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Maya

di Gabriele D'Annunzio

Libro primo delle LAUDI DEL CIELO DEL MARE DELLA TERRA E DEGLI EROI

 

Alle Pleiadi e ai Fati

Gloria al Latin che disse: «Navigare

è necessario; non è necessario

vivere». A lui sia gloria in tutto il Mare!

O Mare, accenderò sul solitario

monte che addenta e artiglia te (leone

sculto da qual Ciclope statuario?)

un salso rogo estrutto col timone

e la polèna della nave rotta,

che ha la tortile forma del Tritone.

Il ricurvo timon per cui condotta

fu la nave nell'ultima procella

con la barra tra l'una e l'altra scotta,

la divina figura onde fu bella

contra il flutto la prua sotto il baleno

della nube che vinto avea la Stella,

ardere voglio avverso il Mar Tirreno,

l'ornamento superbo e il rude ordegno,

le Pleiadi invocando al ciel sereno.

Crepiterà nel fuoco il salso legno,

su la cervice del leon proteso;

e taluno vedrà di lungi il segno

insolito e dirà: «Qual mano acceso

ha il rogo audace? Quale iddio su l'erte

rupi nel cuore della fiamma è atteso?».

Non un iddio ma il figlio di Laerte

qual dallo scoglio il peregrin d'Inferno

con le pupille di martìri esperte

vide tristo crollarsi per l'interno

della fiamma cornuta che si feo

voce d'eroe santissima in eterno.

«Né dolcezza di figlio...» O Galileo,

men vali tu che nel dantesco fuoco

il piloto re d'Itaca Odisseo.

Troppo il tuo verbo al paragone è fioco

e debile il tuo gesto. Eccita i forti

quei che forò la gola al molle proco.

L'àncora che s'affonda ne' tuoi porti

non giova a noi. Disdegna la salute

chi mette sé nel turbo delle sorti.

Ei naviga alle terre sconosciute,

spirito insonne. Morde, àncora sola,

i gorghi del suo cor la sua virtute.

Di latin sangue sorse la parola

degna del Re pelasgo; e il sacro Dante

le diede più grand'ala, onde più vola.

Re del Mediterraneo, parlante

nel maggior corno della fiamma antica,

parlami in questo rogo fiammeggiante!

Questo vigile fuoco ti nutrica

il mio vóto, e il timone e la polèna

del vascel cui Fortuna fa nimica,

o tu che col tuo cor la tua carena

contra i perigli spignere fosti uso

dietro l'anima tua fatta Sirena,

infin che il Mar fu sopra te richiuso!

 

L'annunzio

Udite, udite, o figli della terra, udite il grande

annunzio ch'io vi reco sopra il vento palpitante

con la mia bocca forte!

Udite, o agricoltori, alzati nei diritti solchi,

e voi che contro la possa dei giovenchi, o bifolchi,

tendete le corde ritorte

come quelle del suono tese nelle antiche lire,

e voi, femmine possenti in oprare e partorite,

alzate su le porte,

e voi nella luce floridi, e voi nell'ombra curvi,

fanciulli loquaci, vecchi taciturni,

o vita, o morte,

uditemi! Udite l'annunziatore di lontano

che reca l'annunzio del prodigio meridiano

onde fu pieno tutto quanto

il cielo nell'ora ardente! V'empirò di meraviglia;

v'infiammerò di gioia; vi trarrò dalle ciglia

il riso e il pianto.

Salirà dai profondi cuori un grido immenso

come quel che improvviso tonò nel silenzio

del giorno santo.

Ornate di purpuree bende il giogo oneroso,

delle più fresche erbe gli alari che il fuoco ha róso

nel fervido camino;

sospendete alla trave arida la ghirlanda aulente,

coronate la fronte del toro, il vaso lucente,

la pietra del confino.

La bellezza del mondo sopita si ridesta.

Il mio canto vi chiama a una divina festa.

Nelle vostre rene rudi, ecco, il mio canto versa

un sangue divino.

Udite, udite, o figli del Mare, udite il grande

annunzio ch'io vi reco sopra il vento giubilante

con la mia bocca sonora,

nudi nell'ombra cerula delle vele mentre vibra

come nella selva il curvo legno per ogni fibra

da poppa a prora

e il pino dischiomato che per l'alto sal viaggia

pur anco geme in lunghe lacrime la selvaggia

gomma onde il cuor gli odora,

uditemi! Io vi dirò quel che da voi s'attende,

le vostre sorti auguste, la deità che in voi splende

e il Mar che è divino ancóra.

Gittate le reti su i giardini del Mare

ove rose voraci s'aprono tra il fluttuare

dell'erbe confuse;

cogliete il ramo vivo nella selva dei coralli

ove fremono eretti gli ippocampi, cavalli

esigui, e le meduse

trapassano in torme leni come in aere nube;

cogliete i fiori equorei, molli come le piume,

dolci come le ciglia chiuse;

fioritene ogni albero, fioritene ogni antenna,

il timoniere alla barra, il gabbiere alla penna,

e il piloto che sa i cieli,

e i bracci dell'àncora tenace che sa gli abissi,

e le escubie, occhi della nave aperti e fissi

verso i lontani veli

ove s'asconde l'isola felice o la tempesta!

Il mio canto vi chiama a una divina festa.

La bellezza del mondo sopita si ridesta

come ai dì sereni.

Mentì, mentì la voce dinanzi alle dentate

Echìnadi tonante nella calma d'estate

verso la nave. Il giorno

spegneasi entro quell'acque, fumido; come una pira

ardea Paxo; Achelòo, pensoso di Deianira

e del divelto corno

dalla forza d'Eràcle nell'iterata lotta,

respirava per la sua vasta bocca nel mare e sola

la sua brama era intorno.

O padre fecondatore dei piani, re violento, atroce

sposo, testimonio eterno sei tu. Mentì la voce

che gridò: «Pan è morto!».

Ma pieno era il giorno, ma era a sommo del cerchio

il Sole, il maestro dell'opre eccellenti, lo specchio

infaticabile degli umani,

l'amico delle fonti, la chiara faccia, il puro

occhio che vede tutte le cose (udite, udite!); e tutto

il silenzio dei piani

l'adorava offerendo al suo fuoco le messi

altrici delle stirpi, i mietitori genuflessi

dalle consacrate mani,

e le falci terribili, e i vasi d'argilla proni

onde l'acqua trasuda, simili alle fronti

madide nella fatica,

tramandati dai padri nella forma immortale,

e i rossi carri aspettanti il peso cereale

fermi presso la bica,

e le chiome delle femmine seguaci, e le criniere

dei cavalli furibondi sotto la sferza crudele

e la schiuma di quel furore, e le preghiere

grandi su l'opra antica.

Pieno era il giorno, o figli, era il Sole imminente;

e tutto il silenzio dei mari l'adorava offerendo

al suo fuoco l'aroma

del sale purificante, la felicità dell'onda,

della rupe immobile, dell'alga vagabonda,

della ferrea prora,

il promontorio fulvo come leone in agguato

con proteso l'artiglio, il golfo dominato

dalla città che dolora

nelle sue mura ansiosa, e i vitrei meandri

delle correnti, e i gemmei limitari degli antri

che solo il vento esplora.

Tutto era silenzio, luce, forza, desìo.

L'attesa del prodigio gonfiava questo mio

cuore come il cuor del mondo.

Era questa carne mortale impaziente

di risplendere, come se d'un sangue fulgente

l'astro ne rigasse il pondo.

La sostanza del Sole era la mia sostanza.

Erano in me i cieli infiniti, l'abondanza

dei piani, il Mar profondo.

E dal culmine dei cieli alle radici del Mare

balenò, risonò la parola solare:

«Il gran Pan non è morto!».

Tremarono le mie vene, i miei capelli, e le selve,

le messi, le acque, le rupi, i fuochi, i fiori, le belve.

«Il gran Pan non è morto!»

Tutte le creature tremarono come una sola

foglia, come una sola goccia, come una sola

favilla, sotto il lampo e il tuono della parola.

«Il gran Pan non è morto!»

E il terrore sacro si propagò ai confini

dell'Universo. Ma gli uomini non tremarono, chini

sotto le consuete onte.

Tutte le creature udirono la voce

vivente; ma non gli uomini cui l'ombra d'una croce

umiliò la fronte.

Ed io, che l'udii solo, stetti con le tremanti

creature muto. E il dio mi disse: «O tu che canti,

io son l'Eterna Fonte.

Canta le mie laudi eterne». Parvemi ch'io morissi

e ch'io rinascessi. O Morte, o Vita, o Eternità! E dissi:

«Canterò, Signore».

Dissi: «Canterò i tuoi mille nomi e le tue membra

innumerevoli, perocché la fiamma e la semenza,

l'alveare ed il gregge,

l'oceano e la luna, la montagna ed il pomo

son le tue membra, Signore; e l'opera dell'uomo

è retta dalla tua legge.

Canterò l'uomo che ara, che naviga, che combatte,

che trae dalla rupe il ferro, dalla mammella il latte,

il suono dalle avene.

Canterò la grandezza dei mari e degli eroi,

la guerra delle stirpi, la pazienza dei buoi,

l'antichità del giogo,

l'atto magnifico di colui che intride la farina

e di colui che versa nel vaso l'olio d'oliva

e di colui che accende il fuoco;

perocché i cuori umani, come per un lungo esiglio,

hanno obliato queste tue glorie, Signore, e che il giglio

dei campi è un gaudio eterno». E il dio mi disse:

«O figlio,

canta anche il tuo alloro».

 

 

 

LIBRO PRIMO

MAIA

Laus vitae

I.

O Vita, o Vita,

dono terribile del dio,

come una spada fedele,

come una ruggente face,

come la gorgóna,

come la centàurea veste;

o Vita, o Vita,

dono d'oblìo,

offerta agreste,

come un'acqua chiara,

come una corona,

come un fiale, come il miele

che la bocca separa

dalla cera tenace;

o Vita, o Vita,

dono dell'Immortale

alla mia sete crudele,

alla mia fame vorace,

alla mia sete e alla mia fame

d'un giorno, non dirò io

tutta la tua bellezza?

Chi t'amò su la terra

con questo furore?

Chi ti attese in ogni

attimo con ansie mai paghe?

Chi riconobbe le tue ore

sorelle de' suoi sogni?

Chi più larghe piaghe

s'ebbe nella tua guerra?

E chi ferì con daghe

di più sottili tempre?

Chi di te gioì sempre

come s'ei fosse

per dipartirsi?

Ah, tutti i suoi tirsi

il mio desiderio scosse

verso di te, o Vita

dai mille e mille vólti,

a ogni tua apparita,

come un Tìaso di rosse

Tìadi in boschi folti,

tutti i suoi tirsi!

Nessuna cosa

mi fu aliena;

nessuna mi sarà

mai, mentre comprendo, mondo

Laudata sii, Diversità

delle creature, sirena

del mondo! Talor non elessi

perché parvemi che eleggendo

io t'escludessi,

o Diversità, meraviglia

sempiterna, e che la rosa

bianca e la vermiglia

fosser dovute entrambe

alla mia brama,

e tutte le pasture

co' lor sapori,

tutte le cose pure e impure

ai miei amori;

però ch'io son colui che t'ama,

o Diversità, sirena

del mondo, io son colui che t'ama.

Vigile a ogni soffio,

intenta a ogni baleno,

sempre in ascolto,

sempre in attesa,

pronta a ghermire,

pronta a donare,

pregna di veleno

o di balsamo, tòrta

nelle sue spire

possenti o tesa

come un arco, dietro la porta

angusta o sul limitare

dell'immensa foresta,

ovunque, giorno e notte,

al sereno e alla tempesta,

in ogni luogo, in ogni evento,

la mia anima visse

come diecimila!

È curva la Mira che fila,

poi che d'oro e di ferro pesa

lo stame come quel d'Ulisse.

Tutto fu ambìto

e tutto fu tentato.

Ah perché non è infinito

come il desiderio, il potere

umano? Ogni gesto

armonioso e rude

mi fu d'esempio;

ogni arte mi piacque,

mi sedusse ogni dottrina,

m'attrasse ogni lavoro.

Invidiai l'uomo

che erige un tempio

e l'uomo che aggioga un toro,

e colui che trae dall'antica

forza dell'acque

le forze novelle,

e colui che distingue

i corsi delle stelle,

e colui che nei muti

segni ode sonar le lingue

dei regni perduti.

Tutto fu ambìto

e tutto fu tentato.

Quel che non fu fatto

io lo sognai;

e tanto era l'ardore

che il sogno eguagliò l'atto.

Laudato sii, potere

del sogno ond'io m'incorono

imperialmente

sopra le mie sorti

e ascendo il trono

della mia speranza,

io che nacqui in una stanza

di porpora e per nutrice

ebbi una grande e taciturna

donna discesa da una rupe

roggia! Laudato sii intanto,

o tu che apri il mio petto

troppo angusto pel respiro

della mia anima! E avrai

da me un altro canto.

 

II.

Io nacqui ogni mattina.

Ogni mio risveglio

fu come un'improvvisa

nascita nella luce:

attoniti i miei occhi

miravano la luce

e il mondo. Chiedea l'ignaro:

«Perché ti meravigli?».

Attonito io rimirava

la luce e il mondo. Quanti

furono i miei giacigli!

Giacqui su la bica flava

udendo sotto il mio peso

stridere l'aride ariste.

Giacqui su i fragranti

fieni, su le sabbie calde,

su i carri, su i navigli,

nelle logge di marmo,

sotto le pergole, sotto

le tende, sotto le querci.

Dove giacqui, rinacqui.

Mi persuase i sonni

il canto della trebbia,

il canto dei marinai,

il canto delle sartie al vento,

l'odore della pece,

l'odore degli otri,

l'odore dei rosai,

il gemitìo del siero

giù dai vimini sospesi

nella cascina, la vece

delle spole nei telai

notturna, il ruggir cupo

dei forni accesi,

il favellar leggero

dell'acque pei botri,

il battere della maciulla

nell'aia. E parvemi talora

su quei familiari

suoni farsi un alto silenzio

e riudire il lontano

canto della mia culla.

Mi destò il Sole

raggiandomi la faccia.

Vidi per le trame

delle mie palpebre il fulgore

del mio sangue. Il mozzo

pendulo dal cordame

gittò a me supino

il suo grido, il suo grido

annunziatore;

e rise il lieve lido

come un labbro su la bonaccia.

Le secchie all'alba nel pozzo

traboccanti d'acqua ghiaccia

con lor croscio argentino

suscitaron nel mio vigore

nudo il brivido salubre

del lavacro mattutino.

Le allodole gloriose

in alto in alto in alto

dalla rocca dell'Azzurro

mi chiamarono al grande assalto.

I poledri violenti

su la prateria molle,

irsuti il pel selvaggio,

coperti di rugiade

come i bruchi villosi

in fondo alle corolle,

m'annitrirono su i vènti

che parean recarmi il sentore

degli ippòmani favolosi

forte come un beveraggio.

Cantò: «Ben venga maggio!»

dal colle di ginestre

chiaro la teoria

coronata di canestre

votive, e per le contrade

e per l'anima mia

trionfò Prosèrpina in veste

tosca obliando Ade.

Quante voci, quanti richiami,

quanti inviti nell'aurore

belle! Ma ebbi altri risvegli.

Ebbi un letto vasto,

sacro all'amor cieco

e al perspicace

odio; vasto sì che giacersi

potessero con meco

e con la mia donna

la forza e la grazia,

la crudeltà e la froda,

la voluttà e la morte.

Tra l'una e l'altra colonna

pendeva una cortina

grave che copria d'ombra

il rito infecondo

e la carne sazia,

quando la concubina

seduta su la proda

mi guatava in silenzio

con i suoi occhi instrutti

nella cui notte ingombra

io vedea passar gli antichi

mostri e gli eterni lutti.

Io t'abbandonai,

O mia carne, t'abbandonai

come un re imberbe abbandona

il suo reame alla guerriera

che s'avanza in armi

tremenda e bella,

ond'ei teme e spera.

Ella s'avanza

vittoriosa,

tra moltitudini in festa

che di tutti i lor beni

fan conviti al suo passare.

Attonito trasale

il re dolce, e la sua speranza

ride al suo timore;

ché non sapea di tanta

gioia e di tanta fame

ricchi i suoi schiavi,

non sé tanto possente

né di tanto feroci spini

pieno il suo dolce cuore.

Io ti saziai,

o mia carne, ti saziai

come l'alluvione

sazia la terra

che più non la riceve

ed è sommersa.

Fiumi perigliosi

precipitarono ruggendo

sopra di te perduta.

Fosti talora

come uva premuta

da fiammei piedi;

talora come neve

segnata di vestigia

cruente, d'impronte oscure;

talora come inerte

gleba; e parvemi ch'io sentissi

in te serpere ignote

radici e udissi lunge

stridere su la cote

forse una scure.

Furonvi donne serene

con chiari occhi, infinite

nel lor silenzio

come le contrade

piane ove scorre un fiume;

furonvi donne per lume

d'oro emule dell'estate

e dell'incendio,

simili a biade

lussurianti

che non toccò la falce

ma che divora il fuoco

degli astri sotto un cielo immite;

furonvi donne sì lievi

che una parola

le fece schiave

come una coppa riversa

tiene prigione un'ape;

furonvi altre con mani smorte

che spensero ogni pensier forte

senza romore;

altre con mani esigue

e pieghevoli, il cui gioco

lento parea s'insinuasse

a dividere le vene

quasi fili di matasse

tinte in oltremarino;

altre, pallide e lasse,

devastate dai baci,

riarse d'amore sino

alle midolle,

perdute il cocente

viso entro le chiome,

con le nari come

inquiete alette,

con le labbra come

parole dette,

con le palpebre come

le violette.

E vi furono altre ancóra;

e meravigliosamente

io le conobbi.

Conobbi il corpo ignudo

alla voce, al riso,

al passo, al profumo. Il suono

d'un passo sconosciuto

mi fece ansioso

quasi melodìa che s'oda

giungere nella remota

stanza per chiuse porte

a quando a quando, e il cuore anela.

Risa belle, io già dissi il vostro

numero, io vi lodai diverse

come le sorgenti

della terra, come le piogge

nelle stagioni!

Io dissi la vostra essenza

invisibile, profumi,

le vostre mute effusioni

che pur vincono i torrenti

nella rapina! Ma la voce

avrà da me un canto

più glorioso.

Furonvi città soavi

su colli ermi, concluse

nel lor silenzio

come chi adora;

furonvi palagi

snelli su logge aperte

ad accoglier l'aria

come chi respira,

sacri alle Muse;

furonvi orti irrigui,

paradisi recinti

come labirinti

con una porta sola

e mille ambagi,

ove l'aura piega

ogni stelo e s'invola

come chi fa ghirlande

e non le lega;

vi furono bevande,

frutti, musiche pe' nostri agi;

e le melancolie.

 

III.

O notte d'estate fra l'altre

memoranda per la bellezza

indicibile onde rifulse

nell'ombra la mia persona

mortale, quasi fosse in lei

espressa l'effigie divina

del Desiderio, sotto i muti

baleni che facean del cielo

estremo una fucina ardente!

Nessuno comprenderà mai

perché nel semplice atto umano

io mi sentissi così bello

per tutto l'esser mio: l'eguale

dei Giovini trasfigurati

nei miti eterni della grande

Ellade. Per un'ora fui

l'eguale dei trasfigurati

Giovini alle soglie dei boschi

e sul margine delle fonti:

nell'ombra calda e sotto i muti

lampi bello indicibilmente.

La luna era trascorsa;

dietro le opache cime

vanito era il suo breve incanto.

L'orrore medusèo

parve impietrare

la faccia sublime

della notte. Non canto,

non grido s'udiva. Rare

gemevan l'aure. Boote

guardava l'Orsa;

e lacrimava il coro

delle Pleiadi belle

ai ginocchi del Toro;

ed Orione in corsa

veniva armato d'oro

su le tristi sorelle;

ed Erigone pura,

in disparte e con elle,

versava anche il suo pianto.

Così viveva la gran notte,

qual la mirò dai monti Orfeo.

Viveva d'una vita

altissima taciturna

e sacra, come quando

l'apollinea prole

invocò: «M'odi, o iddia,

desiderabile, di negro

peplo vestita, cinta

di astri, inspiratrice degli inni,

madre dei sogni, urania

e terrestre, generatrice

di tutte le cose,

ricchissima, oblìo delle cure,

persuasiva, m'odi!».

Eran nel mio petto gli inni.

Ma intenti i miei occhi

erano all'orizzonte

ultimo che fervea come

se vi sfavillasse ignìto

e vivido su la vulcania

incude un cuor di titano

con un palpito immenso.

«O cuore titanico» dissi

«formidabile, palpitante

al confine del cielo,

te anche arde e torce

il desiderio onde anelo

come s'io morissi?

Per quale amante?

Per quale dominio?

Per quale morte?

Che vuoi? che vuoi?

Ovunque il tuo affanno

apre solchi d'arsura

che all'alba le rugiade

non addolciranno.

Ah che anch'io questa notte

saprei morir come gli eroi,

uccidere un re nel suo letto

o tra le spade,

sciogliere una cintura forte

come quella che alla Terra

cingono gli antichi mari!»

Immobile su la soglia

io guatava con occhi arsi,

sentendo in me parole alzarsi

confuse, come chi delira.

Dietro di me la casa umana,

spenta e di cure ingombra,

ove dormivano i servi,

gemeva a quando a quando vana

come una lira senza nervi.

E parve a un tratto, lontana

con la sua doglia

senza ritorno, lasciarmi

nella solitudine solo.

Il mio palpito stesso

e la rapidità dei lampi

si confusero allora;

furono una forza concorde

che lottò con la più alta ombra,

toccò Galassia e i campi,

agitò il sonno dell'Aurora,

svegliò tutte le corde.

E io dissi: «O mondo, sei mio!

Ti coglierò come un pomo,

ti spremerò alla mia sete,

alla mia sete perenne».

E d'essere un uomo

più non mi sovvenne,

poi che il mio cuor palpitava

su la terra e nel cielo

con un palpito sì grande.

E io dissi: «O figlie d'Atlante,

Atlantidi, corona ardente

delle Pleiadi, o Taigete,

o Elettra, o Celeno,

Merope fosca, e tu, Maia

dall'affocata faccia,

Asterope, Alcyone,

scendete ai miei giardini!».

E così dicea vanamente

per tendere le braccia,

per volontà di chiamare,

per amor dei nomi divini.

Il silenzio era vivo

come un'anima sparsa

che ascolti e attenda

senza respiro.

Un'ala si mosse,

una foglia cadde,

un calice si schiuse,

traboccò una fonte,

una lingua lambì l'acqua,

un'orma calcò l'erba,

un balzo ruppe uno stelo,

un foco vano rigò l'aria,

un odor si diffuse

umido nella caldura.

Tutti i miei sensi

vigilavano, nell'attesa

della gioia oscura.

Una bellezza

indicibile io sentìa

spandersi per le mie membra,

come chi trasfigura.

«Che vuoi? che vuoi?»

Immobile stetti

come i simulacri esangui;

poiché ogni cosa

attraeva il mio gesto

ma il mondo parea vanire.

«Che vuoi? che vuoi?»

Dalle mie stesse vene

pareami essere attorta

l'anima come da mille angui

con torride e gelide spire,

«Che vuoi? che vuoi?»

E un lampo discoperse

la vite meravigliosa,

gravida di grandi

grappoli, frondosa

di fosche fronde,

con le radici immerse

nelle virtù profonde.

«Morire o gioire!

Gioire o morire!»

Ah, poter di côrre

dal ciel più lontano

un pugno d'astri

pareami fosse

nella mia mano

fatta onnipossente

dal cor che in me fervea!

E il grappolo più grande

colsi avidamente,

che pesava d'ambrosia

come la mammella

ineffabile d'una dea

data all'adolescente

per gioire e morir quivi.

Gli acini eran vivi

d'inesausto calore

alle mie dita di gelo.

Sentii ne' precordii l'odore

del pampino lacerato

come d'un velo

arcano che si fendesse.

O Vita, quel parvemi il primo

e l'ultimo tuo dono,

e che i miei giovini denti

mai polpa d'opimo

frutto avesser morso

né mai bevuto agreste

sorso le mie labbra sanguigne.

L'odore di tutte le vigne

sentii ne' precordii capaci

e di tutti i mosti il sapore,

ebbi le vendemmie spumanti

di tutti gli autunni feraci

nel cuore, e le feste i canti

l'urto dei piè danzanti il suono

dei flauti frigi, e Lesbo

rossa di faci pel natale

del vino e l'onda corale

e il passo del lidio coturno,

o Vita, quando la mia bocca

vergine di baci

diedi al tuo grappolo notturno.

Allora, come una statua

dalla voluttà della Notte

espressa, una forma

silenziosa

biancheggiò nell'ombra

terribile; e trasalii.

Una luce fatua

sorse come una colonna

tremante nell'ombra

soffocata; e trasalii.

Non dissi: «O donna,

chi sei tu?». Non chiesi:

«D'onde venuta,

di quali iddii

messaggera?». Ma la conobbi

subitamente, muta

ed eloquente.

Per sentieri profondi

tratta me l'avea sola

dall'armonia dei mondi

il Desiderio.

Non dissi: «Parla!».

Ma mi volsi a ghermire

il suo corpo discinto,

che fresco sentii quasi fosse

balzato da polle rupestri.

Né per baciarla

la bocca detersi

dal succo del grappolo molle;

ché il divino Istinto mi volle

dei due beni diversi

comporre una gioia infinita.

O Vita, o Vita!

O notte d'estate fra l'altre

memoranda, in cui la mia carne

compì l'umano atto fugace

sotto la specie dell'Eterno!

O notte in cui viver mi parve

figurato nel violento

mito che divennemi un segno

sacro per le vie della terra

ove tolsi tutti i miei beni!

 

IV.

E come l'esule torna

alla cuna dei padri

su la nave leggera:

il suo cor ferve innovato

nell'onda prodiera,

la sua tristezza dilegua

nella scìa lunga virente:

io così sciolsi la vela,

coi compagni molto a me fidi,

in un'alba d'estate

ventosa, dall'àpula riva

ove ancor vidi ai cieli

erta una romana colonna;

io così navigai

alfin verso l'Ellade sculta

dal dio nella luce

sublime e nel mare profondo

qual simulacro

che fa visibili all'uomo

le leggi della Forza

perfetta. E incontrammo un Eroe.

Incontrammo colui

che i Latini chiamano Ulisse,

nelle acque di Leucade, sotto

le rogge e bianche rupi

che incombono al gorgo vorace,

presso l'isola macra

come corpo di rudi

ossa incrollabili estrutto

e sol d'argentea cintura

precinto. Lui vedemmo

su la nave incavata. E reggeva

ei nel pugno la scotta

spiando i volubili vènti,

silenzioso; e il pìleo

tèstile dei marinai

coprivagli il capo canuto,

la tunica breve il ginocchio

ferreo, la palpebra alquanto

l'occhio aguzzo; e vigile in ogni

muscolo era l'infaticata

possa del magnanimo cuore.

E non i tripodi massicci,

non i lebeti rotondi

sotto i banchi del legno

luceano, i bei doni

d'Alcinoo re dei Feaci,

né la veste né il manto

distesi ove colcarsi

e dormir potesse l'Eroe;

ma solo ei tolto s'avea l'arco

dell'allegra vendetta, l'arco

di vaste corna e di nervo

duro che teso stridette

come la rondine nunzia

del dì, quando ei scelse il quadrello

a fieder la strozza del proco.

Sol con quell'arco e con la nera

sua nave, lungi dalla casa

d'alto colmigno sonora

d'industri telai, proseguiva

il suo necessario travaglio

contra l'implacabile Mare.

«O Laertiade» gridammo,

e il cuor ci balzava nel petto

come ai Coribanti dell'Ida

per una virtù furibonda

e il fegato acerrimo ardeva

«o Re degli Uomini, eversore

di mura, piloto di tutte

le sirti, ove navighi? A quali

meravigliosi perigli

conduci il legno tuo nero?

Liberi uomini siamo

e come tu la tua scotta

noi la vita nostra nel pugno

tegnamo, pronti a lasciarla

in bando o a tenderla ancóra.

Ma, se un re volessimo avere,

te solo vorremmo

per re, te che sai mille vie.

Prendici nella tua nave

tuoi fedeli insino alla morte!»

Non pur degnò volgere il capo.

Come a schiamazzo di vani

fanciulli, non volse egli il capo

canuto; e l'aletta vermiglia

del pìleo gli palpitava

al vento su l'arida gota

che il tempo e il dolore

solcato aveano di solchi

venerandi. «Odimi» io gridai

sul clamor dei cari compagni

«odimi, o Re di tempeste!

Tra costoro io sono il più forte.

Mettimi alla prova. E, se tendo

l'arco tuo grande,

qual tuo pari prendimi teco.

Ma, s'io nol tendo, ignudo

tu configgimi alla tua prua.»

Si volse egli men disdegnoso

a quel giovine orgoglio

chiarosonante nel vento;

e il fólgore degli occhi suoi

mi ferì per mezzo alla fronte.

Poi tese la scotta allo sforzo

del vento; e la vela regale

lontanar pel Ionio raggiante

guardammo in silenzio adunati.

Ma il cuor mio dai cari compagni

partito era per sempre;

ed eglino ergevano il capo

quasi dubitando che un giogo

fosse per scender su loro

intollerabile. E io tacqui

in disparte, e fui solo;

per sempre fui solo sul Mare.

E in me solo credetti.

Uomo, io non credetti ad altra

virtù se non a quella

inesorabile d'un cuore

possente. E a me solo fedele

io fui, al mio solo disegno.

O pensieri, scintille

dell'Atto, faville del ferro

percosso, beltà dell'incude!

E contemplai, di contro

a Same dai foschi cipressi,

Itaca petrosa,

il Nèrito aspro nudato,

la patria angusta

di quella incoercibile Forza.

E veder parvemi il tetto

securo, la soglia polita,

le stanze purgate dai morbi

con fumido solfo,

le fanti dai cinti vermigli

intente a forbir seggi e deschi

con le spugne lor cavernose

o a torcere i lor fusi

versatili o a scardassare

le lane, e la tarda nutrice

Euriclèa che valse già venti

tauri, e l'economa Eurinòme,

e Femio il cantore, e nell'orto

cinto di pruni Laerte

curvo a rincalzare l'arbusto.

Or la figlia d'Icario

guatava la torma dell'oche

clamose beccare dal truogo

il biondo fromento, e niuna

aquila calata dal monte

franger la cervice alle imbelli

come nel sogno antico.

Ma il talamo vasto,

tutto di legno d'olivo

lavorato di man dello sposo,

confitto con chiovi d'argento

saldamente al ceppo natìo

che abbarbicato era con ferme

stirpi alla durezza terrestre,

il talamo antico d'Ulisse

anco una volta deserto

si stava, e per sempre,

sotto la pelle bovina

cui rodean le vigili tarme.

«Deh, un qualche iddio mi rapisca,

O mi fieda Cintia d'un telo!»

Rammaricavasi acerba

la moglie incorrotta. E la casa

di strepitosi chieditori

sonante e di danze e conviti

ripensava ella nel tristo

suo petto. E improvviso a rancore

pestifero cedea

la più che ventenne costanza!

Fatta era l'alta reina

simile a femmina ancella,

poiché queste dicea parole:

«Deh, avess'io scelto a marito

il più ricco e valente

dei Proci, accolto avessi il figlio

di Polibo Eurìmaco o il figlio

d'Eupite Antinòo,

e seco passata io fossi

ad altra dimora, più tosto

che attendere l'uomo cui solo

è talamo grato la tolda

a sciogliervi il cinto dell'onda!».

E il savio Ulissìde

Telemaco dal suo seggio

coperto di velli manosi

governava i porcari.

E il pallido adipe, onde un disco

recato avea Melanzio ai Proci

con la panca e la pelle

e la brace perché si scaldasse

e ugnesse e ammollisse il nervo

dell'arco nel dì della strage,

l'adipe grave su l'epa

cresceva e pe' lombi e nel collo

del savio Ulissìde.

E partiva il suo letto

di belle coltrici adorno

con una florida fante

ei che, ospite imberbe, mirato

avea splendere Elena a Sparta

e ricevuto il bel peplo

da Elena e bevuto il nepente

di Elena alla mensa ospitale.

«Contra i nembi, contra i fari,

contra gli iddii sempiterni,

contra tutte le Forze

che hanno e non hanno pupilla,

che hanno e non hanno parola,

combattere giovami sempre

con la fronte e col pugno

con l'asta e col remo

col governale e col dardo

per crescere e spandere immensa

l'anima mia d'uom perituro

su gli uomini che ne sien arsi

d'ardore nell'opre dei tempi.

Sol una è la palma ch'io voglio

da te, o vergine Nike:

l'Universo! Non altra.

Sol quella ricever potrebbe

da te Odisseo

che a sé prega la morte nell'atto.»

Tali volgea pensieri

il Re sul ponto oscurato.

O Itaca dura di rupi,

l'ombra che tu protendesti

nell'occaso del Sole

tal fu per l'anima mia

qual pel figlio della dogliosa

nereide lo stigio lavacro!

Caduto era ogni soffio.

Nelle anse di Same sonore

placavasi il rombo

come nelle ritorte

bùccine quando il dio cessa

d'enfiarle col labbro salino.

Simili a sarisse di bronzo

nel macigno confitte

i lacrimabili cipressi,

interrotto il gemito amaro,

parevano pronti a ferire.

Scorgeasi la glauca Zacinto

lungi, e il Cillene, e la costa

crassa cui nutre di molta

rapina il selvaggio Achelòo.

