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GABRIELE D'ANNUNZIO

ELETTRA

Libro Secondo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

ELETTRA

Alle montagne

Candide cime, grandi nel cielo forme solenni

cui le nubi notturne

stanno sommesse come la gregge al pastore, ed i Vegli

inclinati su l'urne

profonde dànno eterne parole, e fanno corona

le stelle taciturne;

o Montagne, terribili dòmi abitati da Dio,

ove gli anacoreti

d'un tempo immemorabile per sola virtù di dolore

conobbero i segreti

del Mondo e nelle rocce co' i cavi occhi lessero come

in libri di profeti;

Montagne madri, sacre scaturigini delle Forze

pure, quando non era

l'Uomo; donde gioiosa alla cieca tenebra sparsa

balzò l'alba primiera

e alle vergini valli guidando le forme dei fiumi

scese la Primavera;

donde scesero stirpi umane d'oltrepossente

vita, giù per aperte

vie più vaste de' fiumi, stampando titaniche orme

nella pianura inerte

che fumigava umida al sole purpureo, pregna

delle future offerte;

o Montagne immortali, non parla nel sacro silenzio

delle cose ignorate

il vostro Spirto? Ascolta l'anima mia se non giunga

un messaggio. Deh fate,

o Montagne immortali, che scenda dai vostri misteri

cinto di luce il Vate!

La speranza e la gioia fuggirono lungi dai cuori

umani; e tutti i sogni

della bellezza e tutti i sogni dell'arte felice

vanirono; e stringe ogni

cuore un'arida angoscia; e rugge d'intorno la guerra

degli atroci bisogni.

Chi finalmente, sceso a noi dalle alture inaccesse,

ricondurrà la gioia?

Chi su la vasta fronte avrà, mai veduta possanza,

una luce di gioia?

O tu dalle Montagne purissime, Spirito ignoto,

scendi con la tua gioia!

Dai culmini virginei che splendono sotto le stelle

pie, dalle inesplorate

sedi ove le sorgenti perenni cantano inconsce

della superna estate,

dalle vene incorrotte dei geli, dal sacro silenzio

delle cose ignorate,

da tutta la grandezza venerabile delle Montagne

madri io t'evoco, o puro

Spirito senza nome, che l'occhio dell'anima vede

trascorrere l'oscuro

abisso dove tanto umano dolore si torce

e schiudere il Futuro!

 

 

A Dante

Oceano senza rive infinito d'intorno e oscuro

ma lampeggiante, e con un silenzio sotto i terribili tuoni

immoto ma vivente come il silenzio delle labbra

che parleranno:

tenebrore dei Tempi, profondità dell'affanno

umano, assidua mutazione delle cose, ritorno

perpetuo delle sorti:

oceano senza rive tra due poli, tra il Bene e il Male,

con le sue bave disperse dalla procella eternale,

co' suoi abissi ingombri dalle spoglie dei popoli morti,

era il Destino;

e tu come una rupe, come un'isola montuosa,

come una solitudine di pensiero e di potenza,

come una taciturna mole di dolor meditabondo

che ode e vede,

sorgevi uno dal gorgo; e nell'ululo delle prede,

nel sibilo dei nembi, nel rombo delle correnti,

il tuo orecchio udiva

quel silenzio e la sola Parola che doveva esser detta;

e di sotto alla fronte percossa dalle schiume e dai vènti

il tuo occhio insonne vedeva infiammarsi il mondo

all'alta tua vendetta.

Allora, nei baleni e nell'ombre, lo spirito dell'uomo

stette davanti a te, ignudo, senza la sua carne,

senza le sue ossa, disvelato davanti alla scienza

del tuo dolore;

e nel cavo delle tue mani, che sapean l'arme e il fiore,

più mansuefatti degli augelli che la neve caccia

verso gli asili umani,

discesero i messaggi delle divine speranze,

i poteri sconosciuti delle verità divine;

e ti diede i suoi tuoni e i suoi raggi il tuo Dio, cui tu alzasti il canto

che non ha fine.

O nutrito in disparte su le cime del sacro monte,

abbeverato solo nell'albe al segreto fonte

delle cose immortali, Eroe primo di nostro sangue

rinnovellante;

oceanica mente ove dieci secoli atroci,

carichi d'oro d'ombra di strage di fede e di paura

metton lor foci

silenziosamente; anima vetusta e nuova,

instrutta e ignara, memore e indovina, ove si serra

tutto il pensier dei Saggi e palpitano il Fuoco l'Aria

l'Acqua e la Terra;

o Risvegliatore, o Purificatore, o Intercessore

per la vita e per la morte, o tu che cresci il vigore

della stirpe come il pane nato dal nostro sudore,

noi t'invochiamo;

o tu che col tuo canto disveli agli uomini i cammini

invisibili e discopri i vólti nascosti dei destini,

noi ti preghiamo;

o tu che risusciti l'antica virtù delle contrade

e tempri il medesimo ferro per la bontà delle spade

e per la gioia delle falci nelle profonde biade,

noi ti attendiamo;

perocché tu sii pur sempre atteso in prodigi, come il Figlio

del tuo Dio, dai cuori che nei battiti del tuo canto

appresero a sperare oltre il volo delle fortune,

o profeta in esiglio,

e pur sempre su le nuove tombe e su le nuove cune,

là dove un'opra si chiuse e là dove s'apre un germe,

suoni il tuo nome santo,

e il tuo nome pei forti sia come lo squillo degli oricalchi,

e solo il nomar del tuo nome, come il turbine agita i lembi

d'un gran vessillo, scuota nei suoi mari e nei suoi valchi

l'Italia inerme.

Dove sono i pontefici e gli imperatori? Splendenti

erano nella specie dell'oro, e stampavano con piedi

obliqui le vestigia sanguigne, vestiti dell'antica

frode, e i lor vestimenti

odoravano. Rotti come i sermenti addi, perduti

come i fuscelli nella tempesta, diffusi come crassa

cenere ai vènti.

E pallido il postremo alza le mani verso le porte

dei cieli e attende un segno, e chiama, e nulla appare fuor che la morte.

Ma il cuore della nazione è come la forza delle sorgenti

meraviglioso;

e tu rimani alzato nel conspetto della nazione

con la tua parola eterna nella tua bocca respirante,

col tuo potere eterno nel tuo pugno vivo; e la tua stagione

sta su la nostra terra

senza mutarsi; e la tua virtù è dentro le radici

di nostra vita come il sale è nel mare, come la fecondità

è nella nostra terra;

e nulla di te perisce nei tempi ma la tua passione,

ma il tuo furore, ma il tuo orgoglio e la tua fede e la tua pietà

e la tua estasi e tutta la tua grandezza dura nei tempi come

dura la nostra terra.

Tu la vedesti col tuo profetico onniveggente occhio infiammato

l'Italia bella, come una figura emersa dall'interno

abisso del tuo dolore, creata dalla tua stessa fiamma,

con i suoi monti,

con i suoi piani, con i suoi fiumi, con i suoi laghi,

con i suoi golfi, con le sue città ruggenti d'ire,

l'Italia bella;

e la tua rampogna la rifece sacra, la tua preghiera

fece risplendere di purità le sue membra schiave;

sì che sempre gli uomini vedran su lei bella il duplice splendore

del cielo e del tuo verbo.

Sol nel tuo verbo è per noi la luce, o Rivelatore,

sol nel tuo canto è per noi la forza, o Liberatore

sol nella tua melodia è la molt'anni lagrimata

pace, o Consolatore,

quando la cruda pena il veemente sdegno il duro spregio

si fanno eguali alle più dolci cose della foresta

primaverile

e la mano che torturò la carne immonda, che trattò la ghiaccia

e il fuoco, la pece e il piombo, gli sterpi e i serpi, il fango e il sangue,

tocca segrete corde e nel silenzio fa il divin concento

ch'ella può sola.

Cammineremo noi ne' tuoi cammini? O imperiale

duce, o signore dei culmini, o insonne fabbro d'ale,

per la notte che si profonda e per l'alba che ancor non sale

noi t'invochiamo!

Pel rancore dei forti che patiscono la vergogna,

pel tremito delle vergini forze che opprime la menzogna,

noi ti preghiamo!

Per la quercia e per il lauro e per il ferro lampeggiante,

per la vittoria e per la gloria e per la gioia e per le tue sante

speranze, o tu che odi e vedi e sai, custode alto dei fari, o Dante,

noi ti attendiamo!

 

 

Al Re Giovine

Nella gran bandiera

che agitarono i vènti marini

a poppa della nave guerriera

tutt'armata di ferro gigante

contra i ferrei destini,

nella gran bandiera

di battaglia e di tempesta

avvolgi il tuo padre esangue,

coprigli la bianca testa,

consacragli il petto forte

con quella croce raggiante,

o tu, della purpurea sorte

erede, che navigavi il Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare!

Avvolgi il tuo padre

nell'insegna che attese la gloria

sopra le acque così lungamente;

componilo sul carro scemato

del bronzo possente;

dàgli a scorta mute squadre

che in arme sognino la vittoria

pel sangue non vendicato

sul deserto ardente;

nella luce dell'Urbe fatale,

nel silenzio delle scorte

e del tuo dolor regale,

accompagna il tuo padre clemente,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare.

Accompagna il padre

alla tomba ove già l'avo dorme,

nel tempio sublime

che alzò su colonne

di granito la forza di Roma.

La romba degli inni austeri

come un turbine all'ultime cime

rapisca i tuoi pensieri

nuovi, oltre la tomba, oltre l'altare.

E i grandi pensieri

ti facciano insonne; e Roma

e la sua Fortuna dalla chioma

terribile ti facciano insonne,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

Tu non dormirai

se il tuo cuore è degno che lo morda

l'avvoltore violento;

tu non dormirai

se de' tuoi nervi indurati

attorca tu la corda

per l'arco che t'è innanzi lento;

tu non dormirai

se tu oda la voce dell'Urbe,

sepolcrale e marina,

non voce di volubili turbe

ma d'immutabili fati,

ma dell'anima eterna latina,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare.

Tu non dormirai

se degni sieno i tuoi occhi

di contemplar l'orizzonte

che il Quirinal discopre

al dominatore;

tu non dormirai

se le tue mani sien pronte

alle lotte ed all'opre,

alla spada ed al martello,

a foggiar per la tua fronte

un'altra corona di ferro

col ferro d'un altro Salvatore

sopra l'incudine d'un altare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

Non dormimmo noi

nella notte solenne

quando passò per l'ombra

d'Italia il funereo convoglio

che portava il buono infranto cuore.

Non dormimmo. Ascoltammo gli eroi

favellare nella notte ingombra.

Ascoltammo il fragore

dei carri nel vento d'estate.

Tremammo. Più del cordoglio

poterono le speranze alate.

Per l'ombra era un fremito di penne.

Lampeggiavano i monti e le coste.

Gravido di vita e di morte

anelava il Mare.

Tremammo di forza

chiusa e di volontà raccolta;

fummo ebri d'un sogno virile.

Sentimmo nei polsi robusti

ardere la febbre civile.

Sentimmo nel suolo profondo

rivivere gli iddii vetusti.

Ebri di presagi augusti,

vedemmo ancóra sul mondo

splendere il latin sangue gentile.

Ascoltammo gli indigeti eroi

favellare nella notte ingombra.

Seguimmo nell'ombra

infinita il volo della Morte

lungo il patrio Mare.

E dicemmo: «Passa

lungo il patrio Mare,

Maestà della Morte!

Alza gli spirti; fa palpitare

il popolo che veglia

nella notte balenante.

Genova ti saluta

sul suo golfo magnifica e forte,

coronata di baleni.

La Spezia ti saluta,

in vista dell'Alpe, austera e forte,

coronata di baleni.

Salutano il tuo passare

le due madri delle navi, o Morte,

veglianti sul Mare.

Più grande saluto

avesti tu mai?

Ma, giunta alla mèta, tu avrai

il saluto del Sole e di Roma.

E il nuovo destino, segnato

dal sangue regio, avrà nella nuova

luce principio solenne».

Per l'ombra era un fremito di penne.

Lampeggiavano i monti e le coste.

E dicemmo: «O Italia, o Italia,

non ti vedremo noi su l'alba,

per questo buon sangue che ti giova,

per la divina prova

di questa sacrificale morte,

rifiorir nel Mare?».

E dicemmo: «O Italia,

Italia sonnolente,

alfine ti svegli

tu dal tuo sonno vile?

Ahi sì lungamente

sotto il sole giaciuta

con l'obbrobrio senile,

tra le mani dei vegli

scaltri che t'han polluta

che di te han fatto strame

docile all'ignavia loro

e d'ogni tuo nobile alloro

una verga per batter la fame,

non senti l'odor della morte?

Oh nuova sul Mare!».

Così noi dicemmo,

questo sognammo ascoltando

il fragore dei carri nel vento

d'estate per la funebre notte

recanti alla tomba il re spento,

al silenzio di Roma, alla pace.

Questo pregò sotto il firmamento

ingombro la nostra ansia seguace.

Or chi sarà l'eroe che attendiamo,

il pastor della stirpe ferace?

Tendi l'arco, accendi la face,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare!

T'elesse il Destino

all'alta impresa combattuta.

Guai se tu gli manchi!

È perigliosa l'ora.

Ma tu sai che il periglio

è la cintura pe' fianchi

dell'eroe. Dal sangue vermiglio

fa che nasca un'aurora!

La fortuna d'Italia

prese l'ali sul campo

d'una battaglia perduta.

Ricòrdati d'un altro padre

partito per un più triste esiglio,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

T'elesse il Destino.

Ricòrdati del figliuol vinto

che cavalcò quel giorno

tra la Sesia e il Ticino

verso il bianco maresciallo.

Rifiorì l'itala primavera

tra i dolci fiumi; e il re sardo

scese dal suo cavallo

per segnare il duro patto.

Tutto fu nemico intorno.

Egli disse al suo cuore gagliardo:

«Sopporta, o cuore, e spera!».

Ricòrdati di quel ritorno

tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare.

Egli volle Roma,

egli ebbe il Campidoglio,

egli ha pace nel Tempio romano.

Che vorrai tu sul tuo soglio?

Quale altura è il tuo segno?

Miri tu lontano?

È largo quanto il tuo orgoglio

il gesto della tua mano?

Sai tu come sia bello il tuo regno?

Conosci tu le sue sorgenti

innumerevoli e la forza

nuova o antica delle sue correnti?

Ami tu il suo divino mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare?

T'elesse il Destino

all'alta impresa audace.

Tendi l'arco, accendi la face,

colpisci, illumina, eroe latino!

Venera il lauro, esalta il forte!

Apri alla nostra virtù le porte

dei dominii futuri!

Ché, se il danno e la vergogna duri,

quando l'ora sia venuta,

tra i ribelli vedrai da vicino

anche colui che oggi ti saluta,

o tu che chiamato dalla Morte

venisti dal Mare,

Giovine, che assunto dalla Morte

fosti re nel Mare.

 

 

Alla memoria di Narciso e di Pilade Bronzetti

Canta, o Verità redimita

di quercia, canta oggi gli eroi

al genio d'Italia che t'ode!

Al popolo ardente di vita

novella tu canta oggi i suoi

leoni, il suo sangue più prode

che corse la gleba feconda!

Tu fa che fiammeggi nell'ode

ciascuna ferita

e lungi la fiamma s'effonda

per tutte le prode,

per tutte le cime,

per tutta la patria sublime

che freme di gloria sepolta!

Canta, o Verità redimita

di quercia, canta oggi gli eroi

al genio d'Italia che ascolta!

Ma ascolta dall'ombra dei monti

Trento, l'indomata

figlia cui la corda

non spegne la voce iterata

che chiama che chiama la madre

nell'orror notturno;

e grida: «Ricorda

tu prima dell'altre

glorie la mia gloria

oggi che su l'ardue fronti

dell'Alpe volò la Vittoria

e che l'Adige taciturno

n'ebbe rinnovata

promessa! Ricorda

Castel di Morone, Tre Ponti

con l'Aquila che dal Tifata

piombò sul Volturno».

Canta dunque, pria che si parta

la nova speranza da noi

e si spenga il sùbito ardore,

canta dunque il fior degli eroi,

il prode dei prodi

che dorme leggero sul cuore

di Brescia fedele,

e l'emulo del re di Sparta

con i suoi trecento,

con i suoi trecento custodi

che la dolce Campania tiene;

canta oggi la gloria di Trento

per lei consolare in catene

del vano amor del van dolore,

oggi che da mano servile

la sua pura corona è sparta

come fronda vile.

Come vil lordura

dal tempio di Roma lo sgherro

spazza quella corona pura

che tesseano, ideal tesoro,

(ancor dunque ai monti si sogna?)

fedeltà più dura del ferro,

speranza più ricca dell'oro.

Giovi ella a crescere lo strame

su cui la frode e la paura

giaccion come buoi

stracchi ruminando menzogna.

Giovi ella a crescere il letame

che impingua l'annosa vergogna.

Ma tu non piangere; tu sogna,

anima chiusa, ancor nei tuoi

monti. È alto il sole sul Fòro.

Cantiamo gli eroi!

Non piangere. Aspetta nei monti;

poi che non indarno

nel libero azzurro

sul Gianicolo, alto a cavallo,

sta Colui che udisti a Tiarno

per te su la via sfolgorata

tonare col bronzo.

Ma sogna. Come il bianco alburno

celandosi sotto la scorza

si fa vigor novo del tronco,

nell'anima tua sempre alzata

il sogno convertasi in forza.

Non piangere. Sogna nei monti.

Cantiamo la gesta obliata,

Castel di Morone, Tre Ponti

con l'Aquila che dal Tirata

piombò sul Volturno.

Cantiamo la vetta ridente

su l'antico fiume

esperto di strage, la vetta

ridente di giovine sangue.

Oh tumulo grande

che gioiosamente

di sé fece l'alta coorte!

Ciascun combattente

su la sua terribile ebrezza

col sole e con l'aria

sentiva il guardar leonino

del Duce, dell'Onnipresente.

Oh vendemmia di giovinezza

più forte che il vino!

Porpora d'autunno,

porpora di morte

su la dolce di uve Campania!

Non piangere, anima di Trento,

la tua calpestata corona.

Dimentica il male, se puoi.

Non fare lamento.

La tua madre non t'abbandona:

ha il cuore profondo.

Passano i Bonturi

e il seguace lor gregge immondo.

Durano gli eroi

eterni nei fasti

d'Italia, e quel Dante che alzasti

nel bronzo, al conspetto dell'Alpe

dura solo più che le rupi,

gran Mésso dei fati venturi

signore del Canto sul mondo.

Passano i Bonturi

e il seguace lor gregge immondo.

Non fare lamento. Perdona

pel lungo martirio di Dante,

perdona pel chiuso dolore

di Quegli che disse la grande

parola. Sovvienti? Ei ti vide

perduta, ei vide tanto sangue

invano sparso, tanto fiore

di libere vite

invano reciso,

Trieste come te perduta,

come te perduta

l'Istria, alla mercé del nemico

le porte d'Italia, ottenuta

Venezia con man di mendico,

laggiù laggiù sola su l'Adria

la macchia di Lissa, l'infamia,

tutta l'onta; e disse: «Obbedisco».

Ah ti sovvenga! Ti sovvenga

ancóra di Lui doloroso,

col piombo nell'ossa dolenti,

combusto dal fuoco

di cento battaglie e pensoso

già del vasto rogo

che alzato ei volea sul selvaggio

granito, al conspetto del mare,

per dar la sua cenere ai vènti

del suo mar selvaggio.

Ei disse: «Ah ch'io venga

ch'io venga anche all'ultima guerra!

Legatemi sul mio cavallo.

Ch'io veda brillare le stelle

su la Verruca, oda al Quarnaro

cantare i marinai d'Italia!

Legatemi sul mio cavallo».

Verrà, verrà sul suo cavallo,

con giovine chioma.

Torrà il nero e giallo

vessillo dal suo sacro monte

che serba il vestigio di Roma.

Ridere su l'antica fronte

vedrà le sue vergini stelle;

più oltre, più oltre

verso le marine sorelle,

anche udrà anche udrà nel Quarnaro

i canti d'Italia sul vento.

Non piangere, anima di Trento,

la tua calpestata corona.

Ribeviti il tuo pianto amaro.

Dimentica il male, se puoi.

Non fare lamento. Perdona.

Prepara in silenzio gli eroi.

 

 

Per i marinai d'Italia morti in Cina

Chi ti vide col suo cuore

puro, o Italia liberata,

detersa dal sangue e dal pianto,

dalla polve e dal sudore,

dopo l'alta gesta, alzata

nel mare nel sole nel canto?

Chi ti vide, dopo l'alta

gesta, vivere nel mare

col grande tuo corpo fecondo?

Chi sentì nella tua calda

giovinezza palpitare

l'antica speranza del mondo?

Forse i figli, forse i figli

tuoi migliori, i marinai

su l'acque remote, nei porti

strani, gli umili tuoi figli

che non sai né rivedrai,

ti videro e caddero morti.

Ah ti videro più bella

essi, i tuoi semplici eroi,

negli ultimi palpiti sacri!

Canterò oggi, per quella

tua bellezza, se tu m'odi,

il pianto di tutte le madri.

Ecco, una madre nell'antica Ichnusa

dei pastori, nell'isola diserta

che stampa sul Tirreno dalla Nurra

al Campidano sua durabile orma,

ecco, la madre che filò la nera

e bianca lana, ecco, la madre a sera

vien su la soglia con la nuora pregna,

quando le greggi tornan di pastura.

Sta su la soglia con la nuora, e conta

le stelle prime nell'aria serena,

nell'aria dolce ove il colmigno fuma;

e sta con nel suo cor la sua preghiera;

e guarda sopra i gioghi di Gallura

la falce della luna che tramonta.

E guarda verso il mare la Caprera

ove dorme il Leone in sepoltura

con un respiro che solleva l'onda;

e guarda l'ombra della Maddalena,

sul dolce mare un'ombra di guerriera

che tutta armata a guerreggiare è pronta.

E prega, ignara della sua sciagura,

e prega e dice: «Chi me l'assicura?

Tu, Vergine Maria, Vergine pura,

tu guardalo dal male e tu l'aiuta!

T'accenderò quant'io potrò di cera,

quant'io potrò d'oliva, se sventura

non gli accade, se salvo mi ritorna.

