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Mayadi Gabriele D'AnnunzioLibro primo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI
Alle Pleiadi e ai Fati Gloria al Latin che disse: «Navigare è necessario; non è necessario vivere». A lui sia gloria in tutto il Mare! O Mare, accenderò sul solitario monte che addenta e artiglia te (leone sculto da qual Ciclope statuario?) un salso rogo estrutto col timone e la polèna della nave rotta, che ha la tortile forma del Tritone. Il ricurvo timon per cui condotta fu la nave nell'ultima procella con la barra tra l'una e l'altra scotta, la divina figura onde fu bella contra il flutto la prua sotto il baleno della nube che vinto avea la Stella, ardere voglio avverso il Mar Tirreno, l'ornamento superbo e il rude ordegno, le Pleiadi invocando al ciel sereno. Crepiterà nel fuoco il salso legno, su la cervice del leon proteso; e taluno vedrà di lungi il segno insolito e dirà: «Qual mano acceso ha il rogo audace? Quale iddio su l'erte rupi nel cuore della fiamma è atteso?». Non un iddio ma il figlio di Laerte qual dallo scoglio il peregrin d'Inferno con le pupille di martìri esperte vide tristo crollarsi per l'interno della fiamma cornuta che si feo voce d'eroe santissima in eterno. «Né dolcezza di figlio...» O Galileo, men vali tu che nel dantesco fuoco il piloto re d'Itaca Odisseo. Troppo il tuo verbo al paragone è fioco e debile il tuo gesto. Eccita i forti quei che forò la gola al molle proco. L'àncora che s'affonda ne' tuoi porti non giova a noi. Disdegna la salute chi mette sé nel turbo delle sorti. Ei naviga alle terre sconosciute, spirito insonne. Morde, àncora sola, i gorghi del suo cor la sua virtute. Di latin sangue sorse la parola degna del Re pelasgo; e il sacro Dante le diede più grand'ala, onde più vola. Re del Mediterraneo, parlante nel maggior corno della fiamma antica, parlami in questo rogo fiammeggiante! Questo vigile fuoco ti nutrica il mio vóto, e il timone e la polèna del vascel cui Fortuna fa nimica, o tu che col tuo cor la tua carena contra i perigli spignere fosti uso dietro l'anima tua fatta Sirena, infin che il Mar fu sopra te richiuso!
L'annunzio Udite, udite, o figli della terra, udite il grande annunzio ch'io vi reco sopra il vento palpitante con la mia bocca forte! Udite, o agricoltori, alzati nei diritti solchi, e voi che contro la possa dei giovenchi, o bifolchi, tendete le corde ritorte come quelle del suono tese nelle antiche lire, e voi, femmine possenti in oprare e partorite, alzate su le porte, e voi nella luce floridi, e voi nell'ombra curvi, fanciulli loquaci, vecchi taciturni, o vita, o morte, uditemi! Udite l'annunziatore di lontano che reca l'annunzio del prodigio meridiano onde fu pieno tutto quanto il cielo nell'ora ardente! V'empirò di meraviglia; v'infiammerò di gioia; vi trarrò dalle ciglia il riso e il pianto. Salirà dai profondi cuori un grido immenso come quel che improvviso tonò nel silenzio del giorno santo. Ornate di purpuree bende il giogo oneroso, delle più fresche erbe gli alari che il fuoco ha róso nel fervido camino; sospendete alla trave arida la ghirlanda aulente, coronate la fronte del toro, il vaso lucente, la pietra del confino. La bellezza del mondo sopita si ridesta. Il mio canto vi chiama a una divina festa. Nelle vostre rene rudi, ecco, il mio canto versa un sangue divino. Udite, udite, o figli del Mare, udite il grande annunzio ch'io vi reco sopra il vento giubilante con la mia bocca sonora, nudi nell'ombra cerula delle vele mentre vibra come nella selva il curvo legno per ogni fibra da poppa a prora e il pino dischiomato che per l'alto sal viaggia pur anco geme in lunghe lacrime la selvaggia gomma onde il cuor gli odora, uditemi! Io vi dirò quel che da voi s'attende, le vostre sorti auguste, la deità che in voi splende e il Mar che è divino ancóra. Gittate le reti su i giardini del Mare ove rose voraci s'aprono tra il fluttuare dell'erbe confuse; cogliete il ramo vivo nella selva dei coralli ove fremono eretti gli ippocampi, cavalli esigui, e le meduse trapassano in torme leni come in aere nube; cogliete i fiori equorei, molli come le piume, dolci come le ciglia chiuse; fioritene ogni albero, fioritene ogni antenna, il timoniere alla barra, il gabbiere alla penna, e il piloto che sa i cieli, e i bracci dell'àncora tenace che sa gli abissi, e le escubie, occhi della nave aperti e fissi verso i lontani veli ove s'asconde l'isola felice o la tempesta! Il mio canto vi chiama a una divina festa. La bellezza del mondo sopita si ridesta come ai dì sereni. Mentì, mentì la voce dinanzi alle dentate Echìnadi tonante nella calma d'estate verso la nave. Il giorno spegneasi entro quell'acque, fumido; come una pira ardea Paxo; Achelòo, pensoso di Deianira e del divelto corno dalla forza d'Eràcle nell'iterata lotta, respirava per la sua vasta bocca nel mare e sola la sua brama era intorno. O padre fecondatore dei piani, re violento, atroce sposo, testimonio eterno sei tu. Mentì la voce che gridò: «Pan è morto!». Ma pieno era il giorno, ma era a sommo del cerchio il Sole, il maestro dell'opre eccellenti, lo specchio infaticabile degli umani, l'amico delle fonti, la chiara faccia, il puro occhio che vede tutte le cose (udite, udite!); e tutto il silenzio dei piani l'adorava offerendo al suo fuoco le messi altrici delle stirpi, i mietitori genuflessi dalle consacrate mani, e le falci terribili, e i vasi d'argilla proni onde l'acqua trasuda, simili alle fronti madide nella fatica, tramandati dai padri nella forma immortale, e i rossi carri aspettanti il peso cereale fermi presso la bica, e le chiome delle femmine seguaci, e le criniere dei cavalli furibondi sotto la sferza crudele e la schiuma di quel furore, e le preghiere grandi su l'opra antica. Pieno era il giorno, o figli, era il Sole imminente; e tutto il silenzio dei mari l'adorava offerendo al suo fuoco l'aroma del sale purificante, la felicità dell'onda, della rupe immobile, dell'alga vagabonda, della ferrea prora, il promontorio fulvo come leone in agguato con proteso l'artiglio, il golfo dominato dalla città che dolora nelle sue mura ansiosa, e i vitrei meandri delle correnti, e i gemmei limitari degli antri che solo il vento esplora. Tutto era silenzio, luce, forza, desìo. L'attesa del prodigio gonfiava questo mio cuore come il cuor del mondo. Era questa carne mortale impaziente di risplendere, come se d'un sangue fulgente l'astro ne rigasse il pondo. La sostanza del Sole era la mia sostanza. Erano in me i cieli infiniti, l'abondanza dei piani, il Mar profondo. E dal culmine dei cieli alle radici del Mare balenò, risonò la parola solare: «Il gran Pan non è morto!». Tremarono le mie vene, i miei capelli, e le selve, le messi, le acque, le rupi, i fuochi, i fiori, le belve. «Il gran Pan non è morto!» Tutte le creature tremarono come una sola foglia, come una sola goccia, come una sola favilla, sotto il lampo e il tuono della parola. «Il gran Pan non è morto!» E il terrore sacro si propagò ai confini dell'Universo. Ma gli uomini non tremarono, chini sotto le consuete onte. Tutte le creature udirono la voce vivente; ma non gli uomini cui l'ombra d'una croce umiliò la fronte. Ed io, che l'udii solo, stetti con le tremanti creature muto. E il dio mi disse: «O tu che canti, io son l'Eterna Fonte. Canta le mie laudi eterne». Parvemi ch'io morissi e ch'io rinascessi. O Morte, o Vita, o Eternità! E dissi: «Canterò, Signore». Dissi: «Canterò i tuoi mille nomi e le tue membra innumerevoli, perocché la fiamma e la semenza, l'alveare ed il gregge, l'oceano e la luna, la montagna ed il pomo son le tue membra, Signore; e l'opera dell'uomo è retta dalla tua legge. Canterò l'uomo che ara, che naviga, che combatte, che trae dalla rupe il ferro, dalla mammella il latte, il suono dalle avene. Canterò la grandezza dei mari e degli eroi, la guerra delle stirpi, la pazienza dei buoi, l'antichità del giogo, l'atto magnifico di colui che intride la farina e di colui che versa nel vaso l'olio d'oliva e di colui che accende il fuoco; perocché i cuori umani, come per un lungo esiglio, hanno obliato queste tue glorie, Signore, e che il giglio dei campi è un gaudio eterno». E il dio mi disse: «O figlio, canta anche il tuo alloro».
LIBRO PRIMO MAIA Laus vitae I. O Vita, o Vita, dono terribile del dio, come una spada fedele, come una ruggente face, come la gorgóna, come la centàurea veste; o Vita, o Vita, dono d'oblìo, offerta agreste, come un'acqua chiara, come una corona, come un fiale, come il miele che la bocca separa dalla cera tenace; o Vita, o Vita, dono dell'Immortale alla mia sete crudele, alla mia fame vorace, alla mia sete e alla mia fame d'un giorno, non dirò io tutta la tua bellezza? Chi t'amò su la terra con questo furore? Chi ti attese in ogni attimo con ansie mai paghe? Chi riconobbe le tue ore sorelle de' suoi sogni? Chi più larghe piaghe s'ebbe nella tua guerra? E chi ferì con daghe di più sottili tempre? Chi di te gioì sempre come s'ei fosse per dipartirsi? Ah, tutti i suoi tirsi il mio desiderio scosse verso di te, o Vita dai mille e mille vólti, a ogni tua apparita, come un Tìaso di rosse Tìadi in boschi folti, tutti i suoi tirsi! Nessuna cosa mi fu aliena; nessuna mi sarà mai, mentre comprendo, mondo Laudata sii, Diversità delle creature, sirena del mondo! Talor non elessi perché parvemi che eleggendo io t'escludessi, o Diversità, meraviglia sempiterna, e che la rosa bianca e la vermiglia fosser dovute entrambe alla mia brama, e tutte le pasture co' lor sapori, tutte le cose pure e impure ai miei amori; però ch'io son colui che t'ama, o Diversità, sirena del mondo, io son colui che t'ama. Vigile a ogni soffio, intenta a ogni baleno, sempre in ascolto, sempre in attesa, pronta a ghermire, pronta a donare, pregna di veleno o di balsamo, tòrta nelle sue spire possenti o tesa come un arco, dietro la porta angusta o sul limitare dell'immensa foresta, ovunque, giorno e notte, al sereno e alla tempesta, in ogni luogo, in ogni evento, la mia anima visse come diecimila! È curva la Mira che fila, poi che d'oro e di ferro pesa lo stame come quel d'Ulisse. Tutto fu ambìto e tutto fu tentato. Ah perché non è infinito come il desiderio, il potere umano? Ogni gesto armonioso e rude mi fu d'esempio; ogni arte mi piacque, mi sedusse ogni dottrina, m'attrasse ogni lavoro. Invidiai l'uomo che erige un tempio e l'uomo che aggioga un toro, e colui che trae dall'antica forza dell'acque le forze novelle, e colui che distingue i corsi delle stelle, e colui che nei muti segni ode sonar le lingue dei regni perduti. Tutto fu ambìto e tutto fu tentato. Quel che non fu fatto io lo sognai; e tanto era l'ardore che il sogno eguagliò l'atto. Laudato sii, potere del sogno ond'io m'incorono imperialmente sopra le mie sorti e ascendo il trono della mia speranza, io che nacqui in una stanza di porpora e per nutrice ebbi una grande e taciturna donna discesa da una rupe roggia! Laudato sii intanto, o tu che apri il mio petto troppo angusto pel respiro della mia anima! E avrai da me un altro canto.
II. Io nacqui ogni mattina. Ogni mio risveglio fu come un'improvvisa nascita nella luce: attoniti i miei occhi miravano la luce e il mondo. Chiedea l'ignaro: «Perché ti meravigli?». Attonito io rimirava la luce e il mondo. Quanti furono i miei giacigli! Giacqui su la bica flava udendo sotto il mio peso stridere l'aride ariste. Giacqui su i fragranti fieni, su le sabbie calde, su i carri, su i navigli, nelle logge di marmo, sotto le pergole, sotto le tende, sotto le querci. Dove giacqui, rinacqui. Mi persuase i sonni il canto della trebbia, il canto dei marinai, il canto delle sartie al vento, l'odore della pece, l'odore degli otri, l'odore dei rosai, il gemitìo del siero giù dai vimini sospesi nella cascina, la vece delle spole nei telai notturna, il ruggir cupo dei forni accesi, il favellar leggero dell'acque pei botri, il battere della maciulla nell'aia. E parvemi talora su quei familiari suoni farsi un alto silenzio e riudire il lontano canto della mia culla. Mi destò il Sole raggiandomi la faccia. Vidi per le trame delle mie palpebre il fulgore del mio sangue. Il mozzo pendulo dal cordame gittò a me supino il suo grido, il suo grido annunziatore; e rise il lieve lido come un labbro su la bonaccia. Le secchie all'alba nel pozzo traboccanti d'acqua ghiaccia con lor croscio argentino suscitaron nel mio vigore nudo il brivido salubre del lavacro mattutino. Le allodole gloriose in alto in alto in alto dalla rocca dell'Azzurro mi chiamarono al grande assalto. I poledri violenti su la prateria molle, irsuti il pel selvaggio, coperti di rugiade come i bruchi villosi in fondo alle corolle, m'annitrirono su i vènti che parean recarmi il sentore degli ippòmani favolosi forte come un beveraggio. Cantò: «Ben venga maggio!» dal colle di ginestre chiaro la teoria coronata di canestre votive, e per le contrade e per l'anima mia trionfò Prosèrpina in veste tosca obliando Ade. Quante voci, quanti richiami, quanti inviti nell'aurore belle! Ma ebbi altri risvegli. Ebbi un letto vasto, sacro all'amor cieco e al perspicace odio; vasto sì che giacersi potessero con meco e con la mia donna la forza e la grazia, la crudeltà e la froda, la voluttà e la morte. Tra l'una e l'altra colonna pendeva una cortina grave che copria d'ombra il rito infecondo e la carne sazia, quando la concubina seduta su la proda mi guatava in silenzio con i suoi occhi instrutti nella cui notte ingombra io vedea passar gli antichi mostri e gli eterni lutti. Io t'abbandonai, O mia carne, t'abbandonai come un re imberbe abbandona il suo reame alla guerriera che s'avanza in armi tremenda e bella, ond'ei teme e spera. Ella s'avanza vittoriosa, tra moltitudini in festa che di tutti i lor beni fan conviti al suo passare. Attonito trasale il re dolce, e la sua speranza ride al suo timore; ché non sapea di tanta gioia e di tanta fame ricchi i suoi schiavi, non sé tanto possente né di tanto feroci spini pieno il suo dolce cuore. Io ti saziai, o mia carne, ti saziai come l'alluvione sazia la terra che più non la riceve ed è sommersa. Fiumi perigliosi precipitarono ruggendo sopra di te perduta. Fosti talora come uva premuta da fiammei piedi; talora come neve segnata di vestigia cruente, d'impronte oscure; talora come inerte gleba; e parvemi ch'io sentissi in te serpere ignote radici e udissi lunge stridere su la cote forse una scure. Furonvi donne serene con chiari occhi, infinite nel lor silenzio come le contrade piane ove scorre un fiume; furonvi donne per lume d'oro emule dell'estate e dell'incendio, simili a biade lussurianti che non toccò la falce ma che divora il fuoco degli astri sotto un cielo immite; furonvi donne sì lievi che una parola le fece schiave come una coppa riversa tiene prigione un'ape; furonvi altre con mani smorte che spensero ogni pensier forte senza romore; altre con mani esigue e pieghevoli, il cui gioco lento parea s'insinuasse a dividere le vene quasi fili di matasse tinte in oltremarino; altre, pallide e lasse, devastate dai baci, riarse d'amore sino alle midolle, perdute il cocente viso entro le chiome, con le nari come inquiete alette, con le labbra come parole dette, con le palpebre come le violette. E vi furono altre ancóra; e meravigliosamente io le conobbi. Conobbi il corpo ignudo alla voce, al riso, al passo, al profumo. Il suono d'un passo sconosciuto mi fece ansioso quasi melodìa che s'oda giungere nella remota stanza per chiuse porte a quando a quando, e il cuore anela. Risa belle, io già dissi il vostro numero, io vi lodai diverse come le sorgenti della terra, come le piogge nelle stagioni! Io dissi la vostra essenza invisibile, profumi, le vostre mute effusioni che pur vincono i torrenti nella rapina! Ma la voce avrà da me un canto più glorioso. Furonvi città soavi su colli ermi, concluse nel lor silenzio come chi adora; furonvi palagi snelli su logge aperte ad accoglier l'aria come chi respira, sacri alle Muse; furonvi orti irrigui, paradisi recinti come labirinti con una porta sola e mille ambagi, ove l'aura piega ogni stelo e s'invola come chi fa ghirlande e non le lega; vi furono bevande, frutti, musiche pe' nostri agi; e le melancolie.
III. O notte d'estate fra l'altre memoranda per la bellezza indicibile onde rifulse nell'ombra la mia persona mortale, quasi fosse in lei espressa l'effigie divina del Desiderio, sotto i muti baleni che facean del cielo estremo una fucina ardente! Nessuno comprenderà mai perché nel semplice atto umano io mi sentissi così bello per tutto l'esser mio: l'eguale dei Giovini trasfigurati nei miti eterni della grande Ellade. Per un'ora fui l'eguale dei trasfigurati Giovini alle soglie dei boschi e sul margine delle fonti: nell'ombra calda e sotto i muti lampi bello indicibilmente. La luna era trascorsa; dietro le opache cime vanito era il suo breve incanto. L'orrore medusèo parve impietrare la faccia sublime della notte. Non canto, non grido s'udiva. Rare gemevan l'aure. Boote guardava l'Orsa; e lacrimava il coro delle Pleiadi belle ai ginocchi del Toro; ed Orione in corsa veniva armato d'oro su le tristi sorelle; ed Erigone pura, in disparte e con elle, versava anche il suo pianto. Così viveva la gran notte, qual la mirò dai monti Orfeo. Viveva d'una vita altissima taciturna e sacra, come quando l'apollinea prole invocò: «M'odi, o iddia, desiderabile, di negro peplo vestita, cinta di astri, inspiratrice degli inni, madre dei sogni, urania e terrestre, generatrice di tutte le cose, ricchissima, oblìo delle cure, persuasiva, m'odi!». Eran nel mio petto gli inni. Ma intenti i miei occhi erano all'orizzonte ultimo che fervea come se vi sfavillasse ignìto e vivido su la vulcania incude un cuor di titano con un palpito immenso. «O cuore titanico» dissi «formidabile, palpitante al confine del cielo, te anche arde e torce il desiderio onde anelo come s'io morissi? Per quale amante? Per quale dominio? Per quale morte? Che vuoi? che vuoi? Ovunque il tuo affanno apre solchi d'arsura che all'alba le rugiade non addolciranno. Ah che anch'io questa notte saprei morir come gli eroi, uccidere un re nel suo letto o tra le spade, sciogliere una cintura forte come quella che alla Terra cingono gli antichi mari!» Immobile su la soglia io guatava con occhi arsi, sentendo in me parole alzarsi confuse, come chi delira. Dietro di me la casa umana, spenta e di cure ingombra, ove dormivano i servi, gemeva a quando a quando vana come una lira senza nervi. E parve a un tratto, lontana con la sua doglia senza ritorno, lasciarmi nella solitudine solo. Il mio palpito stesso e la rapidità dei lampi si confusero allora; furono una forza concorde che lottò con la più alta ombra, toccò Galassia e i campi, agitò il sonno dell'Aurora, svegliò tutte le corde. E io dissi: «O mondo, sei mio! Ti coglierò come un pomo, ti spremerò alla mia sete, alla mia sete perenne». E d'essere un uomo più non mi sovvenne, poi che il mio cuor palpitava su la terra e nel cielo con un palpito sì grande. E io dissi: «O figlie d'Atlante, Atlantidi, corona ardente delle Pleiadi, o Taigete, o Elettra, o Celeno, Merope fosca, e tu, Maia dall'affocata faccia, Asterope, Alcyone, scendete ai miei giardini!». E così dicea vanamente per tendere le braccia, per volontà di chiamare, per amor dei nomi divini. Il silenzio era vivo come un'anima sparsa che ascolti e attenda senza respiro. Un'ala si mosse, una foglia cadde, un calice si schiuse, traboccò una fonte, una lingua lambì l'acqua, un'orma calcò l'erba, un balzo ruppe uno stelo, un foco vano rigò l'aria, un odor si diffuse umido nella caldura. Tutti i miei sensi vigilavano, nell'attesa della gioia oscura. Una bellezza indicibile io sentìa spandersi per le mie membra, come chi trasfigura. «Che vuoi? che vuoi?» Immobile stetti come i simulacri esangui; poiché ogni cosa attraeva il mio gesto ma il mondo parea vanire. «Che vuoi? che vuoi?» Dalle mie stesse vene pareami essere attorta l'anima come da mille angui con torride e gelide spire, «Che vuoi? che vuoi?» E un lampo discoperse la vite meravigliosa, gravida di grandi grappoli, frondosa di fosche fronde, con le radici immerse nelle virtù profonde. «Morire o gioire! Gioire o morire!» Ah, poter di côrre dal ciel più lontano un pugno d'astri pareami fosse nella mia mano fatta onnipossente dal cor che in me fervea! E il grappolo più grande colsi avidamente, che pesava d'ambrosia come la mammella ineffabile d'una dea data all'adolescente per gioire e morir quivi. Gli acini eran vivi d'inesausto calore alle mie dita di gelo. Sentii ne' precordii l'odore del pampino lacerato come d'un velo arcano che si fendesse. O Vita, quel parvemi il primo e l'ultimo tuo dono, e che i miei giovini denti mai polpa d'opimo frutto avesser morso né mai bevuto agreste sorso le mie labbra sanguigne. L'odore di tutte le vigne sentii ne' precordii capaci e di tutti i mosti il sapore, ebbi le vendemmie spumanti di tutti gli autunni feraci nel cuore, e le feste i canti l'urto dei piè danzanti il suono dei flauti frigi, e Lesbo rossa di faci pel natale del vino e l'onda corale e il passo del lidio coturno, o Vita, quando la mia bocca vergine di baci diedi al tuo grappolo notturno. Allora, come una statua dalla voluttà della Notte espressa, una forma silenziosa biancheggiò nell'ombra terribile; e trasalii. Una luce fatua sorse come una colonna tremante nell'ombra soffocata; e trasalii. Non dissi: «O donna, chi sei tu?». Non chiesi: «D'onde venuta, di quali iddii messaggera?». Ma la conobbi subitamente, muta ed eloquente. Per sentieri profondi tratta me l'avea sola dall'armonia dei mondi il Desiderio. Non dissi: «Parla!». Ma mi volsi a ghermire il suo corpo discinto, che fresco sentii quasi fosse balzato da polle rupestri. Né per baciarla la bocca detersi dal succo del grappolo molle; ché il divino Istinto mi volle dei due beni diversi comporre una gioia infinita. O Vita, o Vita! O notte d'estate fra l'altre memoranda, in cui la mia carne compì l'umano atto fugace sotto la specie dell'Eterno! O notte in cui viver mi parve figurato nel violento mito che divennemi un segno sacro per le vie della terra ove tolsi tutti i miei beni!
IV. E come l'esule torna alla cuna dei padri su la nave leggera: il suo cor ferve innovato nell'onda prodiera, la sua tristezza dilegua nella scìa lunga virente: io così sciolsi la vela, coi compagni molto a me fidi, in un'alba d'estate ventosa, dall'àpula riva ove ancor vidi ai cieli erta una romana colonna; io così navigai alfin verso l'Ellade sculta dal dio nella luce sublime e nel mare profondo qual simulacro che fa visibili all'uomo le leggi della Forza perfetta. E incontrammo un Eroe. Incontrammo colui che i Latini chiamano Ulisse, nelle acque di Leucade, sotto le rogge e bianche rupi che incombono al gorgo vorace, presso l'isola macra come corpo di rudi ossa incrollabili estrutto e sol d'argentea cintura precinto. Lui vedemmo su la nave incavata. E reggeva ei nel pugno la scotta spiando i volubili vènti, silenzioso; e il pìleo tèstile dei marinai coprivagli il capo canuto, la tunica breve il ginocchio ferreo, la palpebra alquanto l'occhio aguzzo; e vigile in ogni muscolo era l'infaticata possa del magnanimo cuore. E non i tripodi massicci, non i lebeti rotondi sotto i banchi del legno luceano, i bei doni d'Alcinoo re dei Feaci, né la veste né il manto distesi ove colcarsi e dormir potesse l'Eroe; ma solo ei tolto s'avea l'arco dell'allegra vendetta, l'arco di vaste corna e di nervo duro che teso stridette come la rondine nunzia del dì, quando ei scelse il quadrello a fieder la strozza del proco. Sol con quell'arco e con la nera sua nave, lungi dalla casa d'alto colmigno sonora d'industri telai, proseguiva il suo necessario travaglio contra l'implacabile Mare. «O Laertiade» gridammo, e il cuor ci balzava nel petto come ai Coribanti dell'Ida per una virtù furibonda e il fegato acerrimo ardeva «o Re degli Uomini, eversore di mura, piloto di tutte le sirti, ove navighi? A quali meravigliosi perigli conduci il legno tuo nero? Liberi uomini siamo e come tu la tua scotta noi la vita nostra nel pugno tegnamo, pronti a lasciarla in bando o a tenderla ancóra. Ma, se un re volessimo avere, te solo vorremmo per re, te che sai mille vie. Prendici nella tua nave tuoi fedeli insino alla morte!» Non pur degnò volgere il capo. Come a schiamazzo di vani fanciulli, non volse egli il capo canuto; e l'aletta vermiglia del pìleo gli palpitava al vento su l'arida gota che il tempo e il dolore solcato aveano di solchi venerandi. «Odimi» io gridai sul clamor dei cari compagni «odimi, o Re di tempeste! Tra costoro io sono il più forte. Mettimi alla prova. E, se tendo l'arco tuo grande, qual tuo pari prendimi teco. Ma, s'io nol tendo, ignudo tu configgimi alla tua prua.» Si volse egli men disdegnoso a quel giovine orgoglio chiarosonante nel vento; e il fólgore degli occhi suoi mi ferì per mezzo alla fronte. Poi tese la scotta allo sforzo del vento; e la vela regale lontanar pel Ionio raggiante guardammo in silenzio adunati. Ma il cuor mio dai cari compagni partito era per sempre; ed eglino ergevano il capo quasi dubitando che un giogo fosse per scender su loro intollerabile. E io tacqui in disparte, e fui solo; per sempre fui solo sul Mare. E in me solo credetti. Uomo, io non credetti ad altra virtù se non a quella inesorabile d'un cuore possente. E a me solo fedele io fui, al mio solo disegno. O pensieri, scintille dell'Atto, faville del ferro percosso, beltà dell'incude! E contemplai, di contro a Same dai foschi cipressi, Itaca petrosa, il Nèrito aspro nudato, la patria angusta di quella incoercibile Forza. E veder parvemi il tetto securo, la soglia polita, le stanze purgate dai morbi con fumido solfo, le fanti dai cinti vermigli intente a forbir seggi e deschi con le spugne lor cavernose o a torcere i lor fusi versatili o a scardassare le lane, e la tarda nutrice Euriclèa che valse già venti tauri, e l'economa Eurinòme, e Femio il cantore, e nell'orto cinto di pruni Laerte curvo a rincalzare l'arbusto. Or la figlia d'Icario guatava la torma dell'oche clamose beccare dal truogo il biondo fromento, e niuna aquila calata dal monte franger la cervice alle imbelli come nel sogno antico. Ma il talamo vasto, tutto di legno d'olivo lavorato di man dello sposo, confitto con chiovi d'argento saldamente al ceppo natìo che abbarbicato era con ferme stirpi alla durezza terrestre, il talamo antico d'Ulisse anco una volta deserto si stava, e per sempre, sotto la pelle bovina cui rodean le vigili tarme. «Deh, un qualche iddio mi rapisca, O mi fieda Cintia d'un telo!» Rammaricavasi acerba la moglie incorrotta. E la casa di strepitosi chieditori sonante e di danze e conviti ripensava ella nel tristo suo petto. E improvviso a rancore pestifero cedea la più che ventenne costanza! Fatta era l'alta reina simile a femmina ancella, poiché queste dicea parole: «Deh, avess'io scelto a marito il più ricco e valente dei Proci, accolto avessi il figlio di Polibo Eurìmaco o il figlio d'Eupite Antinòo, e seco passata io fossi ad altra dimora, più tosto che attendere l'uomo cui solo è talamo grato la tolda a sciogliervi il cinto dell'onda!». E il savio Ulissìde Telemaco dal suo seggio coperto di velli manosi governava i porcari. E il pallido adipe, onde un disco recato avea Melanzio ai Proci con la panca e la pelle e la brace perché si scaldasse e ugnesse e ammollisse il nervo dell'arco nel dì della strage, l'adipe grave su l'epa cresceva e pe' lombi e nel collo del savio Ulissìde. E partiva il suo letto di belle coltrici adorno con una florida fante ei che, ospite imberbe, mirato avea splendere Elena a Sparta e ricevuto il bel peplo da Elena e bevuto il nepente di Elena alla mensa ospitale. «Contra i nembi, contra i fari, contra gli iddii sempiterni, contra tutte le Forze che hanno e non hanno pupilla, che hanno e non hanno parola, combattere giovami sempre con la fronte e col pugno con l'asta e col remo col governale e col dardo per crescere e spandere immensa l'anima mia d'uom perituro su gli uomini che ne sien arsi d'ardore nell'opre dei tempi. Sol una è la palma ch'io voglio da te, o vergine Nike: l'Universo! Non altra. Sol quella ricever potrebbe da te Odisseo che a sé prega la morte nell'atto.» Tali volgea pensieri il Re sul ponto oscurato. O Itaca dura di rupi, l'ombra che tu protendesti nell'occaso del Sole tal fu per l'anima mia qual pel figlio della dogliosa nereide lo stigio lavacro! Caduto era ogni soffio. Nelle anse di Same sonore placavasi il rombo come nelle ritorte bùccine quando il dio cessa d'enfiarle col labbro salino. Simili a sarisse di bronzo nel macigno confitte i lacrimabili cipressi, interrotto il gemito amaro, parevano pronti a ferire. Scorgeasi la glauca Zacinto lungi, e il Cillene, e la costa crassa cui nutre di molta rapina il selvaggio Achelòo. Salir vidi un placido fumo allora, di tra gli oleastri che coronan col segno del buon lottator la Petrosa; e dolsemi il cor dentro al petto, ché pel sangue mi corse pensier della madre lontana, pensier delle dolci sorelle e del mio focolare. E m'apparve il bel fiume ove nato fui di stirpe sabella, Aterno di rossa corrente cui cavalca il ponte construtto di carene di travi d'ormeggi, spalmato di pece, in vista al monte nevoso che ha forma d'ubero pieno. E la tomba m'apparve sul poggio chiomante di pini, ove il padre riposa le sue grandi ossa ond'io m'ebbi tempra sì dura. E dissi nell'ombra: «O sorelle, tre come le porte del tempio, tre come il trifoglio dei paschi, tre come le Càriti leni, la prima dai floridi ricci salubre qual cespo di menta in docile rio, la seconda a me simigliante nel vólto ma quasi d'un velo soffusa argenteo sì ch'io mi creda specchiarmi in sul fare dell'alba a un fonte di acque serene, la terza dagli occhi bovini robusta qual fu giovinetta la figlia di Rea, della madre sostegno ridente, o mie dolci sorelle, non io vi obliai e di me voi favellate nel vespero forse, dal tetto arguto di nidi guardando verso l'Adriatico Mare. Pur, se taluna di voi improvviso mirasse l'aspetto della mia Libertà, d'orror tremerebbe e di spavento, perduto credendo il fratello suo caro, per sempre perduto; né più oserebbe toccarmi né dirmi parola di pace. E bagnerebbe di pianto le incolpabili mani materne, alla misera donna pregando l'oblìo del suo nato. E lo stranier che merca e froda al publico sole, il falso mendico che ostenta nel trivio l'ulcera immonda, il marinaio rissoso che batte il fanciullo e il vegliardo parrebbero a quella men empii del caro fratello perduto! Gèniti d'un grembo, d'un sangue, d'un atto d'amore noi siamo, sorelle. E, se penso le vene su la vostra tempia non cinta più cerule e tenui dell'ombre cui le frondi pie dell'ulivo fan sul vello dell'agna che pasce da presso, io sorrido d'una tremante dolcezza e le medesime vene guardo ne' miei pallidi polsi, che battono sì violente di desiderio implacato. E le mie virtù, i miei vizii, i miei delitti, i miei gaudii letiferi, i miei operosi tormenti, le occulte mie glorie, i sogni indicibili, tutto il fiume rapace del mio essere tingemi i polsi di quel vostro azzurro sì lieve! O consanguinei fiori, o pure ghirlande sospese alla fronte del focolare, s'io torni ove nacqui, in tema starò sorridente dinanzi alla vostra allegrezza come il viandante che sosta e parco è di chiare parole ché agli ospiti cela il suo stato. Ma tu, o madre mia forte, che mi generasti con tante grida nel mese fecondo che da Marte si noma, entrando il Sole nel segno dell'Ariete durocozzante, mentre passavan sul nostro tetto col volubile nembo i pòllini di primavera, tu subitamente svelato m'accoglierai tutto qual sono nella luce del tuo dolore. Qual sono, per te sarò sacro, per te gloriosa in patire e resistere, o madre! E tu, che immota rimani a costringer nelle tue braccia come in ferrea zona la casa fenduta dai fulmini, il soffio dell'immenso mondo in me sentirai vorticoso, senza terrore, e tutto saprai, pur quello che ignoto mi sta nel profondo, pur quello che sta nel Futuro, inspirata di conoscenza celeste. E mi dirai: «O figlio, t'ho fatto di vita sì breve e d'insaziabile cuore! Giusto è che tanto t'affretti a cercare a lottare a volere, lontan dalla madre che farti non seppe immortale». Gloria al tuo capo, o madre! Sii tu testimone sublime di mia verità sotto il cielo. O Solitaria, o Dolorosa, o Paziente, non sono io forse il tuo grido? Il tuo inconsapevole grido che, riconosciuto, si spande su gli uomini e reca ai più puri la tua speranza divina. O madre, sia gloria al tuo capo!». Queste la mia tristezza diceva parole, nell'ombra d'Itaca aspra di rupi. E parve dal mare profondo salirmi al petto una forza silente, in cui palpitavan le amiche Pleiadi, quando a notte supino, col vólto alle stelle, giacqui presso l'Occhio di prua.