Salir vidi un placido fumo

allora, di tra gli oleastri

che coronan col segno

del buon lottator la Petrosa;

e dolsemi il cor dentro al petto,

ché pel sangue mi corse

pensier della madre lontana,

pensier delle dolci sorelle

e del mio focolare.

E m'apparve il bel fiume ove nato

fui di stirpe sabella,

Aterno di rossa corrente

cui cavalca il ponte construtto

di carene di travi

d'ormeggi, spalmato di pece,

in vista al monte nevoso

che ha forma d'ubero pieno.

E la tomba m'apparve sul poggio

chiomante di pini, ove il padre

riposa le sue grandi ossa

ond'io m'ebbi tempra sì dura.

E dissi nell'ombra: «O sorelle,

tre come le porte del tempio,

tre come il trifoglio dei paschi,

tre come le Càriti leni,

la prima dai floridi ricci

salubre qual cespo di menta

in docile rio, la seconda

a me simigliante nel vólto

ma quasi d'un velo soffusa

argenteo sì ch'io mi creda

specchiarmi in sul fare dell'alba

a un fonte di acque serene,

la terza dagli occhi bovini

robusta qual fu giovinetta

la figlia di Rea, della madre

sostegno ridente, o mie dolci

sorelle, non io vi obliai

e di me voi favellate

nel vespero forse, dal tetto

arguto di nidi guardando

verso l'Adriatico Mare.

Pur, se taluna di voi

improvviso mirasse

l'aspetto della mia

Libertà, d'orror tremerebbe

e di spavento, perduto

credendo il fratello suo caro,

per sempre perduto;

né più oserebbe toccarmi

né dirmi parola di pace.

E bagnerebbe di pianto

le incolpabili mani

materne, alla misera donna

pregando l'oblìo del suo nato.

E lo stranier che merca

e froda al publico sole,

il falso mendico che ostenta

nel trivio l'ulcera immonda,

il marinaio rissoso

che batte il fanciullo e il vegliardo

parrebbero a quella men empii

del caro fratello perduto!

Gèniti d'un grembo, d'un sangue,

d'un atto d'amore noi siamo,

sorelle. E, se penso le vene

su la vostra tempia non cinta

più cerule e tenui dell'ombre

cui le frondi pie dell'ulivo

fan sul vello dell'agna

che pasce da presso, io sorrido

d'una tremante dolcezza

e le medesime vene

guardo ne' miei pallidi polsi,

che battono sì violente

di desiderio implacato.

E le mie virtù, i miei vizii,

i miei delitti, i miei gaudii

letiferi, i miei operosi

tormenti, le occulte mie glorie,

i sogni indicibili, tutto

il fiume rapace del mio

essere tingemi i polsi

di quel vostro azzurro sì lieve!

O consanguinei fiori,

o pure ghirlande sospese

alla fronte del focolare,

s'io torni ove nacqui,

in tema starò sorridente

dinanzi alla vostra allegrezza

come il viandante che sosta

e parco è di chiare parole

ché agli ospiti cela il suo stato.

Ma tu, o madre mia forte,

che mi generasti con tante

grida nel mese fecondo

che da Marte si noma,

entrando il Sole nel segno

dell'Ariete durocozzante,

mentre passavan sul nostro

tetto col volubile nembo

i pòllini di primavera,

tu subitamente svelato

m'accoglierai tutto qual sono

nella luce del tuo dolore.

Qual sono, per te sarò sacro,

per te gloriosa in patire

e resistere, o madre!

E tu, che immota rimani

a costringer nelle tue braccia

come in ferrea zona la casa

fenduta dai fulmini, il soffio

dell'immenso mondo

in me sentirai vorticoso,

senza terrore, e tutto

saprai, pur quello che ignoto

mi sta nel profondo, pur quello

che sta nel Futuro, inspirata

di conoscenza celeste.

E mi dirai: «O figlio,

t'ho fatto di vita sì breve

e d'insaziabile cuore!

Giusto è che tanto t'affretti

a cercare a lottare a volere,

lontan dalla madre

che farti non seppe immortale».

Gloria al tuo capo, o madre!

Sii tu testimone sublime

di mia verità sotto il cielo.

O Solitaria,

o Dolorosa,

o Paziente,

non sono io forse il tuo grido?

Il tuo inconsapevole grido

che, riconosciuto, si spande

su gli uomini e reca ai più puri

la tua speranza divina.

O madre, sia gloria al tuo capo!».

Queste la mia tristezza

diceva parole, nell'ombra

d'Itaca aspra di rupi.

E parve dal mare profondo

salirmi al petto una forza

silente, in cui palpitavan le amiche

Pleiadi, quando a notte

supino, col vólto alle stelle,

giacqui presso l'Occhio di prua.

 

V.

Dal golfo corintio,

dal cuore dell'Ellade il vento

soffiò contra l'Occhio di prua,

cangiò gli oleastri

d'Itaca, piegò i cipressi

di Same, fe' simile il mare

all'irta di fiocchi

egida cui Pallade scuote.

Ed era il meriggio,

l'ora di Pan, l'ora grande.

Il Sole era al colmo dei cieli

ignudo; e tutto era chiaro

d'intorno, presso e lontano;

e l'anima mia come l'orbe

dell'incorruttibile Etra

tutta era di cristallo

e d'oro sospesa in su l'acque.

E il grido sonò: «Sciogli! Allarga!

Su le scotte di randa! Borda

randa! Su le drizze di fiocco!

Issa fiocco!». E il legno garriva.

Il legno gemeva cricchiava

rombava; la verga bicorne

strideva alla trozza:

la forte ralinga batteva

l'aere qual furia pennata

di libertà sotto pugni

di ghermitori tenaci;

sinché contra l'albero a pioppo

ghindata fu tra fondo

e testiera, ordita la scotta

al paranco. E l'àurica vela

fu gonfia d'un alito immenso,

più bella di tutte le cose

d'intorno apparite,

più di noi che l'aprimmo

libera, più pura e innocente

del cielo, una vergine forza,

un desiderio pudìco,

un arco acceso d'amore

pel suo segno, un candido spirto

tra il duplice Azzurro tutt'ala!

Egidarmata Atena,

ben tu ci volesti avverso

il vento perché nell'approdo

alla tua terra natale

io memore fossi

che sol nella lotta è la gioia.

Parea che l'aspra

tua verginità palpitasse

presente nell'ombra

della gran randa solare

e che tu vigilassi

co' tuoi occhi cesii l'alterna

opra dei naviganti

e tu le imprimessi in silenzio

la tua misura divina.

Obliqua la nave, inclinata

sul fianco, in un solco di spume

fervide, prueggiava

giugnendo l'altura del vento

avverso qual carro la cima

di ripido monte. «Orza! Poggia!»

E la verga biforca

passava rombando fischiando

sopra le nostre fronti

chine; e tutta la ben costrutta

compagine sotto lo sforzo

risonava come una cetra.

percossa; e l'opposto

bordo attignea quasi l'acqua

come avido labbro che sia

per bevere il sale. Era l'opra

agevole e lieve qual gioco.

Aperto era il novo

cammino alla rapida prua,

come nel coro segue

l'epòdo alla duplice strofe.

Itaca Same Zacinto

s'inazzurravano a poppa,

cangiate in elisia corona;

Oxia pareva un'ara

ancor rosea della ecatombe,

l'Àraxo un trofeo di Titani.

Oh perìstrofe gioiosa

verso la pampìnea Patre!

Ora meridiana

d'inimitabile vita!

Levità della carne,

freschezza dell'anima nova,

rinascimento argentino!

Non rugiada al solstizio

su prato di salvie e di timi

fu mai sì gemmante

come l'anima mia che il Sole

beveva inesausta. «O dio Sole,

tu la bevi ed ella rinasce,

tu l'ardi ed ella s'irrora.

Antico tu sei, ella è sempre

recente. Tu due e due volte

trasmuti la faccia del mondo,

ma la stagione che in lei

cresce è diversa: non estate

non primavera, ma una

felicità più novella.»

L'aroma dei canti

futuri parea nel respiro

alitarmi. E io dissi:

«O Ineffabile, o Ignoto,

il nome per te troveranno

i miei canti futuri,

il nome e la lode per sempre!».

E la nave era parte

di me, la vela erami ala

su l'òmero, la prua

era la cima del cuore

sagliente, il lungo proteso

bompresso era il segno

della fecondante potenza.

E come a un amplesso d'amore

io tendeva al lito ricurvo,

portato dal cielo e dal mare.

O Ellade, e io credetti

che dal tuo grembo di marmo

avuto avrei finalmente

il figlio che invoco immortale!

Torrido soffio affocante

qual fiato di mille fornaci

su l'acqua del porto oleosa

e corrotta; lezzo di tetre

cloache, di putridi frutti,

di torbidi fumi, di fecce,

di sevi, di spezie, di vini,

d'acri fermenti, d'umani

sudori; terribili pietre

consunte dal traffico immondo,

riarse da Sirio, insozzate

dall'escremento dell'ebre

ciurme, dei cavalli, dei buoi

stupiti ancor barcollanti

in lungo rullìo di tempesta;

tristi anelli di nero ferro,

ormeggi più tristi

che vincoli di prigionieri;

man tese di mendicanti,

riso ambiguo di prossenèti,

e frode e fame in agguato:

tale m'apparve all'approdo

l'antica città degli Achei

artefice di diademi

e di vestimenta soavi.

Per le vie bianche, sotto

nembi di polve una bara

misera fra roche preghiere

recava il cadavere esangue

dal vólto scoperto

simile al giallore del croco.

Alzato il teologo macro

su la piazza pulverulenta

a lenoni e vinai disvelava

con stridula voce il mistero

del dio senza muscoli. E i preti

scaltri, nelle tuniche sparse

d'untume nauseabondi,

al loquace inesperto

sorridean d'un perfido riso

pettinando con l'unghie

ricurve le luride barbe.

Diana Lafria, scomparso

era il tuo tempio agile a specchio

del golfo. Correa per ladre

mani pecunia dolosa,

più vile del cencio e del timo.

Oh effigie di gloria

nel chiaro metallo battuto,

quadriga trionfale,

deità astata, spica

opima, prora invitta,

terrestre e marina potenza

nel fermo rilievo inconsunto,

propagata bellezza

di acropoli vittoriose!

Non gli Apolloniasti

su le triere dipinte,

né i mercatanti di Tiro

nel segno d'Eràcle, né i Coi,

né i Rodii, né gli Ateniesi

di belle parole eran quivi;

ma frode e fame in agguato.

E nella notte illune,

quando s'accesero i fari

e il libico soffio si spense

e i siderei fochi

incoronarono i monti

e s'udi lontana la voce

del mare di là dai macigni

dei moli, noi tristi ridendo

e cantando seguimmo

il prossenèta per cupi

angiporti graveolenti

in cerca di meretrici.

E disse un de' cari compagni,

mentre un gabbier fulvo e nerbuto

receva il suo vin resinato

alla soglia del lupanare

tra afa d'amaro sudore:

«La résina geme dai pini

dell'Ida, ove Paris pascendo

i buoi sogna Elena di Sparta

che ancóra ei non vide, promessa!».

I marinai dal collo

ignudo, gli stradiotti

bracati, i battellieri

dal braccio di bronzo e dal dorso

incurvo, le flosce bagasce

dalle guance rosse di fuco

vile, i bardassoni più molli

delle femmine esperti

in muovere l'anca, la schiuma

del porto, la melma del trivio,

i nativi e i metèci

e gli stranieri approdati

da un'ora, accesi di foia,

tumultuavano al lume

fumido delle lucerne

grasse, tracannavano il vino

malvagio e la mastica arzente,

mercavano copula e lue

per mezza dramma. E gli sguardi

come i getti della saliva

lucean sul carnaio in fermento.

Quivi, al dir del buon prossenèta,

giunta era una donna di Pirgo

formosa, nel fiore degli anni.

Ma non degnava ella beare

di sua forma l'ebra ciurmaglia

nella fumosa taverna

aspra d'urli rauchi e di pugni

percossi. In penetrale

remoto, su candido letto,

ella attendea lo straniero

opulento, il navarca

magnanimo, o l'alto signore

dei latifondi patrensi.

Salimmo allora la scala

di putrido legno, varcammo

la soglia segreta; e la donna

di Pirgo ci apparve nell'ombra

del letto, piccola e pingue,

simile a gravida capra

dalle molte mammelle

olente dell'irco suo sposo.

Niuno di noi appressarsi

ardiva alla femmina elèa.

Ma uno dei cari compagni

le parlò con attico accento:

«O femmina elèa,

non nel Minyeio d'Omero,

nell'ingiocondo Anigro

che scorre tra il Minthe e il Lapitha,

bagnasti il fior di tue membra?».

Ridemmo in giovine coro.

Ella gustar l'attico sale

non seppe, e scagliò contra noi

l'ingiuria e i sandali. Allora

ci ritraemmo, con nari

occluse giù per la scala

di putrido legno. Repente

brancolò nell'acre

tenebra ver noi una mano

ignota. Qual voce d'antico

sepolcro imprecava per fame

novella? Ristemmo, perplessi.

Al breve bagliore

scorsero i nostri occhi mortali

l'eterna tartarea faccia

d'Atropo che taglia lo stame,

dell'inevitabile Mira?

Sparvero l'inganno dell'ora

presente, l'angustia del luogo,

il turpe clamore degli ebri;

e tutti i secoli muti

che avean travagliato quel vólto,

incanutito quel crine,

sfatto quella bocca vorace,

smunto quel seno infecondo,

curvato quel dorso di belva,

scarnito quell'avida branca,

sepolto nell'orbita cava

quell'occhio ancor semivivo

senza cigli ingombro di sanie

e lacrimoso di sangue,

i millennii d'onta e di lutto

oppressero il cuor mio vivente.

E l'anima mia nel mio cuore

tremò d'infinita tristezza,

come innanzi all'aspetto senile

d'una già cognita gente,

di sùbito apparsomi in fondo

al funebre specchio dei tempi.

Ma risero i cari compagni.

E nell'artiglio proteso

dalla famelica lèna

io posi ridendo una dramma.

Mormorò ella parole

buie tra le vacue gengive

con la sua voce di tomba.

La grande sua bianca criniera

si dileguò nella notte.

E noi scendemmo la scala

di putrido legno. Cedette

un de' gradi all'urto del piede,

s'infranse con gemito. Oh dolce,

dalla soglia del lupanare,

mirar le vergini stelle!

E disse un de' cari compagni

tornando alla nave ancorata:

«Aedo, tu désti la dramma

a Elena figlia del Cigno,

che fatta è serva millenne

d'una meretrice di Pirgo».

Vidi il pastor frigio su l'Ida

pascere col flauto l'armento

all'ombra dei pini chiomosi,

innanzi che in talamo eburno

ei s'avesse Elena di Sparta.

E disse il compagno: «L'estremo

Eroe cui ella soggiacque

nomavasi, come l'idèo

rapitor suo primo, Alessandro.

Su quella zona terrestre

che si protende arenosa

tra il Mediterraneo Mare

e il Mareotide Lago,

il giovine Eroe la premette;

e fu la lor prole Alessandria».

Alessandria! Alessandria!

La forza la gioia la gloria

del trionfatore d'imperi

e il van balbettìo faticoso

del calvo grammatico! Io dissi

meco: «Se ancóra l'impronta

dei lombi divini rimane

laggiù nella sabbia palustre,

io andrò andrò adorante».

Parlava la voce del sogno.

«Votò l'Eroe la sua vasta

coppa. Meditò taciturno.

Votare la coppa ei soleva

dopo sovrumane fatiche.

Da lui stanco il vino traeva

una onniveggente potenza.

Ei vide le Forze immortali

salir dalla terra e dal ponto.

Tra il Mediterraneo e il Lago

segnò taciturno le sorti

della Città nascitura.

I Continenti oscurati

eran sotto l'ombra degli alti

pensieri. Ei vedea la ricchezza

dei regni versarsi infinita

su l'Arcipelago azzurro,

dalla Città nascitura

come da corno inesausto.

E vennegli Elena per l'acque

dai lidi argivi incurvati

secondo la forma del labbro

ledèo; sorridendo gli venne

Elena di Sparta che Achille

bramò; venne a lui col nepente

la bianca Tindaride; venne

recando nel cinto il profumo

dell'Ellade caro al signore

dell'Asia. E il Macedone scosse

la figlia di Zeus nudata

su le fondamenta fatali.

E fu quegli l'estremo

Eroe cui ella soggiacque.

Poi fu polluta per notti

e notti, tra il sangue e l'incendio,

dai centurioni di Roma,

premuta fu sotto le squamme

delle loriche pesanti.

Punsero l'ispide barbe

la sua mammella rotonda

che dava la forma alle coppe

d'avorio pei conviti

dei re. Nel suo ventre convulso

ruggire s'udì la lussuria

come rombo in conca marina.

Da sola ella fu la suburra

aperta all'esercito in foia.

Fu manomessa dai servi,

dai ladroni, dagli omicidi,

dai profanatori di tombe,

dai mercenarii fuggiaschi.

Calpesta in polvere e in fango,

lambì con la lingua lasciva

le calcagna dei violenti.

Soffiò dovunque il suo fiato

come insanabile peste.

Accrebbe i nomi del vizio.

Fece innumerevoli i nomi

e i modi, maestra di spintrie

pei Cesari enfii di murene

e roscidi di purulenza.

Vecchia d'indicibil vecchiezza,

tentò se le mille sue rughe

servir potessero a qualche

più mostruosa lascivia;

ma, come in solchi di sabbia

sol cresce la crambe marina,

crebbevi sol la vergogna.

E fu di postriboli cencio,

nettò dai vòmiti i letti,

gittò nel rigagno del vico

le rosse urine e lo sterco,

spezzò il suo ultimo dente

per rodere gli ossi ed i tozzi

contesi alla cagna scabbiosa.

Or tu la vedesti alla porta

di quella femmina elèa,

crinita di grande canizie.

Fu sua sapienza la frode,

sudore di opere infami

ne' secoli fu suo lavacro;

e tuttavia biancheggiare

or noi la vedemmo nell'ombra!

Come neve su volutabro

sta su lei la grande canizie:

attonito l'occhio la mira.

Ahi fior di bianchezza sublime

che alle Scee mirarono i Vegli!

Aedo, tu désti la dramma

a Elena figlia del Cigno.»

Così, questo sogno sognando

nell'amarissimo cuore,

tornammo alla nave ancorata.

E poi ci colcammo sul ponte,

il sonno invocammo dall'Orse.

Tal fu la notte di Patre.

 

VI.

Il fiato degli uomini vili

fuggimmo, l'odore e il clamore

degli Efimeri imbelli

che quivi apparivano come

la lebbra sul sen di Afrodite,

la stupidità su la fronte

di Pallade, negli occhi

di Febo la sanie cruenta.

O vigne immense eguali,

pascoli d'api, coi verdi

pampini illanguiditi

dall'aridità presso il mare

ceruleo dove Zacinto

ignuda natava in silenzio

come la sirena delusa

che virtù non ebbe d'attrarre

ai carmi la nave d'Ulisse!

O grappoli sparsi in su l'aie

quadrate per cuocersi al sole,

densi e violacei come

il crine sul collo di Saffo!

Cipresso, e parvemi allora

soltanto conoscer la tua

meditabonda bellezza,

commisto al palmite ricco,

sul fianco dei colli silenti,

su le correnti dell'acque,

in contro al zaffiro sublime

dei monti creati alle soglie

dell'aria dal flauto di Pan!

Oleandro, e allora t'elessi

in riva ai ruscelli fiorito

per inghirlandar la mia Musa

che ama danzare e lottare,

che tratta l'incudine e il sistro,

che onora la grazia e la forza,

che loda il pastore e l'eroe;

t'elessi, oleandro, ti colsi

per redimir le mie tempie

di rose e d'alloro in un ramo.

Non mai parso m'eri sì bello!

E un altro da me canto avrai.

Peregrinammo da Patre

alla città santa d'Olimpia,

al tempio di Zeus Cronide

con chiusa l'offerta nel cuore.

E tacita era la via;

e il Sole inclinavasi all'onda

occidua, con riaccesa

divinità, Elio nomato

per noi, Elio d'Eurifaessa.

Ed èramo senza parola,

tacenti, ma d'una celeste

melodìa pieni il petto

mortale. E talora dai monti

aerei venivan messaggi

per l'aere; e noi rendevamo

l'orecchio, attoniti, ai suoni

di Pan. Disse un de' cari

compagni: «Nel plenilunio

che segue il solstizio d'estate

la Festa ha principio». S'udiva

dietro a noi fragore di carri.

E d'improvviso tutta

la valle echeggiò di fragore

come d'un émpito d'acque

irrompenti da cataratte

aperte su l'Elide. E il grido

umano e il nitrito anelante

squillavano sopra il fragore.

«Per vincere vincere vincere!»

E ci volgemmo. E vedemmo

tra nembi di splendida polve

una moltitudine immensa

d'uomini, di cavalli,

di carri condotta da mille

Vittorie che armavano il cielo

d'un fremito aquìleo, nube

di penne di pepli di chiome

impetuosa volante

in aura di giovinezza.

«Per vincere vincere vincere!»

E tutto il Peloponneso

tremò come foglia di gelso.

Era su la via santa

la forza dell'Ellade, mossa

da un ramo d'ulivo selvaggio!

Era il fior della stirpe

quadruplice, la concorde

e discorde anima ellèna

protesa verso il serto

leggiere d'ulivo selvaggio!

Ionii e Dorii, Eolii ed Achei,

il sangue d'Atene di Sparta

di Tebe d'Elice d'Ege;

le genti insulari di Nasso

di Sèrifo d'Andro, di tutte

le Cicladi; e i potenti

di terra lontana, i tiranni

sicelii, i re di Cirene,

i grandi oligarchi

delle città di Tessaglia

e quei di Metaponto di Velia

di Sibari di Posidonia

ambivan l'ulivo selvaggio!

E gli alti carri dipinti

recavan le offerte votive:

le decime tolte al bottino,

le arche di cedro e d'avorio,

le tavole i tripodi i vasi

le lampade d'oro e d'argento,

i tori e i cavalli di bronzo,

i rudi colossi di pietra

avvolti in lini trapunti,

e le spugne il nitro la cera

la pece gli aròmati gli olii.

E tutti, città, re, strateghi,

atleti, sacravan le offerte

per vincere o per aver vinto

nello stadio o in pugna campale.

Gli Eretrii i Sicionii i Messenii

grondavano ancóra di sangue.

Le prede raccolte a Platèa

eran fuse in un simulacro.

La strage l'onta il servaggio

facean trionfali i metalli.

O Temistocle insonne,

del gran Laertiade alunno,

spada battuta a freddo,

noi ti vedemmo sul carro

che Atene ti diede, ben saldo

come su trireme rostrata;

e in te l'acuto sorriso

era qual tempra nel ferro.

E te, Pericle, anche vedemmo,

o artefice della saggezza,

te nato d'occulta sirena

e di colui che a Micale

fu vincitore nel nome

d'Ebe giovinetta ridente;

te anche vedemmo, che avevi

nel gesto nel passo nel verbo

nella cesarie ornata

l'ordine divino onde fulge

la pura colonna

nei Propilèi di Mnesìcle,

nel Partenone d'Ictìno.

Ma Alcibiade, lo snello

pantère versicolore

che Diòniso amico

èccita col batter del piede,

l'auriga che al carro dall'asse

d'oro agitava i cavalli

più rapidi, chiamammo

per nome. Grandissime offerte

ei seco recava, ricchezze

insigni, per dare

per dar grandemente. Io gli chiesi:

«E alla Vita che tanto

ti diede, or tu che darai?».

«Darò la mia statua scolpita

dalle mie mani.» «E qual gioia

ti parve più fiera?» «La gioia

d'abbattere il limite alzato.»

«Qual fu il tuo buon dèmone?» «Il rischio,

il rischio dagli occhi irretorti.»

«La buona virtù?» «Il piè leggero,

Ospite, il mio piè leggero!»

E gli strateghi i navarchi

gli arconti passavano in carri

dall'aureo timone, e i cantori

i sapienti gli alunni

di Clio gli artefici esperti

di tutte le forme, coloro

che foggiavan la sorte

d'un popolo vivo, coloro

che animavan l'umida argilla

col pollice nudo, coloro

che trasfiguravan gli aspetti

dell'Essere con l'eloquenza.

E vedemmo Erodòto

dagli occhi d'intento fanciullo,

che seco recava al consesso

dell'Ellade i rotoli gravi

di gloria come i fiari

son pregni di miele. Vedemmo

Ippia e Gorgia, vedemmo

Demòstene Isòcrate Lisia;

invocammo Pindaro invano.

Ma splendean come astri nell'etra,

come le Pleiadi e l'Orsa,

nella moltitudine immensa

quattordici atleti. Il fulgore

dei sette e sette epinicii

ardea nell'eroico sangue.

Perpetuavasi il ritmo

dell'olimpica Ode

nei polsi del pùgile. L'ala

della triade sagliente

armava i mallèoli certi

al corritore del lungo

stadio. Ecco il bello Efarmosto

d'Opunte, Ergotèle d'Imera,

Psaumida di Camarina.

Ecco Agesia Siracusano

della profetica gente

iamide, di Sòstrate prole.

Ecco Alcimedonte egineta,

d'Egina dai grandi navigli,

della blepsiade gente.

E d'improvviso apparve

fiammeo di porpora coa,

pari a inestinguibile vampa,

nella moltitudine solo,

più solo dell'aquila a sommo

del monte, il monarca degli Inni.

«Aquila, aquila» io dissi

«onde torni sì radiante?

M'odi! Rispondi! Per gli astri,

pei vulcani, pei lampi,

per le meteore, per tutto

ciò che arde, per la sete

del Deserto e il sale del Mare,

odimi, volgiti all'ansia

pedestre. Ch'io senta il tuo sguardo

e il tuo grido fendermi il petto!

Aquila, onde vieni?» «Dal Sole.

Battei l'ali su la cervice

del suo corsiere più bianco

per affrettar la sua corsa

all'ultimo Vertice azzurro.»

 

VII.

Non templi non are non tombe

non statue votive, non greggi

di vittime, non teorie

solenni lungh'esso il Pecile,

né il coro dei bronzei fanciulli

sacrato al Dio da Messana

né l'opra di Càlami offerta

da Agrigento, né il toro

degli Eretrii, né la Vittoria

di Naupatto ammirammo

giungendo ai piedi del Cronio

pinifero; ma una bellezza

virginea come un canto

partènio, diffusa

nella placida sera,

c'indusse una sùbita pace

nel cuore, e il tumulto si tacque.

E sol riudimmo vegnente

dai gioghi d'Arcadia il messaggio

di Pan che conduce

ne' tempi il Ritorno eternale.

Arcadi monti, alpe d'Acaia,

messenie cime, o chiostra

della valle sacra,

vivere mi sembraste

voi contenendo la voce

della placida sera,

vivere come i seni

delle vergini intatte

che cantano il canto partènio!

Un melodioso respiro

parea muovere i grandi

lineamenti all'intorno

e, come per una bocca

dischiusa, il visibile suono

volgersi al ciparissio golfo

in figura di fiume

declive e l'Alfeo violento

inebriato d'amore

con Aretusa giacersi

quivi in sul medesimo letto

obliando il corso rapace.

Eternità del Canto!

Concava tutta la valle

come la testudine d'Erme,

d'innumerabili corde

fatta immensa, cantava

ancóra il callinico inno

ai Giovini vittoriosi.

La lotta dell'invide stirpi

placavasi nella bellezza.

Nell'armonia numerosa

posava la rapida forza.

L'orma dei cursori

avea la forma del plettro.

Il disco lanciato

cangiavasi in ala robusta.

Il pentatlo e il pancrazio

erano i fulcri dell'Ode,

come il tripode solido regge

lo spirto prenuncio dei fati.

«O Ellade» io dissi «il tuo Coro

è più delle stelle perenne!»

E, poi che al Cronio la notte

gemmò di stelle la fronte,

solo discesi là dove

il Clàdeo breve si mesce

all'Alfeo tortuoso,

verso le pietre infrante

che mute dormivan sul suolo

augusto, simili a torme

di atleti dalle bianche

clamidi nella vigilia

dei Giuochi sotto il plenilunio

d'ecatombeone giacenti.

Quasi un baglior d'occhi insonni

parea palpitar nelle moli

dissepolte; e d'orrore

tremavami l'anima in petto,

andando, ché toccar temea

col piede incauto la vita

eroica meditante

al conspetto degli astri

lo sforzo per l'alba ventura.

Tra le mozze colonne

del tempio di Era m'apparve

la tavola d'oro e d'avorio

opra del sottile Colòte,

ove gli Ellanodici

ponean le corone d'ulivo

selvaggio. Alle nari

mi giunse l'odor delle calde

ceneri sacrificali

che faceano un tumulo ingente.

Vestito di lino era il mio

silenzio. Giammai nei perigli

l'anima mia s'era armata

di sì vigile ardire

come in quell'ora di sogni

tra quelle notturne ruine;

ma quasi un marmoreo rigore

parea m'occupasse la carne

mortale. Guardai le mie mani

ignude e di pallido marmo

le conobbi al lume del cielo.

E l'ambiguità della morte

e della vita, fra i templi

abbattuti, fra i dubii

aliti, fra i sogni creati

e distrutti, fra le parvenze

intermesse, mi fece

immobile innanzi alle accolte

ceneri delle ecatombi

che insanguinato aveano l'ara

di Zeus nelle remore

olimpiadi e nudrito

il suo inesplebile fuoco.

«O Zeus, Tiranno più grande,

sei dunque caduto per sempre?

Te sire di tutte le voci

terribili il grido iterato

dalla scitica rupe

sconvolse? Lo scaltro ti vinse,

che il muscolo e l'adipe ascosi

avea nella pelle del toro

per sottrarre l'ostia al Potente?

Gli Efimeri onorano il càuto

Ribelle, obliosi del tuo

Ordine puro che solo

generò l'Universo!

La piaga che sanguina e pute

nell'egro fegato, sotto

il rostro del vùlture adunco,

ai lamentevoli figli

del Rimorso e della Paura

la piaga la piaga stridente

ahi più venerabile sembra

che la solitaria tua fronte

onde balzò l'unica nata

Pallade Atena dagli occhi

chiari vergine prode

artefice meditabonda

patrona dei vertici forti

nemica del cieco tumulto

lucida regolatrice

del combattimento ordinato

che reca al sicuro trionfo!

L'odor della carne corrotta,

del sudore anèlo,

della febbre, dell'agonia,

della putredine ha vinto

l'ambrosia della tua chioma

su' tuoi grandi pensieri

ondeggiante, o Generatore

incorruttibile. E i servi,

i liberati servi

inclini al sentier consueto

del fango, che ne' lor cuori

ignavi agognan pur sempre

il servaggio, scagliano contro

a te la saliva e l'ingiuria.

E il lor fiato perverso

appesta fin l'aer montano

intorno alla scitica rupe

onde il tuo Nemico furace

nauseato vomisce

su loro. E l'Oceano lava

la graveolente lordura.

O Zeus, padre del Giorno

sereno, quanto più bello

del vincolato ululante

Giapètide parveti il monte

silenzioso, di vaste

vertebre, fresco di polle

invisibili, aulente

d'inespugnabili fiori!

Numerava il piagato

con rauca voce i tuoi molti

delitti; e tu sorridevi,

nella tua superbia, più puro

dell'aerea rugiada

però che ciascun tuo desìo

si mirasse perfetto

nell'atto e ciascuna tua stilla

di sangue fosse un'eterna

volontà protesa a un supremo

Ordine e sol d'armonia

si nudrisse la creatrice

tua gioia, d'aurora in aurora.

Zeus, se più bella ti parve

dell'Uom vincolato la rupe

alta silente nell'etra,

più bella dell'Uom crocifisso

è la croce, segno del Fuoco

primiero ch'espressero gli Arii

dal ramo duplice attrito.

Deposto il cadavere molle

fu di sul segno infamato;

ma i cinerei servi

moltiplicarono il tristo

simulacro in tutte le vie

della Terra ove i carri

falcìferi della Potenza

profondato aveano le rote

sonore e le falci corusche

nel carname dei vinti.

O Zeus, o Zeus, t'invoco.

Risvégliati, afferra il domani!

La fiamma urania ti sia

vomere a solcare la Notte.

Travaglia travaglia la Notte,

o Re folgorante! Sovverti

la tenebra! Fendi il pallore!

Tu solo mondare la Terra

dal cumulato escremento

puoi, come la noce dal mallo

se per la tua grandezza

è come la stilla di latte

espressa dal fico immaturo

Galassia che immensa biancheggia.

O Zeus, Tiranno più grande,

tu carico di delitti

e d'oltraggi, ingombro di prede,

tu solo sei l'alta Innocenza.

Risolleva l'Olimpo

e poi risorridi alla Terra.

E, come a sua donna l'amato

offre una cintura più bella,

rinnova per lei l'orizzonte

cui volgere io possa la prora

scolpita cantando il mio canto!»

Così pregai nel mio cuore

notturno, fra i dischi

delle colonne atterrate

che un dì avean chiuso il portento

fidiaco. «FIDIA FIGLIUOLO

DI CARMIDE ATENIESE

MI FECE.» E, come il tremante

artefice innanzi al compiuto

simulacro, attesi nel tuono

il consentimento divino.

Ma silenzioso fu il cenno

del dio che vivea nel mio petto

e nella olimpica notte.

E della notte remota

sovvennemi, del giovinetto

deliro che s'ebbe i due doni

da Libero e da Citerea,

il tumido grappolo e il seno

femineo, quando

laggiù su l'incude celeste

sfavillava il cuor del titano.

