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GABRIELE D'ANNUNZIOELETTRALibro Secondo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI ELETTRA Alle montagne Candide cime, grandi nel cielo forme solenni cui le nubi notturne stanno sommesse come la gregge al pastore, ed i Vegli inclinati su l'urne profonde dànno eterne parole, e fanno corona le stelle taciturne; o Montagne, terribili dòmi abitati da Dio, ove gli anacoreti d'un tempo immemorabile per sola virtù di dolore conobbero i segreti del Mondo e nelle rocce co' i cavi occhi lessero come in libri di profeti; Montagne madri, sacre scaturigini delle Forze pure, quando non era l'Uomo; donde gioiosa alla cieca tenebra sparsa balzò l'alba primiera e alle vergini valli guidando le forme dei fiumi scese la Primavera; donde scesero stirpi umane d'oltrepossente vita, giù per aperte vie più vaste de' fiumi, stampando titaniche orme nella pianura inerte che fumigava umida al sole purpureo, pregna delle future offerte; o Montagne immortali, non parla nel sacro silenzio delle cose ignorate il vostro Spirto? Ascolta l'anima mia se non giunga un messaggio. Deh fate, o Montagne immortali, che scenda dai vostri misteri cinto di luce il Vate! La speranza e la gioia fuggirono lungi dai cuori umani; e tutti i sogni della bellezza e tutti i sogni dell'arte felice vanirono; e stringe ogni cuore un'arida angoscia; e rugge d'intorno la guerra degli atroci bisogni. Chi finalmente, sceso a noi dalle alture inaccesse, ricondurrà la gioia? Chi su la vasta fronte avrà, mai veduta possanza, una luce di gioia? O tu dalle Montagne purissime, Spirito ignoto, scendi con la tua gioia! Dai culmini virginei che splendono sotto le stelle pie, dalle inesplorate sedi ove le sorgenti perenni cantano inconsce della superna estate, dalle vene incorrotte dei geli, dal sacro silenzio delle cose ignorate, da tutta la grandezza venerabile delle Montagne madri io t'evoco, o puro Spirito senza nome, che l'occhio dell'anima vede trascorrere l'oscuro abisso dove tanto umano dolore si torce e schiudere il Futuro!
A Dante Oceano senza rive infinito d'intorno e oscuro ma lampeggiante, e con un silenzio sotto i terribili tuoni immoto ma vivente come il silenzio delle labbra che parleranno: tenebrore dei Tempi, profondità dell'affanno umano, assidua mutazione delle cose, ritorno perpetuo delle sorti: oceano senza rive tra due poli, tra il Bene e il Male, con le sue bave disperse dalla procella eternale, co' suoi abissi ingombri dalle spoglie dei popoli morti, era il Destino; e tu come una rupe, come un'isola montuosa, come una solitudine di pensiero e di potenza, come una taciturna mole di dolor meditabondo che ode e vede, sorgevi uno dal gorgo; e nell'ululo delle prede, nel sibilo dei nembi, nel rombo delle correnti, il tuo orecchio udiva quel silenzio e la sola Parola che doveva esser detta; e di sotto alla fronte percossa dalle schiume e dai vènti il tuo occhio insonne vedeva infiammarsi il mondo all'alta tua vendetta. Allora, nei baleni e nell'ombre, lo spirito dell'uomo stette davanti a te, ignudo, senza la sua carne, senza le sue ossa, disvelato davanti alla scienza del tuo dolore; e nel cavo delle tue mani, che sapean l'arme e il fiore, più mansuefatti degli augelli che la neve caccia verso gli asili umani, discesero i messaggi delle divine speranze, i poteri sconosciuti delle verità divine; e ti diede i suoi tuoni e i suoi raggi il tuo Dio, cui tu alzasti il canto che non ha fine. O nutrito in disparte su le cime del sacro monte, abbeverato solo nell'albe al segreto fonte delle cose immortali, Eroe primo di nostro sangue rinnovellante; oceanica mente ove dieci secoli atroci, carichi d'oro d'ombra di strage di fede e di paura metton lor foci silenziosamente; anima vetusta e nuova, instrutta e ignara, memore e indovina, ove si serra tutto il pensier dei Saggi e palpitano il Fuoco l'Aria l'Acqua e la Terra; o Risvegliatore, o Purificatore, o Intercessore per la vita e per la morte, o tu che cresci il vigore della stirpe come il pane nato dal nostro sudore, noi t'invochiamo; o tu che col tuo canto disveli agli uomini i cammini invisibili e discopri i vólti nascosti dei destini, noi ti preghiamo; o tu che risusciti l'antica virtù delle contrade e tempri il medesimo ferro per la bontà delle spade e per la gioia delle falci nelle profonde biade, noi ti attendiamo; perocché tu sii pur sempre atteso in prodigi, come il Figlio del tuo Dio, dai cuori che nei battiti del tuo canto appresero a sperare oltre il volo delle fortune, o profeta in esiglio, e pur sempre su le nuove tombe e su le nuove cune, là dove un'opra si chiuse e là dove s'apre un germe, suoni il tuo nome santo, e il tuo nome pei forti sia come lo squillo degli oricalchi, e solo il nomar del tuo nome, come il turbine agita i lembi d'un gran vessillo, scuota nei suoi mari e nei suoi valchi l'Italia inerme. Dove sono i pontefici e gli imperatori? Splendenti erano nella specie dell'oro, e stampavano con piedi obliqui le vestigia sanguigne, vestiti dell'antica frode, e i lor vestimenti odoravano. Rotti come i sermenti addi, perduti come i fuscelli nella tempesta, diffusi come crassa cenere ai vènti. E pallido il postremo alza le mani verso le porte dei cieli e attende un segno, e chiama, e nulla appare fuor che la morte. Ma il cuore della nazione è come la forza delle sorgenti meraviglioso; e tu rimani alzato nel conspetto della nazione con la tua parola eterna nella tua bocca respirante, col tuo potere eterno nel tuo pugno vivo; e la tua stagione sta su la nostra terra senza mutarsi; e la tua virtù è dentro le radici di nostra vita come il sale è nel mare, come la fecondità è nella nostra terra; e nulla di te perisce nei tempi ma la tua passione, ma il tuo furore, ma il tuo orgoglio e la tua fede e la tua pietà e la tua estasi e tutta la tua grandezza dura nei tempi come dura la nostra terra. Tu la vedesti col tuo profetico onniveggente occhio infiammato l'Italia bella, come una figura emersa dall'interno abisso del tuo dolore, creata dalla tua stessa fiamma, con i suoi monti, con i suoi piani, con i suoi fiumi, con i suoi laghi, con i suoi golfi, con le sue città ruggenti d'ire, l'Italia bella; e la tua rampogna la rifece sacra, la tua preghiera fece risplendere di purità le sue membra schiave; sì che sempre gli uomini vedran su lei bella il duplice splendore del cielo e del tuo verbo. Sol nel tuo verbo è per noi la luce, o Rivelatore, sol nel tuo canto è per noi la forza, o Liberatore sol nella tua melodia è la molt'anni lagrimata pace, o Consolatore, quando la cruda pena il veemente sdegno il duro spregio si fanno eguali alle più dolci cose della foresta primaverile e la mano che torturò la carne immonda, che trattò la ghiaccia e il fuoco, la pece e il piombo, gli sterpi e i serpi, il fango e il sangue, tocca segrete corde e nel silenzio fa il divin concento ch'ella può sola. Cammineremo noi ne' tuoi cammini? O imperiale duce, o signore dei culmini, o insonne fabbro d'ale, per la notte che si profonda e per l'alba che ancor non sale noi t'invochiamo! Pel rancore dei forti che patiscono la vergogna, pel tremito delle vergini forze che opprime la menzogna, noi ti preghiamo! Per la quercia e per il lauro e per il ferro lampeggiante, per la vittoria e per la gloria e per la gioia e per le tue sante speranze, o tu che odi e vedi e sai, custode alto dei fari, o Dante, noi ti attendiamo!
Al Re Giovine Nella gran bandiera che agitarono i vènti marini a poppa della nave guerriera tutt'armata di ferro gigante contra i ferrei destini, nella gran bandiera di battaglia e di tempesta avvolgi il tuo padre esangue, coprigli la bianca testa, consacragli il petto forte con quella croce raggiante, o tu, della purpurea sorte erede, che navigavi il Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare! Avvolgi il tuo padre nell'insegna che attese la gloria sopra le acque così lungamente; componilo sul carro scemato del bronzo possente; dàgli a scorta mute squadre che in arme sognino la vittoria pel sangue non vendicato sul deserto ardente; nella luce dell'Urbe fatale, nel silenzio delle scorte e del tuo dolor regale, accompagna il tuo padre clemente, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare. Accompagna il padre alla tomba ove già l'avo dorme, nel tempio sublime che alzò su colonne di granito la forza di Roma. La romba degli inni austeri come un turbine all'ultime cime rapisca i tuoi pensieri nuovi, oltre la tomba, oltre l'altare. E i grandi pensieri ti facciano insonne; e Roma e la sua Fortuna dalla chioma terribile ti facciano insonne, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare. Tu non dormirai se il tuo cuore è degno che lo morda l'avvoltore violento; tu non dormirai se de' tuoi nervi indurati attorca tu la corda per l'arco che t'è innanzi lento; tu non dormirai se tu oda la voce dell'Urbe, sepolcrale e marina, non voce di volubili turbe ma d'immutabili fati, ma dell'anima eterna latina, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare. Tu non dormirai se degni sieno i tuoi occhi di contemplar l'orizzonte che il Quirinal discopre al dominatore; tu non dormirai se le tue mani sien pronte alle lotte ed all'opre, alla spada ed al martello, a foggiar per la tua fronte un'altra corona di ferro col ferro d'un altro Salvatore sopra l'incudine d'un altare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare. Non dormimmo noi nella notte solenne quando passò per l'ombra d'Italia il funereo convoglio che portava il buono infranto cuore. Non dormimmo. Ascoltammo gli eroi favellare nella notte ingombra. Ascoltammo il fragore dei carri nel vento d'estate. Tremammo. Più del cordoglio poterono le speranze alate. Per l'ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. Gravido di vita e di morte anelava il Mare. Tremammo di forza chiusa e di volontà raccolta; fummo ebri d'un sogno virile. Sentimmo nei polsi robusti ardere la febbre civile. Sentimmo nel suolo profondo rivivere gli iddii vetusti. Ebri di presagi augusti, vedemmo ancóra sul mondo splendere il latin sangue gentile. Ascoltammo gli indigeti eroi favellare nella notte ingombra. Seguimmo nell'ombra infinita il volo della Morte lungo il patrio Mare. E dicemmo: «Passa lungo il patrio Mare, Maestà della Morte! Alza gli spirti; fa palpitare il popolo che veglia nella notte balenante. Genova ti saluta sul suo golfo magnifica e forte, coronata di baleni. La Spezia ti saluta, in vista dell'Alpe, austera e forte, coronata di baleni. Salutano il tuo passare le due madri delle navi, o Morte, veglianti sul Mare. Più grande saluto avesti tu mai? Ma, giunta alla mèta, tu avrai il saluto del Sole e di Roma. E il nuovo destino, segnato dal sangue regio, avrà nella nuova luce principio solenne». Per l'ombra era un fremito di penne. Lampeggiavano i monti e le coste. E dicemmo: «O Italia, o Italia, non ti vedremo noi su l'alba, per questo buon sangue che ti giova, per la divina prova di questa sacrificale morte, rifiorir nel Mare?». E dicemmo: «O Italia, Italia sonnolente, alfine ti svegli tu dal tuo sonno vile? Ahi sì lungamente sotto il sole giaciuta con l'obbrobrio senile, tra le mani dei vegli scaltri che t'han polluta che di te han fatto strame docile all'ignavia loro e d'ogni tuo nobile alloro una verga per batter la fame, non senti l'odor della morte? Oh nuova sul Mare!». Così noi dicemmo, questo sognammo ascoltando il fragore dei carri nel vento d'estate per la funebre notte recanti alla tomba il re spento, al silenzio di Roma, alla pace. Questo pregò sotto il firmamento ingombro la nostra ansia seguace. Or chi sarà l'eroe che attendiamo, il pastor della stirpe ferace? Tendi l'arco, accendi la face, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare! T'elesse il Destino all'alta impresa combattuta. Guai se tu gli manchi! È perigliosa l'ora. Ma tu sai che il periglio è la cintura pe' fianchi dell'eroe. Dal sangue vermiglio fa che nasca un'aurora! La fortuna d'Italia prese l'ali sul campo d'una battaglia perduta. Ricòrdati d'un altro padre partito per un più triste esiglio, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare. T'elesse il Destino. Ricòrdati del figliuol vinto che cavalcò quel giorno tra la Sesia e il Ticino verso il bianco maresciallo. Rifiorì l'itala primavera tra i dolci fiumi; e il re sardo scese dal suo cavallo per segnare il duro patto. Tutto fu nemico intorno. Egli disse al suo cuore gagliardo: «Sopporta, o cuore, e spera!». Ricòrdati di quel ritorno tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare. Egli volle Roma, egli ebbe il Campidoglio, egli ha pace nel Tempio romano. Che vorrai tu sul tuo soglio? Quale altura è il tuo segno? Miri tu lontano? È largo quanto il tuo orgoglio il gesto della tua mano? Sai tu come sia bello il tuo regno? Conosci tu le sue sorgenti innumerevoli e la forza nuova o antica delle sue correnti? Ami tu il suo divino mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare? T'elesse il Destino all'alta impresa audace. Tendi l'arco, accendi la face, colpisci, illumina, eroe latino! Venera il lauro, esalta il forte! Apri alla nostra virtù le porte dei dominii futuri! Ché, se il danno e la vergogna duri, quando l'ora sia venuta, tra i ribelli vedrai da vicino anche colui che oggi ti saluta, o tu che chiamato dalla Morte venisti dal Mare, Giovine, che assunto dalla Morte fosti re nel Mare.
Alla memoria di Narciso e di Pilade Bronzetti Canta, o Verità redimita di quercia, canta oggi gli eroi al genio d'Italia che t'ode! Al popolo ardente di vita novella tu canta oggi i suoi leoni, il suo sangue più prode che corse la gleba feconda! Tu fa che fiammeggi nell'ode ciascuna ferita e lungi la fiamma s'effonda per tutte le prode, per tutte le cime, per tutta la patria sublime che freme di gloria sepolta! Canta, o Verità redimita di quercia, canta oggi gli eroi al genio d'Italia che ascolta! Ma ascolta dall'ombra dei monti Trento, l'indomata figlia cui la corda non spegne la voce iterata che chiama che chiama la madre nell'orror notturno; e grida: «Ricorda tu prima dell'altre glorie la mia gloria oggi che su l'ardue fronti dell'Alpe volò la Vittoria e che l'Adige taciturno n'ebbe rinnovata promessa! Ricorda Castel di Morone, Tre Ponti con l'Aquila che dal Tifata piombò sul Volturno». Canta dunque, pria che si parta la nova speranza da noi e si spenga il sùbito ardore, canta dunque il fior degli eroi, il prode dei prodi che dorme leggero sul cuore di Brescia fedele, e l'emulo del re di Sparta con i suoi trecento, con i suoi trecento custodi che la dolce Campania tiene; canta oggi la gloria di Trento per lei consolare in catene del vano amor del van dolore, oggi che da mano servile la sua pura corona è sparta come fronda vile. Come vil lordura dal tempio di Roma lo sgherro spazza quella corona pura che tesseano, ideal tesoro, (ancor dunque ai monti si sogna?) fedeltà più dura del ferro, speranza più ricca dell'oro. Giovi ella a crescere lo strame su cui la frode e la paura giaccion come buoi stracchi ruminando menzogna. Giovi ella a crescere il letame che impingua l'annosa vergogna. Ma tu non piangere; tu sogna, anima chiusa, ancor nei tuoi monti. È alto il sole sul Fòro. Cantiamo gli eroi! Non piangere. Aspetta nei monti; poi che non indarno nel libero azzurro sul Gianicolo, alto a cavallo, sta Colui che udisti a Tiarno per te su la via sfolgorata tonare col bronzo. Ma sogna. Come il bianco alburno celandosi sotto la scorza si fa vigor novo del tronco, nell'anima tua sempre alzata il sogno convertasi in forza. Non piangere. Sogna nei monti. Cantiamo la gesta obliata, Castel di Morone, Tre Ponti con l'Aquila che dal Tirata piombò sul Volturno. Cantiamo la vetta ridente su l'antico fiume esperto di strage, la vetta ridente di giovine sangue. Oh tumulo grande che gioiosamente di sé fece l'alta coorte! Ciascun combattente su la sua terribile ebrezza col sole e con l'aria sentiva il guardar leonino del Duce, dell'Onnipresente. Oh vendemmia di giovinezza più forte che il vino! Porpora d'autunno, porpora di morte su la dolce di uve Campania! Non piangere, anima di Trento, la tua calpestata corona. Dimentica il male, se puoi. Non fare lamento. La tua madre non t'abbandona: ha il cuore profondo. Passano i Bonturi e il seguace lor gregge immondo. Durano gli eroi eterni nei fasti d'Italia, e quel Dante che alzasti nel bronzo, al conspetto dell'Alpe dura solo più che le rupi, gran Mésso dei fati venturi signore del Canto sul mondo. Passano i Bonturi e il seguace lor gregge immondo. Non fare lamento. Perdona pel lungo martirio di Dante, perdona pel chiuso dolore di Quegli che disse la grande parola. Sovvienti? Ei ti vide perduta, ei vide tanto sangue invano sparso, tanto fiore di libere vite invano reciso, Trieste come te perduta, come te perduta l'Istria, alla mercé del nemico le porte d'Italia, ottenuta Venezia con man di mendico, laggiù laggiù sola su l'Adria la macchia di Lissa, l'infamia, tutta l'onta; e disse: «Obbedisco». Ah ti sovvenga! Ti sovvenga ancóra di Lui doloroso, col piombo nell'ossa dolenti, combusto dal fuoco di cento battaglie e pensoso già del vasto rogo che alzato ei volea sul selvaggio granito, al conspetto del mare, per dar la sua cenere ai vènti del suo mar selvaggio. Ei disse: «Ah ch'io venga ch'io venga anche all'ultima guerra! Legatemi sul mio cavallo. Ch'io veda brillare le stelle su la Verruca, oda al Quarnaro cantare i marinai d'Italia! Legatemi sul mio cavallo». Verrà, verrà sul suo cavallo, con giovine chioma. Torrà il nero e giallo vessillo dal suo sacro monte che serba il vestigio di Roma. Ridere su l'antica fronte vedrà le sue vergini stelle; più oltre, più oltre verso le marine sorelle, anche udrà anche udrà nel Quarnaro i canti d'Italia sul vento. Non piangere, anima di Trento, la tua calpestata corona. Ribeviti il tuo pianto amaro. Dimentica il male, se puoi. Non fare lamento. Perdona. Prepara in silenzio gli eroi.
