di questa età superba,

Che di vote speranze si nutrica,

Vaga di ciance, e di virtù nemica;

Stolta, che l'util chiede,

E inutile la vita

Quindi più sempre divenir non vede;

Maggior mi sento. A scherno

Ho gli umani giudizi; e il vario volgo

A' bei pensieri infesto,

E degno tuo disprezzator, calpesto.

A quello onde tu movi,

Quale affetto non cede?

Anzi qual altro affetto

Se non quell'uno intra i mortali ha sede?

Avarizia, superbia, odio, disdegno,

Studio d'onor, di regno,

Che sono altro che voglie

Al paragon di lui? Solo un affetto

Vive tra noi: quest'uno,

Prepotente signore,

Dieder l'eterne leggi all'uman core.

Pregio non ha, non ha ragion la vita

Se non per lui, per lui ch'all'uomo è tutto;

Sola discolpa al fato,

Che noi mortali in terra

Pose a tanto patir senz'altro frutto;

Solo per cui talvolta,

Non alla gente stolta, al cor non vile

La vita della morte è più gentile.

Per còr le gioie tue, dolce pensiero,

Provar gli umani affanni,

E sostener molt'anni

Questa vita mortal, fu non indegno;

Ed ancor tornerei,

Così qual son de' nostri mali esperto,

Verso un tal segno a incominciare il corso:

Che tra le sabbie e tra il vipereo morso,

Giammai finor sì stanco

Per lo mortal deserto

Non venni a te, che queste nostre pene

Vincer non mi paresse un tanto bene.

Che mondo mai, che nova

Immensità, che paradiso è quello

Là dove spesso il tuo stupendo incanto

Parmi innalzar! dov'io,

Sott'altra luce che l'usata errando,

Il mio terreno stato

E tutto quanto il ver pongo in obblio!

Tali son, credo, i sogni

Degl'immortali. Ahi finalmente un sogno

In molta parte onde s'abbella il vero

Sei tu, dolce pensiero;

Sogno e palese error. Ma di natura,

Infra i leggiadri errori,

Divina sei; perché sì viva e forte,

Che incontro al ver tenacemente dura,

E spesso al ver s'adegua,

Né si dilegua pria, che in grembo a morte.

E tu per certo, o mio pensier, tu solo

Vitale ai giorni miei,

Cagion diletta d'infiniti affanni,

Meco sarai per morte a un tempo spento:

Ch'a vivi segni dentro l'alma io sento

Che in perpetuo signor dato mi sei.

Altri gentili inganni

Soleami il vero aspetto

Più sempre infievolir. Quanto più torno

A riveder colei

Della qual teco ragionando io vivo,

Cresce quel gran diletto,

Cresce quel gran delirio, ond'io respiro.

Angelica beltade!

Parmi ogni più bel volto, ovunque io miro,

Quasi una finta imago

Il tuo volto imitar. Tu sola fonte

D'ogni altra leggiadria,

Sola vera beltà parmi che sia.

Da che ti vidi pria,

Di qual mia seria cura ultimo obbietto

Non fosti tu? quanto del giorno è scorso,

Ch'io di te non pensassi? ai sogni miei

La tua sovrana imago

Quante volte mancò? Bella qual sogno,

Angelica sembianza,

Nella terrena stanza,

Nell'alte vie dell'universo intero,

Che chiedo io mai, che spero

Altro che gli occhi tuoi veder più vago?

Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

 

XXVII

AMORE E MORTE

Muor giovane colui ch'al cielo è caro

MENANDRO

Fratelli, a un tempo stesso, Amore e Morte

Ingenerò la sorte.

Cose quaggiù sì belle

Altre il mondo non ha, non han le stelle.

Nasce dall'uno il bene,

Nasce il piacer maggiore

Che per lo mar dell'essere si trova;

L'altra ogni gran dolore,

Ogni gran male annulla.

Bellissima fanciulla,

Dolce a veder, non quale

La si dipinge la codarda gente,

Gode il fanciullo Amore

Accompagnar sovente;

E sorvolano insiem la via mortale,

Primi conforti d'ogni saggio core.

Né cor fu mai più saggio

Che percosso d'amor, né mai più forte

Sprezzò l'infausta vita,

Né per altro signore

Come per questo a perigliar fu pronto:

Ch'ove tu porgi aita,

Amor, nasce il coraggio,

O si ridesta; e sapiente in opre,

Non in pensiero invan, siccome suole,

Divien l'umana prole.

Quando novellamente

Nasce nel cor profondo

Un amoroso affetto,

Languido e stanco insiem con esso in petto

Un desiderio di morir si sente:

Come, non so: ma tale

D'amor vero e possente è il primo effetto.

Forse gli occhi spaura

Allor questo deserto: a sé la terra

Forse il mortale inabitabil fatta

Vede omai senza quella

Nova, sola, infinita

Felicità che il suo pensier figura:

Ma per cagion di lei grave procella

Presentendo in suo cor, brama quiete,

Brama raccorsi in porto

Dinanzi al fier disio,

Che già, rugghiando, intorno intorno oscura.

Poi, quando tutto avvolge

La formidabil possa,

E fulmina nel cor l'invitta cura,

Quante volte implorata

Con desiderio intenso,

Morte, sei tu dall'affannoso amante!

Quante la sera, e quante,

Abbandonando all'alba il corpo stanco,

Sé beato chiamò s'indi giammai

Non rilevasse il fianco,

Né tornasse a veder l'amara luce!

E spesso al suon della funebre squilla,

Al canto che conduce

La gente morta al sempiterno obblio,

Con più sospiri ardenti

Dall'imo petto invidiò colui

Che tra gli spenti ad abitar sen giva.

Fin la negletta plebe,

L'uom della villa, ignaro

D'ogni virtù che da saper deriva,

Fin la donzella timidetta e schiva,

Che già di morte al nome

Sentì rizzar le chiome,

Osa alla tomba, alle funeree bende

Fermar lo sguardo di costanza pieno,

Osa ferro e veleno

Meditar lungamente,

E nell'indotta mente

La gentilezza del morir comprende.

Tanto alla morte inclina

D'amor la disciplina. Anco sovente,

A tal venuto il gran travaglio interno

Che sostener nol può forza mortale,

O cede il corpo frale

Ai terribili moti, e in questa forma

Pel fraterno poter Morte prevale;

O così sprona Amor là nel profondo,

Che da se stessi il villanello ignaro,

La tenera donzella

Con la man violenta

Pongon le membra giovanili in terra.

Ride ai lor casi il mondo,

A cui pace e vecchiezza il ciel consenta.

Ai fervidi, ai felici,

Agli animosi ingegni

L'uno o l'altro di voi conceda il fato,

Dolci signori, amici

All'umana famiglia,

Al cui poter nessun poter somiglia

Nell'immenso universo, e non l'avanza,

Se non quella del fato, altra possanza.