Guardalo, Vergine, alla madre sua,

guardalo alla sua madre e alla sua donna.

Dov'è, dov'è? Che fa egli a quest'ora,

il buono figliuol mio, mentre che annotta?

Lo rivedemmo ch'era primavera.

La rondine non era anco venuta.

Giunse improvviso, giunsemi alla porta

gridando: «O madre, o madre, apri la porta!».

Eri al telaio sotto la lucerna...».

A lungo a lungo ella così racconta

al cuore che ben sa, che ben ricorda,

che ben ricorda ch'era primavera.

Così racconta la madre canuta;

e guarda sopra i gioghi di Gallura

la falce della luna che tramonta;

e guarda verso il mare la Caprera

ove dorme il Leone in sepoltura

con un respiro che solleva l'onda.

E un'altra madre viene su la soglia

d'un'altra casa e guarda un'altra altura

e un altro mare, il mar di Siracusa

e l'Etna grande che nell'ombra fuma;

e prega in cuore e dice: «O creatura

del sangue mio, quando ti rivedrò?».

Odorano le selve alla riviera

con frutta d'oro; cantano alla luna

le ciurme prima ch'ella si nasconda:

trema la rete, palpita la vela.

E un'altra madre viene su la soglia

d'un'altra casa, là nella remota

Italia, là sul Garda ove Peschiera

sorge custode nella sua cintura

forte, ove il Mincio memore saluta

i campi di battaglia. E un'altra ancóra

prega in silenzio e guarda la pianura

tra l'Oglio e l'Adda ove la primavera

fu cerula di molto lino. E ancóra

un'altra prega dalla pampinosa

rama dei Monti d'Alba, dalla volsca

Velletri che disotto le sue mura

vide un mattino tempestar fra l'onda

dei cavalli il Leone ebro di Roma.

E un'altra ancóra sta su la picena

spiaggia, di là dal Tronto, e si ricorda

del bel naviglio che la prima volta

portò il fanciullo a Spàlato, a Gravosa,

a Sebenico, alla latina sponda

cui San Marco legò la sua galera

e prega in cuore e dice: «O creatura

delle mie pene, non ti rivedrò?».

Sì penano le madri in su la sera

al novilunio, alla dolce frescura.

E non, di qua dal Tronto, nella terra

d'Abruzzi, nella terra ove riposano

i miei maggiori con la rugginosa

àncora di speranza e di fortuna,

non prega qualche madre per ventura

guardando su la placida Maiella

tramontare la falce della luna?

Guarda greggi passare ad una ad una

lungh'esso il lito andando alla pianura

dell'Apulia, ai lor paschi, dall'altura

del Sannio che laggiù si fa nevosa;

migrar le greggi per la via saputa

dai primi avi la madre guarda, muta

presso la casa ove restò la cuna

antica per la nova genitura,

la madre veneranda cui virtù

di nostra prima gente in grembo dura;

e prega in cuore e dice: «O creatura,

creatura, che fai mentre che annotta?

Se sei grondante, ora chi ti rasciuga?

Forse hai tu sete, e la vigna ha tanta uva!

Figlio, che fai? Pensi alla madre tua?

Pensi alla madre tua che non t'aiuta?».

E guarda pel sentiere che s'oscura,

e il cor le stringe sùbita paura.

Tramontata è la falce della luna;

nell'ombra intorno altro non v'è che luca

se non il ferro pronto all'aratura.

È il mésso quei che per l'erta s'indugia?

Gran silenzio negli alberi s'aduna.

La madre ascolta, non respira più.

S'ode il campano in lontananza ancóra,

della greggia che valica la duna;

s'ode il passo per l'erta che s'oscura.

La madre attende, non palpita più.

Morti sono i figli, morti

sono i figli, morti sono

i figli alla guerra lontana.

Pochi erano contro molti.

Essi avean pel suolo ignoto

lasciata la nave lontana.

Morti come sopra il ponte

della nave, come sanno

marinai dovunque morire.

Non il fiume, non il monte,

non il piano, essi non hanno

veduto la casa e il confine.

Veduto non han Gallura

né il Mar Ligure né l'Adria

morendo su l'orride porte,

ma veduto han la figura

grande e sola della Patria

risplendere sopra la morte.

Veduto non hanno i Monti

d'Alba o l'Etna, non Peschiera

né il Garda, ma l'unica Italia.

Morti sono i figli, morti

sono intorno alla bandiera

d'Italia d'Italia d'Italia.

 

 

A Roma

Aurea Roma, sia testimone

dal ciel di settembre la faccia

del Sole che mai cosa più grande

di te visitò nell'alterno Orbe;

sieno testimoni dal confino

dell'Agro il Soratte santo

apollineo con le sue corone

di nubi e il Cimino proclive

che dal Tevere al Mare

tende le sue cerulee braccia;

e testimoni sieno i Monti

d'Alba pampinei ridenti

al cielo dai profondi

occhi dei laghi; e il divino

Agro che tace, co' suoi armenti

irti, co' suoi pastori biformi

dall'aspetto umano ed equino,

l'erbifero sepolcro dei regni

sia oggi testimone al canto

che memora il detto sibillino.

«Manca la Madre» disse il carme

euboico al sacerdote.

O Roma, guerriera senz'arme,

ti manca l'universa Idea

che sorga, su l'ombre

oblique, su le forme vuote

di alito, su le cloache ingombre

di uomini, generatrice.

Manca la Grande Madre. Ti manca

il vergine eroe, il nepote

ultimo del magnanimo Enea,

che con la sua man pura

la tragga vivente alle tue mura

auguste e instituisca la Festa

nova e inizii la nova Epopea.

L'ancile di Marte è scodella

al mezzano; la meretrice

è addetta al fuoco di Vesta;

del tuo Campidoglio non resta,

o Roma, che la Rupe Tarpea.

Ma, sotto il ciel settembrale

che riversa il suo calice d'oro

ampio dal Celio al Viminale

dal Gianicolo al Vaticano

dall'Anfiteatro al Fòro,

nel dì fausto dell'alta conquista,

cantiamo l'avvento fatale,

su la torbida acqua corrotta

chiamando l'imagine prisca.

Contro l'un concistoro

che ciancia baratta confisca

e l'altro che munge il tesoro

di Pietro per l'anima ghiotta,

alziamo la statua ideale.

Sorse fervido il popolo quando

intese il responso canoro:

«Manca la Madre. O Romano,

che tu chieda la Madre io comando.

Com'ella venga, addotta

sia da una pura mano».

Venne la Magna Madre

su la nave alla foce del fiume

biondo; e nel limo ristette,

immota, incrollabile come

una rupe. I cavalieri,

il senato, la plebe di Roma,

le vergini del fuoco santo

accorsero in turba alla foce

del fiume incontro alla veneranda

Ospite. Ed era ne' cuori

letizia. Ma stava nel vado

limoso la carena immota

simile a una rupestre

isola. Legarono all'alta

prora una fune gli uomini forti

e fecero gran forza di braccia,

e con voci iterate

aiutavano eglino la vana

opera, a trarre la nave

dipinta nel Tevere biondo.

Ma sedeva la Magna Madre

incrollabile sopra la tolda,

con la sua corona di mura

su le chiome che fingono i flutti

del ponto e i solchi dell'agro,

con le sue mani invitte

benefiche di beni infiniti

prone su le ginocchia più salde

che le roveri annose nei monti;

al conspetto del popolo grande

sedeva la Madre dell'aurea

fecondità, la nutrice

dei mortali e degli immortali,

la donatrice delle semenze

ineffabili, la dea

che moltiplica il sangue

animoso, edifica le chiare

città, conduce i pensieri

i timoni gli aratri, errante

sonante in circoli immensi.

E la forza degli uomini forti

s'accrebbe di tutta la plebe

romana, s'accrebbe di tutti

i cavalieri romani. E tutti

le braccia davano alla fune

ritorta e iteravan le voci

al travaglio, ma indarno; ché stava

immota nel vado la dipinta

carena e il simulacro sublime

splendeva sopra la tolda

nell'aer salino tacente.

Attonita interruppe il conato

la moltitudine e tacque

pavida innanzi al prodigio

con supplice cuore. S'udiva

fluire il Tevere biondo,

addurre all'imperio del Mare

la maestà di Roma.

Tra il popolo supplice, allora

s'avanzò Claudia Quinta vestale.

Offendeva lei casta il sospetto

del volgo, iniquo rumore.

S'avanzò Claudia Quinta e con mani

pure attinse l'acqua del fiume;

tre volte il capo s'asperse,

tre volte levò al cielo le palme;

prona nel suo crine giacente,

invocò a gran voce la dea.

Quindi, alzata, legò il suo cinto

alla prora e con lene fatica

trasse la Magna Madre nel fiume,

trasse la Madre dell'eterna

fecondità verso l'arce eterna

dell'Urbe. Tonarono i petti

romani; sanguinò la bianca

giovenca dinanzi alla poppa

coronata. Sedente sul plaustro

de' buoi la Turrigera, addotta

da virtù di vergine pura,

entrò per la porta Capena.

Così, o Roma nostra, negli anni

verrà non dal Dindimo ululante,

non pietra esculta in nave dipinta

pel Mediterraneo Mare,

verrà dagli oceani lontani

ove la vita allaccia la vita

d'isola in isola per correnti

misteriose di voleri

umani e di sogni umani

che cercano le novelle forme,

verrà dai continenti

immensi ove ancóra dorme

la ricchezza nei misteri

delle montagne e delle lande

promessa agli insonni messaggeri,

verrà dai confini del mondo

con l'impeto degli elementi

e con l'ordine dei pensieri,

verrà dall'alto e dal profondo

la Potenza in cui sola tu speri.

Così, o Roma nostra, nei tempi

un vergine eroe di tua stirpe

così la trarrà alle tue mura.

Non carena immobile in sirte

limosa, non simulacro

già venerato in templi

estranei trarrà la man pura,

ma la Potenza umana, ma il sacro

spirito nato dal cuore

dei popoli in pace ed in guerra,

ma la gloria della Terra

nel divino fervore

della volontà che la scopre

e la trasfigura

per innumerevoli opre

di luce e d'ombra, d'amore

e d'odio, di vita e di morte,

ma la bellezza della sorte

umana, dell'uomo che cerca

il dio nella sua creatura.

Però che in te come in un'impronta

indistruttibile, debba

la Potenza dell'Uomo

assumere forma ed effigie,

instituita nel Campidoglio

e nel Fòro, di contro all'Onta

dell'Uomo, su le vestigie

della forza e dell'orgoglio

che chiesero la Grande Madre

alle montagne frigie

per lei custodir nelle tue sacre

mura che sole credevi

tu degne di chiudere l'altrice

universa quantunque sì brevi.

O Roma, o Roma, in te sola,

nel cerchio delle tue sette cime,

le discordi miriadi umane

troveranno ancor l'ampia e sublime

unità. Darai tu il novo pane

dicendo la nova parola.

Quel che gli uomini avranno pensato

sognato operato sofferto

goduto nell'immensa Terra,

tanti pensieri, tanti sogni,

tante opere, tanti dolori,

tante gioie, ed ogni

diritto riconosciuto ed ogni

mistero discoperto

ed ogni libro aperto

nel giro dell'immensa Terra,

tutte le speranze umane

volanti da porti sonori,

tutte le bellezze umane

cantanti per boschi d'allori,

vestiranno le forme sovrane,

appariranno alla luce eterna,

o Roma, o Roma, in te sola.

Ai liberi ai forti materna,

o dea, spezzerai tu il novo pane

dicendo la nova parola.

Aurea Roma, o donna dei regni,

sien testimoni all'augurale

Ode che canta oggi il tuo destino

le cose che portano i segni:

la nube che sul Palatino

sanguigna risplende

come porpora imperiale

tra gli ardui cipressi; il divino

silenzio del vespero che accende

i Diòscuri domitori

di cavalli sul Quirinale;

l'ombra spirante che occupa i Fòri

gli Archi le Terme taciturna;

la fonte di Giuturna

che dalla ruina risale;

la tavola delle Leggi sacre

che dalla polve riappare;

e la mia speranza, o Madre,

e il fior del mio sangue latino,

e il fuoco del mio focolare.

 

 

A uno dei mille

O vegliardo, consunto come l'usto

dell'àncora che troppe volte morse

con sue marre i tenaci fondi, pregno

del sale amaro,

splende la gloria sul tuo vólto adusto

quando nelle fortune indaghi l'Orse

e t'argomenti di campar tuo legno

cercando il faro?

Quando torni dall'isola dei Sardi

carico, e taciturno al tuo timone

stai rugumando il tuo masticaticcio,

tese le scotte,

a tratti co' tuoi grigi occhi non guardi

per l'ombra se tu scorga il tuo Leone

fiammeggiare laggiù sul sasso arsiccio

contro la notte?

E quando poi governi a prender porto,

maggio illustrando la città dei Doria,

non cerchi tu quella che a Quarto eresse

magra colonna

la modestia del popolo risorto,

per figurarvi in sommo la Vittoria

che sul gran cor parea ti sorridesse

come tua donna?

Tu non rispondi. Solo ascolti i vènti

e disputi talor con la tempesta.

Hai crudo e breve il motto a dir tua noia,

e più non dici.

Tua vita va tra due divini eventi,

tra bonaccia e fortuna; e quella gesta

la scrisser già su le tue vecchie cuoia

le cicatrici.

Ond'io ti priego che mi sii benigno,

o tu che troppo sai d'amaro sale,

se consecrarti ardii questi miei carmi

tumultuanti.

In van chiesi al tuo mar che nel macigno,

nell'invitto macigno sepolcrale,

volesse per l'eternità foggiarmi

strofe giganti.

Ma tu vi sentirai correre, sopra

al rosso bulicame, odor salmastro;

romoreggiar v'udrai l'onda nemica

come il frangente;

vi rivedrai quale t'apparve all'opra

Colui che fu buon calafato e mastro

d'ascia, d'ogni arte artiere, dell'antica

tirrenia gente.

Io ne cercai l'imagine sicura

entro gli occhi tuoi tristi, in cor tremando.

Eri presso il cordaio per rinnovare

tue gomenette;

seguivi l'arte della torcitura,

il crocile, la pigna, il naspo; quando

su le tue labbra le parole amare

lessi non dette.

«Il torticcio dell'àncora s'è rotto.

Rinnovarlo non giova. Orvia, tralascia!

Per flagelli e capestri, o cordaio, l'acre

canape torci.

La terza Italia si distende sotto

ogni bertone come una bagascia.

E Roma all'ombra delle querci sacre

pascola i porci.»

 

 

La notte di Caprera

I.

Donato il regno al sopraggiunto re,

il Dittatore silenziosamente

sul far dell'alba con suoi pochi sen viene

alla marina dove la nave attende.

Ei si ricorda nell'alba di novembre:

quando salpò da Quarto era la sera,

sera di maggio con ridere di stelle.

Non vede ei stelle ma l'alta accesa gesta

dietro di sé nella stagion sì breve.

Ei seco porta un sacco di semente.

Quella è la nave che all'acque di Sardegna

già navigò dal Faro in gran segreto

per il soccorso, innanzi ch'ei prendesse

Reggio ed i monti, innanzi che Soveria

fossegli resa, quando le nuove schiere

precipitò nella Calabria estrema

e duce fu alle armi, alle carene

fu calafato, fu mastro d'ascia, artiere

d'ogni arte, pronto ei sempre alla diversa

necessità con vólto sorridente.

Donato il regno al sopraggiunto re,

ora sen torna al sasso di Caprera

il Dittatore. Fece quel che poté.

E seco porta un sacco di semente.

 

II.

Ancóra dorme la città che ululò

d'amor selvaggio all'apparito Eroe

nel bel settembre. Emmanuele dorme

là nella reggia ove tanto tremò

l'erede esangue di Ferdinando. Implora

Dominedio Francesco di Borbone

chiuso in Gaeta con la sua fulva donna,

con l'aquiletta bavara che rampogna.

«Calatafimi! Marsala!» Chiama a nome

i suoi cavalli di guerra il Dittatore,

novo nell'alba, gli arabi suoi sul ponte

recalcitranti al vento che riscuote

il Golfo. Palpa le lor criniere ondose

che sanno ancor d'arsiccio, le lor froge

palpa, e le labbra frenate onde fioccò

la spuma come neve su i moribondi.

Ed ei li pensa lungi, franchi del morso,

per le ferrigne rupi; e dice: «Anche a voi

la libertà!». Quella divina voce

odono i due cavalli che hanno i nomi

delle Vittorie e lui guatan con occhi

di fanciul!i, ecco, obbedienti. Sorge

l'aurora. È pronta la nave. Il Dittatore

delle tempeste grida: «Salpa!». L'alta onda

del dominato Oceano gli torna

nella memoria e nella voce. Scioglie

l'ultimo capo dell'ormeggio allor con

atto che par santo al devoto stuolo.

L'anima già per l'acque si diffonde

simile al dì. Ripete ei la parola

che consolò i suoi laceri prodi:

«A Roma, a Roma ci rivedremo! A Roma!».

Bello non è come il raggiante vólto

del donator di regni il novo Sole.

 

 

III.

Ed or sen va il Ligure pel suo

Tirreno. Guarda vigile, dalla prua

che non ha rostro, se non vegga la rupe

brulla apparir tra i nugoli; o seduto

resta sul sacco delle semente a lungo,

tutto pensoso della seminatura

nei magri solchi e delle sue lattughe

anco e de' suoi magliuoli e de' suoi frutti.

Novera già col pensier nel suo chiuso

la scarsa greggia, e le lane valuta,

i negri velli ed i candidi, cui

non mai segnò la robbia; alla futura

prole sorride, e allarga la pastura

sopra il macigno. In quale tempo ei fu

pastore? Quando migrò con la tribù

su le grandi orme dei padri alle pianure?

Quando agli armenti cinse i fuochi notturni,

fatta la sosta presso la fonte pura?

Mondo di strage, ei beve il vento. I flutti

crespi e canuti accorrono ver lui

come le bianche pecore per l'azzurra

erba; ed ei sa il suono che le aduna.

D'antico tempo gli sovviene. Di tutto

quel che fu ieri non gli sovviene più.

Apre così le braccia la Natura

subitamente al buono figliuol suo

per riposarlo, sopra il suo petto ignudo,

di tanto sangue e di tanta ventura.

E il figlio a lei così volge dischiusa

la sua divina anima di fanciullo.

 

IV.

Ma ecco l'ombra di Caprera. Ecco l'aspra

Gallura, i monti aerei nell'aria.

Ecco il granito ov'ei riposerà.

Ecco la tomba che gli lavorerà

l'arte del Mare. Come in petrose tazze,

nei grembi cavi l'isola solitaria

serba il silenzio ch'è bevanda al pugnace.

Quivi placato nella sua verità

ei può sognare; né quel silenzio mai

gli mancherà, sopra il fragor del Mare.

 

V.

Or liberati i cavalli di guerra

(ei palpitò forte veggendo selci

risfavillar sotto l'urto del ferro,

udendo su per le rupi deserte

eco del gran galoppo senza freno)

or nella bianca stanza è solo con sé

il Dittatore, solo con sé fedele.

Guarda le bianche mura ch'ei fece, artiere

d'ogni arte, dopo che preso e difeso ebbe

quelle di Roma. È senza mutamento

la povertà, è senza mutamento

la pace. Il sacco delle semente è a piè

del letto. L'arme, disopra l'origliere,

al vacillar della lucerna splende.

Palpita e guizza la fiammella. E gran vento

alle finestre, gran vento di maestro

sul mar che romba nelle anse di Caprera,

grande clamore a quando a quando, immenso

grido, selvaggio urlo come a Palermo,

come a Palermo urlo di popolo ebro.

«O cuore, balzi? Placato ancor non sei?»

L'Eroe sorride; ma gli occhi del veggente

veggono il sole su la città che ferve

colui che parla e l'ultimo suo gesto,

il furibondo palpito che solleva

tutto quel muto popolo come un petto

immortale, e tutto il sangue repente

sparir dai vólti innumerevoli, e

tutte le bocche urlanti, tutte le

mani distese in alto alla ringhiera;

Piazza Pretoria fatta dal travincente

amore vasta come l'Italia intera;

l'anima d'un popolo fatta un cielo

di libertà, eguale al giorno ardente;

una bellezza nuova per sempre accesa

nel triste mondo, un'imagine eterna

di gloria impressa nel vano velo, eretta

un'altra cima, ala data alla Terra!

 

 

VI.

«O cuore, balzi? Non sei placato ancóra?»

L'Eroe sorride; ma si tocca la fronte

ove in quel dì battevan forte il sole

siciliano e il vento dell'ignoto

destino e il suo volere. Poi s'accosta

al bianco letto che dà i profondi sonni,

ove il lin rude par che di sale odori

(lavato in mare e torto su lo scoglio?),

ma il cuore è insonne, riposare non può.

Ei crolla il capo e dice: «Spartirò

le mie semente». Si china; piano scioglie

la bocca al sacco; e ripone la corda.

 

VII.

Seduto sta; le sue semente ei sparte,

faville d'oro dall'una all'altra mano.

Sparte e col soffio ventila come fa

esso il colono che non mai fece altra arte.

La man non falla quando l'occhio s'inganna:

sa come pesi nella palma il buon grano.

Tenne la spada ed or terrà la marra.

Mezzo novembre avran repente e chiaro

l'opre, poiché non anco Aldebarano

sorse dal mare ed ecco il Maestrale

porta il sereno a chi vuol seminare.

«O cuore, o cuore, entra nella tua pace!»

Gli àlbatri intorno soli rosseggeranno,

cui tolta fu la terra lavorata.

«Guardiamo innanzi, all'alba che verrà!»

Chino la fronte, le sue semente ei sparte,

faville d'oro dall'una all'altra mano.

«Ciò che compimmo altri lo canterà.»

 

VIII.

Ma la grandezza di ciò che fu compito

s'alza e sovrasta alla notte sublime,

sovrasta al cuore di colui che ha sorriso,

occupa la solitudine, vince

la pace, infiamma l'ombra; non ha confine

in breve nome. O Italia, i Mille, i Mille!

Ali fulminee delle Vittorie latine,

rapidità della forza e dell'ira

su le riviere del sangue, alte e succinte

vergini d'oro, messaggere vestite

di vento, immenso amor di Roma, chi

si chiamerà fra voi l'eguale di

quella che un volo su da Calatafimi

sino al Volturno volò senza respiro

e dissetò la sua gran sete alfine

sol nelle vene di Leonida ucciso

un'altra volta? Pianto alla Porta Pila,

silenzioso pianto alla dipartita,

coro di donne liguri! Ultimo addio

di ferree madri ai giovinetti figli!