V. Dal golfo corintio, dal cuore dell'Ellade il vento soffiò contra l'Occhio di prua, cangiò gli oleastri d'Itaca, piegò i cipressi di Same, fe' simile il mare all'irta di fiocchi egida cui Pallade scuote. Ed era il meriggio, l'ora di Pan, l'ora grande. Il Sole era al colmo dei cieli ignudo; e tutto era chiaro d'intorno, presso e lontano; e l'anima mia come l'orbe dell'incorruttibile Etra tutta era di cristallo e d'oro sospesa in su l'acque. E il grido sonò: «Sciogli! Allarga! Su le scotte di randa! Borda randa! Su le drizze di fiocco! Issa fiocco!». E il legno garriva. Il legno gemeva cricchiava rombava; la verga bicorne strideva alla trozza: la forte ralinga batteva l'aere qual furia pennata di libertà sotto pugni di ghermitori tenaci; sinché contra l'albero a pioppo ghindata fu tra fondo e testiera, ordita la scotta al paranco. E l'àurica vela fu gonfia d'un alito immenso, più bella di tutte le cose d'intorno apparite, più di noi che l'aprimmo libera, più pura e innocente del cielo, una vergine forza, un desiderio pudìco, un arco acceso d'amore pel suo segno, un candido spirto tra il duplice Azzurro tutt'ala! Egidarmata Atena, ben tu ci volesti avverso il vento perché nell'approdo alla tua terra natale io memore fossi che sol nella lotta è la gioia. Parea che l'aspra tua verginità palpitasse presente nell'ombra della gran randa solare e che tu vigilassi co' tuoi occhi cesii l'alterna opra dei naviganti e tu le imprimessi in silenzio la tua misura divina. Obliqua la nave, inclinata sul fianco, in un solco di spume fervide, prueggiava giugnendo l'altura del vento avverso qual carro la cima di ripido monte. «Orza! Poggia!» E la verga biforca passava rombando fischiando sopra le nostre fronti chine; e tutta la ben costrutta compagine sotto lo sforzo risonava come una cetra. percossa; e l'opposto bordo attignea quasi l'acqua come avido labbro che sia per bevere il sale. Era l'opra agevole e lieve qual gioco. Aperto era il novo cammino alla rapida prua, come nel coro segue l'epòdo alla duplice strofe. Itaca Same Zacinto s'inazzurravano a poppa, cangiate in elisia corona; Oxia pareva un'ara ancor rosea della ecatombe, l'Àraxo un trofeo di Titani. Oh perìstrofe gioiosa verso la pampìnea Patre! Ora meridiana d'inimitabile vita! Levità della carne, freschezza dell'anima nova, rinascimento argentino! Non rugiada al solstizio su prato di salvie e di timi fu mai sì gemmante come l'anima mia che il Sole beveva inesausta. «O dio Sole, tu la bevi ed ella rinasce, tu l'ardi ed ella s'irrora. Antico tu sei, ella è sempre recente. Tu due e due volte trasmuti la faccia del mondo, ma la stagione che in lei cresce è diversa: non estate non primavera, ma una felicità più novella.» L'aroma dei canti futuri parea nel respiro alitarmi. E io dissi: «O Ineffabile, o Ignoto, il nome per te troveranno i miei canti futuri, il nome e la lode per sempre!». E la nave era parte di me, la vela erami ala su l'òmero, la prua era la cima del cuore sagliente, il lungo proteso bompresso era il segno della fecondante potenza. E come a un amplesso d'amore io tendeva al lito ricurvo, portato dal cielo e dal mare. O Ellade, e io credetti che dal tuo grembo di marmo avuto avrei finalmente il figlio che invoco immortale! Torrido soffio affocante qual fiato di mille fornaci su l'acqua del porto oleosa e corrotta; lezzo di tetre cloache, di putridi frutti, di torbidi fumi, di fecce, di sevi, di spezie, di vini, d'acri fermenti, d'umani sudori; terribili pietre consunte dal traffico immondo, riarse da Sirio, insozzate dall'escremento dell'ebre ciurme, dei cavalli, dei buoi stupiti ancor barcollanti in lungo rullìo di tempesta; tristi anelli di nero ferro, ormeggi più tristi che vincoli di prigionieri; man tese di mendicanti, riso ambiguo di prossenèti, e frode e fame in agguato: tale m'apparve all'approdo l'antica città degli Achei artefice di diademi e di vestimenta soavi. Per le vie bianche, sotto nembi di polve una bara misera fra roche preghiere recava il cadavere esangue dal vólto scoperto simile al giallore del croco. Alzato il teologo macro su la piazza pulverulenta a lenoni e vinai disvelava con stridula voce il mistero del dio senza muscoli. E i preti scaltri, nelle tuniche sparse d'untume nauseabondi, al loquace inesperto sorridean d'un perfido riso pettinando con l'unghie ricurve le luride barbe. Diana Lafria, scomparso era il tuo tempio agile a specchio del golfo. Correa per ladre mani pecunia dolosa, più vile del cencio e del timo. Oh effigie di gloria nel chiaro metallo battuto, quadriga trionfale, deità astata, spica opima, prora invitta, terrestre e marina potenza nel fermo rilievo inconsunto, propagata bellezza di acropoli vittoriose! Non gli Apolloniasti su le triere dipinte, né i mercatanti di Tiro nel segno d'Eràcle, né i Coi, né i Rodii, né gli Ateniesi di belle parole eran quivi; ma frode e fame in agguato. E nella notte illune, quando s'accesero i fari e il libico soffio si spense e i siderei fochi incoronarono i monti e s'udi lontana la voce del mare di là dai macigni dei moli, noi tristi ridendo e cantando seguimmo il prossenèta per cupi angiporti graveolenti in cerca di meretrici. E disse un de' cari compagni, mentre un gabbier fulvo e nerbuto receva il suo vin resinato alla soglia del lupanare tra afa d'amaro sudore: «La résina geme dai pini dell'Ida, ove Paris pascendo i buoi sogna Elena di Sparta che ancóra ei non vide, promessa!». I marinai dal collo ignudo, gli stradiotti bracati, i battellieri dal braccio di bronzo e dal dorso incurvo, le flosce bagasce dalle guance rosse di fuco vile, i bardassoni più molli delle femmine esperti in muovere l'anca, la schiuma del porto, la melma del trivio, i nativi e i metèci e gli stranieri approdati da un'ora, accesi di foia, tumultuavano al lume fumido delle lucerne grasse, tracannavano il vino malvagio e la mastica arzente, mercavano copula e lue per mezza dramma. E gli sguardi come i getti della saliva lucean sul carnaio in fermento. Quivi, al dir del buon prossenèta, giunta era una donna di Pirgo formosa, nel fiore degli anni. Ma non degnava ella beare di sua forma l'ebra ciurmaglia nella fumosa taverna aspra d'urli rauchi e di pugni percossi. In penetrale remoto, su candido letto, ella attendea lo straniero opulento, il navarca magnanimo, o l'alto signore dei latifondi patrensi. Salimmo allora la scala di putrido legno, varcammo la soglia segreta; e la donna di Pirgo ci apparve nell'ombra del letto, piccola e pingue, simile a gravida capra dalle molte mammelle olente dell'irco suo sposo. Niuno di noi appressarsi ardiva alla femmina elèa. Ma uno dei cari compagni le parlò con attico accento: «O femmina elèa, non nel Minyeio d'Omero, nell'ingiocondo Anigro che scorre tra il Minthe e il Lapitha, bagnasti il fior di tue membra?». Ridemmo in giovine coro. Ella gustar l'attico sale non seppe, e scagliò contra noi l'ingiuria e i sandali. Allora ci ritraemmo, con nari occluse giù per la scala di putrido legno. Repente brancolò nell'acre tenebra ver noi una mano ignota. Qual voce d'antico sepolcro imprecava per fame novella? Ristemmo, perplessi. Al breve bagliore scorsero i nostri occhi mortali l'eterna tartarea faccia d'Atropo che taglia lo stame, dell'inevitabile Mira? Sparvero l'inganno dell'ora presente, l'angustia del luogo, il turpe clamore degli ebri; e tutti i secoli muti che avean travagliato quel vólto, incanutito quel crine, sfatto quella bocca vorace, smunto quel seno infecondo, curvato quel dorso di belva, scarnito quell'avida branca, sepolto nell'orbita cava quell'occhio ancor semivivo senza cigli ingombro di sanie e lacrimoso di sangue, i millennii d'onta e di lutto oppressero il cuor mio vivente. E l'anima mia nel mio cuore tremò d'infinita tristezza, come innanzi all'aspetto senile d'una già cognita gente, di sùbito apparsomi in fondo al funebre specchio dei tempi. Ma risero i cari compagni. E nell'artiglio proteso dalla famelica lèna io posi ridendo una dramma. Mormorò ella parole buie tra le vacue gengive con la sua voce di tomba. La grande sua bianca criniera si dileguò nella notte. E noi scendemmo la scala di putrido legno. Cedette un de' gradi all'urto del piede, s'infranse con gemito. Oh dolce, dalla soglia del lupanare, mirar le vergini stelle! E disse un de' cari compagni tornando alla nave ancorata: «Aedo, tu désti la dramma a Elena figlia del Cigno, che fatta è serva millenne d'una meretrice di Pirgo». Vidi il pastor frigio su l'Ida pascere col flauto l'armento all'ombra dei pini chiomosi, innanzi che in talamo eburno ei s'avesse Elena di Sparta. E disse il compagno: «L'estremo Eroe cui ella soggiacque nomavasi, come l'idèo rapitor suo primo, Alessandro. Su quella zona terrestre che si protende arenosa tra il Mediterraneo Mare e il Mareotide Lago, il giovine Eroe la premette; e fu la lor prole Alessandria». Alessandria! Alessandria! La forza la gioia la gloria del trionfatore d'imperi e il van balbettìo faticoso del calvo grammatico! Io dissi meco: «Se ancóra l'impronta dei lombi divini rimane laggiù nella sabbia palustre, io andrò andrò adorante». Parlava la voce del sogno. «Votò l'Eroe la sua vasta coppa. Meditò taciturno. Votare la coppa ei soleva dopo sovrumane fatiche. Da lui stanco il vino traeva una onniveggente potenza. Ei vide le Forze immortali salir dalla terra e dal ponto. Tra il Mediterraneo e il Lago segnò taciturno le sorti della Città nascitura. I Continenti oscurati eran sotto l'ombra degli alti pensieri. Ei vedea la ricchezza dei regni versarsi infinita su l'Arcipelago azzurro, dalla Città nascitura come da corno inesausto. E vennegli Elena per l'acque dai lidi argivi incurvati secondo la forma del labbro ledèo; sorridendo gli venne Elena di Sparta che Achille bramò; venne a lui col nepente la bianca Tindaride; venne recando nel cinto il profumo dell'Ellade caro al signore dell'Asia. E il Macedone scosse la figlia di Zeus nudata su le fondamenta fatali. E fu quegli l'estremo Eroe cui ella soggiacque. Poi fu polluta per notti e notti, tra il sangue e l'incendio, dai centurioni di Roma, premuta fu sotto le squamme delle loriche pesanti. Punsero l'ispide barbe la sua mammella rotonda che dava la forma alle coppe d'avorio pei conviti dei re. Nel suo ventre convulso ruggire s'udì la lussuria come rombo in conca marina. Da sola ella fu la suburra aperta all'esercito in foia. Fu manomessa dai servi, dai ladroni, dagli omicidi, dai profanatori di tombe, dai mercenarii fuggiaschi. Calpesta in polvere e in fango, lambì con la lingua lasciva le calcagna dei violenti. Soffiò dovunque il suo fiato come insanabile peste. Accrebbe i nomi del vizio. Fece innumerevoli i nomi e i modi, maestra di spintrie pei Cesari enfii di murene e roscidi di purulenza. Vecchia d'indicibil vecchiezza, tentò se le mille sue rughe servir potessero a qualche più mostruosa lascivia; ma, come in solchi di sabbia sol cresce la crambe marina, crebbevi sol la vergogna. E fu di postriboli cencio, nettò dai vòmiti i letti, gittò nel rigagno del vico le rosse urine e lo sterco, spezzò il suo ultimo dente per rodere gli ossi ed i tozzi contesi alla cagna scabbiosa. Or tu la vedesti alla porta di quella femmina elèa, crinita di grande canizie. Fu sua sapienza la frode, sudore di opere infami ne' secoli fu suo lavacro; e tuttavia biancheggiare or noi la vedemmo nell'ombra! Come neve su volutabro sta su lei la grande canizie: attonito l'occhio la mira. Ahi fior di bianchezza sublime che alle Scee mirarono i Vegli! Aedo, tu désti la dramma a Elena figlia del Cigno.» Così, questo sogno sognando nell'amarissimo cuore, tornammo alla nave ancorata. E poi ci colcammo sul ponte, il sonno invocammo dall'Orse. Tal fu la notte di Patre.
VI. Il fiato degli uomini vili fuggimmo, l'odore e il clamore degli Efimeri imbelli che quivi apparivano come la lebbra sul sen di Afrodite, la stupidità su la fronte di Pallade, negli occhi di Febo la sanie cruenta. O vigne immense eguali, pascoli d'api, coi verdi pampini illanguiditi dall'aridità presso il mare ceruleo dove Zacinto ignuda natava in silenzio come la sirena delusa che virtù non ebbe d'attrarre ai carmi la nave d'Ulisse! O grappoli sparsi in su l'aie quadrate per cuocersi al sole, densi e violacei come il crine sul collo di Saffo! Cipresso, e parvemi allora soltanto conoscer la tua meditabonda bellezza, commisto al palmite ricco, sul fianco dei colli silenti, su le correnti dell'acque, in contro al zaffiro sublime dei monti creati alle soglie dell'aria dal flauto di Pan! Oleandro, e allora t'elessi in riva ai ruscelli fiorito per inghirlandar la mia Musa che ama danzare e lottare, che tratta l'incudine e il sistro, che onora la grazia e la forza, che loda il pastore e l'eroe; t'elessi, oleandro, ti colsi per redimir le mie tempie di rose e d'alloro in un ramo. Non mai parso m'eri sì bello! E un altro da me canto avrai. Peregrinammo da Patre alla città santa d'Olimpia, al tempio di Zeus Cronide con chiusa l'offerta nel cuore. E tacita era la via; e il Sole inclinavasi all'onda occidua, con riaccesa divinità, Elio nomato per noi, Elio d'Eurifaessa. Ed èramo senza parola, tacenti, ma d'una celeste melodìa pieni il petto mortale. E talora dai monti aerei venivan messaggi per l'aere; e noi rendevamo l'orecchio, attoniti, ai suoni di Pan. Disse un de' cari compagni: «Nel plenilunio che segue il solstizio d'estate la Festa ha principio». S'udiva dietro a noi fragore di carri. E d'improvviso tutta la valle echeggiò di fragore come d'un émpito d'acque irrompenti da cataratte aperte su l'Elide. E il grido umano e il nitrito anelante squillavano sopra il fragore. «Per vincere vincere vincere!» E ci volgemmo. E vedemmo tra nembi di splendida polve una moltitudine immensa d'uomini, di cavalli, di carri condotta da mille Vittorie che armavano il cielo d'un fremito aquìleo, nube di penne di pepli di chiome impetuosa volante in aura di giovinezza. «Per vincere vincere vincere!» E tutto il Peloponneso tremò come foglia di gelso. Era su la via santa la forza dell'Ellade, mossa da un ramo d'ulivo selvaggio! Era il fior della stirpe quadruplice, la concorde e discorde anima ellèna protesa verso il serto leggiere d'ulivo selvaggio! Ionii e Dorii, Eolii ed Achei, il sangue d'Atene di Sparta di Tebe d'Elice d'Ege; le genti insulari di Nasso di Sèrifo d'Andro, di tutte le Cicladi; e i potenti di terra lontana, i tiranni sicelii, i re di Cirene, i grandi oligarchi delle città di Tessaglia e quei di Metaponto di Velia di Sibari di Posidonia ambivan l'ulivo selvaggio! E gli alti carri dipinti recavan le offerte votive: le decime tolte al bottino, le arche di cedro e d'avorio, le tavole i tripodi i vasi le lampade d'oro e d'argento, i tori e i cavalli di bronzo, i rudi colossi di pietra avvolti in lini trapunti, e le spugne il nitro la cera la pece gli aròmati gli olii. E tutti, città, re, strateghi, atleti, sacravan le offerte per vincere o per aver vinto nello stadio o in pugna campale. Gli Eretrii i Sicionii i Messenii grondavano ancóra di sangue. Le prede raccolte a Platèa eran fuse in un simulacro. La strage l'onta il servaggio facean trionfali i metalli. O Temistocle insonne, del gran Laertiade alunno, spada battuta a freddo, noi ti vedemmo sul carro che Atene ti diede, ben saldo come su trireme rostrata; e in te l'acuto sorriso era qual tempra nel ferro. E te, Pericle, anche vedemmo, o artefice della saggezza, te nato d'occulta sirena e di colui che a Micale fu vincitore nel nome d'Ebe giovinetta ridente; te anche vedemmo, che avevi nel gesto nel passo nel verbo nella cesarie ornata l'ordine divino onde fulge la pura colonna nei Propilèi di Mnesìcle, nel Partenone d'Ictìno. Ma Alcibiade, lo snello pantère versicolore che Diòniso amico èccita col batter del piede, l'auriga che al carro dall'asse d'oro agitava i cavalli più rapidi, chiamammo per nome. Grandissime offerte ei seco recava, ricchezze insigni, per dare per dar grandemente. Io gli chiesi: «E alla Vita che tanto ti diede, or tu che darai?». «Darò la mia statua scolpita dalle mie mani.» «E qual gioia ti parve più fiera?» «La gioia d'abbattere il limite alzato.» «Qual fu il tuo buon dèmone?» «Il rischio, il rischio dagli occhi irretorti.» «La buona virtù?» «Il piè leggero, Ospite, il mio piè leggero!» E gli strateghi i navarchi gli arconti passavano in carri dall'aureo timone, e i cantori i sapienti gli alunni di Clio gli artefici esperti di tutte le forme, coloro che foggiavan la sorte d'un popolo vivo, coloro che animavan l'umida argilla col pollice nudo, coloro che trasfiguravan gli aspetti dell'Essere con l'eloquenza. E vedemmo Erodòto dagli occhi d'intento fanciullo, che seco recava al consesso dell'Ellade i rotoli gravi di gloria come i fiari son pregni di miele. Vedemmo Ippia e Gorgia, vedemmo Demòstene Isòcrate Lisia; invocammo Pindaro invano. Ma splendean come astri nell'etra, come le Pleiadi e l'Orsa, nella moltitudine immensa quattordici atleti. Il fulgore dei sette e sette epinicii ardea nell'eroico sangue. Perpetuavasi il ritmo dell'olimpica Ode nei polsi del pùgile. L'ala della triade sagliente armava i mallèoli certi al corritore del lungo stadio. Ecco il bello Efarmosto d'Opunte, Ergotèle d'Imera, Psaumida di Camarina. Ecco Agesia Siracusano della profetica gente iamide, di Sòstrate prole. Ecco Alcimedonte egineta, d'Egina dai grandi navigli, della blepsiade gente. E d'improvviso apparve fiammeo di porpora coa, pari a inestinguibile vampa, nella moltitudine solo, più solo dell'aquila a sommo del monte, il monarca degli Inni. «Aquila, aquila» io dissi «onde torni sì radiante? M'odi! Rispondi! Per gli astri, pei vulcani, pei lampi, per le meteore, per tutto ciò che arde, per la sete del Deserto e il sale del Mare, odimi, volgiti all'ansia pedestre. Ch'io senta il tuo sguardo e il tuo grido fendermi il petto! Aquila, onde vieni?» «Dal Sole. Battei l'ali su la cervice del suo corsiere più bianco per affrettar la sua corsa all'ultimo Vertice azzurro.»
VII. Non templi non are non tombe non statue votive, non greggi di vittime, non teorie solenni lungh'esso il Pecile, né il coro dei bronzei fanciulli sacrato al Dio da Messana né l'opra di Càlami offerta da Agrigento, né il toro degli Eretrii, né la Vittoria di Naupatto ammirammo giungendo ai piedi del Cronio pinifero; ma una bellezza virginea come un canto partènio, diffusa nella placida sera, c'indusse una sùbita pace nel cuore, e il tumulto si tacque. E sol riudimmo vegnente dai gioghi d'Arcadia il messaggio di Pan che conduce ne' tempi il Ritorno eternale. Arcadi monti, alpe d'Acaia, messenie cime, o chiostra della valle sacra, vivere mi sembraste voi contenendo la voce della placida sera, vivere come i seni delle vergini intatte che cantano il canto partènio! Un melodioso respiro parea muovere i grandi lineamenti all'intorno e, come per una bocca dischiusa, il visibile suono volgersi al ciparissio golfo in figura di fiume declive e l'Alfeo violento inebriato d'amore con Aretusa giacersi quivi in sul medesimo letto obliando il corso rapace. Eternità del Canto! Concava tutta la valle come la testudine d'Erme, d'innumerabili corde fatta immensa, cantava ancóra il callinico inno ai Giovini vittoriosi. La lotta dell'invide stirpi placavasi nella bellezza. Nell'armonia numerosa posava la rapida forza. L'orma dei cursori avea la forma del plettro. Il disco lanciato cangiavasi in ala robusta. Il pentatlo e il pancrazio erano i fulcri dell'Ode, come il tripode solido regge lo spirto prenuncio dei fati. «O Ellade» io dissi «il tuo Coro è più delle stelle perenne!» E, poi che al Cronio la notte gemmò di stelle la fronte, solo discesi là dove il Clàdeo breve si mesce all'Alfeo tortuoso, verso le pietre infrante che mute dormivan sul suolo augusto, simili a torme di atleti dalle bianche clamidi nella vigilia dei Giuochi sotto il plenilunio d'ecatombeone giacenti. Quasi un baglior d'occhi insonni parea palpitar nelle moli dissepolte; e d'orrore tremavami l'anima in petto, andando, ché toccar temea col piede incauto la vita eroica meditante al conspetto degli astri lo sforzo per l'alba ventura. Tra le mozze colonne del tempio di Era m'apparve la tavola d'oro e d'avorio opra del sottile Colòte, ove gli Ellanodici ponean le corone d'ulivo selvaggio. Alle nari mi giunse l'odor delle calde ceneri sacrificali che faceano un tumulo ingente. Vestito di lino era il mio silenzio. Giammai nei perigli l'anima mia s'era armata di sì vigile ardire come in quell'ora di sogni tra quelle notturne ruine; ma quasi un marmoreo rigore parea m'occupasse la carne mortale. Guardai le mie mani ignude e di pallido marmo le conobbi al lume del cielo. E l'ambiguità della morte e della vita, fra i templi abbattuti, fra i dubii aliti, fra i sogni creati e distrutti, fra le parvenze intermesse, mi fece immobile innanzi alle accolte ceneri delle ecatombi che insanguinato aveano l'ara di Zeus nelle remore olimpiadi e nudrito il suo inesplebile fuoco. «O Zeus, Tiranno più grande, sei dunque caduto per sempre? Te sire di tutte le voci terribili il grido iterato dalla scitica rupe sconvolse? Lo scaltro ti vinse, che il muscolo e l'adipe ascosi avea nella pelle del toro per sottrarre l'ostia al Potente? Gli Efimeri onorano il càuto Ribelle, obliosi del tuo Ordine puro che solo generò l'Universo! La piaga che sanguina e pute nell'egro fegato, sotto il rostro del vùlture adunco, ai lamentevoli figli del Rimorso e della Paura la piaga la piaga stridente ahi più venerabile sembra che la solitaria tua fronte onde balzò l'unica nata Pallade Atena dagli occhi chiari vergine prode artefice meditabonda patrona dei vertici forti nemica del cieco tumulto lucida regolatrice del combattimento ordinato che reca al sicuro trionfo! L'odor della carne corrotta, del sudore anèlo, della febbre, dell'agonia, della putredine ha vinto l'ambrosia della tua chioma su' tuoi grandi pensieri ondeggiante, o Generatore incorruttibile. E i servi, i liberati servi inclini al sentier consueto del fango, che ne' lor cuori ignavi agognan pur sempre il servaggio, scagliano contro a te la saliva e l'ingiuria. E il lor fiato perverso appesta fin l'aer montano intorno alla scitica rupe onde il tuo Nemico furace nauseato vomisce su loro. E l'Oceano lava la graveolente lordura. O Zeus, padre del Giorno sereno, quanto più bello del vincolato ululante Giapètide parveti il monte silenzioso, di vaste vertebre, fresco di polle invisibili, aulente d'inespugnabili fiori! Numerava il piagato con rauca voce i tuoi molti delitti; e tu sorridevi, nella tua superbia, più puro dell'aerea rugiada però che ciascun tuo desìo si mirasse perfetto nell'atto e ciascuna tua stilla di sangue fosse un'eterna volontà protesa a un supremo Ordine e sol d'armonia si nudrisse la creatrice tua gioia, d'aurora in aurora. Zeus, se più bella ti parve dell'Uom vincolato la rupe alta silente nell'etra, più bella dell'Uom crocifisso è la croce, segno del Fuoco primiero ch'espressero gli Arii dal ramo duplice attrito. Deposto il cadavere molle fu di sul segno infamato; ma i cinerei servi moltiplicarono il tristo simulacro in tutte le vie della Terra ove i carri falcìferi della Potenza profondato aveano le rote sonore e le falci corusche nel carname dei vinti. O Zeus, o Zeus, t'invoco. Risvégliati, afferra il domani! La fiamma urania ti sia vomere a solcare la Notte. Travaglia travaglia la Notte, o Re folgorante! Sovverti la tenebra! Fendi il pallore! Tu solo mondare la Terra dal cumulato escremento puoi, come la noce dal mallo se per la tua grandezza è come la stilla di latte espressa dal fico immaturo Galassia che immensa biancheggia. O Zeus, Tiranno più grande, tu carico di delitti e d'oltraggi, ingombro di prede, tu solo sei l'alta Innocenza. Risolleva l'Olimpo e poi risorridi alla Terra. E, come a sua donna l'amato offre una cintura più bella, rinnova per lei l'orizzonte cui volgere io possa la prora scolpita cantando il mio canto!» Così pregai nel mio cuore notturno, fra i dischi delle colonne atterrate che un dì avean chiuso il portento fidiaco. «FIDIA FIGLIUOLO DI CARMIDE ATENIESE MI FECE.» E, come il tremante artefice innanzi al compiuto simulacro, attesi nel tuono il consentimento divino. Ma silenzioso fu il cenno del dio che vivea nel mio petto e nella olimpica notte. E della notte remota sovvennemi, del giovinetto deliro che s'ebbe i due doni da Libero e da Citerea, il tumido grappolo e il seno femineo, quando laggiù su l'incude celeste sfavillava il cuor del titano. E dissi: «O Zeus, tu anche tu anche mandami un segno su le vie della Terra. Per togliere tutti i miei beni, per cogliere tutti i miei pomi, improbe fatiche sopporto, mostri multiformi combatto che mi precludono i varchi, ma più terribili quelli, ahi, ch'entro me di repente insorgono dalle profonde oscurità dove torpe il fango delle geniture!». E, movendo i passi per l'Alti, scorgere parvemi l'ombra dell'indovino di Zeus, il responso udire improvviso «Combattere e vincere i mostri non ti varrà su la Terra se trasfigurarli non sai, Aedo, in fanciulli divini». E i campani d'un gregge sonavan tra i marmi abbattuti. Subitamente si tacque in me l'audace tumulto, come se la preghiera accolta mi fosse e compiuto il desiderio e mutato già l'orizzonte in cintura più bella e mondata la Terra e disvelata la faccia di Pan che conduce nei tempi il Ritorno eternale. E un fanciullo pastore m'apparve, il pastore del gregge: simile a riflesso di stella in tremule acque m'apparve il puerile sorriso. Al lume dei cieli biancheggiar vidi i suoi denti puri nel saluto venusto: sentii la rugiada cadere. Volto avea Boote l'obliquo timon del plaustro fra i Trioni. Sì lucida era la notte che gli arbori su le colline leggere di là dall'Alfeo segnavano l'ombre visibili. Tanto era dolce il lineamento dei gioghi che parea, come il fiume, continuamente fluire. Giaceva sul dorico tempio il gregge lanoso; gli umili velli ed i marmi augusti in tepore spirante parean convivere. Tutto era plenitudine e pace: non morte, non ruina: armonia di forme perfette, concordia del Coro infinito. Necessità, come l'urto del piè nella danza tu eri! Su l'erba colcato il pastore poggiava il florido capo al tronco d'un platano. E quivi io vigile stetti al suo fianco in silenzio. Ed èramo volti ai monti d'Arcadia, all'indizio del di nascituro. E il fanciullo mordeva mentastro odoroso, scendendogli il fiore del sonno su' cigli virginei. Caddegli il ramicello selvaggio dalla bocca aulente che al fiato eguale si schiuse. La valle parve tutta allora una cuna divina per quella innocenza. Vidi su i vertici l'Alba avvolgere al piè della Notte il lembo del suo primo velo. D'amore tremai come s'ella ver me si piegasse e dicesse: «O tu che m'attendi, io ti cerco!».