Per i marinai d'Italia morti in Cina Chi ti vide col suo cuore puro, o Italia liberata, detersa dal sangue e dal pianto, dalla polve e dal sudore, dopo l'alta gesta, alzata nel mare nel sole nel canto? Chi ti vide, dopo l'alta gesta, vivere nel mare col grande tuo corpo fecondo? Chi sentì nella tua calda giovinezza palpitare l'antica speranza del mondo? Forse i figli, forse i figli tuoi migliori, i marinai su l'acque remote, nei porti strani, gli umili tuoi figli che non sai né rivedrai, ti videro e caddero morti. Ah ti videro più bella essi, i tuoi semplici eroi, negli ultimi palpiti sacri! Canterò oggi, per quella tua bellezza, se tu m'odi, il pianto di tutte le madri. Ecco, una madre nell'antica Ichnusa dei pastori, nell'isola diserta che stampa sul Tirreno dalla Nurra al Campidano sua durabile orma, ecco, la madre che filò la nera e bianca lana, ecco, la madre a sera vien su la soglia con la nuora pregna, quando le greggi tornan di pastura. Sta su la soglia con la nuora, e conta le stelle prime nell'aria serena, nell'aria dolce ove il colmigno fuma; e sta con nel suo cor la sua preghiera; e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta. E guarda verso il mare la Caprera ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l'onda; e guarda l'ombra della Maddalena, sul dolce mare un'ombra di guerriera che tutta armata a guerreggiare è pronta. E prega, ignara della sua sciagura, e prega e dice: «Chi me l'assicura? Tu, Vergine Maria, Vergine pura, tu guardalo dal male e tu l'aiuta! T'accenderò quant'io potrò di cera, quant'io potrò d'oliva, se sventura non gli accade, se salvo mi ritorna. Guardalo, Vergine, alla madre sua, guardalo alla sua madre e alla sua donna. Dov'è, dov'è? Che fa egli a quest'ora, il buono figliuol mio, mentre che annotta? Lo rivedemmo ch'era primavera. La rondine non era anco venuta. Giunse improvviso, giunsemi alla porta gridando: «O madre, o madre, apri la porta!». Eri al telaio sotto la lucerna...». A lungo a lungo ella così racconta al cuore che ben sa, che ben ricorda, che ben ricorda ch'era primavera. Così racconta la madre canuta; e guarda sopra i gioghi di Gallura la falce della luna che tramonta; e guarda verso il mare la Caprera ove dorme il Leone in sepoltura con un respiro che solleva l'onda. E un'altra madre viene su la soglia d'un'altra casa e guarda un'altra altura e un altro mare, il mar di Siracusa e l'Etna grande che nell'ombra fuma; e prega in cuore e dice: «O creatura del sangue mio, quando ti rivedrò?». Odorano le selve alla riviera con frutta d'oro; cantano alla luna le ciurme prima ch'ella si nasconda: trema la rete, palpita la vela. E un'altra madre viene su la soglia d'un'altra casa, là nella remota Italia, là sul Garda ove Peschiera sorge custode nella sua cintura forte, ove il Mincio memore saluta i campi di battaglia. E un'altra ancóra prega in silenzio e guarda la pianura tra l'Oglio e l'Adda ove la primavera fu cerula di molto lino. E ancóra un'altra prega dalla pampinosa rama dei Monti d'Alba, dalla volsca Velletri che disotto le sue mura vide un mattino tempestar fra l'onda dei cavalli il Leone ebro di Roma. E un'altra ancóra sta su la picena spiaggia, di là dal Tronto, e si ricorda del bel naviglio che la prima volta portò il fanciullo a Spàlato, a Gravosa, a Sebenico, alla latina sponda cui San Marco legò la sua galera e prega in cuore e dice: «O creatura delle mie pene, non ti rivedrò?». Sì penano le madri in su la sera al novilunio, alla dolce frescura. E non, di qua dal Tronto, nella terra d'Abruzzi, nella terra ove riposano i miei maggiori con la rugginosa àncora di speranza e di fortuna, non prega qualche madre per ventura guardando su la placida Maiella tramontare la falce della luna? Guarda greggi passare ad una ad una lungh'esso il lito andando alla pianura dell'Apulia, ai lor paschi, dall'altura del Sannio che laggiù si fa nevosa; migrar le greggi per la via saputa dai primi avi la madre guarda, muta presso la casa ove restò la cuna antica per la nova genitura, la madre veneranda cui virtù di nostra prima gente in grembo dura; e prega in cuore e dice: «O creatura, creatura, che fai mentre che annotta? Se sei grondante, ora chi ti rasciuga? Forse hai tu sete, e la vigna ha tanta uva! Figlio, che fai? Pensi alla madre tua? Pensi alla madre tua che non t'aiuta?». E guarda pel sentiere che s'oscura, e il cor le stringe sùbita paura. Tramontata è la falce della luna; nell'ombra intorno altro non v'è che luca se non il ferro pronto all'aratura. È il mésso quei che per l'erta s'indugia? Gran silenzio negli alberi s'aduna. La madre ascolta, non respira più. S'ode il campano in lontananza ancóra, della greggia che valica la duna; s'ode il passo per l'erta che s'oscura. La madre attende, non palpita più. Morti sono i figli, morti sono i figli, morti sono i figli alla guerra lontana. Pochi erano contro molti. Essi avean pel suolo ignoto lasciata la nave lontana. Morti come sopra il ponte della nave, come sanno marinai dovunque morire. Non il fiume, non il monte, non il piano, essi non hanno veduto la casa e il confine. Veduto non han Gallura né il Mar Ligure né l'Adria morendo su l'orride porte, ma veduto han la figura grande e sola della Patria risplendere sopra la morte. Veduto non hanno i Monti d'Alba o l'Etna, non Peschiera né il Garda, ma l'unica Italia. Morti sono i figli, morti sono intorno alla bandiera d'Italia d'Italia d'Italia.
A Roma Aurea Roma, sia testimone dal ciel di settembre la faccia del Sole che mai cosa più grande di te visitò nell'alterno Orbe; sieno testimoni dal confino dell'Agro il Soratte santo apollineo con le sue corone di nubi e il Cimino proclive che dal Tevere al Mare tende le sue cerulee braccia; e testimoni sieno i Monti d'Alba pampinei ridenti al cielo dai profondi occhi dei laghi; e il divino Agro che tace, co' suoi armenti irti, co' suoi pastori biformi dall'aspetto umano ed equino, l'erbifero sepolcro dei regni sia oggi testimone al canto che memora il detto sibillino. «Manca la Madre» disse il carme euboico al sacerdote. O Roma, guerriera senz'arme, ti manca l'universa Idea che sorga, su l'ombre oblique, su le forme vuote di alito, su le cloache ingombre di uomini, generatrice. Manca la Grande Madre. Ti manca il vergine eroe, il nepote ultimo del magnanimo Enea, che con la sua man pura la tragga vivente alle tue mura auguste e instituisca la Festa nova e inizii la nova Epopea. L'ancile di Marte è scodella al mezzano; la meretrice è addetta al fuoco di Vesta; del tuo Campidoglio non resta, o Roma, che la Rupe Tarpea. Ma, sotto il ciel settembrale che riversa il suo calice d'oro ampio dal Celio al Viminale dal Gianicolo al Vaticano dall'Anfiteatro al Fòro, nel dì fausto dell'alta conquista, cantiamo l'avvento fatale, su la torbida acqua corrotta chiamando l'imagine prisca. Contro l'un concistoro che ciancia baratta confisca e l'altro che munge il tesoro di Pietro per l'anima ghiotta, alziamo la statua ideale. Sorse fervido il popolo quando intese il responso canoro: «Manca la Madre. O Romano, che tu chieda la Madre io comando. Com'ella venga, addotta sia da una pura mano». Venne la Magna Madre su la nave alla foce del fiume biondo; e nel limo ristette, immota, incrollabile come una rupe. I cavalieri, il senato, la plebe di Roma, le vergini del fuoco santo accorsero in turba alla foce del fiume incontro alla veneranda Ospite. Ed era ne' cuori letizia. Ma stava nel vado limoso la carena immota simile a una rupestre isola. Legarono all'alta prora una fune gli uomini forti e fecero gran forza di braccia, e con voci iterate aiutavano eglino la vana opera, a trarre la nave dipinta nel Tevere biondo. Ma sedeva la Magna Madre incrollabile sopra la tolda, con la sua corona di mura su le chiome che fingono i flutti del ponto e i solchi dell'agro, con le sue mani invitte benefiche di beni infiniti prone su le ginocchia più salde che le roveri annose nei monti; al conspetto del popolo grande sedeva la Madre dell'aurea fecondità, la nutrice dei mortali e degli immortali, la donatrice delle semenze ineffabili, la dea che moltiplica il sangue animoso, edifica le chiare città, conduce i pensieri i timoni gli aratri, errante sonante in circoli immensi. E la forza degli uomini forti s'accrebbe di tutta la plebe romana, s'accrebbe di tutti i cavalieri romani. E tutti le braccia davano alla fune ritorta e iteravan le voci al travaglio, ma indarno; ché stava immota nel vado la dipinta carena e il simulacro sublime splendeva sopra la tolda nell'aer salino tacente. Attonita interruppe il conato la moltitudine e tacque pavida innanzi al prodigio con supplice cuore. S'udiva fluire il Tevere biondo, addurre all'imperio del Mare la maestà di Roma. Tra il popolo supplice, allora s'avanzò Claudia Quinta vestale. Offendeva lei casta il sospetto del volgo, iniquo rumore. S'avanzò Claudia Quinta e con mani pure attinse l'acqua del fiume; tre volte il capo s'asperse, tre volte levò al cielo le palme; prona nel suo crine giacente, invocò a gran voce la dea. Quindi, alzata, legò il suo cinto alla prora e con lene fatica trasse la Magna Madre nel fiume, trasse la Madre dell'eterna fecondità verso l'arce eterna dell'Urbe. Tonarono i petti romani; sanguinò la bianca giovenca dinanzi alla poppa coronata. Sedente sul plaustro de' buoi la Turrigera, addotta da virtù di vergine pura, entrò per la porta Capena. Così, o Roma nostra, negli anni verrà non dal Dindimo ululante, non pietra esculta in nave dipinta pel Mediterraneo Mare, verrà dagli oceani lontani ove la vita allaccia la vita d'isola in isola per correnti misteriose di voleri umani e di sogni umani che cercano le novelle forme, verrà dai continenti immensi ove ancóra dorme la ricchezza nei misteri delle montagne e delle lande promessa agli insonni messaggeri, verrà dai confini del mondo con l'impeto degli elementi e con l'ordine dei pensieri, verrà dall'alto e dal profondo la Potenza in cui sola tu speri. Così, o Roma nostra, nei tempi un vergine eroe di tua stirpe così la trarrà alle tue mura. Non carena immobile in sirte limosa, non simulacro già venerato in templi estranei trarrà la man pura, ma la Potenza umana, ma il sacro spirito nato dal cuore dei popoli in pace ed in guerra, ma la gloria della Terra nel divino fervore della volontà che la scopre e la trasfigura per innumerevoli opre di luce e d'ombra, d'amore e d'odio, di vita e di morte, ma la bellezza della sorte umana, dell'uomo che cerca il dio nella sua creatura. Però che in te come in un'impronta indistruttibile, debba la Potenza dell'Uomo assumere forma ed effigie, instituita nel Campidoglio e nel Fòro, di contro all'Onta dell'Uomo, su le vestigie della forza e dell'orgoglio che chiesero la Grande Madre alle montagne frigie per lei custodir nelle tue sacre mura che sole credevi tu degne di chiudere l'altrice universa quantunque sì brevi. O Roma, o Roma, in te sola, nel cerchio delle tue sette cime, le discordi miriadi umane troveranno ancor l'ampia e sublime unità. Darai tu il novo pane dicendo la nova parola. Quel che gli uomini avranno pensato sognato operato sofferto goduto nell'immensa Terra, tanti pensieri, tanti sogni, tante opere, tanti dolori, tante gioie, ed ogni diritto riconosciuto ed ogni mistero discoperto ed ogni libro aperto nel giro dell'immensa Terra, tutte le speranze umane volanti da porti sonori, tutte le bellezze umane cantanti per boschi d'allori, vestiranno le forme sovrane, appariranno alla luce eterna, o Roma, o Roma, in te sola. Ai liberi ai forti materna, o dea, spezzerai tu il novo pane dicendo la nova parola. Aurea Roma, o donna dei regni, sien testimoni all'augurale Ode che canta oggi il tuo destino le cose che portano i segni: la nube che sul Palatino sanguigna risplende come porpora imperiale tra gli ardui cipressi; il divino silenzio del vespero che accende i Diòscuri domitori di cavalli sul Quirinale; l'ombra spirante che occupa i Fòri gli Archi le Terme taciturna; la fonte di Giuturna che dalla ruina risale; la tavola delle Leggi sacre che dalla polve riappare; e la mia speranza, o Madre, e il fior del mio sangue latino, e il fuoco del mio focolare.
A uno dei mille O vegliardo, consunto come l'usto dell'àncora che troppe volte morse con sue marre i tenaci fondi, pregno del sale amaro, splende la gloria sul tuo vólto adusto quando nelle fortune indaghi l'Orse e t'argomenti di campar tuo legno cercando il faro? Quando torni dall'isola dei Sardi carico, e taciturno al tuo timone stai rugumando il tuo masticaticcio, tese le scotte, a tratti co' tuoi grigi occhi non guardi per l'ombra se tu scorga il tuo Leone fiammeggiare laggiù sul sasso arsiccio contro la notte? E quando poi governi a prender porto, maggio illustrando la città dei Doria, non cerchi tu quella che a Quarto eresse magra colonna la modestia del popolo risorto, per figurarvi in sommo la Vittoria che sul gran cor parea ti sorridesse come tua donna? Tu non rispondi. Solo ascolti i vènti e disputi talor con la tempesta. Hai crudo e breve il motto a dir tua noia, e più non dici. Tua vita va tra due divini eventi, tra bonaccia e fortuna; e quella gesta la scrisser già su le tue vecchie cuoia le cicatrici. Ond'io ti priego che mi sii benigno, o tu che troppo sai d'amaro sale, se consecrarti ardii questi miei carmi tumultuanti. In van chiesi al tuo mar che nel macigno, nell'invitto macigno sepolcrale, volesse per l'eternità foggiarmi strofe giganti. Ma tu vi sentirai correre, sopra al rosso bulicame, odor salmastro; romoreggiar v'udrai l'onda nemica come il frangente; vi rivedrai quale t'apparve all'opra Colui che fu buon calafato e mastro d'ascia, d'ogni arte artiere, dell'antica tirrenia gente. Io ne cercai l'imagine sicura entro gli occhi tuoi tristi, in cor tremando. Eri presso il cordaio per rinnovare tue gomenette; seguivi l'arte della torcitura, il crocile, la pigna, il naspo; quando su le tue labbra le parole amare lessi non dette. «Il torticcio dell'àncora s'è rotto. Rinnovarlo non giova. Orvia, tralascia! Per flagelli e capestri, o cordaio, l'acre canape torci. La terza Italia si distende sotto ogni bertone come una bagascia. E Roma all'ombra delle querci sacre pascola i porci.»
La notte di Caprera I. Donato il regno al sopraggiunto re, il Dittatore silenziosamente sul far dell'alba con suoi pochi sen viene alla marina dove la nave attende. Ei si ricorda nell'alba di novembre: quando salpò da Quarto era la sera, sera di maggio con ridere di stelle. Non vede ei stelle ma l'alta accesa gesta dietro di sé nella stagion sì breve. Ei seco porta un sacco di semente. Quella è la nave che all'acque di Sardegna già navigò dal Faro in gran segreto per il soccorso, innanzi ch'ei prendesse Reggio ed i monti, innanzi che Soveria fossegli resa, quando le nuove schiere precipitò nella Calabria estrema e duce fu alle armi, alle carene fu calafato, fu mastro d'ascia, artiere d'ogni arte, pronto ei sempre alla diversa necessità con vólto sorridente. Donato il regno al sopraggiunto re, ora sen torna al sasso di Caprera il Dittatore. Fece quel che poté. E seco porta un sacco di semente.
II. Ancóra dorme la città che ululò d'amor selvaggio all'apparito Eroe nel bel settembre. Emmanuele dorme là nella reggia ove tanto tremò l'erede esangue di Ferdinando. Implora Dominedio Francesco di Borbone chiuso in Gaeta con la sua fulva donna, con l'aquiletta bavara che rampogna. «Calatafimi! Marsala!» Chiama a nome i suoi cavalli di guerra il Dittatore, novo nell'alba, gli arabi suoi sul ponte recalcitranti al vento che riscuote il Golfo. Palpa le lor criniere ondose che sanno ancor d'arsiccio, le lor froge palpa, e le labbra frenate onde fioccò la spuma come neve su i moribondi. Ed ei li pensa lungi, franchi del morso, per le ferrigne rupi; e dice: «Anche a voi la libertà!». Quella divina voce odono i due cavalli che hanno i nomi delle Vittorie e lui guatan con occhi di fanciul!i, ecco, obbedienti. Sorge l'aurora. È pronta la nave. Il Dittatore delle tempeste grida: «Salpa!». L'alta onda del dominato Oceano gli torna nella memoria e nella voce. Scioglie l'ultimo capo dell'ormeggio allor con atto che par santo al devoto stuolo. L'anima già per l'acque si diffonde simile al dì. Ripete ei la parola che consolò i suoi laceri prodi: «A Roma, a Roma ci rivedremo! A Roma!». Bello non è come il raggiante vólto del donator di regni il novo Sole.
III. Ed or sen va il Ligure pel suo Tirreno. Guarda vigile, dalla prua che non ha rostro, se non vegga la rupe brulla apparir tra i nugoli; o seduto resta sul sacco delle semente a lungo, tutto pensoso della seminatura nei magri solchi e delle sue lattughe anco e de' suoi magliuoli e de' suoi frutti. Novera già col pensier nel suo chiuso la scarsa greggia, e le lane valuta, i negri velli ed i candidi, cui non mai segnò la robbia; alla futura prole sorride, e allarga la pastura sopra il macigno. In quale tempo ei fu pastore? Quando migrò con la tribù su le grandi orme dei padri alle pianure? Quando agli armenti cinse i fuochi notturni, fatta la sosta presso la fonte pura? Mondo di strage, ei beve il vento. I flutti crespi e canuti accorrono ver lui come le bianche pecore per l'azzurra erba; ed ei sa il suono che le aduna. D'antico tempo gli sovviene. Di tutto quel che fu ieri non gli sovviene più. Apre così le braccia la Natura subitamente al buono figliuol suo per riposarlo, sopra il suo petto ignudo, di tanto sangue e di tanta ventura. E il figlio a lei così volge dischiusa la sua divina anima di fanciullo.
IV. Ma ecco l'ombra di Caprera. Ecco l'aspra Gallura, i monti aerei nell'aria. Ecco il granito ov'ei riposerà. Ecco la tomba che gli lavorerà l'arte del Mare. Come in petrose tazze, nei grembi cavi l'isola solitaria serba il silenzio ch'è bevanda al pugnace. Quivi placato nella sua verità ei può sognare; né quel silenzio mai gli mancherà, sopra il fragor del Mare.
V. Or liberati i cavalli di guerra (ei palpitò forte veggendo selci risfavillar sotto l'urto del ferro, udendo su per le rupi deserte eco del gran galoppo senza freno) or nella bianca stanza è solo con sé il Dittatore, solo con sé fedele. Guarda le bianche mura ch'ei fece, artiere d'ogni arte, dopo che preso e difeso ebbe quelle di Roma. È senza mutamento la povertà, è senza mutamento la pace. Il sacco delle semente è a piè del letto. L'arme, disopra l'origliere, al vacillar della lucerna splende. Palpita e guizza la fiammella. E gran vento alle finestre, gran vento di maestro sul mar che romba nelle anse di Caprera, grande clamore a quando a quando, immenso grido, selvaggio urlo come a Palermo, come a Palermo urlo di popolo ebro. «O cuore, balzi? Placato ancor non sei?» L'Eroe sorride; ma gli occhi del veggente veggono il sole su la città che ferve colui che parla e l'ultimo suo gesto, il furibondo palpito che solleva tutto quel muto popolo come un petto immortale, e tutto il sangue repente sparir dai vólti innumerevoli, e tutte le bocche urlanti, tutte le mani distese in alto alla ringhiera; Piazza Pretoria fatta dal travincente amore vasta come l'Italia intera; l'anima d'un popolo fatta un cielo di libertà, eguale al giorno ardente; una bellezza nuova per sempre accesa nel triste mondo, un'imagine eterna di gloria impressa nel vano velo, eretta un'altra cima, ala data alla Terra!
VI. «O cuore, balzi? Non sei placato ancóra?» L'Eroe sorride; ma si tocca la fronte ove in quel dì battevan forte il sole siciliano e il vento dell'ignoto destino e il suo volere. Poi s'accosta al bianco letto che dà i profondi sonni, ove il lin rude par che di sale odori (lavato in mare e torto su lo scoglio?), ma il cuore è insonne, riposare non può. Ei crolla il capo e dice: «Spartirò le mie semente». Si china; piano scioglie la bocca al sacco; e ripone la corda.
VII. Seduto sta; le sue semente ei sparte, faville d'oro dall'una all'altra mano. Sparte e col soffio ventila come fa esso il colono che non mai fece altra arte. La man non falla quando l'occhio s'inganna: sa come pesi nella palma il buon grano. Tenne la spada ed or terrà la marra. Mezzo novembre avran repente e chiaro l'opre, poiché non anco Aldebarano sorse dal mare ed ecco il Maestrale porta il sereno a chi vuol seminare. «O cuore, o cuore, entra nella tua pace!» Gli àlbatri intorno soli rosseggeranno, cui tolta fu la terra lavorata. «Guardiamo innanzi, all'alba che verrà!» Chino la fronte, le sue semente ei sparte, faville d'oro dall'una all'altra mano. «Ciò che compimmo altri lo canterà.»