Divinità rivelata nei cigli

umani e primo tremito delle prime

stelle nel puro cielo primaverile!

Più dolce maggio in terra non fiorì.

Navi sospinte nel mare dal respiro

stesso dei petti eroici, dal destino

e dalla febbre, dalla speranza invitta

e dal prodigio, piene di melodìa

e di ruggito, nell'oscuro periglio

illuminate dai baleni d'un riso

silenzioso, con la prora diritta

a gloria e a morte, a un punto e all'infinito!

Rapida gioia de' bei delfini amici

nel solco, méssi d'un rinnovato mito!

Stelle augurali dell'Orsa al grande ardire,

accesa in cielo bandiera del naviglio!

Più alto sogno in Dante non salì.

 

IX.

Chino la fronte, sparte le sue semente

il Dittatore, sotto la sua lucerna

che per le mura d'ombre e di luci crea

notturne vite coi lunghi aliti della

notte. È gran vento alle finestre: geme,

sfida, minaccia, rugge, ulula, intermesso.

La man nell'atto a quando a quando trema.

Fissi alla gesta son gli occhi del veggente.

L'anima eterna è cinta di baleni.

Ei vede, ei vede il patrio mare ardente,

i suoi vascelli nel fulgido silenzio

misteriosi come due giganteschi

spiriti, fatti leggieri dall'ebrezza

che vi s'aduna, dal sogno che vi ferve,

come le navi dei templi dalla prece:

e il primo approdo, Telamone col segno

dell'Argonauta, le odorifere selve

dell'Argentaro, la pallida Maremma

tinta del sangue gallico, ove raccese

Mario la febbre di Minturno ed il ferro

trasse dal piè degli schiavi, ne fece

spade battute per la strage crudele.

E l'altro monte, e l'altro monte ei vede,

l'Erice azzurro, solo tra il mare e il cielo

divinamente apparito, la vetta

annunziatrice della Sicilia bella!

 

X.

Ed ora tutto è baleni, ora tutto

folgori e tuoni, furore e sangue, azzurro

e sole, ferro e fuoco, aure e profumi.

L'inno è nel vento, l'ebrezza è nell'arsura.

Ei squassa l'aspre chiome della fortuna

in pugno e fa d'ogni uomo una virtù,

una virtù d'ardore ch'ei conduce

col suo sorriso terribile nell'ultimo

impeto al cuor d'un astro. E l'armatura

della sua possa è il suo sorriso; e ovunque

risplenda, quivi è il prodigio; e nessuno

lo vede senza vedere un dio nel suo

cielo; e beato colui, quasi fanciullo,

che primamente lo vede nella luce

e tra le spiche ucciso cade giù.

 

XI.

O Verità cinta di quercia, quando

canterai tu per i figli d'Italia,

quando per tutti gli uomini canterai

tu questo canto? Ecco il pane spezzato

sotto l'olivo, prima della battaglia;

ecco irto d'armi il colle di sì grande

nome, nomato il Pianto dei Romani,

aspro di sette cerchi, balzo di Dante,

per ove gridan come stuol di selvagge

aquile sette Vittorie disperate;

Alcamo in festa, Partinico fumante;

l'avida sosta della falange, al Passo

di Renna, in vista della Conca e del Mare;

la sete, la fame; la corsa verso Parco

nella tempesta e nella notte, inganno

meraviglioso; la montagna affocata

di Gibilrossa ove ecco ogni uomo par

che trasfiguri come se oda parlare

una divina voce alla sua speranza;

e la discesa muta di sasso in sasso,

per gli arsi aromi, lungo le schegge calde,

mentre la sera coi richiami lontani

de' suoi pastori e coi suoi flauti fa

la melodìa dell'obliata pace;

e poi la notte vigile di fatali

stelle; e poi l'alba, e nell'alba il tonante

impeto, l'urto, la furibonda strage,

l'inferno al ponte dell'Ammiraglio; il maschio

Nullo a cavallo oltre la barricata

con la sua rossa torma, ferino e umano

eroe, gran torso inserto nella vasta

groppa, centàurea possa, erto su la vampa

come in un vol di criniere; il grifagno

Bixio, il risorto Giovanni delle Bande

Nere, temprato animato metallo,

voce a saetta, sottil viso che sa

la cote come il filo d'una spada

laboriosa, ossuta fronte salda

come l'ariete che dirocca muraglie,

eccolo all'opra che balza da cavallo

per trarsi il piombo con le sue stesse mani

fuor delle fibre tenaci; ecco espugnata

la Porta, data la rotta alle masnade

regie col ferro alle reni; le strade

ancor nell'ombra, deserte; la città

ancor dormente, e la prima campana

che suona a stormo verso l'aurora alzata

su Gibilrossa; Fieravecchia che batte

già colma come un cuor che si rinsangua;

Macqueda sotto la grandine mortale;

Montalto ai regi tolto dallo spettrale

Sirtori; atroci strida, crollar di case,

rossor d'incendii; la morte che s'ammassa

nella ruina; l'afa delle carni arse,

il cielo azzurro su l'urlante fornace;

e il Dittatore terribile che passa,

il Dittatore sorridente con pace

tra quel delirio umano, il dio che guarda,

indubitata forza, con nella faccia

il sole, il sole del sorriso eternale.

Gloria per sempre! Ecco Palermo schiava

che si risveglia giovine tra le fiamme,

che si solleva, memore della Gancia,

nella vendetta e nella libertà.

 

XII.

Sotto l'immensa gloria chino la fronte,

il Dittatore onniveggente è immoto.

Nel sacco rude la sua mano s'affonda

e inerte sta, immemore dell'opra.

Or è interrotta l'opra del buon colono.

Ei più non vede rilucere pe' solchi

le sue semente, né ribatte le porche

ei con la marra in suo pensiero. Ascolta

il vento e il mare nella notte profonda.

Ascolta il rombo del suo spirito solo.

Non proferì la sua più gran parola

quando a quel re sopraggiunto donò

il regno e solo poi si ritrasse all'ombra

d'un casolare, lungi alla bella scorta,

sol con taluno de' suoi laceri prodi?

Triste è la bocca nella sua barba d'oro,

ché le sovvien del molto amaro sorso.

Era laggiù, presso Teano, incontro

ai foschi monti del Sannio, il donatore;

seduto all'ombra era, su vecchia botte

non più capace di contener la forza

del vin novello. Era l'autunno intorno;

ammutolito sul Volturno il cannone;

piegata e rotta la gente di Borbone

sul Garigliano; scomparso con la scorta

splendida il re sul suo cavallo storno,

andato a mensa. Era l'autunno intorno:

cadean le foglie dal tremolio dei pioppi;

i campi roggi fumigavano sotto

l'aratro antico tratto dai bianchi buoi

campani cui rauco urgeva il bifolco

fasciato le anche dal vello del montone,

coperto il bronzeo capo dal frigio corno.

Antiche e grandi eran le cose intorno;

antico e grande era il cuore dell'uomo

seduto in pace su la fenduta botte.

Ognun taceva al conspetto dell'uomo

meditabondo. Quasi era a mezzo il giorno:

era il meriggio muto come la notte.

Ognun taceva, ogni anima era prona

dinanzi a lui, col silenzio che adora

e riconosce: alta preghiera in ora

che parve a ognuno scorrere per ignota

profondità. E il forte elce nodoso,

che negreggiava quivi, fu santo come

i dolci olivi dell'orto ove pregò

tre volte un altro uomo di fulve chiome.

E il donatore, seduto su la doga

vile, crollò la testa di leone.

Calmo guardò pei fumi il campo roggio,

col calmo sguardo cerulo che soggioga

il rischio; udì l'anelito dei buoi

affaticati per quelle terre sode;

seguì un aratro che discendea da un poggio,

considerò se fosse dritto il solco

dietro l'attrito vomere. Anche ascoltò

la lodoletta che facea sua melode.

Venne per l'aria il suono d'un rintocco.

Allor fu quivi recato da un pastore

giovine irsuto di pelli, sopra un moggio,

al donator di regni un duro tozzo

di pane, e cacio stantìo, di grave odore.

Aveva ei seco il suo coltello a scrocco,

il suo coltello di marinaio, ancóra

raccomandato alla sua vecchia corda;

l'aperse pronto, con quello s'affettò

il pane e il cacio. Maciullando, guardò

l'aratro antico tratto dai bianchi buoi,

e giudicò del dritto solco; poi,

come il più duro non passava pel gozzo,

chiese da bere sorridendo al pastore.

Allor fu quivi recato in un orciuolo

al donator di regni acqua di pozzo.

Avido ei bevve, accostatosi il rozzo

vaso alla bocca, ma la bocca schifò.

L'acqua putiva, come d'un otro immondo.

Senza sdegnarsi ei versò l'acqua al suolo.

Poi s'asciugò, tranquillo; e disse: «Il pozzo

è infetto. Certo, v'è una carogna al fondo».

S'alzò nel detto; e andò pei campi solo.

 

XIII.

Or si ricorda ei ben del sorso tristo;

e il cuor gli duole d'un lento presagire

(riarderà l'agosto su le cime

dell'Aspromonte torbido, e di vermiglie

bacche il novembre allegrerà le infide

macchie a Mentana). Ei vede il buono Elìa

col piombo in bocca laggiù su la collina

dei sette cerchi; e laggiù sul sottile

istmo, a Milazzo, entro i maligni intrichi

delle paludi e dei canneti, ritto

il suo Missori bellissimo che uccide

i cavalieri. Ode il grifagno Bixio

che nel più folto della mischia gli grida:

«Dunque così voi volete morire?».

Subitamente Deodato Schiaffino,

quel da Camogli, il biondo, gli apparisce:

il marinaio biondo che gli somiglia,

occhi cilestri, d'oro la barba e il crino,

ma più membruto, più alto, d'una stirpe

ingigantita nel travaglio marino.

Subitamente gli apparisce supino,

a mezzo il colle, nel sangue che invermiglia

tutto il pianoro. È caduto così

l'alfiere, primo all'assalto. Garrisce

dopo lo schianto la bandiera investita,

come da un vento d'ira, dal grande spiro:

e sul torace come sur un macigno

fanti e cavalli s'azzuffano in prodigi

di furia, e tutta la virtù dell'estinto

ecco risorge viva in un cuore vivo,

ed è il torace dell'eroe come un plinto

alla grandezza d'un altro eroe. «Così

dunque volete morire?» Un leonino

fremito scuote il Dittatore. Ei mira

sé nel gigante biondo che gli somiglia,

nel marinaio ligure che morì

com'ei vorrebbe. Cupo aggrotta le ciglia;

con gli occhi fissi interroga il Destino.

 

XIV.

E dalla morte sorge l'ombra di Roma.

Come il pastore dell'Agro spaventoso

nel ferin sangue porta germe nascosto

d'antica febbre che sùbita riscoppia

mentre di sotto l'arco dell'acquedotto

inaridito ei guata fuggir l'ora

su l'erba e sta con l'anima gravosa

ch'ebbe immutata per geniture molte

dal tempo quando con solfo e con alloro

Pale odorava la pecora feconda:

conosce il segno del vigile malore,

conosce il gelo che in foco si risolve;

dà la sua vita alla vorace forza:

ed ei ben sa ch'ella non abbandona

se non l'ossame, e guata fuggir l'ora

per l'erba e sta con l'anima gravosa

e brucare ode la pecora d'intorno:

così l'insonne sente dal più profondo

sangue salir la febbre sacra, il morbo

divino, ardore immedicabile, odio

ed amore ambi indomati, onde il corpo

arde e la mente, sacra febbre di Roma,

ultima vita terribile del suolo

esercitato dai padroni del Mondo.

 

XV.

Ei lo conobbe come conosce il figlio

il sen materno, conobbe il suol latino

come colui che alla mammella antica

s'abbeverò con sete di giustizia.

Vi giacque armato, sotto il seren d'aprile,

e di rugiada nell'alba si coprì.

Vi colse il fiore dell'asfodelo; misti

alle fresche orme vi rinvenne i vestigi

dei Fabii; v'ebbe a ginocchio il nemico;

vi fu calpesto dai suoi nello scompiglio,

dai cavalieri suoi fuggiaschi, ferito

dall'unghie dure, di polve e sangue intriso,

tremenda impronta, quando del cuore invitto

impedimento al terrore improvviso

ei fece solo e là, prono, col viso

nella carraia, baciò la madre, vivo

oltre la morte, e nel fragor sinistro

l'urlo supremo della sua Lupa udì.

 

XVI.

O Verità cinta di quercia, quando

canterai tu per i figli d'Italia,

quando per tutti gli uomini canterai

tu questo canto? L'umano alito mai

più grandemente magnificò la carne

misera; mai con émpito più grande

l'anima pura vinse il carcame ignavo.

L'onta dell'uomo, il corpo che si lagna

e trema, che ha sonno, che ha sete fame

paura, che ha orrore del suo sangue

e delle sue viscere, che si salva,

si cela, fugge, cade, invoca pietà,

prega soccorso, per soffrire si giace

e per morire chiude gli occhi, la salma

pesante opaca e fragile, la carne

misera e impura, l'onta dell'uomo schiavo,

veduta fu sùbito trasmutarsi,

al nomar d'un nome, in una sostanza

novella, armata d'una vita tenace

e numerosa come di germinanti

membra e di vene perenni, inebriata

di strage come di allegrezza, agitata

con risa e grida se molto era la piaga

vasta, se orrenda era, come si squassa

una bandiera superba a rincuorare

stanchi e codardi. Cantami, o Verità

cinta di quercia, cantami questo canto!

Eccoti innanzi le donne, ecco i vegliardi,

ecco i fanciulli: le donne senza pianto,

senza vecchiezza i vegliardi, a mortale

gioco i fanciulli con la morte che passa;

ecco guidato a suon di trombe il ballo

dal buon Manara sotto il colle tonante;

ecco il Masina, con la sua schiera franca

di cavalieri bolognesi, l'uom d'arme

e di piacere, ardentissima spada,

gioioso a mensa come in campo, che già

tinto in vermiglio ritorna al quarto assalto

per la Corsina e sprona il suo cavallo

su la scalèa, gli dà ferocia ed ali,

colpito in petto non fa motto né lai,

vuota la sella, stramazza, con le braccia

aperte e il ventre prono sul sasso sta;

ed ecco i suoi già pronti a dargli bagno

di grana e coltre di porpora, le lame

battute a freddo, le lance di Romagna,

che per ammenda di Velletri han pagato

un fiero scotto, eccoli tempestare

su l'atterrato per trar dalla battaglia

il corpo e dargli sepoltura, gli eguali

dei belli Achei corazzati di rame

sul corpo di Patroclo nato dal

cielo, del caro al Pelìde compagno;

mentre dardeggia la voce del grifagno

Bixio ferito di piombo all'anguinaglia,

voce di scherno, che fischia sfonda e taglia

come la spada che tronca gli è rimasta

nel pugno; e il fabro d'inni Mameli, il vate

soave come Simonide ceo, ma

più puro che l'ospite di Tessaglia,

guerreggiatore laureato, sul franto

ginocchio cade sorridendo; e di vasta

anima un altro artefice, il lombardo

Induno, alfine cade, giace forato

come selvaggio bugno e per tanti varchi

non la sua vasta anima dà ma inganna

la morte, due volte fatto immortale.

Ecco il Bronzetti, ad altri campi sacro,

ad altro antico esempio, che il suo caro

non abbandona già sotto le calcagna

nemiche ma l'ardire e la pietà

di Niso ingenuo innova; ecco il toscano

Masi, il Sampieri veneto, ecco il lombardo

Vismara, il Bacci piceno, l'apuano

Giorgieri, duci e gregarii, il romano

Spada, e Fulgenzio Fabrizi umbro ammirando

al Ponte Milvio, e il conte ravennate

Loreta, e il buon Savoia mantovano,

e il buon Maestri, il monco, il mutilato

di Morazzone, e quel gentil Montaldi

già cacciatore al Salto e capitano

che navigando laggiù pel guerreggiato

fiume fu solo ed ebbe cento braccia

a sostener con l'arme l'arrembaggio;

ecco l'Anceo, il Silva, il Rodi, il Sacchi,

il pro' Daverio, il Mellara, gli Strambio,

il più bel fiore del sangue di Romagna

e di Liguria e d'Umbria e di Toscana,

d'ogni contrada, figli della montagna,

figli del piano, figli del litorale,

della città e del borgo selvaggio,

il più bel fiore fiorito dalle madri

nel vaticinio della gesta fatale,

speranza e forza della profonda Italia,

speranza che arde e forza che combatte,

dolor che ride e giubilo che assale,

solenne ebrezza, funebre voluttà,

il più bel fiore fiorito dalle madri

potenti come la terra che bagna

il fiammeo flutto ond'è converso il latte

robusto dato con compagnia di canti;

e il Morosini, e i Dandolo, sonanti

nomi nel bronzo della gloria navale,

stirpe di dogi, sangue republicano

che tinse già di suo colore i fianchi

delle galere, il Mare Nostro, Candia,

la Morea, Nasso, in cento assedii, e i sacri

marmi d'Atene e l'oro di Bisanzio,

spoglie del Mondo offerte alla Città.

 

XVII.

Villa Corsina, Casa dei Quattro Vènti,

fumida prua del Vascello protesa

nella tempesta, alti nomi per sempre

solenni come Maratona Platèa

Crèmera, luoghi già d'ozii di piaceri

di melodie e di magnificenze

fuggitive, orti custoditi da cieche

statue ed arrisi da fontane serene,

trasfigurati sùbito in rossi inferni

vertiginosi, chi dirà la bellezza

che in voi s'alzò dalla ruina e stette

su l'Urbe come terribile astro a sera?

chi canterà la vostra grande sera?

Cadeva il dì crudo su fuoco e ferro.

Tre volte e quattro iterato per l'erte

scalèe l'assalto: grado per grado, pietra

per pietra, preso e perduto e ripreso

e riperduto il baluardo orrendo;

accumulati i cadaveri a piè

degli agrifogli, dei balaustri, delle

statue, delle urne; fatto il pendìo riviera

del sangue, cupo bulicame di membra

lacere; acceso l'incendio; alzato al cielo

impallidito il clamore supremo

i Legionarii ansanti, arsi di sete

e d'ira, armati di tronconi e di schegge

neri di fumo e di polvere, belli

e spaventosi parvero come quelli

che superato avean l'uman potere

con la scagliata anima (tale il segno

superato è dal dardo veemente)

e respiravan dai lor profondi petti

piagati l'ansia d'un miracolo ardente.

«Avanti!» allora gridò la voce immensa.

Erano questi reduci dall'inferno

raccolti presso le mura, tra il Vascello

e San Pancrazio. Ansavan come belve

cacciate innanzi dal fuoco nelle selve

incendiate, esausti, dalla sete

stretti le fauci; e non avean da bere

se non sudore e sangue. Ognun coi denti

secchi mozzò l'anelito, e si tese

per obbedire. «Avanti!» ripeté

la voce immensa. Ed il bianco mantello

ondeggiò, come l'onda delle bandiere,

su gli aridi occhi. S'udìa, contra il Vascello,

spesso il nemico tonar dalle trincere

della Corsina come da una fortezza.

Perduta omai l'altura; folle impresa

tentare un altro assalto; tutta l'erta

spazzata; dubbio giungere a mezzo; certa

la strage. «Avanti!» gridò la voce immensa

e pura come il ciel di primavera

sopra le fronti degli uomini promessi.

E comandò agli uomini il portento.

«Orsù, Emilio Dandolo, riprendete

Villa Corsina! Su, di corsa, con vénti

dei vostri prodi più prodi, a ferro freddo!»

Ed il nomato tremò nel cuore udendo

il nome suo in bocca della stessa

Gloria. Caduto eragli già il fratello

su la scalèa, spento. E disse: «O fratello,

teco verrò!». Pronto, fece l'appello

dei morituri. E la falange breve

mosse all'assalto ultimo. Una gran febbre

allora parve palpitare nel vespro,

visibil come l'ardore nei deserti

quando per l'aere vibra incessantemente.

Sorse un clamore terribile nel vespro,

terribil come quel dei romani petti

che ferì l'aere ed i volanti uccelli

quando rostrata salpò la quinquereme

di Scipione. Videsi in alto un negro

stuolo di corvi sbattere sul funesto

Gianicolo, ove scendean le aquile un tempo

con i presagi. E nel fuoco e nel ferro

il fato della Republica fu certo.

I morituri la videro morente

nel sangue loro. Un disse: «Vinceremo».

 

XVIII.

Veniva, senza squilli, in corsa, alla Porta

di San Pancrazio la seconda legione

lombarda, quella dal Medici condotta

florida schiera giovenile, corona

di Lombardia. Il Vascello, dal prode

Sacchi difeso fin quasi a mezzo il giorno,

quindi tenuto da quel santo e feroce

Manara cui serbata era la gloria

di Villa Spada, sosteneva il maggiore

sforzo nemico. Fervida era già l'opra

degli approcci, era imminente già il crollo

del fastigio, era già degli uccisi ingombro

tutto il palagio. Or veniva al soccorso

Giacomo Medici, incrollabile possa,

compatto bronzo contra le sorti immoto.

Dalla Toscana nel Lazio, senza colpo

ferire, avea condotta la legione

con disciplina durissima, per prove

e patimenti infiniti, veloce

e càuto, dando per guanciale al riposo

la gleba o il sasso, avendo giorno e notte

il rischio sempre alle spalle, di fronte

e ai fianchi come dogo o molosso pronto

ad azzannare senza latrato. Il sole,

il vento, l'erbe, i torrenti, le rocce

aveangli fatta selvaggia come un'orda

la bella schiera. Ai giovini leoni,

tutta la notte nutriti dall'odore

della Campagna sacra nel periglioso

cammino, Roma era apparita in fondo

alla pianura nella sùbita aurora

come una nube. Ed un grido era sorto:

«O Madre!». Ed ogni cuore in quella parola

s'era devoto, con volontà di gloria;

e taluno ebro avea sentito forse

nelle gramigne rimaste fra le chiome

incolte il peso mortale degli allori.