E tu, cui già dal cominciar degli anni

Sempre onorata invoco,

Bella Morte, pietosa

Tu sola al mondo dei terreni affanni,

Se celebrata mai

Fosti da me, s'al tuo divino stato

L'onte del volgo ingrato

Ricompensar tentai,

Non tardar più, t'inchina

A disusati preghi,

Chiudi alla luce omai

Questi occhi tristi, o dell'età reina.

Me certo troverai, qual si sia l'ora

Che tu le penne al mio pregar dispieghi,

Erta la fronte, armato,

E renitente al fato,

La man che flagellando si colora

Nel mio sangue innocente

Non ricolmar di lode,

Non benedir, com'usa

Per antica viltà l'umana gente;

Ogni vana speranza onde consola

Se coi fanciulli il mondo,

Ogni conforto stolto

Gittar da me; null'altro in alcun tempo

Sperar, se non te sola;

Solo aspettar sereno

Quel dì ch'io pieghi addormentato il volto

Nel tuo virgineo seno.

 

XXVIII

A SE STESSO

Or poserai per sempre,

Stanco mio cor. Perì l'inganno estremo,

Ch'eterno io mi credei. Perì. Ben sento,

In noi di cari inganni,

Non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai

Palpitasti. Non val cosa nessuna

I moti tuoi, né di sospiri è degna

La terra. Amaro e noia

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T'acqueta omai. Dispera

L'ultima volta. Al gener nostro il fato

Non donò che il morire. Omai disprezza

Te, la natura, il brutto

Poter che, ascoso, a comun danno impera,

E l'infinita vanità del tutto.

 

XXIX

ASPASIA

Torna dinanzi al mio pensier talora

Il tuo sembiante, Aspasia. O fuggitivo

Per abitati lochi a me lampeggia

In altri volti; o per deserti campi,

Al dì sereno, alle tacenti stelle,

Da soave armonia quasi ridesta,

Nell'alma a sgomentarsi ancor vicina

Quella superba vision risorge.

Quanto adorata, o numi, e quale un giorno

Mia delizia ed erinni! E mai non sento

Mover profumo di fiorita piaggia,

Né di fiori olezzar vie cittadine,

Ch'io non ti vegga ancor qual eri il giorno

Che ne' vezzosi appartamenti accolta,

Tutti odorati de' novelli fiori

Di primavera, del color vestita

Della bruna viola, a me si offerse

L'angelica tua forma, inchino il fianco

Sovra nitide pelli, e circonfusa

D'arcana voluttà; quando tu, dotta

Allettatrice, fervidi sonanti

Baci scoccavi nelle curve labbra

De' tuoi bambini, il niveo collo intanto

Porgendo, e lor di tue cagioni ignari

Con la man leggiadrissima stringevi

Al seno ascoso e disiato. Apparve

Novo ciel, nova terra, e quasi un raggio

Divino al pensier mio. Così nel fianco

Non punto inerme a viva forza impresse

Il tuo braccio lo stral, che poscia fitto

Ululando portai finch'a quel giorno

Si fu due volte ricondotto il sole.

Raggio divino al mio pensiero apparve,

Donna, la tua beltà. Simile effetto

Fan la bellezza e i musicali accordi,

Ch'alto mistero d'ignorati Elisi

Paion sovente rivelar. Vagheggia

Il piagato mortal quindi la figlia

Della sua mente, l'amorosa idea,

Che gran parte d'Olimpo in sé racchiude,

Tutta al volto ai costumi alla favella

Pari alla donna che il rapito amante

Vagheggiare ed amar confuso estima.

Or questa egli non già, ma quella, ancora

Nei corporali amplessi, inchina ed ama.

Alfin l'errore e gli scambiati oggetti

Conoscendo, s'adira; e spesso incolpa

La donna a torto. A quella eccelsa imago

Sorge di rado il femminile ingegno;

E ciò che inspira ai generosi amanti

La sua stessa beltà, donna non pensa,

Né comprender potria. Non cape in quelle

Anguste fronti ugual concetto. E male

Al vivo sfolgorar di quegli sguardi

Spera l'uomo ingannato, e mal richiede

Sensi profondi, sconosciuti, e molto

Più che virili, in chi dell'uomo al tutto

Da natura è minor. Che se più molli

E più tenui le membra, essa la mente

Men capace e men forte anco riceve.

Né tu finor giammai quel che tu stessa

Inspirasti alcun tempo al mio pensiero,

Potesti, Aspasia, immaginar. Non sai

Che smisurato amor, che affanni intensi,

Che indicibili moti e che deliri

Movesti in me; né verrà tempo alcuno

Che tu l'intenda. In simil guisa ignora

Esecutor di musici concenti

Quel ch'ei con mano o con la voce adopra

In chi l'ascolta. Or quell'Aspasia è morta

Che tanto amai. Giace per sempre, oggetto

Della mia vita un dì: se non se quanto,

Pur come cara larva, ad ora ad ora

Tornar costuma e disparir. Tu vivi,

Bella non solo ancor, ma bella tanto,

Al parer mio, che tutte l'altre avanzi.

Pur quell'ardor che da te nacque è spento:

Perch'io te non amai, ma quella Diva

Che già vita, or sepolcro, ha nel mio core.

Quella adorai gran tempo; e sì mi piacque

Sua celeste beltà, ch'io, per insino

Già dal principio conoscente e chiaro

Dell'esser tuo, dell'arti e delle frodi,

Pur ne' tuoi contemplando i suoi begli occhi,

Cupido ti seguii finch'ella visse,

Ingannato non già, ma dal piacere

Di quella dolce somiglianza un lungo

Servaggio ed aspro a tollerar condotto.

Or ti vanta, che il puoi. Narra che sola

Sei del tuo sesso a cui piegar sostenni

L'altero capo, a cui spontaneo porsi

L'indomito mio cor. Narra che prima,

E spero ultima certo, il ciglio mio

Supplichevol vedesti, a te dinanzi

Me timido, tremante (ardo in ridirlo

Di sdegno e di rossor), me di me privo,

Ogni tua voglia, ogni parola, ogni atto

Spiar sommessamente, a' tuoi superbi

Fastidi impallidir, brillare in volto

Ad un segno cortese, ad ogni sguardo

Mutar forma e color. Cadde l'incanto,

E spezzato con esso, a terra sparso

Il giogo: onde m'allegro. E sebben pieni

Di tedio, alfin dopo il servire e dopo

Un lungo vaneggiar, contento abbraccio

Senno con libertà. Che se d'affetti

Orba la vita, e di gentili errori,

È notte senza stelle a mezzo il verno,

Già del fato mortale a me bastante

E conforto e vendetta è che su l'erba

Qui neghittoso immobile giacendo,

Il mar la terra e il ciel miro e sorrido.

 

XXX

SOPRA UN BASSORILIEVO ANTICO SEPOLCRALE,

DOVE UNA GIOVANE MORTA

È RAPPRESENTATA IN ATTO DI PARTIRE,

ACCOMIATANDOSI DAI SUOI

Dove vai? chi ti chiama

Lunge dai cari tuoi,

Bellissima donzella?