VIII. Ma la grandezza di ciò che fu compito s'alza e sovrasta alla notte sublime, sovrasta al cuore di colui che ha sorriso, occupa la solitudine, vince la pace, infiamma l'ombra; non ha confine in breve nome. O Italia, i Mille, i Mille! Ali fulminee delle Vittorie latine, rapidità della forza e dell'ira su le riviere del sangue, alte e succinte vergini d'oro, messaggere vestite di vento, immenso amor di Roma, chi si chiamerà fra voi l'eguale di quella che un volo su da Calatafimi sino al Volturno volò senza respiro e dissetò la sua gran sete alfine sol nelle vene di Leonida ucciso un'altra volta? Pianto alla Porta Pila, silenzioso pianto alla dipartita, coro di donne liguri! Ultimo addio di ferree madri ai giovinetti figli! Divinità rivelata nei cigli umani e primo tremito delle prime stelle nel puro cielo primaverile! Più dolce maggio in terra non fiorì. Navi sospinte nel mare dal respiro stesso dei petti eroici, dal destino e dalla febbre, dalla speranza invitta e dal prodigio, piene di melodìa e di ruggito, nell'oscuro periglio illuminate dai baleni d'un riso silenzioso, con la prora diritta a gloria e a morte, a un punto e all'infinito! Rapida gioia de' bei delfini amici nel solco, méssi d'un rinnovato mito! Stelle augurali dell'Orsa al grande ardire, accesa in cielo bandiera del naviglio! Più alto sogno in Dante non salì.
IX. Chino la fronte, sparte le sue semente il Dittatore, sotto la sua lucerna che per le mura d'ombre e di luci crea notturne vite coi lunghi aliti della notte. È gran vento alle finestre: geme, sfida, minaccia, rugge, ulula, intermesso. La man nell'atto a quando a quando trema. Fissi alla gesta son gli occhi del veggente. L'anima eterna è cinta di baleni. Ei vede, ei vede il patrio mare ardente, i suoi vascelli nel fulgido silenzio misteriosi come due giganteschi spiriti, fatti leggieri dall'ebrezza che vi s'aduna, dal sogno che vi ferve, come le navi dei templi dalla prece: e il primo approdo, Telamone col segno dell'Argonauta, le odorifere selve dell'Argentaro, la pallida Maremma tinta del sangue gallico, ove raccese Mario la febbre di Minturno ed il ferro trasse dal piè degli schiavi, ne fece spade battute per la strage crudele. E l'altro monte, e l'altro monte ei vede, l'Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo divinamente apparito, la vetta annunziatrice della Sicilia bella!
X. Ed ora tutto è baleni, ora tutto folgori e tuoni, furore e sangue, azzurro e sole, ferro e fuoco, aure e profumi. L'inno è nel vento, l'ebrezza è nell'arsura. Ei squassa l'aspre chiome della fortuna in pugno e fa d'ogni uomo una virtù, una virtù d'ardore ch'ei conduce col suo sorriso terribile nell'ultimo impeto al cuor d'un astro. E l'armatura della sua possa è il suo sorriso; e ovunque risplenda, quivi è il prodigio; e nessuno lo vede senza vedere un dio nel suo cielo; e beato colui, quasi fanciullo, che primamente lo vede nella luce e tra le spiche ucciso cade giù.
XI. O Verità cinta di quercia, quando canterai tu per i figli d'Italia, quando per tutti gli uomini canterai tu questo canto? Ecco il pane spezzato sotto l'olivo, prima della battaglia; ecco irto d'armi il colle di sì grande nome, nomato il Pianto dei Romani, aspro di sette cerchi, balzo di Dante, per ove gridan come stuol di selvagge aquile sette Vittorie disperate; Alcamo in festa, Partinico fumante; l'avida sosta della falange, al Passo di Renna, in vista della Conca e del Mare; la sete, la fame; la corsa verso Parco nella tempesta e nella notte, inganno meraviglioso; la montagna affocata di Gibilrossa ove ecco ogni uomo par che trasfiguri come se oda parlare una divina voce alla sua speranza; e la discesa muta di sasso in sasso, per gli arsi aromi, lungo le schegge calde, mentre la sera coi richiami lontani de' suoi pastori e coi suoi flauti fa la melodìa dell'obliata pace; e poi la notte vigile di fatali stelle; e poi l'alba, e nell'alba il tonante impeto, l'urto, la furibonda strage, l'inferno al ponte dell'Ammiraglio; il maschio Nullo a cavallo oltre la barricata con la sua rossa torma, ferino e umano eroe, gran torso inserto nella vasta groppa, centàurea possa, erto su la vampa come in un vol di criniere; il grifagno Bixio, il risorto Giovanni delle Bande Nere, temprato animato metallo, voce a saetta, sottil viso che sa la cote come il filo d'una spada laboriosa, ossuta fronte salda come l'ariete che dirocca muraglie, eccolo all'opra che balza da cavallo per trarsi il piombo con le sue stesse mani fuor delle fibre tenaci; ecco espugnata la Porta, data la rotta alle masnade regie col ferro alle reni; le strade ancor nell'ombra, deserte; la città ancor dormente, e la prima campana che suona a stormo verso l'aurora alzata su Gibilrossa; Fieravecchia che batte già colma come un cuor che si rinsangua; Macqueda sotto la grandine mortale; Montalto ai regi tolto dallo spettrale Sirtori; atroci strida, crollar di case, rossor d'incendii; la morte che s'ammassa nella ruina; l'afa delle carni arse, il cielo azzurro su l'urlante fornace; e il Dittatore terribile che passa, il Dittatore sorridente con pace tra quel delirio umano, il dio che guarda, indubitata forza, con nella faccia il sole, il sole del sorriso eternale. Gloria per sempre! Ecco Palermo schiava che si risveglia giovine tra le fiamme, che si solleva, memore della Gancia, nella vendetta e nella libertà.
XII. Sotto l'immensa gloria chino la fronte, il Dittatore onniveggente è immoto. Nel sacco rude la sua mano s'affonda e inerte sta, immemore dell'opra. Or è interrotta l'opra del buon colono. Ei più non vede rilucere pe' solchi le sue semente, né ribatte le porche ei con la marra in suo pensiero. Ascolta il vento e il mare nella notte profonda. Ascolta il rombo del suo spirito solo. Non proferì la sua più gran parola quando a quel re sopraggiunto donò il regno e solo poi si ritrasse all'ombra d'un casolare, lungi alla bella scorta, sol con taluno de' suoi laceri prodi? Triste è la bocca nella sua barba d'oro, ché le sovvien del molto amaro sorso. Era laggiù, presso Teano, incontro ai foschi monti del Sannio, il donatore; seduto all'ombra era, su vecchia botte non più capace di contener la forza del vin novello. Era l'autunno intorno; ammutolito sul Volturno il cannone; piegata e rotta la gente di Borbone sul Garigliano; scomparso con la scorta splendida il re sul suo cavallo storno, andato a mensa. Era l'autunno intorno: cadean le foglie dal tremolio dei pioppi; i campi roggi fumigavano sotto l'aratro antico tratto dai bianchi buoi campani cui rauco urgeva il bifolco fasciato le anche dal vello del montone, coperto il bronzeo capo dal frigio corno. Antiche e grandi eran le cose intorno; antico e grande era il cuore dell'uomo seduto in pace su la fenduta botte. Ognun taceva al conspetto dell'uomo meditabondo. Quasi era a mezzo il giorno: era il meriggio muto come la notte. Ognun taceva, ogni anima era prona dinanzi a lui, col silenzio che adora e riconosce: alta preghiera in ora che parve a ognuno scorrere per ignota profondità. E il forte elce nodoso, che negreggiava quivi, fu santo come i dolci olivi dell'orto ove pregò tre volte un altro uomo di fulve chiome. E il donatore, seduto su la doga vile, crollò la testa di leone. Calmo guardò pei fumi il campo roggio, col calmo sguardo cerulo che soggioga il rischio; udì l'anelito dei buoi affaticati per quelle terre sode; seguì un aratro che discendea da un poggio, considerò se fosse dritto il solco dietro l'attrito vomere. Anche ascoltò la lodoletta che facea sua melode. Venne per l'aria il suono d'un rintocco. Allor fu quivi recato da un pastore giovine irsuto di pelli, sopra un moggio, al donator di regni un duro tozzo di pane, e cacio stantìo, di grave odore. Aveva ei seco il suo coltello a scrocco, il suo coltello di marinaio, ancóra raccomandato alla sua vecchia corda; l'aperse pronto, con quello s'affettò il pane e il cacio. Maciullando, guardò l'aratro antico tratto dai bianchi buoi, e giudicò del dritto solco; poi, come il più duro non passava pel gozzo, chiese da bere sorridendo al pastore. Allor fu quivi recato in un orciuolo al donator di regni acqua di pozzo. Avido ei bevve, accostatosi il rozzo vaso alla bocca, ma la bocca schifò. L'acqua putiva, come d'un otro immondo. Senza sdegnarsi ei versò l'acqua al suolo. Poi s'asciugò, tranquillo; e disse: «Il pozzo è infetto. Certo, v'è una carogna al fondo». S'alzò nel detto; e andò pei campi solo.
XIII. Or si ricorda ei ben del sorso tristo; e il cuor gli duole d'un lento presagire (riarderà l'agosto su le cime dell'Aspromonte torbido, e di vermiglie bacche il novembre allegrerà le infide macchie a Mentana). Ei vede il buono Elìa col piombo in bocca laggiù su la collina dei sette cerchi; e laggiù sul sottile istmo, a Milazzo, entro i maligni intrichi delle paludi e dei canneti, ritto il suo Missori bellissimo che uccide i cavalieri. Ode il grifagno Bixio che nel più folto della mischia gli grida: «Dunque così voi volete morire?». Subitamente Deodato Schiaffino, quel da Camogli, il biondo, gli apparisce: il marinaio biondo che gli somiglia, occhi cilestri, d'oro la barba e il crino, ma più membruto, più alto, d'una stirpe ingigantita nel travaglio marino. Subitamente gli apparisce supino, a mezzo il colle, nel sangue che invermiglia tutto il pianoro. È caduto così l'alfiere, primo all'assalto. Garrisce dopo lo schianto la bandiera investita, come da un vento d'ira, dal grande spiro: e sul torace come sur un macigno fanti e cavalli s'azzuffano in prodigi di furia, e tutta la virtù dell'estinto ecco risorge viva in un cuore vivo, ed è il torace dell'eroe come un plinto alla grandezza d'un altro eroe. «Così dunque volete morire?» Un leonino fremito scuote il Dittatore. Ei mira sé nel gigante biondo che gli somiglia, nel marinaio ligure che morì com'ei vorrebbe. Cupo aggrotta le ciglia; con gli occhi fissi interroga il Destino.
XIV. E dalla morte sorge l'ombra di Roma. Come il pastore dell'Agro spaventoso nel ferin sangue porta germe nascosto d'antica febbre che sùbita riscoppia mentre di sotto l'arco dell'acquedotto inaridito ei guata fuggir l'ora su l'erba e sta con l'anima gravosa ch'ebbe immutata per geniture molte dal tempo quando con solfo e con alloro Pale odorava la pecora feconda: conosce il segno del vigile malore, conosce il gelo che in foco si risolve; dà la sua vita alla vorace forza: ed ei ben sa ch'ella non abbandona se non l'ossame, e guata fuggir l'ora per l'erba e sta con l'anima gravosa e brucare ode la pecora d'intorno: così l'insonne sente dal più profondo sangue salir la febbre sacra, il morbo divino, ardore immedicabile, odio ed amore ambi indomati, onde il corpo arde e la mente, sacra febbre di Roma, ultima vita terribile del suolo esercitato dai padroni del Mondo.
XV. Ei lo conobbe come conosce il figlio il sen materno, conobbe il suol latino come colui che alla mammella antica s'abbeverò con sete di giustizia. Vi giacque armato, sotto il seren d'aprile, e di rugiada nell'alba si coprì. Vi colse il fiore dell'asfodelo; misti alle fresche orme vi rinvenne i vestigi dei Fabii; v'ebbe a ginocchio il nemico; vi fu calpesto dai suoi nello scompiglio, dai cavalieri suoi fuggiaschi, ferito dall'unghie dure, di polve e sangue intriso, tremenda impronta, quando del cuore invitto impedimento al terrore improvviso ei fece solo e là, prono, col viso nella carraia, baciò la madre, vivo oltre la morte, e nel fragor sinistro l'urlo supremo della sua Lupa udì.
XVI. O Verità cinta di quercia, quando canterai tu per i figli d'Italia, quando per tutti gli uomini canterai tu questo canto? L'umano alito mai più grandemente magnificò la carne misera; mai con émpito più grande l'anima pura vinse il carcame ignavo. L'onta dell'uomo, il corpo che si lagna e trema, che ha sonno, che ha sete fame paura, che ha orrore del suo sangue e delle sue viscere, che si salva, si cela, fugge, cade, invoca pietà, prega soccorso, per soffrire si giace e per morire chiude gli occhi, la salma pesante opaca e fragile, la carne misera e impura, l'onta dell'uomo schiavo, veduta fu sùbito trasmutarsi, al nomar d'un nome, in una sostanza novella, armata d'una vita tenace e numerosa come di germinanti membra e di vene perenni, inebriata di strage come di allegrezza, agitata con risa e grida se molto era la piaga vasta, se orrenda era, come si squassa una bandiera superba a rincuorare stanchi e codardi. Cantami, o Verità cinta di quercia, cantami questo canto! Eccoti innanzi le donne, ecco i vegliardi, ecco i fanciulli: le donne senza pianto, senza vecchiezza i vegliardi, a mortale gioco i fanciulli con la morte che passa; ecco guidato a suon di trombe il ballo dal buon Manara sotto il colle tonante; ecco il Masina, con la sua schiera franca di cavalieri bolognesi, l'uom d'arme e di piacere, ardentissima spada, gioioso a mensa come in campo, che già tinto in vermiglio ritorna al quarto assalto per la Corsina e sprona il suo cavallo su la scalèa, gli dà ferocia ed ali, colpito in petto non fa motto né lai, vuota la sella, stramazza, con le braccia aperte e il ventre prono sul sasso sta; ed ecco i suoi già pronti a dargli bagno di grana e coltre di porpora, le lame battute a freddo, le lance di Romagna, che per ammenda di Velletri han pagato un fiero scotto, eccoli tempestare su l'atterrato per trar dalla battaglia il corpo e dargli sepoltura, gli eguali dei belli Achei corazzati di rame sul corpo di Patroclo nato dal cielo, del caro al Pelìde compagno; mentre dardeggia la voce del grifagno Bixio ferito di piombo all'anguinaglia, voce di scherno, che fischia sfonda e taglia come la spada che tronca gli è rimasta nel pugno; e il fabro d'inni Mameli, il vate soave come Simonide ceo, ma più puro che l'ospite di Tessaglia, guerreggiatore laureato, sul franto ginocchio cade sorridendo; e di vasta anima un altro artefice, il lombardo Induno, alfine cade, giace forato come selvaggio bugno e per tanti varchi non la sua vasta anima dà ma inganna la morte, due volte fatto immortale. Ecco il Bronzetti, ad altri campi sacro, ad altro antico esempio, che il suo caro non abbandona già sotto le calcagna nemiche ma l'ardire e la pietà di Niso ingenuo innova; ecco il toscano Masi, il Sampieri veneto, ecco il lombardo Vismara, il Bacci piceno, l'apuano Giorgieri, duci e gregarii, il romano Spada, e Fulgenzio Fabrizi umbro ammirando al Ponte Milvio, e il conte ravennate Loreta, e il buon Savoia mantovano, e il buon Maestri, il monco, il mutilato di Morazzone, e quel gentil Montaldi già cacciatore al Salto e capitano che navigando laggiù pel guerreggiato fiume fu solo ed ebbe cento braccia a sostener con l'arme l'arrembaggio; ecco l'Anceo, il Silva, il Rodi, il Sacchi, il pro' Daverio, il Mellara, gli Strambio, il più bel fiore del sangue di Romagna e di Liguria e d'Umbria e di Toscana, d'ogni contrada, figli della montagna, figli del piano, figli del litorale, della città e del borgo selvaggio, il più bel fiore fiorito dalle madri nel vaticinio della gesta fatale, speranza e forza della profonda Italia, speranza che arde e forza che combatte, dolor che ride e giubilo che assale, solenne ebrezza, funebre voluttà, il più bel fiore fiorito dalle madri potenti come la terra che bagna il fiammeo flutto ond'è converso il latte robusto dato con compagnia di canti; e il Morosini, e i Dandolo, sonanti nomi nel bronzo della gloria navale, stirpe di dogi, sangue republicano che tinse già di suo colore i fianchi delle galere, il Mare Nostro, Candia, la Morea, Nasso, in cento assedii, e i sacri marmi d'Atene e l'oro di Bisanzio, spoglie del Mondo offerte alla Città.
XVII. Villa Corsina, Casa dei Quattro Vènti, fumida prua del Vascello protesa nella tempesta, alti nomi per sempre solenni come Maratona Platèa Crèmera, luoghi già d'ozii di piaceri di melodie e di magnificenze fuggitive, orti custoditi da cieche statue ed arrisi da fontane serene, trasfigurati sùbito in rossi inferni vertiginosi, chi dirà la bellezza che in voi s'alzò dalla ruina e stette su l'Urbe come terribile astro a sera? chi canterà la vostra grande sera? Cadeva il dì crudo su fuoco e ferro. Tre volte e quattro iterato per l'erte scalèe l'assalto: grado per grado, pietra per pietra, preso e perduto e ripreso e riperduto il baluardo orrendo; accumulati i cadaveri a piè degli agrifogli, dei balaustri, delle statue, delle urne; fatto il pendìo riviera del sangue, cupo bulicame di membra lacere; acceso l'incendio; alzato al cielo impallidito il clamore supremo i Legionarii ansanti, arsi di sete e d'ira, armati di tronconi e di schegge neri di fumo e di polvere, belli e spaventosi parvero come quelli che superato avean l'uman potere con la scagliata anima (tale il segno superato è dal dardo veemente) e respiravan dai lor profondi petti piagati l'ansia d'un miracolo ardente. «Avanti!» allora gridò la voce immensa. Erano questi reduci dall'inferno raccolti presso le mura, tra il Vascello e San Pancrazio. Ansavan come belve cacciate innanzi dal fuoco nelle selve incendiate, esausti, dalla sete stretti le fauci; e non avean da bere se non sudore e sangue. Ognun coi denti secchi mozzò l'anelito, e si tese per obbedire. «Avanti!» ripeté la voce immensa. Ed il bianco mantello ondeggiò, come l'onda delle bandiere, su gli aridi occhi. S'udìa, contra il Vascello, spesso il nemico tonar dalle trincere della Corsina come da una fortezza. Perduta omai l'altura; folle impresa tentare un altro assalto; tutta l'erta spazzata; dubbio giungere a mezzo; certa la strage. «Avanti!» gridò la voce immensa e pura come il ciel di primavera sopra le fronti degli uomini promessi. E comandò agli uomini il portento. «Orsù, Emilio Dandolo, riprendete Villa Corsina! Su, di corsa, con vénti dei vostri prodi più prodi, a ferro freddo!» Ed il nomato tremò nel cuore udendo il nome suo in bocca della stessa Gloria. Caduto eragli già il fratello su la scalèa, spento. E disse: «O fratello, teco verrò!». Pronto, fece l'appello dei morituri. E la falange breve mosse all'assalto ultimo. Una gran febbre allora parve palpitare nel vespro, visibil come l'ardore nei deserti quando per l'aere vibra incessantemente. Sorse un clamore terribile nel vespro, terribil come quel dei romani petti che ferì l'aere ed i volanti uccelli quando rostrata salpò la quinquereme di Scipione. Videsi in alto un negro stuolo di corvi sbattere sul funesto Gianicolo, ove scendean le aquile un tempo con i presagi. E nel fuoco e nel ferro il fato della Republica fu certo. I morituri la videro morente nel sangue loro. Un disse: «Vinceremo».