Veniva or dunque, senza squilli, alla Porta

di San Pancrazio la seconda legione

lombarda. Ed ecco, verso la Porta, incontro

a lei la fila delle barelle atroce,

con i feriti, con i morenti in mostra!

Ed i feriti ed i morenti, incontro

ai giovinetti floridi, del dolore

fecero un riso non umano. E coloro

che non avean più pel riso la bocca

ma cave piaghe, gittarono dagli occhi

il lor baleno; e taluno gittò

le bende intrise discoprendo la coscia

tronca od il ventre lacerato e gridò:

«Resti con voi questo segno!». Ed un monco

scosse ridendo il moncherino come

un aspersorio di sangue e battezzò

gli imberbi. E tutti ridevano di gioia

come fanciulli, poiché la morte ai loro

terribili atti mesceva un che di dolce,

una bontà puerile, un candore

di libertà mai detto da parola

d'uomo né vinto in terra; e di candore

splendevan essi nel dissanguarsi in fondo

alle barelle che penetravan l'ombra

di Roma fatta più profonda dal rombo

che il Campidoglio spandea sonando a stormo.

Nell'ombra «Viva la Republica!» urlò

l'anima alzata del coro moribondo.

E l'urlo sotto la Porta rimbombò.

E la legione, scagliata dalla Porta

eroica, entrò nella battaglia. Allora,

bianco a traverso la bufera del fuoco,

bianco sul suo cavallo agile come

un tigre dómo, non simile ad un uomo

fragile ma simile ad una forza

onnipresente espressa dalla lotta

stessa dei fati e degli uomini, incontro

ai giovinetti venne il Liberatore.

Muto trascorse lungh'esse le coorti

adolescenti come fa il nembo sopra

le spiche ma l'anime ch'ei piegò

col suo gran soffio parvero dall'angoscia

risollevarsi moltiplicate. Gli occhi

erano intenti a lui; e con un solo

sguardo ei toccò le anime come un solo

baleno tocca le innumerevoli onde.

«Avanti!» allora gridò l'immensa voce.

Ed il cavallo a un tratto s'arrestò

come un torrente precluso che si copre

di schiume. Calmo il cavaliere biondo

parve più alto, signore delle sorti,

sicuro. Spessi fischiavangli d'intorno

gli obici senza toccarlo; orrido scroscio

facean su i muri del Vascello; talora

sordi facean nella legione un solco

ove spariva qualche silenzioso

capo atterrato. Si protese, raccolse

il puro sogno dei giovinetti morti

nella sua voce che fu pei vivi come

la melodia della materna Roma.

«Giovani, avanti, ché vinceremo anche oggi!»

Non con lo sprone ma col suo grande cuore

ei sollevò il suo cavallo a volo:

nel balzo il bianco mantello palpitò

come la bianca ala della Vittoria.

Il giovenile grido coperse i tuoni

del monte, dietro il galoppo senza orma.

Nella fumèa del vespro, intorno a Roma,

erano ovunque la ruina e la morte.

Ma chi morì, morì vittorioso.

 

XIX.

Con gli occhi fissi interroga il Destino

il Dittatore. Arde tra le apparite

stragi, nel grido dei magnanimi figli.

Arde, in silenzio, della sua febbre antica.

E la grandezza di ciò che fu compito

s'alza e sovrasta alla notte sublime.

«Ah non invano! Ah non invano!» dice

la sua speranza. «Non invano moriste,

o dolci figli, latin sangue gentile!

Altra rugiada aspettan le gramigne

dell'Agro, e avranno altra rugiada, prima

che sorga l'alba della novella vita.

O Madre, e quel che ti daremo vinca

di santità quello che t'offerimmo.

Pur t'offerimmo quel ch'era in noi divino.»

Ed ecco ei tende la mano, come chi

promette, ei tende la mano che spartiva

le sue semente con la saggezza antica,

la man che già seminò, che al mattino

seminerà là dove fu il granito.

Per testimone ha l'anima sua. Dice:

«Verrò, verrò. Là donde mi partii

ritornerò». La trista dipartita

ripensa: il luglio torrido; le milizie

raccolte in piazza, mute sotto il meriggio

muto, al conspetto del Vaticano inviso,

come le statue dei portici; il sorriso

che gli sgorgò dai precordii alla vista

della coorte adolescente; Iddio

nei cieli azzurri, il silenzio infinito,

l'orazion piccola «Io offro a chi

mi vuol seguire fame sete fatiche

combattimenti e morte»; poi l'uscita

da San Giovanni, tutto il popolo afflitto

che lacrimava e le Trasteverine

accorse in gara che spargevano i gigli

sotto il cavallo dell'eroina Anita

a San Giovanni, il sordo calpestio

in notte chiara su la Via Tiburtina

con la grande ombra di Roma che seguiva

i legionarii, la sosta su la cima

nuda, l'estremo sguardo, l'estremo addio

alla Città già in mano del nemico;

e poi la corsa di confine in confine

per monti e valli, l'arrivo a San Marino,

al bel Titano, con la sua schiera esigua

sfuggita a quattro eserciti, la fine

dell'alta guerra, il Mare, l'accanito

inseguimento per le selvagge rive,

per le paludi febbrose, l'agonia

della sua donna sotto il sole maligno,

il disperato remeggio verso il lido

di Chiassi, il dolce corpo su l'erbe arsicce

morente, poi l'abbandono improvviso

sopra la Costa di Paviero, il supplizio

feroce, il caro corpo non seppellito

nella calura lùgubre l'infierire

di tutti i mali contro l'anima invitta.

«O Madre, e quel che ti daremo vinca

di santità quello che t'offerimmo»

dice l'Eroe che seppe ben patire.

Per testimone ha l'anima sua. Dice:

«Verrò, verrò. Là donde mi partii

ritornerò, Madre, per ben morire».

 

XX.

Or s'è placato il cuore in quel suo puro

atto di fede e in quell'offerta. Il giusto

seminatore, innanzi ch'ei s'induca

al meritato sonno, innanzi ch'ei chiuda

gli occhi da tanta visione consunti,

getta il buon seme del dolore futuro.

Ascolta il vento, esplorator notturno

che indaga gli antri, che visita le rupi,

che parla e poi tace, tace e poi rugge.

Pensa il piloto: «Reca lungi l'augurio

tu che ben sei vento italico, più

nostro che ogni altro, Maestrale, robusto

tenditor di vele latine, duro

scotitor di latine selve, tu

che tra Ponente e Borea spiri, giù

dalle Alpi insino al Peloro, per tutta

la Italia e segui l'Apennino e le punte

dei promontorii tutte sul mare giungi

in libertà, Maestrale, tu lungi

in questa prima notte reca il saluto

dell'uomo a quella che sta nella pianura

oltre Argentaro, nell'Agro taciturno

che divorò le stirpi, e l'assicura

che a lei pensò l'uomo quando la prua

sciolse da Quarto, ed a lei quando fu

presa la riva, e sempre in ogni pugna

a lei, dal Pianto dei Romani, laggiù,

da Gibilrossa, dal Faro, dal Volturno.

E, come attende l'uomo, tu l'assicura

che a lei verrà se pur sempre all'autunno

segua l'inverno e dall'inverno surga

la primavera. Intanto ei veglia e scruta».

Così promette il piloto di altura

e di rivaggio, l'uomo tirrenio, instrutto

di sapienza pelasga, che misura

senza fallire con l'occhio l'azzimutto

e su la linea di fede sa condurre

il suo naviglio con bussola vetusta,

col buon pinàce di manico sicuro,

privo dell'ago, dell'ago che si turba

strepita impazza smarrisce sua virtù.

«Andremo a poggia e all'orza. Orza di punta!»

pensa il piloto. E il sorriso si schiude

nel suo oro. «Alle mure dei trevi! Mura!»

Silenzioso ride: pensa la susta

che tiene a segno l'antenna latina. Una

minaccia arguta par che il suo riso aguzzi.

Ei sa che avrà vento traverso, buffi

di vento obliquo; ma sa come si muri.

E crolla il capo incolpevole. «Orsù

via, che domani si semina!» Nel suo

pensiero ondeggia di biade il sasso brullo.

S'accosta al letto placido ove il lin rude

par che di sale odori, male asciutta

vela che quivi posi dalle fortune.

Il sacco è a piè del letto; l'arme luce

su l'origliere: il sogno eterno illude

quella divina anima di fanciullo.

 

XXI.

Or mentre giace, sopra il vento intermesso

ode un belato. Belare ode un agnello

forse smarrito nelle rupi deserte;

per la notte ode una voce innocente

che chiede prega geme trema si perde.

Già sollevato in sul cubito, teso

l'orecchio, ascolta nelle pause del vento.

La voce trema prega geme. «È un agnello

smarrito; cerca la madre» E balza in piedi

il Dittatore. Indossa le sue vesti,

rapido come allor che il pro' Daverio

il tre di giugno entrò dov'ei giaceva

pesto e ferito, urlando «La bandiera!».

Durano affé i buoni usi di guerra,

se bene tace la diana, a Caprera.

Anche allora brillavano le stelle.

Il Dittatore cammina contravvento.

A quando a quando sosta, tende l'orecchio

se mai distingua, tra i colpi del maestro,

sopra gli schianti della risacca, il segno

di quel belare. Conosce dall'altezza

dell'Orse l'ora. Tutto il cielo è sereno.

Le sette Guardie tramontan sul Tirreno.

Il buon piloto mira le chiare stelle

dei marinai, le dolci Gallinelle

sul collo al Toro, nell'ala pegasèa

Markab, in bocca al Cane Sirio ardente,

e su la spalla d'Orione Adhaèr,

e Vega e Arturo e Canòpo e la Perla.

D'antico tempo or gli sovviene. Regge,

nella memoria, col pollice l'anello

dell'astrolabio e studia come ascenda

un astro e come si colchi, nel silenzio

dei mari. Gira sul capo il ciel sereno.

L'isola acclive è come una galèa

grande che sola navighi verso terre

lontane. Il vento cade. Ed ecco l'agnello

chiama la madre nelle rupi deserte:

s'ode la voce che trema prega geme.

«O creatura di Dio, dove sei persa?»

Ed ecco un che di bianco, un che di lieve

nell'ombra, come una falda di neve

intiepidita da una pena vivente.

L'uomo si china verso la pena, sente

il vello, prende con le mani leggiere

la creatura di Dio, l'alza, la tiene

fra le sue braccia, l'accoglie sul suo petto.

Non fu pastore ei forse? Gli sovviene

d'antico tempo quando migrò col gregge

alle pianure su l'ampia orma paterna,

quando di fuochi notturni cinse il gregge,

fatta la sosta intorno alla cisterna.

L'anima sua ora è come la terra,

è come il mare, è come il firmamento,

come la forza delle stirpi guerriere

e pastorali che nel cominciamento

furono, come la verginità fresca

del primo sguardo che dalla cosa espresse

il mito, come la meraviglia ingenua

animatrice che d'ogni cosa fece

una bellezza e la favola breve

dell'uom fallace converse in gioia eterna.

 

XXII.

Col novel peso pianamente sen va

alla sua casa, portando nelle braccia

la creatura che tuttavia si lagna,

che chiama chiama, che chiama la sua madre.

Il vento cade, il mare s'abbonaccia,

il ciel s'imbianca. Ei sente nella faccia

pungere l'uzza mattutina, e la guazza

piovere sente su l'oro della barba

che si confonde con quella dolce lana.

«O creatura, non posso io darti latte»

dice il pastore sorridendo al belato

che non si placa. «Tu chiami la tua madre.

Dove sarà ella? Molto lontana?

E veggo già che s'avvicina l'alba;

sicché non giova tornare alla mia casa;

ma giova a te avere la tua madre

che anche ti chiama, che ha la poppa gonfiata

di molto latte che tu ti beverai.»

Ed ei si gode nel suo cuore piegando

a un'altra via, però che bene ei sa

la via del chiuso ove la greggia scarsa

attende l'ora della pastura. L'alba

stampa nel ciel le sue dita rosate

quando all'ovile giunge, all'ovile fatto

di schiette pietre che scelse di sua mano

e poi commesse e legò con la calce

e vi coprì tutto il tetto di lastre

pulite ed anche vi fece di legname

sodo la porta, come artiere d'ogni arte

ch'ei fu, che sempre sarà finché le braccia

gli reggeranno. Or, mentre giunge, il cane

lo riconosce come riconobbe Argo

sul concio il dire del molto travagliato

Odisseo; sì lo riconosce il sardo

mastino, forte, fulvo, e balzagli innanzi

e gli fa festa. Ma, dal chiuso, al richiamo

della deserta creatura la madre

risponde. Senza indugio il pastore apre

la porta e càuto depone al limitare

di pietra il redo che, su le oblique zampe

lanose, come un infante traballa,

bela dal roseo muso, per l'ombra calda

saltella in cerca della poppa gonfiata.

Chino alla porta, dell'avido poppare

si gode l'uomo incolpevole; è pago;

ché buono ei stima l'odore della calda

lana nell'uzza che punge aspra di sale,

e invero sol gli rincresce d'un pane,

d'un pan che manca alla sua lieta fame

sì mattutina. «Ecco che è fatta l'alba.

Riconterò le mie pecore.» Taglia

una verga, entra nel chiuso, e caccia il branco.

Nitrire i suoi cavalli di battaglia

ode all'aperto. Respira: «Oh Libertà!».

Poi, sufolando ne' modi della Pampa

e dell'Oceano, pascola verso il mare.

 

 

Canti della morte e della gloria

I.

O Verità cinta di quercia, canta

la tristezza del popolo latino,

il Sol che muore dietro l'Aventino

e la notte che abbraccia l'Arce santa.

Ahi che lungi egualmente a Roma, e in quanta

lontananza entro l'ombra del destino

compiuto, sono i Fabi e il lor divino

Crèmera, Villagloria e i suoi settanta!

Esausto è il latte della Lupa stracca

nelle flaccide mamme, e tutto è spoglio

dai ladruncoli il fico ruminale.

Acca Larenzia lucra da baldracca.

L'oca senz'ale abita il Campidoglio

e la talpa senz'occhi il Quirinale.

 

II.

Il pastore d'Amulio dal galèro

di pel lupigno, Fàustolo che scorse

il pico verde e quel seguendo accorse

al loco lupercale umido e nero,

indi prese i Gemelli, uno leggero,

l'altro più grave, e nudi ambo li porse

a Larenzia mammosa, non s'accorse

che in un pesava il peso dell'impero.

Il peso dell'impero e del delitto

necessario facea grave il fratello

di Remo, sacro all'augurale volo.

Ei diede al mondo l'Urbe e al cuore invitto

del Guerriero insegnò come sia bello

con un sogno di gloria restar solo.

 

III.

La gloria fu. L'ultime vite insigni

si spengono sul suol di Dante a un tratto

come le faci in un festin protratto

quando il cielo arde di baglior sanguigni.

Vanno lungi da noi l'Aquile e i Cigni:

quei ch'ebber pronta la virtù dell'atto

e quei ch'ebber nel cuore il sogno intatto;

né si vede che il seme lor ralligni.

Alziamo gli Inni funebri, sul gregge

ignaro, alla Potenza che ci lascia,

alla Bellezza che da noi s'esilia.

Implacabile è il Canto e la sua legge.

E però leva su, vinci l'ambascia,

Anima mia. Questa è la tua vigilia.

 

 

Per la morte di Giovanni Segantini

Implorazione dei monti, voci del regno alto e santo,

dolor selvaggio dei vènti combattuti, profondo pianto

delle sorgenti pure,

quando l'ombra discesa da un più alto regno benda

la rupe e il ghiacciaio albeggia solo come un cammino che attenda

grandi orme venture!

Salutazione dei monti, coro delle gioie prime,

laude impetuosa dei torrenti, fremito delle cime

percosse dalla meraviglia,

quando si fa la luce nelle vene della pietra

come nelle fibre del fiore perché Demetra

rivede la sua figlia!

Dominazione dei monti, purità delle cose intatte,

forza generatrice delle fiumane pròvvide e delle schiatte

armate per l'eterna guerra,

mistero delle più remote origini quando un pensiero

divino abitava le fronti emerse dai mari! O mistero,

purità, forza sopra la Terra!

Spenti son gli occhi umili e degni ove s'accolse l'infinita

bellezza, partita è l'anima ove l'ombra e la luce la vita

e la morte furon come una sola

preghiera, e la melodìa del ruscello e il mugghio dell'armento e il tuono

della tempesta e il grido dell'aquila e il gemito dell'uomo

furon come una sola parola,

e tutte le cose furono come una sola cosa

abbracciata per sempre dalla sua silenziosa

potenza come dall'aria.

Partita è su i venti ebra di libertà l'anima dolce e rude

di colui che cercava una patria nelle altezze più nude

sempre più solitaria.

O monti, purità delle cose intatte, forza, mistero

sopra la Terra, ella va e ritorna come un pensiero

immortale sopra la Terra.

O monti, o culmini, il suo dolore fu come la vostra ombra

sopra la Terra. La sua gioia sarà oltre la sua tomba

un palpito della Terra.

 

 

Per la morte di Giuseppe Verdi

Si chinaron su lui tre vaste fronti

terribili, col pondo

degli eterni pensieri e del dolore:

Dante Alighieri che sorresse il mondo

in suo pugno ed i fonti

dell'universa vita ebbe in suo cuore;

Leonardo, signore

di verità, re dei dominii oscuri,

fissa pupilla a' rai de' Soli ignoti;

il ferreo Buonarroti

che animò del suo gran disdegno in duri

massi gli imperituri

figli, i ribelli eroi

silenziosi onde il Destino è vinto.

Vegliato fu da' suoi

fratelli antichi il creatore estinto.

Come la nube, quando è spento il Sole

dietro le opache cime,

di fulgore durabile s'arrossa:

contro all'ombre notturne arde sublime

la titanica mole

e la notte non ha contro a lei possa:

così dalle affrante ossa

l'anima alzata contrastò la Morte,

avverso il buio perdurò splendente.

Dinanzi alla veggente

tutte aperte rimasero le porte

del Mistero, e la sorte

umana fu sospesa

su l'alte soglie ove la Forza trema.

Sul rombo, nell'attesa,

allor sonò la melodìa suprema.

La melodìa suprema della Patria

in un immenso coro

di popoli salì verso il defunto.

Infinita, dal Brènnero al Peloro

e dal Cìmino al Catria,

accompagnò nei cieli il figlio assunto.

E colui, che congiunto

in terra avea con la virtù de' suoni

tutti gli spirti per la santa guerra,

pur li congiunse in terra

col suo silenzio funerale e proni

li fece innanzi ai troni

ed ai vetusti altari

ove l'Italia fu regina e iddia.

Canzon, per i tre mari

vola dal cuor che spera e non oblìa!

E «Ti sovvenga!» sia la tua parola.

Vegliato fu da' suoi

fratelli antichi il creator che dorme.

E simile alle fronti degli eroi

era la fronte, sola

e pura come giogo alpestro, enorme.

E profonde eran l'orme

impresse dal suo piè nella materna

zolla, profonde al pari delle antiche;

e l'alte sue fatiche

erano intese ad una gioia eterna;

e come l'onda alterna

dei mari fu il suo canto

intorno al mondo, per le genti umane.

E noi, nell'ardor santo,

ci nutrimmo di lui come del pane.

Ci nutrimmo di lui come dell'aria

libera ed infinita

cui dà la terra tutti i suoi sapori.

La bellezza e la forza di sua vita,

che parve solitaria,

furon come su noi cieli canori.

Egli trasse i suoi cori

dall'imo gorgo dell'ansante folla.

Diede una voce alle speranze e ai lutti.

Pianse ed amò per tutti.

Fu come l'aura, fu come la polla.

Ma, nato dalla zolla,

dalla madre dei buoi

forti e dell'ampie querci e del frumento,

nel bronzo degli eroi

foggiò sé stesso il creatore spento.

E disse l'Alighieri in tra gli eguali

nella funebre notte:

«O gloria dei Latin', come tramonti!».

Quivi bianche parean dalle incorrotte

spoglie grandeggiar le ali

sotto la fiamma delle vaste fronti.

E Dante disse: «O fonti

della divina melodia richiusi

in lui per sempre, che tutti li aperse!

Ecco quei che s'aderse,

su la sua gloria, in cieli più diffusi

e agli uomini confusi

parve subitamente

artefice maggior della sua gloria.

O natura possente,

non conoscemmo noi questa vittoria!».

E Leonardo: «Innanzi ebb'io la nuda

faccia del Mondo immensa,

come quella dell'Uom che a dentro incisi.

Creai la luce in Cristo su la mensa

e creai l'ombra in Giuda.

Dell'Infinito feci i miei sorrisi.

Poi, nel vespro, m'assisi

calmo alla sommità della saggezza

ed ascoltai la musica solenne.

Per quali vie convenne

meco quest'aspra forza a tale altezza?

Come questa vecchiezza

semplice e sola attinse

il culmine ove regna il mio pensiero?

Fratello m'è chi vinse

il suo fato e tentò novo sentiero».

E il Buonarroti disse: «Io prima oscuro,

per opra più perfetta

rinascere, di me nacqui modello.

Poi mi scolpii nella virtù concetta,

come nel marmo puro

s'adempion le promesse del martello.

E posi me suggello

violento sul secolo carnale

di grandi cose moribonde carco.

Irato apersi un varco

nelle rupi all'esercito immortale

degli eroi sopra il Male

vindici; senza pace,

stirpe insonne, anelammo all'alto segno.

Ben costui che or si giace

tal cuore ebbe, s'armò di tal disdegno».

Nella notte così gli eterni spirti

riconobbero il Grande

cui sceso era pe' tempi il lor retaggio.

Il titano giacea senza ghirlande,

senza lauri né mirti,

sol coronato del suo crin selvaggio.

E, come il primo raggio

dell'alba fu, la maggior voce disse:

«O patria, degna di trionfal fama!».

E parve che una brama

di rinnovanza dalla terra escisse,

e che le zolle scisse

dai vomeri altro seme

chiedessero a novel seminatore,

e che l'onte supreme

vendicasse la forza del dolore.

Canzon, per i tre mari

vola dal cuor che spera oltre il destino,

recando il buon messaggio a chi l'aspetta.

Aquila giovinetta,

batti le penne su per l'Apennino;

per l'aere latino

rapidamente vola,

poi discendi con impeto nei piani

sacri ove Roma è sola,

getta il più fiero grido e là rimani.