Sola, peregrinando, il patrio tetto

Sì per tempo abbandoni? a queste soglie

Tornerai tu? farai tu lieti un giorno

Questi ch'oggi ti son piangendo intorno?

Asciutto il ciglio ed animosa in atto,

Ma pur mesta sei tu. Grata la via

O dispiacevol sia, tristo il ricetto

A cui movi o giocondo,

Da quel tuo grave aspetto

Mal s'indovina. Ahi ahi, né già potria

Fermare io stesso in me, né forse al mondo

S'intese ancor, se in disfavore al cielo,

Se cara esser nomata,

Se misera tu debbi o fortunata.

Morte ti chiama; al cominciar del giorno

L'ultimo istante. Al nido onde ti parti,

Non tornerai. L'aspetto

De' tuoi dolci parenti

Lasci per sempre. Il loco

A cui movi, è sotterra:

Ivi fia d'ogni tempo il tuo soggiorno.

Forse beata sei; ma pur chi mira,

Seco pensando, al tuo destin, sospira.

Mai non veder la luce

Era, credo, il miglior. Ma nata, al tempo

Che reina bellezza si dispiega

Nelle membra e nel volto,

Ed incomincia il mondo

Verso lei di lontano ad atterrarsi;

In sul fiorir d'ogni speranza, e molto

Prima che incontro alla festosa fronte

I lùgubri suoi lampi il ver baleni;

Come vapore in nuvoletta accolto

Sotto forme fugaci all'orizzonte,

Dileguarsi così quasi non sorta,

E cangiar con gli oscuri

Silenzi della tomba i dì futuri,

Questo se all'intelletto

Appar felice, invade

D'alta pietade ai più costanti il petto.

Madre temuta e pianta

Dal nascer già dell'animal famiglia,

Natura, illaudabil maraviglia,

Che per uccider partorisci e nutri,

Se danno è del mortale

Immaturo perir, come il consenti

In quei capi innocenti?

Se ben, perché funesta,

Perché sovra ogni male,

A chi si parte, a chi rimane in vita,

Inconsolabil fai tal dipartita?

Misera ovunque miri,

Misera onde si volga, ove ricorra,

Questa sensibil prole!

Piacqueti che delusa

Fosse ancor dalla vita

La speme giovanil; piena d'affanni

L'onda degli anni; ai mali unico schermo

La morte; e questa inevitabil segno,

Questa, immutata legge

Ponesti all'uman corso. Ahi perché dopo

Le travagliose strade, almen la meta

Non ci prescriver lieta? anzi colei

Che per certo futura

Portiam sempre, vivendo, innanzi all'alma,

Colei che i nostri danni

Ebber solo conforto,

Velar di neri panni,

Cinger d'ombra sì trista,

E spaventoso in vista

Più d'ogni flutto dimostrarci il porto?

Già se sventura è questo

Morir che tu destini

A tutti noi che senza colpa, ignari,

Né volontari al vivere abbandoni,

Certo ha chi more invidiabil sorte

A colui che la morte

Sente de' cari suoi. Che se nel vero,

Com'io per fermo estimo,

Il vivere è sventura,

Grazia il morir, chi però mai potrebbe,

Quel che pur si dovrebbe,

Desiar de' suoi cari il giorno estremo,

Per dover egli scemo

Rimaner di se stesso,

Veder d'in su la soglia levar via

La diletta persona

Con chi passato avrà molt'anni insieme,

E dire a quella addio senz'altra speme

Di riscontrarla ancora

Per la mondana via;

Poi solitario abbandonato in terra,

Guardando attorno, all'ore ai lochi usati

Rimemorar la scorsa compagnia?

Come, ahi, come, o natura, il cor ti soffre

Di strappar dalle braccia

All'amico l'amico,

Al fratello il fratello,

La prole al genitore,

All'amante l'amore: e l'uno estinto,

L'altro in vita serbar? Come potesti

Far necessario in noi

Tanto dolor, che sopravviva amando

Al mortale il mortal? Ma da natura

Altro negli atti suoi

Che nostro male o nostro ben si cura.

 

XXXI

SOPRA IL RITRATTO DI UNA BELLA DONNA

SCOLPITO NEL MONUMENTO SEPOLCRALE

DELLA MEDESIMA

Tal fosti: or qui sotterra

Polve e scheletro sei. Su l'ossa e il fango

Immobilmente collocato invano,

Muto, mirando dell'etadi il volo,

Sta, di memoria solo

E di dolor custode, il simulacro

Della scorsa beltà. Quel dolce sguardo,

Che tremar fe', se, come or sembra, immoto

In altrui s'affisò; quel labbro, ond'alto

Par, come d'urna piena,

Traboccare il piacer; quel collo, cinto

Già di desio; quell'amorosa mano,

Che spesso, ove fu porta,

Sentì gelida far la man che strinse;

E il seno, onde la gente

Visibilmente di pallor si tinse,

Furo alcun tempo: or fango

Ed ossa sei: la vista

Vituperosa e trista un sasso asconde.

Così riduce il fato

Qual sembianza fra noi parve più viva

Immagine del ciel. Misterio eterno

Dell'esser nostro. Oggi d'eccelsi, immensi

Pensieri e sensi inenarrabil fonte,

Beltà grandeggia, e pare,

Quale splendor vibrato

Da natura immortal su queste arene,

Di sovrumani fati,

Di fortunati regni e d'aurei mondi

Segno e sicura spene

Dare al mortale stato:

Diman, per lieve forza,

Sozzo a vedere, abominoso, abbietto

Divien quel che fu dianzi

Quasi angelico aspetto,

E dalle menti insieme

Quel che da lui moveva

Ammirabil concetto, si dilegua.

Desiderii infiniti

E visioni altere

Crea nel vago pensiere,

Per natural virtù, dotto concento;

Onde per mar delizioso, arcano

Erra lo spirto umano,

Quasi come a diporto

Ardito notator per l'Oceano:

Ma se un discorde accento

Fere l'orecchio, in nulla

Torna quel paradiso in un momento.

Natura umana, or come,

Se frale in tutto e vile,

Se polve ed ombra sei, tant'alto senti?

Se in parte anco gentile,

Come i più degni tuoi moti e pensieri

Son così di leggeri

Da sì basse cagioni e desti e spenti?

 

 

XXXII

PALINODIA AL MARCHESE GINO CAPPONI

Il sempre sospirar nulla rileva.

PETRARCA

 

Errai, candido Gino; assai gran tempo,

E di gran lunga errai. Misera e vana

Stimai la vita, e sovra l'altre insulsa

La stagion ch'or si volge. Intolleranda

Parve, e fu, la mia lingua alla beata

Prole mortal, se dir si dee mortale

L'uomo, o si può. Fra maraviglia e sdegno,

Dall'Eden odorato in cui soggiorna,

Rise l'alta progenie, e me negletto

Disse, o mal venturoso, e di piaceri

O incapace o inesperto, il proprio fato

Creder comune, e del mio mal consorte

L'umana specie. Alfin per entro il fumo

De' sigari onorato, al romorio

De' crepitanti pasticcini, al grido

Militar, di gelati e di bevande

Ordinator, fra le percosse tazze

E i branditi cucchiai, viva rifulse

Agli occhi miei la giornaliera luce

Delle gazzette. Riconobbi e vidi

La pubblica letizia, e le dolcezze

Del destino mortal. Vidi l'eccelso

Stato e il valor delle terrene cose,

E tutto fiori il corso umano, e vidi

Come nulla quaggiù dispiace e dura.