VIII. Alba apparita dal sacro Cillene, il mio canto novello salire a te non si ardisce; ma tu risplendi per sempre su le mie sorti guerriere freschissima confortatrice! Da te beve come da un fonte l'arsura della battaglia. Stendere tu suoli il tuo velo su la mia febbre animosa. Ti guardo allor che il periglio è presente, ti guardo allor che mi stringe il dolore, ti guardo allor che m'accingo a scuotere l'anima mia come arbore troppo gravato di frutti maturi, e dico: «Il mio giorno incomincia» con ineffabile gaudio entro me udendo il respiro lene del divino fanciullo. Lui sotto il platano, ancóra dormente, lasciai tra il suo gregge nell'Alti. E come dal cavo còrtice sgorga la copia del miele e liquida cola giù pel tronco insino alla ceppa: la flava ricchezza adunata dall'api sembra una gomma pingue che gema dal cuore dell'arbore, dono agli umani: così la sua grazia facea ricco il platano sterile e quasi apparia stirpe d'oro prodotta co' i rami e le frondi naturalmente alla luce. Tacito partìimi, nudato i piedi, per mezzo la bianca strage dei marmi, scendendo a riva. E la veste di lino erami grave. Mi scinsi. Palpitai nell'aere chiaro. Con qual grido in me riconobbi l'antica natura dell'acqua scagliandomi nella corrente del mitico Alfeo! Correva quel fiume in gran letto ghiaioso ardente consparso di platani di tamerici d'oleandri selvaggi; e le cicale col canto e col susurro le frondi accompagnavano il croscio robusto del rapitore. «Io Arethusa, io Arethusa!» Agili guizzavan nel gelo i muscoli all'impeto avverso resistendo; ma d'improvviso per tutta la carne un'azzurra fluidità mi ricorse e i muscoli furon su l'ossa come i fili dell'acqua turgidi contra le selci. E non più lottar volle il corpo a nuoto ma cedere tutto alla rapina sonora, ma essere quella rapina, ma perdere il limite umano, espandersi fino all'alpestre origine, correre a valle dal monte, ritorcersi in lunghi meandri, polire le rupi, l'erbe inclinare, i campi rodere, scalzar le radici, detergere il gregge, di schiume fervere, tingersi di cielo, splendere di raggi, gonfiarsi di tributi limosi, il limo deporre, chiarirsi com'aere gelido, in ogni goccia crescere impeto e brama, contro il Mar che agguaglia afforzarsi di rapidità, fiume eterno persistere nell'amarezza. «O Alfeo d'Aretusa, più vaste correnti solcan le valli terrestri, il Tànai estremo dirime innumere stirpi, termine d'imperi è il profondo Istro, il settemplice Nilo trasmuta le arene in immense biade e specchia ardui sepolcri. Ma sol tu sei regnatore nel mito, bel re cristallino! I più grandi beve per sempre l'inevitabile ponto. Morte informe in pèlaghi estingue tanta forza irrigua. Tu solo, rena d'amore immortale palpitante nell'amarezza, tu solo persisti e trascorri, puro qual nascesti dal fonte, al segno del tuo desiderio lontano. O Alfeo d'Aretusa, ch'io sia come te nel mio mare!» Mi mossi allora, temprato dal limpido gelo, mi mossi ai dissepolti simulacri che il triste ricovero chiude. Pio pellegrino, le rose del laurigero oleandro e il fior violetto dell'agno- casto io colsi tra le ruine. Tutta la valle ardeva di fiamma cerula, e il canto delle cicale era come il suono del foco celeste, talor come il crèpito chiaro degli arbusti arsi, dei fumanti aròmati. La magra terra fumava ed auliva d'incensi come il sommo dell'ara. La cenere delle ecatombi svegliarsi pareva in faville. Tintinno di tetracordi era il vento etesio nei pini. O Ippodàmia, nel rotto fronte del Tempio giacente, io vidi te sola tra Pelope e i quattro cavalli, orrendo virgineo silenzio chiuso nella gravezza del dorico peplo. Constretta nelle pieghe rigide come nelle ferree dita del Fato eri, o figlia d'Enomào. Ma il pensier tuo, sotto i folti riccioli simili alle uve della bimare Corinto mèta alla corsa fatale, immobile vivea nel fiammeo soffio dei quattro corsieri già pronti col carro. E non ebbe il Cillene non il Taigeto un abisso terribile come il tuo grembo intatto che Pelope amava. Perché di sùbito amore anch'io t'amai, genitrice d'Atreo? Perché nella memoria mi giganteggia il tuo peplo simile alla scorza d'un mondo? L'imagine in te ritrovai della perigliosa Bellezza che di sé m'accese e m'accende, virginea nel rigore del suo vestimento ordinato, urna di tutti i mali, profondità di dolore e di colpa, remota cagione di lutti infiniti, funesto silenzio ove rugge ebro di lussuria e di strage l'umano mostro nudrito d'inganni pel labirinto dei tempi. L'aspetto sublime dell'Ombra cui l'arte m'è fisa in te raffiguro, Ippodàmia. Tra l'eroe preparato e la fremente quadriga tu stai, piena il fianco regale di fertilità spaventosa, guatando la via dove spenti caddero sotto le ruote dei carri i tuoi chieditori. E il tuo padre in segreto ha fame di te; e il Tantalide è certo di premerti, al tramonto del sole, nudata e superba sopra le sue pelli di belve. E tu sei vergine ancóra; la tua cintura ti cinge di sopra il ventre velato, come il cerchio tacito gira a sommo del gorgo. Ma Tieste e Atreo nascituri e la cruenta progenie e il peso carnal dei delitti già t'affaticano il grembo. E dalla tua bianchezza immobile, o Statua sculta pel fronte sereno del Tempio, erompe il furor degli Atridi, propagansi l'odio fraterno e la libidine incesta e l'ebrietà dell'eccidio e i singulti e gli ululi e i lagni che trae dalle fauci umane la cieca percossa del Fato. O Ippodàmia, e lungi alla tempesta dei mali nella dolce luce un divino cigno canta il suo giovenile inno verso la Morte. «Recate i canestri! Versate sul fuoco l'orzo lustrale! Conducete vittima all'ara me trionfatrice dell'alta Ilio! Coronatemi il capo! All'Ellade io do la mia vita.» Chi dunque canta? La stirpe di Pelope, Ifigenìa, l'Atride cara ad Achille, ebra di gloria, futura luce dell'Ellade, innanzi alla moltitudine in arme, andando pel florido prato verso il bosco sacro d'Artèmide. «Per la mia patria e per tutta l'Ellade io muoio! Ma degli Argivi alcun non mi tocchi. Tenderò la gola in silenzio.» Ed Achille, preso il canestro, tolta l'acqua, circa l'altare corre invocando la dea per le navi e per l'aste. Rapisce la dea, sotto il ferro del sacrificatore, la vergine intatta. Prodigio! Su l'altare palpita occisa la grande cerva montana. In alto, per l'incolpato Etra, per la via de' vènti e degli astri, la suora d'Apolline reca nelle candide braccia la nata del sangue d'Atreo, o Ippodàmia, lei dormiente adagia su i gradi del tempio tàurico fatta più bella! Tal, figlia d'Enomao, che stai tra l'eroe preparato e i quattro corsieri anelanti, videro i miei occhi novelli illuminarsi l'antico mistero cui veste il tuo peplo. Un'armonia inaudita congiunse allora nel sogno la rigidità del tuo marmo alla flessibile forza in me viva; e sorsero accordi senza numero belli tra i miei spini e i miti divini. Ma la parola dell'uomo è tarda in seguir dagli abissi ai vertici l'avvolgimento dell'anima alata. Espressa in ardore di suoni non ho la figura che nutro della mia midolla più forte, o Statua scura pel fronte sereno del Tempio, né detto perché la tua fredda pietra si muti ai miei occhi nella sostanza infiammata cui l'arte mia teme e travaglia. Chi mai dunque sotto il velame scoprirà l'imagine ascosa? Forse colui che, esperto e vigile, ode in un soffio del vento rivivere i morti, rigiugnersi le parentele obliate, sotto l'incauta prole ansare il sen della Terra.
IX. E l'Erme prassitelèo sul fulcro quadrato mi parve men virile, quasi fior molle di grazia feminea, quasi desiderabile amàsio, andrògina forma venusta, poi che saziato mi fui di grandezza e di lutto. Il torace il ventre ed il pube non marmo erano ma carne cedevole. Il nitido capo dai riccioli corti, recline verso Diòniso infante, nella levità del sorriso e dell'ombre era ambiguo tra il sogno e la vita, siccome quel del pastor duplice alato che guida le anime all'Orco e il rapito armento al suo antro. Dai ginocchi agli òmeri in ritmi leggeri saliva la forza. Ma, poi che da banda mi trassi e riguardai, la forza si palesò nella guisa che l'arco allentato si tende. I lombi gagliardi, le cosce nervose, le reni falcate e salde, la cervice robusta eran degni del dio enagònio. Gravando sul piè manco il peso del corpo divino, ei reggeva col braccio inflesso il pargolo ignudo. Ei giovine assunto alla forma perfetta portava il nascente germe inteso a spandersi in gioia, a sorgere nella pienezza dell'essere e della potenza. Così per visibili segni raffigurata mi parve nel Divenire Eterno l'immortalità della Vita. «O figlio di Maia» pregai «figlio dell'Atlantide Maia dall'affocata faccia, che onoro notturna fra gli astri Pleiade dai sandali belli dal crin di giacinto, che invoco fra le sue sorelle celesti, odimi, o Criseotarso, Amico degli uomini. Scendi dal fulcro quadrato, àrmati del pètaso il capo, allaccia gli aurei talari ai mallèoli, teco togli la verga di tre rampolli, la lunga clamide, l'arpe lunata, la borsa capace, e vieni tra gli uomini. Sei pur sempre il lor nume operoso, il dio dal gran cuore, l'artiere infallibile. Vieni! Udrai e vedrai maraviglie. O Agorèo, cui piacque trattar con vólto benigno i mercatori in piazza solleciti intorno alle biade dell'Attica magra, la Terra è oggi un'àgora immensa ove non si tendono reti di belle parole ma guerra si guerreggia furente per la ricchezza e l'impero. Duci di genti son fatti i tuoi mercatori ingegnosi, duci inesorabili e insonni dal breve motto che scrolla cumuli enormi di forza. Sul flutto dell'oro ondeggian le sorti dei regni. Come l'aere l'acqua ed il fuoco, fatto è l'oro un periglioso elemento che ha i suoi nembi, i suoi vortici, le sue vampe. O Infaticabile, e sonvi terre novelle, agitate dall'alito aspro dell'antico Ocèano, dove l'umana opera è qual rabida febbre. Il vento è qual bronzo che squilli, il vento è qual riso che rida qual gioia che canti su la magnificenza e l'onta degli atti. Il verbo è una lama aguzzata a duplice taglio. La gara, che tu proteggevi nelle fulve palestre, divora le vie strepitose. Gli uomini dalla mascella belluina e dal mento di selce màsticano l'ansia qual foglia amara d'alloro. La Volontà reca intrecciati a sé il Dominio e il Piacere come i serpi al tuo caducèo. L'Istinto è un impeto sagliente, un ariete caloroso dalle inesauste reni, che si precipita sopra la vita e l'assale e la copre e sì la feconda reluttante o sommessa. Passan talora su le rosse città nuvole di speranze, quasi tempesta di ali; e s'empion d'un rombo gli orecchi degli uomini maraviglioso, ch'è il rombo degli inni futuri. Le mammelle irrìgue della Terra moltiplicarsi paiono alla cresciuta avidità della prole. Il Destino toglie da tutti gli spazii i suoi limiti, vinto e respinto per sempre dalla libertà degli eroi. O Macchinatore, e una stirpe di ferro, una sorta di schiavi foggiata nella sostanza lucente de' clìpei dell'aste degli schinieri, una serva moltitudine di Giganti impigri obbedisce ai fanciulli e alle femmine, meglio che su triere veloce al celeùste la ciurma unta di olio d'oliva. E non il flauto né il canto regola il moto con ritmo eguale; ma una potenza che non falla, simile al sano cuore nel petto dell'uomo, pulsa in quelle ossature polite e circola in ogni membro con giro iterato accelerando il lavoro. Gran fremito scuote le case. M'odi. Il gesto del paziente ilota, che trita la spelta o il latte agita nel secchio o scardassa le lane, s'immilla ne' ferrei bracci nelle ruote dentate ne' lunghi cuoi serpentini che per girevoli dischi trascorrono propagando l'impulso ai congegni sottili onde l'informe sostanza esce trasfigurata come da industria sagace d'innumerevoli dita. O Erme, i telai della lidia Aracne diurni e notturni, ove come rondini argute volavan le spole, travagliano senza canzone di vergine e senza lucerna, soli in ordin lungo strependo. Il sudore d'Efèsto su la piastra imposta all'incude profuso, è ormai vano o Erme, ché nelle fucine, come la man puerile incide la tenera canna o divide le fibre del cortice lieve, l'ordigno facile taglia distende assottiglia fóra contorce per mille guise il metallo ammassato in solidi pani. Odimi, o Inventore. E i magli, i magli più vasti delle rupi che il lacertoso Ciclope scagliò contra Ulisse tuo caro, invisibile pugno solleva e precipita in ritmo agevolmente come il fanciullo manda e ribatte volubile palla per gioco. Gioco di fanciullo era a poppa del nautico pino il chenisco, l'anitrella scolpita nella curva trave spalmata perché galleggiasse in eterno. O Erme, nave catafratta or galleggia e naviga senza vele né remi. Discende pel pendìo dello scalo nel mare compagine eccelsa come cittadella munita, corbame e fasciame di ferro testudinato di piastra a martello più salda che orbe di settemplice scudo. Gran torri soperchiano il vallo. La carena ha un cuore di fuoco onde creasi la propulsante virtù dell'ali marine che tùrbinan sotto la poppa tra ruota e timone sommerse. Atto alla guerra e alla pace, minaccioso d'armi tonanti o dei doni onusto che all'uomo fa la veneranda Demetra, il colosso equoreo solca pèlaghi ed ocèani, varca gli eurìpi i bòsfori i sacri istmi che l'uom frale recise come tu dio con l'arpe il collo d'Argo tutt'occhi. Oltre le Caspie Porte, oltre l'Atlante ove il coro delle Esperidi per sempre si tace, oltre la piaggia del Cinnamomo trapassa. Lascia l'iperbòreo lito ove non più danza e canta Apolline dall'equinozio di primavera insino al levar delle Pleiadi re dei conviti soavi. Di Taprobane a Ierne di Cerne all'Ocèano Eoo la sua scìa grande orla i lembi di quel mondo che t'appariva nel volo, o Alipede, quale macedone clamide stesa. Ma di là dalla piaggia d'Eea, di là dall'estremo Occidente, ove Elio sommerge i cavalli, trapassa ad attingere un altro mondo che sotto altre stelle si giace in duplice forma, simile a un'ala d'uccello e simile a un'orsa poggiata le zampe nell'artico gelo. E il certo piloto disegna nell'acque un cammino ben cognito a tutte le prore, sì che traccia su traccia persistevi qual nelle vie frequenti il solco dei carri. O Egemonio, m'odi. Nel mare è il certame dei regni. Il mare implacabile prende e scevera, senza fallire, le virtù delle stirpi nel tempo. Più della terra antico, nudrito di morti ma di nascimenti fecondo, più della terra è bello, più della terra è sicuro. I morti non rende, ma rende l'amore a chi l'ama tenace. La Speranza che stette al fianco dell'uomo animoso curva su la rate pelasga, la selvaggia compagna cui contra l'occhio aguzzato la palpebra rossa arrovesciavano i vènti, or fatta è donna imperiale Thalassia nomata su i vènti. Nel trono ella sta d'Amfitrite. Catenata sembra la Gloria tra le sue tempie. Il suo seno è una primavera anelante. Il suo palpito si ripercuote dai golfi e dai bòsfori azzurri del Mediterraneo Mare sino ai promontorii nimbosi della barbarica Ierne. Bùccine di mille Tritoni non vincono il chiaro clangore della sua tromba di bronzo. L'odono i popoli forti: cantando l'inno dei Padri, spingon rivali nel flutto ruggente le navi di ferro; ché necessario è navigare, vivere non è necessario. Polèna a ogni prora novella è il cuore vermiglio dell'uomo inalzato sopra la Morte. Odimi, o Enagonio. Il Taigeto ha i segugi più ardenti; ha Sciro le capre dalle mamme irrigue di latte più pingue; Argo, le armi; Tebe, i carri; ma la Sicilia ferace dà le quadrighe magnifiche, i bene bardati corsieri dal piè di tempesta. Ne' tuoi stadii l'asse tutt'oro guizza come folgore in nube. La Rapidità dalle nari di fiamma par su le tue mete lasciar vestigia d'incendio. Ierone di Siracusa, Senòcrate di Agrigento, Cromio d'Etna, fior di Sicilia, contendon la palma agli Elleni. Pindaro diademato offre agli eroi trionfali la grande coppa dell'inno. Non l'ebrietà della strofe né fronda di quercia d'olivo di pino s'attendono, o Erme, i conduttori dei carri igniti cui circo e vittoria è l'Orbe terrestre! Nel pugno non reggon le redini anguste, non figgono alle cervici dei cavalli lo sguardo. Governano ordigni più snelli che il tèndine equino ma possenti più ch'epitagma scagliato nella battaglia. Scrutano lo spazio ventoso, i piani i fiumi i monti che valicheranno. Obbedisce il pulsante metallo al tocco infallibile. Foschi son gli intenti vólti, notturni come il vólto di Ade re d'Ombre che trae Persefóne piangente. Traggono il pianto e l'affanno degli uomini i lor negri carri, il male degli uomini stretti e misti nell'alito impuro, il dolore e tutti i suoi frutti sopportano, o Erme, il piacere e i suoi fiori senza radici, e l'avida gioia e il desiderio feroce e gli inestricabili nodi delle anime chiuse nei corpi ignavi, e gli intorpiditi crimini dall'unghie rattratte, e le volontà rilucenti nei sogni come in guaine diàfane, e l'opere nate da ieri, e i messaggi dei cuori fraterni, e la copia dei beni giocondi trasportano, o Erme: le rose dei liti solari al gelo dell'Isole Scàndie. Tonando passano, in lungo ordin su cento e cento ruote concordi, con nubi e faville per traccia, passano a vespro nei piani onde fuma sommossa dal diurno travaglio la fecondità delle glebe. Sùbita s'aderge in orgoglio la stanchezza dell'uomo e guata la porpora immensa del cielo, ove come in sanguigna promessa di vita più bella par che s'addentri col peso la creatura dell'uomo. Cade la notte. O perla, o lacrima d'Espero ardente! S'accendono i fari. Nei porti le ciurme si scagliano all'orgia. Le città splendono di febbri come un astro è cinto di aloni. Col rombo il tràino amplia la notte. Odimi, precipite Nunzio, alto Messaggero celeste. L'aere notturno e diurno palpita di umani messaggi. Commessa al silenzio dell'Etra la parola attinge i confini remoti. Serpeggia silente pei bàratri equorei, sotto i nettunii pascoli; emerge lungi perfetta nei segni, narra gli eventi, conduce le imprese, congiunge le stirpi, infèrvora i forti alla gara. La voce, la voce sonora, formata dal labbro spirante, in cavo artificio s'ingolfa, di sillaba in sillaba vibra tacitamente lontana, ravvivasi come in profonda bùccina e favellare l'ascolta l'orecchio inclinato. O Viale, come le vene per entro ai marmi di Sparta e del Tènaro folte son le vie frequenti e insuete ond'è variegata la Terra. Ma la mobile fiamma, che tu eccitavi nel petto del viatore, divampa e grandeggia in cuor dell'eroe novello che vede la Gloria accosciata come la Sfinge nell'immensità dei deserti o presso le occulte sorgenti dei fiumi o su i mari di gelo. Non di parole tebano enigma propone la belva ma chiede, o Erme, la chiave sacra che vedesti nel pugno dell'antichissima Gea! D'ossa lùcono i milliari degli spaventosi cammini. O Citaredo primo, tu il bene che supera tutti désti all'uomo quando la cava testudine nata nei monti facesti sonora, le canne trasverse inserendo nei fóri tra l'un margine e l'altro, poi sul graticcio spandendo la pelle di bue, configgendo a sommo del guscio i due bracci, questi poi giugnendo col giogo. Tra l'osseo giogo e l'estremo labbro della scaglia montana, come il nervo tra i corni dell'arco, tendesti minuge di agnelli bene attorte. Sette ne tendesti, o figliuolo di Maia, per onorare le Pleiadi belle nell'Etra. E la tua cheli selvaggia fu compagna al canto dell'uomo. Or l'uomo, emulando gli audaci tuoi spiriti, seppe di legni di nervi di crini di pelli d'avorii di metalli una multiforme crearsi e multànime gente canora che popola e gonfia la profonda orchestra occultata, ove non più la thyméle santa òccupa il centro del cerchio né più presso l'ara l'aulete dalla phorbéia di cuoio col duplice flauto accompagna le strofe e la danza corale. E non il cristallo del cielo né il sinuoso velario acceso dai raggi s'allarga su la moltitudine intenta; ma simile ad alto sepolcro è il notturno teatro concluso e in sé stesso rimbomba. Come nei mari le prime onde squammose all'urto dell'euro inarcan le schiene, s'ergono e spumano, il rugghio e il tuono avvicendano a corsa, di procella tumide in vasti cumuli precipitando con un rapimento improvviso; come nei boschi le prime faville accendono i coni aridi, le morte frondi, crescono in pallide fiamme, serpeggian pe' vepri, gli arbusti mordono, il cuor selvaggio attingono carco d'aromi, conflagrano subitamente fragorose verso la nube, irraggian per tutta la valle il fulgore e il terrore; così dall'orchestra prorompe l'impeto sinfoniale. O Maestro dei Sogni, m'odi. E i Sogni inani, i tuoi lievi simulacri della quiete, le tue mute imagini erranti, giganteggiano a un tratto con vólti di bragia, s'armano d'una ossatura erculea, grande hanno il fiato e polsi hanno violenti per stringere l'anima umana e scuoterla dalle radici e svèllerla e darla al ludibrio dei desiderii! E l'Amore, o Erme, il giovinetto cnidio triste come un rogo consunto ascolta per entro a' capegli che sono un unguento stillante; languisce in un freddo sudore; poi vuota la tazza che gli offre la Morte, ove tutti i piaceri spremuti fanno un sol tòsco. Padre d'Ermafrodito, non tu creasti l'oscuro Andrògino al far della notte, ebro di melodìa in un torrente di suoni premendo l'amata da tutti Anadiomene d'oro? Noi anche, ahi sì brevi, sul lito d'Eternità sognammo le mescolanze vietate, sdegnando di saziarci pur sempre con la dolcezza dei consueti giacigli. L'opera attendemmo diversa, nata da un'incognita febbre, fatta di dolore e di gioia, pallida di ricordanze ma di presagi animosa, recante in sé la promessa e il compimento, sorella delle Stagioni divine. O Psicagogo, se all'Ade squallido condurre dovessi tu l'anima mia, se condurre dovessi tu l'Ombra del mio canto su l'asfòdelo prato incontro a Saffo sublime dal crin di viola che forse m'attende, alla riva del Lete t'indugeresti, io penso, vedendo in me trasparire queste tante ignote ricchezze. E direbbemi alate parole la tua maraviglia: «Ombra, per la luce soave onde vieni, sosta, ch'io miri da presso la tua opulenza. Come arbore sei, che curvato abbia lungamente i suoi rami nel lidio Pattòlo e gravato ne sorga e si mesca il metallo regale alla polpa dei frutti. Tanto adunque sopra la Terra deserta d'iddii può la vita anco esser ricca, Ombra d'aedo? Parte alcuna in te riconosco di ciò che fu nostro, se indago; ed è la tua parte di gioia, la tua purità sorridente. Ma innumerevoli sono le cose novelle che ignoro, e le geniture dei mostri che pur non sembran pesare alla levità del tuo passo. Ombra, non sarà che tu getti questa abondanza all'oblìo. Non varcherai la riviera. Qui farai sosta con meco. Proteggerti vuole il Parente della Cetra; ché forse talor ti sovvenne del dio Intercessore ed alcuna dottrina apprendesti da lui. Di congiugnimenti maestro fui, di concordie divine compositore sagace, perito d'innesti immortali, per moltiplicar la mia forza, aedo, e la mia conoscenza. Penetrabile fui e fecondo. Come nella mia dolce Arcadia, dopo il verno, ai tepidi giorni quando muovon le gemme, il colono fende la scorza dell'arbore e v'incastra la marza acciocché in essa si alligni: la pianta inframmessa le vene sparge nell'altra e s'appiglia; vigoreggia il succhio, il sapore del frutto si fa generoso: così, con arte inserendo nella mia sostanza diverse deità, m'accrebbi di varia potenza, molteplice ed uno. La verginità cruda e invitta di Pallade a me collegata mi fece più destro in trar prede, e nella tetràgona pietra io fui pe' mortali Ermatena. Al Cintio lungescagliante ond'ebbi la verga trifoglia, cui diedi la cheli soave, mi strinsi con patto fraterno; e quindi Ermapòlline fui. Infondermi il sangue feroce dell'uccisore di mostri, dell'eroe muscoloso dalla fronte angusta, volli io Argicida; e fui Ermeràcle. E con altri iddii mi confusi; né sdegnai gli iddii bestiali, dalla testa di cane, dal becco di sparviere, dalle mascelle di leone, estrani, onde fui Ermanubi, Ermitra, Ermosiri. Ma da due comunanze m'ebbi più gran copia di forze segrete e di gioie profonde e di visioni sublimi, Ombra d'aedo che ascolti. M'accomunai con l'Amore, col nume che fu nel principio, che sarà nella fine. Con Eros confusi il mio sangue, col bellissimo fiore cui era devota la schiera sacra degli efebi tebani; e fui pe' mortali Ermeròte. M'accomunai col Silenzio io signor del discorso ornato, dell'insidiosa facondia. Ermarpòcrate fui, col dito premuto sul labbro eloquente; ma tenni ai miei piedi il vigile gallo che col grido annunzia l'aurora. Così tutto attrassi e composi in me, tutto abbracciai, di congiugnimenti maestro, perito d'innesti immortali. Or io mi penso, Ombra d'aedo, che ben conoscesti quest'arte tra gli uomini se cumulata hai tanta ricchezza nell'anima tua giovenile. Per ciò ti concedo che sosti sul lito del fiume torpente e d'umane cose favelli col dio. Non bevere l'onda obliosa, ma, se la sete ti arda, io voglio offerirti il pomo granato che aperse Core, di Demetra la figlia pura, con le chiare sue dita. Ne prese tre soli granelli: Aidòneo re sorridea. Bella era la bocca di Core». E io ti direi rispondendo: «O Intercessore benigno, poiché tu concedi ch'io teco favelli alla riva del Lete io tutte le cose dell'uomo ti svelerò, esule dio. Ma soffri che un'Ombra d'aedo interroghi l'alto Parente della Cetra! Ermerote io ti chiamerò, Ermerote, bel sangue commisto d'Amore. Tu conducevi Euridice per mano su i violetti asfodilli, e Orfeo t'era innanzi coronato di cipresso e di mirto il capo suo d'oro. E intorno era sacro silenzio ma ad ogni passo silente gemere s'udia la gran cetra sospesa al fianco d'Orfeo... Non così fu, Ermerote? Sentisti tu tremare la man di colei che traevi dall'Ade su i cari vestigi? E obliato non hai ogni altro tremito di carne mortale tu che i miseri uomini ignudi avvincevi ai supplizii? Intorno era sacro silenzio, ma s'udia nel Tartaro lungi rombare la ruota aspra d'angui cui tu avvincesti Issione. Ed ei si volse, ei si volse, Orfeo si volse! La donna perduta fu, dallo sguardo perduta! Ritrarla dovevi nelle inesorabili fauci. Mirasti i due vólti, e quegli occhi? Euridice! Orfeo! Notte eterna. Ah parlami di quel dolore, di quella bellezza, Ermerote! E poi fa ch'io beva l'oblìo.»