 

 

Nel primo centenario della nascita di Vincenzo Bellini

Nell'isola divina che l'etnèo

Giove alla figlia di Demetra antica

donò ricca di messi e di cavalli,

di lunghe navi e di città potenti,

d'aste corusche e di cerate canne,

di magnanimi eroi e di pastori

melodiosi,

dal santo lido ove apparì l'Alfeo

terribile che tenne la sua brama

immune dentro all'infecondo sale,

da Ortigia ramoscel di Siracusa,

che fu sorella a Delo e abbeverava

nell'orrore notturno la sirena

ai fonti ascosi,

il re degli inni Pindaro tebano

assiso in ferreo trono,

invocando le Grazie dal sen vasto

e l'Ardire e la Forza e l'Abondanza

sopra l'anima pura,

celebrò le vittorie dei mortali.

Per gli inni trionfali,

con l'olivo selvaggio e il bronzeo vaso,

i vincitori furono gli eguali

dei belli iddii nel sole senza occaso.

Inni, rapidi figli del furore

e della fiamma, qual degli iddii, quale

eroe, quale uomo noi celebreremo

oggi al conspetto del religioso

popolo accolto che offre alla Potenza

generata dal suo dolente grembo

una preghiera?

Il dio celebreremo noi, pel cuore

innumerevole avido di eterna

vita, l'eroe celebreremo e l'uomo

in una sola forma di bellezza

giovenile, rapita negli alti astri

ma sempre ritornante in terra come

la primavera.

Simile al mare procelloso incontro

alle foci dei fiumi,

che sforza verso le sorgenti prime

verso le auguste origini montane

la gran copia dell'acque

(beve intorno la terra e si feconda),

simile al mare l'onda

del canto volga impetuosamente

questa che palpita anima profonda

verso l'antichità di nostra gente.

Dove il veglio Stesicoro per Ilio

ereditò la cecità di Omero,

dove Pindaro assunse ai cieli il carro

del re Ierone fondatore d'Etna

e Teocrito addusse tra i bifolchi

eloquenti le Càriti dal fresco

fiato silvano,

quivi improvvisa dopo il lungo esilio

la doriense Musa ricomparve

tra l'immemore popolo, improvvisa

animò la siringa dell'occulto

Pan, cui la cera dato avea l'odore

del miele (appreso aveale a lamentarsi

il labbro umano);

e il dolore degli uomini e l'amore

degli uomini e le cieche

speranze e le bellezze della vita

e della morte e tutte le virtudi

riebbero nel Canto

la purità sublime e necessaria.

Oh sagliente nell'aria

che la nutrì, semplice nuda e sola,

come nel tempio la colonna paria,

la melodìa che vince ogni parola!

Gli Itali palpitaron di novella

attesa udendo quella giovenile

voce nell'aria limpida salire;

e l'olivo che cinge i poggi curvi

lungh'essi i patrii mari santo parve

alle dischiuse ciglia e ancor più santo

parve l'alloro;

però ch'eglino, tristi servi, in quella

voce riconoscessero l'antica

lor giovinezza e la meravigliosa

verginità dell'anima primiera

che creò nella luce l'immutato

ordine e bianco per gli intercolunnii

condusse il coro.

Cantava inconsapevole, su i giorni

e su l'opre comuni

il figlio degli Ellèni in false vesti,

tra vane moltitudini loquaci,

lungi ai marmi natali;

e in cor gli ardeva una tristezza ignota,

mentre nella remota

isola i suoi teatri pel notturno

silenzio biancheggiavano e la vota

scena attendeva l'urto del coturno.

«Egli è morto, l'Orfeo dorico è morto!

Sicelie Muse, incominciate il carme

fùnebre! O rosignoli, annunziate

ad Aretusa ch'egli è morto e il canto

morto è con lui, e il latte non fluisce

più, né dai favi il miele, ché perito

è nella cera

per lo dolore; e il verde apio nell'orto

langue, e l'aneto aulente; e le montagne

son tacite, e le fonti nelle selve

plorano, e al mare Cèrilo fa lai.

Sicelie Muse, incominciate il carme

fùnebre! Varca il doriense Orfeo

l'atra riviera.»

Non sonò forse questo antico pianto

sul trapassato auleta?

«Omai chi canterà su le tue canne?

Respiran elle come le tue labbra.

Pan non si ardisce. E oppresso

tu dal silenzio della Terra sei!

Ma, se canti a colei

che pur pensosa è d'Enna in Acheronte,

ella in memoria dei narcissi ennèi

ti ridona al tuo mare ed al tuo monte.»

Non piansero così forse i selvaggi

flauti contesti con la cera e il lino,

al mar siciliano e a piè del cavo

rogo vulcanio? E le città illustri

piangevano, come Ascra per Esiodo,

per Archiloco Paro, per Alceo

Lesbo su l'acque.

Inno di gloria, irràggiati dei raggi

più fulgidi recando all'ansiosa

moltitudine, accolta nel Teatro

riconsacrato dalla reverenza,

l'imagine del giovine Cantore.

auspice e i testimonii del fatale

suolo ove nacque.

Alto pel mar duplice ei vien cantando,

il figlio degli Ellèni,

il subitaneo fiore della Madre

Ellade. Ei vien cantando la bellezza

e il dolore dell'Uomo.

Il genio della stirpe lui conduce,

pervigile. La luce

è la sua legge. E l'orizzonte immenso,

con tutto che la Terra alma produce

volgesi a lui come un divin consenso.

Saluta, mentr'ei viene, Inno, l'ignita

vetta e il lido aretùside, sospiro

d'Atene, e le vocali selve, e i fiumi

che il chiaro Ionio beve, e Siracusa

e Taormina e la natal Catana

con l'orme che v'impressero congiunte

Ellade e Roma.

La luce regna. Una profonda vita

anima le ruine respiranti

per mille bocche cerule nel mare

e nel cielo. L'alta erba occupa i gradi

marmorei, ove i secoli silenti

e invisibili ascoltano il tragedo

che non si noma.

Tra il cielo e il mare le deserte orchestre

come stromenti cavi

s'aprono per accogliere la voce

misteriosa cui risponde il coro

dei Vènti peregrini.

E la tempesta che laggiù percote

le grandi rupi immote

contra i frangenti, e il tremito del lieve

stelo tra i rotti fregi, son le note

dell'istessa parola eterna e breve.

Italia, Italia, quale messaggero

di popoli trarrà da quel silenzio

venerando il messaggio che s'attende?

Quivi taluno interroga i vestigi?

pacato curvasi ad apprender come

si tagli il marmo per edificare

immortalmente?

O altrove, altrove affòrzasi il pensiero

liberatore in qualche eroica fronte

su cui ventò lo spirito dell'alba

promessa? Dove? Dove Leonardo

temprò il sorriso, penetrò le ambagi

del corpo umano, dominò la forza

della corrente?

Sotto l'ombra dell'Alpi vigilate?

Nella ligure piaggia

onde salpò la prua ferrea di cuori?

Nella candida pace della valle

umbra dove Francesco

nutrì di sé le dolci creature?

Fra l'alte sepolture

della città ch'ebbe di Dante l'ossa

e al gran nome sfavilla di future

sorti qual fredda selce alla percossa?

O nella polve (Inno d'amore, batti

l'ale tue forti!) nella sacra polve

del Fòro suscitata oggi dai ferri

animosi che rompono i suggelli

del Tempo e riconducono alla luce

dell'Anima e del Sole i testimonii

primi dell'Urbe?

Ovunque i bei pensieri e i grandi fatti

si preparino, quivi arde un altare

alla Dea Roma e il buono Eroe s'attende.

Inno, che nell'ardore della mia

anima come in fervida fucina

foggiarono le mie speranze invitte,

saluta l'Urbe!

Saluta, nella gloria del Cantore

fiorito a piè dell'Etna,

l'Aventino sul Tevere d'Italia,

il monte che salivano i Carmenti

aedi del Futuro;

però che tutto alla Gran Madre torni

e d'ogni raggio s'orni

il suo capo che sta sopra la Terra.

Sveglia i dormenti e annunzia ai desti: «I giorni

sono prossimi. Usciamo all'alta guerra!».

 

 

Nel primo centenario della nascita di Vittore Hugo

Come sopra la forza del monte

tra la selva e il fonte,

tra la palude e il fiume,

in vista all'infaticato mare,

nell'altezza dell'etra

venerabile, con suon di cetra

e di flauto, armoniosamente,

l'immune dalla morte

Eroe figlio del Nume

edificava per l'industre

e pugnace sua gente,

e pel Fato, la città illustre

di molte porte e di molte are;

così edificò Egli

nella luce e nell'ombra

l'opera d'eterne parole

che ingombra l'orizzonte

umano con la sua mole

immensa; e l'abitarono i vegli

esperti d'infiniti mali,

le vergini vereconde, i lieti

pargoli, i guerrieri sanguigni,

e i mostri carnali senza fronte,

che faceano insonni i profeti

ne' lor chiostri di macigni,

le onte irte d'artigli e d'ali,

di cigli e di rostri.

Nazione di Dante,

se l'anima tua non è morta,

se il tuo braccio ancor vale,

se ancor la tua voce risuona,

se t'arde nella memoria

favilla del romano orgoglio,

o custode del Libro immortale,

percuoti lo scudo raggiante

sospeso alla porta

del tuo Tempio ideale,

solleva una vasta corona

dal tuo Campidoglio,

e grida: «Gloria! Gloria!

Gloria!» come nei giorni

delle tue magnificenze;

perocché oggi ritorni

l'edificator Titano

trasfigurato sopra gli anni

e i tiranni, spiriti adducendo

di amore su vènti di letizia,

nella sua pura vittoria

le sacre invocando potenze

testimoni al cruciato di Scizia:

«O Terra! O Madre!

O chiaro Etere! Mutato è in gioia

degli uomini quel ch'io soffersi

per la Giustizia».

Gloria all'esule Eroe che invoco,

Nazione di Dante, all'aedo

che seppe pur l'altra parola

del Portatore-di-fuoco!

«Più grato m'è l'esser prigione

del sasso, che servo

del tuo signore.» E sola

eragli intorno la rupe, e solo

eragli l'Oceano intorno

ululante; e il lamento

dei popoli ignavi sul vento

ferivagli il cuore ferito;

e la nuvola del suo dolore

occupava il ciel taciturno

procellosa, di folgori spessa;

e l'ira indefessa

latrava pel tragico lito

all'orrore notturno,

più trista che Niobe nel mito.

Ma egli aspettò la sua vela,

ospite sovrumano

del granito, come Eschilo a Gela

ospite fu del vulcano.

E le parole sue

costrinsero il Fato lontano

a premere la ferrea mano

su l'impero di sangue e di lue.

O nembo sonante dell'Ode,

rischiara dei tuoi rotti lampi

l'immensità del suo cuore!

La Gallia, distesa tra i campi

nubilosi e le prode

del Mediterraneo lucente,

nel suo cuore è compresa

con la profonda Ardenna

e la Provenza serena

ove canta la cicala

d'Apolline all'olivo d'Atena,

e la Bretagna silente

dai candidi lini

che prega rammemora e sogna

coronata di giunchi marini,

e la Borgogna che al ferro

duro partitor di retaggi

è madre e alle vigne opime

onde fiammea gioia s'esprime.

Integro nel suo petto

è il suo dolce paese;

e nell'anima sua ferve il solco

della nave focese

che venne recando il perfetto

dell'Ellade fiore

nel seno petroso ove nacque

Massilia a specchio dell'acque.

Ma il tutto è in lui. Nel suo petto

concluso è il mondo. Ogni raggio,

ogni tenebra in lui discende,

da lui parte. Il suo spirto selvaggio

e divino s'oscura e risplende

come la Notte, come il Giorno.

Egli è Pan, la sostanza del Cielo

della Terra e del Mare,

l'Orgiaste, il Sonoro,

il Vagabondo,

il dio dal piè caprino, dal corno

lunare, il signore del coro,

il duce dell'eterno ritorno,

che sopporta le stelle,

incita le stirpi,

dischiude la porta

delle eterne visioni.

Crescono in lui stagioni

ineffabili. La polve

dei secoli s'anima al fiato

della sua bocca e levasi in trombe

impetuose. Le tombe

gli rendono i morti e i misteri.

Dal silenzio Egli trae tutti i suoni.

I novi pensieri suoi forti

per entro alle selve dei tempi

si scagliano come leoni.

Sale il monte, scompare nell'atra

nube, parla con l'aquile e i vènti.

Dietro di sé lascia la turba

che latra, la città del sangue

e del lucro, la femmina molle;

fa sosta ai torrenti.

Beve, come i profeti, nel cavo

della mano, mentre all'opposta

riva rugge il fratel suo flavo.

Come l'artefice folle

del Macedone, ebro di fasto,

emulando con l'arte l'orgoglio,

foggia nel monte il colosso

del suo desiderio inumano

che cerca il dominio più vasto,

che anela il più fulgido soglio.

Come il dio degli eserciti, grida:

«Io ti darò una fronte

più dura che le fronti loro».

Veggon di lungi le genti

torreggiare quel suo simulacro.

Dicono: «Chi trasfigura il monte?».

I muscoli ingenti

constringono l'ardua ossatura

terribili come i serpenti

che attorsero Laocoonte.

Guardan l'aquile il sacro lavoro.

Egli sa ciò che deve perire,

e il segreto travaglio onde nasce

la nova speranza o la nova

beltà su la doglia del mondo,

ora curvo come sotto il pondo

di popoli morti, d'immensi

tumuli, d'infami ruine,

or raggiante di vite future.

Legioni di re, coorti

di pontefici e d'imperatori

ebri di lutti e d'incensi,

lordi di menzogne e di fuchi,

torme di carnefici sordi,

d'eunuchi infermi di paure,

moltitudini di meretrici

fameliche come le tombe,

si mutano in tacita polve

nelle profondità delle vie

nascoste; e la polve,

sitibonda sorella del fango,

riceve il pianto dei cieli; e il suono

d'una parola

v'è seminato: «La spada

si torce, la tiara si offusca,

la corona si apre,

la catena si spezza, il supplizio

si arresta. Gloria alla Terra!».

Egli canta: «Gloria alla Terra!

Benigna è la madre e severa

alle sue schiatte,

incorruttibile e certa.

Ama il figlio che pensa e che spera,

che opera e che combatte;

e l'innocenza offerta

a tutte le vite è il suo latte,

e la giustizia è la sua mammella».

Canta: «Ogni alba è novella.

La vittoria è nel grembo dell'alba

fecondata dal sogno del forte.

O Spirto, vinceremo noi

l'immite elemento, e la morte

informe che in fiumi d'oblio

i solchi profondati agguaglia.

L'un sotto il giogo dell'uomo

si curverà come giumento;

l'altra si farà bella del canto

che eterna il cuor degli eroi.

L'inno del divino

ordine sorgerà dal grido

rauco, dal fragor della battaglia.

E la bianca rondine che vola

verso l'eternità, la Speranza

del giusto, farà il suo nido

nelle fauci inerti del Destino».

Canta: «Il bisogno, aratro

infaticabile, travaglia

le moltitudini folte,

fremebonda gleba.

Innumerevoli mani

levate alla minaccia

son le spighe ond'è irto

il sanguineo campo fenduto.

Noi getteremo, o Spino,

il seme per altre raccolte.

Bandiremo conviti d'amore

con beatitudini molte.

Tesseremo la bianca tovaglia

con una invisibile spola.

Il nostro puro fromento

non patirà la mola

per convertirsi in pani.

Il ramoscel cresciuto

all'ombra del dio che consola

ornerà, con l'alloro e col mirto,

le mense pie di domani.

Il lin sincero e la lana rude

al conviva saran vestimento.

Su la porta che mai non si chiude

ove l'uom dice: «Entra e rimani»,

sarà scritta la grande parola

COMINCIAMENTO».

Ed Egli tace, nella grazia

della terra vestita di cielo,

simile al fiume che sazia

di sé le moltitudini e i campi.

Tutto il Bene è nell'occhio profondo.

La pagina del suo vangelo

palpita come l'ala

che in aere si spazia,

splende come velo che avvampi.

Tace Egli e guarda.

Il suo petto titanico esala

il soffio pacato d'un mondo.

Tace e contempla. Una scala

sorge nel suo sogno, diritta,

di crisòlito e di diamante.

All'imo un re moribondo

v'è senza eredi; e confitta

da presso v'è l'onta

d'un pastor senza legge, che spinga

i suoi cotti piedi

come quei nella bolgia di Dante.

Ma stirpi ansiose in catena

infinita vi salgono. Al sommo

dell'ansia il miracolo sta:

la suprema bellezza, la gioia

suprema, la gloria suprema:

nella Luce la Libertà.

O libera forza dell'Ode

che precipiti sopra le turbe

estuose e fai tua rapina

dei cuor maschi, e il lor palpito s'ode

fra i tuoi gridi intermesso,

e teco li traggi ed esalti

insino all'ardor che commuta

in una adamantìna

tempra il desire e il volere,

o Ardente!, quali faci arderemo

noi, quali fuochi, quali alti

roghi, quali incendii vasti

accenderemo noi presso e lunge,

su i colli dell'Urbe, alle prode

del Tevere, nei paschi

dell'Agro, oggi, per questo che giunge

di torri incoronato

ospite del Campidoglio?

Ecco le terme, ecco i circhi, gli archi,

gli acquedotti roggi,

vertebre dei secoli, orridi ossi.

Ma se Roma si levi dal soglio

per lui onorare, oggi eretta

apparirà più grande

a questo che vien d'oltremonte

fabro di colossi,

con fragore di scudi percossi.

«Patria! Patria!» gridavan gli Ellèni

percotendo gli scudi sospesi

alle porte dei templi,

quando escivan dal bianco Teatro

pieni il petto del ditirambo

religioso

cui Eschilo dato avea l'angue

e la torcia dell'insonne Erinni.

«Patria! Patria!» E con ambo

le braccia cingean le colonne

pure, sorelle degli inni.

Percotiamo gli scudi chiamando

il dolce e terribile nome,

suggello di labbra più sante.

Colui che oggi sale il Monte

Tarpeo, l'amò d'alto amore

ché l'udì dalle labbra di Dante.

«Italia! Italia!»

Una voce d'iroso dolore

dall'adriatico mare,

dal mare che chiude altri morti,

dal mare che vide altre onte,

ripete oggi il grido, ahi, vano. E il cuore

anco spera? E la fede non langue?

Calpesta dal barbaro atroce,

o Madre che dormi, ti chiama

una figlia che gronda di sangue.

 

 

Per la morte di un distruttore

F.N. XXV AGOSTO MCM

Disse al cuore dell'uomo: «Quando

tu fervi, o cuore, largo e pieno,

simile alla grande fiumana,

beneficio e periglio dei lidi,

quivi la tua virtù s'inizia».

Disse: «Nel deserto estremo,

con risa e con gridi,

danzando e cantando,

irrompe il mio desiderio e irraggia

la sua letizia.

Nacque su le montagne eterne

la mia saggezza inumana,

su le montagne che stanno

vergini e sole

nel meriggio sereno,

nell'ardore solenne;

pregna divenne

su i culmini prossimi al Sole

la mia virtù selvaggia;

partorì su gli aridi macigni

il più giovine de' suoi figli».

Disse: «Nel deserto estremo,

nella fulva sabbia,

sotto la rabbia

del sole, duro, violento,

silenzioso,

avido di conoscenza come

il leone di nutrimento,

senza dio, senza nome,

senza spavento

e spaventoso,

con la volontà del leone,

con la fame del leone,

famelico, sitibondo,

infaticabile, padrone

del deserto e del mondo

fui, e delle mie forze segrete.

Inesprimibile e senza nome

quel che fu il tormento

e il giubilo dell'anima mia,

quel che fu la fame e la sete

dell'anima mia!».

Disse: «Le fonti attossicate,

i fuochi graveolenti,

i sogni corrotti

e i vermi nel pane della vita

son necessarii?

Non io la mia vita

mendicai a frusto a frusto,

ma esso il mio disgusto

mi diede le forze e l'ale

che presentivano le sorgenti

dei fiumi solitarii.

E per giorni e per notti,

di monte in monte,

oltre il bene, oltre il male,

senza sosta, senza sonno,

il mio volo robusto

cercò cercò la fonte

della gioia; e la trovò in sommo.

Avido nelle acque canore

s'abbeverò il mio cuore

ove arde la mia grande estate.

Il mio cuore, ove splende

l'estate, s'abbeverò nell'acque

gelide e n'ebbe gioia infinita.

Tutta la mia vita

fu un'alta speranza.

O miei fratelli, dove siete?

Accorrete, accorrete

alla gioia che v'attende.

Troppo si piacque

della pianura

la vostra virtù. Non è sete

quella ch'estinguono i ruscelli

garruli, quella che alla cisterna

empie l'otro e vi s'indugia.

Uditemi, o miei fratelli!

Poi ch'io bevvi alla fonte apparite,

tutta la mia vita

fu una speranza eterna,

tutti i miei pensieri

per mille varchi e mille sentieri

migrarono alla terra futura.

Oh venite, fratelli in angoscia,

perché io vi mostri

la sorgente ignota

nell'alba che si leva!

Scaturisce ella con troppa

veemenza e scroscia

così che la coppa

si riempie e si vuota.

V'insegnerò come si beve.

Venite a me! Lasciate gli egri

e i vili alla bassura.

Venite perché io vi rallegri,

fratelli, ne' cuori vostri.

Grande sarà l'estate su i monti

con gelide fonti

e silenzio infinito.

L'aquile ci porteranno il cibo

con i lor curvi rostri.

Vivremo come i vènti forti.

Negli occhi profondi

avremo la terra futura.

Venite a me col vostro amore

che non soccombe,

con la vostra sete

che non si placa, quanti siete

uomini che v'accresceste

di conoscimento e di dolore,

che la vita incideste

con la vostra vita dura,

che osaste abbattere le tombe

perché taluno risorgesse,

che seguiste il più aspro cammino

a cercar le vostre anime stesse,

che chiamaste il più crudo nemico

per guerreggiar la vostra guerra,

che santificaste nei perigli

le vostre inesorabili sorti,

venite a me su l'ultima altura!

Vivremo come i vènti forti.

Saremo fedeli alla terra,

fedeli alla terra dei figli,

fedeli alla terra futura».