XVIII. Veniva, senza squilli, in corsa, alla Porta di San Pancrazio la seconda legione lombarda, quella dal Medici condotta florida schiera giovenile, corona di Lombardia. Il Vascello, dal prode Sacchi difeso fin quasi a mezzo il giorno, quindi tenuto da quel santo e feroce Manara cui serbata era la gloria di Villa Spada, sosteneva il maggiore sforzo nemico. Fervida era già l'opra degli approcci, era imminente già il crollo del fastigio, era già degli uccisi ingombro tutto il palagio. Or veniva al soccorso Giacomo Medici, incrollabile possa, compatto bronzo contra le sorti immoto. Dalla Toscana nel Lazio, senza colpo ferire, avea condotta la legione con disciplina durissima, per prove e patimenti infiniti, veloce e càuto, dando per guanciale al riposo la gleba o il sasso, avendo giorno e notte il rischio sempre alle spalle, di fronte e ai fianchi come dogo o molosso pronto ad azzannare senza latrato. Il sole, il vento, l'erbe, i torrenti, le rocce aveangli fatta selvaggia come un'orda la bella schiera. Ai giovini leoni, tutta la notte nutriti dall'odore della Campagna sacra nel periglioso cammino, Roma era apparita in fondo alla pianura nella sùbita aurora come una nube. Ed un grido era sorto: «O Madre!». Ed ogni cuore in quella parola s'era devoto, con volontà di gloria; e taluno ebro avea sentito forse nelle gramigne rimaste fra le chiome incolte il peso mortale degli allori. Veniva or dunque, senza squilli, alla Porta di San Pancrazio la seconda legione lombarda. Ed ecco, verso la Porta, incontro a lei la fila delle barelle atroce, con i feriti, con i morenti in mostra! Ed i feriti ed i morenti, incontro ai giovinetti floridi, del dolore fecero un riso non umano. E coloro che non avean più pel riso la bocca ma cave piaghe, gittarono dagli occhi il lor baleno; e taluno gittò le bende intrise discoprendo la coscia tronca od il ventre lacerato e gridò: «Resti con voi questo segno!». Ed un monco scosse ridendo il moncherino come un aspersorio di sangue e battezzò gli imberbi. E tutti ridevano di gioia come fanciulli, poiché la morte ai loro terribili atti mesceva un che di dolce, una bontà puerile, un candore di libertà mai detto da parola d'uomo né vinto in terra; e di candore splendevan essi nel dissanguarsi in fondo alle barelle che penetravan l'ombra di Roma fatta più profonda dal rombo che il Campidoglio spandea sonando a stormo. Nell'ombra «Viva la Republica!» urlò l'anima alzata del coro moribondo. E l'urlo sotto la Porta rimbombò. E la legione, scagliata dalla Porta eroica, entrò nella battaglia. Allora, bianco a traverso la bufera del fuoco, bianco sul suo cavallo agile come un tigre dómo, non simile ad un uomo fragile ma simile ad una forza onnipresente espressa dalla lotta stessa dei fati e degli uomini, incontro ai giovinetti venne il Liberatore. Muto trascorse lungh'esse le coorti adolescenti come fa il nembo sopra le spiche ma l'anime ch'ei piegò col suo gran soffio parvero dall'angoscia risollevarsi moltiplicate. Gli occhi erano intenti a lui; e con un solo sguardo ei toccò le anime come un solo baleno tocca le innumerevoli onde. «Avanti!» allora gridò l'immensa voce. Ed il cavallo a un tratto s'arrestò come un torrente precluso che si copre di schiume. Calmo il cavaliere biondo parve più alto, signore delle sorti, sicuro. Spessi fischiavangli d'intorno gli obici senza toccarlo; orrido scroscio facean su i muri del Vascello; talora sordi facean nella legione un solco ove spariva qualche silenzioso capo atterrato. Si protese, raccolse il puro sogno dei giovinetti morti nella sua voce che fu pei vivi come la melodia della materna Roma. «Giovani, avanti, ché vinceremo anche oggi!» Non con lo sprone ma col suo grande cuore ei sollevò il suo cavallo a volo: nel balzo il bianco mantello palpitò come la bianca ala della Vittoria. Il giovenile grido coperse i tuoni del monte, dietro il galoppo senza orma. Nella fumèa del vespro, intorno a Roma, erano ovunque la ruina e la morte. Ma chi morì, morì vittorioso.
XIX. Con gli occhi fissi interroga il Destino il Dittatore. Arde tra le apparite stragi, nel grido dei magnanimi figli. Arde, in silenzio, della sua febbre antica. E la grandezza di ciò che fu compito s'alza e sovrasta alla notte sublime. «Ah non invano! Ah non invano!» dice la sua speranza. «Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile! Altra rugiada aspettan le gramigne dell'Agro, e avranno altra rugiada, prima che sorga l'alba della novella vita. O Madre, e quel che ti daremo vinca di santità quello che t'offerimmo. Pur t'offerimmo quel ch'era in noi divino.» Ed ecco ei tende la mano, come chi promette, ei tende la mano che spartiva le sue semente con la saggezza antica, la man che già seminò, che al mattino seminerà là dove fu il granito. Per testimone ha l'anima sua. Dice: «Verrò, verrò. Là donde mi partii ritornerò». La trista dipartita ripensa: il luglio torrido; le milizie raccolte in piazza, mute sotto il meriggio muto, al conspetto del Vaticano inviso, come le statue dei portici; il sorriso che gli sgorgò dai precordii alla vista della coorte adolescente; Iddio nei cieli azzurri, il silenzio infinito, l'orazion piccola «Io offro a chi mi vuol seguire fame sete fatiche combattimenti e morte»; poi l'uscita da San Giovanni, tutto il popolo afflitto che lacrimava e le Trasteverine accorse in gara che spargevano i gigli sotto il cavallo dell'eroina Anita a San Giovanni, il sordo calpestio in notte chiara su la Via Tiburtina con la grande ombra di Roma che seguiva i legionarii, la sosta su la cima nuda, l'estremo sguardo, l'estremo addio alla Città già in mano del nemico; e poi la corsa di confine in confine per monti e valli, l'arrivo a San Marino, al bel Titano, con la sua schiera esigua sfuggita a quattro eserciti, la fine dell'alta guerra, il Mare, l'accanito inseguimento per le selvagge rive, per le paludi febbrose, l'agonia della sua donna sotto il sole maligno, il disperato remeggio verso il lido di Chiassi, il dolce corpo su l'erbe arsicce morente, poi l'abbandono improvviso sopra la Costa di Paviero, il supplizio feroce, il caro corpo non seppellito nella calura lùgubre l'infierire di tutti i mali contro l'anima invitta. «O Madre, e quel che ti daremo vinca di santità quello che t'offerimmo» dice l'Eroe che seppe ben patire. Per testimone ha l'anima sua. Dice: «Verrò, verrò. Là donde mi partii ritornerò, Madre, per ben morire».
XX. Or s'è placato il cuore in quel suo puro atto di fede e in quell'offerta. Il giusto seminatore, innanzi ch'ei s'induca al meritato sonno, innanzi ch'ei chiuda gli occhi da tanta visione consunti, getta il buon seme del dolore futuro. Ascolta il vento, esplorator notturno che indaga gli antri, che visita le rupi, che parla e poi tace, tace e poi rugge. Pensa il piloto: «Reca lungi l'augurio tu che ben sei vento italico, più nostro che ogni altro, Maestrale, robusto tenditor di vele latine, duro scotitor di latine selve, tu che tra Ponente e Borea spiri, giù dalle Alpi insino al Peloro, per tutta la Italia e segui l'Apennino e le punte dei promontorii tutte sul mare giungi in libertà, Maestrale, tu lungi in questa prima notte reca il saluto dell'uomo a quella che sta nella pianura oltre Argentaro, nell'Agro taciturno che divorò le stirpi, e l'assicura che a lei pensò l'uomo quando la prua sciolse da Quarto, ed a lei quando fu presa la riva, e sempre in ogni pugna a lei, dal Pianto dei Romani, laggiù, da Gibilrossa, dal Faro, dal Volturno. E, come attende l'uomo, tu l'assicura che a lei verrà se pur sempre all'autunno segua l'inverno e dall'inverno surga la primavera. Intanto ei veglia e scruta». Così promette il piloto di altura e di rivaggio, l'uomo tirrenio, instrutto di sapienza pelasga, che misura senza fallire con l'occhio l'azzimutto e su la linea di fede sa condurre il suo naviglio con bussola vetusta, col buon pinàce di manico sicuro, privo dell'ago, dell'ago che si turba strepita impazza smarrisce sua virtù. «Andremo a poggia e all'orza. Orza di punta!» pensa il piloto. E il sorriso si schiude nel suo oro. «Alle mure dei trevi! Mura!» Silenzioso ride: pensa la susta che tiene a segno l'antenna latina. Una minaccia arguta par che il suo riso aguzzi. Ei sa che avrà vento traverso, buffi di vento obliquo; ma sa come si muri. E crolla il capo incolpevole. «Orsù via, che domani si semina!» Nel suo pensiero ondeggia di biade il sasso brullo. S'accosta al letto placido ove il lin rude par che di sale odori, male asciutta vela che quivi posi dalle fortune. Il sacco è a piè del letto; l'arme luce su l'origliere: il sogno eterno illude quella divina anima di fanciullo.
XXI. Or mentre giace, sopra il vento intermesso ode un belato. Belare ode un agnello forse smarrito nelle rupi deserte; per la notte ode una voce innocente che chiede prega geme trema si perde. Già sollevato in sul cubito, teso l'orecchio, ascolta nelle pause del vento. La voce trema prega geme. «È un agnello smarrito; cerca la madre» E balza in piedi il Dittatore. Indossa le sue vesti, rapido come allor che il pro' Daverio il tre di giugno entrò dov'ei giaceva pesto e ferito, urlando «La bandiera!». Durano affé i buoni usi di guerra, se bene tace la diana, a Caprera. Anche allora brillavano le stelle. Il Dittatore cammina contravvento. A quando a quando sosta, tende l'orecchio se mai distingua, tra i colpi del maestro, sopra gli schianti della risacca, il segno di quel belare. Conosce dall'altezza dell'Orse l'ora. Tutto il cielo è sereno. Le sette Guardie tramontan sul Tirreno. Il buon piloto mira le chiare stelle dei marinai, le dolci Gallinelle sul collo al Toro, nell'ala pegasèa Markab, in bocca al Cane Sirio ardente, e su la spalla d'Orione Adhaèr, e Vega e Arturo e Canòpo e la Perla. D'antico tempo or gli sovviene. Regge, nella memoria, col pollice l'anello dell'astrolabio e studia come ascenda un astro e come si colchi, nel silenzio dei mari. Gira sul capo il ciel sereno. L'isola acclive è come una galèa grande che sola navighi verso terre lontane. Il vento cade. Ed ecco l'agnello chiama la madre nelle rupi deserte: s'ode la voce che trema prega geme. «O creatura di Dio, dove sei persa?» Ed ecco un che di bianco, un che di lieve nell'ombra, come una falda di neve intiepidita da una pena vivente. L'uomo si china verso la pena, sente il vello, prende con le mani leggiere la creatura di Dio, l'alza, la tiene fra le sue braccia, l'accoglie sul suo petto. Non fu pastore ei forse? Gli sovviene d'antico tempo quando migrò col gregge alle pianure su l'ampia orma paterna, quando di fuochi notturni cinse il gregge, fatta la sosta intorno alla cisterna. L'anima sua ora è come la terra, è come il mare, è come il firmamento, come la forza delle stirpi guerriere e pastorali che nel cominciamento furono, come la verginità fresca del primo sguardo che dalla cosa espresse il mito, come la meraviglia ingenua animatrice che d'ogni cosa fece una bellezza e la favola breve dell'uom fallace converse in gioia eterna.
XXII. Col novel peso pianamente sen va alla sua casa, portando nelle braccia la creatura che tuttavia si lagna, che chiama chiama, che chiama la sua madre. Il vento cade, il mare s'abbonaccia, il ciel s'imbianca. Ei sente nella faccia pungere l'uzza mattutina, e la guazza piovere sente su l'oro della barba che si confonde con quella dolce lana. «O creatura, non posso io darti latte» dice il pastore sorridendo al belato che non si placa. «Tu chiami la tua madre. Dove sarà ella? Molto lontana? E veggo già che s'avvicina l'alba; sicché non giova tornare alla mia casa; ma giova a te avere la tua madre che anche ti chiama, che ha la poppa gonfiata di molto latte che tu ti beverai.» Ed ei si gode nel suo cuore piegando a un'altra via, però che bene ei sa la via del chiuso ove la greggia scarsa attende l'ora della pastura. L'alba stampa nel ciel le sue dita rosate quando all'ovile giunge, all'ovile fatto di schiette pietre che scelse di sua mano e poi commesse e legò con la calce e vi coprì tutto il tetto di lastre pulite ed anche vi fece di legname sodo la porta, come artiere d'ogni arte ch'ei fu, che sempre sarà finché le braccia gli reggeranno. Or, mentre giunge, il cane lo riconosce come riconobbe Argo sul concio il dire del molto travagliato Odisseo; sì lo riconosce il sardo mastino, forte, fulvo, e balzagli innanzi e gli fa festa. Ma, dal chiuso, al richiamo della deserta creatura la madre risponde. Senza indugio il pastore apre la porta e càuto depone al limitare di pietra il redo che, su le oblique zampe lanose, come un infante traballa, bela dal roseo muso, per l'ombra calda saltella in cerca della poppa gonfiata. Chino alla porta, dell'avido poppare si gode l'uomo incolpevole; è pago; ché buono ei stima l'odore della calda lana nell'uzza che punge aspra di sale, e invero sol gli rincresce d'un pane, d'un pan che manca alla sua lieta fame sì mattutina. «Ecco che è fatta l'alba. Riconterò le mie pecore.» Taglia una verga, entra nel chiuso, e caccia il branco. Nitrire i suoi cavalli di battaglia ode all'aperto. Respira: «Oh Libertà!». Poi, sufolando ne' modi della Pampa e dell'Oceano, pascola verso il mare.
Canti della morte e della gloria I. O Verità cinta di quercia, canta la tristezza del popolo latino, il Sol che muore dietro l'Aventino e la notte che abbraccia l'Arce santa. Ahi che lungi egualmente a Roma, e in quanta lontananza entro l'ombra del destino compiuto, sono i Fabi e il lor divino Crèmera, Villagloria e i suoi settanta! Esausto è il latte della Lupa stracca nelle flaccide mamme, e tutto è spoglio dai ladruncoli il fico ruminale. Acca Larenzia lucra da baldracca. L'oca senz'ale abita il Campidoglio e la talpa senz'occhi il Quirinale.
II. Il pastore d'Amulio dal galèro di pel lupigno, Fàustolo che scorse il pico verde e quel seguendo accorse al loco lupercale umido e nero, indi prese i Gemelli, uno leggero, l'altro più grave, e nudi ambo li porse a Larenzia mammosa, non s'accorse che in un pesava il peso dell'impero. Il peso dell'impero e del delitto necessario facea grave il fratello di Remo, sacro all'augurale volo. Ei diede al mondo l'Urbe e al cuore invitto del Guerriero insegnò come sia bello con un sogno di gloria restar solo.
III. La gloria fu. L'ultime vite insigni si spengono sul suol di Dante a un tratto come le faci in un festin protratto quando il cielo arde di baglior sanguigni. Vanno lungi da noi l'Aquile e i Cigni: quei ch'ebber pronta la virtù dell'atto e quei ch'ebber nel cuore il sogno intatto; né si vede che il seme lor ralligni. Alziamo gli Inni funebri, sul gregge ignaro, alla Potenza che ci lascia, alla Bellezza che da noi s'esilia. Implacabile è il Canto e la sua legge. E però leva su, vinci l'ambascia, Anima mia. Questa è la tua vigilia.
Per la morte di Giovanni Segantini Implorazione dei monti, voci del regno alto e santo, dolor selvaggio dei vènti combattuti, profondo pianto delle sorgenti pure, quando l'ombra discesa da un più alto regno benda la rupe e il ghiacciaio albeggia solo come un cammino che attenda grandi orme venture! Salutazione dei monti, coro delle gioie prime, laude impetuosa dei torrenti, fremito delle cime percosse dalla meraviglia, quando si fa la luce nelle vene della pietra come nelle fibre del fiore perché Demetra rivede la sua figlia! Dominazione dei monti, purità delle cose intatte, forza generatrice delle fiumane pròvvide e delle schiatte armate per l'eterna guerra, mistero delle più remote origini quando un pensiero divino abitava le fronti emerse dai mari! O mistero, purità, forza sopra la Terra! Spenti son gli occhi umili e degni ove s'accolse l'infinita bellezza, partita è l'anima ove l'ombra e la luce la vita e la morte furon come una sola preghiera, e la melodìa del ruscello e il mugghio dell'armento e il tuono della tempesta e il grido dell'aquila e il gemito dell'uomo furon come una sola parola, e tutte le cose furono come una sola cosa abbracciata per sempre dalla sua silenziosa potenza come dall'aria. Partita è su i venti ebra di libertà l'anima dolce e rude di colui che cercava una patria nelle altezze più nude sempre più solitaria. O monti, purità delle cose intatte, forza, mistero sopra la Terra, ella va e ritorna come un pensiero immortale sopra la Terra. O monti, o culmini, il suo dolore fu come la vostra ombra sopra la Terra. La sua gioia sarà oltre la sua tomba un palpito della Terra.
Per la morte di Giuseppe Verdi Si chinaron su lui tre vaste fronti terribili, col pondo degli eterni pensieri e del dolore: Dante Alighieri che sorresse il mondo in suo pugno ed i fonti dell'universa vita ebbe in suo cuore; Leonardo, signore di verità, re dei dominii oscuri, fissa pupilla a' rai de' Soli ignoti; il ferreo Buonarroti che animò del suo gran disdegno in duri massi gli imperituri figli, i ribelli eroi silenziosi onde il Destino è vinto. Vegliato fu da' suoi fratelli antichi il creatore estinto. Come la nube, quando è spento il Sole dietro le opache cime, di fulgore durabile s'arrossa: contro all'ombre notturne arde sublime la titanica mole e la notte non ha contro a lei possa: così dalle affrante ossa l'anima alzata contrastò la Morte, avverso il buio perdurò splendente. Dinanzi alla veggente tutte aperte rimasero le porte del Mistero, e la sorte umana fu sospesa su l'alte soglie ove la Forza trema. Sul rombo, nell'attesa, allor sonò la melodìa suprema. La melodìa suprema della Patria in un immenso coro di popoli salì verso il defunto. Infinita, dal Brènnero al Peloro e dal Cìmino al Catria, accompagnò nei cieli il figlio assunto. E colui, che congiunto in terra avea con la virtù de' suoni tutti gli spirti per la santa guerra, pur li congiunse in terra col suo silenzio funerale e proni li fece innanzi ai troni ed ai vetusti altari ove l'Italia fu regina e iddia. Canzon, per i tre mari vola dal cuor che spera e non oblìa! E «Ti sovvenga!» sia la tua parola. Vegliato fu da' suoi fratelli antichi il creator che dorme. E simile alle fronti degli eroi era la fronte, sola e pura come giogo alpestro, enorme. E profonde eran l'orme impresse dal suo piè nella materna zolla, profonde al pari delle antiche; e l'alte sue fatiche erano intese ad una gioia eterna; e come l'onda alterna dei mari fu il suo canto intorno al mondo, per le genti umane. E noi, nell'ardor santo, ci nutrimmo di lui come del pane. Ci nutrimmo di lui come dell'aria libera ed infinita cui dà la terra tutti i suoi sapori. La bellezza e la forza di sua vita, che parve solitaria, furon come su noi cieli canori. Egli trasse i suoi cori dall'imo gorgo dell'ansante folla. Diede una voce alle speranze e ai lutti. Pianse ed amò per tutti. Fu come l'aura, fu come la polla. Ma, nato dalla zolla, dalla madre dei buoi forti e dell'ampie querci e del frumento, nel bronzo degli eroi foggiò sé stesso il creatore spento. E disse l'Alighieri in tra gli eguali nella funebre notte: «O gloria dei Latin', come tramonti!». Quivi bianche parean dalle incorrotte spoglie grandeggiar le ali sotto la fiamma delle vaste fronti. E Dante disse: «O fonti della divina melodia richiusi in lui per sempre, che tutti li aperse! Ecco quei che s'aderse, su la sua gloria, in cieli più diffusi e agli uomini confusi parve subitamente artefice maggior della sua gloria. O natura possente, non conoscemmo noi questa vittoria!». E Leonardo: «Innanzi ebb'io la nuda faccia del Mondo immensa, come quella dell'Uom che a dentro incisi. Creai la luce in Cristo su la mensa e creai l'ombra in Giuda. Dell'Infinito feci i miei sorrisi. Poi, nel vespro, m'assisi calmo alla sommità della saggezza ed ascoltai la musica solenne. Per quali vie convenne meco quest'aspra forza a tale altezza? Come questa vecchiezza semplice e sola attinse il culmine ove regna il mio pensiero? Fratello m'è chi vinse il suo fato e tentò novo sentiero». E il Buonarroti disse: «Io prima oscuro, per opra più perfetta rinascere, di me nacqui modello. Poi mi scolpii nella virtù concetta, come nel marmo puro s'adempion le promesse del martello. E posi me suggello violento sul secolo carnale di grandi cose moribonde carco. Irato apersi un varco nelle rupi all'esercito immortale degli eroi sopra il Male vindici; senza pace, stirpe insonne, anelammo all'alto segno. Ben costui che or si giace tal cuore ebbe, s'armò di tal disdegno». Nella notte così gli eterni spirti riconobbero il Grande cui sceso era pe' tempi il lor retaggio. Il titano giacea senza ghirlande, senza lauri né mirti, sol coronato del suo crin selvaggio. E, come il primo raggio dell'alba fu, la maggior voce disse: «O patria, degna di trionfal fama!». E parve che una brama di rinnovanza dalla terra escisse, e che le zolle scisse dai vomeri altro seme chiedessero a novel seminatore, e che l'onte supreme vendicasse la forza del dolore. Canzon, per i tre mari vola dal cuor che spera oltre il destino, recando il buon messaggio a chi l'aspetta. Aquila giovinetta, batti le penne su per l'Apennino; per l'aere latino rapidamente vola, poi discendi con impeto nei piani sacri ove Roma è sola, getta il più fiero grido e là rimani.
Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini Nell'isola divina che l'etnèo Giove alla figlia di Demetra antica donò ricca di messi e di cavalli, di lunghe navi e di città potenti, d'aste corusche e di cerate canne, di magnanimi eroi e di pastori melodiosi, dal santo lido ove apparì l'Alfeo terribile che tenne la sua brama immune dentro all'infecondo sale, da Ortigia ramoscel di Siracusa, che fu sorella a Delo e abbeverava nell'orrore notturno la sirena ai fonti ascosi, il re degli inni Pindaro tebano assiso in ferreo trono, invocando le Grazie dal sen vasto e l'Ardire e la Forza e l'Abondanza sopra l'anima pura, celebrò le vittorie dei mortali. Per gli inni trionfali, con l'olivo selvaggio e il bronzeo vaso, i vincitori furono gli eguali dei belli iddii nel sole senza occaso. Inni, rapidi figli del furore e della fiamma, qual degli iddii, quale eroe, quale uomo noi celebreremo oggi al conspetto del religioso popolo accolto che offre alla Potenza generata dal suo dolente grembo una preghiera? Il dio celebreremo noi, pel cuore innumerevole avido di eterna vita, l'eroe celebreremo e l'uomo in una sola forma di bellezza giovenile, rapita negli alti astri ma sempre ritornante in terra come la primavera. Simile al mare procelloso incontro alle foci dei fiumi, che sforza verso le sorgenti prime verso le auguste origini montane la gran copia dell'acque (beve intorno la terra e si feconda), simile al mare l'onda del canto volga impetuosamente questa che palpita anima profonda verso l'antichità di nostra gente. Dove il veglio Stesicoro per Ilio ereditò la cecità di Omero, dove Pindaro assunse ai cieli il carro del re Ierone fondatore d'Etna e Teocrito addusse tra i bifolchi eloquenti le Càriti dal fresco fiato silvano, quivi improvvisa dopo il lungo esilio la doriense Musa ricomparve tra l'immemore popolo, improvvisa animò la siringa dell'occulto Pan, cui la cera dato avea l'odore del miele (appreso aveale a lamentarsi il labbro umano); e il dolore degli uomini e l'amore degli uomini e le cieche speranze e le bellezze della vita e della morte e tutte le virtudi riebbero nel Canto la purità sublime e necessaria. Oh sagliente nell'aria che la nutrì, semplice nuda e sola, come nel tempio la colonna paria, la melodìa che vince ogni parola! Gli Itali palpitaron di novella attesa udendo quella giovenile voce nell'aria limpida salire; e l'olivo che cinge i poggi curvi lungh'essi i patrii mari santo parve alle dischiuse ciglia e ancor più santo parve l'alloro; però ch'eglino, tristi servi, in quella voce riconoscessero l'antica lor giovinezza e la meravigliosa verginità dell'anima primiera che creò nella luce l'immutato ordine e bianco per gli intercolunnii condusse il coro. Cantava inconsapevole, su i giorni e su l'opre comuni il figlio degli Ellèni in false vesti, tra vane moltitudini loquaci, lungi ai marmi natali; e in cor gli ardeva una tristezza ignota, mentre nella remota isola i suoi teatri pel notturno silenzio biancheggiavano e la vota scena attendeva l'urto del coturno. «Egli è morto, l'Orfeo dorico è morto! Sicelie Muse, incominciate il carme fùnebre! O rosignoli, annunziate ad Aretusa ch'egli è morto e il canto morto è con lui, e il latte non fluisce più, né dai favi il miele, ché perito è nella cera per lo dolore; e il verde apio nell'orto langue, e l'aneto aulente; e le montagne son tacite, e le fonti nelle selve plorano, e al mare Cèrilo fa lai. Sicelie Muse, incominciate il carme fùnebre! Varca il doriense Orfeo l'atra riviera.» Non sonò forse questo antico pianto sul trapassato auleta? «Omai chi canterà su le tue canne? Respiran elle come le tue labbra. Pan non si ardisce. E oppresso tu dal silenzio della Terra sei! Ma, se canti a colei che pur pensosa è d'Enna in Acheronte, ella in memoria dei narcissi ennèi ti ridona al tuo mare ed al tuo monte.» Non piansero così forse i selvaggi flauti contesti con la cera e il lino, al mar siciliano e a piè del cavo rogo vulcanio? E le città illustri piangevano, come Ascra per Esiodo, per Archiloco Paro, per Alceo Lesbo su l'acque. Inno di gloria, irràggiati dei raggi più fulgidi recando all'ansiosa moltitudine, accolta nel Teatro riconsacrato dalla reverenza, l'imagine del giovine Cantore. auspice e i testimonii del fatale suolo ove nacque. Alto pel mar duplice ei vien cantando, il figlio degli Ellèni, il subitaneo fiore della Madre Ellade. Ei vien cantando la bellezza e il dolore dell'Uomo. Il genio della stirpe lui conduce, pervigile. La luce è la sua legge. E l'orizzonte immenso, con tutto che la Terra alma produce volgesi a lui come un divin consenso. Saluta, mentr'ei viene, Inno, l'ignita vetta e il lido aretùside, sospiro d'Atene, e le vocali selve, e i fiumi che il chiaro Ionio beve, e Siracusa e Taormina e la natal Catana con l'orme che v'impressero congiunte Ellade e Roma. La luce regna. Una profonda vita anima le ruine respiranti per mille bocche cerule nel mare e nel cielo. L'alta erba occupa i gradi marmorei, ove i secoli silenti e invisibili ascoltano il tragedo che non si noma. Tra il cielo e il mare le deserte orchestre come stromenti cavi s'aprono per accogliere la voce misteriosa cui risponde il coro dei Vènti peregrini. E la tempesta che laggiù percote le grandi rupi immote contra i frangenti, e il tremito del lieve stelo tra i rotti fregi, son le note dell'istessa parola eterna e breve. Italia, Italia, quale messaggero di popoli trarrà da quel silenzio venerando il messaggio che s'attende? Quivi taluno interroga i vestigi? pacato curvasi ad apprender come si tagli il marmo per edificare immortalmente? O altrove, altrove affòrzasi il pensiero liberatore in qualche eroica fronte su cui ventò lo spirito dell'alba promessa? Dove? Dove Leonardo temprò il sorriso, penetrò le ambagi del corpo umano, dominò la forza della corrente? Sotto l'ombra dell'Alpi vigilate? Nella ligure piaggia onde salpò la prua ferrea di cuori? Nella candida pace della valle umbra dove Francesco nutrì di sé le dolci creature? Fra l'alte sepolture della città ch'ebbe di Dante l'ossa e al gran nome sfavilla di future sorti qual fredda selce alla percossa? O nella polve (Inno d'amore, batti l'ale tue forti!) nella sacra polve del Fòro suscitata oggi dai ferri animosi che rompono i suggelli del Tempo e riconducono alla luce dell'Anima e del Sole i testimonii primi dell'Urbe? Ovunque i bei pensieri e i grandi fatti si preparino, quivi arde un altare alla Dea Roma e il buono Eroe s'attende. Inno, che nell'ardore della mia anima come in fervida fucina foggiarono le mie speranze invitte, saluta l'Urbe! Saluta, nella gloria del Cantore fiorito a piè dell'Etna, l'Aventino sul Tevere d'Italia, il monte che salivano i Carmenti aedi del Futuro; però che tutto alla Gran Madre torni e d'ogni raggio s'orni il suo capo che sta sopra la Terra. Sveglia i dormenti e annunzia ai desti: «I giorni sono prossimi. Usciamo all'alta guerra!».
Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo Come sopra la forza del monte tra la selva e il fonte, tra la palude e il fiume, in vista all'infaticato mare, nell'altezza dell'etra venerabile, con suon di cetra e di flauto, armoniosamente, l'immune dalla morte Eroe figlio del Nume edificava per l'industre e pugnace sua gente, e pel Fato, la città illustre di molte porte e di molte are; così edificò Egli nella luce e nell'ombra l'opera d'eterne parole che ingombra l'orizzonte umano con la sua mole immensa; e l'abitarono i vegli esperti d'infiniti mali, le vergini vereconde, i lieti pargoli, i guerrieri sanguigni, e i mostri carnali senza fronte, che faceano insonni i profeti ne' lor chiostri di macigni, le onte irte d'artigli e d'ali, di cigli e di rostri. Nazione di Dante, se l'anima tua non è morta, se il tuo braccio ancor vale, se ancor la tua voce risuona, se t'arde nella memoria favilla del romano orgoglio, o custode del Libro immortale, percuoti lo scudo raggiante sospeso alla porta del tuo Tempio ideale, solleva una vasta corona dal tuo Campidoglio, e grida: «Gloria! Gloria! Gloria!» come nei giorni delle tue magnificenze; perocché oggi ritorni l'edificator Titano trasfigurato sopra gli anni e i tiranni, spiriti adducendo di amore su vènti di letizia, nella sua pura vittoria le sacre invocando potenze testimoni al cruciato di Scizia: «O Terra! O Madre! O chiaro Etere! Mutato è in gioia degli uomini quel ch'io soffersi per la Giustizia». Gloria all'esule Eroe che invoco, Nazione di Dante, all'aedo che seppe pur l'altra parola del Portatore-di-fuoco! «Più grato m'è l'esser prigione del sasso, che servo del tuo signore.» E sola eragli intorno la rupe, e solo eragli l'Oceano intorno ululante; e il lamento dei popoli ignavi sul vento ferivagli il cuore ferito; e la nuvola del suo dolore occupava il ciel taciturno procellosa, di folgori spessa; e l'ira indefessa latrava pel tragico lito all'orrore notturno, più trista che Niobe nel mito. Ma egli aspettò la sua vela, ospite sovrumano del granito, come Eschilo a Gela ospite fu del vulcano. E le parole sue costrinsero il Fato lontano a premere la ferrea mano su l'impero di sangue e di lue. O nembo sonante dell'Ode, rischiara dei tuoi rotti lampi l'immensità del suo cuore! La Gallia, distesa tra i campi nubilosi e le prode del Mediterraneo lucente, nel suo cuore è compresa con la profonda Ardenna e la Provenza serena ove canta la cicala d'Apolline all'olivo d'Atena, e la Bretagna silente dai candidi lini che prega rammemora e sogna coronata di giunchi marini, e la Borgogna che al ferro duro partitor di retaggi è madre e alle vigne opime onde fiammea gioia s'esprime. Integro nel suo petto è il suo dolce paese; e nell'anima sua ferve il solco della nave focese che venne recando il perfetto dell'Ellade fiore nel seno petroso ove nacque Massilia a specchio dell'acque. Ma il tutto è in lui. Nel suo petto concluso è il mondo. Ogni raggio, ogni tenebra in lui discende, da lui parte. Il suo spirto selvaggio e divino s'oscura e risplende come la Notte, come il Giorno. Egli è Pan, la sostanza del Cielo della Terra e del Mare, l'Orgiaste, il Sonoro, il Vagabondo, il dio dal piè caprino, dal corno lunare, il signore del coro, il duce dell'eterno ritorno, che sopporta le stelle, incita le stirpi, dischiude la porta delle eterne visioni. Crescono in lui stagioni ineffabili. La polve dei secoli s'anima al fiato della sua bocca e levasi in trombe impetuose. Le tombe gli rendono i morti e i misteri. Dal silenzio Egli trae tutti i suoni. I novi pensieri suoi forti per entro alle selve dei tempi si scagliano come leoni. Sale il monte, scompare nell'atra nube, parla con l'aquile e i vènti. Dietro di sé lascia la turba che latra, la città del sangue e del lucro, la femmina molle; fa sosta ai torrenti. Beve, come i profeti, nel cavo della mano, mentre all'opposta riva rugge il fratel suo flavo. Come l'artefice folle del Macedone, ebro di fasto, emulando con l'arte l'orgoglio, foggia nel monte il colosso del suo desiderio inumano che cerca il dominio più vasto, che anela il più fulgido soglio. Come il dio degli eserciti, grida: «Io ti darò una fronte più dura che le fronti loro». Veggon di lungi le genti torreggiare quel suo simulacro. Dicono: «Chi trasfigura il monte?». I muscoli ingenti constringono l'ardua ossatura terribili come i serpenti che attorsero Laocoonte. Guardan l'aquile il sacro lavoro. Egli sa ciò che deve perire, e il segreto travaglio onde nasce la nova speranza o la nova beltà su la doglia del mondo, ora curvo come sotto il pondo di popoli morti, d'immensi tumuli, d'infami ruine, or raggiante di vite future. Legioni di re, coorti di pontefici e d'imperatori ebri di lutti e d'incensi, lordi di menzogne e di fuchi, torme di carnefici sordi, d'eunuchi infermi di paure, moltitudini di meretrici fameliche come le tombe, si mutano in tacita polve nelle profondità delle vie nascoste; e la polve, sitibonda sorella del fango, riceve il pianto dei cieli; e il suono d'una parola v'è seminato: «La spada si torce, la tiara si offusca, la corona si apre, la catena si spezza, il supplizio si arresta. Gloria alla Terra!». Egli canta: «Gloria alla Terra! Benigna è la madre e severa alle sue schiatte, incorruttibile e certa. Ama il figlio che pensa e che spera, che opera e che combatte; e l'innocenza offerta a tutte le vite è il suo latte, e la giustizia è la sua mammella». Canta: «Ogni alba è novella. La vittoria è nel grembo dell'alba fecondata dal sogno del forte. O Spirto, vinceremo noi l'immite elemento, e la morte informe che in fiumi d'oblio i solchi profondati agguaglia. L'un sotto il giogo dell'uomo si curverà come giumento; l'altra si farà bella del canto che eterna il cuor degli eroi. L'inno del divino ordine sorgerà dal grido rauco, dal fragor della battaglia. E la bianca rondine che vola verso l'eternità, la Speranza del giusto, farà il suo nido nelle fauci inerti del Destino». Canta: «Il bisogno, aratro infaticabile, travaglia le moltitudini folte, fremebonda gleba. Innumerevoli mani levate alla minaccia son le spighe ond'è irto il sanguineo campo fenduto. Noi getteremo, o Spino, il seme per altre raccolte. Bandiremo conviti d'amore con beatitudini molte. Tesseremo la bianca tovaglia con una invisibile spola. Il nostro puro fromento non patirà la mola per convertirsi in pani. Il ramoscel cresciuto all'ombra del dio che consola ornerà, con l'alloro e col mirto, le mense pie di domani. Il lin sincero e la lana rude al conviva saran vestimento. Su la porta che mai non si chiude ove l'uom dice: «Entra e rimani», sarà scritta la grande parola COMINCIAMENTO». Ed Egli tace, nella grazia della terra vestita di cielo, simile al fiume che sazia di sé le moltitudini e i campi. Tutto il Bene è nell'occhio profondo. La pagina del suo vangelo palpita come l'ala che in aere si spazia, splende come velo che avvampi. Tace Egli e guarda. Il suo petto titanico esala il soffio pacato d'un mondo. Tace e contempla. Una scala sorge nel suo sogno, diritta, di crisòlito e di diamante. All'imo un re moribondo v'è senza eredi; e confitta da presso v'è l'onta d'un pastor senza legge, che spinga i suoi cotti piedi come quei nella bolgia di Dante. Ma stirpi ansiose in catena infinita vi salgono. Al sommo dell'ansia il miracolo sta: la suprema bellezza, la gioia suprema, la gloria suprema: nella Luce la Libertà. O libera forza dell'Ode che precipiti sopra le turbe estuose e fai tua rapina dei cuor maschi, e il lor palpito s'ode fra i tuoi gridi intermesso, e teco li traggi ed esalti insino all'ardor che commuta in una adamantìna tempra il desire e il volere, o Ardente!, quali faci arderemo noi, quali fuochi, quali alti roghi, quali incendii vasti accenderemo noi presso e lunge, su i colli dell'Urbe, alle prode del Tevere, nei paschi dell'Agro, oggi, per questo che giunge di torri incoronato ospite del Campidoglio? Ecco le terme, ecco i circhi, gli archi, gli acquedotti roggi, vertebre dei secoli, orridi ossi. Ma se Roma si levi dal soglio per lui onorare, oggi eretta apparirà più grande a questo che vien d'oltremonte fabro di colossi, con fragore di scudi percossi. «Patria! Patria!» gridavan gli Ellèni percotendo gli scudi sospesi alle porte dei templi, quando escivan dal bianco Teatro pieni il petto del ditirambo religioso cui Eschilo dato avea l'angue e la torcia dell'insonne Erinni. «Patria! Patria!» E con ambo le braccia cingean le colonne pure, sorelle degli inni. Percotiamo gli scudi chiamando il dolce e terribile nome, suggello di labbra più sante. Colui che oggi sale il Monte Tarpeo, l'amò d'alto amore ché l'udì dalle labbra di Dante. «Italia! Italia!» Una voce d'iroso dolore dall'adriatico mare, dal mare che chiude altri morti, dal mare che vide altre onte, ripete oggi il grido, ahi, vano. E il cuore anco spera? E la fede non langue? Calpesta dal barbaro atroce, o Madre che dormi, ti chiama una figlia che gronda di sangue.