X. Tornammo alla nave ancorata. La salutammo nel porto con ilare grido vedendo il candido fianco apparire. Tra le Onerarie ventrose più snella ci parve, leggera come fasèlo o liburna. L'albero la verga le sàrtie la gran randa i piccoli fiocchi il bompresso trincato le commessure del ponte le boccaporte e le cùbie e le caviglie e i bozzelli e tutti gli attrezzi minuti, canape legno metallo, amammo di vigile amore come vena per vena e nervo per nervo le membra viventi di fragile amica. Più che l'odor del mentastro ci piacque l'odor della nave. Or un de' cari compagni recato avea prigioniera in una gabbia intesta di giunco una bella cicala del regno di Pelope Eburno. E cautamente sospeso avea quella nassa terrestre a poppa, e sópravi steso un ramoscello di pino reciso nell'Alti; e si stava in ascolto avendo nel cuore l'anacreontica lode. Ma la regina del Canto, l'ebra di rugiada e di luce, su l'acqua oleosa del porto tacevasi attonita all'ombra dell'ingannevole fronda; ché il suo luogo è la cima dell'arbore o l'asta di Atena. E noi ridevamo il deluso. «Or téntala dunque col dito!» Salpammo l'àncora all'alba. Patre era avvolta di sonno torbido; ma l'alpi d'Etolia sorgevano in veste di croco, quasi Grazie pronte a danzare sul fiore del Ionio, fasciate dalla stephàne d'oro. «Forse, a piè del letto ove giace la meretrice di Pirgo invano aspettando il navarca, Elena figlia del Cigno s'accoscia e ronfia, nascosta le mille sue rughe per entro la grande sua bianca criniera» pensava taluno di noi sciogliendo la randa solare che ben da noi stessi tramata ci parve, col filo dei sogni. E vidi il fanciullo nell'Alti, in mezzo alla strage dei marmi, ignaro di quella vecchiezza. Il mattutino spiro ci volse alla porta del golfo corintio, tra i due promontorii affrontati come molossi che senza latrare protesi già fossero all'impeto ostile ma d'improvviso irretiti in non so qual divina ambage di rosei veli. E un amore dei monti indicibile era nei nostri petti, e riconoscerne i vólti ignudi e chiamarli per nome desiderammo. Ogni lume ogni ombra ogni solco ogni asprezza ci parve il segno d'un dio, l'orma d'un eroe, la fatica d'un uomo, lo sforzo d'un mostro. E dicevamo: «È il Coràce forse? è l'Aracinto? il Timfresto? o il Bomi onde sgorga l'Eveno?». Il vento gonfiava la randa; e tanto la vela era bella d'armoniale virtude che parea la scotta sua forte dovesse, pulsata da un plettro, rendere un suono di lira. E ad ogni istante gli aspetti dei monti eran nuovi, più dolci o più aspri. E se un'argentina conca appariva o un anfratto ceruleo, l'anima nostra vi si profondava per gli occhi bramosa d'attingerne l'imo come il natatore si scaglia dall'alto nell'onda ch'egli ama e sommerso tocca la sabbia o la radice dell'alga. Tuttavia perché, nella gioia e nell'avidità, ci saliva ai precordii un'ansia intermessa piegando al cammino ritroso? O amore, amore mai sazio di conoscere e d'adorare! Taluno de' cari compagni dicea: «Non vedremo la bocca dell'Eveno, e non il suo guado; non il regno di Deianira, non in Calidóne la caccia né la tomba ove corse delle Meleàgridi il pianto». Volgevansi a poppa gli sguardi per la scìa lunga virente. E l'odore dell'ecatombe sentimmo, vedemmo l'Etolia accesa di fùnebri roghi, la forza di Meleagro avvinta al tizzo dal Fato, e Deianira nel fiume torcersi abbrancata da Nesso, Eràcle con la saetta intrisa nel fiele dell'Idra passare il polmone ferino. E dicemmo: «O Ellade, tutto in te vige, splende e s'eterna. Come le barbe degli olivi per le tue piagge e i tuoi colli, come i filoni della pietra ne' tuoi monti, le geniture dei Miti ancor tengono presa l'antica virtù del tuo suolo. La gente che sega le magre tue messi, o abita le case vili a piè delle deserte acropoli, ti disconosce; e t'è più strània di quella che tolse i tuoi numi alle fronti de' tuoi templi in ruina per trarli mùtili e freddi nella sua caligine sorda. Ma i Miti, foggiati di terra d'aria d'acqua di fuoco e di passione furente, sono il tuo popolo vivo. Vivi palpitar li sentimmo sul nostro cuore umano stringendoli; e ancóra in segreto ci dissero qualche inattesa parola e ci diedero un'arme per meglio combattere o un ritmo ci appresero novo per meglio gioire. Verremo di gleba in gleba, di selce in selce noi pellegrini inchinando il cuor nostro umano su la deità che l'assempra? Ahi, l'ora è breve e il vento volubile, ed è necessario compiere altri perìpli finché la carena sia salda; e a consumabile tizzo la nostra sorte anco è avvinta. Ma ad ogni approdo intera tu sarai nel nostro fervore qual sei nel tuo triplice mare!». E, come già il Sole era presso all'ultimo vertice azzurro, scomparsa a ponente Naupatto dei Locri, a ostro Egio achea, ci apparve su l'acque il promontorio Andromàche simile a un leone sopito nel fulvo oro della sua giuba. Il vento languiva. Bonaccia grande era intorno. Udivamo a quando a quando la vela floscia battere e trepidare come un cuor moribondo, il legno per tutte le fibre alide dell'alidore celeste risponder con lungo gemito, guizzare i delfini sotto la poppa, i falchi stridere per entro i forami della rupe aurata. E la voce di prua mise un grido: «Il Parnasso!». E tutti balzammo a guatare la faccia d'Apollo apparita; però che sul tacito specchio il Monte Castalio, sublime e roseo, dominatore d'ogni altra grandezza e pur lene come se l'onda perenne del canto spetrata ne avesse la mole terrestre, assemprava ai nostri occhi attoniti e puri l'apparizione diurna del dio musagète vivente non qual nella vena del pario marmo dagli artefici è sculto a similitudine d'uomo ma qual forse il videro un tempo sul verde limite dei paschi i primi pastori proteggere i tauri e i cavalli misteriosa bellezza levata in sostanza serena. Cadde il vento. Noi tutti èramo senza parola fissi alla gran maraviglia. Sospeso era il Giorno sul nostro capo. Tutte le cose tacevano con un aspetto di eternità. L'occhio solo era vivo e veggente. O tregua apollinea, Meriggio! Qual coro avea chiuso il suo canto remoto negli echi del mare? Qual coro traeva il respiro per dare principio al suo canto? Coro di Sirene o di Parche? di Tiadi o di Muse? Il silenzio era come il silenzio che segue o precede le voci delle volontà sovrumane. Tutta la vita era a noi quasi tempio lieve senz'ombra, ch'entrammo non più morituri. O soffio etèsio, respiro meridiano del grande Mediterraneo contra il violento Cane, sùbito bàttito chioccante della vela, balzi d'un cuore che un flutto di sangue riempia, arco teso un'altra volta verso inarcati seni, alacrità delle forze, fame e sete carnali, sapore del pane e del vino, allegrezza dei corpi, dopo la pausa infinita! Oltrepassammo Andromàche, volgendoci al seno crisèo. Come dietro la negra nave dei Cretesi di Gnosso eletti dal Pitio al suo culto, un delfino agile balzava nel nostro solco veloce. Disse il Pitio lungescagliante ai navigatori cretesi: «Non prèndevi brama del cibo i precordii, come agli stanchi uomini suole avvenire quando negra nave s'ormeggi?». Seduti a poppa in corona noi avemmo ulive addolcite, pesci pescati col giacchio spiranti salsedine, caci molli che serbavano ancóra l'impronta dei vimini, fichi degni d'aver patria in Egina con l'ombelico melato di gomma, bionde uve sugose, vini chiari aulenti di pino rinfrescati in vasi d'argilla appesi alle sàrtie, e la calda màstica che dentro una goccia ha tutte le estati di Chio ricca in dolci donne e in lentischi. All'ombra della gran randa giocondamente mangiammo e bevemmo, in conspetto del gèmino Monte che il muto splendor del meriggio velava. Non era visibile a noi l'altra cima: quella ch'è sacra al Semelèio effrenato, alla deità delirante: Nisa, la cima notturna. Ma l'allegrezza nel sangue fervere sentimmo sì forte che per le nostre membra pieghevoli corse improvvisa inquietudine, quasi desiderio di danza furente e d'insano clamore. E due dei cari compagni sorsero e balzaron sul bordo co' piedi nudi a gara di destrezza in giochi rischiosi. Ed io pensai nel mio cuore gli antichi portenti appariti ai corsali tirreni quando per la còncava nave gorgogliò vino odorato e per la vela si sparse alta racemìfera vite e l'edera l'albero avvolse di corimbi e s'ebbe corona ogni scalmo. «O Cirra, o Nisa, vertici dell'anima umana, sommità del canto sereno, culmine dell'acre delirio, in breve ora noi v'attingemmo! Il chiaro silenzio adorammo ove l'ultima nota tremava del coro febèo. L'impeto selvaggio, che rende immemori l'Evie nell'orgia, or ecco sentiamo in confuso rompere dal torbido sangue.» E, la mia frenesia nel petto profondo constretta, io stava pensoso dell'uno e dell'altro mistero; quando udii stridor lieve l'aria fendere. Tesi l'orecchio in ascolto; e vennemi al labbro il sorriso, ché noto il suono m'era. «O Apollo, nel giorno tu vinci!» E la stridula voce oscillò qual canna fenduta nel vento; poi prese più forza, palpitò, si fece canora, da poppa a prua chiaramente s'udì sopra il croscio dell'acque. «La cicala! Udite, compagni, la cicala che canta!» gridai divenuto fanciullo nell'allegrezza. E tutti accorsero i cari compagni intorno alla gabbia di giunco. E, senza strepito, quivi stemmo intenti come dinanzi a famoso aedo; sì nova ci parve sul mare la voce agreste e sì novo l'aspetto della creatura vocale che non ha carne e non sangue e ignora i mali e il dolore, simigliante quasi ai Superni. Negra ma d'una cinerina lanugine ell'era coperta, che lucea qual serica veste; e grand'occhi avea due, protesi, ma tre più piccoli, rossi come le bacche cruente d'autunno, in esiguo corimbo a sommo del capo; e lunghe ali di tenue vetro nervute di foschi rilievi, il torace sparso di màcule, fatto di anella il mirabile addòme. Ognuno guatar la silvana ospite della nave parendo com'àugure incerto, facea più fraterni più giovani e vividi i vólti l'ingenuità del sorriso inclinato. Io l'àugure finsi. «Compiremo il periplo nel segno e nel nome d'Apollo; e guiderà la Cicala sacra, dal golfo crisèo insino alle acque di Delo, gli Apolloniasti d'Italia. Si nutrirà di glauca salsedine, appesa alla prora, in cella di giunco marino.» E sul lido ricurvo la Fòcide piena del nume era vaporata d'olivi come di tripodi mille, dinanzi alla nostra allegrezza.
XI. Con un alberetto volante e sue sartiette arridate a mano, il palischermo attrezzammo a vela latina. Ciascun de' compagni a vicenda governò la scotta o il timone. Le baie le conche i recessi del parnassio mare esplorammo, or chini su l'acqua ove l'ombra nostra era un miracolo verde, or sottovento seduti fuori banda sopra gli scalmi coi piedi immersi nel sale, or tratti per la gomenetta dell'àncora dietro la poppa nella scìa che ci levigava la carne con una carezza innumerevole, or al fondo sopra le stuoie supini in un sonno ch'era ogni volta una voluttà sconosciuta. Acqua marina, mollezza di cinti insolubili, sguardo venereo della segreta profondità, riso d'abisso, lasciva sorella dell'aria, madre della nuvola, come ti loderò? Ogni baia ogni conca ogni recesso ci parve più bello. Dicemmo: «Ah chi mai vide ne' giorni una maraviglia più lieta?». E desiderammo ancorare per quivi obliar nostri amori scrutando le mille figure dell'acqua. Ma l'ancoraggio contiguo ebbe più dilettose figure, colori più novi, odori più freschi. Dicemmo: «Ecco il limite. I sensi non gioiranno più oltre». E il limite fu superato. Arene gemmee come tritume di gemme, ceppaie d'alghe, chiari coralli, fuchi di porpora, negre ulve, tra fango e sabbia flessibili intrichi di lunghe erbe ove abbonda la greggia dei pesci, io compresi quel nome che i pescatori tirreni usan per lode alla valle del mare onde traggono prede più ricche: Armonia! Noi non gittammo le reti, non adoprammo le nasse; non prendemmo il grongo di carne soave, né lo scombro tondo di cerula pelle sospendemmo con le sue branchie al vimine, pei delicati sacerdoti di Delfo. Ma di voi gioimmo, Armonie! Chi mi consolerà, mentre vivo sotto cieli pur dolci, chi mi consolerà dei soli spenti, dei giorni caduti? Poggi di Fiesole, chiari sono i vostri ulivi e foschi i vostri cipressi, e i ciriegi i mandorli i meli son bianchi son rosei negli orti di Verde- spina e di Laudòmia murati, oggi che la Primavera improvvisa coglie alle spalle il lanoso Febbraio e con la sua tepida forza rivèrsagli il capo e gli chiude le palpebre con le sue dita che auliscono di rosmarino, per baciarlo in bocca e fuggire. Bellosguardo, io certo dimane verrò ne' rosai che tu porti carichi di rose ancor chiuse. Ben so che i bocciuoli saranno come i capézzoli gonfii della pubescente. Ma forse bianca sarà la tua prima rosa fiorita su pel ferro onde pende nel pozzo la secchia loquace. O collina dell'Incontro, per la finestra ti veggo tutta rosata non come le rose ma come i fiori dell'erica, tanto sono leggere le selve de' tuoi querciuoli vestite ancor della fronda autunnale che un poco rosseggia e per entro vi si scorge il tenero verde! O Poggio Gherardo, le vecchie tue mura gialleggiano come su i nodi delle viti il lichene. E sta Vincigliata morta in un negrore di lance. Odo i colpi iterati dei ronchetti, odo le cesoie dei potatori. Uomini veggo poggiar le scale ai tronchi, salire, attendere all'opra. Tanta è la bontà della terra che forse i sermenti recisi a piè degli arbori mondi non periranno ma forse faranno radici. Pur fende la terra ancor qualche aratro, e splendono i buoi tra gli olivi e tra gli oppi: chiuse han le froge nelle gabbie di giunco perché ghiotti son di germogli e cimare osano i rametti se passan rasente, bramosi fors'anco di quelle vermene che sorgon per nesto in corona dalle piaghe dei tronchi spalmate di màstice roggio. Il bifolco gli incìta; e certo egli è roco, già vecchio. Ma oggi la voce dell'uomo è d'una dolcezza infinita in questo silenzio: ogni suono ha una risonanza infinita quasi che non tanto nell'aere vibri ma e nelle glebe e in tutte le specie dei corpi. Odo talor stridore come di lima sottile che ferro morda. È colei dai piedi azzurrigni? colei che su ciascuna sua tempia ha un candido segno, una nera zona a mezzo il petto pugnace? la cingallegra selvaggia? Nel cavo dell'arbore aduna già le lanugini molli ma par che in aerea fucina l'amor suo duri aspro travaglio. San Miniato, ora il Sole si piega verso la tua faccia graziosa e abbaglia il dolente tuo dio che non l'ama. Si leva dall'Arno un vapore di perla e si diffonde pe' campi ove rilucono i fossi colmi dell'acqua piovana; ma il fumo dei tetti campestri ceruleo par tuttavia. L'Incontro s'indora e invermiglia: cangia le sue querci in coralli; ma la Vallombrosa remota è tutta di violette divina, apparita in un valco che tra due colli s'insena ah sì dolce alla vista che tepido pare e segreto come l'inguine della Donna terrestra qui forse dormente, onde quest'anelito esala. E odo, se ascolto, venire di Rovezzano il rombo delle mulina che il vecchio fromento convertono in fresca farina, ma pe' solchi tremano i fili del novo fromento e con lor treman l'ombre, e non si distingue il fil verde dall'ombra sua cerula, e tutto è un tremolio verdazzurro che parmi aver quasi ai precordii. E certo la noce bronzina che nel cipressetto riluce m'è cara, e l'orma essiccata nella redola verde che ieri fu molle di pioggia, e la pendula chiave che più non mi chiude il verziere dal dì che nel suo rugginoso cannello mellificò l'ape come in celletta di bugno. Molto al mio cuore son care le cose che odo, che veggo; e forse tutti i roseti tralascerò per quel solo anèmone aperto sul ciglio del campo! E le campane della preghiera servile, il suono che vien di Rimaggio di Candeli di Monteloro, anche amerò per una nova imagine, o Primavera, che or mi nasce guardando te sopra le file degli oppi. Simili a concave mani di nodose dita son gli oppi, che reggono tenui sfere cristalline; e tu vi trascorri sopra e le tocchi traendo da ciascuna fila un accordo sì dolce che dal ciel sgorgar fa Espero, la lacrima prima. O Primavera, o Poesia, in questa dolcezza m'indugio per consolarmi e sorrido. E certo laggiù, nella casa che biancheggia a mezzo del colle, gli infermi sorridono anch'elli beati con povere vene al davanzale che il Sole riscalda, e dietro hanno i letti ove si giacquero in doglia e l'odor dei farmachi amari. Ma la ricordanza immortale d'una bellezza più maschia, d'una voluttà più possente, mi brucia, mi crucia. E il rinato pane che trema ne' retti solchi non mi vale quel lembo di suol rossastro fra crudi sassi, ove struggemmo col fuoco la stoppia e gli aròmati forti per profumar nostra sera. Biancheggiano gli escrementi dei falchi su pe' macigni di quella caverna montana ricovero ai greggi e agli uccelli rapaci, dove sitibondi scoprimmo la vena dell'acqua? Sì chiara che n'ebbi certezza sol quando v'immersi le mani, si fredda che quando la bevvi mi dolse la nuca pel gelo. O Fedriadi ardenti come due scaglie cadute da Sirio, la vostra sublime aridità nel meriggio m'accecò gli occhi del vólto ma tutti i miei spirti agitati, come sul vaporante spiracolo i capri dell'ansio Coreta, balzarono in fiero tumulto e qual sangue d'aurore videro il vermiglio avvenire. Fumano ancor sul Cirfi i roghi? La sfinge di Nasso decapitata ma alata protende le branche sul sacro cammino? Le tre danzatrici dalle mammelle corrose danzano ancóra intorno alla colonna fogliuta di acanti? Filano ancóra sotto i due platani vasti le donne focesi, dinanzi al Fonte Castalio, vestite d'azzurro? Non la pietra umbilicale dell'Orbe ma invano cercai nella polve la tomba del figlio d'Achille! E non volli altro letto per la mia delfica notte se non la terra presàga tra i due platani vasti chiomati di fronde e di stelle. Vedute io le avea, nella sera purpurea, silenziose emergere dalla durezza dell'antro. Miste alla roccia, come le imagini sculte nelle metòpi dei templi, si tacevano in cerchio le Castàlidi; e gli occhi lor grandi eran fisi, il Passato il Presente il Futuro con un solo sguardo abbracciando. Prigioni del sasso per sempre eran elle? I piedi leggeri che tessuto aveano in figure di danza la fresca bellezza del mondo, i bei piedi leggeri di Terpsicòre constretti eran nell'inerzia rupestre? Dal nudo macigno agguagliate mi sparvero. Ma le rividi libere nel sogno ch'io m'ebbi. Venivan per le vie de' vènti com'aquile senza nido nell'alba a volo, nell'alba crepitante di mille e mille fiaccole accese che i Distruttori e i Creatori squassavano in pugno gridando di gioia coi lordi capelli coperti di bianca rugiada, con le calcagna gravi d'umida zolla e di foglie. Come stuol d'aquile senza nido, venivan le nove Castàlidi a volo nell'alba, lacere i pepli, sconvolte le chiome, odorate di sangue e d'incendio, ebre di risa e di pianti, tumultuose di forze atroci e d'amori ineffabili, piene i polsi di ritmi discordi. Venivano dai porti inferni ove tutte le lingue umane suonan fra tutti i gemiti e i rùgghii del ferro domato; venivano dalle città di lucro ove la vita cupida senza schiuma e senza sudore s'affretta su le rotaie corusche, stride su la gèmina lama che non ha guaina né punta. Visitato aveano le folte moltitudini, udito aveano i canti feroci della fame e della vendetta, bevuto aveano gli inni di libertà, gli epinicii dell'Uomo non coronato che con salde rèdini intorno all'Orbe conduce in trionfo la quadriga degli Elementi. E nella rossa fornace ove struggevasi un fiume di bronzo pel simulacro d'un eroe senza clava liberatore del Mondo, nella fornace di gloria gittato avea Calliòpe le tavolette cerate e lo stilo, Melpomène la maschera dalla gran bocca, Urania la sfera celeste, Euterpe i due flauti eburni, Terpsicòre il chiaro eptacordo, Tàlia l'ellera, Èrato il mirto, l'annunziatrice Clio il breve infinito volume, Polinnia una foglia d'alloro già morduta nella sua corsa per temprar con l'aonio aroma il lezzo febbroso delle moltitudini folte. E venivano a stormo le Vergini figlie di Zeus com'aquile senza nido, affaticate dal peso delle bellezze raccolte ne' lor vasti seni, agitate dalle forze novelle che facean tremar come l'alte colonne d'un tempio crollante i lineamenti solenni del Passato nel lor pensiere verecondo. Ed erano ardenti di fecondità, agognanti di generare una gioia una potenza e un amore sovrumani per l'Uomo, di trarre una vita divina dalla faticosa materia che gorgogliava nell'Orbe come quel fiume di bronzo in quella fornace di gloria. E su la cima d'un'alpe, che non era Libètro né Parnasso né Elicona, si posarono ansanti nell'imminenza dell'opra. Non intonarono l'inno. Il Coro d'Apolline stette silenzioso nell'alba, fiso allo spettacolo immenso. Passavano senz'ombre su le inviolabili fronti le nubi in cui la certezza del Sol nascituro era già luce, era già fiamma. Pel grembo intatto dell'alpe, che chiudea le moli profonde del marmo, sacre ai colossi ai templi ai teatri novelli, crosciavan le sorgenti, aulivano i cèspiti, i covi i favi i nidi parlavano. «Euplete! Eurètria!» S'udiva sul grido dei Portatori di fuoco irrompere a quando a quando un nome invocato come il benefico nome d'una deità imminente. «Energèia!» Fuggito dagli occhi umani era il sonno bestiale della stanchezza. Libere eran tutte le braccia dal travaglio servile, libere per l'ornamento del mondo. La cieca materia, animata dal ritmo esatto, operava indefessa su la cieca materia; l'ordegno tenea su l'ordegno la vece dell'uomo. Il supplizio carnale era bandito per sempre, il Dolore assumendo l'aspetto d'un re soggiogato. L'ebrietà della forza chiedea di placarsi nei riti dell'Arte, nelle preghiere unanimi verso le Forme perfette, nell'innocenza del rivelato Universo, nel giovenile fonte dei Miti innovati. Un immenso desiderio di festa traeva gli uomini, franchi dalla notte e dalle fatiche, alle pianure ove i morti eran sepolti, lungh'essi i fiumi paterni che al mare portano su l'onda perenne l'immortalità delle stirpi feraci. Tutte le braccia, pronte a crear la bellezza, volsero le fiaccole al suolo spegnendole innanzi alla Luce raggiante per tutte le cime. E un rombo confuso di canti inauditi sonava nelle moltitudini asperse di rugiada. E l'attesa della Poesia palpitava nelle moltitudini come l'innumerevole riso del desìo marino che s'alza con le mille labbra dell'onda verso il Sole per divenire aere, altezza, via di luce, luce egli stesso infinita. E le nove antiche Sorelle non intonarono l'inno! Sotto le nubi infiammate dall'aurora, non con argilla ma con la sostanza sublime che nata era in elle dall'urto del conoscimento vitale, crearon per l'uomo una Voce più bella del Coro castalio. Aquile senza nido ripresero il volo, dall'alpe balzarono a sommo del cielo, un attimo stettero immote simili a costellazione vermiglia; poi contra il fulgore del Sol nascente, verso il Mare virgineo come la prima foglia del giovinetto salce (oh soavità dell'eterna grandezza!) si volsero avvinte per le flessibili mani in quell'atto lor consueto che usavan danzando al cospetto di Apolline. E niuno vide se risero o piansero. Vidi ben io ma tacere m'è caro. Inclinate il fianco sul vento, alte melodie non udite, senza traccia sparvero in coro le nove antiche Sorelle. E la nomata nel grido Euplete Eurètria Energèia, la nomata nel grido umano coi nomi divini delle plenitudini e delle virtù, l'invocata da tutti nell'alba, la decima Musa apparì, discese dal monte in mezzo agli uomini. E da prima non tutti la videro quivi; ma credetter forse che il fiato d'una primavera improvvisa li soffocasse d'amore, e ne tremarono. Io la vidi. E mi parve che il sangue m'abbandonasse e corresse fumido sotto i piedi della vegnente a invermigliarne i vestigi, e che spoglia dell'ossa quest'anima mia s'ergesse qual candida fiamma. Dissi: «Euplete, decima Musa, piena come l'onda che giunge dopo l'onda nona sul lido, gagliarda come il flutto decumano, o Antica, o Novella, m'odi per i giorni e per l'opre, m'odi per le mie notti insonni già calde di te non creata! Per la mia febbre, per gli astri, pei vulcani, pei lampi, per le meteore, per tutto ciò che arde, per la sete del Deserto e il sale del Mare, odimi, Eurètria, Energèia! Io son teco il supplice, senza pianto e senza ramo d'ulivo. Toccarti i ginocchi non oso. Chiederti non oso che m'abbi per l'aedo tuo primo ma sol per il tuo messaggero. Io sarò colui che t'annunzia». E, com'ella un poco inclinava la fronte accennando, sì forte fu nel mio petto il sussulto del cuore, ch'io trasalii come quei che sente la vita partirsi con sùbito balzo verso il mistero dell'ombra. E da me partito era il sogno; ché mormorare il vento dell'alba nei platani vasti intesi, le pallide stelle scorsi tramontare nel cielo della Fòcide, dietro le bianche Fedrìadi. Oh pronto risveglio! M'alzai dalla terra leggero, con limpidi occhi. Lavai la mia fronte nell'acqua castalia, ne bevvi nel cavo delle mie mani; alacre e puro salii pel cammino solenne verso le ruine del Tempio. E i galli cantarono. Presso e lungi, nelle case di Delfo e nei porti lontani, su i pianori dei monti, lungh'esse le vie lapidose, per tutte le rive del golfo i galli cantarono l'alba. Oh canti, fratelli dei raggi, ond'era accresciuta la luce nel cielo continuamente! Voci di virtù mattutina, che attendevate ogni volta le risposte ai vostri richiami per chiamare taluno ancor più distante! Fragranza del mar taciturno! Ombra e polve dell'arcana chiostra ove inerte pietra è oggi l'Ònfalo santo! Se una Volontà si sollevi armata d'un grande disegno, solo in essa è il centro dell'Orbe.