Disse: «Il mio lavoro

fu la guerra, la mia pace

fu la vittoria.

La mia volontà fu sospesa

sul mio capo come una legge,

come una gloria,

come un nimbo d'oro.

In ogni impresa

il mio pensiere

fu la mia sola face.

Sdegnai di bere

dove bevve il gregge,

sdegnai di rimirare il cielo

oscurato dalla cava nube;

perch'io sapea che nella rupe

aerea tu eri, o sorgente

pura, o sorella dell'aria,

io sapea l'erta necessaria

per rimirarti, o cielo

pudico e ardente,

libertà, serenità d'oro.

O cielo su la mia testa

nuda, giocondo

abisso, gorgo

di luce, festa

del sole, o cielo senza

nube e senza tuono,

ecco la mia innocenza,

ecco che io risorgo

verso di te mondo

di ogni tabe e di ogni lebbra,

ecco che io sono

colui che afferma

e colui che benedice;

e per questo lottai su la terra,

per questo ebbi tanta guerra

tante armi tante ire:

per aver libere mani,

o serenità liberatrice,

miracolo d'oro sul mondo,

per avere un giorno le mani

libere a benedire!

E così benedico:

«Essere sopra ogni cosa

come il suo proprio cielo,

come il suo volubile tetto,

come la sua cerulea volta

e l'eterna sua pace». E felice

colui che benedice

così! Però che la sorgente

dell'eternità sia

il battesimale

fonte di tutte le cose,

oltre il bene, oltre il male;

e il bene e il male sien ombre

fuggitive; e su tutte le cose

unico si spanda il ridente

cielo delle sorti

misteriose;

e sia la terra una divina

tavola al divino

gioco degli iddii che tu porti,

Eternità, per colui che t'ama.

Però che io sia colui che t'ama,

o Eternità, colui che brama

il tuo anello eternale,

colui che vuole

da te il nuziale

anello del ritorno

e del divenire,

colui che ti chiama

al suo desire

ed al suo giorno,

o Eternità, per teco

generar la sua prole,

colui che fu cieco

per la possa del tuo sole

che a lungo ei mirò fiso,

colui che alfine ha un riso

vasto come un baleno

creatore sul mondo,

colui che ama il tuo seno,

il tuo seno profondo,

o Eternità, colui che t'ama!».

Così parlava l'Asceta.

Questa parola disse

colui che terribilmente visse

per la sua terribile mèta.

Così parlava

su la plebe schiava

su la moltitudine morta

colui che errò lunghi anni

pei labirinti fallaci,

per tutte le ambagi

dei secolari inganni,

e ritrovò la porta

antica della Vita bella.

Disse: «Insegno al cuore umano

una volontà novella».

Disse: «Insegno all'uomo non l'amore

del prossimo ma del più lontano,

del vertice ch'ei s'elegge.

Sia l'uomo la sua propria stella,

sia la sua legge e il vendicatore

della sua legge».

E il fiato impuro dell'uomo

lo soffocava; lo soffocava

il lezzo della bestia

inferma e vile.

Ed egli andava andava andava,

cupo ed ostile,

nell'aria gravida di tempesta,

emulo del lampo e del tuono,

ebro della sua guerra,

splendido della sua virtù, irto

de' suoi pensieri, tra i sogni grami

di mille e mille anime stanche.

E disse: «Il tuo spirto

e la tua virtù infiammino anche

la tua agonia, come il fuoco

del tramonto infiamma la terra.

Così voglio io morire

perché a causa di me tu ami,

o fratello, sempre più la terra;

così voglio io reddire

luminoso alla gran madre terra».

Ahi che dal Fato,

cui d'evento in evento

amò di così gagliardo

amore, non gli fu dato

morire nel combattimento,

morire alzato e pronto

al più difficile varco,

nell'atto di tendere l'arco

lucido ponderoso

per l'ultimo dardo,

il grande arco d'Ulisse,

quello dal nervo che garrisce

come la rondine messaggera,

quello che tende sol uno

contro la schiera

innumerevole! Ahi che il notturno

Fato l'oppresse a mezzo dell'opra!

Ed egli stette nell'ombra

senza mutamento,

immoto, vacuo, taciturno

come un cratère spento.

Poi, come l'acqua informe

colma i cratèri

immemori del fuoco pugnace,

la materia eguale

l'agguagliò nell'ombra infinita

e nei silenzii eterni

ove si celano le norme

del ritorno e del divenire,

ove tutte le forme

dell'essere s'aprono in misteri

ineffabili e la morte è vita

e la vita è morte.

O Verità redimita

di quercia, cantami la sua vita

e la sua morte

con la possa delle antiche lire!

Canta pei figli degli Ellèni

il Barbaro enorme

che risollevò gli iddii sereni

dell'Ellade su le vaste porte

dell'Avvenire!

Io lo canterò, io figlio

degli Ellèni, con una ode

ampia, di possente volo;

perché dissi, quando udii la voce

di lui solo io solo,

dal suo esiglio nel mio esiglio,

dissi: «Questi è il mio pari.

Questo duro Barbaro che bevve

una colma tazza dell'ardente

vin campàno ed ebro di dominio

e di libertà corse i mari

armoniosi agognando il suolo

ove l'uomo per la divina

etra incedeva al fianco del dio

ed entrambi erano Ellèni,

questi è il fratel mio.

Salutammo le rosse triremi

nelle acque di Salamina

nutrice di colombe;

portammo una corona alle tombe

di Maratona».

Dissi: «O Vita, egli non sa che vive

su le rive sonore

un figlio della florida stirpe.

Io nasco in ogni alba che si leva.

Io so io so come si beva,

o Vita. E chi t'amò su la terra

con questo furore?

Chi più larghe piaghe

s'ebbe nella tua guerra

e chi ferì con spade

di più sottili tempre?

Chi di te gioì sempre

come s'ei fosse per dipartirsi?

Ah tutti i suoi tirsi

il mio desiderio scosse

verso di te, o Vita

dai mille e mille vólti,

a ogni tua apparita,

come un Tìaso di rosse

Tìadi in boschi folti,

tutti i suoi tirsi!

Io nasco in ogni alba che si leva.

Ogni mio risveglio

è come un'improvvisa

nascita nella luce:

attoniti i miei occhi

mirano la luce e il mondo.

Egli non sa come sien pure

le mie pupille, o Vita,

mirando il cielo verecondo.

Egli non sa come trabocchi

il mio cuore, simile alla grande

fiumana. Che m'insegnerà egli,

o Vita.? Io so come si danzi

sopra gli abissi e come si rida

quando il periglio è innanzi,

e come si compie sotto il rombo

della tempesta l'opera austera,

e come si combatta con l'ugne

e col rostro, e come si uccide,

e come si tessan le ghirlande

dopo le pugne».

Ma riconobbi i suoi pensieri

fraterni come il navigatore

ansio riconosce i verzieri

d'Italia da lungi all'odore

che gli recano i vènti.

Il tuo sole, il tuo sole,

o Italia, colorò la sua fronte,

maturò la sua saggezza forte,

converse in oro

il ferro delle sue saette.

Il barbaro pellegrino

sotto il tuo cielo alcionio

apprese il canto dal coro

alato delle tue selve aulenti.

O Italia, egli bevve il vino

delle tue vigne ambrosio;

colse il miele de' tuoi favi meri,

le rose de' tuoi roseti

gravi di api e di colombe. I piedi

suoi divennero leggeri

su i prati di violette.

La serenità adamantina

che s'inarca su i ghiacciai dell'erme

Alpi placò la sua furia.

Gli proposero enimmi

le rupi che nel mar di Liguria

si protendono come sfingi

coronate di fiori.

Come un novo Erme

senza caducèo

egli portò su la sua spalla

Dioniso infante, nelle Terme

di Caracalla,

nel Fòro, nel Colossèo.

Come Eraclito nel tempio efesio,

egli meditò la sua dottrina

illuminato dagli ori

di San Marco nell'ombra marina.

E il fresco vento etesio

gonfiò la sua vela nei meriggi

d'estate, fra Sorrento e Cuma,

sul golfo ove il Vesuvio fuma.

Quivi, o triste ombra della greca

Antigone, anima profonda

che gli fosti custode

fedele nella notte cieca,

o sorella, quivi reca

il cadavere dell'eroe,

sul golfo lunato e grande

come l'arco ch'egli tese.

Gli alzeremo un tumulo grande,

un'altissima tomba,

là dove le coste

sono più scoscese

e il flutto più rimbomba

nelle caverne più nascoste

con le eterne risposte

alle eterne domande.

Gli daremo ghirlande

d'ulivo selvaggio e, tra le accese

faci, libàmi come all'altare.

Gli canteremo in coro una ode

misurata al respiro del mare.

Canteremo: «Qui dorme,

nella sacra Italia, sul mare

delle Sirene, sul Mare

Nostro, in vista dell'arce cumèa

dove il figlio di Venere Enea

giunse recando i Penati

di Troia ed i Fati

di Roma, qui dorme,

in vista del fuoco distruttore

e creatore

che irrompe dal cuor della Terra,

vegliato dalle antiche Mire

figlie della Notte arbitre sole

della nascita e della morte,

o prole degli Ellèni,

qui dorme, placate le ire

dopo tanta guerra,

il Barbaro enorme

che risollevò gli iddii sereni

dell'Ellade su le vaste porte

dell'Avvenire».

 

 

Per la morte di un capolavoro

Foreste su i monti, chiome fragorose

di oro di porpora e di croco

all'aquilone,

su l'aeree fronti

immense corone

che affoca il foco dei tramonti;

rosarii di rose

nate su i fonti solitarii

ancor tiepidi dell'Estate

che vi s'immerse;

orti, orti conclusi, pomarii

soavi cui l'Autunno pone

monili più gravi che quelli di Serse

poi che su le gemme celate

il bel garzone

ebro il pomo punico aperse;

voluttà della Terra, o fronde,

o fiori, o frutti,

gioia di tutti,

prole delle Stagioni sacre,

portento dell'Acqua e del Sole,

fronde, fiori, frutti,

ecco, ora nati, ora distrutti,

chi mai si duole

oggi di vostra bella morte?

quale corda piange vostri dolci lutti?

Vivono le profonde

radici nel buio attorte.

Ancóra brilleran felici

i ramicelli,

e il suco acre

si farà di miele nelle polpe bionde.

Ma la creatura infinita,

in cui la mente

dell'uom fatto dio

continuò l'opera della divina

Madre e trasfigurò la vita

sotto la specie dell'Eterno;

ma l'effigie pura

in cui l'uom solo nell'oblìo

di sé mutamente

svelò la virtù del dolore

sotto la specie dell'Eterno;

ma il mondo creato sopra la Natura,

ove con un gesto l'uom si fe' signore

del Fato e congiunse la sua forza antica

alla sua bellezza futura

sotto la specie dell'Eterno;

ma lo specchio dell'Ideale,

o Poeti, la misura degli Eroi,

la somma dell'Arte,

il vertice del Pensiero e del Mistero,

il segno visibile dell'Immortale

muore, o Poeti, non è più.

Perisce e non si rinnovella.

Da noi si diparte; non avrà ritorno.

S'oscura per sempre nella notte eguale.

Fronde fiori frutti nel sereno giorno

rivedremo noi,

la giovine Terra, la sua genitura,

e non l'infinita creatura bella!

Piangete, o Poeti, o Eroi,

per la luce che non è più,

per la gioia che non è più.

Umiliato è l'Universo.

Menomato è l'orgoglio delle sorgenti.

Un grande fiume è inaridito.

Un gran potere s'è disperso.

Nella memoria delle genti

resta la grandezza d'un nome

come il nome d'un mito

lontano, d'un cielo abolito,

d'un dio che parlò nel silenzio degli evi,

bianchissimo sopra le nevi,

vestito di sua verità.

O Poeti, Eroi, volontà

meravigliose della giovine Terra,

date il canto e il pianto,

sopra la guerra,

alla meraviglia che non rivivrà.

Culmine delle speranze sovrumane

alta anima senza compagna,

precinta isola dal dolore infinito,

solitudine dell'abisso,

occhio aperto e fisso

nell'interno mare

della Bellezza, ebbe Egli un nome per voi?

«Chi mangia il pane

con me, mi ha alzato contro le sue calcagna»

parlava ai suoi il signore del Convito;

e il pane azzimo involto nell'erbe amare

eragli innanzi, e la tristezza era immensa.

«In verità vi dico: quegli che bagna

la mano insieme a me nel piatto,

quegli mi tradirà.» E la man nell'atto

non tremava sopra la mensa.

Udiste voi queste parole?

Parlò per voi queste parole

Egli, il Galileo? Ben le udiste

dall'anima sua che fu triste

sino alla morte?

Ebbe per voi nome Gesù

Egli, e il giorno degli azzimi era

quello che risplendea dietro la sua testa?

Piangete, o Poeti, o Eroi,

per la fiamma che non è più,

per la gloria che non è più!

Era l'eterna primavera, la festa

d'ogni ritorno;

ed Egli era nel silenzio suo profondo

solo col cuor del mondo e con la sua sorte;

e gli uomini schiavi e tardi erangli intorno.

E disse Egli queste parole:

«Dove io vo, tu non puoi seguirmi».

Ah queste udimmo noi, fratelli,

antiche parole d'eroi

che sonarono verso tutte le cime

terribili, al nembo ed al sole,

per l'erte cui il sogno sublime

impresse vestigi che furon suggelli.

«Dove io vo, tu non puoi seguirmi.»

Udimmo; e non ebbe Egli nome

per noi; non lontanar dietro le sue chiome

vedemmo la rupe di Scizia o il Calvario;

non vedemmo la croce, né l'avvoltore.

Ma, solitario

tra la sua gente, era Egli sopra il dolore

Colui che annuncia che rivela e che inizia;

ed eglino erano gli schiavi

che non veggono e che non sanno,

schiavi eterni della forza e dell'inganno;

e la creatura dal viso

lene, che soleva adagiarglisi al petto

invincibile, il suo diletto

femineo giglio

reclinato, l'anima dalle soavi

labbra, quel sorriso che parve

quasi il minor fratello del suo dolore,

anche era distante.

Ed Egli era solo, il gran cuore

era solo, incluso nel petto

come in diamante.

E non eravi per lui padre né figlio,

e non amico, e non amante.

«Ah, chi mai lo consolerà?»

dicemmo noi nello spavento.

«Chi consolerà

Colui ch'ebbe a sé testimoni

il Sole, il Vento,

le sorgenti dei Fiumi, il riso

innumerevole delle onde marine,

la madre di tutte le cose, la Terra?

Chi mai lo consolerà nel dì supremo?

L'antico Oceano? Nicodemo

con gli aromi della Giudea?

Il canto delle Oceanine?

Il lamento delle pie donne?

Qual parola nata

dal sale del mare e del pianto

lenirà l'insonne?»

E noi leggemmo sol nel gesto

delle sue mani e nell'ombra de' suoi cigli:

«Non han le case degli uomini giacigli

per l'insonne, dov'egli giacersi voglia.

Non io m'arresto alla tua soglia.

Dove io vo, tu non puoi seguirmi.

La mia certezza canta nel mio sentiero

ed alza ai perigli colonne

trionfali sul limite degli abissi.

È il mio pensiero più che il giorno e il domani.

So come sia dolce grappoli vermigli

premere e bei capei prolissi;

so come sia dolce una foglia, e la gola

della colomba. Ma beni più lontani

cerco, e il silenzio. Non della mia parola

io m'inebrio, ma di quel che mai non dissi».

O puro Eroe, inalzato sopra il tempo

e sopra le favole umane,

o segno visibile dell'Immortale,

che vale ora il pane

che diviso t'è innanzi? Che vale il manto

che ti traveste, e il nome che ti fa santo

nelle preci vane,

e lo stuolo inquieto che ti circonda?

Ben lungi sei tu dall'altare frequente.

Terreno e celeste,

tu sei a te stesso il tuo tempio.

Ti creò dalla più profonda

verità del suo spirto, dal più bello

ardore della sua mente quel segreto

artefice che volle foggiarsi le ale

ad attingere un ciel novello.

A similitudine di sé ti volle

quegli ch'ebbe in sé la radice

ed il fiore della volontà perfetta

con tutto il travaglio del mare

e tutte le geniture della terra

e le virtù dei saggi e degli antichi iddii

e i gèrmini senza forma e senza nome,

le semenze delle bellezze future.

A similitudine di sé ti fece

quel Prometèo meditabondo

che immune fu dal supplizio, rapitore

inviolabile, modello del Mondo.

E tu vivesti, inspirato dal più forte

alito della sua bocca che nutrita

s'era alla plenitudine della vita

e della morte.

Vivesti solo su la cima

ultima della Conoscenza,

sol tu capace

di respirarvi, imperiale

come il sire della vita e della morte,

sì lungi agli uomini e pur sì presso a loro,

vedendo il male passare, la speranza

durare, la pace seguire alla guerra,

il sogno condurre il lavoro,

ma senza felicità e senza

corona perché tu sapevi

che nata non era dalle arti

umane la gioia onde avresti

tu potuto gioire e nato non era

dal sen della Terra l'alloro

onde tu avresti potuto incoronarti.

Ahi, che rimane oggi fra i cieli

e le tombe, nella notte ove s'oscura

la tua bellezza,

nella gente cui tu raggiavi

con la bellezza la tua muta dottrina,

nella patria divina ove Leonardo

ti fece misura d'eroi,

specchio dell'Ideale, norma dell'opre,

culmine delle speranze sovrumane,

or che rimane per l'ultimo tuo sguardo,

che mai ti si scopre se non allegrezza

d'irrisori ed onta di schiavi?

Il sole declina

come te, fra i cieli e le tombe.

Su l'ampia ruina

inane caligine incombe.

E tu così dunque per sempre ti parti

dai cuori cui fin la tua ombra

fu luce e il tuo segno fu gioia?

Ten vai tu forse nel prato d'asfodelo

sorridendo verso gli eguali?

Trapassi tu di là dal velo

a contemplar le cose eterne

con fronte indicibile ed occhi immortali?

Chi verrà dietro la tua ombra?

Ah, per somigliarti

una volta, per esser degno

del tuo segno, innanzi ch'ei muoia

taluno di noi darà al rogo

l'error che l'ingombra!

E arderà l'anima sua pura in un atto

come in un lampo arde il potere di un cielo.

 

 

Canti della ricordanza e dell'aspettazione

Il sole declina fra i cieli e le tombe.

Ovunque l'inane caligine incombe.

Udremo su l'alba squillare le trombe?

Ricòrdati e aspetta.

Vedremo all'aurora l'Eroe sollevarsi?

Ahi dietro la nube splendori scomparsi!

Rilucono selci per fiumi riarsi.

Ricòrdati e aspetta.

Son nude le selci, son aride e nude

ma piene di fato ciascuna in sé chiude

per l'urto favilla di grande virtude.

Ricòrdati e aspetta.

È piena di fato la muta ruina.

All'ombra dei marmi la via cittadina

si tace pensando che l'ora è vicina.

Ricòrdati e aspetta.

La polvere è un turbo di gèrmini folti.

Il rosso mattone qual sangue che sgorghi

fiammeggia novello per case e per torri.

Ricòrdati e aspetta.

Fra l'erba che cresce davanti ai palagi

terribili, spogli dell'armi e degli agi,

s'ascondono forse divini presagi.

Ricòrdati e aspetta.

È figlia al silenzio la più bella sorte.

Verrà dal silenzio, vincendo la morte,

l'Eroe necessario. Tu veglia alle porte,

ricòrdati e aspetta.

 

 

Le città del silenzio

FERRARA, PISA, RAVENNA

O deserta bellezza di Ferrara,

ti loderò come si loda il vólto

di colei che sul nostro cuor s'inclina

per aver pace di sue felicità lontane;

e loderò la chiara

sfera d'aere e d'acque

ove si chiude

la tua melanconia divina

musicalmente.

E loderò quella che più mi piacque

delle tue donne morte

e il tenue riso ond'ella mi delude

e l'alta imagine ond'io mi consolo

nella mia mente.

Loderò i tuoi chiostri ove tacque

l'uman dolore avvolto nelle lane

placide e cantò l'usignuolo

ebro furente.

Loderò le tue vie piane,

grandi come fiumane,

che conducono all'infinito chi va solo

col suo pensiero ardente,

e quel lor silenzio ove stanno in ascolto

tutte le porte

se il fabro occulto batta su l'incude,

e il sogno di voluttà che sta sepolto

sotto le pietre nude con la tua sorte.

O Pisa, o Pisa, per la fluviale

melodìa che fa sì dolce il tuo riposo

ti loderò come colui che vide

immemore del suo male

fluirti in cuore

il sangue dell'aurore

e la fiamma dei vespri

e il pianto delle stelle adamantino

e il filtro della luna oblivioso.

Quale una donna presso il davanzale,

socchiusa i cigli, tiepida nella sua vesta

di biondo lino,

che non è desta ed il suo sogno muore;

tale su le bell'acque pallido sorride

il tuo sopore.

E i santi marmi ascendono leggeri,

quasi lungi da te, come se gli echi

li animassero d'anime canore.

Ma il tuo segreto è forse tra i due neri

cipressi nati dal seno

de la morte, incontro alla foresta trionfale

di giovinezze e d'arbori che in festa

l'artefice creò su i sordi e ciechi

muri come su un ciel sereno.

Forse avverrà che quivi un giorno io rechi

il mio spirito, fuor della tempesta,

a mutar d'ale.

Ravenna, glauca notte rutilante d'oro,

sepolcro di violenti custodito

da terribili sguardi,

cupa carena grave d'un incarco

imperiale, ferrea, construtta

di quel ferro onde il Fato

è invincibile, spinta dal naufragio

ai confini del mondo,

sopra la riva estrema!

Ti loderò pel funebre tesoro

ove ogni orgoglio lascia un diadema.

Ti loderò pel mistico presagio

che è nella tua selva quando trema,

che è nella selvaggia febbre in che tu ardi.

O prisca, un altro eroe renderà l'arco

dal tuo deserto verso l'infinito.

O testimone, un altro eroe farà di tutta

la tua sapienza il suo poema.

Ascolterà nel tuo profondo

sepolcro il Mare, cui 'l Tempo rapì quel lito

che da lui t'allontana; ascolterà il grido

dello sparviere, e il rombo

della procella, ed ogni disperato

gemito della selva. «È tardi! È tardi!»