Né men conobbi ancor gli studi e l'opre

Stupende, e il senno, e le virtudi, e l'alto

Saver del secol mio. Né vidi meno

Da Marrocco al Catai, dall'Orse al Nilo,

E da Boston a Goa, correr dell'alma

Felicità su l'orme a gara ansando

Regni, imperi e ducati; e già tenerla

O per le chiome fluttuanti, o certo

Per l'estremo del boa. Così vedendo,

E meditando sovra i larghi fogli

Profondamente, del mio grave, antico

Errore, e di me stesso, ebbi vergogna.

Auro secolo omai volgono, o Gino,

I fusi delle Parche. Ogni giornale,

Gener vario di lingue e di colonne,

Da tutti i lidi lo promette al mondo

Concordemente. Universale amore,

Ferrate vie, moltiplici commerci,

Vapor, tipi e choléra i più divisi

Popoli e climi stringeranno insieme:

Né maraviglia fia se pino o quercia

Suderà latte e mele, o s'anco al suono

D'un walser danzerà. Tanto la possa

Infin qui de' lambicchi e delle storte,

E le macchine al cielo emulatrici

Crebbero, e tanto cresceranno al tempo

Che seguirà; poiché di meglio in meglio

Senza fin vola e volerà mai sempre

Di Sem, di Cam e di Giapeto il seme.

Ghiande non ciberà certo la terra

Però, se fame non la sforza: il duro

Ferro non deporrà. Ben molte volte

Argento ed or disprezzerà, contenta

A polizze di cambio. E già dal caro

Sangue de' suoi non asterrà la mano

La generosa stirpe: anzi coverte

Fien di stragi l'Europa e l'altra riva

Dell'atlantico mar, fresca nutrice

Di pura civiltà, sempre che spinga

Contrarie in campo le fraterne schiere

Di pepe o di cannella o d'altro aroma

Fatal cagione, o di melate canne,

O cagion qual si sia ch'ad auro torni.

Valor vero e virtù, modestia e fede

E di giustizia amor, sempre in qualunque

Pubblico stato, alieni in tutto e lungi

Da' comuni negozi, ovvero in tutto

Sfortunati saranno, afflitti e vinti;

Perché diè lor natura, in ogni tempo

Starsene in fondo. Ardir protervo e frode,

Con mediocrità, regneran sempre,

A galleggiar sortiti. Imperio e forze,

Quanto più vogli o cumulate o sparse,

Abuserà chiunque avralle, e sotto

Qualunque nome. Questa legge in pria

Scrisser natura e il fato in adamante;

E co' fulmini suoi Volta né Davy

Lei non cancellerà, non Anglia tutta

Con le macchine sue, né con un Gange

Di politici scritti il secol novo.

Sempre il buono in tristezza, il vile in festa

Sempre e il ribaldo: incontro all'alme eccelse

In arme tutti congiurati i mondi

Fieno in perpetuo: al vero onor seguaci

Calunnia, odio e livor: cibo de' forti

Il debole, cultor de' ricchi e servo

Il digiuno mendico, in ogni forma

Di comun reggimento, o presso o lungi

Sien l'eclittica o i poli, eternamente

Sarà, se al gener nostro il proprio albergo

E la face del dì non vengon meno.

Queste lievi reliquie e questi segni

Delle passate età, forza è che impressi

Porti quella che sorge età dell'oro:

Perché mille discordi e repugnanti

L'umana compagnia principii e parti

Ha per natura; e por quegli odii in pace

Non valser gl'intelletti e le possanze

Degli uomini giammai, dal dì che nacque

L'inclita schiatta, e non varrà, quantunque

Saggio sia né possente, al secol nostro

Patto alcuno o giornal. Ma nelle cose

Più gravi, intera, e non veduta innanzi,

Fia la mortal felicità. Più molli

Di giorno in giorno diverran le vesti

O di lana o di seta. I rozzi panni

Lasciando a prova agricoltori e fabbri,

Chiuderanno in coton la scabra pelle,

E di castoro copriran le schiene.

Meglio fatti al bisogno, o più leggiadri

Certamente a veder, tappeti e coltri,

Seggiole, canapè, sgabelli e mense,

Letti, ed ogni altro arnese, adorneranno

Di lor menstrua beltà gli appartamenti;

E nove forme di paiuoli, e nove

Pentole ammirerà l'arsa cucina.

Da Parigi a Calais, di quivi a Londra,

Da Londra a Liverpool, rapido tanto

Sarà, quant'altri immaginar non osa,

Il cammino, anzi il volo: e sotto l'ampie

Vie del Tamigi fia dischiuso il varco,

Opra ardita, immortal, ch'esser dischiuso

Dovea, già son molt'anni. Illuminate

Meglio ch'or son, benché sicure al pari,

Nottetempo saran le vie men trite

Delle città sovrane, e talor forse

Di suddita città le vie maggiori.

Tali dolcezze e sì beata sorte

Alla prole vegnente il ciel destina.

Fortunati color che mentre io scrivo

Miagolanti in su le braccia accoglie

La levatrice! a cui veder s'aspetta

Quei sospirati dì, quando per lunghi

Studi fia noto, e imprenderà col latte

Dalla cara nutrice ogni fanciullo,

Quanto peso di sal, quanto di carni,

E quante moggia di farina inghiotta

Il patrio borgo in ciascun mese; e quanti

In ciascun anno partoriti e morti

Scriva il vecchio prior: quando, per opra

Di possente vapore, a milioni

Impresse in un secondo, il piano e il poggio,

E credo anco del mar gl'immensi tratti,

Come d'aeree gru stuol che repente

Alle late campagne il giorno involi,

Copriran le gazzette, anima e vita

Dell'universo, e di savere a questa

Ed alle età venture unica fonte!

Quale un fanciullo, con assidua cura,

Di fogliolini e di fuscelli, in forma

O di tempio o di torre o di palazzo,

Un edificio innalza; e come prima

Fornito il mira, ad atterrarlo è volto,

Perché gli stessi a lui fuscelli e fogli

Per novo lavorio son di mestieri;

Così natura ogni opra sua, quantunque

D'alto artificio a contemplar, non prima

Vede perfetta, ch'a disfarla imprende,

Le parti sciolte dispensando altrove.

E indarno a preservar se stesso ed altro

Dal gioco reo, la cui ragion gli è chiusa

Eternamente, il mortal seme accorre

Mille virtudi oprando in mille guise

Con dotta man: che, d'ogni sforzo in onta,

La natura crudel, fanciullo invitto,

Il suo capriccio adempie, e senza posa

Distruggendo e formando si trastulla.