E dissi: «O Zeus, tu anche

tu anche mandami un segno

su le vie della Terra.

Per togliere tutti i miei beni,

per cogliere tutti i miei pomi,

improbe fatiche sopporto,

mostri multiformi combatto

che mi precludono i varchi,

ma più terribili quelli,

ahi, ch'entro me di repente

insorgono dalle profonde

oscurità dove torpe

il fango delle geniture!».

E, movendo i passi per l'Alti,

scorgere parvemi l'ombra

dell'indovino di Zeus,

il responso udire improvviso

«Combattere e vincere i mostri

non ti varrà su la Terra

se trasfigurarli non sai,

Aedo, in fanciulli divini».

E i campani d'un gregge

sonavan tra i marmi abbattuti.

Subitamente si tacque

in me l'audace tumulto,

come se la preghiera

accolta mi fosse e compiuto

il desiderio e mutato

già l'orizzonte in cintura

più bella e mondata la Terra

e disvelata la faccia

di Pan che conduce

nei tempi il Ritorno eternale.

E un fanciullo pastore

m'apparve, il pastore del gregge:

simile a riflesso di stella

in tremule acque m'apparve

il puerile sorriso.

Al lume dei cieli

biancheggiar vidi i suoi denti

puri nel saluto venusto:

sentii la rugiada cadere.

Volto avea Boote l'obliquo

timon del plaustro fra i Trioni.

Sì lucida era la notte

che gli arbori su le colline

leggere di là dall'Alfeo

segnavano l'ombre

visibili. Tanto era dolce

il lineamento dei gioghi

che parea, come il fiume,

continuamente fluire.

Giaceva sul dorico tempio

il gregge lanoso;

gli umili velli ed i marmi

augusti in tepore spirante

parean convivere. Tutto

era plenitudine e pace:

non morte, non ruina:

armonia di forme perfette,

concordia del Coro infinito.

Necessità, come l'urto

del piè nella danza tu eri!

Su l'erba colcato il pastore

poggiava il florido capo

al tronco d'un platano. E quivi

io vigile stetti al suo fianco

in silenzio. Ed èramo volti

ai monti d'Arcadia, all'indizio

del di nascituro. E il fanciullo

mordeva mentastro odoroso,

scendendogli il fiore del sonno

su' cigli virginei. Caddegli

il ramicello selvaggio

dalla bocca aulente che al fiato

eguale si schiuse. La valle

parve tutta allora una cuna

divina per quella innocenza.

Vidi su i vertici l'Alba

avvolgere al piè della Notte

il lembo del suo primo velo.

D'amore tremai come s'ella

ver me si piegasse e dicesse:

«O tu che m'attendi, io ti cerco!».

 

VIII.

Alba apparita dal sacro

Cillene, il mio canto novello

salire a te non si ardisce;

ma tu risplendi per sempre

su le mie sorti guerriere

freschissima confortatrice!

Da te beve come da un fonte

l'arsura della battaglia.

Stendere tu suoli il tuo velo

su la mia febbre animosa.

Ti guardo allor che il periglio

è presente, ti guardo

allor che mi stringe il dolore,

ti guardo allor che m'accingo

a scuotere l'anima mia

come arbore troppo gravato

di frutti maturi,

e dico: «Il mio giorno incomincia»

con ineffabile gaudio

entro me udendo il respiro

lene del divino fanciullo.

Lui sotto il platano, ancóra

dormente, lasciai tra il suo gregge

nell'Alti. E come dal cavo

còrtice sgorga la copia

del miele e liquida cola

giù pel tronco insino alla ceppa:

la flava ricchezza adunata

dall'api sembra una gomma

pingue che gema dal cuore

dell'arbore, dono agli umani:

così la sua grazia facea

ricco il platano sterile

e quasi apparia stirpe d'oro

prodotta co' i rami e le frondi

naturalmente alla luce.

Tacito partìimi, nudato

i piedi, per mezzo la bianca

strage dei marmi, scendendo

a riva. E la veste di lino

erami grave. Mi scinsi.

Palpitai nell'aere chiaro.

Con qual grido in me riconobbi

l'antica natura dell'acqua

scagliandomi nella corrente

del mitico Alfeo!

Correva quel fiume in gran letto

ghiaioso ardente consparso

di platani di tamerici

d'oleandri selvaggi;

e le cicale col canto

e col susurro le frondi

accompagnavano il croscio

robusto del rapitore.

«Io Arethusa, io Arethusa!»

Agili guizzavan nel gelo

i muscoli all'impeto avverso

resistendo; ma d'improvviso

per tutta la carne un'azzurra

fluidità mi ricorse

e i muscoli furon su l'ossa

come i fili dell'acqua

turgidi contra le selci.

E non più lottar volle il corpo

a nuoto ma cedere tutto

alla rapina sonora,

ma essere quella rapina,

ma perdere il limite umano,

espandersi fino all'alpestre

origine, correre a valle

dal monte, ritorcersi in lunghi

meandri, polire le rupi,

l'erbe inclinare, i campi

rodere, scalzar le radici,

detergere il gregge, di schiume

fervere, tingersi di cielo,

splendere di raggi, gonfiarsi

di tributi limosi,

il limo deporre, chiarirsi

com'aere gelido, in ogni

goccia crescere impeto e brama,

contro il Mar che agguaglia afforzarsi

di rapidità, fiume eterno

persistere nell'amarezza.

«O Alfeo d'Aretusa, più vaste

correnti solcan le valli

terrestri, il Tànai estremo

dirime innumere stirpi,

termine d'imperi è il profondo

Istro, il settemplice Nilo

trasmuta le arene in immense

biade e specchia ardui sepolcri.

Ma sol tu sei regnatore

nel mito, bel re cristallino!

I più grandi beve per sempre

l'inevitabile ponto.

Morte informe in pèlaghi estingue

tanta forza irrigua. Tu solo,

rena d'amore immortale

palpitante nell'amarezza,

tu solo persisti e trascorri,

puro qual nascesti dal fonte,

al segno del tuo desiderio

lontano. O Alfeo d'Aretusa,

ch'io sia come te nel mio mare!»

Mi mossi allora, temprato

dal limpido gelo, mi mossi

ai dissepolti simulacri

che il triste ricovero chiude.

Pio pellegrino, le rose

del laurigero oleandro

e il fior violetto dell'agno-

casto io colsi tra le ruine.

Tutta la valle ardeva

di fiamma cerula, e il canto

delle cicale era come

il suono del foco celeste,

talor come il crèpito chiaro

degli arbusti arsi, dei fumanti

aròmati. La magra terra

fumava ed auliva d'incensi

come il sommo dell'ara.

La cenere delle ecatombi

svegliarsi pareva in faville.

Tintinno di tetracordi

era il vento etesio nei pini.

O Ippodàmia, nel rotto

fronte del Tempio giacente,

io vidi te sola

tra Pelope e i quattro cavalli,

orrendo virgineo silenzio

chiuso nella gravezza

del dorico peplo. Constretta

nelle pieghe rigide come

nelle ferree dita del Fato

eri, o figlia d'Enomào.

Ma il pensier tuo, sotto i folti

riccioli simili alle uve

della bimare Corinto

mèta alla corsa fatale,

immobile vivea

nel fiammeo soffio dei quattro

corsieri già pronti col carro.

E non ebbe il Cillene

non il Taigeto un abisso

terribile come il tuo grembo

intatto che Pelope amava.

Perché di sùbito amore

anch'io t'amai, genitrice

d'Atreo? Perché nella memoria

mi giganteggia il tuo peplo

simile alla scorza d'un mondo?

L'imagine in te ritrovai

della perigliosa Bellezza

che di sé m'accese e m'accende,

virginea nel rigore

del suo vestimento ordinato,

urna di tutti i mali,

profondità di dolore

e di colpa, remota

cagione di lutti infiniti,

funesto silenzio ove rugge

ebro di lussuria e di strage

l'umano mostro nudrito

d'inganni pel labirinto

dei tempi. L'aspetto sublime

dell'Ombra cui l'arte m'è fisa

in te raffiguro, Ippodàmia.

Tra l'eroe preparato

e la fremente quadriga

tu stai, piena il fianco regale

di fertilità spaventosa,

guatando la via dove spenti

caddero sotto le ruote

dei carri i tuoi chieditori.

E il tuo padre in segreto ha fame

di te; e il Tantalide è certo

di premerti, al tramonto

del sole, nudata e superba

sopra le sue pelli di belve.

E tu sei vergine ancóra;

la tua cintura ti cinge

di sopra il ventre velato,

come il cerchio tacito gira

a sommo del gorgo.

Ma Tieste e Atreo nascituri

e la cruenta progenie

e il peso carnal dei delitti

già t'affaticano il grembo.

E dalla tua bianchezza

immobile, o Statua sculta

pel fronte sereno del Tempio,

erompe il furor degli Atridi,

propagansi l'odio fraterno

e la libidine incesta

e l'ebrietà dell'eccidio

e i singulti e gli ululi e i lagni

che trae dalle fauci umane

la cieca percossa del Fato.

O Ippodàmia, e lungi

alla tempesta dei mali

nella dolce luce un divino

cigno canta il suo giovenile

inno verso la Morte.

«Recate i canestri! Versate

sul fuoco l'orzo lustrale!

Conducete vittima all'ara

me trionfatrice dell'alta

Ilio! Coronatemi il capo!

All'Ellade io do la mia vita.»

Chi dunque canta? La stirpe

di Pelope, Ifigenìa,

l'Atride cara ad Achille,

ebra di gloria, futura

luce dell'Ellade, innanzi

alla moltitudine in arme,

andando pel florido prato

verso il bosco sacro

d'Artèmide. «Per la mia patria

e per tutta l'Ellade io muoio!

Ma degli Argivi alcun non mi tocchi.

Tenderò la gola in silenzio.»

Ed Achille, preso il canestro,

tolta l'acqua, circa l'altare

corre invocando la dea

per le navi e per l'aste.

Rapisce la dea, sotto il ferro

del sacrificatore,

la vergine intatta. Prodigio!

Su l'altare palpita occisa

la grande cerva montana.

In alto, per l'incolpato Etra,

per la via de' vènti e degli astri,

la suora d'Apolline reca

nelle candide braccia

la nata del sangue d'Atreo,

o Ippodàmia, lei dormiente

adagia su i gradi del tempio

tàurico fatta più bella!

Tal, figlia d'Enomao, che stai

tra l'eroe preparato

e i quattro corsieri anelanti,

videro i miei occhi novelli

illuminarsi l'antico

mistero cui veste il tuo peplo.

Un'armonia inaudita

congiunse allora nel sogno

la rigidità del tuo marmo

alla flessibile forza

in me viva; e sorsero accordi

senza numero belli

tra i miei spini e i miti divini.

Ma la parola dell'uomo

è tarda in seguir dagli abissi

ai vertici l'avvolgimento

dell'anima alata.

Espressa in ardore di suoni

non ho la figura che nutro

della mia midolla più forte,

o Statua scura pel fronte

sereno del Tempio,

né detto perché la tua fredda

pietra si muti ai miei occhi

nella sostanza infiammata

cui l'arte mia teme e travaglia.

Chi mai dunque sotto il velame

scoprirà l'imagine ascosa?

Forse colui che, esperto

e vigile, ode in un soffio

del vento rivivere i morti,

rigiugnersi le parentele

obliate, sotto l'incauta

prole ansare il sen della Terra.

 

IX.

E l'Erme prassitelèo

sul fulcro quadrato mi parve

men virile, quasi fior molle

di grazia feminea, quasi

desiderabile amàsio,

andrògina forma venusta,

poi che saziato mi fui

di grandezza e di lutto.

Il torace il ventre ed il pube

non marmo erano ma carne

cedevole. Il nitido capo

dai riccioli corti, recline

verso Diòniso infante,

nella levità del sorriso

e dell'ombre era ambiguo

tra il sogno e la vita, siccome

quel del pastor duplice alato

che guida le anime all'Orco

e il rapito armento al suo antro.

Dai ginocchi agli òmeri in ritmi

leggeri saliva la forza.

Ma, poi che da banda mi trassi

e riguardai, la forza

si palesò nella guisa

che l'arco allentato si tende.

I lombi gagliardi, le cosce

nervose, le reni falcate

e salde, la cervice

robusta eran degni del dio

enagònio. Gravando

sul piè manco il peso del corpo

divino, ei reggeva col braccio

inflesso il pargolo ignudo.

Ei giovine assunto alla forma

perfetta portava il nascente

germe inteso a spandersi in gioia,

a sorgere nella pienezza

dell'essere e della potenza.

Così per visibili segni

raffigurata mi parve

nel Divenire Eterno

l'immortalità della Vita.

«O figlio di Maia» pregai

«figlio dell'Atlantide Maia

dall'affocata faccia,

che onoro notturna fra gli astri

Pleiade dai sandali belli

dal crin di giacinto, che invoco

fra le sue sorelle celesti,

odimi, o Criseotarso,

Amico degli uomini. Scendi

dal fulcro quadrato,

àrmati del pètaso il capo,

allaccia gli aurei talari

ai mallèoli, teco togli

la verga di tre rampolli,

la lunga clamide, l'arpe

lunata, la borsa capace,

e vieni tra gli uomini. Sei

pur sempre il lor nume operoso,

il dio dal gran cuore, l'artiere

infallibile. Vieni!

Udrai e vedrai maraviglie.

O Agorèo, cui piacque

trattar con vólto benigno

i mercatori in piazza

solleciti intorno alle biade

dell'Attica magra, la Terra

è oggi un'àgora immensa

ove non si tendono reti

di belle parole ma guerra

si guerreggia furente

per la ricchezza e l'impero.

Duci di genti son fatti

i tuoi mercatori ingegnosi,

duci inesorabili e insonni

dal breve motto che scrolla

cumuli enormi di forza.

Sul flutto dell'oro

ondeggian le sorti dei regni.

Come l'aere l'acqua ed il fuoco,

fatto è l'oro un periglioso

elemento che ha i suoi nembi,

i suoi vortici, le sue vampe.

O Infaticabile, e sonvi

terre novelle, agitate

dall'alito aspro dell'antico

Ocèano, dove l'umana

opera è qual rabida febbre.

Il vento è qual bronzo che squilli,

il vento è qual riso che rida

qual gioia che canti

su la magnificenza e l'onta

degli atti. Il verbo è una lama

aguzzata a duplice taglio.

La gara, che tu proteggevi

nelle fulve palestre,

divora le vie strepitose.

Gli uomini dalla mascella

belluina e dal mento

di selce màsticano l'ansia

qual foglia amara d'alloro.

La Volontà reca intrecciati

a sé il Dominio e il Piacere

come i serpi al tuo caducèo.

L'Istinto è un impeto sagliente,

un ariete caloroso

dalle inesauste reni,

che si precipita sopra

la vita e l'assale

e la copre e sì la feconda

reluttante o sommessa.

Passan talora su le rosse

città nuvole di speranze,

quasi tempesta di ali;

e s'empion d'un rombo gli orecchi

degli uomini maraviglioso,

ch'è il rombo degli inni futuri.

Le mammelle irrìgue

della Terra moltiplicarsi

paiono alla cresciuta

avidità della prole.

Il Destino toglie da tutti

gli spazii i suoi limiti, vinto

e respinto per sempre

dalla libertà degli eroi.

O Macchinatore, e una stirpe

di ferro, una sorta di schiavi

foggiata nella sostanza

lucente de' clìpei dell'aste

degli schinieri, una serva

moltitudine di Giganti

impigri obbedisce ai fanciulli

e alle femmine, meglio

che su triere veloce

al celeùste la ciurma

unta di olio d'oliva.

E non il flauto né il canto

regola il moto con ritmo

eguale; ma una potenza

che non falla, simile al sano

cuore nel petto dell'uomo,

pulsa in quelle ossature

polite e circola in ogni

membro con giro iterato

accelerando il lavoro.

Gran fremito scuote le case.

M'odi. Il gesto del paziente

ilota, che trita la spelta

o il latte agita nel secchio

o scardassa le lane,

s'immilla ne' ferrei bracci

nelle ruote dentate

ne' lunghi cuoi serpentini

che per girevoli dischi

trascorrono propagando

l'impulso ai congegni sottili

onde l'informe sostanza

esce trasfigurata

come da industria sagace

d'innumerevoli dita.

O Erme, i telai della lidia

Aracne diurni e notturni,

ove come rondini argute

volavan le spole,

travagliano senza canzone

di vergine e senza lucerna,

soli in ordin lungo strependo.

Il sudore d'Efèsto

su la piastra imposta all'incude

profuso, è ormai vano

o Erme, ché nelle fucine,

come la man puerile

incide la tenera canna

o divide le fibre

del cortice lieve, l'ordigno

facile taglia distende

assottiglia fóra contorce

per mille guise il metallo

ammassato in solidi pani.

Odimi, o Inventore.

E i magli, i magli più vasti

delle rupi che il lacertoso

Ciclope scagliò contra Ulisse

tuo caro, invisibile pugno

solleva e precipita in ritmo

agevolmente come

il fanciullo manda e ribatte

volubile palla per gioco.

Gioco di fanciullo era a poppa

del nautico pino il chenisco,

l'anitrella scolpita

nella curva trave spalmata

perché galleggiasse in eterno.

O Erme, nave catafratta

or galleggia e naviga senza

vele né remi. Discende

pel pendìo dello scalo

nel mare compagine eccelsa

come cittadella munita,

corbame e fasciame di ferro

testudinato di piastra

a martello più salda

che orbe di settemplice scudo.

Gran torri soperchiano il vallo.

La carena ha un cuore di fuoco

onde creasi la propulsante

virtù dell'ali marine

che tùrbinan sotto la poppa

tra ruota e timone sommerse.

Atto alla guerra e alla pace,

minaccioso d'armi tonanti

o dei doni onusto che all'uomo

fa la veneranda Demetra,

il colosso equoreo solca

pèlaghi ed ocèani, varca

gli eurìpi i bòsfori i sacri

istmi che l'uom frale recise

come tu dio con l'arpe

il collo d'Argo tutt'occhi.

Oltre le Caspie Porte,

oltre l'Atlante ove il coro

delle Esperidi per sempre

si tace, oltre la piaggia

del Cinnamomo trapassa.

Lascia l'iperbòreo lito

ove non più danza e canta

Apolline dall'equinozio

di primavera insino

al levar delle Pleiadi

re dei conviti soavi.

Di Taprobane a Ierne

di Cerne all'Ocèano Eoo

la sua scìa grande orla i lembi

di quel mondo che t'appariva

nel volo, o Alipede, quale

macedone clamide stesa.

Ma di là dalla piaggia d'Eea,

di là dall'estremo Occidente,

ove Elio sommerge i cavalli,

trapassa ad attingere un altro

mondo che sotto altre stelle

si giace in duplice forma,

simile a un'ala d'uccello

e simile a un'orsa poggiata

le zampe nell'artico gelo.

E il certo piloto

disegna nell'acque un cammino

ben cognito a tutte le prore,

sì che traccia su traccia

persistevi qual nelle vie

frequenti il solco dei carri.

O Egemonio, m'odi.

Nel mare è il certame dei regni.

Il mare implacabile prende

e scevera, senza fallire,

le virtù delle stirpi

nel tempo. Più della terra

antico, nudrito di morti

ma di nascimenti fecondo,

più della terra è bello,

più della terra è sicuro.

I morti non rende, ma rende

l'amore a chi l'ama tenace.

La Speranza che stette

al fianco dell'uomo animoso

curva su la rate pelasga,

la selvaggia compagna

cui contra l'occhio aguzzato

la palpebra rossa

arrovesciavano i vènti,

or fatta è donna imperiale

Thalassia nomata su i vènti.

Nel trono ella sta d'Amfitrite.

Catenata sembra la Gloria

tra le sue tempie. Il suo seno

è una primavera anelante.

Il suo palpito si ripercuote

dai golfi e dai bòsfori azzurri

del Mediterraneo Mare

sino ai promontorii nimbosi

della barbarica Ierne.

Bùccine di mille Tritoni

non vincono il chiaro clangore

della sua tromba di bronzo.

L'odono i popoli forti:

cantando l'inno dei Padri,

spingon rivali nel flutto

ruggente le navi di ferro;

ché necessario è navigare,

vivere non è necessario.

Polèna a ogni prora novella

è il cuore vermiglio dell'uomo

inalzato sopra la Morte.

Odimi, o Enagonio.

Il Taigeto ha i segugi

più ardenti; ha Sciro le capre

dalle mamme irrigue di latte

più pingue; Argo, le armi;

Tebe, i carri; ma la Sicilia

ferace dà le quadrighe

magnifiche, i bene bardati

corsieri dal piè di tempesta.

Ne' tuoi stadii l'asse tutt'oro

guizza come folgore in nube.

La Rapidità dalle nari

di fiamma par su le tue mete

lasciar vestigia d'incendio.

Ierone di Siracusa,

Senòcrate di Agrigento,

Cromio d'Etna, fior di Sicilia,

contendon la palma agli Elleni.

Pindaro diademato

offre agli eroi trionfali

la grande coppa dell'inno.

Non l'ebrietà della strofe

né fronda di quercia d'olivo

di pino s'attendono, o Erme,

i conduttori dei carri

igniti cui circo e vittoria

è l'Orbe terrestre! Nel pugno

non reggon le redini anguste,

non figgono alle cervici

dei cavalli lo sguardo.

Governano ordigni più snelli

che il tèndine equino

ma possenti più ch'epitagma

scagliato nella battaglia.

Scrutano lo spazio ventoso,

i piani i fiumi i monti

che valicheranno. Obbedisce

il pulsante metallo

al tocco infallibile. Foschi

son gli intenti vólti, notturni

come il vólto di Ade re d'Ombre

che trae Persefóne piangente.

Traggono il pianto e l'affanno

degli uomini i lor negri carri,

il male degli uomini stretti

e misti nell'alito impuro,

il dolore e tutti i suoi frutti

sopportano, o Erme, il piacere

e i suoi fiori senza radici,

e l'avida gioia

e il desiderio feroce

e gli inestricabili nodi

delle anime chiuse nei corpi

ignavi, e gli intorpiditi

crimini dall'unghie rattratte,

e le volontà rilucenti

nei sogni come in guaine

diàfane, e l'opere nate

da ieri, e i messaggi dei cuori

fraterni, e la copia dei beni

giocondi trasportano, o Erme:

le rose dei liti solari

al gelo dell'Isole Scàndie.

Tonando passano, in lungo

ordin su cento e cento ruote

concordi, con nubi e faville

per traccia, passano a vespro

nei piani onde fuma sommossa

dal diurno travaglio

la fecondità delle glebe.

Sùbita s'aderge in orgoglio

la stanchezza dell'uomo

e guata la porpora immensa

del cielo, ove come in sanguigna

promessa di vita più bella

par che s'addentri col peso

la creatura dell'uomo.

Cade la notte. O perla,

o lacrima d'Espero ardente!

S'accendono i fari. Nei porti

le ciurme si scagliano all'orgia.

Le città splendono di febbri

come un astro è cinto di aloni.

Col rombo il tràino amplia la notte.

Odimi, precipite Nunzio,

alto Messaggero celeste.

L'aere notturno e diurno

palpita di umani messaggi.

Commessa al silenzio dell'Etra

la parola attinge i confini

remoti. Serpeggia silente

pei bàratri equorei, sotto

i nettunii pascoli; emerge

lungi perfetta nei segni,

narra gli eventi, conduce

le imprese, congiunge le stirpi,

infèrvora i forti alla gara.

La voce, la voce sonora,

formata dal labbro spirante,

in cavo artificio s'ingolfa,

di sillaba in sillaba vibra

tacitamente lontana,

ravvivasi come in profonda

bùccina e favellare

l'ascolta l'orecchio inclinato.

O Viale, come le vene

per entro ai marmi di Sparta

e del Tènaro folte

son le vie frequenti e insuete

ond'è variegata la Terra.

Ma la mobile fiamma,

che tu eccitavi nel petto

del viatore, divampa

e grandeggia in cuor dell'eroe

novello che vede la Gloria

accosciata come la Sfinge

nell'immensità dei deserti

o presso le occulte sorgenti

dei fiumi o su i mari di gelo.

Non di parole tebano

enigma propone la belva

ma chiede, o Erme, la chiave

sacra che vedesti nel pugno

dell'antichissima Gea!

D'ossa lùcono i milliari

degli spaventosi cammini.

O Citaredo primo,

tu il bene che supera tutti

désti all'uomo quando la cava

testudine nata nei monti

facesti sonora, le canne

trasverse inserendo nei fóri

tra l'un margine e l'altro,

poi sul graticcio spandendo

la pelle di bue, configgendo

a sommo del guscio i due bracci,

questi poi giugnendo col giogo.

Tra l'osseo giogo e l'estremo

labbro della scaglia montana,

come il nervo tra i corni

dell'arco, tendesti minuge

di agnelli bene attorte.

Sette ne tendesti, o figliuolo

di Maia, per onorare

le Pleiadi belle nell'Etra.

E la tua cheli selvaggia

fu compagna al canto dell'uomo.

Or l'uomo, emulando gli audaci

tuoi spiriti, seppe di legni

di nervi di crini di pelli

d'avorii di metalli

una multiforme crearsi

e multànime gente

canora che popola e gonfia

la profonda orchestra occultata,

ove non più la thyméle

santa òccupa il centro del cerchio

né più presso l'ara l'aulete

dalla phorbéia di cuoio

col duplice flauto accompagna

le strofe e la danza corale.

E non il cristallo del cielo

né il sinuoso velario

acceso dai raggi s'allarga

su la moltitudine intenta;

ma simile ad alto sepolcro

è il notturno teatro

concluso e in sé stesso rimbomba.

Come nei mari le prime

onde squammose all'urto

dell'euro inarcan le schiene,

s'ergono e spumano, il rugghio

e il tuono avvicendano a corsa,

di procella tumide in vasti

cumuli precipitando

con un rapimento improvviso;

come nei boschi le prime

faville accendono i coni

aridi, le morte frondi,

crescono in pallide fiamme,

serpeggian pe' vepri, gli arbusti

mordono, il cuor selvaggio

attingono carco d'aromi,

conflagrano subitamente

fragorose verso la nube,

irraggian per tutta la valle

il fulgore e il terrore;

così dall'orchestra prorompe

l'impeto sinfoniale.

O Maestro dei Sogni,

m'odi. E i Sogni inani, i tuoi lievi

simulacri della quiete,

le tue mute imagini erranti,

giganteggiano a un tratto

con vólti di bragia,

s'armano d'una ossatura

erculea, grande hanno il fiato

e polsi hanno violenti

per stringere l'anima umana

e scuoterla dalle radici

e svèllerla e darla al ludibrio

dei desiderii! E l'Amore,

o Erme, il giovinetto cnidio

triste come un rogo consunto

ascolta per entro a' capegli

che sono un unguento stillante;

languisce in un freddo sudore;

poi vuota la tazza che gli offre

la Morte, ove tutti i piaceri

spremuti fanno un sol tòsco.

Padre d'Ermafrodito,

non tu creasti l'oscuro

Andrògino al far della notte,

ebro di melodìa

in un torrente di suoni

premendo l'amata da tutti

Anadiomene d'oro?

Noi anche, ahi sì brevi, sul lito

d'Eternità sognammo

le mescolanze vietate,

sdegnando di saziarci

pur sempre con la dolcezza

dei consueti giacigli.

L'opera attendemmo diversa,

nata da un'incognita febbre,

fatta di dolore e di gioia,

pallida di ricordanze

ma di presagi animosa,

recante in sé la promessa

e il compimento, sorella

delle Stagioni divine.

O Psicagogo, se all'Ade

squallido condurre dovessi

tu l'anima mia, se condurre

dovessi tu l'Ombra del mio

canto su l'asfòdelo prato

incontro a Saffo sublime

dal crin di viola che forse

m'attende, alla riva del Lete

t'indugeresti, io penso,

vedendo in me trasparire

queste tante ignote ricchezze.

E direbbemi alate

parole la tua maraviglia:

«Ombra, per la luce soave

onde vieni, sosta, ch'io miri

da presso la tua opulenza.

Come arbore sei, che curvato

abbia lungamente i suoi rami

nel lidio Pattòlo e gravato

ne sorga e si mesca il metallo

regale alla polpa dei frutti.

Tanto adunque sopra la Terra

deserta d'iddii può la vita

anco esser ricca, Ombra d'aedo?

Parte alcuna in te riconosco

di ciò che fu nostro, se indago;

ed è la tua parte di gioia,

la tua purità sorridente.

Ma innumerevoli sono

le cose novelle che ignoro,

e le geniture dei mostri

che pur non sembran pesare

alla levità del tuo passo.

Ombra, non sarà che tu getti

questa abondanza all'oblìo.

Non varcherai la riviera.

Qui farai sosta con meco.

Proteggerti vuole il Parente

della Cetra; ché forse

talor ti sovvenne del dio

Intercessore ed alcuna

dottrina apprendesti da lui.

Di congiugnimenti maestro

fui, di concordie divine

compositore sagace,

perito d'innesti immortali,

per moltiplicar la mia forza,

aedo, e la mia conoscenza.

Penetrabile fui e fecondo.

Come nella mia dolce Arcadia,

dopo il verno, ai tepidi giorni

quando muovon le gemme,

il colono fende la scorza

dell'arbore e v'incastra la marza

acciocché in essa si alligni:

la pianta inframmessa le vene

sparge nell'altra e s'appiglia;

vigoreggia il succhio, il sapore

del frutto si fa generoso:

così, con arte inserendo

nella mia sostanza diverse

deità, m'accrebbi di varia

potenza, molteplice ed uno.

La verginità cruda e invitta

di Pallade a me collegata

mi fece più destro in trar prede,

e nella tetràgona pietra

io fui pe' mortali Ermatena.

Al Cintio lungescagliante

ond'ebbi la verga trifoglia,

cui diedi la cheli soave,

mi strinsi con patto fraterno;

e quindi Ermapòlline fui.

Infondermi il sangue feroce

dell'uccisore di mostri,

dell'eroe muscoloso

dalla fronte angusta, volli io

Argicida; e fui Ermeràcle.

E con altri iddii mi confusi;

né sdegnai gli iddii bestiali,

dalla testa di cane, dal becco

di sparviere, dalle mascelle

di leone, estrani, onde fui

Ermanubi, Ermitra, Ermosiri.

Ma da due comunanze

m'ebbi più gran copia di forze

segrete e di gioie profonde

e di visioni sublimi,

Ombra d'aedo che ascolti.

M'accomunai con l'Amore,

col nume che fu nel principio,

che sarà nella fine.

Con Eros confusi il mio sangue,

col bellissimo fiore

cui era devota la schiera

sacra degli efebi tebani;

e fui pe' mortali Ermeròte.

M'accomunai col Silenzio

io signor del discorso

ornato, dell'insidiosa

facondia. Ermarpòcrate fui,

col dito premuto sul labbro

eloquente; ma tenni

ai miei piedi il vigile gallo

che col grido annunzia l'aurora.

Così tutto attrassi e composi

in me, tutto abbracciai,

di congiugnimenti maestro,

perito d'innesti immortali.

Or io mi penso, Ombra d'aedo,

che ben conoscesti quest'arte

tra gli uomini se cumulata

hai tanta ricchezza

nell'anima tua giovenile.

Per ciò ti concedo che sosti

sul lito del fiume torpente

e d'umane cose favelli

col dio. Non bevere l'onda

obliosa, ma, se la sete

ti arda, io voglio offerirti

il pomo granato che aperse

Core, di Demetra la figlia

pura, con le chiare sue dita.

Ne prese tre soli granelli:

Aidòneo re sorridea.

Bella era la bocca di Core».

E io ti direi rispondendo:

«O Intercessore benigno,

poiché tu concedi ch'io teco

favelli alla riva del Lete

io tutte le cose dell'uomo

ti svelerò, esule dio.

Ma soffri che un'Ombra d'aedo

interroghi l'alto Parente

della Cetra! Ermerote

io ti chiamerò, Ermerote,

bel sangue commisto d'Amore.

Tu conducevi Euridice

per mano su i violetti

asfodilli, e Orfeo t'era innanzi

coronato di cipresso

e di mirto il capo suo d'oro.

E intorno era sacro silenzio

ma ad ogni passo silente

gemere s'udia la gran cetra

sospesa al fianco d'Orfeo...

Non così fu, Ermerote?

Sentisti tu tremare

la man di colei che traevi

dall'Ade su i cari vestigi?

E obliato non hai ogni altro

tremito di carne mortale

tu che i miseri uomini ignudi

avvincevi ai supplizii?

Intorno era sacro silenzio,

ma s'udia nel Tartaro lungi

rombare la ruota aspra d'angui

cui tu avvincesti Issione.

Ed ei si volse, ei si volse,

Orfeo si volse! La donna

perduta fu, dallo sguardo

perduta! Ritrarla dovevi

nelle inesorabili fauci.

Mirasti i due vólti, e quegli occhi?

Euridice! Orfeo! Notte eterna.

Ah parlami di quel dolore,

di quella bellezza, Ermerote!

E poi fa ch'io beva l'oblìo.»

 

X.

Tornammo alla nave ancorata.

La salutammo nel porto

con ilare grido vedendo

il candido fianco apparire.

Tra le Onerarie ventrose

più snella ci parve, leggera

come fasèlo o liburna.

L'albero la verga le sàrtie

la gran randa i piccoli fiocchi

il bompresso trincato

le commessure del ponte

le boccaporte e le cùbie

e le caviglie e i bozzelli

e tutti gli attrezzi minuti,

canape legno metallo,

amammo di vigile amore

come vena per vena

e nervo per nervo le membra

viventi di fragile amica.