Solo si partirà dal tuo sepolcro

per vincer solo il furibondo

Mare e il ferreo Fato.

 

 

Le città del silenzio

RIMINI

Rimini, dove la cesariese

Aquila gli occhi dubbii al Fato avulse

col rostro e il diede al Sire che l'impulse

verso Roma sì cieco alle contese,

in te non cerco i segni delle imprese

ma le tombe cui semplici ti sculse

pe' i Vati e i Sofi quei che al genio indulse

pur tra il furor delle mortali offese.

Dormon gli Itali e i Greci lungo il grande

fianco del Tempio, ove le caste Parche

sospesero marmoree ghirlande.

Ignorar voglio i nomi ed ascoltare

sol l'antico Pensier rombar nell'arche

come il Mar nelle conche del tuo mare.

 

URBINO

Urbino, in quel palagio che s'addossa

al monte, ove Coletto il Brabanzone

tessea l'Assedio d'Ilio, ogni Stagione

l'antica istoria tesse azzurra e rossa.

E Guidubaldo torna dalla fossa

a tener corte, e tornano a tenzone

il Bembo e Baldassarre Castiglione,

Giuliano de' Medici e il Canossa.

Ascolta Elisabetta da Gonzaga

a fianco dell'esangue Montefeltro

poetar Serafino, il novo Orfeo;

o chiede la Gagliarda ond'ella è vaga,

ver lei musando l'armillato veltro,

al liutista Gianmaria Giudeo.

 

PADOVA

Non alla solitudine scrovegna,

o Padova, in quel bianco april felice

venni cercando l'arte beatrice

di Giotto che gli spiriti disegna;

né la maschia virtù d'Andrea Mantegna,

che la Lupa di bronzo ebbe a nutrice,

mi scosse; né la forza imperatrice

del Condottier che il santo luogo regna.

Ma nel tuo prato molle, ombrato d'olmi

e di marmi, che cinge la riviera

e le rondini rigano di strida,

tutti i pensieri miei furono colmi

d'amore e i sensi miei di primavera,

come in un lembo del giardin d'Armida.

 

LUCCA

Tu vedi lunge gli uliveti grigi

che vaporano il viso ai poggi, o Serchio,

e la città dall'arborato cerchio,

ove dorme la donna del Guinigi.

Ora donne la bianca fiordaligi

chiusa ne' panni, stesa in sul coperchio

del bel sepolcro; e tu l'avesti a specchio

forse, ebbe la tua riva i suoi vestigi.

Ma oggi non Ilaria del Carretto

signoreggia la terra che tu bagni,

o Serchio, sì fra gli arbori di Lucca

rosso vestito e fosco nell'aspetto

un pellegrino dagli occhi grifagni

il qual sorride a non so che Gentucca.

 

 

Le città del silenzio

PISTOIA

I.

T'amo, città di crucci, aspra Pistoia,

pel sangue de' tuoi Bianchi e de' tuoi Neri,

che rosseggiar ne' tuoi palagi fieri

veggo, uom di parte, con antica gioia.

Come s'uccida in te, come si muoia

i Panciatichi sanno e i Cancellieri.

Fin quel de' Sigisbuldi, tra pensieri

d'amor, grida: «Emmi tutto 'l Mondo a noia!».

Vanni Fucci odo, come nell'Inferno

tra i sibili del serpe che l'agghiada,

«A te le squadro!» ulular furibondo.

Cino rincalza, folle del suo scherno:

«E' piacemi veder colpi di spada

altrui nel vólto e navi andar al fondo».

II.

Or placato è nel suo marmo senese,

fuor d'ogni parte, il buon Giureconsulto;

e stanno intorno a lui nel marmo sculto

gli alunni che animò Cellin di Nese.

È in pace la Città dal pistolese

di lama corta. Intorno al suo sepulto

dorme, né vede sul sepolcro occulto

sorridere la bella Vergiolese.

Là dove il mul nemico a Dio Signore,

col Mironne e con Vanni della Monna,

involava a Sant'Iacopo il tesauro,

ella ride il Digesto e il suo dottore,

quasi celata dietro la colonna,

Musa furtiva che nasconde il lauro.

III.

Ma nella sagrestia de' belli arredi

io conosco un sorriso più divino.

Trema, o Pistoia, in te come il mattino

quando nasce su' colli; e tu no 'l vedi.

Colselo un giorno Lorenzo di Credi

forse in un giovinetto fiorentino,

stando con Leonardo e il Perugino

presso Andrea che di gloria ebbeli eredi.

Dalla tavola al marmo, ove riposa

il Forteguerri sotto il grave incarco,

si diffonde quel tremito leggero.

E la Speranza ha la maravigliosa

bocca che il Vinci incurverà com'arco

a mirar l'infinito del Mistero.

 

PRATO

I.

O Prato, o Prato, ombra dei dì perduti,

chiusa città, forte nella memoria,

ove al fanciul compiacquero la Gloria

e la figliuola di Francesco Buti!

Spazzavento, alpe delle mie virtuti,

che lustri come di ferrigna scoria,

ove parvemi svelta alla Vittoria

penna di nibbio fra' tuoi sassi acuti!

O lapidoso letto del Bisenzio

ove cercai le sìlici focaie

vigilato dal triste pedagogo,

camminando in disparte ed in silenzio,

mentre l'anima come le tue ghiaie

faceasi dura a frangere ogni giogo!

II.

Sul petrame ove raro striscia il biacco,

rosseggiar come sangue che s'accaglia

e incupirsi io vedea l'alta muraglia

che il Cardona scalò per dare il sacco.

E ogni sera nel verde bronzo il Bacco

infante alla nascosta mia battaglia

ridea dal fonte. «Il tuo riso mi vaglia

contra il compagno scaltro dal cor fiacco!»

E amico l'ebbi, il pargolo divino,

su l'agil coppa sua, tra i freschi getti.

Ei m'insegnava il riso di Lieo.

Or fatto è prigioniere nel museo

squallido, in mano degli scribi inetti.

Io spremo dai miei grappoli il mio vino.

III.

Ma ancóra pende sopra il capitello

florido, al sole e al vento come un grande

nido, il pergamo ricco di ghirlande

ignude, o Michelozzo, o Donatello!

Nel marmo appeso udii cantar l'augello

come nel nido; e il Duomo, che in sue bande

verdi e bianche chiudea le venerande

reliquie, fogliar vidi al sol novello.

E non il Sacro Cingolo, che v'è

tra le mura cui pinse Agnolo Gaddi,

adorai quivi reclinando il capo;

ma il metallo che Bruno di Ser Lapo

fece di grazie naturato. E caddi

in ginocchio dinanzi a Salomè.

IV.

La figlia d'Erodiade, apparita

al Tetrarca, in sua frode e in sua melode

magica ondeggia: entro il bacino s'ode

bollire il sangue della gran ferita.

Frate Filippo, agli occhi tuoi la Vita

danza come colei davanti a Erode,

voluttuosa; e il tuo desìo si gode

d'ogni piacer quand'ella ti convita.

Ma il Dolore guardar sai fisamente

e la Morte, e le lacrime, e lo strazio

delle bocche e l'orror de' vólti muti.

Io ti vedea sopra la sabbia ardente

schiavo in catene; e ti vedea poi sazio

dormir sul seno di Lucrezia Buti.

V.

Filippino, in sul canto a Mercatale

quante volte intravidi pe' razzanti

vetri del Tabernacolo i tuoi Santi

come i fiori d'un orto angelicale!

Fiori tu désti alla città natale:

freschi petali i vólti, aiuole i manti.

E intorno alla Maria le tue spiranti

grazie non ebber mai sì lievi l'ale.

Vedevi, oprando, la materna porta

ove l'antica suora in atti umìli

pregava pel figliuol del suo peccato.

Demoniaco segno, il seggio porta

al piede, come l'ara dei Gentili,

testa bicorne di capron barbato.

VI.

Tali m'ebb'io maestri. O Giuliano

da San Gallo, il tuo tempio fu misura

dell'arte a me che la sua grazia pura

mirai caldo del fren vergiliano.

La croce greca l'ordine soprano

reggea della pacata architettura,

spaziandosi in ritmo ogni figura

come il bel verso al batter della mano.

La cupola dai dodici occhi tondi

il bianco-azzurro fregio dei festoni

i fiori i frutti gli òvoli i dentelli

i dorici pilastri dai profondi

solchi eran come nelle mie canzoni

fronti sìrime volte ritornelli.

VII.

O grande architettor della Canzone,

più anni Convenevole il Grammatico,

dal Bisenzio natìo maestro erratico,

alunno t'ebbe in Pisa e in Avignone.

La fame eragli al fianco assiduo sprone;

e tu benigno al vecchierel salvatico

fosti, quando per pane e companatico

ei mise in pegno il bel tuo Cicerone.

Non la foglia di lauro ma d'assenzio

rugumando, ei tornò nel tardo autunno

alla tua terra che gli diede un'arca.

E dalla Sorga a lui verso il Bisenzio

mandò la gloria il suo divino alunno.

L'epitafio da te s'ebbe, o Petrarca.

VIII.

E Guido del Palagio, il Fiorentino,

non mandò egli sue canzoni al banco

di Porta Fuia, al mercatante Bianco,

all'orfano di Marco di Datino?

Guido le belle rime e l'angioino

fiordaliso donavagli il Re franco.

Per le terre a far paci, non mai stanco,

sen giva il vecchio vestito di lino.

«Probitas» scrisse il re nel suo diploma.

Cantava Guido: «O gentil popolano,

sia chi si vuole, ascolta il mio latino!».

E l'orfano di Marco di Datino

ripetea, tra la rascia e il pannolano:

«Recatevi a memoria l'alta Roma!».

IX.

Nel novel tempo del Decamerone

o Ser Lapo Mazzei, sottil notaio,

che buon villico foste e pecoraio

e, innanzi Fra Girolamo, piagnone,

ogni giorno s'avea vostro sermone

«Francesco ricco» in quel giardin suo gaio,

alla Porta, fiorito dal denaio

dei fondachi di Pisa e d'Avignone.

Gli mutaste in bigello ed in albagio

i drappi di Damasco e quei d'Aleppo;

ond'ei fece del Ciel l'ultimo acquisto.

Seguì nel Cielo Guido del Palagio;

e l'unta quercia del suo banco in Ceppo

ritornò, per i Poveri di Cristo.

X.

Ma al sol s'allegra in la vita serena

Messer Agnolo; e par che gli fiorisca

vermiglio il cor se Mona Amorrorisca

favelli, o canti Bianca la sirena.

Il felice Bisenzio è la sua vena.

Discorrer fa la Sapienza prisca

negli Animali, sì che le obbedisca

il buon re di Meretto Lutorcrena.

Oh di nostro parlar limpida fonte

in cui mi rinfrescai! Della Bellezza

Celso ragiona all'ombra degli allori.

Dice: «Le guance bramano bianchezza

più rimessa che quella della fronte...».

Le tue, Selvaggia che il bel Prato infiori!

XI.

E nella villa di Lorenzo Segni

sopra Sant'Anna, ove a Bernardo è caro

meditar le sue Storie o legger Maro,

e suoni e balli allegrano i convegni.

Tempo non è che d'aspro sangue impregni

la polve il Guazzalotro o il Dagomaro;

tempo è che il figlio di Fioretta a paro

col Firenzuola i molli amori insegni.

Ma il Ferrucci stramazza a Gavinana.

Scossa da Lorenzino l'ultimo urlo

getta la Libertà dalla man mozza.

Sotto il maligno agosto, in su l'alfana

bolsa cavalca giù da Montemurlo

tra gli schemi plebei Filippo Strozza.

XII.

O Libertà, colui che abbeverasti

del tuo latte alla tua sinistra mamma

sì che col nutrimento egli la fiamma

del tuo gran cor si bevve e i sogni vasti,

il Leon primogenito nei Fasti

della tua nova genitura, infiamma

de' suoi vestigi il suol, dall'alto dramma

di Roma escito agli ultimi contrasti.

Quivi il Profugo sosta. E la giogaia,

la gleba, il fonte, l'albero, la porta

ch'egli varca, la mensa ove s'asside,

il pan che spezza, l'uomo a cui sorride

sono sacri. E il molino di Cerbaia

splenderà fin che Roma non sia morta.

XIII.

O Vaiano, Cammin di Spazzavento,

Madonna della Tosse, umili e insigni

nomi di luoghi e di fati! I macigni

e gli sterpi indagai pien di spavento.

Taceva il suolo, senza mutamento

Ma non vidi, pe' tramiti ferrigni,

passi d'eroe? Me li facea sanguigni

tutto il sangue del cor mio violento.

Lui seguitai per monti e boschi e fiumi,

Lui vidi giungere al Tirreno, ignoto

entrar nel mare come un dio marino.

E, quando mi chinai su' miei volumi

ebro, nel canto omerico il piloto

re d'Itaca mi parve men divino.

XIV.

Lascia che in te s'indugi la mia rima,

Città della mia chiusa adolescenza,

ove alla fiamma della conoscenza

si rivelò la mia bellezza prima.

L'anima del fanciullo è fatta opima.

Ave, ingigliata figlia di Fiorenza!

Quei ch'era ignaro della sua potenza

ora combatte a conquistar la cima.

Ti mando sette e sette spade acute

che recisero i dìttami e gli acanti

della Memoria, e n'hanno aulente il ferro.

Le promesse ti furon mantenute.

Ma il più fiero de' mostri or m'ho davanti.

L'onta cada su me, se non l'atterro.

 

 

Le città del silenzio

PERUGIA

I.

Maschia Peroscia, il tuo Grifon che rampa

in cor m'entrò col rostro e con l'artiglio,

onde tutto il mio sangue acro e vermiglio

delle immortali tue vendette avvampa.

Certo segnato fui della tua stampa

un dì, tra ferro e fuoco io fui tuo figlio

ancor vivo, qual fecemi il Bonfiglio,

là sul muro ove Totila s'accampa.

Le catene spezzai nelle tue strade,

precipitai gli uccisi per isfregio

dalle tue torri, usai spiedo e roncone.

Brillar vidi tra il rugghio delle spade

il mio sogno di re nell'occhio regio

di Braccio Fortebraccio da Montone.

II.

Dal Palagio non scendono, o Peroscia,

i tuoi Priori le solenni scale?

L'acqua, che ai gradi della Cattedrale

terse il sangue degli Oddi, ancóra scroscia.

Tace la piazza. Il Gonfalon s'affloscia.

Vento d'odio o d'amor più non l'assale?

Ecco Astorre Baglione, a Marte eguale,

che cavalca con l'asta in su la coscia!

Anco viene Gismondo a piè, con tanta

levità che assimiglia presta lonza:

lo scolare alemanno i passi ammira;

e Grifonetto, il figlio d'Atalanta,

senza elmo, come il sole che l'abbronza

bello: valletti ha il Tradimento e l'Ira.

III.

Il magnifico Astorre a Porta Sole

mena la donna sua del sangue Ursino.

Monna Lavinia in veste d'oro fino

danza a suono di piffari e viuole.

La mensa d'ogni frutto e fior redole,

reca d'ogni ragion confetti e vino.

In quell'ora il signor di Camerino

soffia a Carlo Barciglia sue parole.

E il gobbo invesca Filippo di Braccio.

Mastro d'inganni è il bastardo: ei sghignazza

pensando a Giovan Pavolo e a Zenopia.

E, mentre Astorre nel fraterno abbraccio

sorride, su Peroscia che gavazza

versa una negra iddia la Cornucopia.

IV.

Dorme col suo bagascio Simonetto

che in vita non conobbe mai paura

ed Astorre non sa che in sepoltura

è per mutarsi il nuzial suo letto.

«Griffa! Griffa!» Il perduto giovinetto

apre tutte le porte alla congiura.

Ecco primo il bastardo. Ei raffigura

il grande Astorre al grande ignudo petto.

Questi urla: «Misero Astorre che more

commo poltrone!». E spira sotto i colpi

ciechi d'Ottaviano dalla Corgna.

Ma Gian Pavolo, il suo vendicatore

che tornerà lione tra le volpi,

escito è in salvo per la Porta Borgna.

V.

Giacciono su la via come vil soma

gli occisi. Or qual potenza li fa sacri?

Nei corpi è la beltà dei simulacri

che custodisce l'almo suol di Roma.

Sembrano infusi in un sublime aroma,

se ben privi de' funebri lavacri.

Quasi letèi papaveri son gli acri

grumi, serto di porpora alla chioma.

Traggono allo spettacolo le genti,

percosse di stupore. Il Maturanzio

sogna Achille Pelìde e il Telamonio.

Ma nella cerchia di quegli occhi intenti,

o Peroscia, è un divino testimonio:

talun nomato Rafaele Sanzio.

VI.

Coi fanti e con le lance alle Due Porte

Iovan Pavolo vien sul suo morello.

Nitrire ode il corsiero del fratello

tradito; e il cor gli rugge: «A morte! A morte!».

Di repente rivolgesi la sorte.

«Addosso a Corgna! A me Monte Sperello!»

D'ogni banda cavalcano al macello

i partigiani in arme con le scorte.

Entra il gran falco da Sant'Ercolano

e incontra il figlio d'Atalanta. «Addio,

traditore Grifone: sei pur qua!

Non t'ammazzo. Non vo' metter la mano

io nel mio sangue. Vattene con Dio.»

E sprona innanzi a prender la città.

VII.

Cade reciso il bello infame fiore.

Filippo Cencie con Messer Gintile

l'abbatte in su le selci. «O Grifon vile,

or tu griffa se puoi, vil traditore»

Portato è in piazza su la bara, ad ore

ventidue, come Astorre! Il grido ostile

tacesi a un tratto. Ecco la giovenile

madre china sul figlio che si muore.

Ecco Atalanta, la viola aulente,

ecco Zenopia, la soave rosa,

più belle nell'orror della gramaglia.

Inondano di pianto il moriente.

E intorno alla bellezza dolorosa

sospeso arde il furor della battaglia.

VIII.

Ben è che dal tuo vertice selvaggio

tu guardi a valle il sacro fiume nostro,

maschia Peroscia che con l'ugne e il rostro

sì togli preda e vendichi l'oltraggio.

Dalla Lupa il tuo Grifo ebbe il retaggio.

Sempre il tuo sangue splende come l'ostro.

Per dardo in torre e per flagello in chiostro

sanguina fiammeggiando il tuo coraggio.

O Turrena, città pontificale,

grande arce guelfa, al Papa e a Dio ribelle,

ligia al Sole, devota all'Aquilone,

non odi su la porta comunale,

nell'irto bronzo contra l'evo imbelle,

l'urlo del Grifo e il rugghio del Leone?

 

ASSISI

Assisi, nella tua pace profonda

l'anima sempre intesa alle sue mire

non s'allentò; ma sol si finse l'ire

del Tescio quando il greto aspro s'inonda.

Torcesi la riviera sitibonda

che è bianca del furor del suo sitire.

Come fiamme anelanti di salire,

sorgon gli ulivi dalla torta sponda.

A lungo biancheggiar vidi, nel fresco

fiato della preghiera vesperale,

le tortuosità desiderose.

Anche vidi la carne di Francesco,

affocata dal dèmone carnale,

sanguinar su le spine delle rose.

 

SPOLETO

Spoleto, non la Rocca che ti guarda

ghibellina dal Guelfo tuo nemico,

né la grandezza di Teodorico

che pensosa nel vespro vi s'attarda,

non la Borgia onde par che tu riarda

subitamente del trionfo antico,

né dal vasto acquedotto all'erto vico

segno romano ed orma longobarda

cerco, ma ne' silenzii dell'Assunta

l'arca di Fra Filippo che dai marmi

pallidi esala spiriti d'amore

mentre nel muro pio la sua defunta

Vergine, sciolta dalla morte, parmi

piegar sul petto dell'Annunciatore.

 

GUBBIO

Agobbio, quell'artiere di Dalmazia

che asil di Muse il bel monte d'Urbino

fece, l'asprezza tua nell'Apennino

guerreggiato temprò con la sua grazia.

Or tristo e spoglio il tuo Palagio spazia

tra l'azzurro dell'aere e del lino.

Ma ne' tuoi bronzi arcani il tuo destino

resiste alla barbarie che ti strazia.

E, se teco non più ridon le carte

di Oderisi cui Dante sotto il pondo

vide andar chino tra la lenta greggia,

l'argilla incorruttibile per l'arte

di Mastro Giorgio splende; e in tutto il mondo

l'alta tua nominanza ne rosseggia.

 

SPELLO

Spello, qual canto palpita nei petti

delle tue donne alzate in su la Porta

di Venere? La Dea che non è morta

l'arco nudo t'adorna di fioretti.

E par che il pafio pargolo saetti

nel sol novo ai precordii con accorta

ferocia strali dell'antica sorta,

come solea negli élegi perfetti.

Non l'amico di Cynthia oggi sospira

dai prati d'asfodelo i suoi patemi

campi che Ottavio diede al veterano?

Nelle tue torri imitan quella lira

i caldi vènti, mentre negli Inferni

sogna l'Umbria il Callimaco romano.

 

MONTEFALCO

Montefalco, Benozzo pinse a fresco

giovenilmente in te le belle mura,

ebro d'amor per ogni creatura

viva, fratello al Sol, come Francesco.

Dolce come sul poggio il melo e il pesco,

chiara come il Clitunno alla pianura,

di fiori e d'acqua era la sua pintura,

beata dal sorriso di Francesco.

E l'azzurro non désti anche al tuo biondo

Melanzio, e il verde? Verde d'arboscelli,

azzurro di colline, per gli altari;

sicché par che l'istesso ciel rischiari

la tua campagna e nel tuo cor profondo

l'anima che t'ornarono i pennelli.

 

NARNI

Narni, qual dorme in Santo Giovenale

su l'arca il senatore Pietro Cesi,

tal dormi tu su' massi tuoi scoscesi

intorno al tuo Palagio comunale.

Sogni il buon Nerva in ostro imperiale?

o Giovanni tra gli odii in Roma accesi?

Io di secoli, d'acque e d'elci intesi

murmure che dal Nar fino a te sale.

E vidi su la tua Piazza Priora,

ove muto anco dura il cittadino

orgoglio, alzarsi una grand'ombra armata:

grande a cavallo il tuo Gattamelata,

sempiterno in quel bronzo fiorentino

che gli invidian lo Sforza ed il Caldora.