Indi varia, infinita una famiglia

Di mali immedicabili e di pene

Preme il fragil mortale, a perir fatto

Irreparabilmente: indi una forza

Ostil, distruggitrice, e dentro il fere

E di fuor da ogni lato, assidua, intenta

Dal dì che nasce; e l'affatica e stanca,

Essa indefatigata; insin ch'ei giace

Alfin dall'empia madre oppresso e spento.

Queste, o spirto gentil, miserie estreme

Dello stato mortal; vecchiezza e morte,

Ch'han principio d'allor che il labbro infante

Preme il tenero sen che vita instilla;

Emendar, mi cred'io, non può la lieta

Nonadecima età più che potesse

La decima o la nona, e non potranno

Più di questa giammai l'età future.

Però, se nominar lice talvolta

Con proprio nome il ver, non altro in somma

Fuor che infelice, in qualsivoglia tempo,

E non pur ne' civili ordini e modi,

Ma della vita in tutte l'altre parti,

Per essenza insanabile, e per legge

Universal, che terra e cielo abbraccia,

Ogni nato sarà. Ma novo e quasi

Divin consiglio ritrovàr gli eccelsi

Spirti del secol mio: che, non potendo

Felice in terra far persona alcuna,

L'uomo obbliando, a ricercar si diero

Una comun felicitade; e quella

Trovata agevolmente, essi di molti

Tristi e miseri tutti, un popol fanno

Lieto e felice: e tal portento, ancora

Da pamphlets, da riviste e da gazzette

Non dichiarato, il civil gregge ammira.

Oh menti, oh senno, oh sovrumano acume

Dell'età ch'or si volge! E che sicuro

Filosofar, che sapienza, o Gino,

In più sublimi ancora e più riposti

Subbietti insegna ai secoli futuri

Il mio secolo e tuo! Con che costanza

Quel che ieri schernì, prosteso adora

Oggi, e domani abbatterà, per girne

Raccozzando i rottami, e per riporlo

Tra il fumo degl'incensi il dì vegnente!

Quanto estimar si dee, che fede inspira

Del secol che si volge, anzi dell'anno,

Il concorde sentir! con quanta cura

Convienci a quel dell'anno, al qual difforme

Fia quel dell'altro appresso, il sentir nostro

Comparando, fuggir che mai d'un punto

Non sien diversi! E di che tratto innanzi,

Se al moderno si opponga il tempo antico,

Filosofando il saper nostro è scorso!

Un già de' tuoi, lodato Gino; un franco

Di poetar maestro, anzi di tutte

Scienze ed arti e facoltadi umane,

E menti che fur mai, sono e saranno,

Dottore, emendator, lascia, mi disse,

I propri affetti tuoi. Di lor non cura

Questa virile età, volta ai severi

Economici studi, e intenta il ciglio

Nelle pubbliche cose. Il proprio petto

Esplorar che ti val? Materia al canto

Non cercar dentro te. Canta i bisogni

Del secol nostro, e la matura speme.

Memorande sentenze! ond'io solenni

Le risa alzai quando sonava il nome

Della speranza al mio profano orecchio

Quasi comica voce, o come un suono

Di lingua che dal latte si scompagni.

Or torno addietro, ed al passato un corso

Contrario imprendo, per non dubbi esempi

Chiaro oggimai ch'al secol proprio vuolsi,

Non contraddir, non repugnar, se lode

Cerchi e fama appo lui, ma fedelmente

Adulando ubbidir: così per breve

Ed agiato cammin vassi alle stelle.

Ond'io, degli astri desioso, al canto

Del secolo i bisogni omai non penso

Materia far; che a quelli, ognor crescendo,

Provveggono i mercati e le officine

Già largamente; ma la speme io certo

Dirò, la speme, onde visibil pegno

Già concedon gli Dei; già, della nova

Felicità principio, ostenta il labbro

De' giovani, e la guancia, enorme il pelo.

O salve, o segno salutare, o prima

Luce della famosa età che sorge.

Mira dinanzi a te come s'allegra

La terra e il ciel, come sfavilla il guardo

Delle donzelle, e per conviti e feste

Qual de' barbati eroi fama già vola.

Cresci, cresci alla patria, o maschia certo

Moderna prole. All'ombra de' tuoi velli

Italia crescerà, crescerà tutta

Dalle foci del Tago all'Ellesponto

Europa, e il mondo poserà sicuro.

E tu comincia a salutar col riso

Gl'ispidi genitori, o prole infante,

Eletta agli aurei dì: né ti spauri

L'innocuo nereggiar de' cari aspetti.

Ridi, o tenera prole: a te serbato

È di cotanto favellare il frutto;

Veder gioia regnar, cittadi e ville,

Vecchiezza e gioventù del par contente,

E le barbe ondeggiar lunghe due spanne.

 

XXXIII

IL TRAMONTO DELLA LUNA

Quale in notte solinga,

Sovra campagne inargentate ed acque,

Là 've zefiro aleggia,

E mille vaghi aspetti

E ingannevoli obbietti

Fingon l'ombre lontane

Infra l'onde tranquille

E rami e siepi e collinette e ville;

Giunta al confin del cielo,

Dietro Apennino od Alpe, o del Tirreno

Nell'infinito seno

Scende la luna; e si scolora il mondo;

Spariscon l'ombre, ed una

Oscurità la valle e il monte imbruna;

Orba la notte resta,

E cantando, con mesta melodia,

L'estremo albor della fuggente luce,

Che dianzi gli fu duce,

Saluta il carrettier dalla sua via;

Tal si dilegua, e tale

Lascia l'età mortale

La giovinezza. In fuga

Van l'ombre e le sembianze

Dei dilettosi inganni; e vengon meno

Le lontane speranze,

Ove s'appoggia la mortal natura.

Abbandonata, oscura

Resta la vita. In lei porgendo il guardo,

Cerca il confuso viatore invano

Del cammin lungo che avanzar si sente

Meta o ragione; e vede

Che a sé l'umana sede,

Esso a lei veramente è fatto estrano.

Troppo felice e lieta

Nostra misera sorte

Parve lassù, se il giovanile stato,

Dove ogni ben di mille pene è frutto,

Durasse tutto della vita il corso.

Troppo mite decreto

Quel che sentenzia ogni animale a morte,

S'anco mezza la via

Lor non si desse in pria

Della terribil morte assai più dura.

D'intelletti immortali

Degno trovato, estremo

Di tutti i mali, ritrovàr gli eterni

La vecchiezza, ove fosse

Incolume il desio, la speme estinta,

Secche le fonti del piacer, le pene

Maggiori sempre, e non più dato il bene.

Voi, collinette e piagge,

Caduto lo splendor che all'occidente

Inargentava della notte il velo,

Orfane ancor gran tempo

Non resterete; che dall'altra parte

Tosto vedrete il cielo

Imbiancar novamente, e sorger l'alba:

Alla qual poscia seguitando il sole,

E folgorando intorno

Con sue fiamme possenti,

Di lucidi torrenti

Inonderà con voi gli eterei campi.