Più che l'odor del mentastro

ci piacque l'odor della nave.

Or un de' cari compagni

recato avea prigioniera

in una gabbia intesta

di giunco una bella cicala

del regno di Pelope Eburno.

E cautamente sospeso

avea quella nassa terrestre

a poppa, e sópravi steso

un ramoscello di pino

reciso nell'Alti; e si stava

in ascolto avendo nel cuore

l'anacreontica lode.

Ma la regina del Canto,

l'ebra di rugiada e di luce,

su l'acqua oleosa del porto

tacevasi attonita all'ombra

dell'ingannevole fronda;

ché il suo luogo è la cima

dell'arbore o l'asta di Atena.

E noi ridevamo il deluso.

«Or téntala dunque col dito!»

Salpammo l'àncora all'alba.

Patre era avvolta di sonno

torbido; ma l'alpi d'Etolia

sorgevano in veste di croco,

quasi Grazie pronte a danzare

sul fiore del Ionio, fasciate

dalla stephàne d'oro.

«Forse, a piè del letto ove giace

la meretrice di Pirgo

invano aspettando il navarca,

Elena figlia del Cigno

s'accoscia e ronfia, nascosta

le mille sue rughe per entro

la grande sua bianca criniera»

pensava taluno di noi

sciogliendo la randa solare

che ben da noi stessi tramata

ci parve, col filo dei sogni.

E vidi il fanciullo nell'Alti,

in mezzo alla strage dei marmi,

ignaro di quella vecchiezza.

Il mattutino spiro

ci volse alla porta del golfo

corintio, tra i due promontorii

affrontati come molossi

che senza latrare protesi

già fossero all'impeto ostile

ma d'improvviso irretiti

in non so qual divina

ambage di rosei veli.

E un amore dei monti

indicibile era nei nostri

petti, e riconoscerne i vólti

ignudi e chiamarli per nome

desiderammo. Ogni lume

ogni ombra ogni solco ogni asprezza

ci parve il segno d'un dio,

l'orma d'un eroe, la fatica

d'un uomo, lo sforzo d'un mostro.

E dicevamo: «È il Coràce

forse? è l'Aracinto? il Timfresto?

o il Bomi onde sgorga l'Eveno?».

Il vento gonfiava la randa;

e tanto la vela era bella

d'armoniale virtude

che parea la scotta sua forte

dovesse, pulsata da un plettro,

rendere un suono di lira.

E ad ogni istante gli aspetti

dei monti eran nuovi, più dolci

o più aspri. E se un'argentina

conca appariva o un anfratto

ceruleo, l'anima nostra

vi si profondava per gli occhi

bramosa d'attingerne l'imo

come il natatore si scaglia

dall'alto nell'onda ch'egli ama

e sommerso tocca la sabbia

o la radice dell'alga.

Tuttavia perché, nella gioia

e nell'avidità, ci saliva

ai precordii un'ansia intermessa

piegando al cammino ritroso?

O amore, amore mai sazio

di conoscere e d'adorare!

Taluno de' cari compagni

dicea: «Non vedremo la bocca

dell'Eveno, e non il suo guado;

non il regno di Deianira,

non in Calidóne la caccia

né la tomba ove corse

delle Meleàgridi il pianto».

Volgevansi a poppa gli sguardi

per la scìa lunga virente.

E l'odore dell'ecatombe

sentimmo, vedemmo l'Etolia

accesa di fùnebri roghi,

la forza di Meleagro

avvinta al tizzo dal Fato,

e Deianira nel fiume

torcersi abbrancata da Nesso,

Eràcle con la saetta

intrisa nel fiele dell'Idra

passare il polmone ferino.

E dicemmo: «O Ellade, tutto

in te vige, splende e s'eterna.

Come le barbe degli olivi

per le tue piagge e i tuoi colli,

come i filoni della pietra

ne' tuoi monti, le geniture

dei Miti ancor tengono presa

l'antica virtù del tuo suolo.

La gente che sega le magre

tue messi, o abita le case

vili a piè delle deserte

acropoli, ti disconosce;

e t'è più strània di quella

che tolse i tuoi numi alle fronti

de' tuoi templi in ruina

per trarli mùtili e freddi

nella sua caligine sorda.

Ma i Miti, foggiati di terra

d'aria d'acqua di fuoco

e di passione furente,

sono il tuo popolo vivo.

Vivi palpitar li sentimmo

sul nostro cuore umano

stringendoli; e ancóra in segreto

ci dissero qualche inattesa

parola e ci diedero un'arme

per meglio combattere o un ritmo

ci appresero novo

per meglio gioire. Verremo

di gleba in gleba, di selce

in selce noi pellegrini

inchinando il cuor nostro umano

su la deità che l'assempra?

Ahi, l'ora è breve e il vento

volubile, ed è necessario

compiere altri perìpli

finché la carena sia salda;

e a consumabile tizzo

la nostra sorte anco è avvinta.

Ma ad ogni approdo intera

tu sarai nel nostro fervore

qual sei nel tuo triplice mare!».

E, come già il Sole era presso

all'ultimo vertice azzurro,

scomparsa a ponente Naupatto

dei Locri, a ostro Egio achea,

ci apparve su l'acque

il promontorio Andromàche

simile a un leone sopito

nel fulvo oro della sua giuba.

Il vento languiva. Bonaccia

grande era intorno. Udivamo

a quando a quando la vela

floscia battere e trepidare

come un cuor moribondo,

il legno per tutte le fibre

alide dell'alidore

celeste risponder con lungo

gemito, guizzare i delfini

sotto la poppa, i falchi

stridere per entro i forami

della rupe aurata. E la voce

di prua mise un grido: «Il Parnasso!».

E tutti balzammo a guatare

la faccia d'Apollo apparita;

però che sul tacito specchio

il Monte Castalio, sublime

e roseo, dominatore

d'ogni altra grandezza e pur lene

come se l'onda perenne

del canto spetrata ne avesse

la mole terrestre, assemprava

ai nostri occhi attoniti e puri

l'apparizione diurna

del dio musagète vivente

non qual nella vena del pario

marmo dagli artefici è sculto

a similitudine d'uomo

ma qual forse il videro un tempo

sul verde limite dei paschi

i primi pastori

proteggere i tauri e i cavalli

misteriosa bellezza

levata in sostanza serena.

Cadde il vento. Noi tutti

èramo senza parola

fissi alla gran maraviglia.

Sospeso era il Giorno sul nostro

capo. Tutte le cose

tacevano con un aspetto

di eternità. L'occhio solo

era vivo e veggente.

O tregua apollinea, Meriggio!

Qual coro avea chiuso il suo canto

remoto negli echi del mare?

Qual coro traeva il respiro

per dare principio al suo canto?

Coro di Sirene o di Parche?

di Tiadi o di Muse? Il silenzio

era come il silenzio

che segue o precede le voci

delle volontà sovrumane.

Tutta la vita era a noi

quasi tempio lieve senz'ombra,

ch'entrammo non più morituri.

O soffio etèsio, respiro

meridiano del grande

Mediterraneo contra

il violento Cane,

sùbito bàttito chioccante

della vela, balzi d'un cuore

che un flutto di sangue riempia,

arco teso un'altra volta

verso inarcati seni,

alacrità delle forze,

fame e sete carnali,

sapore del pane e del vino,

allegrezza dei corpi,

dopo la pausa infinita!

Oltrepassammo Andromàche,

volgendoci al seno crisèo.

Come dietro la negra

nave dei Cretesi di Gnosso

eletti dal Pitio al suo culto,

un delfino agile balzava

nel nostro solco veloce.

Disse il Pitio lungescagliante

ai navigatori cretesi:

«Non prèndevi brama del cibo

i precordii, come agli stanchi

uomini suole avvenire

quando negra nave s'ormeggi?».

Seduti a poppa in corona

noi avemmo ulive addolcite,

pesci pescati col giacchio

spiranti salsedine, caci

molli che serbavano ancóra

l'impronta dei vimini, fichi

degni d'aver patria in Egina

con l'ombelico melato

di gomma, bionde uve sugose,

vini chiari aulenti di pino

rinfrescati in vasi d'argilla

appesi alle sàrtie, e la calda

màstica che dentro una goccia

ha tutte le estati di Chio

ricca in dolci donne e in lentischi.

All'ombra della gran randa

giocondamente mangiammo

e bevemmo, in conspetto

del gèmino Monte che il muto

splendor del meriggio velava.

Non era visibile a noi

l'altra cima: quella ch'è sacra

al Semelèio effrenato,

alla deità delirante:

Nisa, la cima notturna.

Ma l'allegrezza nel sangue

fervere sentimmo sì forte

che per le nostre membra

pieghevoli corse improvvisa

inquietudine, quasi

desiderio di danza

furente e d'insano clamore.

E due dei cari compagni

sorsero e balzaron sul bordo

co' piedi nudi a gara

di destrezza in giochi rischiosi.

Ed io pensai nel mio cuore

gli antichi portenti appariti

ai corsali tirreni

quando per la còncava nave

gorgogliò vino odorato

e per la vela si sparse

alta racemìfera vite

e l'edera l'albero avvolse

di corimbi e s'ebbe corona

ogni scalmo. «O Cirra, o Nisa,

vertici dell'anima umana,

sommità del canto sereno,

culmine dell'acre delirio,

in breve ora noi v'attingemmo!

Il chiaro silenzio adorammo

ove l'ultima nota

tremava del coro febèo.

L'impeto selvaggio, che rende

immemori l'Evie nell'orgia,

or ecco sentiamo in confuso

rompere dal torbido sangue.»

E, la mia frenesia

nel petto profondo constretta,

io stava pensoso dell'uno

e dell'altro mistero;

quando udii stridor lieve l'aria

fendere. Tesi l'orecchio

in ascolto; e vennemi al labbro

il sorriso, ché noto il suono

m'era. «O Apollo, nel giorno

tu vinci!» E la stridula voce

oscillò qual canna fenduta

nel vento; poi prese più forza,

palpitò, si fece canora,

da poppa a prua chiaramente

s'udì sopra il croscio dell'acque.

«La cicala! Udite, compagni,

la cicala che canta!»

gridai divenuto fanciullo

nell'allegrezza. E tutti

accorsero i cari compagni

intorno alla gabbia di giunco.

E, senza strepito, quivi

stemmo intenti come dinanzi

a famoso aedo; sì nova

ci parve sul mare la voce

agreste e sì novo l'aspetto

della creatura vocale

che non ha carne e non sangue

e ignora i mali e il dolore,

simigliante quasi ai Superni.

Negra ma d'una cinerina

lanugine ell'era coperta,

che lucea qual serica veste;

e grand'occhi avea due, protesi,

ma tre più piccoli, rossi

come le bacche cruente

d'autunno, in esiguo corimbo

a sommo del capo; e lunghe ali

di tenue vetro nervute

di foschi rilievi, il torace

sparso di màcule, fatto

di anella il mirabile addòme.

Ognuno guatar la silvana

ospite della nave

parendo com'àugure incerto,

facea più fraterni

più giovani e vividi i vólti

l'ingenuità del sorriso

inclinato. Io l'àugure finsi.

«Compiremo il periplo

nel segno e nel nome d'Apollo;

e guiderà la Cicala

sacra, dal golfo crisèo

insino alle acque di Delo,

gli Apolloniasti d'Italia.

Si nutrirà di glauca

salsedine, appesa alla prora,

in cella di giunco marino.»

E sul lido ricurvo

la Fòcide piena del nume

era vaporata d'olivi

come di tripodi mille,

dinanzi alla nostra allegrezza.

 

XI.

Con un alberetto volante

e sue sartiette arridate

a mano, il palischermo

attrezzammo a vela latina.

Ciascun de' compagni a vicenda

governò la scotta o il timone.

Le baie le conche i recessi

del parnassio mare esplorammo,

or chini su l'acqua ove l'ombra

nostra era un miracolo verde,

or sottovento seduti

fuori banda sopra gli scalmi

coi piedi immersi nel sale,

or tratti per la gomenetta

dell'àncora dietro la poppa

nella scìa che ci levigava

la carne con una carezza

innumerevole, or al fondo

sopra le stuoie supini

in un sonno ch'era ogni volta

una voluttà sconosciuta.

Acqua marina, mollezza

di cinti insolubili, sguardo

venereo della segreta

profondità, riso d'abisso,

lasciva sorella dell'aria,

madre della nuvola, come

ti loderò? Ogni baia

ogni conca ogni recesso

ci parve più bello. Dicemmo:

«Ah chi mai vide ne' giorni

una maraviglia più lieta?».

E desiderammo ancorare

per quivi obliar nostri amori

scrutando le mille figure

dell'acqua. Ma l'ancoraggio

contiguo ebbe più dilettose

figure, colori più novi,

odori più freschi. Dicemmo:

«Ecco il limite. I sensi

non gioiranno più oltre».

E il limite fu superato.

Arene gemmee come

tritume di gemme, ceppaie

d'alghe, chiari coralli,

fuchi di porpora, negre

ulve, tra fango e sabbia

flessibili intrichi di lunghe

erbe ove abbonda la greggia

dei pesci, io compresi quel nome

che i pescatori tirreni

usan per lode alla valle

del mare onde traggono prede

più ricche: Armonia!

Noi non gittammo le reti,

non adoprammo le nasse;

non prendemmo il grongo di carne

soave, né lo scombro

tondo di cerula pelle

sospendemmo con le sue branchie

al vimine, pei delicati

sacerdoti di Delfo.

Ma di voi gioimmo, Armonie!

Chi mi consolerà, mentre

vivo sotto cieli pur dolci,

chi mi consolerà dei soli

spenti, dei giorni caduti?

Poggi di Fiesole, chiari

sono i vostri ulivi e foschi

i vostri cipressi, e i ciriegi

i mandorli i meli son bianchi

son rosei negli orti di Verde-

spina e di Laudòmia murati,

oggi che la Primavera

improvvisa coglie alle spalle

il lanoso Febbraio

e con la sua tepida forza

rivèrsagli il capo e gli chiude

le palpebre con le sue dita

che auliscono di rosmarino,

per baciarlo in bocca e fuggire.

Bellosguardo, io certo dimane

verrò ne' rosai che tu porti

carichi di rose ancor chiuse.

Ben so che i bocciuoli saranno

come i capézzoli gonfii

della pubescente. Ma forse

bianca sarà la tua prima

rosa fiorita su pel ferro

onde pende nel pozzo

la secchia loquace. O collina

dell'Incontro, per la finestra

ti veggo tutta rosata

non come le rose ma come

i fiori dell'erica, tanto

sono leggere le selve

de' tuoi querciuoli vestite

ancor della fronda autunnale

che un poco rosseggia e per entro

vi si scorge il tenero verde!

O Poggio Gherardo, le vecchie

tue mura gialleggiano come

su i nodi delle viti

il lichene. E sta Vincigliata

morta in un negrore di lance.

Odo i colpi iterati

dei ronchetti, odo le cesoie

dei potatori. Uomini veggo

poggiar le scale ai tronchi,

salire, attendere all'opra.

Tanta è la bontà della terra

che forse i sermenti recisi

a piè degli arbori mondi

non periranno ma forse

faranno radici. Pur fende

la terra ancor qualche aratro,

e splendono i buoi tra gli olivi

e tra gli oppi: chiuse han le froge

nelle gabbie di giunco

perché ghiotti son di germogli

e cimare osano i rametti

se passan rasente, bramosi

fors'anco di quelle vermene

che sorgon per nesto in corona

dalle piaghe dei tronchi

spalmate di màstice roggio.

Il bifolco gli incìta;

e certo egli è roco, già vecchio.

Ma oggi la voce dell'uomo

è d'una dolcezza infinita

in questo silenzio: ogni suono

ha una risonanza infinita

quasi che non tanto nell'aere

vibri ma e nelle glebe

e in tutte le specie dei corpi.

Odo talor stridore

come di lima sottile

che ferro morda. È colei

dai piedi azzurrigni? colei

che su ciascuna sua tempia

ha un candido segno, una nera

zona a mezzo il petto pugnace?

la cingallegra selvaggia?

Nel cavo dell'arbore aduna

già le lanugini molli

ma par che in aerea fucina

l'amor suo duri aspro travaglio.

San Miniato, ora il Sole

si piega verso la tua faccia

graziosa e abbaglia il dolente

tuo dio che non l'ama. Si leva

dall'Arno un vapore di perla

e si diffonde pe' campi

ove rilucono i fossi

colmi dell'acqua piovana;

ma il fumo dei tetti campestri

ceruleo par tuttavia.

L'Incontro s'indora e invermiglia:

cangia le sue querci in coralli;

ma la Vallombrosa remota

è tutta di violette

divina, apparita in un valco

che tra due colli s'insena

ah sì dolce alla vista

che tepido pare e segreto

come l'inguine della Donna

terrestra qui forse dormente,

onde quest'anelito esala.

E odo, se ascolto, venire

di Rovezzano il rombo

delle mulina che il vecchio

fromento convertono in fresca

farina, ma pe' solchi

tremano i fili del novo

fromento e con lor treman l'ombre,

e non si distingue il fil verde

dall'ombra sua cerula, e tutto

è un tremolio verdazzurro

che parmi aver quasi ai precordii.

E certo la noce bronzina

che nel cipressetto riluce

m'è cara, e l'orma essiccata

nella redola verde

che ieri fu molle di pioggia,

e la pendula chiave

che più non mi chiude il verziere

dal dì che nel suo rugginoso

cannello mellificò l'ape

come in celletta di bugno.

Molto al mio cuore son care

le cose che odo, che veggo;

e forse tutti i roseti

tralascerò per quel solo

anèmone aperto sul ciglio

del campo! E le campane

della preghiera servile,

il suono che vien di Rimaggio

di Candeli di Monteloro,

anche amerò per una nova

imagine, o Primavera,

che or mi nasce guardando

te sopra le file degli oppi.

Simili a concave mani

di nodose dita son gli oppi,

che reggono tenui sfere

cristalline; e tu vi trascorri

sopra e le tocchi traendo

da ciascuna fila un accordo

sì dolce che dal ciel sgorgar fa

Espero, la lacrima prima.

O Primavera, o Poesia,

in questa dolcezza m'indugio

per consolarmi e sorrido.

E certo laggiù, nella casa

che biancheggia a mezzo del colle,

gli infermi sorridono anch'elli

beati con povere vene

al davanzale che il Sole

riscalda, e dietro hanno i letti

ove si giacquero in doglia

e l'odor dei farmachi amari.

Ma la ricordanza immortale

d'una bellezza più maschia,

d'una voluttà più possente,

mi brucia, mi crucia. E il rinato

pane che trema ne' retti

solchi non mi vale quel lembo

di suol rossastro fra crudi

sassi, ove struggemmo col fuoco

la stoppia e gli aròmati forti

per profumar nostra sera.

Biancheggiano gli escrementi

dei falchi su pe' macigni

di quella caverna montana

ricovero ai greggi e agli uccelli

rapaci, dove sitibondi

scoprimmo la vena dell'acqua?

Sì chiara che n'ebbi certezza

sol quando v'immersi le mani,

si fredda che quando la bevvi

mi dolse la nuca pel gelo.

O Fedriadi ardenti

come due scaglie cadute

da Sirio, la vostra sublime

aridità nel meriggio

m'accecò gli occhi del vólto

ma tutti i miei spirti agitati,

come sul vaporante

spiracolo i capri dell'ansio

Coreta, balzarono in fiero

tumulto e qual sangue d'aurore

videro il vermiglio avvenire.

Fumano ancor sul Cirfi

i roghi? La sfinge di Nasso

decapitata ma alata

protende le branche sul sacro

cammino? Le tre danzatrici

dalle mammelle corrose

danzano ancóra intorno

alla colonna fogliuta

di acanti? Filano ancóra

sotto i due platani vasti

le donne focesi, dinanzi

al Fonte Castalio, vestite

d'azzurro? Non la pietra

umbilicale dell'Orbe

ma invano cercai nella polve

la tomba del figlio d'Achille!

E non volli altro letto

per la mia delfica notte

se non la terra presàga

tra i due platani vasti

chiomati di fronde e di stelle.

Vedute io le avea, nella sera

purpurea, silenziose

emergere dalla durezza

dell'antro. Miste alla roccia,

come le imagini sculte

nelle metòpi dei templi,

si tacevano in cerchio

le Castàlidi; e gli occhi

lor grandi eran fisi, il Passato

il Presente il Futuro

con un solo sguardo abbracciando.

Prigioni del sasso per sempre

eran elle? I piedi leggeri

che tessuto aveano in figure

di danza la fresca bellezza

del mondo, i bei piedi leggeri

di Terpsicòre constretti

eran nell'inerzia rupestre?

Dal nudo macigno agguagliate

mi sparvero. Ma le rividi

libere nel sogno ch'io m'ebbi.

Venivan per le vie de' vènti

com'aquile senza nido

nell'alba a volo, nell'alba

crepitante di mille

e mille fiaccole accese

che i Distruttori e i Creatori

squassavano in pugno gridando

di gioia coi lordi capelli

coperti di bianca rugiada,

con le calcagna gravi

d'umida zolla e di foglie.

Come stuol d'aquile senza

nido, venivan le nove

Castàlidi a volo nell'alba,

lacere i pepli, sconvolte

le chiome, odorate di sangue

e d'incendio, ebre di risa

e di pianti, tumultuose

di forze atroci e d'amori

ineffabili, piene

i polsi di ritmi discordi.

Venivano dai porti

inferni ove tutte le lingue

umane suonan fra tutti

i gemiti e i rùgghii del ferro

domato; venivano dalle

città di lucro ove la vita

cupida senza schiuma

e senza sudore s'affretta

su le rotaie corusche,

stride su la gèmina lama

che non ha guaina né punta.

Visitato aveano le folte

moltitudini, udito

aveano i canti feroci

della fame e della vendetta,

bevuto aveano gli inni

di libertà, gli epinicii

dell'Uomo non coronato

che con salde rèdini intorno

all'Orbe conduce in trionfo

la quadriga degli Elementi.

E nella rossa fornace

ove struggevasi un fiume

di bronzo pel simulacro

d'un eroe senza clava

liberatore del Mondo,

nella fornace di gloria

gittato avea Calliòpe

le tavolette cerate

e lo stilo, Melpomène

la maschera dalla gran bocca,

Urania la sfera celeste,

Euterpe i due flauti eburni,

Terpsicòre il chiaro eptacordo,

Tàlia l'ellera, Èrato il mirto,

l'annunziatrice Clio

il breve infinito volume,

Polinnia una foglia d'alloro

già morduta nella sua corsa

per temprar con l'aonio

aroma il lezzo febbroso

delle moltitudini folte.

E venivano a stormo

le Vergini figlie di Zeus

com'aquile senza nido,

affaticate dal peso

delle bellezze raccolte

ne' lor vasti seni, agitate

dalle forze novelle

che facean tremar come l'alte

colonne d'un tempio crollante

i lineamenti solenni

del Passato nel lor pensiere

verecondo. Ed erano ardenti

di fecondità, agognanti

di generare una gioia

una potenza e un amore

sovrumani per l'Uomo,

di trarre una vita divina

dalla faticosa materia

che gorgogliava nell'Orbe

come quel fiume di bronzo

in quella fornace di gloria.

E su la cima d'un'alpe,

che non era Libètro

né Parnasso né Elicona,

si posarono ansanti

nell'imminenza dell'opra.

Non intonarono l'inno.

Il Coro d'Apolline stette

silenzioso nell'alba,

fiso allo spettacolo immenso.

Passavano senz'ombre

su le inviolabili fronti

le nubi in cui la certezza

del Sol nascituro

era già luce, era già fiamma.

Pel grembo intatto dell'alpe,

che chiudea le moli profonde

del marmo, sacre ai colossi

ai templi ai teatri novelli,

crosciavan le sorgenti,

aulivano i cèspiti, i covi

i favi i nidi parlavano.

«Euplete! Eurètria!» S'udiva

sul grido dei Portatori

di fuoco irrompere a quando

a quando un nome invocato

come il benefico nome

d'una deità imminente.

«Energèia!» Fuggito

dagli occhi umani era il sonno

bestiale della stanchezza.

Libere eran tutte le braccia

dal travaglio servile,

libere per l'ornamento

del mondo. La cieca materia,

animata dal ritmo

esatto, operava indefessa

su la cieca materia;

l'ordegno tenea su l'ordegno

la vece dell'uomo. Il supplizio

carnale era bandito

per sempre, il Dolore assumendo

l'aspetto d'un re soggiogato.

L'ebrietà della forza

chiedea di placarsi nei riti

dell'Arte, nelle preghiere

unanimi verso le Forme

perfette, nell'innocenza

del rivelato Universo,

nel giovenile fonte

dei Miti innovati. Un immenso

desiderio di festa

traeva gli uomini, franchi

dalla notte e dalle fatiche,

alle pianure ove i morti

eran sepolti, lungh'essi

i fiumi paterni che al mare

portano su l'onda perenne

l'immortalità delle stirpi

feraci. Tutte le braccia,

pronte a crear la bellezza,

volsero le fiaccole al suolo

spegnendole innanzi alla Luce

raggiante per tutte le cime.

E un rombo confuso di canti

inauditi sonava

nelle moltitudini asperse

di rugiada. E l'attesa

della Poesia palpitava

nelle moltitudini come

l'innumerevole riso

del desìo marino che s'alza

con le mille labbra dell'onda

verso il Sole per divenire

aere, altezza, via di luce,

luce egli stesso infinita.

E le nove antiche Sorelle

non intonarono l'inno!

Sotto le nubi infiammate

dall'aurora, non con argilla

ma con la sostanza sublime

che nata era in elle dall'urto

del conoscimento vitale,

crearon per l'uomo una Voce

più bella del Coro castalio.

Aquile senza nido

ripresero il volo, dall'alpe

balzarono a sommo del cielo,

un attimo stettero immote

simili a costellazione

vermiglia; poi contra il fulgore

del Sol nascente, verso il Mare

virgineo come la prima

foglia del giovinetto salce

(oh soavità dell'eterna

grandezza!) si volsero avvinte

per le flessibili mani

in quell'atto lor consueto

che usavan danzando al cospetto

di Apolline. E niuno vide

se risero o piansero. Vidi

ben io ma tacere m'è caro.

Inclinate il fianco sul vento,

alte melodie non udite,

senza traccia sparvero in coro

le nove antiche Sorelle.

E la nomata nel grido

Euplete Eurètria Energèia,

la nomata nel grido

umano coi nomi divini

delle plenitudini e delle

virtù, l'invocata da tutti

nell'alba, la decima Musa

apparì, discese dal monte

in mezzo agli uomini. E da prima

non tutti la videro quivi;

ma credetter forse che il fiato

d'una primavera improvvisa

li soffocasse d'amore,

e ne tremarono. Io

la vidi. E mi parve che il sangue

m'abbandonasse e corresse

fumido sotto i piedi

della vegnente a invermigliarne

i vestigi, e che spoglia

dell'ossa quest'anima mia

s'ergesse qual candida fiamma.

Dissi: «Euplete, decima Musa,

piena come l'onda che giunge

dopo l'onda nona sul lido,

gagliarda come il flutto

decumano, o Antica, o Novella,

m'odi per i giorni e per l'opre,

m'odi per le mie notti insonni

già calde di te non creata!

Per la mia febbre, per gli astri,

pei vulcani, pei lampi,

per le meteore, per tutto

ciò che arde, per la sete

del Deserto e il sale del Mare,

odimi, Eurètria, Energèia!

Io son teco il supplice, senza

pianto e senza ramo d'ulivo.

Toccarti i ginocchi non oso.

Chiederti non oso che m'abbi

per l'aedo tuo primo

ma sol per il tuo messaggero.

Io sarò colui che t'annunzia».

E, com'ella un poco inclinava

la fronte accennando, sì forte

fu nel mio petto il sussulto

del cuore, ch'io trasalii

come quei che sente la vita

partirsi con sùbito balzo

verso il mistero dell'ombra.

E da me partito era il sogno;

ché mormorare il vento

dell'alba nei platani vasti

intesi, le pallide stelle

scorsi tramontare nel cielo

della Fòcide, dietro

le bianche Fedrìadi. Oh pronto

risveglio! M'alzai dalla terra

leggero, con limpidi occhi.

Lavai la mia fronte nell'acqua

castalia, ne bevvi nel cavo

delle mie mani; alacre e puro

salii pel cammino solenne

verso le ruine del Tempio.

E i galli cantarono. Presso

e lungi, nelle case

di Delfo e nei porti lontani,

su i pianori dei monti,

lungh'esse le vie lapidose,

per tutte le rive del golfo

i galli cantarono l'alba.

Oh canti, fratelli dei raggi,

ond'era accresciuta la luce

nel cielo continuamente!

Voci di virtù mattutina,

che attendevate ogni volta

le risposte ai vostri richiami

per chiamare taluno

ancor più distante! Fragranza

del mar taciturno! Ombra e polve

dell'arcana chiostra ove inerte

pietra è oggi l'Ònfalo santo!

Se una Volontà si sollevi

armata d'un grande disegno,

solo in essa è il centro dell'Orbe.

 

XII.

Chi mi consolerà, mentre

vivo sotto cieli pur dolci,

chi mi consolerà di tanto

orgoglio e di tanta allegrezza

che il vento salmastro disperse,

con la polve delle ruine

con la cenere dei sepolcri,

ne' borri de' monti famosi?

Certo su altre rive,

su altre alture altre pianure,

nei deserti di Libia, sul petto

dei colossi di Memfi,

nel nomo d'Arsìnoe ricco

d'antìlopi e di melagrani,

altrove, altrove, nelle acque

dell'Ànapo, nelle latòmie

di Siracusa, nelle sabbie

di Selinunte ove una vasta

di colonne dorica stirpe

vive di luce, e altrove, altrove

mi conobbi figlio del Sole.

Ma nessun cielo, nessun mare,

nessun deserto, nessuna

arsura, nessuna abondanza

moltiplicò la vitale

virtù della mia giovinezza

così fieramente. O Corinto,

bagno d'Afrodite, rocca

di Sisifo duro, feconda

di bei tiranni, che giugnesti

alle rèdini del cavallo

il morso e al frontone del tempio

la duplice aquila d'oro,

Efira, nudità di marmi,

sapienza di meretrici,

ozio armonioso, o Morente

cui il ruvido console diede

il Fuoco per ultimo drudo

onde generasti il Metallo

inimitabile, quando

rivedrò i tuoi sterpi riarsi

e la tua taverna nel tempio?

Scorre ancóra sul fianco

dell'Acrocorinto quel miele

selvaggio ch'io discopersi?

o salsero le Oceanine

al tramontar della luna,

poi ch'ebber finito il lor pianto

amaro sopra i tuoi lutti,

Amphithalassia, e ingorde

se ne saziarono? Ancóra

siede la giovinetta

sul margine della cisterna

e canta? «Papavero folto»

cantava «prestami i fior tuoi

e il tuo rossore ch'i' mi vesta

scenda al lido e strugga d'amore!»

Siede tra le sette colonne

la madre dal nero grembiule?

«Come sono squallidi i monti!»

cantava. «O vento li combatte,

o pioggia. Né vento né pioggia.

Li passa Caronte co' morti»

Rombava talora nel vento

su l'Acrocorinto spogliato

un'ala fùnebre. E io vidi

Thànatos, il fosco fanciullo

che soffiò per entro alle nari

delicate e sopra le tarde

pàlpebre de' tuoi goditori,

o Doriese, premendo

le guaste ghirlande cadute

su' tuoi marmi aspersi di vino.

Portato dalla tua Notte

anche lo vidi, come

nell'arca di Cìpselo; e sempre

poi l'ebbi al mio fianco, velato.

E, da poi ch'io l'ho meco, ei sembra

rendere più rosse le rose

del mio piacere, più profondo

il suon del mio riso, più forti

i miei denti. Estinta è la face

ch'ei porta, ma sotto il suo sguardo

più fervidi ardono i miei fuochi.

A te debbo questo compagno

che senza parlare m'incìta,

o ghirlandata di mirto

e di papavero Efira

che fosti vermiglia di sangue

lussurioso e di dolce

vino sentendo continuo

scendere dal vertice il fiato

della dea su te troppo ignito

onde si sciogliean gli unguenti

ne' tuoi nerazzurri capelli

e ti colavan per le tempie

pulsanti di cupidigia

mentre le strisce del fulvo

corame, in guisa di freno

imposte alle guance de' tuoi

auleti, nell'ansia de' suoni

si laceravano e i nervi

degli eptacordi sotto il morso

violento dei plettri

si spezzavano sibilando.

Meco era il compagno velato

quando rinvenni tra selci

e sterpi lo specchio votivo

di Lais offerto alla dea.

«Poiché vedermi non voglio

qual sono e vedermi qual fui

non posso, a Te sacro il mio disco,

dea di non caduca bellezza.»

E sotto i venerandi

cipressi l'etèra dormiva;

le cui bianche braccia avean cinto

tutta l'Ellade amante,

come la cintura marina

che spazia dal Ionio all'Egeo.

E il sepolcro auliva pur sempre,

quasi nave giunta dai porti

sirii di aròmati carca.

«Bel fanciullo» dissi «a Te solo

sacrerò l'acciaio polito

ove miro l'anima mia,

se mai sarà ch'ella s'incurvi.»

E penetrammo con lieve

passo nell'adito occulto

che al fonte di Pirene

conduce e su l'ombra mia lieve

era l'ombra del fratricida

Ipponòo recando la briglia.

Sostammo, in ascolto. Il cavallo

s'abbeverava al fonte.

Sìbilo s'udiva di lunghi

sorsi, fremito di froge,

e l'ondeggiar della coda

lento; e talora il sussulto

delle grandi penne, che molto

aere movea sino a noi

celati nell'adito. Osammo

appressarci, senza respiro.