Per la morte di un distruttore F.N. XXV AGOSTO MCM Disse al cuore dell'uomo: «Quando tu fervi, o cuore, largo e pieno, simile alla grande fiumana, beneficio e periglio dei lidi, quivi la tua virtù s'inizia». Disse: «Nel deserto estremo, con risa e con gridi, danzando e cantando, irrompe il mio desiderio e irraggia la sua letizia. Nacque su le montagne eterne la mia saggezza inumana, su le montagne che stanno vergini e sole nel meriggio sereno, nell'ardore solenne; pregna divenne su i culmini prossimi al Sole la mia virtù selvaggia; partorì su gli aridi macigni il più giovine de' suoi figli». Disse: «Nel deserto estremo, nella fulva sabbia, sotto la rabbia del sole, duro, violento, silenzioso, avido di conoscenza come il leone di nutrimento, senza dio, senza nome, senza spavento e spaventoso, con la volontà del leone, con la fame del leone, famelico, sitibondo, infaticabile, padrone del deserto e del mondo fui, e delle mie forze segrete. Inesprimibile e senza nome quel che fu il tormento e il giubilo dell'anima mia, quel che fu la fame e la sete dell'anima mia!». Disse: «Le fonti attossicate, i fuochi graveolenti, i sogni corrotti e i vermi nel pane della vita son necessarii? Non io la mia vita mendicai a frusto a frusto, ma esso il mio disgusto mi diede le forze e l'ale che presentivano le sorgenti dei fiumi solitarii. E per giorni e per notti, di monte in monte, oltre il bene, oltre il male, senza sosta, senza sonno, il mio volo robusto cercò cercò la fonte della gioia; e la trovò in sommo. Avido nelle acque canore s'abbeverò il mio cuore ove arde la mia grande estate. Il mio cuore, ove splende l'estate, s'abbeverò nell'acque gelide e n'ebbe gioia infinita. Tutta la mia vita fu un'alta speranza. O miei fratelli, dove siete? Accorrete, accorrete alla gioia che v'attende. Troppo si piacque della pianura la vostra virtù. Non è sete quella ch'estinguono i ruscelli garruli, quella che alla cisterna empie l'otro e vi s'indugia. Uditemi, o miei fratelli! Poi ch'io bevvi alla fonte apparite, tutta la mia vita fu una speranza eterna, tutti i miei pensieri per mille varchi e mille sentieri migrarono alla terra futura. Oh venite, fratelli in angoscia, perché io vi mostri la sorgente ignota nell'alba che si leva! Scaturisce ella con troppa veemenza e scroscia così che la coppa si riempie e si vuota. V'insegnerò come si beve. Venite a me! Lasciate gli egri e i vili alla bassura. Venite perché io vi rallegri, fratelli, ne' cuori vostri. Grande sarà l'estate su i monti con gelide fonti e silenzio infinito. L'aquile ci porteranno il cibo con i lor curvi rostri. Vivremo come i vènti forti. Negli occhi profondi avremo la terra futura. Venite a me col vostro amore che non soccombe, con la vostra sete che non si placa, quanti siete uomini che v'accresceste di conoscimento e di dolore, che la vita incideste con la vostra vita dura, che osaste abbattere le tombe perché taluno risorgesse, che seguiste il più aspro cammino a cercar le vostre anime stesse, che chiamaste il più crudo nemico per guerreggiar la vostra guerra, che santificaste nei perigli le vostre inesorabili sorti, venite a me su l'ultima altura! Vivremo come i vènti forti. Saremo fedeli alla terra, fedeli alla terra dei figli, fedeli alla terra futura». Disse: «Il mio lavoro fu la guerra, la mia pace fu la vittoria. La mia volontà fu sospesa sul mio capo come una legge, come una gloria, come un nimbo d'oro. In ogni impresa il mio pensiere fu la mia sola face. Sdegnai di bere dove bevve il gregge, sdegnai di rimirare il cielo oscurato dalla cava nube; perch'io sapea che nella rupe aerea tu eri, o sorgente pura, o sorella dell'aria, io sapea l'erta necessaria per rimirarti, o cielo pudico e ardente, libertà, serenità d'oro. O cielo su la mia testa nuda, giocondo abisso, gorgo di luce, festa del sole, o cielo senza nube e senza tuono, ecco la mia innocenza, ecco che io risorgo verso di te mondo di ogni tabe e di ogni lebbra, ecco che io sono colui che afferma e colui che benedice; e per questo lottai su la terra, per questo ebbi tanta guerra tante armi tante ire: per aver libere mani, o serenità liberatrice, miracolo d'oro sul mondo, per avere un giorno le mani libere a benedire! E così benedico: «Essere sopra ogni cosa come il suo proprio cielo, come il suo volubile tetto, come la sua cerulea volta e l'eterna sua pace». E felice colui che benedice così! Però che la sorgente dell'eternità sia il battesimale fonte di tutte le cose, oltre il bene, oltre il male; e il bene e il male sien ombre fuggitive; e su tutte le cose unico si spanda il ridente cielo delle sorti misteriose; e sia la terra una divina tavola al divino gioco degli iddii che tu porti, Eternità, per colui che t'ama. Però che io sia colui che t'ama, o Eternità, colui che brama il tuo anello eternale, colui che vuole da te il nuziale anello del ritorno e del divenire, colui che ti chiama al suo desire ed al suo giorno, o Eternità, per teco generar la sua prole, colui che fu cieco per la possa del tuo sole che a lungo ei mirò fiso, colui che alfine ha un riso vasto come un baleno creatore sul mondo, colui che ama il tuo seno, il tuo seno profondo, o Eternità, colui che t'ama!». Così parlava l'Asceta. Questa parola disse colui che terribilmente visse per la sua terribile mèta. Così parlava su la plebe schiava su la moltitudine morta colui che errò lunghi anni pei labirinti fallaci, per tutte le ambagi dei secolari inganni, e ritrovò la porta antica della Vita bella. Disse: «Insegno al cuore umano una volontà novella». Disse: «Insegno all'uomo non l'amore del prossimo ma del più lontano, del vertice ch'ei s'elegge. Sia l'uomo la sua propria stella, sia la sua legge e il vendicatore della sua legge». E il fiato impuro dell'uomo lo soffocava; lo soffocava il lezzo della bestia inferma e vile. Ed egli andava andava andava, cupo ed ostile, nell'aria gravida di tempesta, emulo del lampo e del tuono, ebro della sua guerra, splendido della sua virtù, irto de' suoi pensieri, tra i sogni grami di mille e mille anime stanche. E disse: «Il tuo spirto e la tua virtù infiammino anche la tua agonia, come il fuoco del tramonto infiamma la terra. Così voglio io morire perché a causa di me tu ami, o fratello, sempre più la terra; così voglio io reddire luminoso alla gran madre terra». Ahi che dal Fato, cui d'evento in evento amò di così gagliardo amore, non gli fu dato morire nel combattimento, morire alzato e pronto al più difficile varco, nell'atto di tendere l'arco lucido ponderoso per l'ultimo dardo, il grande arco d'Ulisse, quello dal nervo che garrisce come la rondine messaggera, quello che tende sol uno contro la schiera innumerevole! Ahi che il notturno Fato l'oppresse a mezzo dell'opra! Ed egli stette nell'ombra senza mutamento, immoto, vacuo, taciturno come un cratère spento. Poi, come l'acqua informe colma i cratèri immemori del fuoco pugnace, la materia eguale l'agguagliò nell'ombra infinita e nei silenzii eterni ove si celano le norme del ritorno e del divenire, ove tutte le forme dell'essere s'aprono in misteri ineffabili e la morte è vita e la vita è morte. O Verità redimita di quercia, cantami la sua vita e la sua morte con la possa delle antiche lire! Canta pei figli degli Ellèni il Barbaro enorme che risollevò gli iddii sereni dell'Ellade su le vaste porte dell'Avvenire! Io lo canterò, io figlio degli Ellèni, con una ode ampia, di possente volo; perché dissi, quando udii la voce di lui solo io solo, dal suo esiglio nel mio esiglio, dissi: «Questi è il mio pari. Questo duro Barbaro che bevve una colma tazza dell'ardente vin campàno ed ebro di dominio e di libertà corse i mari armoniosi agognando il suolo ove l'uomo per la divina etra incedeva al fianco del dio ed entrambi erano Ellèni, questi è il fratel mio. Salutammo le rosse triremi nelle acque di Salamina nutrice di colombe; portammo una corona alle tombe di Maratona». Dissi: «O Vita, egli non sa che vive su le rive sonore un figlio della florida stirpe. Io nasco in ogni alba che si leva. Io so io so come si beva, o Vita. E chi t'amò su la terra con questo furore? Chi più larghe piaghe s'ebbe nella tua guerra e chi ferì con spade di più sottili tempre? Chi di te gioì sempre come s'ei fosse per dipartirsi? Ah tutti i suoi tirsi il mio desiderio scosse verso di te, o Vita dai mille e mille vólti, a ogni tua apparita, come un Tìaso di rosse Tìadi in boschi folti, tutti i suoi tirsi! Io nasco in ogni alba che si leva. Ogni mio risveglio è come un'improvvisa nascita nella luce: attoniti i miei occhi mirano la luce e il mondo. Egli non sa come sien pure le mie pupille, o Vita, mirando il cielo verecondo. Egli non sa come trabocchi il mio cuore, simile alla grande fiumana. Che m'insegnerà egli, o Vita.? Io so come si danzi sopra gli abissi e come si rida quando il periglio è innanzi, e come si compie sotto il rombo della tempesta l'opera austera, e come si combatta con l'ugne e col rostro, e come si uccide, e come si tessan le ghirlande dopo le pugne». Ma riconobbi i suoi pensieri fraterni come il navigatore ansio riconosce i verzieri d'Italia da lungi all'odore che gli recano i vènti. Il tuo sole, il tuo sole, o Italia, colorò la sua fronte, maturò la sua saggezza forte, converse in oro il ferro delle sue saette. Il barbaro pellegrino sotto il tuo cielo alcionio apprese il canto dal coro alato delle tue selve aulenti. O Italia, egli bevve il vino delle tue vigne ambrosio; colse il miele de' tuoi favi meri, le rose de' tuoi roseti gravi di api e di colombe. I piedi suoi divennero leggeri su i prati di violette. La serenità adamantina che s'inarca su i ghiacciai dell'erme Alpi placò la sua furia. Gli proposero enimmi le rupi che nel mar di Liguria si protendono come sfingi coronate di fiori. Come un novo Erme senza caducèo egli portò su la sua spalla Dioniso infante, nelle Terme di Caracalla, nel Fòro, nel Colossèo. Come Eraclito nel tempio efesio, egli meditò la sua dottrina illuminato dagli ori di San Marco nell'ombra marina. E il fresco vento etesio gonfiò la sua vela nei meriggi d'estate, fra Sorrento e Cuma, sul golfo ove il Vesuvio fuma. Quivi, o triste ombra della greca Antigone, anima profonda che gli fosti custode fedele nella notte cieca, o sorella, quivi reca il cadavere dell'eroe, sul golfo lunato e grande come l'arco ch'egli tese. Gli alzeremo un tumulo grande, un'altissima tomba, là dove le coste sono più scoscese e il flutto più rimbomba nelle caverne più nascoste con le eterne risposte alle eterne domande. Gli daremo ghirlande d'ulivo selvaggio e, tra le accese faci, libàmi come all'altare. Gli canteremo in coro una ode misurata al respiro del mare. Canteremo: «Qui dorme, nella sacra Italia, sul mare delle Sirene, sul Mare Nostro, in vista dell'arce cumèa dove il figlio di Venere Enea giunse recando i Penati di Troia ed i Fati di Roma, qui dorme, in vista del fuoco distruttore e creatore che irrompe dal cuor della Terra, vegliato dalle antiche Mire figlie della Notte arbitre sole della nascita e della morte, o prole degli Ellèni, qui dorme, placate le ire dopo tanta guerra, il Barbaro enorme che risollevò gli iddii sereni dell'Ellade su le vaste porte dell'Avvenire».
Per la morte di un capolavoro Foreste su i monti, chiome fragorose di oro di porpora e di croco all'aquilone, su l'aeree fronti immense corone che affoca il foco dei tramonti; rosarii di rose nate su i fonti solitarii ancor tiepidi dell'Estate che vi s'immerse; orti, orti conclusi, pomarii soavi cui l'Autunno pone monili più gravi che quelli di Serse poi che su le gemme celate il bel garzone ebro il pomo punico aperse; voluttà della Terra, o fronde, o fiori, o frutti, gioia di tutti, prole delle Stagioni sacre, portento dell'Acqua e del Sole, fronde, fiori, frutti, ecco, ora nati, ora distrutti, chi mai si duole oggi di vostra bella morte? quale corda piange vostri dolci lutti? Vivono le profonde radici nel buio attorte. Ancóra brilleran felici i ramicelli, e il suco acre si farà di miele nelle polpe bionde. Ma la creatura infinita, in cui la mente dell'uom fatto dio continuò l'opera della divina Madre e trasfigurò la vita sotto la specie dell'Eterno; ma l'effigie pura in cui l'uom solo nell'oblìo di sé mutamente svelò la virtù del dolore sotto la specie dell'Eterno; ma il mondo creato sopra la Natura, ove con un gesto l'uom si fe' signore del Fato e congiunse la sua forza antica alla sua bellezza futura sotto la specie dell'Eterno; ma lo specchio dell'Ideale, o Poeti, la misura degli Eroi, la somma dell'Arte, il vertice del Pensiero e del Mistero, il segno visibile dell'Immortale muore, o Poeti, non è più. Perisce e non si rinnovella. Da noi si diparte; non avrà ritorno. S'oscura per sempre nella notte eguale. Fronde fiori frutti nel sereno giorno rivedremo noi, la giovine Terra, la sua genitura, e non l'infinita creatura bella! Piangete, o Poeti, o Eroi, per la luce che non è più, per la gioia che non è più. Umiliato è l'Universo. Menomato è l'orgoglio delle sorgenti. Un grande fiume è inaridito. Un gran potere s'è disperso. Nella memoria delle genti resta la grandezza d'un nome come il nome d'un mito lontano, d'un cielo abolito, d'un dio che parlò nel silenzio degli evi, bianchissimo sopra le nevi, vestito di sua verità. O Poeti, Eroi, volontà meravigliose della giovine Terra, date il canto e il pianto, sopra la guerra, alla meraviglia che non rivivrà. Culmine delle speranze sovrumane alta anima senza compagna, precinta isola dal dolore infinito, solitudine dell'abisso, occhio aperto e fisso nell'interno mare della Bellezza, ebbe Egli un nome per voi? «Chi mangia il pane con me, mi ha alzato contro le sue calcagna» parlava ai suoi il signore del Convito; e il pane azzimo involto nell'erbe amare eragli innanzi, e la tristezza era immensa. «In verità vi dico: quegli che bagna la mano insieme a me nel piatto, quegli mi tradirà.» E la man nell'atto non tremava sopra la mensa. Udiste voi queste parole? Parlò per voi queste parole Egli, il Galileo? Ben le udiste dall'anima sua che fu triste sino alla morte? Ebbe per voi nome Gesù Egli, e il giorno degli azzimi era quello che risplendea dietro la sua testa? Piangete, o Poeti, o Eroi, per la fiamma che non è più, per la gloria che non è più! Era l'eterna primavera, la festa d'ogni ritorno; ed Egli era nel silenzio suo profondo solo col cuor del mondo e con la sua sorte; e gli uomini schiavi e tardi erangli intorno. E disse Egli queste parole: «Dove io vo, tu non puoi seguirmi». Ah queste udimmo noi, fratelli, antiche parole d'eroi che sonarono verso tutte le cime terribili, al nembo ed al sole, per l'erte cui il sogno sublime impresse vestigi che furon suggelli. «Dove io vo, tu non puoi seguirmi.» Udimmo; e non ebbe Egli nome per noi; non lontanar dietro le sue chiome vedemmo la rupe di Scizia o il Calvario; non vedemmo la croce, né l'avvoltore. Ma, solitario tra la sua gente, era Egli sopra il dolore Colui che annuncia che rivela e che inizia; ed eglino erano gli schiavi che non veggono e che non sanno, schiavi eterni della forza e dell'inganno; e la creatura dal viso lene, che soleva adagiarglisi al petto invincibile, il suo diletto femineo giglio reclinato, l'anima dalle soavi labbra, quel sorriso che parve quasi il minor fratello del suo dolore, anche era distante. Ed Egli era solo, il gran cuore era solo, incluso nel petto come in diamante. E non eravi per lui padre né figlio, e non amico, e non amante. «Ah, chi mai lo consolerà?» dicemmo noi nello spavento. «Chi consolerà Colui ch'ebbe a sé testimoni il Sole, il Vento, le sorgenti dei Fiumi, il riso innumerevole delle onde marine, la madre di tutte le cose, la Terra? Chi mai lo consolerà nel dì supremo? L'antico Oceano? Nicodemo con gli aromi della Giudea? Il canto delle Oceanine? Il lamento delle pie donne? Qual parola nata dal sale del mare e del pianto lenirà l'insonne?» E noi leggemmo sol nel gesto delle sue mani e nell'ombra de' suoi cigli: «Non han le case degli uomini giacigli per l'insonne, dov'egli giacersi voglia. Non io m'arresto alla tua soglia. Dove io vo, tu non puoi seguirmi. La mia certezza canta nel mio sentiero ed alza ai perigli colonne trionfali sul limite degli abissi. È il mio pensiero più che il giorno e il domani. So come sia dolce grappoli vermigli premere e bei capei prolissi; so come sia dolce una foglia, e la gola della colomba. Ma beni più lontani cerco, e il silenzio. Non della mia parola io m'inebrio, ma di quel che mai non dissi». O puro Eroe, inalzato sopra il tempo e sopra le favole umane, o segno visibile dell'Immortale, che vale ora il pane che diviso t'è innanzi? Che vale il manto che ti traveste, e il nome che ti fa santo nelle preci vane, e lo stuolo inquieto che ti circonda? Ben lungi sei tu dall'altare frequente. Terreno e celeste, tu sei a te stesso il tuo tempio. Ti creò dalla più profonda verità del suo spirto, dal più bello ardore della sua mente quel segreto artefice che volle foggiarsi le ale ad attingere un ciel novello. A similitudine di sé ti volle quegli ch'ebbe in sé la radice ed il fiore della volontà perfetta con tutto il travaglio del mare e tutte le geniture della terra e le virtù dei saggi e degli antichi iddii e i gèrmini senza forma e senza nome, le semenze delle bellezze future. A similitudine di sé ti fece quel Prometèo meditabondo che immune fu dal supplizio, rapitore inviolabile, modello del Mondo. E tu vivesti, inspirato dal più forte alito della sua bocca che nutrita s'era alla plenitudine della vita e della morte. Vivesti solo su la cima ultima della Conoscenza, sol tu capace di respirarvi, imperiale come il sire della vita e della morte, sì lungi agli uomini e pur sì presso a loro, vedendo il male passare, la speranza durare, la pace seguire alla guerra, il sogno condurre il lavoro, ma senza felicità e senza corona perché tu sapevi che nata non era dalle arti umane la gioia onde avresti tu potuto gioire e nato non era dal sen della Terra l'alloro onde tu avresti potuto incoronarti. Ahi, che rimane oggi fra i cieli e le tombe, nella notte ove s'oscura la tua bellezza, nella gente cui tu raggiavi con la bellezza la tua muta dottrina, nella patria divina ove Leonardo ti fece misura d'eroi, specchio dell'Ideale, norma dell'opre, culmine delle speranze sovrumane, or che rimane per l'ultimo tuo sguardo, che mai ti si scopre se non allegrezza d'irrisori ed onta di schiavi? Il sole declina come te, fra i cieli e le tombe. Su l'ampia ruina inane caligine incombe. E tu così dunque per sempre ti parti dai cuori cui fin la tua ombra fu luce e il tuo segno fu gioia? Ten vai tu forse nel prato d'asfodelo sorridendo verso gli eguali? Trapassi tu di là dal velo a contemplar le cose eterne con fronte indicibile ed occhi immortali? Chi verrà dietro la tua ombra? Ah, per somigliarti una volta, per esser degno del tuo segno, innanzi ch'ei muoia taluno di noi darà al rogo l'error che l'ingombra! E arderà l'anima sua pura in un atto come in un lampo arde il potere di un cielo.
Canti della ricordanza e dell'aspettazione Il sole declina fra i cieli e le tombe. Ovunque l'inane caligine incombe. Udremo su l'alba squillare le trombe? Ricòrdati e aspetta. Vedremo all'aurora l'Eroe sollevarsi? Ahi dietro la nube splendori scomparsi! Rilucono selci per fiumi riarsi. Ricòrdati e aspetta. Son nude le selci, son aride e nude ma piene di fato ciascuna in sé chiude per l'urto favilla di grande virtude. Ricòrdati e aspetta. È piena di fato la muta ruina. All'ombra dei marmi la via cittadina si tace pensando che l'ora è vicina. Ricòrdati e aspetta. La polvere è un turbo di gèrmini folti. Il rosso mattone qual sangue che sgorghi fiammeggia novello per case e per torri. Ricòrdati e aspetta. Fra l'erba che cresce davanti ai palagi terribili, spogli dell'armi e degli agi, s'ascondono forse divini presagi. Ricòrdati e aspetta. È figlia al silenzio la più bella sorte. Verrà dal silenzio, vincendo la morte, l'Eroe necessario. Tu veglia alle porte, ricòrdati e aspetta.
Le città del silenzio FERRARA, PISA, RAVENNA O deserta bellezza di Ferrara, ti loderò come si loda il vólto di colei che sul nostro cuor s'inclina per aver pace di sue felicità lontane; e loderò la chiara sfera d'aere e d'acque ove si chiude la tua melanconia divina musicalmente. E loderò quella che più mi piacque delle tue donne morte e il tenue riso ond'ella mi delude e l'alta imagine ond'io mi consolo nella mia mente. Loderò i tuoi chiostri ove tacque l'uman dolore avvolto nelle lane placide e cantò l'usignuolo ebro furente. Loderò le tue vie piane, grandi come fiumane, che conducono all'infinito chi va solo col suo pensiero ardente, e quel lor silenzio ove stanno in ascolto tutte le porte se il fabro occulto batta su l'incude, e il sogno di voluttà che sta sepolto sotto le pietre nude con la tua sorte. O Pisa, o Pisa, per la fluviale melodìa che fa sì dolce il tuo riposo ti loderò come colui che vide immemore del suo male fluirti in cuore il sangue dell'aurore e la fiamma dei vespri e il pianto delle stelle adamantino e il filtro della luna oblivioso. Quale una donna presso il davanzale, socchiusa i cigli, tiepida nella sua vesta di biondo lino, che non è desta ed il suo sogno muore; tale su le bell'acque pallido sorride il tuo sopore. E i santi marmi ascendono leggeri, quasi lungi da te, come se gli echi li animassero d'anime canore. Ma il tuo segreto è forse tra i due neri cipressi nati dal seno de la morte, incontro alla foresta trionfale di giovinezze e d'arbori che in festa l'artefice creò su i sordi e ciechi muri come su un ciel sereno. Forse avverrà che quivi un giorno io rechi il mio spirito, fuor della tempesta, a mutar d'ale. Ravenna, glauca notte rutilante d'oro, sepolcro di violenti custodito da terribili sguardi, cupa carena grave d'un incarco imperiale, ferrea, construtta di quel ferro onde il Fato è invincibile, spinta dal naufragio ai confini del mondo, sopra la riva estrema! Ti loderò pel funebre tesoro ove ogni orgoglio lascia un diadema. Ti loderò pel mistico presagio che è nella tua selva quando trema, che è nella selvaggia febbre in che tu ardi. O prisca, un altro eroe renderà l'arco dal tuo deserto verso l'infinito. O testimone, un altro eroe farà di tutta la tua sapienza il suo poema. Ascolterà nel tuo profondo sepolcro il Mare, cui 'l Tempo rapì quel lito che da lui t'allontana; ascolterà il grido dello sparviere, e il rombo della procella, ed ogni disperato gemito della selva. «È tardi! È tardi!» Solo si partirà dal tuo sepolcro per vincer solo il furibondo Mare e il ferreo Fato.