 

TODI

Todi, volò dal Tevere sul colle

l'Aquila ai tuoi natali e il rosso Marte

ti visitò, se il marzio ferro or parte

con la forza de' buoi le acclivi zolle.

Ebro de' cieli Iacopone, il folle

di Cristo, urge ne' cantici; in disparte

alla sua Madre Dolorosa l'arte

del Bramante serena il tempio estolle.

Ma passa, ombra d'amor su la tua fronte

che infoscan gli evi, la figlia d'Almonte,

il fior degli Atti, Barbara la Bella.

E l'inno del Minor si rinnovella:

«Amor amor, lo cor si me se spezza!

Amor amor, tramme la tua bellezza!».

 

ORVIETO

I.

Orvieto, su i papali bastioni

fondati nel tuo tufo che strapiomba,

sul tuo Pozzo che s'apre come tomba,

sul tuo Forte che ha mozzi i torrioni,

su le strade ove l'erba assorda i suoni,

su l'orbe case, ovunque par che incomba

la Morte, e che s'attenda oggi la tromba

delle carnali resurrezioni.

Gli angeli formidabili di Luca

domani soffieran nell'oricalco

l'ardente spiro del torace aperto.

Stanno sotterra, ove non è che luca,

oggi i Vescovi e il gregge. Solo un falco

stride rotando su pel ciel deserto.

II.

Uman prodigio dell'artier da Siena,

nel ciel deserto il Duomo solitario

risplende come nel reliquiario

il Corporal sanguigno di Bolsena.

Di grandezze la sua fulva ombra è piena,

piena di Dio, piena dell'Avversario.

O Angelico, Ugolin di Prete Ilario,

Gentile, il respir vostro odesi appena!

Sola il vòto dei marmi bianchi e neri

occupa e turba la tremenda ambascia

dell'artier da Cortona, come un vento.

Ruggegli nel gran cor Dante Alighieri;

e però di sì dure carni ei fascia

il Dolore la Forza e lo Spavento.

III.

Sfolgorati procombono i Perduti,

salgon gli Eletti a ber l'alme rugiade;

e gli Arcangeli snudano le spade

mentre i Musici toccano i leuti.

Ma i re spirtali degli inconosciuti

mondi, Empedocle che le vie dell'Ade

sforza, l'amor dell'api e delle biade

Vergilio che apre al Teucro i regni muti,

e l'Alighier grifagno che con ira

in foco in sangue in fanghe in ghiacce inerti

i peccatori abbrucia attuffa asserra,

cantano all'Uomo un inno senza lira

dall'alto; e il Tosco ha due volumi aperti,

Libro del Cielo e Libro della Terra.

 

 

Le città del silenzio

AREZZO

I.

Arezzo, come un ciel terrestro è il lino

cerulo, il vento aulisce di viola.

Ove sono Uguccion della Faggiuola

e il cavalier mitrato Guglielmino?

Non vedo Certomondo e Campaldino,

né Buonconte forato nella gola.

Alla tua Pieve il balestruccio vola;

in San Francesco è Piero, e il suo giardino.

Non vedo nella polve i tuoi pedoni

carpone sotto il ventre dei cavalli

con le coltella in mano a sbudellarli.

Van sonetti del tuo Guitton, canzoni

del tuo Petrarca per colline e valli;

e con voce d'amore tu mi parli.

II.

Bruna ti miro dall'aerea loggia

che t'alzò Benedetto da Maiano.

Fan ghirlanda le nubi ove Lignano

e Catenaia e Pietramala poggia.

E fànnoti ghirlande i tralci a foggia

di quelle onde i tuoi vasi ornò la mano

pieghevole del figulo pagano

quando per lui vivea l'argilla roggia.

Or rivive pel mio sogno il liberto

grèculo intento a figurar le tigri

l'evie i tripodi i tirsi le pantere.

Arar penso i tuoi campi e, nell'aperto

solco da' buoi di Valdichiana impigri,

discoprir l'ansa infranta del cratere.

III.

Aste in selva, stendardi al vento, elmetti

di cavalieri, Costantin securo,

Massenzio in fuga, Cosra morituro,

e le chiare fiumane e i cieli schietti!

Come innanzi a un giardin profondo io stetti,

o Pier della Francesca, innanzi al puro

fulgor de' tuoi pennelli; e il sacro muro

moveano i fiati dei pugnaci petti.

Ma il Vincitore e il Labaro e Massenzio

e la bella reina d'Asia oblìa

il mio cor; ché levasti più grand'ala!

Presso l'arca del crudo Pietramala

vidi il fiore di Magdala, Maria.

E un greco ritmo corse il pio silenzio.

IV.

Forte come una Pallade senz'armi,

non ella ai piè del mite Galileo

si prostrò serva, ma il furente Orfeo

dissetò arso dal furor dei carmi.

Qui da tristi occhi profanata parmi,

mentre a specchio del Ionio o dell'Egeo

degna è che s'alzi in bianco propileo

come sorella dei perfetti marmi.

Ellade eterna! Non il vaso d'olio

odorifero è quel di Deianira,

ov'essa chiuse il dono del Biforme?

Per lei Ristoro ode cantar le torme

degli astri, come il Samio; e su la lira

Guido Monaco tenta il modo eolio.

 

CORTONA

I.

O Cortona, l'eroe tuo combattente

non è già quel gagliardo che s'accampa

giuso in Inferno alla penace vampa

ove si torce la perduta gente?

Pur le Vergini crea la man possente

e i Chèrubi, usa all'affocata stampa,

come l'Etrusco orna la dolce lampa

e di macigni alza la porta ingente.

Chiusa virtù d'antiche primavere,

urbe di Giano, irrompe nel tuo Luca.

Maravigliosamente in lui tu vigi.

Forza del mondo è il tuo robusto artiere.

Sparvero come in vortice festuca

i tuoi tiranni Uguccio ed Aloigi.

II.

O Corito, perché la Lampa è priva

di nutrimento? Io vidi messaggera,

grande come Calliope, leggera

come Aglaia, recar l'olio d'oliva.

Ecco, nel bronzo la Gorgóne è viva;

nuota il delfino, corre la pantera;

segue le melodíe di primavera

Sileno su la fistola giuliva.

Bacco e gli aspetti delle Essenze ascose

fan di fecondità ricco il metallo.

Or versa nel suo cavo l'olio puro!

La vital Lampa in cui l'arte compose

tra mostri e iddii l'Onda marina e il Phallo,

tu sospendila accesa al dio futuro.

III.

Dirompendo col vomere l'antica

gleba etrusca il bifolco, a Sepoltaglia,

all'Ossaia, la spada e la medaglia

scopre laddove ondeggerà la spica.

Chi sa, nell'ansia della sua fatica

sotto l'ignea fersa, non l'assaglia

un sùbito furore di battaglia

a trionfar la sorte sua nemica!

Muzio Attèndolo Sforza nella rovere

di Cotignola gitta il suo marrello

e ferrato cavalca al gran destino.

Sono le glebe tue fatte sì povere,

o Italia, che non sórgavi un novello

Eroe dall'aspro sangue contadino?

 

BERGAMO

I.

Bergamo, nella prima primavera

ti vidi, al novel tempo del pascore.

Parea fiorir Santa Maria Maggiore

di rose in una cenere leggera.

E per l'aer volar pareano a schiera

i chèrubi fuggiti da Trescore,

quei che Lorenzo Lotto il dipintore

alzò fra i tralci della Vigna vera.

Davanti la gran porta australe i sassi

deserti verzicavano d'erbetta,

quasi a pascere i due vecchi leoni.

Dolce correa per la città dei Tassi

la melode a destar la verginetta

Medea sepolta presso il Coleoni.

II.

Destarsi la dormente, qual la pose

su l'origlier di marmo l'Amadeo:

gli occhi aprirsi, le labbra LAUS DEO

clamare, le due mani sparger rose:

quest'opere vid'io meravigliose

del lene April; ma in vetta al mausoleo,

tutt'oro l'arme, il gran Bartolomeo

pronto imperar tra le Virtù sue spose.

Non diemmi forse l'alto Condottiere,

benigno a' suoi ed a' nimici crudo,

col suo gesto il segnal della riscossa?

Oh seme delle nostre primavere!

Triplice egli ebbe nell'invitto scudo

il carnal segno della maschia possa.

III.

L'ombra canuta del Guerrier sovrano

a Malpaga erra per la ricca loggia,

mutato l'elmo nel cappuccio a foggia,

tra i rimadori e i saggi in atto umano.

E tu, Bergamo, il suo sepolcro vano

chiudi. Ma all'aspro vento che da Chioggia

sìbila è vivo! Ancor di strage ha roggia

l'unghia e la pancia il suo stallon romano.

Stretto nel pugno il fólgore di guerra,

i fanti contra Galeazzo ei sferra

tonando co' mortaro e la spingarda.

Arcato il duro sopracciglio, ei guarda

di su la manca spalla irta di piastra;

e, bronzo in bronzo, nell'arcion s'incastra.

 

CARRARA

I.

Carrara, morti son vescovi e conti

di Luni, e son dispersi i loro avelli;

gli Spinola e Castruccio Antelminelli

son morti, e gli Scaligeri e i Visconti;

ed Alberico che t'ornò di fonti,

gli antichi tuoi signori ed i novelli.

Ma su quante città regnano i belli

eroi nati dal grembo de' tuoi monti!

Quei che li armò di soffio più gagliardo,

quei fa su te da vertice rimoto

ombra più vasta che quella del Sagro.

E non il santo martire Ceccardo

t'è patrono, ma solo il Buonarroto

pel martirio che qui lo fece magro.

II.

Su la piazza Alberica il solleone

muto dardeggia la sua fiamma spessa;

e, nel silenzio, a piè della Duchessa

canta l'acqua la rauca sua canzone.

Dalla Grotta dei Corvi al Ravaccione

ferve la pena e l'opera indefessa.

Scendono in fila i buoi scarni lungh'essa

l'arsura del petroso Carrione.

S'ode ferrata ruota strider forte

sotto la mole candida che abbaglia,

e il grido del bovaro furibondo,

ed echeggiar la bùccina di morte

come squilla che chiami alla battaglia,

e la mina rombar cupa nel fondo.

III.

Arce del marmo, in te rinvenni i segni

che t'impresse la forza dei Romani;

sculti al sommo adorai gli Iddii pagani;

e dissi: «O Roma nostra, ovunque regni!».

Dissi: «O mio cuore, or fa che tu m'insegni

la rupe che foggiar volea con mani

di foco il grande Artier, sì che i lontani

marinai la vedesser dai lor legni».

E dal Sagro alla Tecchia, da Betogli

al Polvaccio, da Créstola alla Mossa

cercai l'arcana imagine scultoria.

Tutta l'Alpe splendea d'eterni orgogli.

«O cuor» dissi «il tuo sangue sì l'arrossa!»

E in ogni rupe vidi una Vittoria.

 

 

Le città del silenzio

VOLTERRA

Su l'etrusche tue mura, erma Volterra,

fondate nella rupe, alle tue porte

senza stridore, io vidi genti morte

della cupa città ch'era sotterra.

Il flagel della peste e della guerra

avea piagata e tronca la tua sorte;

e antichi orrori nel tuo Mastio forte

empievan l'ombra che nessun disserra.

Lontanar le Maremme febbricose

vidi, e i plumbei monti, e il Mar biancastro,

e l'Elba e l'Arcipelago selvaggio.

Poi la mia carne inerte si compose

nel sarcofago sculto d'alabastro

ov'è Circe e il brutal suo beveraggio.

 

VICENZA

Vicenza, Andrea Palladio nelle Terme

e negli Archi di Roma imperiale

apprese la Grandezza. E fosti eguale

alla Madre per lui tu figlia inerme!

Bartolomeo Montagna il viril germe

d'Andrea Mantegna in te fece vitale.

La romana virtù si spazia e sale

per le linee tue semplici e ferme.

Veggo, di là dalle tue mute sorti,

per i palladiani colonnati

passare il grande spirito dell'Urbe

e, nel Teatro Olimpico, in coorti

i vasti versi astati e clipeati

del Tragedo cozzar contra le turbe.

 

BRESCIA

Brescia, ti corsi quasi fuggitivo,

nell'ansia d'una voluttà promessa!

Ed ebbi onta di me, o Leonessa,

per la vil fiamma che di me nudrivo.

Sol cercai nel tuo Tempio il vol captivo

della Vittoria, con la fronte oppressa.

Repente udii su l'anima inaccessa

fremere l'ala di metallo vivo.

Bella nel peplo dorico, la parma

poggiata contro la sinistra coscia,

la gran Nike incidea la sua parola.

«O Vergine, te sola amo, te sola!»

gridò l'anima mia nell'alta angoscia.

Ella rispose: «Chi mi vuole, s'arma».

 

RAVENNA

Ravenna, Guidarello Guidarelli

dorme supino con le man conserte

su la spada sua grande. Al vólto inerte

ferro morte dolor furon suggelli.

Chiuso nell'arme attende i dì novelli

il tuo Guerriero, attende l'albe certe

quando una voce per le vie deserte

chiamerà le Virtù fuor degli avelli.

Gravida di potenze è la tua sera,

tragica d'ombre, accesa dal fermento

dei fieni, taciturna e balenante.

Aspra ti torce il cor la primavera;

e, sopra te che sai, passa nel vento

come pòlline il cenere di Dante.

 

 

Canto di festa per calendimaggio

Uomini, qual mai voce oggi si spera

nei campi della terra taciturna,

nelle città fatte silenziose,

nei puri solchi del rinato pane

e nelle selci delle vie maestre?

Qual parlerà vento di primavera

mentre si tace l'opera diurna,

se il giusto Sole genera le rose

presso le soglie e intorno alle fontane,

lungo le siepi e su per le finestre?

Uomini, qual s'attende messaggera

che tra le man sue certe arrechi l'urna

dei beni ignoti e, pallida di cose

ineffabili, annunzii la dimane

alla potenza del dolor terrestre?

Uomini operatori, anime rudi

ansanti nei toraci vasti, eroi

fuligginosi cui biancheggian buoni

i denti in fosco bronzo sorridenti

e le tempie s'imperlano di stille;

voi che torcete il ferro su le incudi

il pio ferro atto alle froge dei buoi,

alle unghie dei cavalli, atto ai timoni

dei carri, atto agli aratri, agli strumenti

venerandi delle opere tranquille,

voi presso il fuoco avito seminudi

artieri delle antiche fogge; e voi

negli arsenali ove dà lampi e tuoni

il maglio atroce su le piastre ardenti,

atleti coronari di faville;

e voi anche, nei porti ove la nave

onusta approda, onde si parte onusta,

che recate su l'òmero servile

con vece alterna le ricchezze impure

fluttuanti nel traffico del mondo;

o voi che a piè delle inesauste cave,

pel nobile arco e per la porta angusta,

pel tempio insigne e pel fumoso ovile,

polite nelle semplici misure

la pietra che azzurreggia o il marmo biondo;

e voi, destri in quadrar la sana trave

pel tetto, in far la madia di robusta

quercia e di bosso l'arcolaio gentile,

inchini al pianto delle fibre dure

sotto la pialla o al tornio fremebondo;

uomini solitarii, su l'erbosa

via dove giunge suono di campane

fioco e quell'erba assorda il passo raro,

dati all'opra dei padri, senza pena

e senza gioia e senza mutamento;

uomini in alleanza minacciosa

di volontà ribelli entro l'immane

opificio vorace ove l'acciaro

con suo moto infallibile balena

ostile come nel combattimento;

o uomini, oggi che il lavoro posa

e il sudore non bagna il vostro pane

e letifica tutti gli occhi il chiaro

giorno, ascoltate la voce serena

che spazia ai campi e alle città sul vento.

Or si tace stridore di metalli,

rombo d'acque, e il vostro ànsito, operai.

Stan mute nel mistero le immortali

Forze signoreggiate dai congegni

lucidi e vigilate dagli schiavi.

Il sol di maggio brilla su i cristalli

dei tetti immensi come su i ghiacciai.

Tinte in sanguigno, dentro gli arsenali

ove marcì la Gloria in vecchi legni,

le ferrate carcasse delle navi

grandeggiano deserte. O poggi, o valli,

o per ovunque nevi di rosai!

Rondini su l'argilla dei canali

molli! Ombre delle nubi e soffii pregni

di pòlline su i pascoli soavi!

Torbidi uomini, uscite dalle porte,

disertate le mura ove il tribuno

stridulo, ignaro del misterioso

numero che governa i bei pensieri,

dispregia il culto delle sacre Fonti;

però che il verbo della nova sorte

ultimamente vi dirà sol uno

che ascoltato abbia il canto glorioso

dei secoli e con gli occhi suoi sinceri

contemplato il fulgor degli orizzonti.

Sol chi si nutre della terra è forte.

Glorificate in voi la Madre! Ognuno

la sentirà presente al suo riposo.

Di beltà si faran gli animi alteri,

di nobiltà s'accenderan le fronti.

È tutto il cielo come un fermo sguardo

su voi, ma l'erbe un palpito frequente

hanno come le ciglia per soverchio

lume. E gli olivi son come una veste

di verità su i colli inginocchiati.

Il fiume lento, simile al vegliardo,

reca la verità; pure il silente

lago la custodisce nel suo cerchio

di rupi; e l'armonia delle foreste

l'accompagna, e l'allodola dei prati.

Sembra che in ogni gleba un cuor gagliardo

pulsi. Ed ecco il passato a voi presente

come un sepolcro che non ha coperchio!

Ricca è l'antica Madre onde nasceste.

La sua mammella abbeveri i suoi nati.

Poi, Sol calando, ai reduci dal puro

giòlito la Città sembri d'amore

ardere co' i palagi e le fucine,

co' i lupanari e con le cattedrali,

oh come bella, avida e furibonda!

Il gesto dell'eroe verso il futuro

amplia la piazza; sola erge il vigore

d'una gente la torre; alle ruine

auguste sopra seggono fatali

presagi; sta nell'anima profonda

la virtù del pensiero nascituro;

la volontà si tempra nel dolore;

l'atto sublime sfolgora; divine

armonie surgon dai più crudi mali.

Glorificate la Città feconda!

Quivi restò la testimonianza

della forza magnifica e pugnace

che ben commetter seppe il marmo, eletto

nei monti ad eternar la sua memoria.

Uomini, in voi glorificate l'Uomo!

Il superbo disìo della possanza

quivi trovar soleva la sua pace

nell'edificio esculto, ai cieli eretto

qual visibile canto di vittoria.

Uomini, in voi glorificate l'Uomo!

Il vestimento d'ogni alta speranza

è la bellezza. Ogni conquista audace

non par compiuta, in terra, se un perfetto

fior non s'esprima dall'umana gloria.

Uomini, in voi glorificate l'Uomo!

Or quella torna, ch'era dipartita,

del Mare Egeo mirabil Primavera?

Par che un ìgneo spirito si mova

dal santo lido ad infiammare il mondo.

Glorifichiamo in noi la Vita bella!

La bellezza escir può dall'incallita

mano del fabro, s'ei la sua preghiera

alzi verso le Forme dalla nova

anima sua piena d'ardor giocondo.

Glorifichiamo in noi la Vita bella!

Sol nella plenitudine è la Vita.

Sol nella libertà l'anima è intera.

Ogni lavoro è un'arte che s'innova.

Ogni mano lavori a ornare il mondo.

Glorifichiamo in noi la Vita bella!

 

 

Canto augurale per la nazione eletta

Italia, Italia,

sacra alla nuova Aurora

con l'aratro e la prora!

Il mattino balzò, come la gioia di mille titani,

agli astri moribondi.

Come una moltitudine dalle innumerevoli mani,

con un fremito solo, nei monti nei colli nei piani

si volsero tutte le frondi.

Italia! Italia!

Un'aquila sublime apparì nella luce, d'ignota

stirpe titania, bianca

le penne. Ed ecco splendere un peplo, ondeggiare una chioma...

Non era la Vittoria, l'amore d'Atene e di Roma,

la Nike, la vergine santa?

Italia! Italia!

La volante passò. Non le spade, non gli archi, non l'aste,

ma le glebe infinite.

Spandeasi nella luce il rombo dell'ali sue vaste

e bianche, come quando l'udìa trascorrendo il peltàste

su 'l sangue ed immoto l'oplite.

Italia! Italia!

Lungo il paterno fiume arava un uom libero i suoi

pingui iugeri, in pace.

Sotto il pungolo dura anelava la forza dei buoi.

Grande era l'uomo all'opra, fratello degli incliti eroi,

col piede nel solco ferace.

Italia! Italia!

La Vittoria piegò verso le glebe fendute il suo volo,

sfiorò con le sue palme

la nuda fronte umana, la stiva inflessibile, il giogo

ondante. E risalìa. Il vomere attrito nel suolo

balenò come un'arme.

Italia! Italia!

Parvero l'uomo, il rude stromento, i giovenchi indefessi

nel bronzo trionfale

eternati dal cenno divino. Dei beni inespressi

gonfia esultò la terra saturnia nutrice di messi.

O madre di tutte le biade,

Italia! Italia!

La Vittoria disparve tra nuvole meravigliose

aquila nell'altezza

dei cieli. Vide i borghi selvaggi, le bianche certose,

presso l'ampie fiumane le antiche città, gloriose

ancóra di antica bellezza.

Italia! Italia!

E giunse al Mare, a un porto munito. Era il vespro.

Tra la fumèa rossastra

alberi antenne sàrtie negreggiavano in un gigantesco

intrico, e s'udìa cupo nel chiuso il martello guerresco

rintronar su la piastra.

Italia! Italia!

Una nave construtta ingombrava il bacino profondo,

irta de l'ultime opere.

Tutta la gran carena sfavillava al rossor del tramonto;

e la prora terribile, rivolta al dominio del mondo,

aveva la forma del vomere.

Italia! Italia!

Sopra quella discese precìpite l'aquila ardente,

la segnò con la palma.

Una speranza eroica vibrò nella mole possente.

Gli uomini dell'acciaio sentirono subitamente

levarsi nei cuori una fiamma.

Italia! Italia!

Così veda tu un giorno il mare latino coprirsi

di strage alla tua guerra

e per le tue corone piegarsi i tuoi lauti e i tuoi mirti,

o Semprerinascente, o fiore di tutte le stirpi,

aroma di tutta la terra

Italia, Italia,

sacra alla nuova Aurora

con l'aratro e la prora!

 

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