Ma la vita mortal, poi che la bella

Giovinezza sparì, non si colora

D'altra luce giammai, né d'altra aurora.

Vedova è insino al fine; ed alla notte

Che l'altre etadi oscura,

Segno poser gli Dei la sepoltura.

 

XXXIV

LA GINESTRA

O IL FIORE DEL DESERTO

E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.

Giovanni, III, 19

Qui su l'arida schiena

Del formidabil monte

Sterminator Vesevo,

La qual null'altro allegra arbor né fiore,

Tuoi cespi solitari intorno spargi,

Odorata ginestra,

Contenta dei deserti. Anco ti vidi

De' tuoi steli abbellir l'erme contrade

Che cingon la cittade

La qual fu donna de' mortali un tempo,

E del perduto impero

Par che col grave e taciturno aspetto

Faccian fede e ricordo al passeggero.

Or ti riveggo in questo suol, di tristi

Lochi e dal mondo abbandonati amante,

E d'afflitte fortune ognor compagna.

Questi campi cosparsi

Di ceneri infeconde, e ricoperti

Dell'impietrata lava,

Che sotto i passi al peregrin risona;

Dove s'annida e si contorce al sole

La serpe, e dove al noto

Cavernoso covil torna il coniglio;

Fur liete ville e colti,

E biondeggiàr di spiche, e risonaro

Di muggito d'armenti;

Fur giardini e palagi,

Agli ozi de' potenti

Gradito ospizio; e fur città famose

Che coi torrenti suoi l'altero monte

Dall'ignea bocca fulminando oppresse

Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno

Una ruina involve,

Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi

I danni altrui commiserando, al cielo

Di dolcissimo odor mandi un profumo,

Che il deserto consola. A queste piagge

Venga colui che d'esaltar con lode

Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto

È il gener nostro in cura

All'amante natura. E la possanza

Qui con giusta misura

Anco estimar potrà dell'uman seme,

Cui la dura nutrice, ov'ei men teme,

Con lieve moto in un momento annulla

In parte, e può con moti

Poco men lievi ancor subitamente

Annichilare in tutto.

Dipinte in queste rive

Son dell'umana gente

Le magnifiche sorti e progressive .

Qui mira e qui ti specchia,

Secol superbo e sciocco,

Che il calle insino allora

Dal risorto pensier segnato innanti

Abbandonasti, e volti addietro i passi,

Del ritornar ti vanti,

E procedere il chiami.

Al tuo pargoleggiar gl'ingegni tutti,

Di cui lor sorte rea padre ti fece,

Vanno adulando, ancora

Ch'a ludibrio talora

T'abbian fra sé. Non io

Con tal vergogna scenderò sotterra;

Ma il disprezzo piuttosto che si serra

Di te nel petto mio,

Mostrato avrò quanto si possa aperto:

Ben ch'io sappia che obblio

Preme chi troppo all'età propria increbbe.

Di questo mal, che teco

Mi fia comune, assai finor mi rido.

Libertà vai sognando, e servo a un tempo

Vuoi di novo il pensiero,

Sol per cui risorgemmo

Della barbarie in parte, e per cui solo

Si cresce in civiltà, che sola in meglio

Guida i pubblici fati.

Così ti spiacque il vero

Dell'aspra sorte e del depresso loco

Che natura ci diè. Per questo il tergo

Vigliaccamente rivolgesti al lume

Che il fe' palese: e, fuggitivo, appelli

Vil chi lui segue, e solo

Magnanimo colui

Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,

Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.

Uom di povero stato e membra inferme

Che sia dell'alma generoso ed alto,

Non chiama sé né stima

Ricco d'or né gagliardo,

E di splendida vita o di valente

Persona infra la gente

Non fa risibil mostra;

Ma sé di forza e di tesor mendico

Lascia parer senza vergogna, e noma

Parlando, apertamente, e di sue cose

Fa stima al vero uguale.

Magnanimo animale

Non credo io già, ma stolto,

Quel che nato a perir, nutrito in pene,

Dice, a goder son fatto,

E di fetido orgoglio

Empie le carte, eccelsi fati e nove

Felicità, quali il ciel tutto ignora,

Non pur quest'orbe, promettendo in terra

A popoli che un'onda

Di mar commosso, un fiato

D'aura maligna, un sotterraneo crollo

Distrugge sì, che avanza

A gran pena di lor la rimembranza.

Nobil natura è quella

Che a sollevar s'ardisce

Gli occhi mortali incontra

Al comun fato, e che con franca lingua,

Nulla al ver detraendo,

Confessa il mal che ci fu dato in sorte,

E il basso stato e frale;

Quella che grande e forte

Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l'ire

Fraterne, ancor più gravi

D'ogni altro danno, accresce

Alle miserie sue, l'uomo incolpando

Del suo dolor, ma dà la colpa a quella

Che veramente è rea, che de' mortali

Madre è di parto e di voler matrigna.

Costei chiama inimica; e incontro a questa

Congiunta esser pensando,

Siccome è il vero, ed ordinata in pria

L'umana compagnia,

Tutti fra sé confederati estima

Gli uomini, e tutti abbraccia

Con vero amor, porgendo

Valida e pronta ed aspettando aita

Negli alterni perigli e nelle angosce

Della guerra comune. Ed alle offese

Dell'uomo armar la destra, e laccio porre

Al vicino ed inciampo,

Stolto crede così qual fora in campo

Cinto d'oste contraria, in sul più vivo

Incalzar degli assalti,

Gl'inimici obbliando, acerbe gare

Imprender con gli amici,

E sparger fuga e fulminar col brando

Infra i propri guerrieri.

Così fatti pensieri

Quando fien, come fur, palesi al volgo,

E quell'orror che primo

Contra l'empia natura

Strinse i mortali in social catena,

Fia ricondotto in parte

Da verace saper, l'onesto e il retto

Conversar cittadino,

E giustizia e pietade, altra radice

Avranno allor che non superbe fole,

Ove fondata probità del volgo

Così star suole in piede

Quale star può quel ch'ha in error la sede.

Sovente in queste rive,

Che, desolate, a bruno

Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,

Seggo la notte; e su la mesta landa

In purissimo azzurro

Veggo dall'alto fiammeggiar le stelle,

Cui di lontan fa specchio

Il mare, e tutto di scintille in giro

Per lo vòto seren brillare il mondo.