Le città del silenzio RIMINI Rimini, dove la cesariese Aquila gli occhi dubbii al Fato avulse col rostro e il diede al Sire che l'impulse verso Roma sì cieco alle contese, in te non cerco i segni delle imprese ma le tombe cui semplici ti sculse pe' i Vati e i Sofi quei che al genio indulse pur tra il furor delle mortali offese. Dormon gli Itali e i Greci lungo il grande fianco del Tempio, ove le caste Parche sospesero marmoree ghirlande. Ignorar voglio i nomi ed ascoltare sol l'antico Pensier rombar nell'arche come il Mar nelle conche del tuo mare.
URBINO Urbino, in quel palagio che s'addossa al monte, ove Coletto il Brabanzone tessea l'Assedio d'Ilio, ogni Stagione l'antica istoria tesse azzurra e rossa. E Guidubaldo torna dalla fossa a tener corte, e tornano a tenzone il Bembo e Baldassarre Castiglione, Giuliano de' Medici e il Canossa. Ascolta Elisabetta da Gonzaga a fianco dell'esangue Montefeltro poetar Serafino, il novo Orfeo; o chiede la Gagliarda ond'ella è vaga, ver lei musando l'armillato veltro, al liutista Gianmaria Giudeo.
PADOVA Non alla solitudine scrovegna, o Padova, in quel bianco april felice venni cercando l'arte beatrice di Giotto che gli spiriti disegna; né la maschia virtù d'Andrea Mantegna, che la Lupa di bronzo ebbe a nutrice, mi scosse; né la forza imperatrice del Condottier che il santo luogo regna. Ma nel tuo prato molle, ombrato d'olmi e di marmi, che cinge la riviera e le rondini rigano di strida, tutti i pensieri miei furono colmi d'amore e i sensi miei di primavera, come in un lembo del giardin d'Armida.
LUCCA Tu vedi lunge gli uliveti grigi che vaporano il viso ai poggi, o Serchio, e la città dall'arborato cerchio, ove dorme la donna del Guinigi. Ora donne la bianca fiordaligi chiusa ne' panni, stesa in sul coperchio del bel sepolcro; e tu l'avesti a specchio forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi. Ma oggi non Ilaria del Carretto signoreggia la terra che tu bagni, o Serchio, sì fra gli arbori di Lucca rosso vestito e fosco nell'aspetto un pellegrino dagli occhi grifagni il qual sorride a non so che Gentucca.
Le città del silenzio PISTOIA I. T'amo, città di crucci, aspra Pistoia, pel sangue de' tuoi Bianchi e de' tuoi Neri, che rosseggiar ne' tuoi palagi fieri veggo, uom di parte, con antica gioia. Come s'uccida in te, come si muoia i Panciatichi sanno e i Cancellieri. Fin quel de' Sigisbuldi, tra pensieri d'amor, grida: «Emmi tutto 'l Mondo a noia!». Vanni Fucci odo, come nell'Inferno tra i sibili del serpe che l'agghiada, «A te le squadro!» ulular furibondo. Cino rincalza, folle del suo scherno: «E' piacemi veder colpi di spada altrui nel vólto e navi andar al fondo». II. Or placato è nel suo marmo senese, fuor d'ogni parte, il buon Giureconsulto; e stanno intorno a lui nel marmo sculto gli alunni che animò Cellin di Nese. È in pace la Città dal pistolese di lama corta. Intorno al suo sepulto dorme, né vede sul sepolcro occulto sorridere la bella Vergiolese. Là dove il mul nemico a Dio Signore, col Mironne e con Vanni della Monna, involava a Sant'Iacopo il tesauro, ella ride il Digesto e il suo dottore, quasi celata dietro la colonna, Musa furtiva che nasconde il lauro. III. Ma nella sagrestia de' belli arredi io conosco un sorriso più divino. Trema, o Pistoia, in te come il mattino quando nasce su' colli; e tu no 'l vedi. Colselo un giorno Lorenzo di Credi forse in un giovinetto fiorentino, stando con Leonardo e il Perugino presso Andrea che di gloria ebbeli eredi. Dalla tavola al marmo, ove riposa il Forteguerri sotto il grave incarco, si diffonde quel tremito leggero. E la Speranza ha la maravigliosa bocca che il Vinci incurverà com'arco a mirar l'infinito del Mistero.
PRATO I. O Prato, o Prato, ombra dei dì perduti, chiusa città, forte nella memoria, ove al fanciul compiacquero la Gloria e la figliuola di Francesco Buti! Spazzavento, alpe delle mie virtuti, che lustri come di ferrigna scoria, ove parvemi svelta alla Vittoria penna di nibbio fra' tuoi sassi acuti! O lapidoso letto del Bisenzio ove cercai le sìlici focaie vigilato dal triste pedagogo, camminando in disparte ed in silenzio, mentre l'anima come le tue ghiaie faceasi dura a frangere ogni giogo! II. Sul petrame ove raro striscia il biacco, rosseggiar come sangue che s'accaglia e incupirsi io vedea l'alta muraglia che il Cardona scalò per dare il sacco. E ogni sera nel verde bronzo il Bacco infante alla nascosta mia battaglia ridea dal fonte. «Il tuo riso mi vaglia contra il compagno scaltro dal cor fiacco!» E amico l'ebbi, il pargolo divino, su l'agil coppa sua, tra i freschi getti. Ei m'insegnava il riso di Lieo. Or fatto è prigioniere nel museo squallido, in mano degli scribi inetti. Io spremo dai miei grappoli il mio vino. III. Ma ancóra pende sopra il capitello florido, al sole e al vento come un grande nido, il pergamo ricco di ghirlande ignude, o Michelozzo, o Donatello! Nel marmo appeso udii cantar l'augello come nel nido; e il Duomo, che in sue bande verdi e bianche chiudea le venerande reliquie, fogliar vidi al sol novello. E non il Sacro Cingolo, che v'è tra le mura cui pinse Agnolo Gaddi, adorai quivi reclinando il capo; ma il metallo che Bruno di Ser Lapo fece di grazie naturato. E caddi in ginocchio dinanzi a Salomè. IV. La figlia d'Erodiade, apparita al Tetrarca, in sua frode e in sua melode magica ondeggia: entro il bacino s'ode bollire il sangue della gran ferita. Frate Filippo, agli occhi tuoi la Vita danza come colei davanti a Erode, voluttuosa; e il tuo desìo si gode d'ogni piacer quand'ella ti convita. Ma il Dolore guardar sai fisamente e la Morte, e le lacrime, e lo strazio delle bocche e l'orror de' vólti muti. Io ti vedea sopra la sabbia ardente schiavo in catene; e ti vedea poi sazio dormir sul seno di Lucrezia Buti. V. Filippino, in sul canto a Mercatale quante volte intravidi pe' razzanti vetri del Tabernacolo i tuoi Santi come i fiori d'un orto angelicale! Fiori tu désti alla città natale: freschi petali i vólti, aiuole i manti. E intorno alla Maria le tue spiranti grazie non ebber mai sì lievi l'ale. Vedevi, oprando, la materna porta ove l'antica suora in atti umìli pregava pel figliuol del suo peccato. Demoniaco segno, il seggio porta al piede, come l'ara dei Gentili, testa bicorne di capron barbato. VI. Tali m'ebb'io maestri. O Giuliano da San Gallo, il tuo tempio fu misura dell'arte a me che la sua grazia pura mirai caldo del fren vergiliano. La croce greca l'ordine soprano reggea della pacata architettura, spaziandosi in ritmo ogni figura come il bel verso al batter della mano. La cupola dai dodici occhi tondi il bianco-azzurro fregio dei festoni i fiori i frutti gli òvoli i dentelli i dorici pilastri dai profondi solchi eran come nelle mie canzoni fronti sìrime volte ritornelli. VII. O grande architettor della Canzone, più anni Convenevole il Grammatico, dal Bisenzio natìo maestro erratico, alunno t'ebbe in Pisa e in Avignone. La fame eragli al fianco assiduo sprone; e tu benigno al vecchierel salvatico fosti, quando per pane e companatico ei mise in pegno il bel tuo Cicerone. Non la foglia di lauro ma d'assenzio rugumando, ei tornò nel tardo autunno alla tua terra che gli diede un'arca. E dalla Sorga a lui verso il Bisenzio mandò la gloria il suo divino alunno. L'epitafio da te s'ebbe, o Petrarca. VIII. E Guido del Palagio, il Fiorentino, non mandò egli sue canzoni al banco di Porta Fuia, al mercatante Bianco, all'orfano di Marco di Datino? Guido le belle rime e l'angioino fiordaliso donavagli il Re franco. Per le terre a far paci, non mai stanco, sen giva il vecchio vestito di lino. «Probitas» scrisse il re nel suo diploma. Cantava Guido: «O gentil popolano, sia chi si vuole, ascolta il mio latino!». E l'orfano di Marco di Datino ripetea, tra la rascia e il pannolano: «Recatevi a memoria l'alta Roma!». IX. Nel novel tempo del Decamerone o Ser Lapo Mazzei, sottil notaio, che buon villico foste e pecoraio e, innanzi Fra Girolamo, piagnone, ogni giorno s'avea vostro sermone «Francesco ricco» in quel giardin suo gaio, alla Porta, fiorito dal denaio dei fondachi di Pisa e d'Avignone. Gli mutaste in bigello ed in albagio i drappi di Damasco e quei d'Aleppo; ond'ei fece del Ciel l'ultimo acquisto. Seguì nel Cielo Guido del Palagio; e l'unta quercia del suo banco in Ceppo ritornò, per i Poveri di Cristo. X. Ma al sol s'allegra in la vita serena Messer Agnolo; e par che gli fiorisca vermiglio il cor se Mona Amorrorisca favelli, o canti Bianca la sirena. Il felice Bisenzio è la sua vena. Discorrer fa la Sapienza prisca negli Animali, sì che le obbedisca il buon re di Meretto Lutorcrena. Oh di nostro parlar limpida fonte in cui mi rinfrescai! Della Bellezza Celso ragiona all'ombra degli allori. Dice: «Le guance bramano bianchezza più rimessa che quella della fronte...». Le tue, Selvaggia che il bel Prato infiori! XI. E nella villa di Lorenzo Segni sopra Sant'Anna, ove a Bernardo è caro meditar le sue Storie o legger Maro, e suoni e balli allegrano i convegni. Tempo non è che d'aspro sangue impregni la polve il Guazzalotro o il Dagomaro; tempo è che il figlio di Fioretta a paro col Firenzuola i molli amori insegni. Ma il Ferrucci stramazza a Gavinana. Scossa da Lorenzino l'ultimo urlo getta la Libertà dalla man mozza. Sotto il maligno agosto, in su l'alfana bolsa cavalca giù da Montemurlo tra gli schemi plebei Filippo Strozza. XII. O Libertà, colui che abbeverasti del tuo latte alla tua sinistra mamma sì che col nutrimento egli la fiamma del tuo gran cor si bevve e i sogni vasti, il Leon primogenito nei Fasti della tua nova genitura, infiamma de' suoi vestigi il suol, dall'alto dramma di Roma escito agli ultimi contrasti. Quivi il Profugo sosta. E la giogaia, la gleba, il fonte, l'albero, la porta ch'egli varca, la mensa ove s'asside, il pan che spezza, l'uomo a cui sorride sono sacri. E il molino di Cerbaia splenderà fin che Roma non sia morta. XIII. O Vaiano, Cammin di Spazzavento, Madonna della Tosse, umili e insigni nomi di luoghi e di fati! I macigni e gli sterpi indagai pien di spavento. Taceva il suolo, senza mutamento Ma non vidi, pe' tramiti ferrigni, passi d'eroe? Me li facea sanguigni tutto il sangue del cor mio violento. Lui seguitai per monti e boschi e fiumi, Lui vidi giungere al Tirreno, ignoto entrar nel mare come un dio marino. E, quando mi chinai su' miei volumi ebro, nel canto omerico il piloto re d'Itaca mi parve men divino. XIV. Lascia che in te s'indugi la mia rima, Città della mia chiusa adolescenza, ove alla fiamma della conoscenza si rivelò la mia bellezza prima. L'anima del fanciullo è fatta opima. Ave, ingigliata figlia di Fiorenza! Quei ch'era ignaro della sua potenza ora combatte a conquistar la cima. Ti mando sette e sette spade acute che recisero i dìttami e gli acanti della Memoria, e n'hanno aulente il ferro. Le promesse ti furon mantenute. Ma il più fiero de' mostri or m'ho davanti. L'onta cada su me, se non l'atterro.
Le città del silenzio PERUGIA I. Maschia Peroscia, il tuo Grifon che rampa in cor m'entrò col rostro e con l'artiglio, onde tutto il mio sangue acro e vermiglio delle immortali tue vendette avvampa. Certo segnato fui della tua stampa un dì, tra ferro e fuoco io fui tuo figlio ancor vivo, qual fecemi il Bonfiglio, là sul muro ove Totila s'accampa. Le catene spezzai nelle tue strade, precipitai gli uccisi per isfregio dalle tue torri, usai spiedo e roncone. Brillar vidi tra il rugghio delle spade il mio sogno di re nell'occhio regio di Braccio Fortebraccio da Montone. II. Dal Palagio non scendono, o Peroscia, i tuoi Priori le solenni scale? L'acqua, che ai gradi della Cattedrale terse il sangue degli Oddi, ancóra scroscia. Tace la piazza. Il Gonfalon s'affloscia. Vento d'odio o d'amor più non l'assale? Ecco Astorre Baglione, a Marte eguale, che cavalca con l'asta in su la coscia! Anco viene Gismondo a piè, con tanta levità che assimiglia presta lonza: lo scolare alemanno i passi ammira; e Grifonetto, il figlio d'Atalanta, senza elmo, come il sole che l'abbronza bello: valletti ha il Tradimento e l'Ira. III. Il magnifico Astorre a Porta Sole mena la donna sua del sangue Ursino. Monna Lavinia in veste d'oro fino danza a suono di piffari e viuole. La mensa d'ogni frutto e fior redole, reca d'ogni ragion confetti e vino. In quell'ora il signor di Camerino soffia a Carlo Barciglia sue parole. E il gobbo invesca Filippo di Braccio. Mastro d'inganni è il bastardo: ei sghignazza pensando a Giovan Pavolo e a Zenopia. E, mentre Astorre nel fraterno abbraccio sorride, su Peroscia che gavazza versa una negra iddia la Cornucopia. IV. Dorme col suo bagascio Simonetto che in vita non conobbe mai paura ed Astorre non sa che in sepoltura è per mutarsi il nuzial suo letto. «Griffa! Griffa!» Il perduto giovinetto apre tutte le porte alla congiura. Ecco primo il bastardo. Ei raffigura il grande Astorre al grande ignudo petto. Questi urla: «Misero Astorre che more commo poltrone!». E spira sotto i colpi ciechi d'Ottaviano dalla Corgna. Ma Gian Pavolo, il suo vendicatore che tornerà lione tra le volpi, escito è in salvo per la Porta Borgna. V. Giacciono su la via come vil soma gli occisi. Or qual potenza li fa sacri? Nei corpi è la beltà dei simulacri che custodisce l'almo suol di Roma. Sembrano infusi in un sublime aroma, se ben privi de' funebri lavacri. Quasi letèi papaveri son gli acri grumi, serto di porpora alla chioma. Traggono allo spettacolo le genti, percosse di stupore. Il Maturanzio sogna Achille Pelìde e il Telamonio. Ma nella cerchia di quegli occhi intenti, o Peroscia, è un divino testimonio: talun nomato Rafaele Sanzio. VI. Coi fanti e con le lance alle Due Porte Iovan Pavolo vien sul suo morello. Nitrire ode il corsiero del fratello tradito; e il cor gli rugge: «A morte! A morte!». Di repente rivolgesi la sorte. «Addosso a Corgna! A me Monte Sperello!» D'ogni banda cavalcano al macello i partigiani in arme con le scorte. Entra il gran falco da Sant'Ercolano e incontra il figlio d'Atalanta. «Addio, traditore Grifone: sei pur qua! Non t'ammazzo. Non vo' metter la mano io nel mio sangue. Vattene con Dio.» E sprona innanzi a prender la città. VII. Cade reciso il bello infame fiore. Filippo Cencie con Messer Gintile l'abbatte in su le selci. «O Grifon vile, or tu griffa se puoi, vil traditore» Portato è in piazza su la bara, ad ore ventidue, come Astorre! Il grido ostile tacesi a un tratto. Ecco la giovenile madre china sul figlio che si muore. Ecco Atalanta, la viola aulente, ecco Zenopia, la soave rosa, più belle nell'orror della gramaglia. Inondano di pianto il moriente. E intorno alla bellezza dolorosa sospeso arde il furor della battaglia. VIII. Ben è che dal tuo vertice selvaggio tu guardi a valle il sacro fiume nostro, maschia Peroscia che con l'ugne e il rostro sì togli preda e vendichi l'oltraggio. Dalla Lupa il tuo Grifo ebbe il retaggio. Sempre il tuo sangue splende come l'ostro. Per dardo in torre e per flagello in chiostro sanguina fiammeggiando il tuo coraggio. O Turrena, città pontificale, grande arce guelfa, al Papa e a Dio ribelle, ligia al Sole, devota all'Aquilone, non odi su la porta comunale, nell'irto bronzo contra l'evo imbelle, l'urlo del Grifo e il rugghio del Leone?
ASSISI Assisi, nella tua pace profonda l'anima sempre intesa alle sue mire non s'allentò; ma sol si finse l'ire del Tescio quando il greto aspro s'inonda. Torcesi la riviera sitibonda che è bianca del furor del suo sitire. Come fiamme anelanti di salire, sorgon gli ulivi dalla torta sponda. A lungo biancheggiar vidi, nel fresco fiato della preghiera vesperale, le tortuosità desiderose. Anche vidi la carne di Francesco, affocata dal dèmone carnale, sanguinar su le spine delle rose.
SPOLETO Spoleto, non la Rocca che ti guarda ghibellina dal Guelfo tuo nemico, né la grandezza di Teodorico che pensosa nel vespro vi s'attarda, non la Borgia onde par che tu riarda subitamente del trionfo antico, né dal vasto acquedotto all'erto vico segno romano ed orma longobarda cerco, ma ne' silenzii dell'Assunta l'arca di Fra Filippo che dai marmi pallidi esala spiriti d'amore mentre nel muro pio la sua defunta Vergine, sciolta dalla morte, parmi piegar sul petto dell'Annunciatore.
GUBBIO Agobbio, quell'artiere di Dalmazia che asil di Muse il bel monte d'Urbino fece, l'asprezza tua nell'Apennino guerreggiato temprò con la sua grazia. Or tristo e spoglio il tuo Palagio spazia tra l'azzurro dell'aere e del lino. Ma ne' tuoi bronzi arcani il tuo destino resiste alla barbarie che ti strazia. E, se teco non più ridon le carte di Oderisi cui Dante sotto il pondo vide andar chino tra la lenta greggia, l'argilla incorruttibile per l'arte di Mastro Giorgio splende; e in tutto il mondo l'alta tua nominanza ne rosseggia.
SPELLO Spello, qual canto palpita nei petti delle tue donne alzate in su la Porta di Venere? La Dea che non è morta l'arco nudo t'adorna di fioretti. E par che il pafio pargolo saetti nel sol novo ai precordii con accorta ferocia strali dell'antica sorta, come solea negli élegi perfetti. Non l'amico di Cynthia oggi sospira dai prati d'asfodelo i suoi patemi campi che Ottavio diede al veterano? Nelle tue torri imitan quella lira i caldi vènti, mentre negli Inferni sogna l'Umbria il Callimaco romano.
MONTEFALCO Montefalco, Benozzo pinse a fresco giovenilmente in te le belle mura, ebro d'amor per ogni creatura viva, fratello al Sol, come Francesco. Dolce come sul poggio il melo e il pesco, chiara come il Clitunno alla pianura, di fiori e d'acqua era la sua pintura, beata dal sorriso di Francesco. E l'azzurro non désti anche al tuo biondo Melanzio, e il verde? Verde d'arboscelli, azzurro di colline, per gli altari; sicché par che l'istesso ciel rischiari la tua campagna e nel tuo cor profondo l'anima che t'ornarono i pennelli.
NARNI Narni, qual dorme in Santo Giovenale su l'arca il senatore Pietro Cesi, tal dormi tu su' massi tuoi scoscesi intorno al tuo Palagio comunale. Sogni il buon Nerva in ostro imperiale? o Giovanni tra gli odii in Roma accesi? Io di secoli, d'acque e d'elci intesi murmure che dal Nar fino a te sale. E vidi su la tua Piazza Priora, ove muto anco dura il cittadino orgoglio, alzarsi una grand'ombra armata: grande a cavallo il tuo Gattamelata, sempiterno in quel bronzo fiorentino che gli invidian lo Sforza ed il Caldora.