XII. Chi mi consolerà, mentre vivo sotto cieli pur dolci, chi mi consolerà di tanto orgoglio e di tanta allegrezza che il vento salmastro disperse, con la polve delle ruine con la cenere dei sepolcri, ne' borri de' monti famosi? Certo su altre rive, su altre alture altre pianure, nei deserti di Libia, sul petto dei colossi di Memfi, nel nomo d'Arsìnoe ricco d'antìlopi e di melagrani, altrove, altrove, nelle acque dell'Ànapo, nelle latòmie di Siracusa, nelle sabbie di Selinunte ove una vasta di colonne dorica stirpe vive di luce, e altrove, altrove mi conobbi figlio del Sole. Ma nessun cielo, nessun mare, nessun deserto, nessuna arsura, nessuna abondanza moltiplicò la vitale virtù della mia giovinezza così fieramente. O Corinto, bagno d'Afrodite, rocca di Sisifo duro, feconda di bei tiranni, che giugnesti alle rèdini del cavallo il morso e al frontone del tempio la duplice aquila d'oro, Efira, nudità di marmi, sapienza di meretrici, ozio armonioso, o Morente cui il ruvido console diede il Fuoco per ultimo drudo onde generasti il Metallo inimitabile, quando rivedrò i tuoi sterpi riarsi e la tua taverna nel tempio? Scorre ancóra sul fianco dell'Acrocorinto quel miele selvaggio ch'io discopersi? o salsero le Oceanine al tramontar della luna, poi ch'ebber finito il lor pianto amaro sopra i tuoi lutti, Amphithalassia, e ingorde se ne saziarono? Ancóra siede la giovinetta sul margine della cisterna e canta? «Papavero folto» cantava «prestami i fior tuoi e il tuo rossore ch'i' mi vesta scenda al lido e strugga d'amore!» Siede tra le sette colonne la madre dal nero grembiule? «Come sono squallidi i monti!» cantava. «O vento li combatte, o pioggia. Né vento né pioggia. Li passa Caronte co' morti» Rombava talora nel vento su l'Acrocorinto spogliato un'ala fùnebre. E io vidi Thànatos, il fosco fanciullo che soffiò per entro alle nari delicate e sopra le tarde pàlpebre de' tuoi goditori, o Doriese, premendo le guaste ghirlande cadute su' tuoi marmi aspersi di vino. Portato dalla tua Notte anche lo vidi, come nell'arca di Cìpselo; e sempre poi l'ebbi al mio fianco, velato. E, da poi ch'io l'ho meco, ei sembra rendere più rosse le rose del mio piacere, più profondo il suon del mio riso, più forti i miei denti. Estinta è la face ch'ei porta, ma sotto il suo sguardo più fervidi ardono i miei fuochi. A te debbo questo compagno che senza parlare m'incìta, o ghirlandata di mirto e di papavero Efira che fosti vermiglia di sangue lussurioso e di dolce vino sentendo continuo scendere dal vertice il fiato della dea su te troppo ignito onde si sciogliean gli unguenti ne' tuoi nerazzurri capelli e ti colavan per le tempie pulsanti di cupidigia mentre le strisce del fulvo corame, in guisa di freno imposte alle guance de' tuoi auleti, nell'ansia de' suoni si laceravano e i nervi degli eptacordi sotto il morso violento dei plettri si spezzavano sibilando. Meco era il compagno velato quando rinvenni tra selci e sterpi lo specchio votivo di Lais offerto alla dea. «Poiché vedermi non voglio qual sono e vedermi qual fui non posso, a Te sacro il mio disco, dea di non caduca bellezza.» E sotto i venerandi cipressi l'etèra dormiva; le cui bianche braccia avean cinto tutta l'Ellade amante, come la cintura marina che spazia dal Ionio all'Egeo. E il sepolcro auliva pur sempre, quasi nave giunta dai porti sirii di aròmati carca. «Bel fanciullo» dissi «a Te solo sacrerò l'acciaio polito ove miro l'anima mia, se mai sarà ch'ella s'incurvi.» E penetrammo con lieve passo nell'adito occulto che al fonte di Pirene conduce e su l'ombra mia lieve era l'ombra del fratricida Ipponòo recando la briglia. Sostammo, in ascolto. Il cavallo s'abbeverava al fonte. Sìbilo s'udiva di lunghi sorsi, fremito di froge, e l'ondeggiar della coda lento; e talora il sussulto delle grandi penne, che molto aere movea sino a noi celati nell'adito. Osammo appressarci, senza respiro. E vedemmo un fuoco argentino, un'alacrità palpitante, non so qual serico ardore diffuso intorno a una possa indomita: Pègaso, il volo! Arte, Arte mia bella, nudrita con l'ima midolla e col sangue più puro, guarda il nepote di Sisifo come s'accosta alla fiera alata stringendo cauto nella mano il fren d'oro e subitamente la imbriglia con fulminea destrezza e serra le rèdini in pugno senza lentarle e resiste: s'impenna, recalcitra, batte l'ali ventose il cavallo magnifico: la vergine bocca offesa dal valido ordegno sbuffa schiumeggia annitrisce: l'uomo imperterrito balza, inforca la schiena tremenda fra l'una e l'altra ala, conduce l'Impeto nel libero cielo. Così, Arte, accòstati ai grandi pensieri che son presso i fonti. Pur dato mi fosse oggi, mentre la primavera m'affanna, dato mi fosse varcare l'aere e su l'Acrocorinto fermare il volo (forse oggi tutta la roccia si veste di fiori efimeri, come Lais della tunica tiria brevemente, sapendo che la nudità è più bella) quivi fermare il volo e in uno sguardo abbracciare i due golfi, la sitibonda Argolide, gli arcadi gioghi, i vertici sacri alla Danza e al Canto, l'isole guerriere e agresti, il Monte dell'api e il Sunio e il Laurio e quella, anima mia, ch'è la tua sposa diletta, che non canterai perché troppo a dentro ne tremi. O Tebe, di te mi sovviene, grande oplite del Teumesso, fàuce della Strage latrante da sette bocche nel piano, di te mi sovviene, Cadmèa; non per Tìdeo che giace squarciato il fegato, alla porta Proètide, e rode le tempie a Melanippo; non pel grido di Capanèo contra il Cielo che l'ode, né pel duolo d'Antìgone eretta nel Coro come il cipresso tra i salci; ma per le tue belle fonti, o d'acque abondante e di sangue Cadmèa, per la fonte di Dirce che sparsa è ne' dolci verzieri come fu nelle rupi la dilacerata bellezza, onde bevemmo il sapore del supplizio all'ombra dei meli. Vario sapore hanno l'acque che corrono d'oriente o corron di settentrione, e quale è più grave e quale più lieve se passi per limo, per vene d'alcuno metallo, per rossa creta, per pietre nette o per sabbia, e più o meno di terrestritade è in ciascuna secondo il suo nascimento. Sapide di fati son l'acque tebane. Baciammo le donne alla fonte di Ares, ove Cadmo si lavò pria ch'ei seminasse i denti onde nacque la stirpe furibonda. All'Edipodèia alternammo i sorsi col suco delle persiche molli, ove l'uccisore di Laio si purificò poi che morta fu la sua madre polluta. E il Citerone, senza strepito di Mènadi, senza faci di pino, lungamente sul cielo australe stendea con leggerezza e pallore di linfe e silenzii delle sue cime. E tu eri nascosta a oriente, o Tanagra dal collo di cigno, dal crine intesto come canestro di vimine, all'ombra del largo cappello tessalico, chiusa nelle innumerevoli pieghe dell'imàtio come in un fiore di mille pètali. O forse con un gesto di grazia or discopri la mammella piccola come cotogna, i mallèoli svèlti inanellati d'elettro, e mordi un anèmone, china al combattimento dei galli? S'aprono gli anèmoni al vento e gli asfodèli nel piano d'Argo tra la cittadella di Palamede e lo stagno di Lerna, in vista alle bianche vette del Partènio? Tirinto, città di rupi adunate, ventosa del soffio d'Eràcle che triturava co' vasti molari i tuoi bovi ancor lordi di bragia e crudigni, se mai io torni, cercar voglio quelle tue pietre che soffregate dai dorsi lanosi di tante pecore nei secoli lenti si polirono come l'avorio dell'else consunto nel pugno dei tuoi re! Poi per la profonda feritoia guardar voglio il mare più cerulo del fenicio vetro che t'ornava il palagio. Ma te, o Micene, s'io torni, guarderò di lontano. Ahi troppo vivesti tu meco nel sogno coi truci tesori de' tuoi sepolcri e agitasti le mie vigilie, quando al fulvo usignuolo nomato Cassandra io diedi una pura sorella; che forse nomarsi dovea col tenue nome di Ebe giovinetta celeste! Spoglia tu sei del metallo fùnebre, ma io ti profusi la sua grande chioma tutt'oro. Ella ne ammanta e irraggia la Fonte Perseia ove bevve la morte: vi tremola e piange la polla per entro in eterno. Così la vede il mio sogno. Giova, o Atride, che ne sien certe queste mie pupille mortali? Tu sei netta e cruda nell'aere arido, ma io ti ricopro d'un velo. A Mègara bianca, a Mègara vestita di lino, che sferza i cavalli su l'aia abbagliante di spiche, a Mègara voglio tornare con una sete più forte e bevere all'orcio di Egina, all'orcio di terra eginèta che appeso per l'ansa a un ulivo refrigera l'acqua nel vento. Egina tricoste, delizia del golfo, pe' tuoi freschi orciuoli ti loderò, pe' tuoi fichi densi, pe' tuoi mandorli ch'io non vedo fiorire? o pel bronzo che Onàta fondeva sì ricco? o pel marmoreo sorriso che incurva le labbra agli oplìti morenti in fronte al tuo tempio? Salamina, isola di Aiace Telamonio, falce di luna petrosa che mai non tramonta sul mare né mai nel ricordo degli uomini, gloria di rostri, vittoria volante con triplo remeggio sul sangue salmastro, penso alla tua ora divina quando i trierèti in silenzio poggiarono i remi agli scalmi assicurati col cappio di corda e ciascuno credette udire Pallade armata scendere sopra la prua, e Serse era in trono sul monte, e di repente dai petti ellèni proruppe il peàna, squillarono tutte le trombe, rimbombò per tutte le rupi il grido dell'Ellade: «Questo è il combattimento supremo!». Luoghi di luce, le rose fluttuanti al vento del mare bianche e fino agli orli ricolme non di rugiada ma di caldo mosto, son le Cicladi belle. Simile allo strepito primo della pioggia sopra la fronda, quando la campagna si tace soffocata guatando la nube, m'è il suon de' lor nomi divini sopra l'anima ardente: Sifno, Citno, Sèrifo, Nasso! A Ceo, che imita in sua forma l'ovo della colomba, a Ceo dalle leggi eccellenti come gli inni delle sue lire, l'ombra di Simonide ancóra insegna la musica ai figli dei marinai pileati sul càrabo curvo che porta la scorza e la ghianda del cerro. A Paro vagammo per vie chiare sotto pergole verdi. E tanto leggere eran l'ombre che vi si parevano i nervi dei pampini con una traccia più cupa, e i raggi per entro vi piovevano in guisa di torqui di anelli di armille; sì che vestiti d'azzurro e di monili vagammo quivi ascoltando i cantari delle donne ionie che nude le braccia lavavano i lini in trògoli tutti di marmo. Vedendo bagnare un bel velo, non dell'irto euforbio archilòchio noi ricordammo i cruenti aculei ma l'unico fiore nato di due pètali soli: «Alcibìe dopo le nozze offre a Era il velo crinale». Andro ci apparve su l'acque tutt'avvolta dal repentino scroscio della nube d'agosto, come tessitrice odorata dietro telaio d'antica foggia intenta a tessere argento pur con alcun filo commisto di porpora forse venuta a lei dalle pésche di Giaro: spirava per quell'erte trame olezzo d'aranci e di cedri. Ma l'odore di Siro fu più forte. Siro, nutrice di cordari e di calafati, tra pescatori di spugne e conciatori di pelli artiera di vele e d'ormeggi, bianca a piè di fulve montagne, odor di fasciame unto a caldo con pégola sevo e cerussa, cara ai marinai dell'Egeo! Ah belle da presso le Cicladi intorno a Delo corona gemmante, scolpite con arte come calcedònie e iacinti. Belle più anco di lungi; ché di lungi assemprano un coro d'aulètridi alto su l'acque, un coro d'aulètridi ionie dai lunghi chitóni cadenti su l'unghia del pollice, nude però le gole venate di cìano, dorate dal sole attraverso la pelle e le vene insino ai precordii, dorate insino alla conca segreta del pube. E il miel delle vigne famose indolcisce ogni punta delle lor mammelle protese. E la melodìa de' lor flauti rallenta il venir della Notte, trattiene l'Estate su i mari. Voluttà, voluttà d'Ariadne e di Dionìso commisti sul carro che aggioga la maculosa pantera cui l'Amore diè per sorella una nudità constellata dai segni del bacio crudele! Tra il Cretico Mare e il Mirtòo mollizie insulare, lascivo sale che ancor bolle e schiumeggia della sua figlia Afrodite, amaritudine d'ulve e di veneficii e di pianti, ove Pasifàe morta ondeggia riversa con le sue palme calde tuttavia del sudore malvagio, non spenta per anche la carne che giunta fu all'ossa come il fuoco al legno del pino! Ah belle da presso e di lungi le Cicladi, e molto a me dolci. Ma a te tornerò col mio cuore, isola di Aiace, a te forza delle triere rostrate, potenza adunca del ràffio, gloria delle glorie navali, per compier con soli i miei remi il perìplo delle tue rupi sante, poiché non potei combattere nelle tue acque com'Eschilo al fianco d'Aminia che diè primo il colpo di rostro, né come il giovinetto Sofocle condurre la danza degli efebi intorno al trofeo, né com'Euripide (l'immenso clamor del peana copriva gli urli della partoriente) nascere nel dì della pugna. A te tornerò pel mio vóto. Dal colle d'Elèusi deserto non mi saziai di guardarti. I monti di Mègara, i cupi Gerànei folti di pini, il Coridallo ondulato, le gole di File, il notturno Citerone, gli aridi gioghi elicònii, tutte le vette lontane cui l'aria e la luce intessono vesti più belle che la veste del croco dello smìlace e del narcisso, impallidivano incontro all'aspro tuo lineamento ch'era come il guatare di Pallade quando ella indaga di sotto al suo casco corintio le schiere ordinate nel campo e pesa il coraggio dei petti, sì che al vile trema lo stinco nello schiniere di bronzo ma la virtù si rischiara nel forte che pugna con arte.
XIII. Papaveri, sangue fulgente qual sangue d'eroi e d'amanti innanzi a periglio mortale, soli ardevate con meco nella mistica chiostra poi che giammai riaccese vedrà il pellegrino le faci del Dadùco nel tempio d'Ecàte. Ma i grandi triglifi dorici splendevano bianchi là dove Demètra si assise crucciosa, il cor piena d'angoscia, e isterilì la terra. Tutto era doglia e mistero su le fondamenta solenni. L'ombra d'una nube curvata era sul Callicoro, come l'ombra del mietitore indicibile che innanzi agli epopti mieteva la spiga di grano in silenzio. «Vivi della Vita universa!» mi significò la grandezza della solitudine sacra. Ma l'anima umana non vive se non del suo sforzo incessante per effigiarsi su tutte le cose come sigillo imperiale. «O Uomo, aduna tutte le cose sotto l'adamàntina mola della tua volontà pura, e della sostanza premura fa pe' tuoi giorni il tuo pane.» Guardai le pietre come glebe, le colonne come covoni. Poi gli occhi pregni di luce chiusi e la dea, ch'era informe per entro alla massa terrestre, sorgere perfetta nel peplo cerulo vidi, chiomata nella corona murale. E fra le sue braccia divine tenea, sul suo seno odoroso Demofoonte, il figlio mortale di Cèleo, nato più tardi. E nudrirlo volea d'una terribile forza perché crescesse oltre l'umana misura e non più ritenesse nel petto cresciuto il respiro misero, l'ansia faticosa del gregge. Per ciò nottetempo ella l'occultava nel fuoco, nelle stridule fasce del fuoco stringevalo senza timore; ed or lo volgeva sul fianco or su l'altro in quella vermiglia cuna, ora internavagli il capo là dov'era più vorace la verginità della fiamma, come il fabro fa d'una spranga che battere debba all'incude. Ma Metanira spiava con l'occhio obliquo. Spiava la femminetta regina dalla fronte bassa quell'opra d'amor duro; e non comprendeva, la stolta! Con cruccio e spavento si percosse ella ambo le cosce; gridò, schiamazzò come l'oca dei pantani. «Figlio» ululava «figlio Demofoonte, ti occulta nel foco vorace la straniera e a me ti sottrae!» E subitamente la gioia ignìta di Demofoonte cessò, come torcia riversa che spengasi in putrido fango. La dea lo rimosse dal fuoco e lo depose a terra; con disdegno uscì dalle case. E la femminetta al fanciullo piangente diè tepida pappa. Ah, Metanira, Metanira, imbóccalo, ingózzalo dunque col tuo buon cucchiaio di bosso, gónfialo d'orzo e di siero finché vomiti. Se d'ambrosia l'ungea la straniera, tu stilla per lui la sanie succulenta dalle più crasse carogne. E pàlpalo con le tue mani sudaticce, fiutalo quando il suo ventre fluisce, lecca la sua pallida pelle con la tua lingua viscosa di gozzoviglia indigesta. Ben ti conosco. Quando spingesti tu contro la dea la bocca imbavata di bile e d'ingiuria, ti precedette l'ignobilità del tuo mento. Regina, conosco l'antico tuo ceffo e il tuo nome novello. Gli occhi riapersi alla luce, come l'Iniziato reduce dal tenebrore profondo ov'eragli apparsa, in una pausa infinita tra i gridi del lutto materno e il rombo dei bronzi percossi, la spiga mietuta in silenzio. E le innumerevoli vampe dei fiori, che Persefoneia non avea cinti al suo capo notturno, ondeggiavano al vento di contro al zaffìro marino, sì forte che di taluno sparivano i petali come estinti dal soffio e appariva la regia corona sul gambo solinga. «O bei fiori paràlii, dominazioni letèe» dissi «io so dov'ardono i vostri èmuli in foco ed in sangue!» E del laziale deserto mi sovvenne, dell'Agro cavalcato dagli acquedotti roggi e dai centauri villosi che guidano il gregge con l'asta; della Latina Via sovvennemi e della Flaminia e dell'Appia grave di tombe. E mi levai, al conspetto di Salamina, pensoso del Crèmera. E tra la muraglia del perìbolo santo e il portico dorico io, pieno dell'altra mia patria, cercai sul suolo il vestigio dell'ampia base onde sorgeva la statua del Tempo, che Quinto Pompeio figlio d'Aulo e i suoi due fratelli consacrarono quivi alla Potenza di Roma e all'Eternità dei Misteri.
XIV. Poi scendemmo verso i due laghi salsi ove i novizii giungendo si purificavano. Ed oltre passammo, lungh'essa la riva del golfo bianca di ghiaie. Pel valico dell'Egalèo, tra i pini i leandri i mentastri i mirti i ginepri i lentischi, pellegrinammo a un'altura più del Callìcoro santa per noi pellegrini già ebri di tanta vita sublime. E suscitava ogni nostro passo una nube di aromi che ci empieva il petto ansioso d'una voluttà troppo ardente. E più d'una volta l'angoscia dell'amore mi vinse; e mi soffermai senza forza, credendo che il velo degli occhi fosse un albeggiare d'olivi. «Figlia del cieco vegliardo, Anfigone, dove siam giunti? in quale città di mortali?» L'Ombra di Edìpo, dall'atre occhiaie per entro a' capegli cui le piogge i vènti le arsure dato aveano un tristo lucore come alle paglie marine, parlò. La sua faccia rugosa era come clamide attorta da man che la lavi sul sasso. «Padre miserabile Edìpo, torri di città sono lungi, quanto veggo.» La voce virginale, nudrita di amare radici, parea che pel veglio in sé ritenuta avesse la sola dolcezza della fonte, omai già lontana, dal dio conceduta alla sosta del mattino sotto grand'elce. E tutta la mia forza fu pallida, tutta la vita dell'anima mia fu vissuta perché quell'ora splendesse. Grido la mia bocca non ebbe. Non fu nominato quel nome. Il coro di Sofocle puro s'alzò dagli olivi pallàdii. «All'ottima delle contrade terrestri, Ospite, sei giunto, di bei cavalli feconda, al biancheggiante Colòno ove plora in conche virenti il melodioso usignuolo piacendosi della vinata edera e della sacra selva molto fruttifera, immune dal sole e dai vènti iemali, che Dionìso effrenato ama trascorrere, e intorno gli sono le iddie sue nutrici.» Modi della strofe perfetta apparvero i culmini i lidi i templi gli arbori. Il velo delle Càriti effuso era in cerchio a guisa di benda lieve sul crinale dei monti. E come l'Imetto che guarda il Parnète fu l'antistròfe. «Sotto l'urania rugiada quivi continuo fiorisce di bei corimbi il narcisso, delle Magne Dee molto antica ghirlanda, e il croco aureo splendente; né mai languono le insonni fonti del Cefìso errabonde, ma continue rigano l'acque limpide fecondatrici la terra dal sen spazioso; né mai si dipartono i cori delle Muse, e non Afrodite che tratta le rèdini d'oro.» Nell'inviolabile selva sacra alle Eumènidi entrammo, come supplici. «Arbore è quivi cui non pose man d'uomo, germe da sé medesimo nato, che grandemente fiorisce, di glauca fronda l'Olivo...» Anima mia, non tremare. La nostra gioia più fiera la nostra conquista più grande noi non le canteremo. Quel che ci disse colei che coronata è di viole non ridiremo ai vènti. Serberemo il miel dell'Imetto e il vin del Parnete, odorato con la bionda ragia del pino pentèlico, per i conviti occulti ove sia nostro lume e nostra allegrezza lo sguardo di quelli occhi cesii che sai. Lascia la sua fronte nell'alto Etere, e inclìnati su i lembi della sua tunica ornati di belle ghirlande marine. Forse non sapremo giammai il nome del fiore paràlio che vedemmo sopra le sabbie di Fàlero, e coglierlo noi non ci ardimmo, ah di sì lieve bellezza che parveci entrasse in noi non pel varco dei sensi ma com'entra un puro pensiero. Fàlero, tutto l'azzurro dell'Attica scende alla tua baia, si versa in te come in un lebète d'argento e ci fa sitibondi del tuo sale! Anche Munichia ha la sua coppa rotonda scavata nell'ònice schietto; anche Zea, nel fianco dell'Acte. Ma tu fosti fatto di mano d'inimitabile artiere. In contro al faro di Psittàlia il mare si frange in ruine di sepolcri; e forse colui che in pugno alla dea Poliàde pose il remo in vece dell'asta, forse Temistocle quivi dormì su lo scoglio rugoso finché l'acque di Salamina non si ripresero l'ossa dell'eroe che tinte le avea col sangue dell'Asia. Pur quanto è più dolce al piloto in calde arene colcarsi! «A Fàlero voglio approdare. All'àncora mia date fondo. E poi seppellitemi all'orlo del lido, nella rena giù. Quivi marinai sbarcheranno, ch'i' oda lor voci da giù.» Canta tuttavia le canzoni sue roche quel pescatore, che non si nomava Fintìlo e non Ermonàce, nerigno come il guscio della carruba grata ai giumenti, ma grigio intorno al collo la barba come intorno a scalmo consunto sfilaccia di stroppo? Pensammo che offerto egli avesse al dio dei promontorii gli avanzi della rete i sugheri e i piombi, o le nasse e l'amo ricurvo legato al suo crin di cavallo con la lunga canna, o una triglia pavonazza, la squamma d'un gambero, un fin laberinto. Ma forse veduto egli avea sul Mare Mirtòo Saffo morta e virato in prua paventando la fosca sirena dormente. O Cefìsia, delle tue polle che aveano il colore dell'ombra mi sovviene, e de' tuoi bianchi sarcòfaghi e del clamore delle tue rondini. O Spata, mi sovviene delle me tombe venerande. Padre di templi fulvi come il grano maturo, Pentèlico, de' tuoi pastori mi sovviene selvaggi ne' chiusi di creta e di giunchi o sotto le tende di cupa cànape simili a quelle che vidi nel muto Deserto. Nel tuo teatro, o Torìco, dinanzi all'isola lunga cui diè la Tindaride il nome, tra moltitudini d'erbe vedemmo l'Aurora inclinata a rapire il bel cacciatore e udimmo il lamento di Procri. Laurio, lungi a' tuoi pozzi oscuri, alle tue fornaci, alle scorie del tuo metallo, scoprimmo una roccia rosea come il corpo d'un'Evia bagnato di mosto; ed era sì bella che per toccarla scendemmo tra gli scogli ardui del lido perdendo il cammino; ma, quando ritrovammo il cammino e ci volgemmo a guardarla, di lungi ell'era anche più bella; e ne favellammo nel vespro, tornati alla nave, colcati sul ponte, prima che il sonno ci prendesse, parlammo di lei come d'una divina carne che fosse vivente laggiù senza letto d'amore. E viveano tutte le coste, dal Sunio al Pirèo, nella sera. Sunio, un mercatore fenicio fui guardandoti, un montanaro d'Ircania portato alla guerra su nave di Medi, un Bitinio della Propòntide in commercio d'acònito, un frumentiere del Chersoneso, un vinaio di Chio fui guardandoti, ed ebbi tant'occhi per istupirmi di te con sempre nuove pupille; e per venerarti piloto di Fàlero fui reduce da Panticapèo, rivarcato alfin l'Ellesponto e alfine il Geresto d'Eubea dopo traffico lungo; ed anche l'oplìte devoto fui della Republica, a guardia dell'argentifero lido, del metallo sacro all'impresso conio dell'epònima dea. Promontorio fra tutti venerando, altèra cervice della Paràlia rupestra, il tuo tempio par che si sciolga come lentissima neve alle primavere del mare. Il sale mordace cancella dalla colonna il solco dorico, nel masso fenduto dell'architrave consuma le groppe ai Centauri e le corna al maratonio Toro domato dall'attica forza. Maratona, Maratona, aquila precipitosa dall'ali irsute di lance, ben ti venne Tèseo sul fronte degli opliti a fianco d'Echètlo, dell'eroe rurale che uccise gran turbe di Medi col suo mànico d'aratro e poi sparve. Io sul tuo tumulo grande colsi una rama d'alloro che dure avea foglie di bronzo ma bacche tra nere e azzurrigne rilucenti come la testa della rondinella cecròpia. Poi, su la spiaggia arenosa quasi palestra solenne, raccolsi una selce che avea forma di man chiusa. Ed allora vidi Cinegìro figliuolo d'Euforione aggrapparsi alla protome della prua barbarica, sotto la scure del Medo; il combattimento maraviglioso dell'Uomo e della Nave, nel sangue nell'incendio e nell'oro di Serse, vidi anelando; e chinarsi Eschilo armato sopra il rosso tronco fraterno.