E poi che gli occhi a quelle luci appunto,

Ch'a lor sembrano un punto,

E sono immense, in guisa

Che un punto a petto a lor son terra e mare

Veracemente; a cui

L'uomo non pur, ma questo

Globo ove l'uomo è nulla,

Sconosciuto è del tutto; e quando miro

Quegli ancor più senz'alcun fin remoti

Nodi quasi di stelle,

Ch'a noi paion qual nebbia, a cui non l'uomo

E non la terra sol, ma tutte in uno,

Del numero infinite e della mole,

Con l'aureo sole insiem, le nostre stelle

O sono ignote, o così paion come

Essi alla terra, un punto

Di luce nebulosa; al pensier mio

Che sembri allora, o prole

Dell'uomo? E rimembrando

Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno

Il suol ch'io premo; e poi dall'altra parte,

Che te signora e fine

Credi tu data al Tutto, e quante volte

Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro

Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,

Per tua cagion, dell'universe cose

Scender gli autori, e conversar sovente

Co' tuoi piacevolmente, e che i derisi

Sogni rinnovellando, ai saggi insulta

Fin la presente età, che in conoscenza

Ed in civil costume

Sembra tutte avanzar; qual moto allora,

Mortal prole infelice, o qual pensiero

Verso te finalmente il cor m'assale?

Non so se il riso o la pietà prevale.

Come d'arbor cadendo un picciol pomo,

Cui là nel tardo autunno

Maturità senz'altra forza atterra,

D'un popol di formiche i dolci alberghi,

Cavati in molle gleba

Con gran lavoro, e l'opre

E le ricchezze che adunate a prova

Con lungo affaticar l'assidua gente

Avea provvidamente al tempo estivo,

Schiaccia, diserta e copre

In un punto; così d'alto piombando,

Dall'utero tonante

Scagliata al ciel profondo,

Di ceneri e di pomici e di sassi

Notte e ruina, infusa

Di bollenti ruscelli

O pel montano fianco

Furiosa tra l'erba

Di liquefatti massi

E di metalli e d'infocata arena

Scendendo immensa piena,

Le cittadi che il mar là su l'estremo

Lido aspergea, confuse

E infranse e ricoperse

In pochi istanti: onde su quelle or pasce

La capra, e città nove

Sorgon dall'altra banda, a cui sgabello

Son le sepolte, e le prostrate mura

L'arduo monte al suo piè quasi calpesta.

Non ha natura al seme

Dell'uom più stima o cura

Che alla formica: e se più rara in quello

Che nell'altra è la strage,

Non avvien ciò d'altronde

Fuor che l'uom sue prosapie ha men feconde.

Ben mille ed ottocento

Anni varcàr poi che spariro, oppressi

Dall'ignea forza, i popolati seggi,

E il villanello intento

Ai vigneti, che a stento in questi campi

Nutre la morta zolla e incenerita,

Ancor leva lo sguardo

Sospettoso alla vetta

Fatal, che nulla mai fatta più mite

Ancor siede tremenda, ancor minaccia

A lui strage ed ai figli ed agli averi

Lor poverelli. E spesso

Il meschino in sul tetto

Dell'ostel villereccio, alla vagante

Aura giacendo tutta notte insonne,

E balzando più volte, esplora il corso

Del temuto bollor, che si riversa

Dall'inesausto grembo

Su l'arenoso dorso, a cui riluce

Di Capri la marina

E di Napoli il porto e Mergellina.

E se appressar lo vede, o se nel cupo

Del domestico pozzo ode mai l'acqua

Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,

Desta la moglie in fretta, e via, con quanto

Di lor cose rapir posson, fuggendo,

Vede lontan l'usato

Suo nido, e il picciol campo,

Che gli fu dalla fame unico schermo,

Preda al flutto rovente,

Che crepitando giunge, e inesorato

Durabilmente sovra quei si spiega.

Torna al celeste raggio

Dopo l'antica obblivion l'estinta

Pompei, come sepolto

Scheletro, cui di terra

Avarizia o pietà rende all'aperto;

E dal deserto foro

Diritto infra le file

Dei mozzi colonnati il peregrino

Lunge contempla il bipartito giogo

E la cresta fumante,

Che alla sparsa ruina ancor minaccia.

E nell'orror della secreta notte

Per li vacui teatri,

Per li templi deformi e per le rotte

Case, ove i parti il pipistrello asconde,

Come sinistra face

Che per vòti palagi atra s'aggiri,

Corre il baglior della funerea lava,

Che di lontan per l'ombre

Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.

Così, dell'uomo ignara e dell'etadi

Ch'ei chiama antiche, e del seguir che fanno

Dopo gli avi i nepoti,

Sta natura ognor verde, anzi procede

Per sì lungo cammino

Che sembra star. Caggiono i regni intanto,

Passan genti e linguaggi: ella nol vede:

E l'uom d'eternità s'arroga il vanto.

E tu, lenta ginestra,

Che di selve odorate

Queste campagne dispogliate adorni,

Anche tu presto alla crudel possanza

Soccomberai del sotterraneo foco,

Che ritornando al loco

Già noto, stenderà l'avaro lembo

Su tue molli foreste. E piegherai

Sotto il fascio mortal non renitente

Il tuo capo innocente:

Ma non piegato insino allora indarno

Codardamente supplicando innanzi

Al futuro oppressor; ma non eretto

Con forsennato orgoglio inver le stelle,

Né sul deserto, dove

E la sede e i natali

Non per voler ma per fortuna avesti;

Ma più saggia, ma tanto

Meno inferma dell'uom, quanto le frali

Tue stirpi non credesti

O dal fato o da te fatte immortali.

 

XXXV

IMITAZIONE

Lungi dal proprio ramo,

Povera foglia frale,

Dove vai tu? - Dal faggio

Là dov'io nacqui, mi divise il vento.

Esso, tornando, a volo

Dal bosco alla campagna,

Dalla valle mi porta alla montagna.

Seco perpetuamente

Vo pellegrina, e tutto l'altro ignoro.

Vo dove ogni altra cosa,

Dove naturalmente

Va la foglia di rosa,

E la foglia d'alloro.

 

XXXVI

SCHERZO

Quando fanciullo io venni

A pormi con le Muse in disciplina,

L'una di quelle mi pigliò per mano;

E poi tutto quel giorno

La mi condusse intorno

A veder l'officina.

Mostrommi a parte a parte

Gli strumenti dell'arte,

E i servigi diversi

A che ciascun di loro

S'adopra nel lavoro

Delle prose e de' versi.

Io mirava, e chiedea:

Musa, la lima ov'è? Disse la Dea:

La lima è consumata; or facciam senza.

Ed io, ma di rifarla

Non vi cal, soggiungea, quand'ella è stanca?

Rispose: hassi a rifar, ma il tempo manca.

 

XXXVII

FRAMMENTO

ALCETA

Odi, Melisso: io vo' contarti un sogno

Di questa notte, che mi torna a mente

In riveder la luna. Io me ne stava

Alla finestra che risponde al prato,

Guardando in alto: ed ecco all'improvviso

Distaccasi la luna; e mi parea

Che quanto nel cader s'approssimava,

Tanto crescesse al guardo; infin che venne

A dar di colpo in mezzo al prato; ed era

Grande quanto una secchia, e di scintille

Vomitava una nebbia, che stridea

Sì forte come quando un carbon vivo

Nell'acqua immergi e spegni. Anzi a quel modo

La luna, come ho detto, in mezzo al prato

Si spegneva annerando a poco a poco,

E ne fumavan l'erbe intorno intorno.