TODI Todi, volò dal Tevere sul colle l'Aquila ai tuoi natali e il rosso Marte ti visitò, se il marzio ferro or parte con la forza de' buoi le acclivi zolle. Ebro de' cieli Iacopone, il folle di Cristo, urge ne' cantici; in disparte alla sua Madre Dolorosa l'arte del Bramante serena il tempio estolle. Ma passa, ombra d'amor su la tua fronte che infoscan gli evi, la figlia d'Almonte, il fior degli Atti, Barbara la Bella. E l'inno del Minor si rinnovella: «Amor amor, lo cor si me se spezza! Amor amor, tramme la tua bellezza!».
ORVIETO I. Orvieto, su i papali bastioni fondati nel tuo tufo che strapiomba, sul tuo Pozzo che s'apre come tomba, sul tuo Forte che ha mozzi i torrioni, su le strade ove l'erba assorda i suoni, su l'orbe case, ovunque par che incomba la Morte, e che s'attenda oggi la tromba delle carnali resurrezioni. Gli angeli formidabili di Luca domani soffieran nell'oricalco l'ardente spiro del torace aperto. Stanno sotterra, ove non è che luca, oggi i Vescovi e il gregge. Solo un falco stride rotando su pel ciel deserto. II. Uman prodigio dell'artier da Siena, nel ciel deserto il Duomo solitario risplende come nel reliquiario il Corporal sanguigno di Bolsena. Di grandezze la sua fulva ombra è piena, piena di Dio, piena dell'Avversario. O Angelico, Ugolin di Prete Ilario, Gentile, il respir vostro odesi appena! Sola il vòto dei marmi bianchi e neri occupa e turba la tremenda ambascia dell'artier da Cortona, come un vento. Ruggegli nel gran cor Dante Alighieri; e però di sì dure carni ei fascia il Dolore la Forza e lo Spavento. III. Sfolgorati procombono i Perduti, salgon gli Eletti a ber l'alme rugiade; e gli Arcangeli snudano le spade mentre i Musici toccano i leuti. Ma i re spirtali degli inconosciuti mondi, Empedocle che le vie dell'Ade sforza, l'amor dell'api e delle biade Vergilio che apre al Teucro i regni muti, e l'Alighier grifagno che con ira in foco in sangue in fanghe in ghiacce inerti i peccatori abbrucia attuffa asserra, cantano all'Uomo un inno senza lira dall'alto; e il Tosco ha due volumi aperti, Libro del Cielo e Libro della Terra.
Le città del silenzio AREZZO I. Arezzo, come un ciel terrestro è il lino cerulo, il vento aulisce di viola. Ove sono Uguccion della Faggiuola e il cavalier mitrato Guglielmino? Non vedo Certomondo e Campaldino, né Buonconte forato nella gola. Alla tua Pieve il balestruccio vola; in San Francesco è Piero, e il suo giardino. Non vedo nella polve i tuoi pedoni carpone sotto il ventre dei cavalli con le coltella in mano a sbudellarli. Van sonetti del tuo Guitton, canzoni del tuo Petrarca per colline e valli; e con voce d'amore tu mi parli. II. Bruna ti miro dall'aerea loggia che t'alzò Benedetto da Maiano. Fan ghirlanda le nubi ove Lignano e Catenaia e Pietramala poggia. E fànnoti ghirlande i tralci a foggia di quelle onde i tuoi vasi ornò la mano pieghevole del figulo pagano quando per lui vivea l'argilla roggia. Or rivive pel mio sogno il liberto grèculo intento a figurar le tigri l'evie i tripodi i tirsi le pantere. Arar penso i tuoi campi e, nell'aperto solco da' buoi di Valdichiana impigri, discoprir l'ansa infranta del cratere. III. Aste in selva, stendardi al vento, elmetti di cavalieri, Costantin securo, Massenzio in fuga, Cosra morituro, e le chiare fiumane e i cieli schietti! Come innanzi a un giardin profondo io stetti, o Pier della Francesca, innanzi al puro fulgor de' tuoi pennelli; e il sacro muro moveano i fiati dei pugnaci petti. Ma il Vincitore e il Labaro e Massenzio e la bella reina d'Asia oblìa il mio cor; ché levasti più grand'ala! Presso l'arca del crudo Pietramala vidi il fiore di Magdala, Maria. E un greco ritmo corse il pio silenzio. IV. Forte come una Pallade senz'armi, non ella ai piè del mite Galileo si prostrò serva, ma il furente Orfeo dissetò arso dal furor dei carmi. Qui da tristi occhi profanata parmi, mentre a specchio del Ionio o dell'Egeo degna è che s'alzi in bianco propileo come sorella dei perfetti marmi. Ellade eterna! Non il vaso d'olio odorifero è quel di Deianira, ov'essa chiuse il dono del Biforme? Per lei Ristoro ode cantar le torme degli astri, come il Samio; e su la lira Guido Monaco tenta il modo eolio.
CORTONA I. O Cortona, l'eroe tuo combattente non è già quel gagliardo che s'accampa giuso in Inferno alla penace vampa ove si torce la perduta gente? Pur le Vergini crea la man possente e i Chèrubi, usa all'affocata stampa, come l'Etrusco orna la dolce lampa e di macigni alza la porta ingente. Chiusa virtù d'antiche primavere, urbe di Giano, irrompe nel tuo Luca. Maravigliosamente in lui tu vigi. Forza del mondo è il tuo robusto artiere. Sparvero come in vortice festuca i tuoi tiranni Uguccio ed Aloigi. II. O Corito, perché la Lampa è priva di nutrimento? Io vidi messaggera, grande come Calliope, leggera come Aglaia, recar l'olio d'oliva. Ecco, nel bronzo la Gorgóne è viva; nuota il delfino, corre la pantera; segue le melodíe di primavera Sileno su la fistola giuliva. Bacco e gli aspetti delle Essenze ascose fan di fecondità ricco il metallo. Or versa nel suo cavo l'olio puro! La vital Lampa in cui l'arte compose tra mostri e iddii l'Onda marina e il Phallo, tu sospendila accesa al dio futuro. III. Dirompendo col vomere l'antica gleba etrusca il bifolco, a Sepoltaglia, all'Ossaia, la spada e la medaglia scopre laddove ondeggerà la spica. Chi sa, nell'ansia della sua fatica sotto l'ignea fersa, non l'assaglia un sùbito furore di battaglia a trionfar la sorte sua nemica! Muzio Attèndolo Sforza nella rovere di Cotignola gitta il suo marrello e ferrato cavalca al gran destino. Sono le glebe tue fatte sì povere, o Italia, che non sórgavi un novello Eroe dall'aspro sangue contadino?
BERGAMO I. Bergamo, nella prima primavera ti vidi, al novel tempo del pascore. Parea fiorir Santa Maria Maggiore di rose in una cenere leggera. E per l'aer volar pareano a schiera i chèrubi fuggiti da Trescore, quei che Lorenzo Lotto il dipintore alzò fra i tralci della Vigna vera. Davanti la gran porta australe i sassi deserti verzicavano d'erbetta, quasi a pascere i due vecchi leoni. Dolce correa per la città dei Tassi la melode a destar la verginetta Medea sepolta presso il Coleoni. II. Destarsi la dormente, qual la pose su l'origlier di marmo l'Amadeo: gli occhi aprirsi, le labbra LAUS DEO clamare, le due mani sparger rose: quest'opere vid'io meravigliose del lene April; ma in vetta al mausoleo, tutt'oro l'arme, il gran Bartolomeo pronto imperar tra le Virtù sue spose. Non diemmi forse l'alto Condottiere, benigno a' suoi ed a' nimici crudo, col suo gesto il segnal della riscossa? Oh seme delle nostre primavere! Triplice egli ebbe nell'invitto scudo il carnal segno della maschia possa. III. L'ombra canuta del Guerrier sovrano a Malpaga erra per la ricca loggia, mutato l'elmo nel cappuccio a foggia, tra i rimadori e i saggi in atto umano. E tu, Bergamo, il suo sepolcro vano chiudi. Ma all'aspro vento che da Chioggia sìbila è vivo! Ancor di strage ha roggia l'unghia e la pancia il suo stallon romano. Stretto nel pugno il fólgore di guerra, i fanti contra Galeazzo ei sferra tonando co' mortaro e la spingarda. Arcato il duro sopracciglio, ei guarda di su la manca spalla irta di piastra; e, bronzo in bronzo, nell'arcion s'incastra.
CARRARA I. Carrara, morti son vescovi e conti di Luni, e son dispersi i loro avelli; gli Spinola e Castruccio Antelminelli son morti, e gli Scaligeri e i Visconti; ed Alberico che t'ornò di fonti, gli antichi tuoi signori ed i novelli. Ma su quante città regnano i belli eroi nati dal grembo de' tuoi monti! Quei che li armò di soffio più gagliardo, quei fa su te da vertice rimoto ombra più vasta che quella del Sagro. E non il santo martire Ceccardo t'è patrono, ma solo il Buonarroto pel martirio che qui lo fece magro. II. Su la piazza Alberica il solleone muto dardeggia la sua fiamma spessa; e, nel silenzio, a piè della Duchessa canta l'acqua la rauca sua canzone. Dalla Grotta dei Corvi al Ravaccione ferve la pena e l'opera indefessa. Scendono in fila i buoi scarni lungh'essa l'arsura del petroso Carrione. S'ode ferrata ruota strider forte sotto la mole candida che abbaglia, e il grido del bovaro furibondo, ed echeggiar la bùccina di morte come squilla che chiami alla battaglia, e la mina rombar cupa nel fondo. III. Arce del marmo, in te rinvenni i segni che t'impresse la forza dei Romani; sculti al sommo adorai gli Iddii pagani; e dissi: «O Roma nostra, ovunque regni!». Dissi: «O mio cuore, or fa che tu m'insegni la rupe che foggiar volea con mani di foco il grande Artier, sì che i lontani marinai la vedesser dai lor legni». E dal Sagro alla Tecchia, da Betogli al Polvaccio, da Créstola alla Mossa cercai l'arcana imagine scultoria. Tutta l'Alpe splendea d'eterni orgogli. «O cuor» dissi «il tuo sangue sì l'arrossa!» E in ogni rupe vidi una Vittoria.
Le città del silenzio VOLTERRA Su l'etrusche tue mura, erma Volterra, fondate nella rupe, alle tue porte senza stridore, io vidi genti morte della cupa città ch'era sotterra. Il flagel della peste e della guerra avea piagata e tronca la tua sorte; e antichi orrori nel tuo Mastio forte empievan l'ombra che nessun disserra. Lontanar le Maremme febbricose vidi, e i plumbei monti, e il Mar biancastro, e l'Elba e l'Arcipelago selvaggio. Poi la mia carne inerte si compose nel sarcofago sculto d'alabastro ov'è Circe e il brutal suo beveraggio.
VICENZA Vicenza, Andrea Palladio nelle Terme e negli Archi di Roma imperiale apprese la Grandezza. E fosti eguale alla Madre per lui tu figlia inerme! Bartolomeo Montagna il viril germe d'Andrea Mantegna in te fece vitale. La romana virtù si spazia e sale per le linee tue semplici e ferme. Veggo, di là dalle tue mute sorti, per i palladiani colonnati passare il grande spirito dell'Urbe e, nel Teatro Olimpico, in coorti i vasti versi astati e clipeati del Tragedo cozzar contra le turbe.
BRESCIA Brescia, ti corsi quasi fuggitivo, nell'ansia d'una voluttà promessa! Ed ebbi onta di me, o Leonessa, per la vil fiamma che di me nudrivo. Sol cercai nel tuo Tempio il vol captivo della Vittoria, con la fronte oppressa. Repente udii su l'anima inaccessa fremere l'ala di metallo vivo. Bella nel peplo dorico, la parma poggiata contro la sinistra coscia, la gran Nike incidea la sua parola. «O Vergine, te sola amo, te sola!» gridò l'anima mia nell'alta angoscia. Ella rispose: «Chi mi vuole, s'arma».
RAVENNA Ravenna, Guidarello Guidarelli dorme supino con le man conserte su la spada sua grande. Al vólto inerte ferro morte dolor furon suggelli. Chiuso nell'arme attende i dì novelli il tuo Guerriero, attende l'albe certe quando una voce per le vie deserte chiamerà le Virtù fuor degli avelli. Gravida di potenze è la tua sera, tragica d'ombre, accesa dal fermento dei fieni, taciturna e balenante. Aspra ti torce il cor la primavera; e, sopra te che sai, passa nel vento come pòlline il cenere di Dante.
Canto di festa per calendimaggio Uomini, qual mai voce oggi si spera nei campi della terra taciturna, nelle città fatte silenziose, nei puri solchi del rinato pane e nelle selci delle vie maestre? Qual parlerà vento di primavera mentre si tace l'opera diurna, se il giusto Sole genera le rose presso le soglie e intorno alle fontane, lungo le siepi e su per le finestre? Uomini, qual s'attende messaggera che tra le man sue certe arrechi l'urna dei beni ignoti e, pallida di cose ineffabili, annunzii la dimane alla potenza del dolor terrestre? Uomini operatori, anime rudi ansanti nei toraci vasti, eroi fuligginosi cui biancheggian buoni i denti in fosco bronzo sorridenti e le tempie s'imperlano di stille; voi che torcete il ferro su le incudi il pio ferro atto alle froge dei buoi, alle unghie dei cavalli, atto ai timoni dei carri, atto agli aratri, agli strumenti venerandi delle opere tranquille, voi presso il fuoco avito seminudi artieri delle antiche fogge; e voi negli arsenali ove dà lampi e tuoni il maglio atroce su le piastre ardenti, atleti coronari di faville; e voi anche, nei porti ove la nave onusta approda, onde si parte onusta, che recate su l'òmero servile con vece alterna le ricchezze impure fluttuanti nel traffico del mondo; o voi che a piè delle inesauste cave, pel nobile arco e per la porta angusta, pel tempio insigne e pel fumoso ovile, polite nelle semplici misure la pietra che azzurreggia o il marmo biondo; e voi, destri in quadrar la sana trave pel tetto, in far la madia di robusta quercia e di bosso l'arcolaio gentile, inchini al pianto delle fibre dure sotto la pialla o al tornio fremebondo; uomini solitarii, su l'erbosa via dove giunge suono di campane fioco e quell'erba assorda il passo raro, dati all'opra dei padri, senza pena e senza gioia e senza mutamento; uomini in alleanza minacciosa di volontà ribelli entro l'immane opificio vorace ove l'acciaro con suo moto infallibile balena ostile come nel combattimento; o uomini, oggi che il lavoro posa e il sudore non bagna il vostro pane e letifica tutti gli occhi il chiaro giorno, ascoltate la voce serena che spazia ai campi e alle città sul vento. Or si tace stridore di metalli, rombo d'acque, e il vostro ànsito, operai. Stan mute nel mistero le immortali Forze signoreggiate dai congegni lucidi e vigilate dagli schiavi. Il sol di maggio brilla su i cristalli dei tetti immensi come su i ghiacciai. Tinte in sanguigno, dentro gli arsenali ove marcì la Gloria in vecchi legni, le ferrate carcasse delle navi grandeggiano deserte. O poggi, o valli, o per ovunque nevi di rosai! Rondini su l'argilla dei canali molli! Ombre delle nubi e soffii pregni di pòlline su i pascoli soavi! Torbidi uomini, uscite dalle porte, disertate le mura ove il tribuno stridulo, ignaro del misterioso numero che governa i bei pensieri, dispregia il culto delle sacre Fonti; però che il verbo della nova sorte ultimamente vi dirà sol uno che ascoltato abbia il canto glorioso dei secoli e con gli occhi suoi sinceri contemplato il fulgor degli orizzonti. Sol chi si nutre della terra è forte. Glorificate in voi la Madre! Ognuno la sentirà presente al suo riposo. Di beltà si faran gli animi alteri, di nobiltà s'accenderan le fronti. È tutto il cielo come un fermo sguardo su voi, ma l'erbe un palpito frequente hanno come le ciglia per soverchio lume. E gli olivi son come una veste di verità su i colli inginocchiati. Il fiume lento, simile al vegliardo, reca la verità; pure il silente lago la custodisce nel suo cerchio di rupi; e l'armonia delle foreste l'accompagna, e l'allodola dei prati. Sembra che in ogni gleba un cuor gagliardo pulsi. Ed ecco il passato a voi presente come un sepolcro che non ha coperchio! Ricca è l'antica Madre onde nasceste. La sua mammella abbeveri i suoi nati. Poi, Sol calando, ai reduci dal puro giòlito la Città sembri d'amore ardere co' i palagi e le fucine, co' i lupanari e con le cattedrali, oh come bella, avida e furibonda! Il gesto dell'eroe verso il futuro amplia la piazza; sola erge il vigore d'una gente la torre; alle ruine auguste sopra seggono fatali presagi; sta nell'anima profonda la virtù del pensiero nascituro; la volontà si tempra nel dolore; l'atto sublime sfolgora; divine armonie surgon dai più crudi mali. Glorificate la Città feconda! Quivi restò la testimonianza della forza magnifica e pugnace che ben commetter seppe il marmo, eletto nei monti ad eternar la sua memoria. Uomini, in voi glorificate l'Uomo! Il superbo disìo della possanza quivi trovar soleva la sua pace nell'edificio esculto, ai cieli eretto qual visibile canto di vittoria. Uomini, in voi glorificate l'Uomo! Il vestimento d'ogni alta speranza è la bellezza. Ogni conquista audace non par compiuta, in terra, se un perfetto fior non s'esprima dall'umana gloria. Uomini, in voi glorificate l'Uomo! Or quella torna, ch'era dipartita, del Mare Egeo mirabil Primavera? Par che un ìgneo spirito si mova dal santo lido ad infiammare il mondo. Glorifichiamo in noi la Vita bella! La bellezza escir può dall'incallita mano del fabro, s'ei la sua preghiera alzi verso le Forme dalla nova anima sua piena d'ardor giocondo. Glorifichiamo in noi la Vita bella! Sol nella plenitudine è la Vita. Sol nella libertà l'anima è intera. Ogni lavoro è un'arte che s'innova. Ogni mano lavori a ornare il mondo. Glorifichiamo in noi la Vita bella!
Canto augurale per la nazione eletta Italia, Italia, sacra alla nuova Aurora con l'aratro e la prora! Il mattino balzò, come la gioia di mille titani, agli astri moribondi. Come una moltitudine dalle innumerevoli mani, con un fremito solo, nei monti nei colli nei piani si volsero tutte le frondi. Italia! Italia! Un'aquila sublime apparì nella luce, d'ignota stirpe titania, bianca le penne. Ed ecco splendere un peplo, ondeggiare una chioma... Non era la Vittoria, l'amore d'Atene e di Roma, la Nike, la vergine santa? Italia! Italia! La volante passò. Non le spade, non gli archi, non l'aste, ma le glebe infinite. Spandeasi nella luce il rombo dell'ali sue vaste e bianche, come quando l'udìa trascorrendo il peltàste su 'l sangue ed immoto l'oplite. Italia! Italia! Lungo il paterno fiume arava un uom libero i suoi pingui iugeri, in pace. Sotto il pungolo dura anelava la forza dei buoi. Grande era l'uomo all'opra, fratello degli incliti eroi, col piede nel solco ferace. Italia! Italia! La Vittoria piegò verso le glebe fendute il suo volo, sfiorò con le sue palme la nuda fronte umana, la stiva inflessibile, il giogo ondante. E risalìa. Il vomere attrito nel suolo balenò come un'arme. Italia! Italia! Parvero l'uomo, il rude stromento, i giovenchi indefessi nel bronzo trionfale eternati dal cenno divino. Dei beni inespressi gonfia esultò la terra saturnia nutrice di messi. O madre di tutte le biade, Italia! Italia! La Vittoria disparve tra nuvole meravigliose aquila nell'altezza dei cieli. Vide i borghi selvaggi, le bianche certose, presso l'ampie fiumane le antiche città, gloriose ancóra di antica bellezza. Italia! Italia! E giunse al Mare, a un porto munito. Era il vespro. Tra la fumèa rossastra alberi antenne sàrtie negreggiavano in un gigantesco intrico, e s'udìa cupo nel chiuso il martello guerresco rintronar su la piastra. Italia! Italia! Una nave construtta ingombrava il bacino profondo, irta de l'ultime opere. Tutta la gran carena sfavillava al rossor del tramonto; e la prora terribile, rivolta al dominio del mondo, aveva la forma del vomere. Italia! Italia! Sopra quella discese precìpite l'aquila ardente, la segnò con la palma. Una speranza eroica vibrò nella mole possente. Gli uomini dell'acciaio sentirono subitamente levarsi nei cuori una fiamma. Italia! Italia! Così veda tu un giorno il mare latino coprirsi di strage alla tua guerra e per le tue corone piegarsi i tuoi lauti e i tuoi mirti, o Semprerinascente, o fiore di tutte le stirpi, aroma di tutta la terra Italia, Italia, sacra alla nuova Aurora con l'aratro e la prora!
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