XV. «Borda randa! Issa flocco! Sciogliamo le vele del triste ritorno, miei dolci compagni. Il nostro perìplo è compiuto.» E Delo fu l'ultimo approdo; ma la cicala d'Apollo nella sua gabbia di giunco marino era muta, era morta. «Salve, fondamento d'iddii, ramoscel soave alla prole di Leto dal fulgido crine, figlia del ponto, prodigio immobile dell'ampia terra; cui chiamano Delo i mortali, ma nell'Olimpo i beati astro della cupa terra lungi apparito!» L'infranta strofe dell'ode tebana, come un'altra ruina sublime, era innanzi alla nostra tristezza. Nell'inno dell'Omerìde, come in lontananza insulare, sonavan gli ululi di Leto per nove giorni e per nove notti travagliata dal parto del dio (gittò ella le braccia intorno alla palma, i ginocchi sul prato pontò nello sforzo: alfine Apolline irruppe dal lacerato grembo alla luce: intorno le dee confortatrici, anche Ilifìa la tardi venuta d'Olimpo, conclamarono); e i canti e le danze e i giochi e le gare de' Ionii dai lunghi chitóni adunati a' piedi del Cinto sonavano. E stava seduto quivi incontro al Sole oriente il cieco Omerìde, in un cerchio di vergini dèlie ascoltanti. Io dissi: «Adoriamo nel sasso sterile angusto e doglioso la fecondità degli Ellèni». Morta era Delo su l'acque, deserta, nuda, affocata dal meridiano furore. Ogni sua pietra ardeva come già nei forni i frammenti delle sue statue divine incotti dai mercatanti di calce a murare le case degli uomini immondi. La vetta del Cinto nel cielo era come la sommità di una mitra disadorna. Bolliva il mare tra Delo e Micòno più cupo, come allor quando gittovvi Aristide il Giusto le masse roventi del ferro poi che giurato ebbero il patto federale i capi de' Ionii. Non diversa apparve nell'alba dei tempi l'isola al nàuta pelasgo che senza approdare veleggiava in vista del Cinto. «Niuno giammai le tue rive toccherà, niuno giammai t'onorerà; né credo che tu sii per esser feconda di pecore molte o di buoi né di vendemmie ricca né d'arbori verde» le disse Leto affaticata dal peso del nascituro. Deserta e nuda l'isola ardeva, come oggi, al meriggio d'estate. E venne l'Ellèno e le disse: «Perché tu sei sterile, o figlia del ponto, io t'eleggo e ti sposo. Trarre saprà dal tuo grembo aspro le abondanze e le gioie il fecondatore di rupi». E, intorno all'ara construtta coi corni dei capri abbattuti dagli strali del Lungescagliante, sorsero i templi le stoe le esedre i granai le apotèche. Santuario ed emporio dell'Ellade, l'isola ortìgia attrasse da tutte le rive del Mediterraneo Mare le teorie dei devoti, le compagnie dei mercanti, la triere adorna di fiori con uomini liberi ai remi, la strongile onusta di grano con ciurma di schiavi oleosi. Da Alessandria a Bisanzio, da Rodi a Creta, da Ostia a Làmpsaco, da Siracusa a Laodicèa, da Mileto a Sìbari tutte le genti recavano l'inno e il tributo. Nella vicenda sanguigna dell'armi, ogni Egèmone armato del Mediterraneo Mare alzar volle quivi, tra il Cinto e l'occidental lido, in gloria il monumento superbo alla sua potenza navale. Da Ulisse ad Antioco Epifàne, i re v'approdarono. Il quinto Filippo Macèdone v'ebbe la stoa tetràgona, insigne di seggi e di statue. Nicia v'entrò sopra un ponte splendente di ori, con un popolo bianco di musici. I Tolomei dall'immensità sepolcrale vennero, offerte recando ismisurate. La rosa della Republica ròdia vi fiorì di porpora. In pace vi stette la Lupa di Roma. E nessuno vi nacque da utero umano, e nessuno vi morì in carne corrotta. L'isola mondata fu d'ogni putredine. Il dio luminoso vi diffondea col respiro un'armonia sempre eguale. Le sue corone i suoi vasi le sue vesti eran di tanto lume che il perìbolo sacro mai non conobbe la notte. Il disco del lago specchiava la faccia indicibile. Intorno all'ara dei Corni la danza fingea con ambagi infinite il Laberinto cretese. L'efebo e la vergine i ricci recisi avvolgeano ai virgulti e ai fusi per quelli deporre sopra le tombe nel tempio d'Artèmide nata gemella. «Delo» io pregai nel mio cuore «sterilità più bella che tutta la fronda di Tempe, la forza dell'anima ellèna in ogni tua pietra m'appare chiusa qual seme in gleba, sì che alcuna delle perfette forme contemplate con gioia ne' luoghi famosi, o febèa, non mi ammaestra come la tua solitudine inulta. Deh fa che sempre io ti veda, con gli occhi dell'anima invitta, fa che io ti veda qual sei, immobile ignuda e fatale su le quattro ardue colonne sorte dagli abissi del ponto per sostenerti, e ch'io veda Leto abbracciare la palma pontare i ginocchi sul prato per partorirti il bel dio! Ecco, noi sciogliamo le vele a dipartirci. Il periplo è compiuto. Navigheremo verso Messàna falcata, verso la vorace Caribdi. Da questa patria a un'altra patria ch'è pur sacra agli iddii veleggeremo, colmi di vita i precordii, spumanti e traboccanti d'ebrezza, pronti a combattere, certi di vincere, poi che apprendemmo a cantare il peana nelle acque di Salamina, nei piani di Maratona, e a correre dando l'assalto. Vivemmo, divinamente vivemmo! All'antica mammella ci abbeverammo, ancor piena. La bestia inferma uccidemmo nel nostro fango penoso. Come per osservare l'oracolo gli Ateniesi purgarono tutto il tuo suolo, noi anche disseppellimmo i nostri cadaveri informi e li scagliammo all'abisso, e dietro di loro gittammo pietre pesanti ed obbrobrio per consegnarli all'abisso. Or tu, nella mia dipartita, o Rupe, da tutta la tua nudità cui più non fa velo il fumo delle ecatombi, ripeti a me l'unica legge cui voglio obbedire: SII PURO. T'obbedirò nella luce t'obbedirò nell'ombra, Delìaca Legge, che splendi su l'Ellade come il suo cielo pudico. In segreto e in palese, per sempre sarò tuo fedele. Vertice del Cinto, e sovente io ti manderò sacri doni. Narravano i Delii che a quando a quando sacri doni, involti in paglia di grano, giungessero dal paese degli Iperborei in Iscizia; e che dalla Scizia, trasmessi di popolo in popolo, verso occidente, fosser recati sul Golfo Adriatico e poi ad austro, primieramente raccolti in Dodona da Ellèni, scendessero nell'Eubea e quindi sino a Caristo; e che dai Caristii, lasciata da banda l'isola di Andro, recati fossero a Teno e ultimamente dai Tenii consegnati fossero a Delo, involti in paglia di grano. Ovunque io mi sia, nelle terre distanti, in liete sorti o in dure, in guerra o in pace, miei doni ti manderò similmente involti in paglia di grano, ché non so custodia più monda. Ma il mio primo dono ti verrà forse dal luogo che ti successe in potenza quando passato fu sopra i tuoi granai e le tue stoe il turbine di Mitridate: da Ostia romana, ov'Enea del sangue di Dàrdano prese la terra (accolto l'avevi già tu su le concave navi construtte coi pini dell'Ida) e sotto l'arbore assiso col bel Iulo e coi primi duci mangiò per fame le adòree mense e disse: «Qui è la patria!». Ivi trovar voglio il fascio cereale dei culmi biondi per chiudere il dono mio primo. Conosco il luogo; e, s'io penso che lo rivedrò, mi s'allevia la tristezza del dipartire perché già riodo il Ponente che su la via de' Sepolcri, sul tempio della Magna Madre, verso la selva laurèntia soffia traendo la morte e la vita, la memoria e la speranza. Ivi un giorno, dalla soglia d'africo marmo dinanzi alla cella di rosso mattone spogliata ma grande, vidi tra gli stìpiti eretti della Porta Marina mirabili spiche ondeggiare non certo nate da semi cui sparsi avesse man d'uomo. Non lungi era il Tevere torvo fra deserti argini; e le negre navi dalle cùbie dipinte di minio, cariche di molte botti, navigavano contro corrente per ormeggiarsi all'ombra del Sasso Aventino; e venìa sul soffio il cantare dei marinai di Sicilia e dei garzonetti campàni dal crin di viola, che belli son forse come i fanciulli danzanti il gèrano intorno ai tuoi turìferi altari. O Delo, forse le spiche di sé medesime nate tra que' due stipiti eretti della Porta Marina ritroverò, per mandarti involto in quel misterioso frumento il mio primo dono.» Così pregai nel mio cuore; e ciascun dei dolci compagni forse anche pregò nel suo cuore segreto, perché non s'udiva parola. Ed èramo tutti a poppa raccolti, in silenzio. Ed uno di noi, che taceva con fronte ostinata, era sacro a morte precoce, più caro d'ogni altro agli iddii come eletto a perir giovine e in atto di compier l'impresa cui s'era devoto con anima salda. Or quegli nella memoria più fortemente mi vive; e lui vedo presso la ruota del timone in quel punto, fitto su le gambe sue snelle e nervose di corritore del lungo stadio, guatare con gli occhi chiarissimi il solco. In verità, fra i compagni egli era il più pallido. Quasi esangue appariva il suo vólto; ma i suoi biondi capelli sorgevano senza mollezza su la robusta ossatura della fronte nata a cozzare contra l'impedimento; e di virtuoso rilievo su' chiarissimi occhi era l'arco dei sopraccigli, sobria la bocca e di netto discorso, agile il collo se bene la nuca sì ferma paresse ch'io le comparai la cervice d'Eràcle che l'Etra sostiene tra la bella Espèride e Atlante nella metòpe d'Olimpia. Ei ne sorrise. Ma certo gli sovrastava continua l'imagine immensa d'un cielo. Veduto avea splendere nuove stelle in un cielo incurvato su selve più vaste che tutta l'Ellade, su fiumi più larghi che gli ellesponti e gli euripi, nel Continente australe, tra fosche incognite stirpi dall'anima ancóra constretta nell'inviluppo terrestre come gli iddii primitivi dell'Ellade erano ancor misti agli elementi del Cosmo. Condotto avea su le notturne correntie la spaziosa rate carica di tronchi centenni e mirato il volume infinito dell'acque palpitar d'astri qual cielo irriguo e l'alba levarsi dai silenzii possente come per un giorno eternale. Un Ulisside egli era. Perpetuo desìo della terra incognita l'avido cuore gli affaticava, desìo d'errare in sempre più grande spazio, di compiere nuova esperienza di genti e di perigli e di odori terrestri. Come le schiave di Bitinia o di Frigia recavano in letto corintio l'indelebile aroma natale, così le sue patrie remore nell'anima sua voluttuosamente odoravano. Ei sorridea dinanzi all'olivo d'Atena pensando la smisurata fronda opulenta di fiori di frutti di piume che tutti vincono i monili di Serse. L'Ilisso e il Cefìso ruscelli sassosi pareangli, che varca il salto d'un uomo; l'Imetto, un alveare declive; il Pentèlico, un tempio dal lungo tìmpano, senza intercolunnii; tutta l'Attica pareagli dal cinto aureo di Afrodite conclusa. O dolce compagno, ebro e folle d'immensità, ti rivedo àlacre all'alba sul ponte, il primo ai risvegli e ai lavacri mattutini, vigile come il gallo, sempre operoso, Ulissìde! Il tuo piede scalzo rivedo sul nitido ponte, il piè dalla pianta ampia e certa, dal maschio e divergente pollice, il piè corritore del lungo stadio, o Ulissìde. Tu eri il più sobrio e il più casto; e, se il compagno avea sete, perché quegli bevesse tu non bevevi, contento. E nei polverosi cammini, per l'erte difficili, amavi portare l'ingombro dei pesi, né per ciò mutavi il tuo passo espedito; ché il tuo bel corpo era immune d'adipe ignavo, come l'ottime spiche arente sotto il mai curvo tuo capo d'oro, Ulissìde. Intento a disciplinarti eri sempre, anco ne' piaceri fugaci, e ad apprendere molto, ad essere industre tu solo come uomini molti; e sapevi apprestarti il tuo cibo e rimendar la tua veste come la tua vela, Ulissìde. Compagno diletto, che mai mi fosti grave e mai con l'ombra tua mi togliesti il mio sole, non più dunque presso il timone seduto su fascio di corde io ti leggerò l'avventura del Re di tempeste Odisseo che dopo le nove giornate ventose approdò nella terra dei mangiatori di loto, che mangiano il fiore del loto che fa obliare il ritorno a chi la dolcezza ne prova? Ahimè, ti scordasti il ritorno tu anche, ma non per quel fiore soave, e mai più tornerai col tuo passo certo e leggero verso di noi che t'attendemmo sì lungamente e sperammo di udir la tua limpida voce narrar la conquista lontana! Sotto la clava del selvaggio predone cadesti, senza vìndici, nell'umida ombra; mentre tu, svelto odiatore di salmerìe e di scorte con silenzioso ardimento t'addentravi nella foresta letale, obbedendo al tuo fato che ti spingea senza tregua più oltre più oltre nel nuovo. Prono cadesti, e il tuo sangue ottimo, il sangue del capo, bagnò l'erbe e i fiori dell'umo di là dall'ultima orma che stampata avevi col piede veloce; sicché procombendo andasti pur sempre più oltre: il tuo corpo, ove spegneasi il pronto vigore latino, occupar valse anco un tratto di terra ignota, o Ulissìde. Gloria a te! Ricordato sarai se non muoia il mio canto fra l'itala gente. A te gloria! E ti rivedo, sul Mare Mirtòo, presso la ruota del timone in quel punto, ritto su le gambe tue snelle e nervose di corritore del lungo stadio, guatare con gli occhi chiarissimi il solco. E t'era non molto discosto un altro compagno di stirpe migrante, dei vizii umani esperto e del valore, e degli odii, duro in oprare e combattere, aspro in trattare la pelle infetta dei greggi, occhio aguzzo, collo taurino, fermo pugno, pensier destro a ogni lotta come compiuto atleta al pancrazio e al pentàtlo. E questi avea seco, qual pegno d'amore, la sferza untuosa tagliata nel cuoio ferrigno del pachidermo fiumale, fatta untuosa dai dorsi negri stillanti di sevo fetido. E amava d'amore anch'egli una terra lontana, la terra ignìta ove la Sfinge all'urto dell'uomo ritratta s'è dalle sabbie del Nilo ad altre piagge crudeli e in silenzio attende l'audace per farsi alla gola una torque di candidi ossi novella. E certo anch'egli in quel punto travagliato era dal suo grande amor periglioso; ché tutti avevamo una febbre di sogni nel sangue e donata l'anima a grandezze lontane. Il Sol declinando, caduto era ogni soffio come tra Itaca aspra di rupi e Same irta di cipressi là sul Ionio Mare nel giorno memorabile. In cerchio sorgeano dall'acque serene le belle Cicladi, d'oro e d'avorio come le ricche statue foggiate col fiore della preda di guerra. Più d'ogni altro monte splendeva il Marpesso, onde gli Ellèni tratto avean la candida carne de' loro iddii. Lungi, l'Eubea l'Attica il Peloponneso tutta l'Ellade santa era invisibile ai nostri occhi ma presente in eterno. Anche una volta ascoltammo l'ora della vita sublime. E dai campi delle battaglie terribili, da Mantinèa da Platèa da Cheronèa da Potidèa da Leuctra, da tutti i campi sacri alle grandi stragi di genti, sorse per entro quell'aere melodioso un clamore discorde: il lagno dei vinti, lo scherno dei vincitori, il canto amebèo della guerra. Ebri d'antiche bellezze e di nuove, dalle soglie del venerabile Olimpo ardentemente protesi verso primavere ed estati future, avidi di dominio e di gloria, pel nostro amore pronti ad ogni più disperato combattimento, ascoltammo con intimo fremito il canto. Diceano i vinti: «O iddii, o iddii, proteggete la nostra terra se mai v'offerimmo in sacrificio il bianco e nero fiore dei greggi, le primizie degli orti! Spavento, sciagura, vergogna si precipitano sopra la stirpe che amaste, cui foste per sì lungo tempo benigni. Ah! Ah! Udite, udite lo scalpito dei cavalli dietro la polve messaggera di morte, lo stridor degli assi nei mozzi, l'urto dei clìpei e delle gambiere di bronzo. L'etere è tutto irto di lance. Le catenelle dei freni induriti col fuoco, ecco, ecco, tintinnano nelle bocche schiumanti. Ecco l'ultima strage!». I vincitori: «Gli iddii son coi vittoriosi! Pascere Ares noi vogliamo con la vostra carne cruenta. Zeus non v'ode, non v'ode l'ippico Re, non Apollo. La spada a due tagli l'estrema luce fa su gli occhi del vinto. La Necessità vi tien presa la strozza come noi l'elsa d'argento tegnamo nel pugno e la coróne dell'arco e della frombola il cappio per forarvi il cuore tremante, per fendervi il cranio curvato, per frangervi ambo i ginocchi. A terra! A terra! Gli iddii non v'odono. La città vostra, con l'oro la porpora i vasi di vino i bei letti e le donne, alla nostra fame è promessa». Diceano i vinti: «Sciagura! Gli iddii disertano i templi! Pur quegli che sorse dal suolo onde noi nascemmo, ci lascia! Ah per questo nascemmo, per esser calpesti, premuti come il grano sotto la mola come nel frantoio l'oliva come l'uva nel tino, per esser pan d'ossa trite, olio di midolle, vin rosso di vene al banchetto feroce! Gli iddii son co' vittoriosi anche vili. Il cielo è su noi come clipeo nemico che porti nell'ònfalo il capo gorgóneo per impietrarci. E quante ecatombi v'offrimmo, o Zeus, o figlia di Leto, o Cipride madre di nostra gente, per quest'onta nefanda!». I vincitori: «Molesto è agli iddii l'odore fumoso delle ecatombi offerte da femmine imbelli. Tacete! Vociferar contra gli iddii non vi giova. Le lingue loquaci vi strapperemo noi dalle fauci per darle in pasto alle cagne e alle scrofe. Voliamo, voliamo, cavalli di belle criniere, voliamo, carri dall'aureo timone, su i petti e su i dorsi dei vinti! La polvere, la sitibonda sorella del fango, ha bevuto un fiume di sangue ed è nera. Meglio è segnar nuovi solchi di ruote sul tramite umano, su i vivi e su i morti prostesi. A terra! A terra! Voi siete la via su cui passano i carri». Diceano i vinti: «Eccoci a terra, eccoci proni, prostesi davanti all'unghie dei vostri cavalli. Se gli iddii non odono, udite la nostra preghiera voi, uomini, nati dell'uman seme come noi ne nascemmo in giorno nefasto!». E i vincitori: «Non siete voi uomini, sì siete cose da noi possedute, men buone dei vestimenti, dei vasi, dei letti. Noi dalle vostre viscere trarremo le corde adatte alle frombole e agli archi; e le serberemo pel giorno in cui ci bisogni domare novamente insania di schiavi se qualche rampollo risorga dal tronco che abbiamo reciso. Ma non lasceremo radici». «Ecco, ecco, siamo la via palpitante sotto il galoppo di ferro. Ma il cuore vi tocchi pianto di vergini, vagito di pargoli, ululo di madri! Ardete le case, abbattete le torri, struggete dall'imo la città, le ceneri ai vènti date e i nostri corpi agli uccelli voraci, ma fate che il gregge misero lasci le mura e lungi nasconda il suo lutto!» «Le vostre vergini molli le soffocheremo nel nostro amplesso robusto. Sul marmo dei ginecei violati sbatteremo i pargoli vostri come cuccioli. Il grembo delle madri noi scruteremo col fuoco, e non rimarranno germi nelle piaghe fumanti.» «Ah, non avete sorelle che a' telai vi tessano vesti soavi aspettando il ritorno?» «Già corse il Messo. Ora annunzia che vincemmo. Ed elle infiammate gittano le spole e «Sien grandi» sclàmano «la strage e le prede!» «Non mogli avete che appeso rèchino alla mammella un dolce figliuolo e gli càntino il sonno?» «Elle ne' lor seni hanno latte di leonessa e al figliuolo dicono: «Se il germe rinasca malvagio, tu crescimi forte e schiantalo ancóra e per sempre!.» «Non madri avete al focolare?» «L'arme pesarono ammonendo: «Non ti stancar mai di ferire. Sia l'ultimo colpo il più crudo». Voliamo voliamo, cavalli di fuoco, sul fango dei vinti!»
XVI. O Vita, o Vita dono terribile del dio, come una spada fedele, come una ruggente face, come la gorgóna, come la centàurea veste, o Vita, assai più crudele è il canto che nella pace delle città funeste s'ode, quando arde il bitume o splende la selce sotto il Cane vorace nelle vie diritte ove passa il carro che non ha timone né giogo, e non corsieri splendenti di sangue e di schiume cui prostesa l'onta soggiace, ma rapidità senz'acume che bassa scivola, immune tra la ferrea fune sospesa e il duplice ferro seguace. Conosco la ferita che nella via necessaria fa la rotaia lucente agli occhi della tristezza smarrita per quell'aria atroce, quando non ha più voce la bocca convulsa che occlude la cenere dei sogni masticata nel fiele rigurgitante, e dalle nude mani pare avulsa l'ugna che sapea ghermire, e sola nel collo la caròtide pulsa come la sbigottita rondine cui l'infantile carnefice strappa le piume di nascosto, e il cuore è frollo come la carogna vile che sul bitume si matura al sole d'agosto. Ben vi so, torridi giorni, meriggi funerei, incontri spaventosi di cerei vólti disfatti, via chiusa tra mura di forni, tacita piazza combusta, sordo asfalto, lastre roventi su cui l'ombra angusta dell'uomo è come bestia di corte gambe laida e obliqua che il tacco gli addenti ove il cuoio rossigno si torce sformato dall'ignobile passo consueto. Ombra, ombra del vinto si trista su le sporche mura, trista come la menzogna callosa ond'ei campa e lucra, trista come il suo vizio segreto, come il suo rimorso, come la sua paura, come la sua vergogna! Manìe, Manìe silenziose, erranti nell'inferno della città canicolare, col passo degli sciacalli famelici, tra le bucce lùbriche dei frutti e lo sterco dei cavalli coperto d'insetti che hanno il lucore dell'acciaio azzurrato, io vi guardai nelle pupille contratte dal dolore della luce, vi guardai negli occhi gialli di sanie e di cruore vermigli, su cui palpitavano i cigli col palpito disperato che non ha tregua nel sonno poi che il sonno fu ucciso; vi guardai fiso aspettando che vi scagliaste come doghi a mordermi i pugni e la gola. Imagini del delitto mostruose intravidi, torcimenti d'angosce inumane ma senza gridi, anime come sacchi flosce, altre come logori letti di puttane marce di lue, altre come piaghe orrende, fatte informi e nane dal gran taglio diritto, simili al combattente ch'ebbe le due cosce recise fino all'anguinaia e tuttavia rimane mezz'uomo sul suo tronco e cerca con le dita ancor vive tra il rosso flutto la radice di virilità ricacciata in fondo al ventre, là dov'era prima ch'egli escisse compiuto maschio dalla matrice. Ma quelle miserie e quei morbi e quelle follie, insanabili, al mio male non eran fraterni se non per il silenzio e per la sete, perché taceano e avean le labbra della sete mortale. E cessai di guardare. Tenni gli occhi inclinati al riverbero bianco delle selci, solo con la mia febbre errabonda. E quando il ginocchio stanco sentii flettere e pesarmi il cuore così che mi parve quasi dolce cader senz'armi su l'immonda via qual giumento che più non vuol trarre le some, mi fermai nel trivio deserto e dissi al mio cuore il mio nome. E, in quella guisa che il rude cacciator nella selva sonora col sibilo chiama la muta dei veltri dispersa, radunai con lo squillo dell'orgoglio tutte le forze e le vendette del gentile mio sangue sul trivio deserto. E nel vólto febrile lo sguardo mi ridivenne gelido e chiaro; l'osso della mascella fu saldo e armato per mordere; in tutti i tèndini il certo vigore si contrasse, pronto all'assalto. Guardai il nemico Dolore con stridor di denti per scagliarmigli addosso e stampargli segni cruenti su la gota pallida. Il cuore sonò come bronzo percosso. O lastrico accecante, spigoli crudi dei muri coperti di rabida lebbra; consunta pietra di scale, innanzi le porte sacre al dio della cenere, dove il mendicante ostenta l'ulcera e la man tesa; cupa finestra ove in attesa di preda sta la bagascia spandendo sul davanzale le sue mammelle come pasta che lièviti; lenta discesa dell'ombra giù dalla statua deforme che glorifica il demagogo brutale; o lastrico senz'orme, oscenità del luogo publico, lordume del trivio, per voi conobbi un'ebrezza amara che non ha l'eguale. Sentii l'odore d'un abisso invisibile e onnipresente, il pestifero fiato d'un gran mare torpente ma pieno di occulta ferocia, di vita vorace, ove la tristezza dell'uomo era come la nave dalla prua bene sculta che con l'elica guasta è perduta nel polipaio immenso, nell'immenso tedio dell'Oceano ardente sotto il Tropico, e non cammina ma sussulta, ancor pulsando l'infermo suo cuore d'acciaio nella vasta carena, sinché lentamente muore nel fetore della sua sentina tetro che l'avvelena. Vesperi di primavera, crepuscoli d'estate, prime piogge d'autunno croscianti su l'immondizia polverosa che nera fermenta sotto le suola fendute onde si mostra il miserevole piede umano come tòrta radice di dolore divelta; rigùrgito crasso delle cloache nell'ombra della divina Sera, tumulto della strada ingombra ove tutte le fami e le seti irrompono a gara d'avidità belluina per la forza che impera e partisce i beni col ferro, da voi sorgere io vidi non so quale orrida gloria. Gloria delle città terribili, quando a vespro s'arrestano le miriadi possenti dei cavalli che per tutto il giorno fremettero nelle vaste macchine mai stanchi, e s'accendono i bianchi globi come pendule lune tra le attonite file dei platani lungh'esse le case mostruose dalle cento e cento occhiaie, e i carri su le rotaie stridono carichi di scòria umana scintillando d'una luce più bella che la luce degli astri, e ne' cieli rossastri grandeggiano solitarie le cupole e le torri! Orrore delle città terribili, quando su le vie arse cadono i larghi lembi violacei della Sera con un odor molle di morte, e s'accendono su le porte delle taverne i fanali rossi che versano il sangue luminoso al limitare ove scoppierà la furente rissa dopo l'ingiuria, e i fuochi della lussuria brillano negli occhi senili della grigia larva che insegue per l'ombra la vergine impube con nel passo malfermo l'indizio del morbo dorsale, e il bardassa trae per le scale già buie il soldato che ride, e la libidine incide l'enorme priàpo sul muro! Febbre delle città terribili, quando il Sole come un mostro colpito dal tridente marino palpita ai limiti delle acque in una immensità di sangue e di bile moribondo, e nel duolo del ciel profondo la gran piaga persiste livida di cancrena, e s'ode la sirena del vascello che giunge caldo di più caldi mari, e s'accendono i fari su l'alte scogliere, e le ciurme straniere si precipitano all'orgia frenetiche come baccanti, e il porto suona di canti di schemi di sfide di colpi di crapula e d'oro! Sonno delle città terribili, quando dal fiume accidioso (ove si stempra tra la melma e il pattume la polpa dei suicidi fosforescente come su i salsi lidi il viscidume delle meduse morte) sorgono le larve diffuse della caligine tacente con mille tentacoli molli che sfiorano tutte le porte e palpano i miseri e i folli, il ladro e la venere vaga, l'ebro dalla bocca amara l'orfano dall'ossa contorte assopiti sopra la fogna, mentre s'amplia e s'arrossa nei fumi la chiara finestra del sapiente che indaga e del poeta che sogna! Alba delle città terribili, aurora che squilla con mille trombe di rame sul silenzio opaco dei tetti chiamando i dormenti a battaglia, primo dardo che il Sole scaglia a fiedere le sfere d'oro su le cupole ancor notturne e le cime ardue dei camini emuli delle torri e le bianche statue degli archi trionfali, Speranza volante su ali recenti come i fiori nati sotto le rugiade celesti, passo degli artefici dèsti all'opere sonoro come scalpitìo d'esercito grande, rombo che si spande dai mossi congegni pel vitreo duomo, oh Alba, oh risveglio dell'Uomo eletto al dominio del Mondo!