E vedemmo un fuoco argentino,

un'alacrità palpitante,

non so qual serico ardore

diffuso intorno a una possa

indomita: Pègaso, il volo!

Arte, Arte mia bella, nudrita

con l'ima midolla e col sangue

più puro, guarda il nepote

di Sisifo come s'accosta

alla fiera alata stringendo

cauto nella mano il fren d'oro

e subitamente la imbriglia

con fulminea destrezza

e serra le rèdini in pugno

senza lentarle e resiste:

s'impenna, recalcitra, batte

l'ali ventose il cavallo

magnifico: la vergine bocca

offesa dal valido ordegno

sbuffa schiumeggia annitrisce:

l'uomo imperterrito balza,

inforca la schiena tremenda

fra l'una e l'altra ala, conduce

l'Impeto nel libero cielo.

Così, Arte, accòstati ai grandi

pensieri che son presso i fonti.

Pur dato mi fosse oggi, mentre

la primavera m'affanna,

dato mi fosse varcare

l'aere e su l'Acrocorinto

fermare il volo (forse oggi

tutta la roccia si veste

di fiori efimeri, come

Lais della tunica tiria

brevemente, sapendo

che la nudità è più bella)

quivi fermare il volo

e in uno sguardo abbracciare

i due golfi, la sitibonda

Argolide, gli arcadi gioghi,

i vertici sacri alla Danza

e al Canto, l'isole guerriere

e agresti, il Monte dell'api

e il Sunio e il Laurio e quella,

anima mia, ch'è la tua sposa

diletta, che non canterai

perché troppo a dentro ne tremi.

O Tebe, di te mi sovviene,

grande oplite del Teumesso,

fàuce della Strage latrante

da sette bocche nel piano,

di te mi sovviene, Cadmèa;

non per Tìdeo che giace

squarciato il fegato, alla porta

Proètide, e rode le tempie

a Melanippo; non pel grido

di Capanèo contra il Cielo

che l'ode, né pel duolo

d'Antìgone eretta nel Coro

come il cipresso tra i salci;

ma per le tue belle fonti,

o d'acque abondante e di sangue

Cadmèa, per la fonte di Dirce

che sparsa è ne' dolci verzieri

come fu nelle rupi

la dilacerata bellezza,

onde bevemmo il sapore

del supplizio all'ombra dei meli.

Vario sapore hanno l'acque

che corrono d'oriente

o corron di settentrione,

e quale è più grave e quale

più lieve se passi per limo,

per vene d'alcuno metallo,

per rossa creta, per pietre

nette o per sabbia, e più o meno

di terrestritade è in ciascuna

secondo il suo nascimento.

Sapide di fati son l'acque

tebane. Baciammo le donne

alla fonte di Ares, ove Cadmo

si lavò pria ch'ei seminasse

i denti onde nacque la stirpe

furibonda. All'Edipodèia

alternammo i sorsi col suco

delle persiche molli,

ove l'uccisore di Laio

si purificò poi che morta

fu la sua madre polluta.

E il Citerone, senza

strepito di Mènadi, senza

faci di pino, lungamente

sul cielo australe stendea

con leggerezza e pallore

di linfe e silenzii

delle sue cime. E tu eri

nascosta a oriente, o Tanagra

dal collo di cigno, dal crine

intesto come canestro

di vimine, all'ombra del largo

cappello tessalico, chiusa

nelle innumerevoli pieghe

dell'imàtio come in un fiore

di mille pètali. O forse

con un gesto di grazia or discopri

la mammella piccola come

cotogna, i mallèoli svèlti

inanellati d'elettro,

e mordi un anèmone, china

al combattimento dei galli?

S'aprono gli anèmoni al vento

e gli asfodèli nel piano

d'Argo tra la cittadella

di Palamede e lo stagno

di Lerna, in vista alle bianche

vette del Partènio? Tirinto,

città di rupi adunate,

ventosa del soffio d'Eràcle

che triturava co' vasti

molari i tuoi bovi ancor lordi

di bragia e crudigni, se mai

io torni, cercar voglio quelle

tue pietre che soffregate

dai dorsi lanosi di tante

pecore nei secoli lenti

si polirono come l'avorio

dell'else consunto nel pugno

dei tuoi re! Poi per la profonda

feritoia guardar voglio il mare

più cerulo del fenicio

vetro che t'ornava il palagio.

Ma te, o Micene, s'io torni,

guarderò di lontano.

Ahi troppo vivesti tu meco

nel sogno coi truci tesori

de' tuoi sepolcri e agitasti

le mie vigilie, quando

al fulvo usignuolo nomato

Cassandra io diedi una pura

sorella; che forse nomarsi

dovea col tenue nome

di Ebe giovinetta celeste!

Spoglia tu sei del metallo

fùnebre, ma io ti profusi

la sua grande chioma tutt'oro.

Ella ne ammanta e irraggia

la Fonte Perseia ove bevve

la morte: vi tremola e piange

la polla per entro in eterno.

Così la vede il mio sogno.

Giova, o Atride, che ne sien certe

queste mie pupille mortali?

Tu sei netta e cruda nell'aere

arido, ma io ti ricopro

d'un velo. A Mègara bianca,

a Mègara vestita

di lino, che sferza i cavalli

su l'aia abbagliante di spiche,

a Mègara voglio tornare

con una sete più forte

e bevere all'orcio di Egina,

all'orcio di terra eginèta

che appeso per l'ansa a un ulivo

refrigera l'acqua nel vento.

Egina tricoste, delizia

del golfo, pe' tuoi freschi orciuoli

ti loderò, pe' tuoi fichi

densi, pe' tuoi mandorli ch'io

non vedo fiorire? o pel bronzo

che Onàta fondeva sì ricco?

o pel marmoreo sorriso

che incurva le labbra agli oplìti

morenti in fronte al tuo tempio?

Salamina, isola di Aiace

Telamonio, falce di luna

petrosa che mai non tramonta

sul mare né mai nel ricordo

degli uomini, gloria di rostri,

vittoria volante con triplo

remeggio sul sangue salmastro,

penso alla tua ora divina

quando i trierèti in silenzio

poggiarono i remi agli scalmi

assicurati col cappio

di corda e ciascuno credette

udire Pallade armata

scendere sopra la prua,

e Serse era in trono sul monte,

e di repente dai petti

ellèni proruppe il peàna,

squillarono tutte le trombe,

rimbombò per tutte le rupi

il grido dell'Ellade: «Questo

è il combattimento supremo!».

Luoghi di luce, le rose

fluttuanti al vento del mare

bianche e fino agli orli ricolme

non di rugiada ma di caldo

mosto, son le Cicladi belle.

Simile allo strepito primo

della pioggia sopra la fronda,

quando la campagna si tace

soffocata guatando la nube,

m'è il suon de' lor nomi divini

sopra l'anima ardente:

Sifno, Citno, Sèrifo, Nasso!

A Ceo, che imita in sua forma

l'ovo della colomba,

a Ceo dalle leggi eccellenti

come gli inni delle sue lire,

l'ombra di Simonide ancóra

insegna la musica ai figli

dei marinai pileati

sul càrabo curvo che porta

la scorza e la ghianda del cerro.

A Paro vagammo per vie

chiare sotto pergole verdi.

E tanto leggere eran l'ombre

che vi si parevano i nervi

dei pampini con una traccia

più cupa, e i raggi per entro

vi piovevano in guisa

di torqui di anelli di armille;

sì che vestiti d'azzurro

e di monili vagammo

quivi ascoltando i cantari

delle donne ionie che nude

le braccia lavavano i lini

in trògoli tutti di marmo.

Vedendo bagnare un bel velo,

non dell'irto euforbio archilòchio

noi ricordammo i cruenti

aculei ma l'unico fiore

nato di due pètali soli:

«Alcibìe dopo le nozze

offre a Era il velo crinale».

Andro ci apparve su l'acque

tutt'avvolta dal repentino

scroscio della nube d'agosto,

come tessitrice odorata

dietro telaio d'antica

foggia intenta a tessere argento

pur con alcun filo commisto

di porpora forse venuta

a lei dalle pésche di Giaro:

spirava per quell'erte trame

olezzo d'aranci e di cedri.

Ma l'odore di Siro

fu più forte. Siro, nutrice

di cordari e di calafati,

tra pescatori di spugne

e conciatori di pelli

artiera di vele e d'ormeggi,

bianca a piè di fulve montagne,

odor di fasciame unto a caldo

con pégola sevo e cerussa,

cara ai marinai dell'Egeo!

Ah belle da presso le Cicladi

intorno a Delo corona

gemmante, scolpite con arte

come calcedònie e iacinti.

Belle più anco di lungi;

ché di lungi assemprano un coro

d'aulètridi alto su l'acque,

un coro d'aulètridi ionie

dai lunghi chitóni cadenti

su l'unghia del pollice, nude

però le gole venate

di cìano, dorate dal sole

attraverso la pelle e le vene

insino ai precordii, dorate

insino alla conca segreta

del pube. E il miel delle vigne

famose indolcisce ogni punta

delle lor mammelle protese.

E la melodìa de' lor flauti

rallenta il venir della Notte,

trattiene l'Estate su i mari.

Voluttà, voluttà

d'Ariadne e di Dionìso

commisti sul carro che aggioga

la maculosa pantera

cui l'Amore diè per sorella

una nudità constellata

dai segni del bacio crudele!

Tra il Cretico Mare e il Mirtòo

mollizie insulare, lascivo

sale che ancor bolle e schiumeggia

della sua figlia Afrodite,

amaritudine d'ulve

e di veneficii e di pianti,

ove Pasifàe morta ondeggia

riversa con le sue palme

calde tuttavia del sudore

malvagio, non spenta per anche

la carne che giunta fu all'ossa

come il fuoco al legno del pino!

Ah belle da presso e di lungi

le Cicladi, e molto a me dolci.

Ma a te tornerò col mio cuore,

isola di Aiace, a te forza

delle triere rostrate,

potenza adunca del ràffio,

gloria delle glorie navali,

per compier con soli i miei remi

il perìplo delle tue rupi

sante, poiché non potei

combattere nelle tue acque

com'Eschilo al fianco d'Aminia

che diè primo il colpo di rostro,

né come il giovinetto

Sofocle condurre la danza

degli efebi intorno al trofeo,

né com'Euripide (l'immenso

clamor del peana copriva

gli urli della partoriente)

nascere nel dì della pugna.

A te tornerò pel mio vóto.

Dal colle d'Elèusi deserto

non mi saziai di guardarti.

I monti di Mègara, i cupi

Gerànei folti di pini,

il Coridallo ondulato,

le gole di File, il notturno

Citerone, gli aridi gioghi

elicònii, tutte le vette

lontane cui l'aria e la luce

intessono vesti più belle

che la veste del croco

dello smìlace e del narcisso,

impallidivano incontro

all'aspro tuo lineamento

ch'era come il guatare

di Pallade quando ella indaga

di sotto al suo casco corintio

le schiere ordinate nel campo

e pesa il coraggio dei petti,

sì che al vile trema lo stinco

nello schiniere di bronzo

ma la virtù si rischiara

nel forte che pugna con arte.

 

XIII.

Papaveri, sangue fulgente

qual sangue d'eroi e d'amanti

innanzi a periglio mortale,

soli ardevate con meco

nella mistica chiostra

poi che giammai riaccese

vedrà il pellegrino le faci

del Dadùco nel tempio

d'Ecàte. Ma i grandi triglifi

dorici splendevano bianchi

là dove Demètra si assise

crucciosa, il cor piena d'angoscia,

e isterilì la terra.

Tutto era doglia e mistero

su le fondamenta solenni.

L'ombra d'una nube curvata

era sul Callicoro, come

l'ombra del mietitore

indicibile che innanzi

agli epopti mieteva

la spiga di grano in silenzio.

«Vivi della Vita universa!»

mi significò la grandezza

della solitudine sacra.

Ma l'anima umana non vive

se non del suo sforzo incessante

per effigiarsi su tutte

le cose come sigillo

imperiale. «O Uomo,

aduna tutte le cose

sotto l'adamàntina mola

della tua volontà pura,

e della sostanza premura

fa pe' tuoi giorni il tuo pane.»

Guardai le pietre come glebe,

le colonne come covoni.

Poi gli occhi pregni di luce

chiusi e la dea, ch'era informe

per entro alla massa terrestre,

sorgere perfetta nel peplo

cerulo vidi, chiomata

nella corona murale.

E fra le sue braccia divine

tenea, sul suo seno odoroso

Demofoonte, il figlio

mortale di Cèleo, nato

più tardi. E nudrirlo volea

d'una terribile forza

perché crescesse oltre l'umana

misura e non più ritenesse

nel petto cresciuto il respiro

misero, l'ansia faticosa

del gregge. Per ciò nottetempo

ella l'occultava nel fuoco,

nelle stridule fasce del fuoco

stringevalo senza timore;

ed or lo volgeva sul fianco

or su l'altro in quella vermiglia

cuna, ora internavagli il capo

là dov'era più vorace

la verginità della fiamma,

come il fabro fa d'una spranga

che battere debba all'incude.

Ma Metanira spiava

con l'occhio obliquo. Spiava

la femminetta regina

dalla fronte bassa quell'opra

d'amor duro; e non comprendeva,

la stolta! Con cruccio e spavento

si percosse ella ambo le cosce;

gridò, schiamazzò come l'oca

dei pantani. «Figlio» ululava

«figlio Demofoonte,

ti occulta nel foco vorace

la straniera e a me ti sottrae!»

E subitamente la gioia

ignìta di Demofoonte

cessò, come torcia riversa

che spengasi in putrido fango.

La dea lo rimosse dal fuoco

e lo depose a terra;

con disdegno uscì dalle case.

E la femminetta al fanciullo

piangente diè tepida pappa.

Ah, Metanira, Metanira,

imbóccalo, ingózzalo dunque

col tuo buon cucchiaio di bosso,

gónfialo d'orzo e di siero

finché vomiti. Se d'ambrosia

l'ungea la straniera, tu stilla

per lui la sanie succulenta

dalle più crasse carogne.

E pàlpalo con le tue mani

sudaticce, fiutalo quando

il suo ventre fluisce,

lecca la sua pallida pelle

con la tua lingua viscosa

di gozzoviglia indigesta.

Ben ti conosco. Quando

spingesti tu contro la dea

la bocca imbavata di bile

e d'ingiuria, ti precedette

l'ignobilità del tuo mento.

Regina, conosco l'antico

tuo ceffo e il tuo nome novello.

Gli occhi riapersi alla luce,

come l'Iniziato

reduce dal tenebrore

profondo ov'eragli apparsa,

in una pausa infinita

tra i gridi del lutto materno

e il rombo dei bronzi percossi,

la spiga mietuta in silenzio.

E le innumerevoli vampe

dei fiori, che Persefoneia

non avea cinti al suo capo

notturno, ondeggiavano al vento

di contro al zaffìro marino,

sì forte che di taluno

sparivano i petali come

estinti dal soffio e appariva

la regia corona sul gambo

solinga. «O bei fiori paràlii,

dominazioni letèe»

dissi «io so dov'ardono i vostri

èmuli in foco ed in sangue!»

E del laziale deserto

mi sovvenne, dell'Agro

cavalcato dagli acquedotti

roggi e dai centauri villosi

che guidano il gregge con l'asta;

della Latina Via

sovvennemi e della Flaminia

e dell'Appia grave di tombe.

E mi levai, al conspetto

di Salamina, pensoso

del Crèmera. E tra la muraglia

del perìbolo santo

e il portico dorico io, pieno

dell'altra mia patria, cercai

sul suolo il vestigio dell'ampia

base onde sorgeva la statua

del Tempo, che Quinto Pompeio

figlio d'Aulo e i suoi due fratelli

consacrarono quivi

alla Potenza di Roma

e all'Eternità dei Misteri.

 

XIV.

Poi scendemmo verso i due laghi

salsi ove i novizii giungendo

si purificavano. Ed oltre

passammo, lungh'essa la riva

del golfo bianca di ghiaie.

Pel valico dell'Egalèo,

tra i pini i leandri i mentastri

i mirti i ginepri i lentischi,

pellegrinammo a un'altura

più del Callìcoro santa

per noi pellegrini già ebri

di tanta vita sublime.

E suscitava ogni nostro

passo una nube di aromi

che ci empieva il petto ansioso

d'una voluttà troppo ardente.

E più d'una volta l'angoscia

dell'amore mi vinse;

e mi soffermai senza forza,

credendo che il velo degli occhi

fosse un albeggiare d'olivi.

«Figlia del cieco vegliardo,

Anfigone, dove siam giunti?

in quale città di mortali?»

L'Ombra di Edìpo, dall'atre

occhiaie per entro a' capegli

cui le piogge i vènti le arsure

dato aveano un tristo lucore

come alle paglie marine,

parlò. La sua faccia rugosa

era come clamide attorta

da man che la lavi sul sasso.

«Padre miserabile Edìpo,

torri di città sono lungi,

quanto veggo.» La voce

virginale, nudrita

di amare radici, parea

che pel veglio in sé ritenuta

avesse la sola dolcezza

della fonte, omai già lontana,

dal dio conceduta alla sosta

del mattino sotto grand'elce.

E tutta la mia forza

fu pallida, tutta la vita

dell'anima mia fu vissuta

perché quell'ora splendesse.

Grido la mia bocca non ebbe.

Non fu nominato quel nome.

Il coro di Sofocle puro

s'alzò dagli olivi pallàdii.

«All'ottima delle contrade

terrestri, Ospite, sei giunto,

di bei cavalli feconda,

al biancheggiante Colòno

ove plora in conche virenti

il melodioso usignuolo

piacendosi della vinata

edera e della sacra selva

molto fruttifera, immune

dal sole e dai vènti iemali,

che Dionìso effrenato

ama trascorrere, e intorno

gli sono le iddie sue nutrici.»

Modi della strofe perfetta

apparvero i culmini i lidi

i templi gli arbori. Il velo

delle Càriti effuso

era in cerchio a guisa di benda

lieve sul crinale dei monti.

E come l'Imetto che guarda

il Parnète fu l'antistròfe.

«Sotto l'urania rugiada

quivi continuo fiorisce

di bei corimbi il narcisso,

delle Magne Dee molto antica

ghirlanda, e il croco aureo splendente;

né mai languono le insonni

fonti del Cefìso errabonde,

ma continue rigano l'acque

limpide fecondatrici

la terra dal sen spazioso;

né mai si dipartono i cori

delle Muse, e non Afrodite

che tratta le rèdini d'oro.»

Nell'inviolabile selva

sacra alle Eumènidi entrammo,

come supplici. «Arbore è quivi

cui non pose man d'uomo, germe

da sé medesimo nato,

che grandemente fiorisce,

di glauca fronda l'Olivo...»

Anima mia, non tremare.

La nostra gioia più fiera

la nostra conquista più grande

noi non le canteremo.

Quel che ci disse colei

che coronata è di viole

non ridiremo ai vènti.

Serberemo il miel dell'Imetto

e il vin del Parnete, odorato

con la bionda ragia del pino

pentèlico, per i conviti

occulti ove sia nostro lume

e nostra allegrezza lo sguardo

di quelli occhi cesii che sai.

Lascia la sua fronte nell'alto

Etere, e inclìnati su i lembi

della sua tunica ornati

di belle ghirlande marine.

Forse non sapremo giammai

il nome del fiore paràlio

che vedemmo sopra le sabbie

di Fàlero, e coglierlo noi

non ci ardimmo, ah di sì lieve

bellezza che parveci entrasse

in noi non pel varco dei sensi

ma com'entra un puro pensiero.

Fàlero, tutto l'azzurro

dell'Attica scende alla tua

baia, si versa in te come

in un lebète d'argento

e ci fa sitibondi

del tuo sale! Anche Munichia

ha la sua coppa rotonda

scavata nell'ònice schietto;

anche Zea, nel fianco dell'Acte.

Ma tu fosti fatto di mano

d'inimitabile artiere.

In contro al faro di Psittàlia

il mare si frange in ruine

di sepolcri; e forse colui

che in pugno alla dea Poliàde

pose il remo in vece dell'asta,

forse Temistocle quivi

dormì su lo scoglio rugoso

finché l'acque di Salamina

non si ripresero l'ossa

dell'eroe che tinte le avea

col sangue dell'Asia. Pur quanto

è più dolce al piloto

in calde arene colcarsi!

«A Fàlero voglio approdare.

All'àncora mia date fondo.

E poi seppellitemi all'orlo

del lido, nella rena giù.

Quivi marinai sbarcheranno,

ch'i' oda lor voci da giù.»

Canta tuttavia le canzoni

sue roche quel pescatore,

che non si nomava Fintìlo

e non Ermonàce, nerigno

come il guscio della carruba

grata ai giumenti, ma grigio

intorno al collo la barba

come intorno a scalmo consunto

sfilaccia di stroppo? Pensammo

che offerto egli avesse al dio

dei promontorii gli avanzi

della rete i sugheri e i piombi,

o le nasse e l'amo ricurvo

legato al suo crin di cavallo

con la lunga canna, o una triglia

pavonazza, la squamma

d'un gambero, un fin laberinto.

Ma forse veduto egli avea

sul Mare Mirtòo Saffo morta

e virato in prua paventando

la fosca sirena dormente.

O Cefìsia, delle tue polle

che aveano il colore dell'ombra

mi sovviene, e de' tuoi bianchi

sarcòfaghi e del clamore

delle tue rondini. O Spata,

mi sovviene delle me tombe

venerande. Padre di templi

fulvi come il grano maturo,

Pentèlico, de' tuoi pastori

mi sovviene selvaggi

ne' chiusi di creta e di giunchi

o sotto le tende di cupa

cànape simili a quelle

che vidi nel muto Deserto.

Nel tuo teatro, o Torìco,

dinanzi all'isola lunga

cui diè la Tindaride il nome,

tra moltitudini d'erbe

vedemmo l'Aurora inclinata

a rapire il bel cacciatore

e udimmo il lamento di Procri.

Laurio, lungi a' tuoi pozzi oscuri,

alle tue fornaci, alle scorie

del tuo metallo, scoprimmo

una roccia rosea come

il corpo d'un'Evia bagnato

di mosto; ed era sì bella

che per toccarla scendemmo

tra gli scogli ardui del lido

perdendo il cammino; ma, quando

ritrovammo il cammino

e ci volgemmo a guardarla,

di lungi ell'era anche più bella;

e ne favellammo nel vespro,

tornati alla nave, colcati

sul ponte, prima che il sonno

ci prendesse, parlammo

di lei come d'una divina

carne che fosse vivente

laggiù senza letto d'amore.

E viveano tutte le coste,

dal Sunio al Pirèo, nella sera.

Sunio, un mercatore fenicio

fui guardandoti, un montanaro

d'Ircania portato alla guerra

su nave di Medi, un Bitinio

della Propòntide in commercio

d'acònito, un frumentiere

del Chersoneso, un vinaio

di Chio fui guardandoti, ed ebbi

tant'occhi per istupirmi

di te con sempre nuove

pupille; e per venerarti

piloto di Fàlero fui

reduce da Panticapèo,

rivarcato alfin l'Ellesponto

e alfine il Geresto d'Eubea

dopo traffico lungo;

ed anche l'oplìte devoto

fui della Republica, a guardia

dell'argentifero lido,

del metallo sacro all'impresso

conio dell'epònima dea.

Promontorio fra tutti

venerando, altèra cervice

della Paràlia rupestra,

il tuo tempio par che si sciolga

come lentissima neve

alle primavere del mare.

Il sale mordace cancella

dalla colonna il solco

dorico, nel masso fenduto

dell'architrave consuma

le groppe ai Centauri e le corna

al maratonio Toro

domato dall'attica forza.

Maratona, Maratona,

aquila precipitosa

dall'ali irsute di lance,

ben ti venne Tèseo sul fronte

degli opliti a fianco d'Echètlo,

dell'eroe rurale che uccise

gran turbe di Medi col suo

mànico d'aratro e poi sparve.

Io sul tuo tumulo grande

colsi una rama d'alloro

che dure avea foglie di bronzo

ma bacche tra nere e azzurrigne

rilucenti come la testa

della rondinella cecròpia.

Poi, su la spiaggia arenosa

quasi palestra solenne,

raccolsi una selce che avea

forma di man chiusa. Ed allora

vidi Cinegìro figliuolo

d'Euforione aggrapparsi

alla protome della prua

barbarica, sotto la scure

del Medo; il combattimento

maraviglioso dell'Uomo

e della Nave, nel sangue

nell'incendio e nell'oro

di Serse, vidi anelando;

e chinarsi Eschilo armato

sopra il rosso tronco fraterno.

 

XV.

«Borda randa! Issa flocco!

Sciogliamo le vele del triste

ritorno, miei dolci compagni.

Il nostro perìplo è compiuto.»

E Delo fu l'ultimo approdo;

ma la cicala d'Apollo

nella sua gabbia di giunco

marino era muta, era morta.

«Salve, fondamento d'iddii,

ramoscel soave alla prole

di Leto dal fulgido crine,

figlia del ponto, prodigio

immobile dell'ampia

terra; cui chiamano Delo

i mortali, ma nell'Olimpo

i beati astro della cupa

terra lungi apparito!»

L'infranta strofe dell'ode

tebana, come un'altra

ruina sublime, era innanzi

alla nostra tristezza.

Nell'inno dell'Omerìde,

come in lontananza insulare,

sonavan gli ululi di Leto

per nove giorni e per nove

notti travagliata dal parto

del dio (gittò ella le braccia

intorno alla palma, i ginocchi

sul prato pontò nello sforzo:

alfine Apolline irruppe

dal lacerato grembo

alla luce: intorno le dee

confortatrici, anche Ilifìa

la tardi venuta d'Olimpo,

conclamarono); e i canti

e le danze e i giochi e le gare

de' Ionii dai lunghi chitóni

adunati a' piedi del Cinto

sonavano. E stava seduto

quivi incontro al Sole oriente

il cieco Omerìde, in un cerchio

di vergini dèlie ascoltanti.

Io dissi: «Adoriamo nel sasso

sterile angusto e doglioso

la fecondità degli Ellèni».

Morta era Delo su l'acque,

deserta, nuda, affocata

dal meridiano furore.

Ogni sua pietra ardeva

come già nei forni i frammenti

delle sue statue divine

incotti dai mercatanti

di calce a murare le case

degli uomini immondi. La vetta

del Cinto nel cielo era come

la sommità di una mitra

disadorna. Bolliva

il mare tra Delo e Micòno

più cupo, come allor quando

gittovvi Aristide il Giusto

le masse roventi del ferro

poi che giurato ebbero il patto

federale i capi de' Ionii.

Non diversa apparve nell'alba

dei tempi l'isola al nàuta

pelasgo che senza approdare

veleggiava in vista del Cinto.

«Niuno giammai le tue rive

toccherà, niuno giammai

t'onorerà; né credo

che tu sii per esser feconda

di pecore molte o di buoi

né di vendemmie ricca

né d'arbori verde» le disse

Leto affaticata dal peso

del nascituro. Deserta

e nuda l'isola ardeva,

come oggi, al meriggio d'estate.

E venne l'Ellèno e le disse:

«Perché tu sei sterile, o figlia

del ponto, io t'eleggo e ti sposo.

Trarre saprà dal tuo grembo

aspro le abondanze e le gioie

il fecondatore di rupi».

E, intorno all'ara construtta

coi corni dei capri abbattuti

dagli strali del Lungescagliante,

sorsero i templi le stoe

le esedre i granai le apotèche.

Santuario ed emporio

dell'Ellade, l'isola ortìgia

attrasse da tutte le rive

del Mediterraneo Mare

le teorie dei devoti,

le compagnie dei mercanti,

la triere adorna di fiori

con uomini liberi ai remi,

la strongile onusta di grano

con ciurma di schiavi oleosi.

Da Alessandria a Bisanzio,

da Rodi a Creta, da Ostia

a Làmpsaco, da Siracusa

a Laodicèa, da Mileto

a Sìbari tutte le genti

recavano l'inno e il tributo.

Nella vicenda sanguigna

dell'armi, ogni Egèmone armato

del Mediterraneo Mare

alzar volle quivi, tra il Cinto

e l'occidental lido, in gloria

il monumento superbo

alla sua potenza navale.

Da Ulisse ad Antioco Epifàne,

i re v'approdarono. Il quinto

Filippo Macèdone v'ebbe

la stoa tetràgona, insigne

di seggi e di statue. Nicia

v'entrò sopra un ponte splendente

di ori, con un popolo bianco

di musici. I Tolomei

dall'immensità sepolcrale

vennero, offerte recando

ismisurate. La rosa

della Republica ròdia

vi fiorì di porpora. In pace

vi stette la Lupa di Roma.

E nessuno vi nacque

da utero umano, e nessuno

vi morì in carne corrotta.

L'isola mondata fu d'ogni

putredine. Il dio luminoso

vi diffondea col respiro

un'armonia sempre eguale.

Le sue corone i suoi vasi

le sue vesti eran di tanto

lume che il perìbolo sacro

mai non conobbe la notte.

Il disco del lago specchiava

la faccia indicibile. Intorno

all'ara dei Corni la danza

fingea con ambagi infinite

il Laberinto cretese.

L'efebo e la vergine i ricci

recisi avvolgeano ai virgulti

e ai fusi per quelli deporre

sopra le tombe nel tempio

d'Artèmide nata gemella.

«Delo» io pregai nel mio cuore

«sterilità più bella

che tutta la fronda di Tempe,

la forza dell'anima ellèna

in ogni tua pietra m'appare

chiusa qual seme in gleba,

sì che alcuna delle perfette

forme contemplate con gioia

ne' luoghi famosi, o febèa,

non mi ammaestra come

la tua solitudine inulta.

Deh fa che sempre io ti veda,

con gli occhi dell'anima invitta,

fa che io ti veda qual sei,

immobile ignuda e fatale

su le quattro ardue colonne

sorte dagli abissi del ponto

per sostenerti, e ch'io veda

Leto abbracciare la palma

pontare i ginocchi sul prato

per partorirti il bel dio!

Ecco, noi sciogliamo le vele

a dipartirci. Il periplo

è compiuto. Navigheremo

verso Messàna falcata,

verso la vorace Caribdi.

Da questa patria a un'altra

patria ch'è pur sacra agli iddii

veleggeremo, colmi

di vita i precordii, spumanti

e traboccanti d'ebrezza,

pronti a combattere, certi

di vincere, poi che apprendemmo

a cantare il peana

nelle acque di Salamina,

nei piani di Maratona,

e a correre dando l'assalto.

Vivemmo, divinamente

vivemmo! All'antica mammella

ci abbeverammo, ancor piena.

La bestia inferma uccidemmo

nel nostro fango penoso.

Come per osservare

l'oracolo gli Ateniesi

purgarono tutto il tuo suolo,

noi anche disseppellimmo

i nostri cadaveri informi

e li scagliammo all'abisso,

e dietro di loro gittammo

pietre pesanti ed obbrobrio

per consegnarli all'abisso.

Or tu, nella mia dipartita,

o Rupe, da tutta la tua

nudità cui più non fa velo

il fumo delle ecatombi,

ripeti a me l'unica legge

cui voglio obbedire: SII PURO.

T'obbedirò nella luce

t'obbedirò nell'ombra,

Delìaca Legge, che splendi

su l'Ellade come il suo cielo

pudico. In segreto e in palese,

per sempre sarò tuo fedele.

Vertice del Cinto, e sovente

io ti manderò sacri doni.

Narravano i Delii che a quando

a quando sacri doni,

involti in paglia di grano,

giungessero dal paese

degli Iperborei in Iscizia;

e che dalla Scizia, trasmessi

di popolo in popolo, verso

occidente, fosser recati

sul Golfo Adriatico e poi

ad austro, primieramente

raccolti in Dodona da Ellèni,

scendessero nell'Eubea

e quindi sino a Caristo;

e che dai Caristii, lasciata

da banda l'isola di Andro,

recati fossero a Teno

e ultimamente dai Tenii

consegnati fossero a Delo,

involti in paglia di grano.

Ovunque io mi sia, nelle terre

distanti, in liete sorti o in dure,

in guerra o in pace, miei doni

ti manderò similmente

involti in paglia di grano,

ché non so custodia più monda.

Ma il mio primo dono

ti verrà forse dal luogo

che ti successe in potenza

quando passato fu sopra

i tuoi granai e le tue stoe

il turbine di Mitridate:

da Ostia romana, ov'Enea

del sangue di Dàrdano prese

la terra (accolto l'avevi

già tu su le concave navi

construtte coi pini dell'Ida)

e sotto l'arbore assiso

col bel Iulo e coi primi duci

mangiò per fame le adòree

mense e disse: «Qui è la patria!».

Ivi trovar voglio il fascio

cereale dei culmi biondi

per chiudere il dono mio primo.

Conosco il luogo; e, s'io penso

che lo rivedrò, mi s'allevia

la tristezza del dipartire

perché già riodo il Ponente

che su la via de' Sepolcri,

sul tempio della Magna Madre,

verso la selva laurèntia

soffia traendo la morte

e la vita, la memoria

e la speranza. Ivi un giorno,

dalla soglia d'africo marmo

dinanzi alla cella di rosso

mattone spogliata ma grande,

vidi tra gli stìpiti eretti

della Porta Marina

mirabili spiche ondeggiare

non certo nate da semi

cui sparsi avesse man d'uomo.

Non lungi era il Tevere torvo

fra deserti argini; e le negre

navi dalle cùbie dipinte

di minio, cariche di molte

botti, navigavano contro

corrente per ormeggiarsi

all'ombra del Sasso Aventino;

e venìa sul soffio il cantare

dei marinai di Sicilia

e dei garzonetti campàni

dal crin di viola, che belli

son forse come i fanciulli

danzanti il gèrano intorno

ai tuoi turìferi altari.