Allor mirando in ciel, vidi rimaso

Come un barlume, o un'orma, anzi una nicchia,

Ond'ella fosse svelta; in cotal guisa,

Ch'io n'agghiacciava; e ancor non m'assicuro.

MELISSO

E ben hai che temer, che agevol cosa

Fora cader la luna in sul tuo campo.

ALCETA

Chi sa? non veggiam noi spesso di state

Cader le stelle?

MELISSO

Egli ci ha tante stelle,

Che picciol danno è cader l'una o l'altra

Di loro, e mille rimaner. Ma sola

Ha questa luna in ciel, che da nessuno

Cader fu vista mai se non in sogno.

 

XXXVIII

FRAMMENTO

Io qui vagando al limitare intorno,

Invan la pioggia invoco e la tempesta,

Acciò che la ritenga al mio soggiorno.

Pure il vento muggìa nella foresta,

E muggìa tra le nubi il tuono errante,

Pria che l'aurora in ciel fosse ridesta.

O care nubi, o cielo, o terra, o piante,

Parte la donna mia: pietà, se trova

Pietà nel mondo un infelice amante.

O turbine, or ti sveglia, or fate prova

Di sommergermi, o nembi, insino a tanto

Che il sole ad altre terre il dì rinnova.

S'apre il ciel, cade il soffio, in ogni canto

Posan l'erbe e le frondi, e m'abbarbaglia

Le luci il crudo Sol pregne di pianto.

 

XXXIX

FRAMMENTO

Spento il diurno raggio in occidente,

E queto il fumo delle ville, e queta

De' cani era la voce e della gente;

Quand'ella, volta all'amorosa meta,

Si ritrovò nel mezzo ad una landa

Quanto foss'altra mai vezzosa e lieta.

Spandeva il suo chiaror per ogni banda

La sorella del sole, e fea d'argento

Gli arbori ch'a quel loco eran ghirlanda.

I ramoscelli ivan cantando al vento,

E in un con l'usignol che sempre piagne

Fra i tronchi un rivo fea dolce lamento.

Limpido il mar da lungi, e le campagne

E le foreste, e tutte ad una ad una

Le cime si scoprian delle montagne.

In queta ombra giacea la valle bruna,

E i collicelli intorno rivestia

Del suo candor la rugiadosa luna.

Sola tenea la taciturna via

La donna, e il vento che gli odori spande,

Molle passar sul volto si sentia.

Se lieta fosse, è van che tu dimande:

Piacer prendea di quella vista, e il bene

Che il cor le prometteva era più grande.

Come fuggiste, o belle ore serene!

Dilettevol quaggiù null'altro dura,

Né si ferma giammai, se non la spene.

Ecco turbar la notte, e farsi oscura

La sembianza del ciel, ch'era sì bella,

E il piacere in colei farsi paura.

Un nugol torbo, padre di procella,

Sorgea di dietro ai monti, e crescea tanto,

Che più non si scopria luna né stella.

Spiegarsi ella il vedea per ogni canto,

E salir su per l'aria a poco a poco,

E far sovra il suo capo a quella ammanto.

Veniva il poco lume ognor più fioco;

E intanto al bosco si destava il vento,

Al bosco là del dilettoso loco.

E si fea più gagliardo ogni momento,

Tal che a forza era desto e svolazzava

Tra le frondi ogni augel per lo spavento.

E la nube, crescendo, in giù calava

Ver la marina sì, che l'un suo lembo

Toccava i monti, e l'altro il mar toccava.

Già tutto a cieca oscuritade in grembo,

S'incominciava udir fremer la pioggia,

E il suon cresceva all'appressar del nembo.

Dentro le nubi in paurosa foggia

Guizzavan lampi, e la fean batter gli occhi;

E n'era il terren tristo, e l'aria roggia.

Discior sentia la misera i ginocchi;

E già muggiva il tuon simile al metro

Di torrente che d'alto in giù trabocchi.

Talvolta ella ristava, e l'aer tetro

Guardava sbigottita, e poi correa,

Sì che i panni e le chiome ivano addietro.

E il duro vento col petto rompea,

Che gocce fredde giù per l'aria nera

In sul volto soffiando le spingea.

E il tuon veniale incontro come fera,

Rugghiando orribilmente e senza posa;

E cresceva la pioggia e la bufera.

E d'ogn'intorno era terribil cosa

Il volar polve e frondi e rami e sassi,

E il suon che immaginar l'alma non osa.

Ella dal lampo affaticati e lassi

Coprendo gli occhi, e stretti i panni al seno,

Già pur tra il nembo accelerando i passi.

Ma nella vista ancor l'era il baleno

Ardendo sì, ch'alfin dallo spavento

Fermò l'andare, e il cor le venne meno.

E si rivolse indietro. E in quel momento

Si spense il lampo, e tornò buio l'etra,

Ed acchetossi il tuono, e stette il vento.

Taceva il tutto; ed ella era di pietra.

 

XL

FRAMMENTO DAL GRECO DI SIMONIDE

Ogni mondano evento

È di Giove in poter, di Giove, o figlio,

Che giusta suo talento

Ogni cosa dispone.

Ma di lunga stagione

Nostro cieco pensier s'affanna e cura,

Benché l'umana etate,

Come destina il ciel nostra ventura,

Di giorno in giorno dura.

La bella speme tutti ci nutrica

Di sembianze beate,

Onde ciascuno indarno s'affatica:

Altri l'aurora amica,

Altri l'etade aspetta;

E nullo in terra vive

Cui nell'anno avvenir facili e pii

Con Pluto gli altri iddii

La mente non prometta.

Ecco pria che la speme in porto arrive,

Qual da vecchiezza è giunto

E qual da morbi al bruno Lete addutto;

Questo il rigido Marte, e quello il flutto

Del pelago rapisce; altri consunto

Da negre cure, o tristo nodo al collo

Circondando, sotterra si rifugge.

Così di mille mali

I miseri mortali

Volgo fiero e diverso agita e strugge.

Ma per sentenza mia,

Uom saggio e sciolto dal comune errore,

Patir non sosterria,

Né porrebbe al dolore

Ed al mal proprio suo cotanto amore.

 

XLI

FRAMMENTO DELLO STESSO

Umana cosa picciol tempo dura,

E certissimo detto

Disse il veglio di Chio,

Conforme ebber natura

Le foglie e l'uman seme.

Ma questa voce in petto

Raccolgon pochi. All'inquieta speme,

Figlia di giovin core,

Tutti prestiam ricetto.

Mentre è vermiglio il fiore

Di nostra etade acerba,

L'alma vota e superba

Cento dolci pensieri educa invano,

Né morte aspetta né vecchiezza; e nulla

Cura di morbi ha l'uom gagliardo e sano.

Ma stolto è chi non vede

La giovanezza come ha ratte l'ale,

E siccome alla culla

Poco il rogo è lontano.

Tu presso a porre il piede

In sul varco fatale

Della plutonia sede,

Ai presenti diletti

La breve età commetti.

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