XVII. Chi fu che mangiò gli escrementi su la piazza publica, in pani? Ezechiele, il profeta belluino, figliuol d'uomo, il vate dei carmi ruggenti. E dalle sue labbra immani irte di pél selvaggio e lorde proruppe un divino fiume di poesia che scrosciò su le nazioni sorde, travolse i re vani, sommerse i popoli spenti. O città di sangue e di lucro, di magnificenze e d'obbrobrio, di sacrificii e d'amore, mangerà gli escrementi su le vostre piazze sonore colui che vorrà far giudicii per esaltarvi nell'inno, per abominarvi nell'ira, per stringervi in patto di pace? Egli sarà segnato della profonda ruga, ma avrà nella carne un cuor novo. Foggerà egli il fango? Smoverà il letame? Metterà in fuga i sogni d'infermo e i delirii palustri? Caccerà la fame e chiamerà il frumento e lo cernerà nel suo vaglio? Aprirà gli antichi sepolcri intorno a cui danzare ai solstizii d'estate potranno sotto lo sguardo materno i fanciulli robusti? Il Presente è in travaglio. Afflitto io non dissi a me stesso: «I giorni saran prolungati e ogni visione è perita». Ma sì bene: «I giorni e la fiamma d'ogni libertà son da presso». E non Ezechiele, il Caldeo dal capo bendato, che stringe il rotolo ond'ei pascer deve il suo ventre e le interiora sue riempire, e si volge impetuosamente nel fuoco dell'alito eterno col petto già gonfio di canto; né la Sibilla di Persia, decrepita in suo chiuso manto, che leva le mani rugose e china la fronte longeva a deciferare con gli occhi velati da secolo tanto l'angusto quaderno ov'è stretta la somma di tutte le cose; non quegli non questa rispose a me dalla volta profonda nell'ora mia quando supino sul pavimento mi giacqui con l'anima mia furibonda. Ma ritrovai vénti fratelli, m'ebbi uno stuolo gagliardo di vénti fratelli nell'alto, che mi risposero in coro e in disparte, col grido e col silenzio, con lo sguardo e col gesto, nel grande sacrario sonoro. O Sistina, rifugio più solitario che le vette eccelse dei monti ove l'aquile hanno lor nido, altitudine senza fonti per la sete di chi sale, dominio di violenza e di dolore immortale, sublimità del Male, rapimento carnale degli spiriti verso novelli cieli di potenza e di gloria, in te ritrovai miei fratelli disperato della vittoria. Per venire a te primamente, passai sopra il sangue ferino. Persiste ancor nella selce dell'Aurelia Via la vermiglia macchia e al sole è splendente come nella mia rimembranza? Oh meriggio di primavera! Le taverne eran piene di carradori feroci, di rauche voci, di bestemmie crude, di oscene canzoni. E un odor maligno di vino, di timo, d'ànace, d'aglio, di sudori, d'olio fortigno occupava la via romana. Ma dalla campagna lontana venìa sul vento a quando a quando il profumo dell'asfodèlo e l'aroma del pino. In un silenzio anèlo dolorava il cielo latino. Aurelia Via, l'erma è bifronte, mistica e bestiale, che ti guarda e a me t'apre. La tua selce rintrona alle ruote e s'assorda allo scalpiccìo delle capre. Fra la turpe caupona e la mole papale, fra crete e fornaci, urli e taci lorda di lordure e di sangue. Gialla tu sei sotto il sole e lucida di festuche, or bianca or cerula a luna che cresce o che langue; mentre il carrador nello strame de' suoi giumenti, ne' velli de' suoi castrati ronfia o canta d'amor canto infame e l'urto del carro sciaborda il vin nei barili cerchiati, il latte nei vasi di rame. Stanco dei sorridenti uomini vestiti di frode con labbra dipinte su falsi denti, mellìflui e grassi come le meretrici, stanco di scoprir ne' lor passi l'ernie nascoste e le varici e le inconfessabili piaghe e le vèrtebre fiacche, stanco di lor colpi bassi e di lor ferite vigliacche, io cercai nell'antica via la stirpe sanguinaria che maneggia il coltello dal mànico di corno e dalla lama fissa. Vagai d'intorno aspettando il primo clamor della rissa, l'ingiuria arrochita dal vino. Fiutai negli odori dell'aria l'odore del sangue ferino. Una forza selvaggia e sacra, come quella che indura la fronte ed affoca la coglia dell'arìete pugnace, pareva addensarsi nei torvi bovari, nei bùtteri armati d'un'asta ch'è un tirso cui tolta fu la bassarica foglia. Sì fulva ebber certo la barba, sì ebber villoso il torace gli antichi predoni del Lazio. E le lor femmine (Roma ne impresse l'effigie nell'oro imperiale) dal collo pesante, dal ventre mai sazio, dalla chioma lucida e folta come la lana dei neri capretti, le femmine belle e lente ai copiosi pasti infuriavano i maschi col fortore delle ascelle. Quivi l'animale umano amai, che divora, s'accoppia, urla, combatte, uccide, inconsapevole e vero. Quivi divinai la divina bestialità che facea sì resistente la forza di Roma dal tardo pensiero. Meglio che tra gli spadoni e le spìntrie, il mio dolore e il mio desiderio inespressi quivi respirarono, fatti più forti perché più carnali. Il pregio e il mistero del sangue sentii mirando su le lastre, nel solco dei carri, brillare il fiotto vermiglio sgorgato dalle ferite mortali. O selva d'arbori eguali, pronao d'un tempio senz'inni, teco all'ombra io vidi l'Erinni. Tutti eguali in ordine i pini, quasi eletti a un rito solenne, sorgevan dall'erba infinita. Ogni traccia era disparita della belva e dell'uomo: sol v'era il silenzio del cielo. E vi fiorìa l'asfodèlo a piè dei tronchi scagliosi, e l'anèmone violetto ch'è il rapido fiore del vento. E come un palagio d'argento di là dai tronchi, multiforme e tacito, era il Vaticano; un ermo candore lontano era il Soratte solitario; i cipressi del Monte Mario erano un fùnebre serto per non so qual lutto sereno. E un profumo di fieno e di libertà, quasi un fiato pànico, venia dal deserto. O selva d'arbori eguali, tra l'Urbe e l'Agro ordinata, ove dormii sonni veggenti e meditai le mie sorti e favellai con l'Erinni, tu m'appari nella memoria come il vestibolo vivo della formidabile cella; perché pieno de' tuoi fatali murmuri l'anima, gli occhi pieno dei movimenti fieri che su l'antica via agitavan gli uomini forti, ebro dell'amore di Roma e sitibondo di gloria, io v'entrai seguendo mia stella. E, come su l'erba novella che inazzurravano l'ombre de' tuoi colonnati, io vi giacqui supino per contemplare. E là dove giacqui, rinacqui. Che son mai le ambasce supreme del combattente caduto nella vertigine immensa della morte, col viso rivolto al ciel muto ed eterno, quand'ei più non sente il nemico che senza riscatto gli preme con le ginocchia lo sterno ma sol sente l'anima forte che l'abbandona e nell'atto di partirsi infinita col peso di tutta la vita gli pesa e di tutta la morte? Che è mai la sua visione solitaria in mezzo al deserto ruggente della guerra, quand'ei non sa la cagione ma vede che certo è soltanto il dolore e giusta è la terra poiché foglie e pianto e ogni carne più sanguinosa raccoglie? Le grida le risa gli oltraggi umani duravano in me; e i dardi della luce ancor mi dolevano; e i raggi e il tumulto erano in me una sola vertigine truce; e parevami esser demente e ardere fino alla midolla come tra vampe di fenile che ribolla in afa di nembo imminente; e nel tenebrore febrile scintille io vedeva come di selci percosse, ché gli occhi m'eran nelle fosse dell'orbite veracemente come a urto di focile selci nell'ordigno d'acciaio che le attanaglia. E io era come colui che muore di sùbita morte solare, al limite della battaglia. O ruota d'Issione! Rivolgeasi tutta la volta come ruota sopra di me, e il dolor mio n'era l'asse stridente e risfavillante. Tutto quel ciel disperato di bellezza sopra di me era come ruota di ferro trattata da un'ira gigante. E come le festuche e le scorze e il timo e la polve e la melma d'intorno alle ruote dei plàustri là nella carraia romana, così d'intorno a quell'una amore odio eccidio spavento sacrifizio supplizio delirio dell'anima umana tutti i mali e tutte le colpe e tutte le cieche speranze trascinati erano e franti nell'inesorabile giro. E io dissi morendo: «Anima mia, vedo te? vedo le tue speranze le tue colpe i tuoi mali nell'inesorabile giro? Anima mia, vedo in te le larve delle parole, i sogni pulverulenti, le credenze inferme o morte, i giorni senza bellezza, le tracce dei crudi flagelli, le reliquie del mio martìro?». Supino giacente il mio corpo non avea più ombra nel mondo. L'immobilità del dolore era la mia sola grandezza. Come in nero marmo, sepolto nell'orrore de' miei pensieri, io sentii venire di lunge, sorgere sentii dal profondo il pianto che agli occhi non giunge. E quel pianto era pianto, entro di me, sopra di me, da creature che forse vivevano oltre la vita ma non beverate nel Lete né di papaveri cinte, anzi chiuse in un vestimento d'impenetrabile ardore che allo stillar dell'onda amara qual rogo alla piova crepitava senza perire. Ed elle cantavano un canto, entro di me, sopra di me, più forte che tuono di lire, forte di sì alto lamento che toccava le più segrete stelle nel cuore del Cielo e tremar facea di nova pietade il cuor della Terra e discolorava la faccia dell'Ocèano anèlo. «Luce del dolore» io dissi «ti bevo! Luce del dolore, a cui si precipita ignaro dalla notte bruta l'infante che sforza la porta sanguigna del grembo materno col capo proteso, con chiuse le pugna; Luce del dolore, a cui si volge l'estremo battito della palpèbra senile priva di cigli ove all'acredine del sale la pupilla s'è fatta più opaca e dura dell'ugna; Luce del dolore, ti bevo a gran sorsi come bevvi dalla mammella il latte, la voluttà dalla bocca amata, la melodìa dalla sera d'aprile, l'odio dalla ferrea pugna. Di te m'inebrio. Tu m'inondi. Non v'è ombra in me se non quanta può coprirne con agio il calice riverso d'un giglio! E di questa io farò un solitario zaffìro; con quest'ombra che resta una gemma io sublimerò più cerula che il cielo d'Agrigento, per la fronte della mia compagna diletta.» E la ruota s'arrestò di sùbito nel suo giro, come il supplizio s'arresta per il comandamento del tiranno malvagio cui tediano i gridi delle vittime attorte infrante nelle sue pressure. E io vidi le creature tra la vita e la morte. Vidi i fanciulli i giovinetti i vegliardi le madri le vergini i guerrieri i sacerdoti i patriarchi gli utensìli e gli armenti, tutte le carni dolenti e tutti gli strumenti della colpa e del castigo, i letti i libri i roghi le are, e l'inerzia della terra e la furia delle acque e l'impeto dei vènti e l'ingombro delle nubi, la spada la mensa il fardello, il teschio dell'arìete, il festone di quercia, la medaglia superba; e quegli sguardi e quei gesti, anima mia, quelle pupille che ti guatavano dal fondo dell'infinito terrore! E quivi tutto era più grande e più grave, e senza patria, e d'immemorabile etade, e sotto il flagello d'inconoscibili numi. Colei che avea generato stanca era d'una immensa maternità, come se dal suo ventre escito fosse il peso delle nazioni maledette, con un travaglio orrendo; e le sue mammelle eran come l'urne dei fiumi. Profondato nell'oscuro sonno era il dormiente, come un monte sotto i silenzii dei mari primordiali onde sorgerà in un giorno del più remoto Futuro, come nessun corpo giammai profondato fu nella morte. E tutta la gioia feroce degli uccisori nati di donna, da che il primo sangue umano abbeverò la terra ancor del diluvio melmosa, tutta gravava nel pugno di colui ch'era in atto di recidere il capo al vinto nemico; e quel ferro tagliente pareva levato dall'eterna minaccia d'un dio su l'orizzonte immobile della paura terrena; e in quell'abbattuto, che invano pontava la palma il cùbito e il ginocchio sul suolo ch'ei dovea di sé far vermiglio, penava il lamentabile sforzo di tutti gli uomini vinti da che l'uomo è lupo per l'uomo. E fatalità spaventose si propagavano pel mondo, mosse da un gesto, dal lampo d'uno sguardo, dal reclinare d'un vólto, dal lembo agitato d'un manto, dal volgersi ratto d'un pargolo verso la poppa, dal ripiegarsi d'un corpo senile nell'ultima sosta. E sventure senza nome, desolazioni senza voce e senza pianto, lutti accecati dall'amarore delle lacrime esauste, tormenti non conosciuti dagli antichi tiranni né dagli esuli iddii, enormità di doglia e di follìa smisurate pesavano nella stanchezza d'una pallida mano. E tutte le membra, come la mano, erano carche di patimento mortale e s'accasciavano al suolo con ossature di piombo; o, risvegliate dal rombo della morte improvviso, balzavano nel terrore protese verso lo scampo, erette contra il periglio, contratte sotto la minaccia; e i muscoli nelle braccia le vèrtebre nelle schiene le còstole nel torace le arterie nel collo i tendini alle calcagna erano come le bestemmie le implorazioni e le grida opposte ai fati avversi, eran come le bocche urlanti, gli irti crini, gli occhi riversi. E, come su mare notturno s'ode talor clamore di naufragio lontano, venìa dallo spazio incurvo da quel gorgo soprano la voce di tanto dolore confusamente, e fioca e forte. E talor si facea di repente un silenzio più crudo che tutte le grida; ma durava nel vano, come il bronzo che vibra, il rombo eternal della morte. E alcuna delle creature accosciate nell'ombra, sotto l'invisibile mola ond'era premuta continuamente, con voce rimasta per secoli muta disse l'antica parola: «Perché siamo nati?». E io sussultai di paura sul pavimento che freddo era come pietra di tomba, sentendomi l'ossa corrose. Con pallidi occhi, vacillanti nell'orbite fatte più larghe, cercai per la volta profonda gli eroi fra le genti dogliose. Dominavano la sventura e la colpa, chiarosonanti come squilli di tromba, le Volontà meravigliose. «Perché siamo nati?» dicea la creatura del fango con la bocca sua piena d'ombra come la fàuce del bove è piena di strame. «Simile al bove che rumina, simile al capro che copula è l'uomo, con la lussuria la strage il servaggio e la fame.» E una Volontà risplendente «Taci» gridò «taci, bestia da macello e da soma! Porta su le tue schiene il peso di colui che ti doma e poi senza gemito spira sotto il coltello tagliente. Silenzio! Silenzio! Sol degno è che parli innanzi alla notte chi sforza il Mondo a esistere e magnificato l'afferma nelle sue lotte e l'esalta su la sua lira. Taci tu, cosa da mercato, ingombro gemebondo!» E ogni lagno si tacque, ogni vil bocca ebbe il bavaglio. E come croscio d'acque possenti era la forza dei Giovini, grave di bellezze in travaglio. E, dalla fronte nuda al pollice del piè contratto, fremito di sùbiti canti mi corse. Correre sentii nelle mie vene i corsieri anelanti dell'Atto, scosso dai miei spiriti il peso delle ore infruttuose. E, ridivenuti guerrieri, gli spiriti verso gli eroi gridarono: «O nostri fratelli, soli fra le genti dogliose ricchi d'opre per la dimane come gli arbori novelli di gemme, noi su la terra mescere vorremmo la vostra immortalità con la nostra morte per vincere il Fato!». E il coro inerme ed armato «Sursum corda!» rispose, traendoli all'alta sua guerra. E allora io cercai le Sibille per desìo d'un'alta compagna. E dissi alla Libica: «I piedi tuoi son come le ali della colomba, poggiàti sul pollice fiero, e tu sei per chiudere il vasto volume e per librarti a volo uscendo dal tuo vestimento, o Sibilla, come da un vincolo duro affinché l'oro e l'azzurro soli ti cingano come l'orbita cinge la pupilla umida di visioni infinite e la tua bellezza fatidica pàlpiti di libertà sopra il vento. Ignuda le spalle e le braccia e la nuca, luoghi di gaudio, ecco, dalla tua cintura t'involi e dal tuo vestimento. Ma il tuo seno, che tu mi celi, non è forse profondo come un fior numeroso? E la treccia che sfugge alla benda delle tue tempie non ha forse il misterioso potere del corno sul fronte di Pan che conduce nei cieli le melodìe del Mondo? E il tuo fianco fecondo non è fatto pel seme del vincitore? Ah chi mai saprà il colore degli occhi tuoi sotto le pàlpebre chine? Quando mi guarderai? Orfeo sono, senza ghirlande, che più non attende alle porte dell'Ade quella che due volte perdette! E tu sei troppo grande, o Libica: sul cor tuo forte soffocar puoi anche la Morte». All'Eritrèa dissi: «Non m'odi, se parlo. Sei anche più grande! La Saggezza e la Forza lavarono i tuoi piedi scalzi. Tu sdegni i troni. Se t'alzi, tu mi sembri una torre munita. Signora della Vita tu sdegni le chiuse corone. Pallade ha l'elmo corintio col duplice occhio e il nasale. Intorno al tuo capo regale tu serri il pìleo dei nàuti con treccia che gira due volte simile a ceràste divelta dalla chioma della Gorgóne. Pallade ha il suono dei flauti e il canto delle mille teste pei giuochi della nazione. Tu nelle tue vaste orchestre hai tutte le voci, dal rombo dell'ape al fragor del ciclone. Che mai raccoglie il tuo braccio con la man cava (che resse forse per una notte i chiostri del Cielo tolti al sostegno d'Atlante e forse la clava brandì ad uccidere mostri) che mai raccoglie il tuo braccio dall'ombra di quella gran piega che ti fa nel manto il ginocchio sovrapposto all'altro in riposo? Le pieghe del tuo spazioso vestimento son piene d'invisibili tesori e di mistero infinito. E, se tu volgi col dito il foglio del libro verace or che il Genio con la sua face t'accende la lucerna, qual tirannide crolla, nasce qual novo mito, qual puro eroe s'eterna?». Ma dissi alla Delfica: «Te amerò, tra due vènti avversi nata dall'onda marina esule Oceànide, te che i lombi non anche detersi hai dall'amarezza salina. Chiusa nella tunica grave or sei, nella lana cui morde la fibula sotto l'ascella; ma ti gonfia il vento del mare dall'òmero al pòplite il manto ampio quasi trevo in procella. Tu svolgi dalla sinistra mano il tuo ròtolo santo che come vela quadra s'inarca alla banda contraria; e così vigile assisa mi pari su cassero forte di nave che navighi i tempi, sicura tra i due vènti avversi, fresca Virtù solitaria. Io ben so che l'onda natale crea questa tua giovinezza e il cristallo de' tuoi grandi occhi. Tuo latte fu il fiore del sale, e il cerulo gorgo tua cuna. Fra le mammelle e i ginocchi, a traverso il tuo vestimento, io vedo raggiar la bianchezza del grembo tuo, virginale come la più labile spuma. E sento, a traverso la benda che dalla fronte alla nuca ti copre, l'odore dell'ulva e dell'alga, l'odore d'un vascello che porti nardo e mirra nella sua stiva, l'odore d'un'isola australe. O bendata, e ben ti so fulva come il fuco tratto alla riva. So che nella destra ti dura il segno del tuo governale. Navigatrice sei, Thalassia nomata per me! I rematori adusti dalle cinture di sparto e dai lanuti galèri, curvi su gli scalmi nel canto disteso che gonfie facea le vene dei colli robusti, disser le tue lodi con me. Sul litorale i trevieri misurando e tagliando le vele in canape aspra, le lor donne i lunghi aghi acuti nell'ordito spignendo con la palma armata di piastra, per giugner vivagni di ferzi acconciar guaine a ralinghe e rinforzi e ritrosi e suppunti ben saldi contro fortuna, via via di costura in costura disser le tue lodi con me. I costruttori di navi segnando a rigore di frasca i garbi dei fianchi e dei ponti per vincer con lor misurate armonie la cieca burrasca, i mastri d'ascia segando a fil di sinopia il legname squadrando chiodando impernando dallo scafo alla tuga il fasciame, i calafati la scussa carena con maglio e scalpello stoppando per l'ugner di pece e di sevo a fuoco di stipa e spalmar di bianca cerussa, i cordai filando dai mazzi la canape splendida ai soli novi o torcendo nei trasti i fili e alla pigna i legnuoli, tutte in alterno cantare le maestranze del mare disser le tue lodi con me. O Thalassia, Sibilla di grandi oceaniche sorti, divinatrice serena di turbini e di naufragi, Euploia, esulata in ambagi ove impera il dio molle che dalla bellissima argilla separò gli spirti e li volle infermi di nera vergogna, odimi. Io ti chiedo: Che guardi? L'occhio tuo fisso non sogna né pensa, ma vede come nessun altro mai vide. Non lacrima né sorride: vede meravigliosamente. Che guardi? Una cosa fuggente, o una che giunge dai mari onde tu stessa venisti? Scendere su i popoli tristi le ceneri crepuscolari, o sorgere l'albe cruente? Che guardi? Un Liberatore inchiodato a una quercia alta mille volte cinquanta cùbiti, come l'Agageo Haman figliuol di Hammedata che laggiù grandeggia in aspetto di Titano più grande del Galileo crocifisso? Una gente nata del suolo sacro all'Olivo e a Minerva, che alfin ritrovò la sua gioia perduta e goder sa nei giorni la beltà senza fasto il piacere senza mollezza e comporre sa le sue feste divine con lievi corone? Ma forse l'occhio tuo fisso contempla l'Ombra di Roma che regge l'antico timone, quale effigiata ancor regna nella medaglia di Nerva. Andiamo, andiamo! Se ancóra sonvi nel mondo azioni da compiere belle come le più belle promesse dei sogni virili, se ancora sonvi da vincere mostri, da sciogliere enigmi, da purificare carnai, da costringere petti umani a gridi d'amore e d'orgoglio verso la Vita, andiamo, andiamo! Se ancóra sonvi giardini profondi ove favellare si possa co' i saggi e gli aedi, se fonti vi sono per tergersi dopo le lotte, colline silenti che sostengano anfiteatri di marmo sacri ai tragèdi, se inni, se musiche pure, se ancor vi son lauri, andiamo! Per udire il grido d'un maschio, per vedere un braccio levato a percuoter forte il rivale, per sentir l'odore del sangue sparso e dell'ebrezza brutale, per ingannar la mia sete di vivere in atti ed in opre, o fresca Oceànide, innanzi ch'io venissi a te, disperato vagai per l'antica via strepitosa di carri lorda d'escrementi e d'avanzi accecante di luce dura. E su quella lordura l'anima mia ne' miei sensi crudeli perdutamente aspirò il divino fiato che venìa dagli immensi deserti dell'Agro fiorente d'anèmoni e d'asfodèli; trascorse al confino de' cieli. Cammino senza impedimento, fatto dai balzi impetuosi, quello cui l'anima mia è pronta se tu l'accompagni! Disgusto dei rigagni putridi la tiene; disgusto dei lascivi amori mendaci che non sanno che sia l'innocenza nel desiderio, la profonda innocenza cui non giova altro guanciale pel sonno d'un'alba ignota se non il sopposto alla gota suo braccio robusto. La tiene disgusto mortale dei giacigli acri ove il sudore del combattimento carnale fa insana la cóltrice come la materia libidinosa che serpentina s'ammassa e luccica, e attossica l'ombra. Una venefica polpa fu data ai miei denti per pane. Assaporai una schiuma più salsa che quella del mare. Congiunto fui alla colpa come la vèrtebra è congiunta alla vèrtebra nella schiena che rabbrividisce di gelo fùnebre alla carezza acuta. Non lasciai la bocca morduta sinché la saliva non ebbe il sapor della vena. Bevvi a una a una le stille su la bianchezza del petto che i rovi avean flagellato. Vidi nelle aperte pupille uno sguardo più fiso che il ferreo sguardo del Fato. E le labbra nel mio viso non potean più ridere e gli occhi non potean più piangere, o Amore! E conobbi l'attesa nella stanza che s'oscura al giorno che declina; quando la lama tagliente, tratta dalla guaina silenziosamente, è posta nella piega impura del lenzuolo, per la vana vendetta; e sul cuor solo che aspetta sfacendosi in ascolto, e su le mani e sul vólto, su tutte le misere carni, passan gli uomini e i carri, scroscia l'onta della via; e la melancolìa delle cose ha l'odore della veglia notturna tra il cadavere e i ceri; e quel che fu ieri non sarà più, per sempre. Ahimè, non la bianca pruina, non la rugiada tremante, né la scaturigine chiara, né il bosco con l'umido sguardo dell'ombra sotto le verdi sue pàlpebre, né il giovinetto vento con gli anèmoni in bocca, né il fiato dei gelsomini quando a vespro piove su gli orti, né alcuna gelida cosa poteva guarire il mio male; perché maculato io era più profondamente che il nato della pantera. E la fredda e santa corona, ond'io cinto aveva il mio spino promettendolo alla Bellezza, inaridita s'era a foglia a foglia. E l'oscuro giacinto del mio desiderio fioriva ai piedi del Crimine irto. Ma un dio nudrito di fuoco e d'amarezza era in me, che divinamente sentiva i preludii della Notte, e il dolore delle lune in travaglio, e il pianto delle Pleiadi, e il pianto delle Iadi, e il lutto figliale d'Erigone, e in dune deserte la disperanza del mare; e tutte le cose di fiamma in travaglio, ch'erran pei cieli del silenzio dolentemente, e quelle che sono già spente e sembran arder tuttavia; e la melancolìa delle fiumane tortuose ove scorre l'acqua che stilla dalle clessidre del Tempo, cui venenò l'Amore e appesantì la Morte. Ahimè, tra due vènti avversi nata dall'onda marina esule Oceànide, fresca Virtù solitaria, che sai tu del mio male? Non m'odi, se chiamo. Non torci lo sguardo dalla visione che vedi, e ch'io non veggo né mai vedrò. La tua bocca socchiusa è da me più lontana che la perlìfera conca in fondo all'Oceano australe. Eterna sei là, simulando col rotolo tuo dispiegato l'imagine nautica, Euploia, per acerbare la pena del naufrago che ti si volge, per eccitare l'ardore del buon piloto che t'ama; ché necessario è navigare, vivere non è necessario». E stetti quivi giacente ne' miei pensieri a guatarla, in me medesmo sepolto. E più e più biancheggiare il teschio d'arìete vidi, risplendere più di quel vólto. E vidi lì presso nell'ombra la madre affannata col figlio stretto al seno, e l'uomo abbattuto in un sonno cupo d'angoscia; e dall'altra banda lì presso l'ucciso guerriero sul letto, levato ancor la gran coscia nel violento sussulto; e carca del crimine occulto e ancor bagnata dal seme del maschio la femmina in atto di ricuoprire il mozzo capo, sanguinante nel piatto con tal pondo di alto valore che l'ancella èrane curva. E, come il mio sguardo sgomento salì a cercare la coppia degli eroi pùberi, scorsi che l'effigie dell'uno era distrutta dal Tempo irreparabile e l'altro bello era e triste di bellezza e di tristezza gorgónee quasi nato fosse del sangue di Medusa anguicrinita per un destino funesto. Ma tutte quelle errònee forze tra la Morte e la Vita penanti per entro quel turbo, tutte parean cieche al confronto del gesto con cui quell'eroe pensoso reggeva la zona a sostener la medaglia di conio titanico, pronto per conquistar la corona a scagliarsi nella battaglia. E io gli dissi: «Fra tutti i tuoi fratelli sei solo, sei senza il compagno a riscontro, o figlio di Medusa che forse porti per sempre nel centro dell'anima chiusa come in un'ègida ardente il fatale vólto materno. E, se pure discerno l'ombra del tuo pari, ell'è infusa di leteo làtice e oblìa le sue fiere speranze che avean già rostro ed artiglio come aquilette bienni. Ond'io, che divenni solo come te presso un'ombra ferale, vorrei ne' giorni e nell'opre averti compagno; ché troppo è talor cosa dura non poter la man fida porre su l'òmero dell'eguale». E così parlò la paura della solitudine in me per la mia fiacchezza. L'eroe fisso era in ben altra rancura. «Sii solo» rispose egli a me «sii solo della tua specie, e nel tuo cammino sii solo, sii solo nell'ultima altura. Il cuore è il compagno più forte. Tre volte i guerrieri son pari: liberi davanti al dolore, liberi davanti al periglio, liberi davanti alla morte. E ciascuno è pronto a sé stesso, ciascuno a sé stesso è fedele: un arco che ama il suo dardo, un dardo che brama il suo segno, un segno che è sempre lontano. E la libertà è lo squillo d'oro, il clangore che incendia il cielo antelucano.» «Ben so, ben so questo che insegni», io dissi. «Udii già tal sentenza fendermi come spada gli orecchi, nel vento del mare; e il cuor mi balzava nel petto come ai Coribanti dell'Ida per una virtù furibonda e il fegato acerrimo ardeva. Ma oggi il cuore m'aggreva fattura di Circe omicida, di Circe dalle molt'erbe che inganna con voce soave. Battermi tentò con la verga ella e spogliato dell'armi nel solido stabbio serrarmi. Tu l'erba salùbre mi dài, ed eccomi sano alla lotta.» Rividi la concava nave nelle acque di Leucade, il grande piloto eversore di mura tenére nel pugno la scotta. E, in verità, fu quella l'ultima volta che il cuore mi vacillò di fiacchezza e d'ebrezza torbida; quello fu l'ultimo mio smarrimento, e l'ultimo affanno della solitudine verso l'amore; e fu l'ultimo indugio, e l'insegnamento supremo. Onde il mio poter, fatto scemo dalla frode dal dubbio e dal disgusto, risorse in plenitudine nova su l'orlo dei baratri cupi. Oleastri d'Itaca, rupi di Delo divina, cielo della Sistina, luci della mia conoscenza, da voi mi venne sentenza dura per vivere in terra e voi siete i miei luoghi santi. Tutte le colpe e i castighi e le minacce e i vaticinii si oscurarono allora ai miei occhi; e la immane latèbra si fece sonora di quel peane che udito avea nell'isola d'Aiace. E vidi in carne verace le gioventù sovrumane (non tale era Achille sul punto di partirsi da Sciro e Patroclo Actòride prima che agli òmeri suoi rivestisse l'armi funeste?) irraggiare lo spazio con lo splendore d'una nudità che, construtta di ossa di nervi di vene di muscoli e di tutta la potenza carnale, splendeva su l'anima come spirital bellezza grande. Tra la luce d'Omero e l'ombra di Dante pareano vivere e sognare in concordia discorde quei giovini eroi del Pensiero, fra la certezza e il mistero librati, fra l'atto presente e la parola futura. Ciascuno la sua ossatura creato avea dall'interno del suo spirto, artefice ardente del suo simulacro vitale; e dal tarso allo sterno, dal cùbito al ginocchio, dall'occìpite al tallone, dalle vèrtebre alle falangi la compagine era eloquente come uno spirto che parli di sé con un fremito d'ale; sì che il triste pondo animale in verbo mutavasi eterno. Quale fra tutti il migliore? Poggiato la palma sul dado marmoreo, l'uno era assorto in un pensiero sì bello che volgevagli in suso i capegli a guisa di diadema per occupar solo la fronte e farne a sé luogo di luce. Inclito come Polluce, l'altro piegavasi in dietro gridando, quasi a lanciare di là da ogni fine raggiunto un disco di ferro in cui fosse inciso un decreto del Fato. In fiera allegrezza, agitato pareva da pirrica danza l'altro; e col levar delle braccia con l'alterno urto dei piedi con la brevità degli accenti segnava i ritmi veementi dell'anima sua predatrice. E chi, flesso il pòplite, lieve sedea su la gamba sopposta; e chi raccolto, in una sosta dell'ardore, co' piè giunti, con la zona sul capo a guisa di benda, sognava un suo sogno severo; e chi reclinavasi altiero a trar con la destra la zona che fermata area col calcagno mentre incoronarsi del lembo estremo parea con la manca; e chi, piegato su l'anca, col capo riverso nel triplo avvolgimento d'un drappo fremebondo, avea la sembianza del vento Vulturno; e chi, quasi genio notturno, nascosto le mani profuse di soporiferi semi, tenera le pàlpebre chiuse. Ed altri guatava diritto all'ombra del braccio levato in atto d'opporre difesa a erculeo colpo di clava; altri dall'alto guatava obliquo con crude pupille come avverso ricca rapina, contratto i muscoli al balzo, quasi leopardo che sia per frangere tergo di toro. E tutto pareva sonoro dell'alto peane lo spazio, però che in ogni atto dei corpi si rivelasse una fiamma di volontà e d'ardire qual sola proruppe, toccando a sommo dell'etra gli dèi, dalle battaglie sacre ch'eran primavere cruente d'un popolo nato a fiorire il fiore de' suoi Propilèi. Ma qual fra gli eroi fu l'eletto della tua speranza, o rinata anima mia? Qual più ti piacque? Qual tu volesti assemprare nel vittorioso avvenire? Quello che ti parve fra tutti il più libero, cinto di libertà come d'un serto diàfano, per aver vinto. Quello che ti parve fra tutti il più sereno, sospeso in serenità d'oro, certo qual dio, per avere compreso. Instrutto ma non leso dalla vita, bello e gagliardo, poggiato il cùbito destro sul festone silvestro e sul ginocchio la mano, ei guarda con limpido sguardo il compagno oppresso dal peso, il forte che ancor non s'affranca. Sotto di lui sta, quasi mole di granito e d'umo fecondo, con le gambe conserte assiso il titanico veglio che sembra l'antico parente di quella forza novella. Quali comprime parole nella vasta mascella barbata il veglio con essa la sua mano venata di duro aratore che seppe entrar profondo col dente nel grembo d'una terra inerte e strapparle sacra promessa d'abondanza per la sua prole? E le due donne sole, che stannogli quivi alle spalle, perché sono tristi? Rimpianto le tiene dell'esule prole che nudrirono alternamente nella cuna della sua valle? Io vidi in quel veglio lo spirto del mio suolo natale, il generator venerando della mia sostanza più forte, il testimone solenne della mia fatica vitale, il giudice e il custode futuro della mia morte. «Uomo» dissi a me «la melode che ti pregò buona la sorte nella cuna di rovere tu non obliare giammai; ché in ella è un indomito nerbo. Forse su quelle povere note un giorno tu comporrai l'inno tuo più superbo; quando, sopra il vinto dolore assiso come il sereno eroe che nell'alto contempli, cantar tu potrai dal tuo pieno petto i tuoi dii ne' tuoi templi.»