O Delo, forse le spiche

di sé medesime nate

tra que' due stipiti eretti

della Porta Marina

ritroverò, per mandarti

involto in quel misterioso

frumento il mio primo dono.»

Così pregai nel mio cuore;

e ciascun dei dolci compagni

forse anche pregò nel suo cuore

segreto, perché non s'udiva

parola. Ed èramo tutti

a poppa raccolti, in silenzio.

Ed uno di noi, che taceva

con fronte ostinata, era sacro

a morte precoce, più caro

d'ogni altro agli iddii come eletto

a perir giovine e in atto

di compier l'impresa cui s'era

devoto con anima salda.

Or quegli nella memoria

più fortemente mi vive;

e lui vedo presso la ruota

del timone in quel punto,

fitto su le gambe sue snelle

e nervose di corritore

del lungo stadio, guatare

con gli occhi chiarissimi il solco.

In verità, fra i compagni

egli era il più pallido. Quasi

esangue appariva il suo vólto;

ma i suoi biondi capelli

sorgevano senza mollezza

su la robusta ossatura

della fronte nata a cozzare

contra l'impedimento;

e di virtuoso rilievo

su' chiarissimi occhi era l'arco

dei sopraccigli, sobria

la bocca e di netto discorso,

agile il collo se bene

la nuca sì ferma paresse

ch'io le comparai la cervice

d'Eràcle che l'Etra sostiene

tra la bella Espèride e Atlante

nella metòpe d'Olimpia.

Ei ne sorrise. Ma certo

gli sovrastava continua

l'imagine immensa d'un cielo.

Veduto avea splendere nuove

stelle in un cielo incurvato

su selve più vaste che tutta

l'Ellade, su fiumi più larghi

che gli ellesponti e gli euripi,

nel Continente australe,

tra fosche incognite stirpi

dall'anima ancóra constretta

nell'inviluppo terrestre

come gli iddii primitivi

dell'Ellade erano ancor misti

agli elementi del Cosmo.

Condotto avea su le notturne

correntie la spaziosa

rate carica di tronchi

centenni e mirato il volume

infinito dell'acque

palpitar d'astri qual cielo

irriguo e l'alba levarsi

dai silenzii possente

come per un giorno eternale.

Un Ulisside egli era.

Perpetuo desìo della terra

incognita l'avido cuore

gli affaticava, desìo

d'errare in sempre più grande

spazio, di compiere nuova

esperienza di genti

e di perigli e di odori

terrestri. Come le schiave

di Bitinia o di Frigia

recavano in letto corintio

l'indelebile aroma

natale, così le sue patrie

remore nell'anima sua

voluttuosamente

odoravano. Ei sorridea

dinanzi all'olivo d'Atena

pensando la smisurata

fronda opulenta di fiori

di frutti di piume che tutti

vincono i monili di Serse.

L'Ilisso e il Cefìso ruscelli

sassosi pareangli, che varca

il salto d'un uomo; l'Imetto,

un alveare declive;

il Pentèlico, un tempio

dal lungo tìmpano, senza

intercolunnii; tutta

l'Attica pareagli dal cinto

aureo di Afrodite conclusa.

O dolce compagno, ebro e folle

d'immensità, ti rivedo

àlacre all'alba sul ponte,

il primo ai risvegli e ai lavacri

mattutini, vigile come

il gallo, sempre operoso,

Ulissìde! Il tuo piede scalzo

rivedo sul nitido ponte,

il piè dalla pianta ampia e certa,

dal maschio e divergente

pollice, il piè corritore

del lungo stadio, o Ulissìde.

Tu eri il più sobrio e il più casto;

e, se il compagno avea sete,

perché quegli bevesse

tu non bevevi, contento.

E nei polverosi cammini,

per l'erte difficili, amavi

portare l'ingombro dei pesi,

né per ciò mutavi il tuo passo

espedito; ché il tuo bel corpo

era immune d'adipe ignavo,

come l'ottime spiche

arente sotto il mai curvo

tuo capo d'oro, Ulissìde.

Intento a disciplinarti

eri sempre, anco ne' piaceri

fugaci, e ad apprendere molto,

ad essere industre tu solo

come uomini molti; e sapevi

apprestarti il tuo cibo

e rimendar la tua veste

come la tua vela, Ulissìde.

Compagno diletto, che mai

mi fosti grave e mai con l'ombra

tua mi togliesti il mio sole,

non più dunque presso il timone

seduto su fascio di corde

io ti leggerò l'avventura

del Re di tempeste Odisseo

che dopo le nove giornate

ventose approdò nella terra

dei mangiatori di loto,

che mangiano il fiore del loto

che fa obliare il ritorno

a chi la dolcezza ne prova?

Ahimè, ti scordasti il ritorno

tu anche, ma non per quel fiore

soave, e mai più tornerai

col tuo passo certo e leggero

verso di noi che t'attendemmo

sì lungamente e sperammo

di udir la tua limpida voce

narrar la conquista lontana!

Sotto la clava del selvaggio

predone cadesti, senza

vìndici, nell'umida ombra;

mentre tu, svelto odiatore

di salmerìe e di scorte

con silenzioso ardimento

t'addentravi nella foresta

letale, obbedendo al tuo fato

che ti spingea senza tregua

più oltre più oltre nel nuovo.

Prono cadesti, e il tuo sangue

ottimo, il sangue del capo,

bagnò l'erbe e i fiori dell'umo

di là dall'ultima orma

che stampata avevi col piede

veloce; sicché procombendo

andasti pur sempre più oltre:

il tuo corpo, ove spegneasi

il pronto vigore latino,

occupar valse anco un tratto

di terra ignota, o Ulissìde.

Gloria a te! Ricordato

sarai se non muoia il mio canto

fra l'itala gente. A te gloria!

E ti rivedo, sul Mare

Mirtòo, presso la ruota

del timone in quel punto,

ritto su le gambe tue snelle

e nervose di corritore

del lungo stadio, guatare

con gli occhi chiarissimi il solco.

E t'era non molto discosto

un altro compagno di stirpe

migrante, dei vizii umani

esperto e del valore,

e degli odii, duro in oprare

e combattere, aspro in trattare

la pelle infetta dei greggi,

occhio aguzzo, collo taurino,

fermo pugno, pensier destro

a ogni lotta come compiuto

atleta al pancrazio e al pentàtlo.

E questi avea seco, qual pegno

d'amore, la sferza untuosa

tagliata nel cuoio ferrigno

del pachidermo fiumale,

fatta untuosa dai dorsi

negri stillanti di sevo

fetido. E amava d'amore

anch'egli una terra lontana,

la terra ignìta ove la Sfinge

all'urto dell'uomo ritratta

s'è dalle sabbie del Nilo

ad altre piagge crudeli

e in silenzio attende l'audace

per farsi alla gola una torque

di candidi ossi novella.

E certo anch'egli in quel punto

travagliato era dal suo

grande amor periglioso;

ché tutti avevamo una febbre

di sogni nel sangue e donata

l'anima a grandezze lontane.

Il Sol declinando, caduto

era ogni soffio come

tra Itaca aspra di rupi

e Same irta di cipressi

là sul Ionio Mare nel giorno

memorabile. In cerchio

sorgeano dall'acque serene

le belle Cicladi, d'oro

e d'avorio come le ricche

statue foggiate col fiore

della preda di guerra.

Più d'ogni altro monte splendeva

il Marpesso, onde gli Ellèni

tratto avean la candida carne

de' loro iddii. Lungi, l'Eubea

l'Attica il Peloponneso

tutta l'Ellade santa

era invisibile ai nostri

occhi ma presente in eterno.

Anche una volta ascoltammo

l'ora della vita sublime.

E dai campi delle battaglie

terribili, da Mantinèa

da Platèa da Cheronèa

da Potidèa da Leuctra,

da tutti i campi sacri

alle grandi stragi di genti,

sorse per entro quell'aere

melodioso un clamore

discorde: il lagno dei vinti,

lo scherno dei vincitori,

il canto amebèo della guerra.

Ebri d'antiche bellezze

e di nuove, dalle soglie

del venerabile Olimpo

ardentemente protesi

verso primavere ed estati

future, avidi di dominio

e di gloria, pel nostro amore

pronti ad ogni più disperato

combattimento, ascoltammo

con intimo fremito il canto.

Diceano i vinti: «O iddii,

o iddii, proteggete la nostra

terra se mai v'offerimmo

in sacrificio il bianco

e nero fiore dei greggi,

le primizie degli orti!

Spavento, sciagura, vergogna

si precipitano sopra

la stirpe che amaste, cui foste

per sì lungo tempo benigni.

Ah! Ah! Udite, udite

lo scalpito dei cavalli

dietro la polve messaggera

di morte, lo stridor degli assi

nei mozzi, l'urto dei clìpei

e delle gambiere di bronzo.

L'etere è tutto irto di lance.

Le catenelle dei freni

induriti col fuoco, ecco, ecco,

tintinnano nelle bocche

schiumanti. Ecco l'ultima strage!».

I vincitori: «Gli iddii

son coi vittoriosi!

Pascere Ares noi vogliamo

con la vostra carne cruenta.

Zeus non v'ode, non v'ode

l'ippico Re, non Apollo.

La spada a due tagli l'estrema

luce fa su gli occhi del vinto.

La Necessità vi tien presa

la strozza come noi l'elsa

d'argento tegnamo nel pugno

e la coróne dell'arco

e della frombola il cappio

per forarvi il cuore tremante,

per fendervi il cranio curvato,

per frangervi ambo i ginocchi.

A terra! A terra! Gli iddii

non v'odono. La città vostra,

con l'oro la porpora i vasi

di vino i bei letti e le donne,

alla nostra fame è promessa».

Diceano i vinti: «Sciagura!

Gli iddii disertano i templi!

Pur quegli che sorse dal suolo

onde noi nascemmo, ci lascia!

Ah per questo nascemmo,

per esser calpesti, premuti

come il grano sotto la mola

come nel frantoio l'oliva

come l'uva nel tino,

per esser pan d'ossa trite,

olio di midolle, vin rosso

di vene al banchetto feroce!

Gli iddii son co' vittoriosi

anche vili. Il cielo è su noi

come clipeo nemico

che porti nell'ònfalo il capo

gorgóneo per impietrarci.

E quante ecatombi v'offrimmo,

o Zeus, o figlia di Leto,

o Cipride madre di nostra

gente, per quest'onta nefanda!».

I vincitori: «Molesto

è agli iddii l'odore fumoso

delle ecatombi offerte

da femmine imbelli. Tacete!

Vociferar contra gli iddii

non vi giova. Le lingue

loquaci vi strapperemo

noi dalle fauci per darle

in pasto alle cagne e alle scrofe.

Voliamo, voliamo, cavalli

di belle criniere, voliamo,

carri dall'aureo timone,

su i petti e su i dorsi dei vinti!

La polvere, la sitibonda

sorella del fango, ha bevuto

un fiume di sangue ed è nera.

Meglio è segnar nuovi solchi

di ruote sul tramite umano,

su i vivi e su i morti prostesi.

A terra! A terra! Voi siete

la via su cui passano i carri».

Diceano i vinti: «Eccoci a terra,

eccoci proni, prostesi

davanti all'unghie dei vostri

cavalli. Se gli iddii

non odono, udite la nostra

preghiera voi, uomini, nati

dell'uman seme come noi

ne nascemmo in giorno nefasto!».

E i vincitori: «Non siete

voi uomini, sì siete cose

da noi possedute, men buone

dei vestimenti, dei vasi,

dei letti. Noi dalle vostre

viscere trarremo le corde

adatte alle frombole e agli archi;

e le serberemo pel giorno

in cui ci bisogni domare

novamente insania di schiavi

se qualche rampollo risorga

dal tronco che abbiamo reciso.

Ma non lasceremo radici».

«Ecco, ecco, siamo la via

palpitante sotto il galoppo

di ferro. Ma il cuore vi tocchi

pianto di vergini, vagito

di pargoli, ululo di madri!

Ardete le case, abbattete

le torri, struggete dall'imo

la città, le ceneri ai vènti

date e i nostri corpi agli uccelli

voraci, ma fate che il gregge

misero lasci le mura

e lungi nasconda il suo lutto!»

«Le vostre vergini molli

le soffocheremo nel nostro

amplesso robusto. Sul marmo

dei ginecei violati

sbatteremo i pargoli vostri

come cuccioli. Il grembo

delle madri noi scruteremo

col fuoco, e non rimarranno

germi nelle piaghe fumanti.»

«Ah, non avete sorelle

che a' telai vi tessano vesti

soavi aspettando il ritorno?»

«Già corse il Messo. Ora annunzia

che vincemmo. Ed elle infiammate

gittano le spole e «Sien grandi»

sclàmano «la strage e le prede!»

«Non mogli avete che appeso

rèchino alla mammella un dolce

figliuolo e gli càntino il sonno?»

«Elle ne' lor seni hanno latte

di leonessa e al figliuolo

dicono: «Se il germe rinasca

malvagio, tu crescimi forte

e schiantalo ancóra e per sempre!.»

«Non madri avete al focolare?»

«L'arme pesarono ammonendo:

«Non ti stancar mai di ferire.

Sia l'ultimo colpo il più crudo».

Voliamo voliamo, cavalli

di fuoco, sul fango dei vinti!»

 

XVI.

O Vita, o Vita

dono terribile del dio,

come una spada fedele,

come una ruggente face,

come la gorgóna,

come la centàurea veste,

o Vita, assai più crudele

è il canto che nella pace

delle città funeste

s'ode, quando arde il bitume

o splende la selce

sotto il Cane vorace

nelle vie diritte ove passa

il carro che non ha timone

né giogo, e non corsieri

splendenti di sangue e di schiume

cui prostesa l'onta soggiace,

ma rapidità senz'acume

che bassa scivola, immune

tra la ferrea fune sospesa

e il duplice ferro seguace.

Conosco la ferita

che nella via necessaria

fa la rotaia lucente

agli occhi della tristezza

smarrita per quell'aria atroce,

quando non ha più voce

la bocca convulsa che occlude

la cenere dei sogni

masticata nel fiele

rigurgitante, e dalle nude

mani pare avulsa

l'ugna che sapea ghermire,

e sola nel collo

la caròtide pulsa

come la sbigottita

rondine cui l'infantile

carnefice strappa le piume

di nascosto, e il cuore è frollo

come la carogna vile

che sul bitume

si matura al sole d'agosto.

Ben vi so, torridi giorni,

meriggi funerei,

incontri spaventosi

di cerei vólti disfatti,

via chiusa tra mura di forni,

tacita piazza combusta,

sordo asfalto, lastre roventi

su cui l'ombra angusta

dell'uomo è come bestia

di corte gambe laida e obliqua

che il tacco gli addenti ove il cuoio

rossigno si torce sformato

dall'ignobile passo

consueto. Ombra, ombra del vinto

si trista su le sporche mura,

trista come la menzogna

callosa ond'ei campa e lucra,

trista come il suo vizio

segreto, come il suo rimorso,

come la sua paura,

come la sua vergogna!

Manìe, Manìe silenziose,

erranti nell'inferno

della città canicolare,

col passo degli sciacalli

famelici, tra le bucce

lùbriche dei frutti e lo sterco

dei cavalli coperto

d'insetti che hanno il lucore

dell'acciaio azzurrato,

io vi guardai nelle pupille

contratte dal dolore

della luce, vi guardai

negli occhi gialli di sanie

e di cruore vermigli,

su cui palpitavano i cigli

col palpito disperato

che non ha tregua nel sonno

poi che il sonno fu ucciso;

vi guardai fiso aspettando

che vi scagliaste come doghi

a mordermi i pugni e la gola.

Imagini del delitto

mostruose intravidi,

torcimenti d'angosce

inumane ma senza gridi,

anime come sacchi flosce,

altre come logori letti

di puttane marce di lue,

altre come piaghe orrende,

fatte informi e nane

dal gran taglio diritto,

simili al combattente

ch'ebbe le due cosce

recise fino all'anguinaia

e tuttavia rimane

mezz'uomo sul suo tronco e cerca

con le dita ancor vive

tra il rosso flutto la radice

di virilità ricacciata

in fondo al ventre, là dov'era

prima ch'egli escisse compiuto

maschio dalla matrice.

Ma quelle miserie e quei morbi

e quelle follie,

insanabili, al mio male

non eran fraterni

se non per il silenzio

e per la sete,

perché taceano e avean le labbra

della sete mortale.

E cessai di guardare.

Tenni gli occhi inclinati

al riverbero bianco

delle selci, solo

con la mia febbre errabonda.

E quando il ginocchio stanco

sentii flettere e pesarmi

il cuore così che mi parve

quasi dolce cader senz'armi

su l'immonda via qual giumento

che più non vuol trarre le some,

mi fermai nel trivio deserto

e dissi al mio cuore il mio nome.

E, in quella guisa che il rude

cacciator nella selva

sonora col sibilo chiama

la muta dei veltri dispersa,

radunai con lo squillo

dell'orgoglio tutte le forze

e le vendette del gentile

mio sangue sul trivio deserto.

E nel vólto febrile

lo sguardo mi ridivenne

gelido e chiaro; l'osso

della mascella fu saldo

e armato per mordere; in tutti

i tèndini il certo vigore

si contrasse, pronto all'assalto.

Guardai il nemico Dolore

con stridor di denti

per scagliarmigli addosso

e stampargli segni cruenti

su la gota pallida. Il cuore

sonò come bronzo percosso.

O lastrico accecante,

spigoli crudi dei muri

coperti di rabida lebbra;

consunta pietra di scale,

innanzi le porte sacre

al dio della cenere, dove

il mendicante ostenta

l'ulcera e la man tesa;

cupa finestra ove in attesa

di preda sta la bagascia

spandendo sul davanzale

le sue mammelle come

pasta che lièviti; lenta

discesa dell'ombra

giù dalla statua deforme

che glorifica il demagogo

brutale; o lastrico senz'orme,

oscenità del luogo

publico, lordume del trivio,

per voi conobbi un'ebrezza

amara che non ha l'eguale.

Sentii l'odore d'un abisso

invisibile e onnipresente,

il pestifero fiato

d'un gran mare torpente

ma pieno di occulta

ferocia, di vita vorace,

ove la tristezza dell'uomo

era come la nave

dalla prua bene sculta

che con l'elica guasta

è perduta nel polipaio

immenso, nell'immenso

tedio dell'Oceano ardente

sotto il Tropico, e non cammina

ma sussulta, ancor pulsando

l'infermo suo cuore d'acciaio

nella vasta carena,

sinché lentamente

muore nel fetore

della sua sentina

tetro che l'avvelena.

Vesperi di primavera,

crepuscoli d'estate,

prime piogge d'autunno

croscianti su l'immondizia

polverosa che nera

fermenta sotto le suola

fendute onde si mostra

il miserevole piede

umano come tòrta

radice di dolore

divelta; rigùrgito crasso

delle cloache nell'ombra

della divina Sera,

tumulto della strada ingombra

ove tutte le fami

e le seti irrompono a gara

d'avidità belluina

per la forza che impera

e partisce i beni col ferro,

da voi sorgere io vidi

non so quale orrida gloria.

Gloria delle città

terribili, quando a vespro

s'arrestano le miriadi

possenti dei cavalli

che per tutto il giorno

fremettero nelle vaste

macchine mai stanchi,

e s'accendono i bianchi

globi come pendule lune

tra le attonite file

dei platani lungh'esse

le case mostruose

dalle cento e cento occhiaie,

e i carri su le rotaie

stridono carichi di scòria

umana scintillando

d'una luce più bella

che la luce degli astri,

e ne' cieli rossastri

grandeggiano solitarie

le cupole e le torri!

Orrore delle città

terribili, quando su le vie

arse cadono i larghi lembi

violacei della Sera

con un odor molle di morte,

e s'accendono su le porte

delle taverne i fanali

rossi che versano il sangue

luminoso al limitare

ove scoppierà la furente

rissa dopo l'ingiuria,

e i fuochi della lussuria

brillano negli occhi senili

della grigia larva che insegue

per l'ombra la vergine impube

con nel passo malfermo

l'indizio del morbo dorsale,

e il bardassa trae per le scale

già buie il soldato che ride,

e la libidine incide

l'enorme priàpo sul muro!

Febbre delle città

terribili, quando il Sole

come un mostro colpito

dal tridente marino

palpita ai limiti delle acque

in una immensità di sangue

e di bile moribondo,

e nel duolo del ciel profondo

la gran piaga persiste

livida di cancrena,

e s'ode la sirena

del vascello che giunge

caldo di più caldi mari,

e s'accendono i fari

su l'alte scogliere,

e le ciurme straniere

si precipitano all'orgia

frenetiche come baccanti,

e il porto suona di canti

di schemi di sfide di colpi

di crapula e d'oro!

Sonno delle città

terribili, quando dal fiume

accidioso (ove si stempra

tra la melma e il pattume

la polpa dei suicidi

fosforescente come

su i salsi lidi il viscidume

delle meduse morte)

sorgono le larve diffuse

della caligine tacente

con mille tentacoli molli

che sfiorano tutte le porte

e palpano i miseri e i folli,

il ladro e la venere vaga,

l'ebro dalla bocca amara

l'orfano dall'ossa contorte

assopiti sopra la fogna,

mentre s'amplia e s'arrossa

nei fumi la chiara finestra

del sapiente che indaga

e del poeta che sogna!

Alba delle città

terribili, aurora che squilla

con mille trombe di rame

sul silenzio opaco dei tetti

chiamando i dormenti a battaglia,

primo dardo che il Sole scaglia

a fiedere le sfere d'oro

su le cupole ancor notturne

e le cime ardue dei camini

emuli delle torri e le bianche

statue degli archi trionfali,

Speranza volante su ali

recenti come i fiori nati

sotto le rugiade celesti,

passo degli artefici dèsti

all'opere sonoro come

scalpitìo d'esercito grande,

rombo che si spande dai mossi

congegni pel vitreo duomo,

oh Alba, oh risveglio dell'Uomo

eletto al dominio del Mondo!

 

XVII.

Chi fu che mangiò gli escrementi

su la piazza publica, in pani?

Ezechiele, il profeta

belluino, figliuol d'uomo,

il vate dei carmi ruggenti.

E dalle sue labbra immani

irte di pél selvaggio e lorde

proruppe un divino

fiume di poesia

che scrosciò su le nazioni

sorde, travolse i re vani,

sommerse i popoli spenti.

O città di sangue e di lucro,

di magnificenze e d'obbrobrio,

di sacrificii e d'amore,

mangerà gli escrementi

su le vostre piazze sonore

colui che vorrà far giudicii

per esaltarvi nell'inno,

per abominarvi nell'ira,

per stringervi in patto di pace?

Egli sarà segnato

della profonda ruga,

ma avrà nella carne un cuor novo.

Foggerà egli il fango?

Smoverà il letame?

Metterà in fuga i sogni

d'infermo e i delirii palustri?

Caccerà la fame

e chiamerà il frumento

e lo cernerà nel suo vaglio?

Aprirà gli antichi sepolcri

intorno a cui danzare

ai solstizii d'estate

potranno sotto lo sguardo

materno i fanciulli robusti?

Il Presente è in travaglio.

Afflitto io non dissi a me stesso:

«I giorni saran prolungati

e ogni visione è perita».

Ma sì bene: «I giorni e la fiamma

d'ogni libertà son da presso».

E non Ezechiele, il Caldeo

dal capo bendato, che stringe

il rotolo ond'ei pascer deve

il suo ventre e le interiora

sue riempire, e si volge

impetuosamente

nel fuoco dell'alito eterno

col petto già gonfio di canto;

né la Sibilla di Persia,

decrepita in suo chiuso manto,

che leva le mani rugose

e china la fronte longeva

a deciferare con gli occhi

velati da secolo tanto

l'angusto quaderno ov'è stretta

la somma di tutte le cose;

non quegli non questa rispose

a me dalla volta profonda

nell'ora mia quando supino

sul pavimento mi giacqui

con l'anima mia furibonda.

Ma ritrovai vénti fratelli,

m'ebbi uno stuolo gagliardo

di vénti fratelli nell'alto,

che mi risposero in coro

e in disparte, col grido

e col silenzio, con lo sguardo

e col gesto, nel grande

sacrario sonoro. O Sistina,

rifugio più solitario

che le vette eccelse dei monti

ove l'aquile hanno lor nido,

altitudine senza fonti

per la sete di chi sale,

dominio di violenza

e di dolore immortale,

sublimità del Male,

rapimento carnale

degli spiriti verso novelli

cieli di potenza e di gloria,

in te ritrovai miei fratelli

disperato della vittoria.

Per venire a te primamente,

passai sopra il sangue ferino.

Persiste ancor nella selce

dell'Aurelia Via la vermiglia

macchia e al sole è splendente

come nella mia rimembranza?

Oh meriggio di primavera!

Le taverne eran piene

di carradori feroci,

di rauche voci, di bestemmie

crude, di oscene canzoni.

E un odor maligno di vino,

di timo, d'ànace, d'aglio,

di sudori, d'olio fortigno

occupava la via romana.

Ma dalla campagna lontana

venìa sul vento a quando a quando

il profumo dell'asfodèlo

e l'aroma del pino.

In un silenzio anèlo

dolorava il cielo latino.

Aurelia Via, l'erma è bifronte,

mistica e bestiale,

che ti guarda e a me t'apre.

La tua selce rintrona

alle ruote e s'assorda

allo scalpiccìo delle capre.

Fra la turpe caupona

e la mole papale,

fra crete e fornaci, urli e taci

lorda di lordure e di sangue.

Gialla tu sei sotto il sole

e lucida di festuche,

or bianca or cerula a luna

che cresce o che langue;

mentre il carrador nello strame

de' suoi giumenti, ne' velli

de' suoi castrati ronfia o canta

d'amor canto infame

e l'urto del carro sciaborda

il vin nei barili cerchiati,

il latte nei vasi di rame.

Stanco dei sorridenti

uomini vestiti di frode

con labbra dipinte su falsi

denti, mellìflui e grassi

come le meretrici,

stanco di scoprir ne' lor passi

l'ernie nascoste e le varici

e le inconfessabili piaghe

e le vèrtebre fiacche,

stanco di lor colpi bassi

e di lor ferite vigliacche,

io cercai nell'antica

via la stirpe sanguinaria

che maneggia il coltello

dal mànico di corno

e dalla lama fissa.

Vagai d'intorno aspettando

il primo clamor della rissa,

l'ingiuria arrochita dal vino.

Fiutai negli odori dell'aria

l'odore del sangue ferino.

Una forza selvaggia e sacra,

come quella che indura

la fronte ed affoca la coglia

dell'arìete pugnace,

pareva addensarsi nei torvi

bovari, nei bùtteri armati

d'un'asta ch'è un tirso cui tolta

fu la bassarica foglia.

Sì fulva ebber certo la barba,

sì ebber villoso il torace

gli antichi predoni del Lazio.

E le lor femmine (Roma

ne impresse l'effigie nell'oro

imperiale) dal collo

pesante, dal ventre mai sazio,

dalla chioma lucida e folta

come la lana dei neri

capretti, le femmine belle

e lente ai copiosi pasti

infuriavano i maschi

col fortore delle ascelle.

Quivi l'animale umano

amai, che divora, s'accoppia,

urla, combatte, uccide,

inconsapevole e vero.

Quivi divinai la divina

bestialità che facea

sì resistente la forza

di Roma dal tardo pensiero.

Meglio che tra gli spadoni

e le spìntrie, il mio dolore

e il mio desiderio inespressi

quivi respirarono, fatti

più forti perché più carnali.

Il pregio e il mistero del sangue

sentii mirando su le lastre,

nel solco dei carri, brillare

il fiotto vermiglio sgorgato

dalle ferite mortali.

O selva d'arbori eguali,

pronao d'un tempio senz'inni,

teco all'ombra io vidi l'Erinni.

Tutti eguali in ordine i pini,

quasi eletti a un rito solenne,

sorgevan dall'erba infinita.

Ogni traccia era disparita

della belva e dell'uomo:

sol v'era il silenzio del cielo.

E vi fiorìa l'asfodèlo

a piè dei tronchi scagliosi,

e l'anèmone violetto

ch'è il rapido fiore del vento.

E come un palagio d'argento

di là dai tronchi, multiforme

e tacito, era il Vaticano;

un ermo candore lontano

era il Soratte solitario;

i cipressi del Monte Mario

erano un fùnebre serto

per non so qual lutto sereno.

E un profumo di fieno

e di libertà, quasi un fiato

pànico, venia dal deserto.

O selva d'arbori eguali,

tra l'Urbe e l'Agro ordinata,

ove dormii sonni veggenti

e meditai le mie sorti

e favellai con l'Erinni,

tu m'appari nella memoria

come il vestibolo vivo

della formidabile cella;

perché pieno de' tuoi fatali

murmuri l'anima, gli occhi

pieno dei movimenti

fieri che su l'antica via

agitavan gli uomini forti,

ebro dell'amore di Roma

e sitibondo di gloria,

io v'entrai seguendo mia stella.

E, come su l'erba novella

che inazzurravano l'ombre

de' tuoi colonnati, io vi giacqui

supino per contemplare.

E là dove giacqui, rinacqui.

Che son mai le ambasce supreme

del combattente caduto

nella vertigine immensa

della morte, col viso

rivolto al ciel muto ed eterno,

quand'ei più non sente il nemico

che senza riscatto gli preme

con le ginocchia lo sterno

ma sol sente l'anima forte

che l'abbandona e nell'atto

di partirsi infinita

col peso di tutta la vita

gli pesa e di tutta la morte?

Che è mai la sua visione

solitaria in mezzo al deserto

ruggente della guerra,

quand'ei non sa la cagione

ma vede che certo è soltanto

il dolore e giusta è la terra

poiché foglie e pianto e ogni carne

più sanguinosa raccoglie?

Le grida le risa gli oltraggi

umani duravano in me;

e i dardi della luce

ancor mi dolevano; e i raggi

e il tumulto erano in me

una sola vertigine truce;

e parevami esser demente

e ardere fino alla midolla

come tra vampe di fenile

che ribolla in afa di nembo

imminente; e nel tenebrore

febrile scintille io vedeva

come di selci percosse,

ché gli occhi m'eran nelle fosse

dell'orbite veracemente

come a urto di focile

selci nell'ordigno d'acciaio

che le attanaglia. E io era

come colui che muore

di sùbita morte solare,

al limite della battaglia.

O ruota d'Issione!

Rivolgeasi tutta la volta

come ruota sopra di me,

e il dolor mio n'era l'asse

stridente e risfavillante.

Tutto quel ciel disperato

di bellezza sopra di me

era come ruota di ferro

trattata da un'ira gigante.

E come le festuche e le scorze

e il timo e la polve e la melma

d'intorno alle ruote dei plàustri

là nella carraia romana,

così d'intorno a quell'una

amore odio eccidio spavento

sacrifizio supplizio

delirio dell'anima umana

tutti i mali e tutte le colpe

e tutte le cieche speranze

trascinati erano e franti

nell'inesorabile giro.

E io dissi morendo:

«Anima mia, vedo te?

vedo le tue speranze

le tue colpe i tuoi mali

nell'inesorabile giro?

Anima mia, vedo in te

le larve delle parole,

i sogni pulverulenti,

le credenze inferme o morte,

i giorni senza bellezza,

le tracce dei crudi flagelli,

le reliquie del mio martìro?».

Supino giacente il mio corpo

non avea più ombra nel mondo.

L'immobilità del dolore

era la mia sola grandezza.

Come in nero marmo, sepolto

nell'orrore de' miei pensieri,

io sentii venire di lunge,

sorgere sentii dal profondo

il pianto che agli occhi non giunge.

E quel pianto era pianto,

entro di me, sopra di me,

da creature che forse

vivevano oltre la vita

ma non beverate nel Lete

né di papaveri cinte,

anzi chiuse in un vestimento

d'impenetrabile ardore

che allo stillar dell'onda

amara qual rogo alla piova

crepitava senza perire.

Ed elle cantavano un canto,

entro di me, sopra di me,

più forte che tuono di lire,

forte di sì alto lamento

che toccava le più segrete

stelle nel cuore del Cielo

e tremar facea di nova

pietade il cuor della Terra

e discolorava la faccia

dell'Ocèano anèlo.

«Luce del dolore» io dissi

«ti bevo! Luce del dolore,

a cui si precipita ignaro

dalla notte bruta l'infante

che sforza la porta sanguigna

del grembo materno col capo

proteso, con chiuse le pugna;

Luce del dolore,

a cui si volge l'estremo

battito della palpèbra

senile priva di cigli

ove all'acredine del sale

la pupilla s'è fatta

più opaca e dura dell'ugna;

Luce del dolore, ti bevo

a gran sorsi come bevvi

dalla mammella il latte,

la voluttà dalla bocca

amata, la melodìa

dalla sera d'aprile,

l'odio dalla ferrea pugna.

Di te m'inebrio. Tu m'inondi.

Non v'è ombra in me se non quanta

può coprirne con agio

il calice riverso

d'un giglio! E di questa io farò

un solitario zaffìro;

con quest'ombra che resta

una gemma io sublimerò

più cerula che il cielo

d'Agrigento, per la fronte

della mia compagna diletta.»

E la ruota s'arrestò

di sùbito nel suo giro,

come il supplizio s'arresta

per il comandamento

del tiranno malvagio

cui tediano i gridi

delle vittime attorte

infrante nelle sue pressure.

E io vidi le creature

tra la vita e la morte.

Vidi i fanciulli i giovinetti

i vegliardi le madri

le vergini i guerrieri

i sacerdoti i patriarchi

gli utensìli e gli armenti,

tutte le carni dolenti

e tutti gli strumenti

della colpa e del castigo,

i letti i libri i roghi le are,

e l'inerzia della terra

e la furia delle acque

e l'impeto dei vènti

e l'ingombro delle nubi,

la spada la mensa il fardello,

il teschio dell'arìete,

il festone di quercia,

la medaglia superba;

e quegli sguardi e quei gesti,

anima mia, quelle pupille

che ti guatavano dal fondo

dell'infinito terrore!

E quivi tutto era più grande

e più grave, e senza patria,

e d'immemorabile etade,

e sotto il flagello

d'inconoscibili numi.

Colei che avea generato

stanca era d'una immensa

maternità, come

se dal suo ventre escito fosse

il peso delle nazioni

maledette, con un travaglio

orrendo; e le sue mammelle

eran come l'urne dei fiumi.

Profondato nell'oscuro

sonno era il dormiente,

come un monte sotto i silenzii

dei mari primordiali

onde sorgerà in un giorno

del più remoto Futuro,

come nessun corpo giammai

profondato fu nella morte.

E tutta la gioia feroce

degli uccisori nati

di donna, da che il primo sangue

umano abbeverò la terra

ancor del diluvio melmosa,

tutta gravava nel pugno

di colui ch'era in atto

di recidere il capo

al vinto nemico; e quel ferro

tagliente pareva levato

dall'eterna minaccia

d'un dio su l'orizzonte

immobile della paura

terrena; e in quell'abbattuto,

che invano pontava la palma

il cùbito e il ginocchio

sul suolo ch'ei dovea

di sé far vermiglio, penava

il lamentabile sforzo

di tutti gli uomini vinti

da che l'uomo è lupo per l'uomo.

E fatalità spaventose

si propagavano pel mondo,

mosse da un gesto, dal lampo

d'uno sguardo, dal reclinare

d'un vólto, dal lembo agitato

d'un manto, dal volgersi ratto

d'un pargolo verso la poppa,

dal ripiegarsi d'un corpo

senile nell'ultima sosta.

E sventure senza nome,

desolazioni senza voce

e senza pianto, lutti

accecati dall'amarore

delle lacrime esauste,

tormenti non conosciuti

dagli antichi tiranni

né dagli esuli iddii,

enormità di doglia

e di follìa smisurate

pesavano nella stanchezza

d'una pallida mano.

E tutte le membra, come

la mano, erano carche

di patimento mortale

e s'accasciavano al suolo

con ossature di piombo;

o, risvegliate dal rombo

della morte improvviso,

balzavano nel terrore

protese verso lo scampo,

erette contra il periglio,

contratte sotto la minaccia;

e i muscoli nelle braccia

le vèrtebre nelle schiene

le còstole nel torace

le arterie nel collo

i tendini alle calcagna

erano come le bestemmie

le implorazioni e le grida

opposte ai fati avversi,

eran come le bocche urlanti,

gli irti crini, gli occhi riversi.

E, come su mare notturno

s'ode talor clamore

di naufragio lontano,

venìa dallo spazio incurvo

da quel gorgo soprano

la voce di tanto dolore

confusamente, e fioca e forte.

E talor si facea

di repente un silenzio

più crudo che tutte le grida;

ma durava nel vano,

come il bronzo che vibra,

il rombo eternal della morte.

E alcuna delle creature

accosciate nell'ombra,

sotto l'invisibile mola

ond'era premuta

continuamente, con voce

rimasta per secoli muta

disse l'antica parola:

«Perché siamo nati?».

E io sussultai di paura

sul pavimento che freddo

era come pietra di tomba,

sentendomi l'ossa corrose.

Con pallidi occhi, vacillanti

nell'orbite fatte più larghe,

cercai per la volta profonda

gli eroi fra le genti dogliose.

Dominavano la sventura

e la colpa, chiarosonanti

come squilli di tromba,

le Volontà meravigliose.

«Perché siamo nati?» dicea

la creatura del fango

con la bocca sua piena d'ombra

come la fàuce del bove

è piena di strame.

«Simile al bove che rumina,

simile al capro che copula

è l'uomo, con la lussuria

la strage il servaggio e la fame.»

E una Volontà risplendente

«Taci» gridò «taci, bestia

da macello e da soma!

Porta su le tue schiene il peso

di colui che ti doma

e poi senza gemito spira

sotto il coltello tagliente.

Silenzio! Silenzio! Sol degno

è che parli innanzi alla notte

chi sforza il Mondo

a esistere e magnificato

l'afferma nelle sue lotte

e l'esalta su la sua lira.

Taci tu, cosa da mercato,

ingombro gemebondo!»

E ogni lagno si tacque,

ogni vil bocca ebbe il bavaglio.

E come croscio d'acque

possenti era la forza

dei Giovini, grave

di bellezze in travaglio.

E, dalla fronte nuda

al pollice del piè contratto,

fremito di sùbiti canti

mi corse. Correre sentii

nelle mie vene i corsieri

anelanti dell'Atto,

scosso dai miei spiriti il peso

delle ore infruttuose.

E, ridivenuti guerrieri,

gli spiriti verso gli eroi

gridarono: «O nostri fratelli,

soli fra le genti dogliose

ricchi d'opre per la dimane

come gli arbori novelli

di gemme, noi su la terra

mescere vorremmo la vostra

immortalità con la nostra

morte per vincere il Fato!».

E il coro inerme ed armato

«Sursum corda!» rispose,

traendoli all'alta sua guerra.

E allora io cercai le Sibille

per desìo d'un'alta compagna.

E dissi alla Libica: «I piedi

tuoi son come le ali

della colomba, poggiàti

sul pollice fiero, e tu sei

per chiudere il vasto volume

e per librarti a volo uscendo

dal tuo vestimento, o Sibilla,

come da un vincolo duro

affinché l'oro e l'azzurro

soli ti cingano come

l'orbita cinge la pupilla

umida di visioni

infinite e la tua bellezza

fatidica pàlpiti

di libertà sopra il vento.

Ignuda le spalle e le braccia

e la nuca, luoghi di gaudio,

ecco, dalla tua cintura

t'involi e dal tuo vestimento.

Ma il tuo seno, che tu mi celi,

non è forse profondo

come un fior numeroso?

E la treccia che sfugge

alla benda delle tue tempie

non ha forse il misterioso

potere del corno sul fronte

di Pan che conduce nei cieli

le melodìe del Mondo?

E il tuo fianco fecondo

non è fatto pel seme

del vincitore? Ah chi mai

saprà il colore degli occhi

tuoi sotto le pàlpebre chine?

Quando mi guarderai?

Orfeo sono, senza ghirlande,

che più non attende alle porte

dell'Ade quella che due volte

perdette! E tu sei troppo grande,

o Libica: sul cor tuo forte

soffocar puoi anche la Morte».

All'Eritrèa dissi: «Non m'odi,

se parlo. Sei anche più grande!

La Saggezza e la Forza

lavarono i tuoi piedi scalzi.

Tu sdegni i troni. Se t'alzi,

tu mi sembri una torre munita.

Signora della Vita

tu sdegni le chiuse corone.

Pallade ha l'elmo corintio

col duplice occhio e il nasale.

Intorno al tuo capo regale

tu serri il pìleo dei nàuti

con treccia che gira due volte

simile a ceràste divelta

dalla chioma della Gorgóne.

Pallade ha il suono dei flauti

e il canto delle mille teste

pei giuochi della nazione.

Tu nelle tue vaste orchestre

hai tutte le voci, dal rombo

dell'ape al fragor del ciclone.

Che mai raccoglie il tuo braccio

con la man cava (che resse

forse per una notte i chiostri

del Cielo tolti al sostegno

d'Atlante e forse la clava

brandì ad uccidere mostri)

che mai raccoglie il tuo braccio

dall'ombra di quella gran piega

che ti fa nel manto il ginocchio

sovrapposto all'altro in riposo?

Le pieghe del tuo spazioso

vestimento son piene

d'invisibili tesori

e di mistero infinito.

E, se tu volgi col dito

il foglio del libro verace

or che il Genio con la sua face

t'accende la lucerna,

qual tirannide crolla,

nasce qual novo mito,

qual puro eroe s'eterna?».

Ma dissi alla Delfica: «Te

amerò, tra due vènti avversi

nata dall'onda marina

esule Oceànide, te

che i lombi non anche detersi

hai dall'amarezza salina.

Chiusa nella tunica grave

or sei, nella lana cui morde

la fibula sotto l'ascella;

ma ti gonfia il vento del mare

dall'òmero al pòplite il manto

ampio quasi trevo in procella.

Tu svolgi dalla sinistra

mano il tuo ròtolo santo

che come vela quadra

s'inarca alla banda contraria;

e così vigile assisa

mi pari su cassero forte

di nave che navighi i tempi,

sicura tra i due vènti avversi,

fresca Virtù solitaria.

Io ben so che l'onda natale

crea questa tua giovinezza

e il cristallo de' tuoi grandi occhi.

Tuo latte fu il fiore del sale,

e il cerulo gorgo tua cuna.

Fra le mammelle e i ginocchi,

a traverso il tuo vestimento,

io vedo raggiar la bianchezza

del grembo tuo, virginale

come la più labile spuma.

E sento, a traverso la benda

che dalla fronte alla nuca

ti copre, l'odore dell'ulva

e dell'alga, l'odore

d'un vascello che porti

nardo e mirra nella sua stiva,

l'odore d'un'isola australe.

O bendata, e ben ti so fulva

come il fuco tratto alla riva.

So che nella destra ti dura

il segno del tuo governale.

Navigatrice sei,

Thalassia nomata per me!

I rematori adusti

dalle cinture di sparto

e dai lanuti galèri,

curvi su gli scalmi nel canto

disteso che gonfie facea

le vene dei colli robusti,

disser le tue lodi con me.

Sul litorale i trevieri

misurando e tagliando

le vele in canape aspra,

le lor donne i lunghi aghi acuti

nell'ordito spignendo

con la palma armata di piastra,

per giugner vivagni di ferzi

acconciar guaine a ralinghe

e rinforzi e ritrosi e suppunti

ben saldi contro fortuna,

via via di costura in costura

disser le tue lodi con me.

I costruttori di navi

segnando a rigore di frasca

i garbi dei fianchi e dei ponti

per vincer con lor misurate

armonie la cieca burrasca,

i mastri d'ascia segando

a fil di sinopia il legname

squadrando chiodando impernando

dallo scafo alla tuga il fasciame,

i calafati la scussa

carena con maglio e scalpello

stoppando per l'ugner di pece

e di sevo a fuoco di stipa

e spalmar di bianca cerussa,

i cordai filando dai mazzi

la canape splendida ai soli

novi o torcendo nei trasti

i fili e alla pigna i legnuoli,

tutte in alterno cantare

le maestranze del mare

disser le tue lodi con me.

O Thalassia, Sibilla

di grandi oceaniche sorti,

divinatrice serena

di turbini e di naufragi,

Euploia, esulata in ambagi

ove impera il dio molle

che dalla bellissima argilla

separò gli spirti e li volle

infermi di nera vergogna,

odimi. Io ti chiedo: Che guardi?

L'occhio tuo fisso non sogna

né pensa, ma vede

come nessun altro mai vide.

Non lacrima né sorride:

vede meravigliosamente.

Che guardi? Una cosa fuggente,

o una che giunge dai mari

onde tu stessa venisti?

Scendere su i popoli tristi

le ceneri crepuscolari,

o sorgere l'albe cruente?

Che guardi? Un Liberatore

inchiodato a una quercia

alta mille volte cinquanta

cùbiti, come l'Agageo

Haman figliuol di Hammedata

che laggiù grandeggia in aspetto

di Titano più grande

del Galileo crocifisso?

Una gente nata del suolo

sacro all'Olivo e a Minerva,

che alfin ritrovò la sua gioia

perduta e goder sa nei giorni

la beltà senza fasto

il piacere senza mollezza

e comporre sa le sue feste

divine con lievi corone?

Ma forse l'occhio tuo fisso

contempla l'Ombra di Roma

che regge l'antico timone,

quale effigiata ancor regna

nella medaglia di Nerva.

Andiamo, andiamo! Se ancóra

sonvi nel mondo azioni

da compiere belle

come le più belle promesse

dei sogni virili, se ancora

sonvi da vincere mostri,

da sciogliere enigmi,

da purificare carnai,

da costringere petti

umani a gridi d'amore

e d'orgoglio verso la Vita,

andiamo, andiamo! Se ancóra

sonvi giardini profondi

ove favellare si possa

co' i saggi e gli aedi, se fonti

vi sono per tergersi dopo

le lotte, colline silenti

che sostengano anfiteatri

di marmo sacri ai tragèdi,

se inni, se musiche pure,

se ancor vi son lauri, andiamo!

Per udire il grido d'un maschio,

per vedere un braccio levato

a percuoter forte il rivale,

per sentir l'odore del sangue

sparso e dell'ebrezza brutale,

per ingannar la mia sete

di vivere in atti ed in opre,

o fresca Oceànide, innanzi

ch'io venissi a te, disperato

vagai per l'antica

via strepitosa di carri

lorda d'escrementi e d'avanzi

accecante di luce dura.

E su quella lordura

l'anima mia ne' miei sensi

crudeli perdutamente

aspirò il divino fiato

che venìa dagli immensi

deserti dell'Agro fiorente

d'anèmoni e d'asfodèli;

trascorse al confino de' cieli.

Cammino senza impedimento,

fatto dai balzi impetuosi,

quello cui l'anima mia

è pronta se tu l'accompagni!

Disgusto dei rigagni

putridi la tiene; disgusto

dei lascivi amori mendaci

che non sanno che sia

l'innocenza nel desiderio,

la profonda innocenza

cui non giova altro guanciale

pel sonno d'un'alba ignota

se non il sopposto alla gota

suo braccio robusto.

La tiene disgusto mortale

dei giacigli acri ove il sudore

del combattimento carnale

fa insana la cóltrice come

la materia libidinosa

che serpentina s'ammassa

e luccica, e attossica l'ombra.

Una venefica polpa

fu data ai miei denti per pane.

Assaporai una schiuma

più salsa che quella del mare.

Congiunto fui alla colpa

come la vèrtebra è congiunta

alla vèrtebra nella schiena

che rabbrividisce di gelo

fùnebre alla carezza acuta.

Non lasciai la bocca morduta

sinché la saliva

non ebbe il sapor della vena.

Bevvi a una a una le stille

su la bianchezza del petto

che i rovi avean flagellato.

Vidi nelle aperte pupille

uno sguardo più fiso

che il ferreo sguardo del Fato.

E le labbra nel mio viso

non potean più ridere e gli occhi

non potean più piangere, o Amore!

E conobbi l'attesa

nella stanza che s'oscura

al giorno che declina;

quando la lama tagliente,

tratta dalla guaina

silenziosamente,

è posta nella piega

impura del lenzuolo,

per la vana vendetta;

e sul cuor solo che aspetta

sfacendosi in ascolto,

e su le mani e sul vólto,

su tutte le misere carni,

passan gli uomini e i carri,

scroscia l'onta della via;

e la melancolìa

delle cose ha l'odore

della veglia notturna

tra il cadavere e i ceri;

e quel che fu ieri

non sarà più, per sempre.

Ahimè, non la bianca pruina,

non la rugiada tremante,

né la scaturigine chiara,

né il bosco con l'umido sguardo

dell'ombra sotto le verdi

sue pàlpebre, né il giovinetto

vento con gli anèmoni in bocca,

né il fiato dei gelsomini

quando a vespro piove su gli orti,

né alcuna gelida cosa

poteva guarire il mio male;

perché maculato io era

più profondamente che il nato

della pantera. E la fredda

e santa corona, ond'io cinto

aveva il mio spino

promettendolo alla Bellezza,

inaridita s'era a foglia

a foglia. E l'oscuro giacinto

del mio desiderio fioriva

ai piedi del Crimine irto.

Ma un dio nudrito di fuoco

e d'amarezza era in me,

che divinamente sentiva

i preludii della Notte,

e il dolore delle lune

in travaglio, e il pianto

delle Pleiadi, e il pianto

delle Iadi, e il lutto figliale

d'Erigone, e in dune deserte

la disperanza del mare;

e tutte le cose di fiamma

in travaglio, ch'erran pei cieli

del silenzio dolentemente,

e quelle che sono già spente

e sembran arder tuttavia;

e la melancolìa

delle fiumane tortuose

ove scorre l'acqua che stilla

dalle clessidre del Tempo,

cui venenò l'Amore

e appesantì la Morte.

Ahimè, tra due vènti avversi

nata dall'onda marina

esule Oceànide, fresca

Virtù solitaria, che sai

tu del mio male? Non m'odi,

se chiamo. Non torci lo sguardo

dalla visione che vedi,

e ch'io non veggo né mai

vedrò. La tua bocca socchiusa

è da me più lontana

che la perlìfera conca

in fondo all'Oceano australe.

Eterna sei là, simulando

col rotolo tuo dispiegato

l'imagine nautica, Euploia,

per acerbare la pena

del naufrago che ti si volge,

per eccitare l'ardore

del buon piloto che t'ama;

ché necessario è navigare,

vivere non è necessario».

E stetti quivi giacente

ne' miei pensieri a guatarla,

in me medesmo sepolto.

E più e più biancheggiare

il teschio d'arìete vidi,

risplendere più di quel vólto.

E vidi lì presso nell'ombra

la madre affannata col figlio

stretto al seno, e l'uomo abbattuto

in un sonno cupo d'angoscia;

e dall'altra banda lì presso

l'ucciso guerriero sul letto,

levato ancor la gran coscia

nel violento sussulto;

e carca del crimine occulto

e ancor bagnata dal seme

del maschio la femmina in atto

di ricuoprire il mozzo

capo, sanguinante nel piatto

con tal pondo di alto valore

che l'ancella èrane curva.

E, come il mio sguardo sgomento

salì a cercare la coppia

degli eroi pùberi, scorsi

che l'effigie dell'uno

era distrutta dal Tempo

irreparabile e l'altro

bello era e triste di bellezza

e di tristezza gorgónee

quasi nato fosse del sangue

di Medusa anguicrinita

per un destino funesto.

Ma tutte quelle errònee

forze tra la Morte e la Vita

penanti per entro quel turbo,

tutte parean cieche al confronto

del gesto con cui quell'eroe

pensoso reggeva la zona

a sostener la medaglia

di conio titanico, pronto

per conquistar la corona

a scagliarsi nella battaglia.

E io gli dissi: «Fra tutti

i tuoi fratelli sei solo,

sei senza il compagno a riscontro,

o figlio di Medusa

che forse porti per sempre

nel centro dell'anima chiusa

come in un'ègida ardente

il fatale vólto materno.

E, se pure discerno

l'ombra del tuo pari, ell'è infusa

di leteo làtice e oblìa

le sue fiere speranze

che avean già rostro ed artiglio

come aquilette bienni.

Ond'io, che divenni

solo come te presso un'ombra

ferale, vorrei ne' giorni

e nell'opre averti compagno;

ché troppo è talor cosa dura

non poter la man fida porre

su l'òmero dell'eguale».

E così parlò la paura

della solitudine in me

per la mia fiacchezza. L'eroe

fisso era in ben altra rancura.

«Sii solo» rispose egli a me

«sii solo della tua specie,

e nel tuo cammino sii solo,

sii solo nell'ultima altura.

Il cuore è il compagno più forte.

Tre volte i guerrieri son pari:

liberi davanti al dolore,

liberi davanti al periglio,

liberi davanti alla morte.

E ciascuno è pronto a sé stesso,

ciascuno a sé stesso è fedele:

un arco che ama il suo dardo,

un dardo che brama il suo segno,

un segno che è sempre lontano.

E la libertà è lo squillo

d'oro, il clangore che incendia

il cielo antelucano.»

«Ben so, ben so questo che insegni»,

io dissi. «Udii già tal sentenza

fendermi come spada

gli orecchi, nel vento del mare;

e il cuor mi balzava nel petto

come ai Coribanti dell'Ida

per una virtù furibonda

e il fegato acerrimo ardeva.

Ma oggi il cuore m'aggreva

fattura di Circe omicida,

di Circe dalle molt'erbe

che inganna con voce soave.

Battermi tentò con la verga

ella e spogliato dell'armi

nel solido stabbio serrarmi.

Tu l'erba salùbre mi dài,

ed eccomi sano alla lotta.»

Rividi la concava nave

nelle acque di Leucade, il grande

piloto eversore di mura

tenére nel pugno la scotta.

E, in verità, fu quella

l'ultima volta che il cuore

mi vacillò di fiacchezza

e d'ebrezza torbida; quello

fu l'ultimo mio smarrimento,

e l'ultimo affanno

della solitudine verso

l'amore; e fu l'ultimo indugio,

e l'insegnamento supremo.

Onde il mio poter, fatto scemo

dalla frode dal dubbio

e dal disgusto, risorse

in plenitudine nova

su l'orlo dei baratri cupi.

Oleastri d'Itaca, rupi

di Delo divina,

cielo della Sistina,

luci della mia conoscenza,

da voi mi venne sentenza

dura per vivere in terra

e voi siete i miei luoghi santi.

Tutte le colpe e i castighi

e le minacce e i vaticinii

si oscurarono allora

ai miei occhi; e la immane

latèbra si fece sonora

di quel peane che udito

avea nell'isola d'Aiace.

E vidi in carne verace

le gioventù sovrumane

(non tale era Achille sul punto

di partirsi da Sciro

e Patroclo Actòride prima

che agli òmeri suoi rivestisse

l'armi funeste?) irraggiare

lo spazio con lo splendore

d'una nudità che, construtta

di ossa di nervi di vene

di muscoli e di tutta

la potenza carnale,

splendeva su l'anima come

spirital bellezza grande.

Tra la luce d'Omero

e l'ombra di Dante

pareano vivere e sognare

in concordia discorde

quei giovini eroi del Pensiero,

fra la certezza e il mistero

librati, fra l'atto presente

e la parola futura.

Ciascuno la sua ossatura

creato avea dall'interno

del suo spirto, artefice ardente

del suo simulacro vitale;

e dal tarso allo sterno,

dal cùbito al ginocchio,

dall'occìpite al tallone,

dalle vèrtebre alle falangi

la compagine era eloquente

come uno spirto che parli

di sé con un fremito d'ale;

sì che il triste pondo animale

in verbo mutavasi eterno.

Quale fra tutti il migliore?

Poggiato la palma sul dado

marmoreo, l'uno era assorto

in un pensiero sì bello

che volgevagli in suso i capegli

a guisa di diadema

per occupar solo la fronte

e farne a sé luogo di luce.

Inclito come Polluce,

l'altro piegavasi in dietro

gridando, quasi a lanciare

di là da ogni fine raggiunto

un disco di ferro in cui fosse

inciso un decreto del Fato.

In fiera allegrezza, agitato

pareva da pirrica danza

l'altro; e col levar delle braccia

con l'alterno urto dei piedi

con la brevità degli accenti

segnava i ritmi veementi

dell'anima sua predatrice.

E chi, flesso il pòplite, lieve

sedea su la gamba sopposta;

e chi raccolto, in una sosta

dell'ardore, co' piè giunti,

con la zona sul capo

a guisa di benda, sognava

un suo sogno severo;

e chi reclinavasi altiero

a trar con la destra la zona

che fermata area col calcagno

mentre incoronarsi del lembo

estremo parea con la manca;

e chi, piegato su l'anca,

col capo riverso nel triplo

avvolgimento d'un drappo

fremebondo, avea la sembianza

del vento Vulturno;

e chi, quasi genio notturno,

nascosto le mani profuse

di soporiferi semi,

tenera le pàlpebre chiuse.

Ed altri guatava diritto

all'ombra del braccio levato

in atto d'opporre difesa

a erculeo colpo di clava;

altri dall'alto guatava

obliquo con crude pupille

come avverso ricca rapina,

contratto i muscoli al balzo,

quasi leopardo che sia

per frangere tergo di toro.

E tutto pareva sonoro

dell'alto peane lo spazio,

però che in ogni atto dei corpi

si rivelasse una fiamma

di volontà e d'ardire

qual sola proruppe, toccando

a sommo dell'etra gli dèi,

dalle battaglie sacre

ch'eran primavere cruente

d'un popolo nato a fiorire

il fiore de' suoi Propilèi.

Ma qual fra gli eroi fu l'eletto

della tua speranza, o rinata

anima mia? Qual più ti piacque?

Qual tu volesti assemprare

nel vittorioso avvenire?

Quello che ti parve fra tutti

il più libero, cinto

di libertà come d'un serto

diàfano, per aver vinto.

Quello che ti parve fra tutti

il più sereno, sospeso

in serenità d'oro, certo

qual dio, per avere compreso.

Instrutto ma non leso

dalla vita, bello e gagliardo,

poggiato il cùbito destro

sul festone silvestro

e sul ginocchio la mano,

ei guarda con limpido sguardo

il compagno oppresso dal peso,

il forte che ancor non s'affranca.

Sotto di lui sta, quasi mole

di granito e d'umo fecondo,

con le gambe conserte

assiso il titanico veglio

che sembra l'antico parente

di quella forza novella.

Quali comprime parole

nella vasta mascella

barbata il veglio con essa

la sua mano venata

di duro aratore che seppe

entrar profondo col dente

nel grembo d'una terra inerte

e strapparle sacra promessa

d'abondanza per la sua prole?

E le due donne sole,

che stannogli quivi alle spalle,

perché sono tristi? Rimpianto

le tiene dell'esule prole

che nudrirono alternamente

nella cuna della sua valle?

Io vidi in quel veglio lo spirto

del mio suolo natale,

il generator venerando

della mia sostanza più forte,

il testimone solenne

della mia fatica vitale,

il giudice e il custode

futuro della mia morte.

«Uomo» dissi a me «la melode

che ti pregò buona la sorte

nella cuna di rovere

tu non obliare giammai;

ché in ella è un indomito nerbo.

Forse su quelle povere

note un giorno tu comporrai

l'inno tuo più superbo;

quando, sopra il vinto dolore

assiso come il sereno

eroe che nell'alto contempli,

cantar tu potrai dal tuo pieno

petto i tuoi dii ne' tuoi templi.»

 

XVIII.

Or giunto è quel giorno per l'uomo

audace e paziente,

che vinse il dolore e il disgusto

e la stanchezza e sé stesso.

È giunto il giorno promesso.

O solstizio d'estate!

La man ritrovò, come nido

nel cavo del tronco vetusto,

le ricchezze della sua gente;

e come le uova lasciate

si raccolgono, ella raccolse

il retaggio della sua gente;

e non s'udì muovere ala

né pigolare nel nido

ma tutto era luce calore

odor di glebe odor d'erbe

fragranza di miele selvaggio

e fremito di biade

già fulvide nella pianura.

O solstizio d'estate,

annunzio della mietitura!

Per vincere il dolore,

io lo cercai dovunque,

senza tregua; e spezzato

me l'ebbi a frusto a frusto.

Per vincere il disgusto,

respirai l'aria infetta,

il fetore del fiato

plebeo, l'afa della carogna,

il lezzo della fogna,

la peste della cloaca,

il rutto della mala ebrezza.

Per vincere la stanchezza,

volli cose più pesanti

da portare in sentieri

più difficili e costrinsi

le mie pàlpebre e i miei pensieri

a più lunga vigilia.

Per esser solo a me davanti,

come chi sogna o s'esilia,

camminai nel deserto

delle moltitudini ansanti.

Camminai per entro la folta

materia delle agonie

e delle resurrezioni,

misurandola in silenzio

col battito del mio sangue

aumentato come nell'estro

furiale dei ditirambi.

Credetti vedere tra lampi

l'aspetto terrestro

di Dionìso effrenato,

la mostruosa faccia

d'un dio pandèmio agitato

da una innumerevole danza

per un rito impuro e cruento.

Sentii tornare nel vento

l'antico delirio d'Astarte

nel dì d'Adonài germogliante

quando i quadrivii e le piazze

sanguinavan di stupri

sacri e la città era tutta

una prostituta schiumante.

O Strada, adito orrendo

ove apparir deve il dio

Ignoto, ampia sì che con quattro

quadrighe di fronte

vi possa procedere un novo

Trionfo latino,

angusta tòrtile e sozza

come budello bovino,

ardente qual fiume di lava,

umida qual catacomba,

frequente qual molo d'approdo,

deserta qual vacua tomba,

piena di silenzii e di gridi,

tetra e folle, fùnebre e vana,

non mai così bella io ti vidi

come allor che udendo la voce

della rivolta lontana

guardai fiso il tuo sbocco

irto di baionette,

l'occlusa tua tragica foce

all'émpito delle vendette.

Io ho portati i tuoi furori,

caricato mi sono

delle tue doglie, ingombrato

dei tuoi lutti e dei tuoi misfatti.

Intera nel cor tu mi fosti

con le moltitudini cieche

con l'enormità dei clamori

con la veemenza degli atti.

Lo spirito del tumulto

passava sferzando la faccia

come la raffica pregna

di fortore salino.

Occhi bianchi in teste riverse

e dentature mordaci

brillavano come le schiume

nascenti del maricino.

Un che d'aspro, un che di ferino

e di primaverile

e di volubile era nell'aria.

D'acuto lucea riso ostile

l'ilarità sanguinaria.

Con òmero pugno e ginocchio

innanzi spignea la carcassa

della sua fame allegra,

più forte, sempre più forte,

come la ciurma che vara

la barca giù per la sabbia

del lido e spignendo la negra

carena dà grido concorde.

Dalie gole rauche un selvaggio

canto rompea tra i palagi

senZa echi, e le ingiurie

gli eran compagnia di strumenti

con sibilo di rotte corde,

gli eran segnal di ripresa

il precipitar dei cristalli

argentino al colpo del sasso,

il rimbombar dei battenti

urtati su le chiuse porte;

e il canto avea fatto lega

col sepolcro, avea fatto patto

di fèlicità con la morte.

E io vidi allor sul crocicchio

l'edificator di bordelli,

figliuolo di non marzia lupa,

satollo di vituperio,

che s'era estrutto alto luogo

quivi a tener sue concioni;

vidi il gran demagogo,

nomato con nomi di gloria

Prevaricator sin dal ventre

e Sacco di saggezza

escrementizia e Frogia

mocciosa della vacca Onta,

sedare il clamore col gesto

per iscagliar suo verbo

contro a chiunque s'inalzi

e contro a tutti gli alti monti

e contro a tutti i colli ingenti

e contro a ogni torre eccelsa

e contro a ogni muro forte

e contro a tutti i bei disegni

e contro a tutti i buoni odori.

Ed errava nelle parole

come l'ubriaco di notte

va nel suo vomito errando.

In luogo di buoni odori

vi sarà la sanie concreta,

e in luogo di bella cintura

cordella di sparto,

e vittuaglia spartita

in luogo di vana bellezza.

E una ventrosa menzogna

sarà posta in luogo di queste

vesciche che abbiamo fendute,

per nostro ricetto.

E tu, sterile Plebe

che non partorivi,

concepirai pula

e partorirai loppa.

E i cieli si ripiegheranno

come non più letto volume

su la terra beata

di fecondità strapossente.

O quanto era bello

su la bigoncia il torace

del bertone, angelo di bene

e messagger di salute,

che dicea: «La Canaglia

succede all'Uomo per sempre

e in pace amministra le grasce!».

O quanto era bella

intorno all'imperatoria

pinguedine del suo collo

stillante incliti sudori

la porpora della corvatta!

Egli era la sanie coatta

in forma di vafro macaco

nascosto nei panni il verdiccio

pelo e le chiappe callute.

E le vociatrici boccute

l'adoravano. Dal capo

alle piante con gli avidi occhi

elle parean tutto succiarlo

quasi ei fosse tutto priàpo.

Ma, quando l'umano

ingombro riprese il cammino

verso la muraglia equestre

irta di lame e di lance

che laggiù l'attendea,

(la pioggia recente avea sparso

per le vie l'odore terrestre,

calando il sole accecato

tra nuvole e cupole d'atro

piombo gonfio ed immoto)

un che di sacro e d'ignoto

sorse da quell'immenso

miserabile corpo

in balìa del delirio

vespertino, le cui mille

e mille facce divampate

parean da una fumida gloria.

E pietà mi prese di lui

che camminava ignaro

nell'eterna sua debolezza

come nella vittoria.

Uomini fetidi e robusti,

altri smorti e scarni

e curvi, combusti

dal calore dei forni

e delle caldaie infernali,

inverditi dai sali

del rame, inazzurrati

dall'indaco, arrossati

dalle conce delle pelli,

inviscati dai grumi

e dai carnicci dei macelli,

corrosi dagli acidi, morsi

dal fosforo, fatti ciechi

dalle polveri e dai fumi,

fatti sordi dai fischi

del vapore dilaceranti

o dai tuoni iterati

dei martelli giganti,

dai fragori e dagli stridori

di tutto il ferro attrito,

venian del lavoro fornito.

Foschi di carboni,

bianchi di farine,

con lorde le mani

d'argille o d'inchiostri

di sevi o di nitri,

con pregne le vesti

di tabacchi o di droghe

di farmachi o di tòschi,

venian delle fucine,

venian degli opificii,

venian delle fabbriche in opra,

dei fondachi, delle fornaci,

di tutti i supplicii e i servaggi,

con su i vólti selvaggi

impresse le impronte tenaci

della materia bruta

cui li asserviva il travaglio.

Ed ecco era divenuta

la lor pena diversa

una sola rabbia, conversa

a sollevare un sol maglio.