XVIII. Or giunto è quel giorno per l'uomo audace e paziente, che vinse il dolore e il disgusto e la stanchezza e sé stesso. È giunto il giorno promesso. O solstizio d'estate! La man ritrovò, come nido nel cavo del tronco vetusto, le ricchezze della sua gente; e come le uova lasciate si raccolgono, ella raccolse il retaggio della sua gente; e non s'udì muovere ala né pigolare nel nido ma tutto era luce calore odor di glebe odor d'erbe fragranza di miele selvaggio e fremito di biade già fulvide nella pianura. O solstizio d'estate, annunzio della mietitura! Per vincere il dolore, io lo cercai dovunque, senza tregua; e spezzato me l'ebbi a frusto a frusto. Per vincere il disgusto, respirai l'aria infetta, il fetore del fiato plebeo, l'afa della carogna, il lezzo della fogna, la peste della cloaca, il rutto della mala ebrezza. Per vincere la stanchezza, volli cose più pesanti da portare in sentieri più difficili e costrinsi le mie pàlpebre e i miei pensieri a più lunga vigilia. Per esser solo a me davanti, come chi sogna o s'esilia, camminai nel deserto delle moltitudini ansanti. Camminai per entro la folta materia delle agonie e delle resurrezioni, misurandola in silenzio col battito del mio sangue aumentato come nell'estro furiale dei ditirambi. Credetti vedere tra lampi l'aspetto terrestro di Dionìso effrenato, la mostruosa faccia d'un dio pandèmio agitato da una innumerevole danza per un rito impuro e cruento. Sentii tornare nel vento l'antico delirio d'Astarte nel dì d'Adonài germogliante quando i quadrivii e le piazze sanguinavan di stupri sacri e la città era tutta una prostituta schiumante. O Strada, adito orrendo ove apparir deve il dio Ignoto, ampia sì che con quattro quadrighe di fronte vi possa procedere un novo Trionfo latino, angusta tòrtile e sozza come budello bovino, ardente qual fiume di lava, umida qual catacomba, frequente qual molo d'approdo, deserta qual vacua tomba, piena di silenzii e di gridi, tetra e folle, fùnebre e vana, non mai così bella io ti vidi come allor che udendo la voce della rivolta lontana guardai fiso il tuo sbocco irto di baionette, l'occlusa tua tragica foce all'émpito delle vendette. Io ho portati i tuoi furori, caricato mi sono delle tue doglie, ingombrato dei tuoi lutti e dei tuoi misfatti. Intera nel cor tu mi fosti con le moltitudini cieche con l'enormità dei clamori con la veemenza degli atti. Lo spirito del tumulto passava sferzando la faccia come la raffica pregna di fortore salino. Occhi bianchi in teste riverse e dentature mordaci brillavano come le schiume nascenti del maricino. Un che d'aspro, un che di ferino e di primaverile e di volubile era nell'aria. D'acuto lucea riso ostile l'ilarità sanguinaria. Con òmero pugno e ginocchio innanzi spignea la carcassa della sua fame allegra, più forte, sempre più forte, come la ciurma che vara la barca giù per la sabbia del lido e spignendo la negra carena dà grido concorde. Dalie gole rauche un selvaggio canto rompea tra i palagi senZa echi, e le ingiurie gli eran compagnia di strumenti con sibilo di rotte corde, gli eran segnal di ripresa il precipitar dei cristalli argentino al colpo del sasso, il rimbombar dei battenti urtati su le chiuse porte; e il canto avea fatto lega col sepolcro, avea fatto patto di fèlicità con la morte. E io vidi allor sul crocicchio l'edificator di bordelli, figliuolo di non marzia lupa, satollo di vituperio, che s'era estrutto alto luogo quivi a tener sue concioni; vidi il gran demagogo, nomato con nomi di gloria Prevaricator sin dal ventre e Sacco di saggezza escrementizia e Frogia mocciosa della vacca Onta, sedare il clamore col gesto per iscagliar suo verbo contro a chiunque s'inalzi e contro a tutti gli alti monti e contro a tutti i colli ingenti e contro a ogni torre eccelsa e contro a ogni muro forte e contro a tutti i bei disegni e contro a tutti i buoni odori. Ed errava nelle parole come l'ubriaco di notte va nel suo vomito errando. In luogo di buoni odori vi sarà la sanie concreta, e in luogo di bella cintura cordella di sparto, e vittuaglia spartita in luogo di vana bellezza. E una ventrosa menzogna sarà posta in luogo di queste vesciche che abbiamo fendute, per nostro ricetto. E tu, sterile Plebe che non partorivi, concepirai pula e partorirai loppa. E i cieli si ripiegheranno come non più letto volume su la terra beata di fecondità strapossente. O quanto era bello su la bigoncia il torace del bertone, angelo di bene e messagger di salute, che dicea: «La Canaglia succede all'Uomo per sempre e in pace amministra le grasce!». O quanto era bella intorno all'imperatoria pinguedine del suo collo stillante incliti sudori la porpora della corvatta! Egli era la sanie coatta in forma di vafro macaco nascosto nei panni il verdiccio pelo e le chiappe callute. E le vociatrici boccute l'adoravano. Dal capo alle piante con gli avidi occhi elle parean tutto succiarlo quasi ei fosse tutto priàpo. Ma, quando l'umano ingombro riprese il cammino verso la muraglia equestre irta di lame e di lance che laggiù l'attendea, (la pioggia recente avea sparso per le vie l'odore terrestre, calando il sole accecato tra nuvole e cupole d'atro piombo gonfio ed immoto) un che di sacro e d'ignoto sorse da quell'immenso miserabile corpo in balìa del delirio vespertino, le cui mille e mille facce divampate parean da una fumida gloria. E pietà mi prese di lui che camminava ignaro nell'eterna sua debolezza come nella vittoria. Uomini fetidi e robusti, altri smorti e scarni e curvi, combusti dal calore dei forni e delle caldaie infernali, inverditi dai sali del rame, inazzurrati dall'indaco, arrossati dalle conce delle pelli, inviscati dai grumi e dai carnicci dei macelli, corrosi dagli acidi, morsi dal fosforo, fatti ciechi dalle polveri e dai fumi, fatti sordi dai fischi del vapore dilaceranti o dai tuoni iterati dei martelli giganti, dai fragori e dagli stridori di tutto il ferro attrito, venian del lavoro fornito. Foschi di carboni, bianchi di farine, con lorde le mani d'argille o d'inchiostri di sevi o di nitri, con pregne le vesti di tabacchi o di droghe di farmachi o di tòschi, venian delle fucine, venian degli opificii, venian delle fabbriche in opra, dei fondachi, delle fornaci, di tutti i supplicii e i servaggi, con su i vólti selvaggi impresse le impronte tenaci della materia bruta cui li asserviva il travaglio. Ed ecco era divenuta la lor pena diversa una sola rabbia, conversa a sollevare un sol maglio. E la volontà di morte cessò dal grido e dal canto: subitamente si fece taciturna e compatta dinanzi alla muraglia equestre che l'attendea. S'udiva tintinnire l'acciaro nella bocca degli inquieti cavalli, ansar nei petti inermi s'udiva la forza plebea. Gli squilli, gli urli, il galoppo, il turbine duro che passa, la vendemmia sotto l'ugne ferrate, le carni calpeste, i cranii fenduti, i cervelli sgorganti, l'orror consueto della rivolta disfatta e rotta su le pietre grige; ma tra il sangue un'ala ch'è intatta, una fiamma che vige l'idea. Quale? L'antica, l'eterna, ch'ebbe nei crepuscoli fulvi dei secoli tante ecatombi di ribelli invano rinati dal carnaio delle lor fosse. Quella che disse: «Vesti i lombi degli schiavi, o sacra Giustizia, perché i prigioni del prode sien tolti e le prede del possente sieno riscosse». Nel crepuscolo fulvo nasceva il delirio. La cieca demenza guidò la cresciuta miriade non più inerme agli abbattimenti e agli incendii, sott'esso il chiarore sublime che ferìa le pile dei ponti, gli archi di trionfo, le fronti dei templi su le colonne superstiti, gli anfiteatri titanii, l'erculee terme. Le fauci belluine della Folla s'erano aperte dismisuratamente per divorar la possa della Città trionfale, della tirannica madre con tutte le sue opulenze ed abominazioni. Come il fiume contra i piloni di granito, fra la distretta degli argini, sotto la bassa nuvola melmoso, la massa carnale rigurgitava schiumava in capo d'ogni strada, e alla libidine atroce ogni strada era suburra. Valanghe d'ombra azzurra si precipitavan dal cielo, ché l'ombra parea più veloce nel vespero violento. Le torce ruggirono al vento. E da presso e da lungi io udiva il clamore, io udiva gli ululi e i lagni orribili della gran doglia nella Città millenaria. E il clamore era come di femmina partoriente che si torca in spasimo grande e morda la verde sua bava e dia del capo e dei pugni nelle mura e invochi soccorso alla doglia sua, vanamente, negli orrori suoi solitaria. E dissi: «Ah quanto ti torci, misera, e quanta fai bava di vituperii e d'ire nelle tue mascelle di ferro! Ma dato non t'è partorire se non l'aborto cionco e monco, l'acèfalo mostro che ha il tronco di ciuco e la coda di verro. Ah chi almeno un giorno saprà sollevar la tua fronte chiomata di crin leonino verso la bellezza d'una vita semplice e grande? Chi ti trarrà dalle lande della morte verso il bel monte delle sorgenti ove il destino delle stirpi s'immerge e si rinnovella? Un eroe forse ti verrà che ferrare saprà de' suoi duri pensieri la rapidità de' tuoi atti, come s'inchiodano i ferri all'ugne degli acri corsieri, di là dagli antichi riscatti». Afflitto io non dissi a me stesso: «I giorni saran prolungati e ogni visione è perita». Ma sì bene: «I giorni e la fiamma d'ogni libertà son da presso». E dal giorno di poi l'ora santa d'Eleusi fu pallida nella memoria dinanzi all'ora del pane. La spica mietuta in silenzio nella mistica ombra mi parve men pura che il pane addentato dall'avidità della fame. O mattino di primavera su la via lavata dall'acqua del cielo! Garrire e brillare di rondini nell'umidore argentino! Odor dell'eterno frumento, dell'aurea crosta rotonda, della mollica soffice occhiuta e leggera! Selvaggio sguardo materno verso il divino alimento! Strida del pargolo fioche per l'aderir della lingua al palato nell'alidore! Le turbe assalivano i forni con l'avidità della fame. Abbattevan le porte, abbrancavano il pane ancor caldo gonfio cricchiante. Traevan sul lastrico i sacchi della bianca farina, del biondo cruschello; e le donne se n'empievano il grembo prendendone col cavo delle palme fatto capace dalla bramosia come staio. E subitamente un gaio fervore invase le turbe. E gli uomini forti, i fanciulli, le madri, le vergini, i vecchi, tutti ridean con umidi occhi; e tutti i denti parean puri nelle bocche affamate che masticavano il dono della Terra nato nei solchi. E un sapor religioso era certo in quel pane che tal sacra ebrezza recava, come nel primissimo pane che intriso fu, cotto e mangiato dal colono poi che Demetra di cerulo peplo gli diede l'ammaestramento immortale. E io dissi: «L'uomo è l'eguale dell'uomo dinanzi alla spica mietuta in silenzio o con canti. E questa è la sola eguaglianza, questo il gran diritto terrestre che inscritto sta nella zolla». E parvemi, sopra la folla sazia di pane recente carica di pura farina, intraveder la divina benignità sorridente della Dea che è cittadina per la sua corona murale. E un'altra ora fu larga alla mia speranza; e fu l'ora notturna della mia Musa quando apparve in veste sanguigna alla moltitudine chiusa nell'anfiteatro profondo che fremea di fremito immane. Quivi rotto fu l'altro pane: fu dato all'unanime cuore il bene che supera tutti, il cibo più dolce dei frutti nati di radice terrena, il rapido oblìo della pena assidua e del duro bisogno, il nepente del sogno che svela nel lume d'un astro novello il prodigio del mondo: quando il buono Eroe biondo, che tenne la spada e il timone l'ascia la marra e il vincastro, rivisse nell'alta canzone. Anima mia, tu provasti l'avversità d'ogni vento e d'ogni vento la gioia, tutte le figure segrete conoscesti tu dell'abisso marino da poppa e da prora. Ma quale dei soffii più vasti ti sollevò come quello spirante dal vólto in te fisso? e quale figura d'abisso ti parve misteriosa come quella che ti guatava e parea farsi cava alla voce tua ripercossa? Entrar sentimmo una possa ignota in noi, crescere un'ala terribile al nostro ardimento, un'ansia d'interno titano sforzare l'angustia nostra, distruggere l'impedimento della corporea chiostra. E la materia sacra della stirpe, l'imperitura sostanza progenitrice dei sangui, l'originaria virtù della gente era innanzi a noi affocata come il masso del ferro che posto sarà su l'incude. E noi con le man nude l'afferrammo delirando come chi è pieno del dio e travede nel fuoco informe l'imagine che trarre ei deve alla vista di tutti. L'afferrammo e, instrutti dal dio, la foggiammo rovente, e traemmo il gran simulacro dell'Eroe disparito. E tu vedesti dal sacro tuo fuoco, o italica gente, nascere il novello tuo mito. Bellezza dei miti novelli non anche nata! Divine trasfigurazioni delle forze operanti nella profondità segreta della stirpe dominatrice! Fiammei fiori della radice innumerevole che abbraccia la sua terra con fibre inespugnabili! Supreme testimonianze d'un sangue animoso! Gli olivi che fioriscono a specchio del Mediterraneo Mare ancor vedranno fumare i roghi accesi ai numi indìgeti e udranno il peana, quando restituita su l'acque sarà la più grande cosa che mai videro gli occhi del Sole: la Pace Romana.
XIX. Certo, una inattesa bellezza balenar talora mi parve nella chimerosa figura del popolo unanime intenta; e l'ingluvie sua flatulenta e il vociar suo forsennato e l'enormità del suo dosso, la caudale giuntura delle sue mille e mille vertebre che traversa, come fólgore, l'insano sussulto; e il Pànico, l'occulto suo dio che gli schiaccia la coglia; e la sua furia e la sua doglia e la sua miseria infinita, tra le inesorabili mura, mi diedero fremiti avversi. E talor discopersi in alcun vólto infoscato dalla filiggine o adusto l'armonia del bronzo vetusto. Ma, dopo, il Deserto di sabbia inospite fu la mia gioia sublime, fu il mio rapimento. E tedio mi prese del verde albero, e il solco del novo grano mi fu a noia per la memoria dell'uomo; e ogni vestigio di piede umano mi parve lordura. E l'immensa aridità pura del Deserto senza vie e senza òasi, il suo fiore ineffabile che illude la sete nudrito di brace, le sue mammelle nude e sterili che fanno di bassura in bassura ombre d'inganno, il muto tremar del suo vento focace quasi battito di febbre, furono il mio rapimento. E la luce m'entrò pei pori della pelle, m'impregnò d'oro le vene le ossa e le midolle, mi fece il cuore lucente come il quarzo e lo schisto. E ogni umor tristo fu inaridito, riarsa ogni sovrabbondanza molle, ogni pesantezza alleggiata, ogni ingombro distrutto. E nel mio corpo asciutto la felicità del mio spirto fu più agile che fiamma appresa ad arbusto di mirto. E tutti i miei pensieri furon come corde di cetra aridi; e le volontà belle sonarono in me constrette come le aguzze asticelle dei dardi a quattro alette suonano nella faretra. E la mia coscia nervosa aderì così forte al fianco del mio caval sauro ch'io divenni il mostro biforme, lo snello centauro d'ugne senza ferro, di levità senza orme. E ne' miei occhi umani sentii la bellezza dei grandi ardenti umidi occhi inumani del corsiere d'Arabia che parea sangue di pardo. Ed ebbi così nel mio sguardo l'inconsapevolezza della purità bestiale, in me ebbi tutto il Deserto. E, scendendo in corsa le dune verso la bassura fallace d'aereo incantamento, correre credetti alla Nube materna vestito di vento. Delirio dei profeti saziàti di locuste e beveràti con l'acqua lotosa dell'otre sozzo, visione di dolore e d'orrore innanzi alla Morte, il mio delirio fu più forte, la mia visione più bella. Dov'era il dio di procella che seccò il mare, le acque del grande abisso? che ridusse le profondità del mare in un cammino di fuoco per i dromedarii di Efa e per i cammelli di Seba carichi del suo incenso? Quivi, nel fuoco immenso, non era alcun che gridasse per la giustizia né alcuno che per la verità facesse lite e contesa e digiuno. Fin l'ossa dei dromedarii su la sabbia eran più monde di tal giustizia e più pure di tal verità, sotto il Sole. E non v'eran parole se non quelle del vento incorruttibile, che è il Messo della Libertà per i prodi e per i solitarii, quivi. E il vento dicea: «Tu che vivi, guarda il mio palpito incessante d'amore su i corpi che foggio! Il Mar glauco, il Deserto roggio io li travaglio d'amore indefesso e li trasfiguro in bellezza infinita che una pare e sempre disvaria. O Vita! Non odi nell'aria clangor delle mie mille trombe? Or ora laggiù seppellita ho la Sfinge presso le tombe». Seppellita ho anch'io la mia Sfinge co' suoi enigmi nodosi, e seppelliti anco gli avelli con la lor putredine inclusa. Risa di fanciulli, effusa gioia puerile, croscianti risa d'innocenza selvaggia furono l'inno funerale alla covatrice di tombe, risa volubili come avvolgimenti d'aura, roche di troppa allegrezza talora come i canti delle colombe, come i murmuri dei ruscelli. Volontà, Vittoria senz'ale in me ferma sempre! Nudrita di rai, Voluttà, calda e ascosa come sotto il pampino l'uva! Orgoglio, uccisor dispietato! Istinto, fratello del Fato, dio certo nel tempio carnale! Volontà, Voluttà, Orgoglio, Istinto, quadriga imperiale mi foste, quattro falerati corsieri, prima di trasfigurarvi in deità operose come le Stagioni, che fanno le danze lor circolari e compagne son delle Grazie e delle Parche in ricondurre Prosèrpina ai giorni sereni: quadriga che con freni difficili resse l'auriga, con rèdini tese nei pugni ove serpeggiava la fiamma del sangue sagliente pei fermi cùbiti ai bicìpiti duri: quadriga negli Atti più puri coniata come l'antica nel rovescio del tetradramma, segno di potenza ai futuri. Con quanto ardimento trapassammo i termini d'ogni saggezza e corremmo su l'orlo dei precipizii, lungh'essi gli alti argini delle fiumane vorticose, in vista del duplice abisso pel crinale aguzzo dei monti ove la vertigine afferra subitamente colui che crede al pericolo, e senza scampo lo sbatte sul sasso, gli spezza la nuca e la schiena! O ebrietà d'ogni vena, occhio gelido e chiaro nella faccia ardente! A levante, a ponente, per ovunque guardai quell'adamàntina cima del rischio, e sempre mi chiesi: «Ove debbo ancóra salire?». Ma il meridiano delirio nel Deserto l'oblìo d'ogni cima più perigliosa mi diede e d'ogni demenza più lucida e d'ogni divieto abbattuto. E l'alta quadriga e lo sforzo dei freni e la chiara audacia e la lunga esperienza dei mali e la gioia immite del rischio, tutta l'opra d'odio e d'amore dietro di me sparve, fu come sabbia ventosa, fu nulla. E l'anima mia dalla culla dell'eternità parve alzata in quell'ora, con l'innocenza dell'elemento, nova e pur compiuta da un'arte più fiera che qualsìa nostr'arte. E corsero a lei d'ogni parte moltitudini di bellezze. Ed ella taceva, profonda del suo più profondo silenzio. Ma parole erano dette in lei, alla gran luce del mezzodì, chiare parole che non pur nel già fatto vespero furon mormorate mai dal timor delle labbra né mai nel mistero notturno. E il suo coraggio taciturno le suggeva cupidamente come il fanciullo vorace che sugge gli acini gonfii di miel solare e inghiotte la pelle che il sol fece d'oro e trita i fiòcini e il raspo, ché tutto gli piace. E quel ch'è angoscia spavento miseria tra gli uomini, quello le si trasmutò pel Deserto in felicità senza nome. Felicità, non ti cercai; ché soltanto cercai me stesso, me stesso e la terra lontana. Ma nell'ora meridiana tu venisti a me d'improvviso, coi piedi scalzi e col viso velato d'un velo tessuto di quei fili che talora brillano impalpabili all'aere opere d'aeree fusa. Ed ecco tu torni! E la Musa t'ode mentre tu t'avvicini, se bene i tuoi piedi sien più delicati del guaime che nasce nei prati dopo la falce, più tenui delle prime foglie che spuntan nel salce, e più lievi sieno i tuoi passi che scorrer di talpa sotterra o di lucertola in sassi. Tu torni e tu tornerai, come l'aura intermessa che manca perché va più lungi, forse sopra un letto di musco, forse in una tremula stanza di capelvenere, forse dietro una cortina rosata di madreselva, a vestirsi di freschezza novella da recare a colui che l'ama. Il mio cor non ti chiama né ti attende. Tu repentina entri e mi guardi con occhi negri d'un negrore velluto come quel degli occhi onde occhiuto è il fior della fava nel mese di marzo tra pioggia e chiarìa. E tu m'assempri l'iddia parrasia, Carmenta dai lunghi riccioli, che portava ghirlande di foglie di fava. Tu sei visibile, tu hai la specie divina e selvaggia, il primo odore del campo di marzo, i denti di brina. Ti guardo; e la prima peluria della mandorla nova è men dolce della tua guancia. Ti guardo; e le tue dita chiuse son come lo spicanardo che chiuso è in mazzi pei forzieri colmi di nivei lenzuoli; e i petali dei giaggiuoli nel piegarsi non han la grazia de' tuoi capelli che piega su le tue tempie il favonio; e come il nido alcionio che palpita a fiore del sale col palpito lento e infinito di tutto il mare placato, e il tuo sen verginale mosso dal profondo tuo fiato. Di cose fugaci e segrete sei fatta, di silenzii e di murmuri, lieve come i frutti piumosi della viorna, come le lane del cardo argentino, o Felicità del cor prode. Ed ecco tu torni a me! T'ode la Musa; e il suo vólto divino nel volgersi ti rassomiglia, se non che tra le ciglia sembra ell'abbia il fiore del lino ma in vero è il colore marino che rimasto è per sempre nel suo sguardo amico dei flutti. Che ci porti? Quali bei frutti di paradiso insulare per invogliarci a largare novamente le vele umide ancor di tempesta? Che ascondi nella tua vesta? Noi abbiamo un canto novello perché tu l'oda, questo grande Inno che edificar ci piacque a simiglianza d'un tempio quadrato cui demmo per ogni lato cento argute colonne tutto aperto ai vènti salmastri. Ai raggi del sole e degli astri notturni l'artefice insonne operò con puro fervore, quasi fosse questa l'estrema opera di sé morituro, il monumento al suo spirto liberato e liberatore. Ei le materie sonore con ìmpari numero, oscuro e inimitabile, vinse. Le sette Pleiadi ardenti e le tre Càriti leni, le stelle dell'Orsa e le Parche, in rapido giro costrinse. Tre volte sette: la strofe qual triplicata sampogna di canne ineguali risuona con l'arte di Pan meriggiante. Io tagliai le canne lungh'essi i fiumi, sovr'esse le fonti frigide, nel loto febbroso delle paludi, sul ciglio dei botri, nelle ruine delle città venerande. Per giugnerle insieme, la cera separai dal nettare flavo con la mia bocca ingorda ma non sì che non rimanesse nella masticata sostanza l'odor del cefisio narcisso. Trassi il refe da una sagena logora per lungo esplorare i fondi pescosi, ancor lorda di scaglie, pregna di salso, esperta del tacito abisso. Il Dèmone dai mille nomi, il vagabondo Orgiaste, il Dio circolare, il Maestro delle visioni, l'Amico dei suoni, Colui che conduce la melodìa del Tutto, m'insegnò quest'arte nascosta. Ebbi acuto l'orecchio al rombo del ponto remoto, allo sciame lene strepente, al vado pulsare del sangue, ai movimenti segreti dell'anima vigile, a ogni dimanda, a ogni risposta. Il suono si fece acque foglie glebe rupi nuvole marmi, scroscio di doglienza, sorriso di pace, grido di brama, combattimento ordinato, danza revoluta, solenne coro, sicìnnide incomposta. Ah, che mai sanno gli schiavi faticosi intenti a mestare con lor mestole ed assi ne' vecchi truoghi di pietra consunta lor polte ed imbratti, come i ciechi servi di Scizia posti in buon ordine ai vasi della mungitura, or che sanno eglino della potenza e dello splendore dei suoni? O parole, mitica forza della stirpe fertile in opre e acerrima in armi, per entro alle fortune degli evi fermata in sillabe eterne; parole, corrotte da labbra pestilenti d'ulceri tetre, ammollite dalla balbuzie senile, o italici segni, rivendicarvi io seppi nella vostra vergine gloria! Io vi trassi con mano casta e robusta dal gorgo della prima origine, fresche come le corolle del mare contràttili che il novo lume indicibilmente colora. Io vi disposi nei modi dell'arte così che la vita vostra rivelò le segrete radici, le innùmere fibre che legano tutta la stirpe alla Natura sonora. Io feci apparire tra l'una e l'altra sillaba i mille vólti del Passato tremendi come sembianze di morti che un'anima sùbita inondi. Io dal vostro cozzo faville sprigionai, baleni d'amore che illuminarono l'ombra del Futuro pregna di mondi. Splendete e sonate, o parole, in questo Inno che è il vasto preludio del mio novo canto. Converse io v'ho novamente in sostanza umana, in viva polpa, in carne della mia carne, in vene di sangue e di pianto. Splendete come l'aurora su l'alpe nutrice di fiumi, onde scese al suo messaggero Euretria la Decima Musa. Risonate come le trombe del vento che avea seppellito laggiù nelle sabbie di fuoco l'ancìpite Sfinge camusa. Ma, prima che l'ora sia chiusa, io voglio al Maestro sublime alzare il saluto figliale; poi, colcato sopra la terra munifica, gli ultimi vóti volgere alla Madre immortale. XX. Enotrio, in memoria dell'ora santa che versò d'improvviso il fuoco pugnace de' tuoi spirti su la mia puerizia imbelle, alle tue prime cune io peregrinai santamente. E purificai le mie mani nelle acque alpestri che, irose contra macigni superbi più che marmi di simulacri, schiumeggiano presso la casa umile dove nascesti, sorelle della corrente Strophia dinanzi la porta del re d'inni Pindaro in Tebe. Duro è il Teumesso, e il suo sprone è come ginocchio proteso d'oplìte in resistere all'urto. Ma il tuo Monte Gàbberi è duro più del Teumesso, o mio padre; è come un elmetto d'eroe. Ha forma d'aulòpide, cara a Pallade e a Pericle, il monte, con la visiera e il nasale. E l'aspra virtude apuana sembra guatar per i fóri le navi sul mar di Liguria e noverare le forze dell'arsenà che travaglia il patrio ferro dell'Elba dietro il promontorio lunense. Certo nell'infanzia selvaggia ei t'apprese il crudo cipiglio onde tu guatasti i Bonturi e i Fucci e i ladruncoli immondi e l'altra genìa per le terre che il vicin tuo grande esulato stampò di suoi fiammei vestigi. Ma l'alpe di Mommio ha una vesta di glauco pallore, e la Culla sta con Montéggioli bianca sopra un dolce golfo d'ulivi. Sicché nel cor mi sovvenne della sacra Fòcide, e il Plisto nel lapidoso Motrone riveder mi parve, e spirare sentii per le alture e le valli il soffio dell'Ellade, il nume di Pan nei vocali canneti presente, che ancóra conduce pe' tempi il Ritorno eternale. Sostai nella selva palladia attonito, e il ciel tra le frondi era come il vergine sguardo dell'occhicèrula Atena. E quivi sedetti su l'erba a meditare, o Maestro, il fato del tuo nascimento. E tu eri meco placato nella tua divina vecchiezza; e la santità degli ulivi ti coronava d'immensa corona la fronte sublime: E io dissi: «Padre, il tuo grande aspetto è come la terra natale, tra l'Alpe di Luni ove il Buonarroto ancor rugge e il Tirreno Mar navigato dalle prue dei Mille in eterno. Prometèa materia è quest'alpe, insonne altitudine alata, carne delle statue chiare, forza delle colonne, gloria dei templi, inno senza favella, sculta rupe che s'infutura. L'aquila batte le penne sul vertice aguzzo, il torrente precipita al piè con fragore. Da tutte le vene profonde una volontà di bellezza eroica s'agita e soffre per sorgere in luce di forme. O padre, qui son le tue cune che Michelangelo seppe. Degna è quest'alpe che gli occhi tuoi di fanciul torvo guardata l'abbiano quando la dolce tua madre era ignara del tanto peso ch'ella avea sostenuto e non ascoltava il torrente sonoro annunciar le tue sorti, onde l'umil casa ancor trema. Degna è che tu la contempli nella tua sera solenne, o eroe che tanto pugnasti e tanta sementa spargesti nei campi di guerra fenduti dall'unco tuo vomere fatto con l'acciaio delle me scuri. Se un luogo v'è dove tu possa grandemente spandere il fiato del tuo coraggio ancor caldo dalla titanica impresa, ben questo è, che un dio formò quando tutti gli iddii erano ellèni. Qui forse tagliasti la prima canna pel sufolo vano e v'apristi i sette suoi fóri, tu che sai perché Pan facesse obliqui i calami eterni e diritti Pallade Atena. Or, se tu spiri il tuo vasto soffio nella bùccina forte che tra l'ignavia dei servi chiamò i guerrieri festanti alla suprema tua giostra, da tutti gli echi dei monti che il castigatore grifagno vide fiammeggiare nel cielo dell'ire sue conflagrato vermigli come se di foco usciti fossero e fece d'essi le meschite infernali da tutti gli echi dei monti sola ti sarà ripercossa voce di vittoria e di gloria». Questo dal cor m'ebbi fervore nel puro silenzio dell'alpe. E dal ferreo Gàbberi al Ronco roseo di grecchia, dai boschi di Mommio argentei di pace ai rugginosi gironi della Ceràgiola ardente, il tuo spirto ovunque diffuso era nell'etrusca Versilia; e conveniva con Dante in Val di Magra, con Guido a Sarzana, con l'Ariosto di là dalla Pania su l'aspra Turrite, più lungi. E per tua virtude risorsero quivi gli antichi iddii della patria, risorsero su le ruine delle città disparite i popoli spenti a cantare le divine origini e i culti degli avi e la forza dell'armi. E come Erme, come Vergilio, come il vicino tuo grande, eri mediator fra due mondi. Enotrio, ora e sempre laudato sii tu fra gli uomini in terra, perché veruna dell'alte opere che tu operasti eguaglia in altezza il tuo spirto, presente ovunque un servaggio si scuota, un'augusta memoria risorga, una giusta potenza si vendichi, un sogno lampeggi, un desìo s'armi e combatta. Enotrio, ora e sempre laudato sii tu fra la gente latina, perché tu superstite regio del gentil sangue, tu vate solare contra il nubiloso barbarico ingombro esaltasti le marmoree fronti degli Archi di Trionfo sacre all'Azzurro. Enotrio, ora e sempre laudato sii tu fra l'italica gente, e col lauro gianicolense col cipresso del Palatino col gattice d'Arno col salce lombardo con le viole liguri con le pestàne rose con le sicule palme, con tutte le nobili frondi e con tutti i fiori soavi dei campi espèrii ghirlande di gloria ti sieno tessute dalla giovinezza robusta, perché tu solo, mentre in ogni capo di strada era alzato letto fornicario o pur banco di baratto o pur falso altare ad officii di vituperio, tu sol ci serbasti nell'ampio tuo petto il fuoco di Roma per la terza vita d'Italia. O padre, verrà quel gran giorno che ci promise il tuo canto! Ad ogni alba gli Archi dell'Urbe sembrano vomire la notte accidiosa che rempie i loro vani come le bocche delle cave maschere inerti cui sospese il vecchio tragedo per vóto a Diòniso muto. Subitamente per entro i loro vani sembra che parli la magnificenza del giorno geniale, con la concisa forza delle inscritte parole più fiera su i cuori virili che getto di bronzo, più acre che punta di stilo rovente. E gli Archi, ecco, aspettano i nuovi trionfi, perché tu cantasti: «O Italia, o Roma! quel giorno tonerà il cielo sul Fòro». Tonerà il cielo sul Fòro liberato d'ogni congerie vile, d'ogni cenere e polve, restituito per sempre nella maestà de' suoi segni; e dal fonte pio di Giuturna scoppieranno le acque lustrali, e da ogni luogo arido vene di acque, e torrenti di vita nelle solitudini prone dell'Agro, nell'imperiale deserto, da tutte le tombe; e tutte le vèrtebre fosche degli acquedotti saranno Archi di Trionfo per mille Volontà erette su carri; e la croce del Galileo di rosse chiome gittata sarà nelle oscure favisse del Campidoglio, e finito nel mondo il suo regno per sempre. E quella sua vergine madre, vestita di cupa doglianza, solcata di lacrime il vólto, trafitta il cuore da spade immote con l'else deserte, si dissolverà come nube innanzi alla Dea ritornante dal florido mare onde nacque pura come il fiore salino portata dai zèfiri carchi di pòlline e di melodìa là dove l'antico suo figlio approdò coi fati di Roma e disse: «Qui è la patria». Tonerà il cielo sul Fòro. I grandi Pensieri e le grandi Opere saran coronati, deità novelle, nell'Urbe. Ed anche tu, vate solare, assunto sarai nel concilio dei numi indìgeti, o Enotrio.
XXI. Ecco, il mio carme si chiude. Si placa l'ebrezza dei suoni, come la sonora dei flutti danza innumerabile quando è senza bava di vento il mare che lento s'imbianca e per tutto è placida albàsia. Ecco, venir veggo pel prato dell'erba il selvaggio silenzio, a me venire qual cauto satiro su piede caprino con occhi sì chiari che sembra lùcergli tra i cigli tremore qual di linfe tra colocasia. Ei fece pur ieri il suo flauto secondo la norma del dio tegèo, ma del pollice soffre per una scheggetta di canna che vi s'infisse... Ah, mi manda Teocrito questo silenzio! O forse la ninfa parrasia? È il solstizio d'oro su i campi esperii, è il solstizio d'estate. Si càstrino i bianchi vitelli. Si tóndano i greggi lanuti. Si mietano gli orzi e i legumi. S'apparecchi l'aia e, conciata con pula e con morchia, si rasi. Non più pe' forami de' fiari s'ode rimbombevole coro ma a pena sottil mormorio, segno che l'arnie son piene, colme son di nettare biondo. Noi le voteremo domani all'alba, in mondissimi vasi. Piedi due fa l'ombra dell'uomo nell'ora sesta. Oh lunghezza del dì per oprare e oziare! Fa ventidue nella prima ora e nell'undecima. Oh grandi opere tra l'albe e i meriggi, ozii tra i meriggi e gli occasi! Natura, mia Madre immortale che anche tu mi dài vita breve e immensi disegni mi poni nel cuore, tu nata la prima, di te medesima nata, a tutti comune ma sola incomunicabile, m'odi. Io sì grave di sapienza e di esperienza, di gioia e di dolore, di amore e di odio, se in te mi distenda, ritorno leggero ed ignaro, mi sento pieghevole e verde quasi arbusto privo di nodi. Eccomi su l'erba supino, col braccio sotto la testa, col vólto nell'ombra, coi piedi nel sole. Così mi riposo. Un sangue infantile m'inonda. Sento un fresco sonno venire. Tu proteggi il sonno dei prodi. Io vidi Zagrèo, che i Titani co' vólti coperti d'argilla entrati nell'antro segreto sgozzarono e poi crudelmente dilacerarono, io vidi su l'erba il rinato Zagrèo al soglio del bosco dormire. Non vidi mai sonno più dolce né più profondo, o Nutrice. La sua barba d'oro era fatta d'ali d'uno sciame splendente che gli pendea dalla bocca aperta qual d'arnie forame. In miel converso era il patire! Così, così dormir voglio in te che mi dài signoria a pacificar mia discordia, o Persuasiva. Ancor novo eccomi, ancóra immaturo e pieno d'occulte potenze, ancóra nel mio divenire. Ciò che per me fu compiuto, in verità, lieve cosa parmi al paragone dell'opra che dentro mi nasce e si nutre del misterioso licore. O mia Madre, in tutte le vene accresci il mio sangue e l'affina! E, s'io fossi in crudo supplizio ed ogni aumento di sangue mi fosse aumento di pena, io ti griderei: «Madre, Madre, moltiplica questo mio sangue doglioso, perché più mi ferva l'anima e mi sia più divina!». Sano mi facesti nel ventre della incorruttibile donna che mi portò. Eccomi sano su l'erba, con muscoli snelli cuore saldo e fronte capace. Più ragione v'è nel mio corpo valido che in ogni dottrina. Tu proteggi il sonno dei prodi. Ecco, al favor tuo m'abbandono. Odo il brulichìo del tuo lento guaime, il tuo fulvo pineto con gli aghi e le pine far vaghi accordi, e sonar come sistri il grande oro tuo frumentario. Ma odo anche un rombo lontano che dice: «Son qua, Ulissìde». Madre, Madre, fa che più forte e lieto io sia, quando la voce del dèspota ch'io ben conosco, che udii tante volte, la maschia voce nel mio cor solitario griderà: «Su, svegliati! È l'ora. Sorgi. Assai dormisti. L'amico divenuto sei della terra? Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga! Riprendi il timone e la scotta; ché necessario è navigare, vivere non è necessario». |
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