E la volontà di morte

cessò dal grido e dal canto:

subitamente si fece

taciturna e compatta

dinanzi alla muraglia

equestre che l'attendea.

S'udiva tintinnire

l'acciaro nella bocca

degli inquieti cavalli,

ansar nei petti inermi

s'udiva la forza plebea.

Gli squilli, gli urli, il galoppo,

il turbine duro che passa,

la vendemmia sotto l'ugne

ferrate, le carni calpeste,

i cranii fenduti, i cervelli

sgorganti, l'orror consueto

della rivolta disfatta

e rotta su le pietre grige;

ma tra il sangue un'ala ch'è intatta,

una fiamma che vige l'idea.

Quale? L'antica, l'eterna,

ch'ebbe nei crepuscoli fulvi

dei secoli tante ecatombi

di ribelli invano rinati

dal carnaio delle lor fosse.

Quella che disse: «Vesti i lombi

degli schiavi, o sacra Giustizia,

perché i prigioni del prode

sien tolti e le prede

del possente sieno riscosse».

Nel crepuscolo fulvo

nasceva il delirio. La cieca

demenza guidò la cresciuta

miriade non più inerme

agli abbattimenti e agli incendii,

sott'esso il chiarore sublime

che ferìa le pile dei ponti,

gli archi di trionfo, le fronti

dei templi su le colonne

superstiti, gli anfiteatri

titanii, l'erculee terme.

Le fauci belluine

della Folla s'erano aperte

dismisuratamente

per divorar la possa

della Città trionfale,

della tirannica madre

con tutte le sue opulenze

ed abominazioni.

Come il fiume contra i piloni

di granito, fra la distretta

degli argini, sotto la bassa

nuvola melmoso, la massa

carnale rigurgitava

schiumava in capo d'ogni strada,

e alla libidine atroce

ogni strada era suburra.

Valanghe d'ombra azzurra

si precipitavan dal cielo,

ché l'ombra parea più veloce

nel vespero violento.

Le torce ruggirono al vento.

E da presso e da lungi

io udiva il clamore,

io udiva gli ululi e i lagni

orribili della gran doglia

nella Città millenaria.

E il clamore era come

di femmina partoriente

che si torca in spasimo grande

e morda la verde sua bava

e dia del capo e dei pugni

nelle mura e invochi soccorso

alla doglia sua, vanamente,

negli orrori suoi solitaria.

E dissi: «Ah quanto ti torci,

misera, e quanta fai bava

di vituperii e d'ire

nelle tue mascelle di ferro!

Ma dato non t'è partorire

se non l'aborto cionco e monco,

l'acèfalo mostro che ha il tronco

di ciuco e la coda di verro.

Ah chi almeno un giorno

saprà sollevar la tua fronte

chiomata di crin leonino

verso la bellezza

d'una vita semplice e grande?

Chi ti trarrà dalle lande

della morte verso il bel monte

delle sorgenti ove il destino

delle stirpi s'immerge

e si rinnovella? Un eroe

forse ti verrà che ferrare

saprà de' suoi duri pensieri

la rapidità de' tuoi atti,

come s'inchiodano i ferri

all'ugne degli acri corsieri,

di là dagli antichi riscatti».

Afflitto io non dissi a me stesso:

«I giorni saran prolungati

e ogni visione è perita».

Ma sì bene: «I giorni e la fiamma

d'ogni libertà son da presso».

E dal giorno di poi

l'ora santa d'Eleusi

fu pallida nella memoria

dinanzi all'ora del pane.

La spica mietuta in silenzio

nella mistica ombra mi parve

men pura che il pane addentato

dall'avidità della fame.

O mattino di primavera

su la via lavata dall'acqua

del cielo! Garrire e brillare

di rondini nell'umidore

argentino! Odor dell'eterno

frumento, dell'aurea crosta

rotonda, della mollica

soffice occhiuta e leggera!

Selvaggio sguardo materno

verso il divino alimento!

Strida del pargolo fioche

per l'aderir della lingua

al palato nell'alidore!

Le turbe assalivano i forni

con l'avidità della fame.

Abbattevan le porte,

abbrancavano il pane

ancor caldo gonfio cricchiante.

Traevan sul lastrico i sacchi

della bianca farina,

del biondo cruschello; e le donne

se n'empievano il grembo

prendendone col cavo

delle palme fatto capace

dalla bramosia come staio.

E subitamente un gaio

fervore invase le turbe.

E gli uomini forti, i fanciulli,

le madri, le vergini, i vecchi,

tutti ridean con umidi occhi;

e tutti i denti parean puri

nelle bocche affamate

che masticavano il dono

della Terra nato nei solchi.

E un sapor religioso

era certo in quel pane

che tal sacra ebrezza recava,

come nel primissimo pane

che intriso fu, cotto e mangiato

dal colono poi che Demetra

di cerulo peplo gli diede

l'ammaestramento immortale.

E io dissi: «L'uomo è l'eguale

dell'uomo dinanzi alla spica

mietuta in silenzio o con canti.

E questa è la sola eguaglianza,

questo il gran diritto terrestre

che inscritto sta nella zolla».

E parvemi, sopra la folla

sazia di pane recente

carica di pura farina,

intraveder la divina

benignità sorridente

della Dea che è cittadina

per la sua corona murale.

E un'altra ora fu larga

alla mia speranza; e fu l'ora

notturna della mia Musa

quando apparve in veste sanguigna

alla moltitudine chiusa

nell'anfiteatro profondo

che fremea di fremito immane.

Quivi rotto fu l'altro pane:

fu dato all'unanime cuore

il bene che supera tutti,

il cibo più dolce dei frutti

nati di radice terrena,

il rapido oblìo della pena

assidua e del duro bisogno,

il nepente del sogno

che svela nel lume d'un astro

novello il prodigio del mondo:

quando il buono Eroe biondo,

che tenne la spada e il timone

l'ascia la marra e il vincastro,

rivisse nell'alta canzone.

Anima mia, tu provasti

l'avversità d'ogni vento

e d'ogni vento la gioia,

tutte le figure segrete

conoscesti tu dell'abisso

marino da poppa e da prora.

Ma quale dei soffii più vasti

ti sollevò come quello

spirante dal vólto in te fisso?

e quale figura d'abisso

ti parve misteriosa

come quella che ti guatava

e parea farsi cava

alla voce tua ripercossa?

Entrar sentimmo una possa

ignota in noi, crescere un'ala

terribile al nostro ardimento,

un'ansia d'interno titano

sforzare l'angustia nostra,

distruggere l'impedimento

della corporea chiostra.

E la materia sacra

della stirpe, l'imperitura

sostanza progenitrice

dei sangui, l'originaria

virtù della gente era innanzi

a noi affocata

come il masso del ferro

che posto sarà su l'incude.

E noi con le man nude

l'afferrammo delirando

come chi è pieno del dio

e travede nel fuoco informe

l'imagine che trarre

ei deve alla vista di tutti.

L'afferrammo e, instrutti

dal dio, la foggiammo rovente,

e traemmo il gran simulacro

dell'Eroe disparito.

E tu vedesti dal sacro

tuo fuoco, o italica gente,

nascere il novello tuo mito.

Bellezza dei miti novelli

non anche nata! Divine

trasfigurazioni

delle forze operanti

nella profondità segreta

della stirpe dominatrice!

Fiammei fiori della radice

innumerevole che abbraccia

la sua terra con fibre

inespugnabili! Supreme

testimonianze d'un sangue

animoso! Gli olivi

che fioriscono a specchio

del Mediterraneo Mare

ancor vedranno fumare

i roghi accesi ai numi

indìgeti e udranno il peana,

quando restituita

su l'acque sarà la più grande

cosa che mai videro gli occhi

del Sole: la Pace Romana.

 

XIX.

Certo, una inattesa bellezza

balenar talora mi parve

nella chimerosa figura

del popolo unanime intenta;

e l'ingluvie sua flatulenta

e il vociar suo forsennato

e l'enormità del suo dosso,

la caudale giuntura

delle sue mille e mille

vertebre che traversa, come

fólgore, l'insano sussulto;

e il Pànico, l'occulto

suo dio che gli schiaccia la coglia;

e la sua furia e la sua doglia

e la sua miseria infinita,

tra le inesorabili mura,

mi diedero fremiti avversi.

E talor discopersi

in alcun vólto infoscato

dalla filiggine o adusto

l'armonia del bronzo vetusto.

Ma, dopo, il Deserto di sabbia

inospite fu la mia gioia

sublime, fu il mio rapimento.

E tedio mi prese del verde

albero, e il solco del novo

grano mi fu a noia

per la memoria dell'uomo;

e ogni vestigio di piede

umano mi parve lordura.

E l'immensa aridità pura

del Deserto senza vie

e senza òasi, il suo fiore

ineffabile che illude

la sete nudrito di brace,

le sue mammelle nude

e sterili che fanno

di bassura in bassura

ombre d'inganno, il muto

tremar del suo vento focace

quasi battito di febbre,

furono il mio rapimento.

E la luce m'entrò pei pori

della pelle, m'impregnò d'oro

le vene le ossa e le midolle,

mi fece il cuore lucente

come il quarzo e lo schisto.

E ogni umor tristo

fu inaridito, riarsa

ogni sovrabbondanza molle,

ogni pesantezza alleggiata,

ogni ingombro distrutto.

E nel mio corpo asciutto

la felicità del mio spirto

fu più agile che fiamma

appresa ad arbusto di mirto.

E tutti i miei pensieri

furon come corde di cetra

aridi; e le volontà belle

sonarono in me constrette

come le aguzze asticelle

dei dardi a quattro alette

suonano nella faretra.

E la mia coscia nervosa

aderì così forte

al fianco del mio caval sauro

ch'io divenni il mostro biforme,

lo snello centauro

d'ugne senza ferro,

di levità senza orme.

E ne' miei occhi umani

sentii la bellezza dei grandi

ardenti umidi occhi inumani

del corsiere d'Arabia

che parea sangue di pardo.

Ed ebbi così nel mio sguardo

l'inconsapevolezza

della purità bestiale,

in me ebbi tutto il Deserto.

E, scendendo in corsa le dune

verso la bassura fallace

d'aereo incantamento,

correre credetti alla Nube

materna vestito di vento.

Delirio dei profeti

saziàti di locuste

e beveràti con l'acqua

lotosa dell'otre sozzo,

visione di dolore

e d'orrore innanzi alla Morte,

il mio delirio fu più forte,

la mia visione più bella.

Dov'era il dio di procella

che seccò il mare, le acque

del grande abisso? che ridusse

le profondità del mare

in un cammino di fuoco

per i dromedarii di Efa

e per i cammelli di Seba

carichi del suo incenso?

Quivi, nel fuoco immenso,

non era alcun che gridasse

per la giustizia né alcuno

che per la verità facesse

lite e contesa e digiuno.

Fin l'ossa dei dromedarii

su la sabbia eran più monde

di tal giustizia e più pure

di tal verità, sotto il Sole.

E non v'eran parole

se non quelle del vento

incorruttibile, che è il Messo

della Libertà per i prodi

e per i solitarii, quivi.

E il vento dicea: «Tu che vivi,

guarda il mio palpito incessante

d'amore su i corpi che foggio!

Il Mar glauco, il Deserto roggio

io li travaglio d'amore

indefesso e li trasfiguro

in bellezza infinita

che una pare e sempre disvaria.

O Vita! Non odi nell'aria

clangor delle mie mille trombe?

Or ora laggiù seppellita

ho la Sfinge presso le tombe».

Seppellita ho anch'io la mia Sfinge

co' suoi enigmi nodosi,

e seppelliti anco gli avelli

con la lor putredine inclusa.

Risa di fanciulli, effusa

gioia puerile, croscianti

risa d'innocenza selvaggia

furono l'inno funerale

alla covatrice di tombe,

risa volubili come

avvolgimenti d'aura, roche

di troppa allegrezza talora

come i canti delle colombe,

come i murmuri dei ruscelli.

Volontà, Vittoria senz'ale

in me ferma sempre! Nudrita

di rai, Voluttà, calda e ascosa

come sotto il pampino l'uva!

Orgoglio, uccisor dispietato!

Istinto, fratello del Fato,

dio certo nel tempio carnale!

Volontà, Voluttà,

Orgoglio, Istinto, quadriga

imperiale mi foste,

quattro falerati corsieri,

prima di trasfigurarvi

in deità operose

come le Stagioni, che fanno

le danze lor circolari

e compagne son delle Grazie

e delle Parche in ricondurre

Prosèrpina ai giorni sereni:

quadriga che con freni

difficili resse l'auriga,

con rèdini tese nei pugni

ove serpeggiava la fiamma

del sangue sagliente pei fermi

cùbiti ai bicìpiti duri:

quadriga negli Atti più puri

coniata come l'antica

nel rovescio del tetradramma,

segno di potenza ai futuri.

Con quanto ardimento

trapassammo i termini d'ogni

saggezza e corremmo su l'orlo

dei precipizii, lungh'essi

gli alti argini delle fiumane

vorticose, in vista

del duplice abisso

pel crinale aguzzo dei monti

ove la vertigine afferra

subitamente colui

che crede al pericolo, e senza

scampo lo sbatte sul sasso,

gli spezza la nuca e la schiena!

O ebrietà d'ogni vena,

occhio gelido e chiaro

nella faccia ardente!

A levante, a ponente,

per ovunque guardai

quell'adamàntina cima

del rischio, e sempre mi chiesi:

«Ove debbo ancóra salire?».

Ma il meridiano delirio

nel Deserto l'oblìo

d'ogni cima più perigliosa

mi diede e d'ogni demenza

più lucida e d'ogni divieto

abbattuto. E l'alta quadriga

e lo sforzo dei freni

e la chiara audacia e la lunga

esperienza dei mali

e la gioia immite del rischio,

tutta l'opra d'odio e d'amore

dietro di me sparve, fu come

sabbia ventosa, fu nulla.

E l'anima mia dalla culla

dell'eternità parve alzata

in quell'ora, con l'innocenza

dell'elemento, nova

e pur compiuta da un'arte

più fiera che qualsìa nostr'arte.

E corsero a lei d'ogni parte

moltitudini di bellezze.

Ed ella taceva, profonda

del suo più profondo silenzio.

Ma parole erano dette

in lei, alla gran luce

del mezzodì, chiare parole

che non pur nel già fatto

vespero furon mormorate

mai dal timor delle labbra

né mai nel mistero notturno.

E il suo coraggio taciturno

le suggeva cupidamente

come il fanciullo vorace

che sugge gli acini gonfii

di miel solare e inghiotte

la pelle che il sol fece d'oro

e trita i fiòcini e il raspo,

ché tutto gli piace.

E quel ch'è angoscia spavento

miseria tra gli uomini, quello

le si trasmutò pel Deserto

in felicità senza nome.

Felicità, non ti cercai;

ché soltanto cercai me stesso,

me stesso e la terra lontana.

Ma nell'ora meridiana

tu venisti a me d'improvviso,

coi piedi scalzi e col viso

velato d'un velo tessuto

di quei fili che talora

brillano impalpabili all'aere

opere d'aeree fusa.

Ed ecco tu torni! E la Musa

t'ode mentre tu t'avvicini,

se bene i tuoi piedi

sien più delicati

del guaime che nasce

nei prati dopo la falce,

più tenui delle prime

foglie che spuntan nel salce,

e più lievi sieno i tuoi passi

che scorrer di talpa sotterra

o di lucertola in sassi.

Tu torni e tu tornerai,

come l'aura intermessa

che manca perché va più lungi,

forse sopra un letto di musco,

forse in una tremula stanza

di capelvenere, forse

dietro una cortina rosata

di madreselva, a vestirsi

di freschezza novella

da recare a colui che l'ama.

Il mio cor non ti chiama

né ti attende. Tu repentina

entri e mi guardi con occhi

negri d'un negrore velluto

come quel degli occhi onde occhiuto

è il fior della fava nel mese

di marzo tra pioggia e chiarìa.

E tu m'assempri l'iddia

parrasia, Carmenta dai lunghi

riccioli, che portava

ghirlande di foglie di fava.

Tu sei visibile, tu hai

la specie divina e selvaggia,

il primo odore del campo

di marzo, i denti di brina.

Ti guardo; e la prima peluria

della mandorla nova

è men dolce della tua guancia.

Ti guardo; e le tue dita chiuse

son come lo spicanardo

che chiuso è in mazzi pei forzieri

colmi di nivei lenzuoli;

e i petali dei giaggiuoli

nel piegarsi non han la grazia

de' tuoi capelli che piega

su le tue tempie il favonio;

e come il nido alcionio

che palpita a fiore del sale

col palpito lento e infinito

di tutto il mare placato,

e il tuo sen verginale

mosso dal profondo tuo fiato.

Di cose fugaci e segrete

sei fatta, di silenzii

e di murmuri, lieve

come i frutti piumosi

della viorna, come

le lane del cardo argentino,

o Felicità del cor prode.

Ed ecco tu torni a me! T'ode

la Musa; e il suo vólto divino

nel volgersi ti rassomiglia,

se non che tra le ciglia

sembra ell'abbia il fiore del lino

ma in vero è il colore marino

che rimasto è per sempre

nel suo sguardo amico dei flutti.

Che ci porti? Quali bei frutti

di paradiso insulare

per invogliarci a largare

novamente le vele

umide ancor di tempesta?

Che ascondi nella tua vesta?

Noi abbiamo un canto novello

perché tu l'oda, questo grande

Inno che edificar ci piacque

a simiglianza d'un tempio

quadrato cui demmo per ogni

lato cento argute colonne

tutto aperto ai vènti salmastri.

Ai raggi del sole e degli astri

notturni l'artefice insonne

operò con puro fervore,

quasi fosse questa l'estrema

opera di sé morituro,

il monumento al suo spirto

liberato e liberatore.

Ei le materie sonore

con ìmpari numero, oscuro

e inimitabile, vinse.

Le sette Pleiadi ardenti

e le tre Càriti leni,

le stelle dell'Orsa e le Parche,

in rapido giro costrinse.

Tre volte sette: la strofe

qual triplicata sampogna

di canne ineguali risuona

con l'arte di Pan meriggiante.

Io tagliai le canne lungh'essi

i fiumi, sovr'esse le fonti

frigide, nel loto febbroso

delle paludi, sul ciglio

dei botri, nelle ruine

delle città venerande.

Per giugnerle insieme, la cera

separai dal nettare flavo

con la mia bocca ingorda

ma non sì che non rimanesse

nella masticata sostanza

l'odor del cefisio narcisso.

Trassi il refe da una sagena

logora per lungo esplorare

i fondi pescosi, ancor lorda

di scaglie, pregna di salso,

esperta del tacito abisso.

Il Dèmone dai mille nomi,

il vagabondo Orgiaste,

il Dio circolare, il Maestro

delle visioni, l'Amico

dei suoni, Colui che conduce

la melodìa del Tutto,

m'insegnò quest'arte nascosta.

Ebbi acuto l'orecchio

al rombo del ponto remoto,

allo sciame lene strepente,

al vado pulsare del sangue,

ai movimenti segreti

dell'anima vigile, a ogni

dimanda, a ogni risposta.

Il suono si fece acque foglie

glebe rupi nuvole marmi,

scroscio di doglienza, sorriso

di pace, grido di brama,

combattimento ordinato,

danza revoluta, solenne

coro, sicìnnide incomposta.

Ah, che mai sanno gli schiavi

faticosi intenti a mestare

con lor mestole ed assi

ne' vecchi truoghi di pietra

consunta lor polte ed imbratti,

come i ciechi servi di Scizia

posti in buon ordine ai vasi

della mungitura, or che sanno

eglino della potenza

e dello splendore dei suoni?

O parole, mitica forza

della stirpe fertile in opre

e acerrima in armi, per entro

alle fortune degli evi

fermata in sillabe eterne;

parole, corrotte da labbra

pestilenti d'ulceri tetre,

ammollite dalla balbuzie

senile, o italici segni,

rivendicarvi io seppi

nella vostra vergine gloria!

Io vi trassi con mano

casta e robusta dal gorgo

della prima origine, fresche

come le corolle del mare

contràttili che il novo lume

indicibilmente colora.

Io vi disposi nei modi

dell'arte così che la vita

vostra rivelò le segrete

radici, le innùmere fibre

che legano tutta la stirpe

alla Natura sonora.

Io feci apparire tra l'una

e l'altra sillaba i mille

vólti del Passato tremendi

come sembianze di morti

che un'anima sùbita inondi.

Io dal vostro cozzo faville

sprigionai, baleni d'amore

che illuminarono l'ombra

del Futuro pregna di mondi.

Splendete e sonate, o parole,

in questo Inno che è il vasto

preludio del mio novo canto.

Converse io v'ho novamente

in sostanza umana, in viva

polpa, in carne della mia carne,

in vene di sangue e di pianto.

Splendete come l'aurora

su l'alpe nutrice di fiumi,

onde scese al suo messaggero

Euretria la Decima Musa.

Risonate come le trombe

del vento che avea seppellito

laggiù nelle sabbie di fuoco

l'ancìpite Sfinge camusa.

Ma, prima che l'ora sia chiusa,

io voglio al Maestro sublime

alzare il saluto figliale;

poi, colcato sopra la terra

munifica, gli ultimi vóti

volgere alla Madre immortale.

XX.

Enotrio, in memoria dell'ora

santa che versò d'improvviso

il fuoco pugnace de' tuoi

spirti su la mia puerizia

imbelle, alle tue prime cune

io peregrinai santamente.

E purificai le mie mani

nelle acque alpestri che, irose

contra macigni superbi

più che marmi di simulacri,

schiumeggiano presso la casa

umile dove nascesti,

sorelle della corrente

Strophia dinanzi la porta

del re d'inni Pindaro in Tebe.

Duro è il Teumesso, e il suo sprone

è come ginocchio proteso

d'oplìte in resistere all'urto.

Ma il tuo Monte Gàbberi è duro

più del Teumesso, o mio padre;

è come un elmetto d'eroe.

Ha forma d'aulòpide, cara

a Pallade e a Pericle, il monte,

con la visiera e il nasale.

E l'aspra virtude apuana

sembra guatar per i fóri

le navi sul mar di Liguria

e noverare le forze

dell'arsenà che travaglia

il patrio ferro dell'Elba

dietro il promontorio lunense.

Certo nell'infanzia selvaggia

ei t'apprese il crudo cipiglio

onde tu guatasti i Bonturi

e i Fucci e i ladruncoli immondi

e l'altra genìa per le terre

che il vicin tuo grande esulato

stampò di suoi fiammei vestigi.

Ma l'alpe di Mommio ha una vesta

di glauco pallore, e la Culla

sta con Montéggioli bianca

sopra un dolce golfo d'ulivi.

Sicché nel cor mi sovvenne

della sacra Fòcide, e il Plisto

nel lapidoso Motrone

riveder mi parve, e spirare

sentii per le alture e le valli

il soffio dell'Ellade, il nume

di Pan nei vocali canneti

presente, che ancóra conduce

pe' tempi il Ritorno eternale.

Sostai nella selva palladia

attonito, e il ciel tra le frondi

era come il vergine sguardo

dell'occhicèrula Atena.

E quivi sedetti su l'erba

a meditare, o Maestro,

il fato del tuo nascimento.

E tu eri meco placato

nella tua divina vecchiezza;

e la santità degli ulivi

ti coronava d'immensa

corona la fronte sublime:

E io dissi: «Padre, il tuo grande

aspetto è come la terra

natale, tra l'Alpe di Luni

ove il Buonarroto ancor rugge

e il Tirreno Mar navigato

dalle prue dei Mille in eterno.

Prometèa materia è quest'alpe,

insonne altitudine alata,

carne delle statue chiare,

forza delle colonne, gloria

dei templi, inno senza favella,

sculta rupe che s'infutura.

L'aquila batte le penne

sul vertice aguzzo, il torrente

precipita al piè con fragore.

Da tutte le vene profonde

una volontà di bellezza

eroica s'agita e soffre

per sorgere in luce di forme.

O padre, qui son le tue cune

che Michelangelo seppe.

Degna è quest'alpe che gli occhi

tuoi di fanciul torvo guardata

l'abbiano quando la dolce

tua madre era ignara del tanto

peso ch'ella avea sostenuto

e non ascoltava il torrente

sonoro annunciar le tue sorti,

onde l'umil casa ancor trema.

Degna è che tu la contempli

nella tua sera solenne,

o eroe che tanto pugnasti

e tanta sementa spargesti

nei campi di guerra fenduti

dall'unco tuo vomere fatto

con l'acciaio delle me scuri.

Se un luogo v'è dove tu possa

grandemente spandere il fiato

del tuo coraggio ancor caldo

dalla titanica impresa,

ben questo è, che un dio formò quando

tutti gli iddii erano ellèni.

Qui forse tagliasti la prima

canna pel sufolo vano

e v'apristi i sette suoi fóri,

tu che sai perché Pan facesse

obliqui i calami eterni

e diritti Pallade Atena.

Or, se tu spiri il tuo vasto

soffio nella bùccina forte

che tra l'ignavia dei servi

chiamò i guerrieri festanti

alla suprema tua giostra,

da tutti gli echi dei monti

che il castigatore grifagno

vide fiammeggiare nel cielo

dell'ire sue conflagrato

vermigli come se di foco

usciti fossero e fece

d'essi le meschite infernali

da tutti gli echi dei monti

sola ti sarà ripercossa

voce di vittoria e di gloria».

Questo dal cor m'ebbi fervore

nel puro silenzio dell'alpe.

E dal ferreo Gàbberi al Ronco

roseo di grecchia, dai boschi

di Mommio argentei di pace

ai rugginosi gironi

della Ceràgiola ardente,

il tuo spirto ovunque diffuso

era nell'etrusca Versilia;

e conveniva con Dante

in Val di Magra, con Guido

a Sarzana, con l'Ariosto

di là dalla Pania su l'aspra

Turrite, più lungi. E per tua

virtude risorsero quivi

gli antichi iddii della patria,

risorsero su le ruine

delle città disparite

i popoli spenti a cantare

le divine origini e i culti

degli avi e la forza dell'armi.

E come Erme, come Vergilio,

come il vicino tuo grande,

eri mediator fra due mondi.

Enotrio, ora e sempre laudato

sii tu fra gli uomini in terra,

perché veruna dell'alte

opere che tu operasti

eguaglia in altezza il tuo spirto,

presente ovunque un servaggio

si scuota, un'augusta memoria

risorga, una giusta potenza

si vendichi, un sogno lampeggi,

un desìo s'armi e combatta.

Enotrio, ora e sempre laudato

sii tu fra la gente latina,

perché tu superstite regio

del gentil sangue, tu vate

solare contra il nubiloso

barbarico ingombro esaltasti

le marmoree fronti degli Archi

di Trionfo sacre all'Azzurro.

Enotrio, ora e sempre laudato

sii tu fra l'italica gente,

e col lauro gianicolense

col cipresso del Palatino

col gattice d'Arno col salce

lombardo con le viole

liguri con le pestàne

rose con le sicule palme,

con tutte le nobili frondi

e con tutti i fiori soavi

dei campi espèrii ghirlande

di gloria ti sieno tessute

dalla giovinezza robusta,

perché tu solo, mentre in ogni

capo di strada era alzato

letto fornicario o pur banco

di baratto o pur falso altare

ad officii di vituperio,

tu sol ci serbasti nell'ampio

tuo petto il fuoco di Roma

per la terza vita d'Italia.

O padre, verrà quel gran giorno

che ci promise il tuo canto!

Ad ogni alba gli Archi dell'Urbe

sembrano vomire la notte

accidiosa che rempie

i loro vani come le bocche

delle cave maschere inerti

cui sospese il vecchio tragedo

per vóto a Diòniso muto.

Subitamente per entro

i loro vani sembra che parli

la magnificenza del giorno

geniale, con la concisa

forza delle inscritte parole

più fiera su i cuori virili

che getto di bronzo, più acre

che punta di stilo rovente.

E gli Archi, ecco, aspettano i nuovi

trionfi, perché tu cantasti:

«O Italia, o Roma! quel giorno

tonerà il cielo sul Fòro».

Tonerà il cielo sul Fòro

liberato d'ogni congerie

vile, d'ogni cenere e polve,

restituito per sempre

nella maestà de' suoi segni;

e dal fonte pio di Giuturna

scoppieranno le acque lustrali,

e da ogni luogo arido vene

di acque, e torrenti di vita

nelle solitudini prone

dell'Agro, nell'imperiale

deserto, da tutte le tombe;

e tutte le vèrtebre fosche

degli acquedotti saranno

Archi di Trionfo per mille

Volontà erette su carri;

e la croce del Galileo

di rosse chiome gittata

sarà nelle oscure favisse

del Campidoglio, e finito

nel mondo il suo regno per sempre.

E quella sua vergine madre,

vestita di cupa doglianza,

solcata di lacrime il vólto,

trafitta il cuore da spade

immote con l'else deserte,

si dissolverà come nube

innanzi alla Dea ritornante

dal florido mare onde nacque

pura come il fiore salino

portata dai zèfiri carchi

di pòlline e di melodìa

là dove l'antico suo figlio

approdò coi fati di Roma

e disse: «Qui è la patria».

Tonerà il cielo sul Fòro.

I grandi Pensieri e le grandi

Opere saran coronati,

deità novelle, nell'Urbe.

Ed anche tu, vate solare,

assunto sarai nel concilio

dei numi indìgeti, o Enotrio.

 

XXI.

Ecco, il mio carme si chiude.

Si placa l'ebrezza dei suoni,

come la sonora dei flutti

danza innumerabile quando

è senza bava di vento

il mare che lento s'imbianca

e per tutto è placida albàsia.

Ecco, venir veggo pel prato

dell'erba il selvaggio silenzio,

a me venire qual cauto

satiro su piede caprino

con occhi sì chiari che sembra

lùcergli tra i cigli tremore

qual di linfe tra colocasia.

Ei fece pur ieri il suo flauto

secondo la norma del dio

tegèo, ma del pollice soffre

per una scheggetta di canna

che vi s'infisse... Ah, mi manda

Teocrito questo silenzio!

O forse la ninfa parrasia?

È il solstizio d'oro su i campi

esperii, è il solstizio d'estate.

Si càstrino i bianchi vitelli.

Si tóndano i greggi lanuti.

Si mietano gli orzi e i legumi.

S'apparecchi l'aia e, conciata

con pula e con morchia, si rasi.

Non più pe' forami de' fiari

s'ode rimbombevole coro

ma a pena sottil mormorio,

segno che l'arnie son piene,

colme son di nettare biondo.

Noi le voteremo domani

all'alba, in mondissimi vasi.

Piedi due fa l'ombra dell'uomo

nell'ora sesta. Oh lunghezza

del dì per oprare e oziare!

Fa ventidue nella prima

ora e nell'undecima. Oh grandi

opere tra l'albe e i meriggi,

ozii tra i meriggi e gli occasi!

Natura, mia Madre immortale

che anche tu mi dài vita breve

e immensi disegni mi poni

nel cuore, tu nata la prima,

di te medesima nata,

a tutti comune ma sola

incomunicabile, m'odi.

Io sì grave di sapienza

e di esperienza, di gioia

e di dolore, di amore

e di odio, se in te mi distenda,

ritorno leggero ed ignaro,

mi sento pieghevole e verde

quasi arbusto privo di nodi.

Eccomi su l'erba supino,

col braccio sotto la testa,

col vólto nell'ombra, coi piedi

nel sole. Così mi riposo.

Un sangue infantile m'inonda.

Sento un fresco sonno venire.

Tu proteggi il sonno dei prodi.

Io vidi Zagrèo, che i Titani

co' vólti coperti d'argilla

entrati nell'antro segreto

sgozzarono e poi crudelmente

dilacerarono, io vidi

su l'erba il rinato Zagrèo

al soglio del bosco dormire.

Non vidi mai sonno più dolce

né più profondo, o Nutrice.

La sua barba d'oro era fatta

d'ali d'uno sciame splendente

che gli pendea dalla bocca

aperta qual d'arnie forame.

In miel converso era il patire!

Così, così dormir voglio

in te che mi dài signoria

a pacificar mia discordia,

o Persuasiva. Ancor novo

eccomi, ancóra immaturo

e pieno d'occulte potenze,

ancóra nel mio divenire.

Ciò che per me fu compiuto,

in verità, lieve cosa

parmi al paragone dell'opra

che dentro mi nasce e si nutre

del misterioso licore.

O mia Madre, in tutte le vene

accresci il mio sangue e l'affina!

E, s'io fossi in crudo supplizio

ed ogni aumento di sangue

mi fosse aumento di pena,

io ti griderei: «Madre, Madre,

moltiplica questo mio sangue

doglioso, perché più mi ferva

l'anima e mi sia più divina!».

Sano mi facesti nel ventre

della incorruttibile donna

che mi portò. Eccomi sano

su l'erba, con muscoli snelli

cuore saldo e fronte capace.

Più ragione v'è nel mio corpo

valido che in ogni dottrina.

Tu proteggi il sonno dei prodi.

Ecco, al favor tuo m'abbandono.

Odo il brulichìo del tuo lento

guaime, il tuo fulvo pineto

con gli aghi e le pine far vaghi

accordi, e sonar come sistri

il grande oro tuo frumentario.

Ma odo anche un rombo lontano

che dice: «Son qua, Ulissìde».

Madre, Madre, fa che più forte

e lieto io sia, quando la voce

del dèspota ch'io ben conosco,

che udii tante volte, la maschia

voce nel mio cor solitario

griderà: «Su, svegliati! È l'ora.

Sorgi. Assai dormisti. L'amico

divenuto sei della terra?

Odi il vento. Su! Sciogli! Allarga!

Riprendi il timone e la scotta;

ché necessario è navigare,

vivere non è necessario».

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