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Lettera di Lorenzo Valla a Poggio BraccioliniScrivi una lettera mandata da Lorenzo Valla ad un suo amico, per esempio Poggio Bracciolini, sulla falsità della donazione di Costantino.Roma, 25.X.1439 Lorenzo professore di eloquenza e segretario apostolico saluta il suo Poggio fiorentino Amico carissimo, mio Poggio Bracciolini,
spero che Iddio ti abbia preservato in buona salute.
Una
grande gioia mi spinge quest’oggi a sedere al mio tavolo e a raccontare al mio
degno amico quale trionfo stia coronando il nostro amato lavoro. Entrambi
viviamo della polvere antica di libri dimenticati tra gli angoli dei monasteri e
delle Università, tu la ricerchi, io la studio, e siamo molto felici quando
troviamo un’opera di Cicerone che credavamo perduta o quando portiamo a
termine lunghi studi su di essa. È la giusta ricompensa al nostro sudore, il
giusto merito alle nostre fatiche.
Per
giorni e giorni, mesi su mesi ho passato le notti rischiarato dalla debole luce
di una candela su un pezzo di carta vecchio di secoli, affaccendandomi per
trovare tra le righe un indizio che mi rivelasse quando un povero copista pose
la china dal calamaio su questa carta. Ciò che ho fra le mani è un documento
di primaria importanza, sul quale si è costruito un intero Stato, governato dal
ministro di Dio: avrai ormai ben compreso che si tratta dello Stato della Chiesa
e che il testo su cui ho tanto lavorato è quella donazione di Costantino di cui
spesso nei secoli scorsi si è parlato.
Ebbene,
proprio ora ho ultimato una nuova opera, cui intendo porre il titolo di De
falsa credita et ementita Constantini donatione, alla moda latina, per
sottolinearne l’autorevolezza e la serietà, anche per le implicazioni
politiche di cui poi ti dirò.
Volevo
che tu fossi il primo a sapere della mia scoperta, per altro interessantissima:
al contrario di quanti sono convinti che la donazione sia stata effettivamente
voluta dal grande imperatore Costantino nel IV secolo, io sostengo, e nella mia
opera ho avuto modo di dimostrarlo ampiamente, che ciò sia tutta una farsa, e
che in realtà risalga a un periodo ben posteriore.
Osservazioni
storiche e linguistiche mi inducono a ritenere che il testo sia stato redatto
intorno all’VIII secolo. Un altro mio collega, che chiamano Nicola
Cusano, è del mio stesso parere. Personalmente sono propenso a credere che già
in occasione dell’incoronazione di Carlo Magno a imperatore (che come ben sai
avvenne nell’800), l’opera circolasse nella curia pontificia. Non escludo
che sia il frutto dell’astuta politica di qualche signore, forse dello stesso
re Carlo, che abbia voluto ingraziarsi il favore della curia papale.
Ti
saranno peraltro ben chiare le implicazioni politiche che questa scoperta offre
ai nostri occhi. Nei secoli passati un documento del genere non ha fatto altro
che favorire i progetti teocratici di papi come Gregorio VII fino a Bonifacio
VIII, che hanno vouto trasformare la curia pontificia in un organismo politico,
perché il loro potere potesse estendersi dal dominio spirituale a quello
temporale. La mia scoperta non fa che confermare le mie posizioni: sono del
tutto d’accordo con il nostro Dante, che vuole una netta separazione tra il
potere del papa e quello dell’imperatore; ai papi è consegnato di
amministrare la religione e le cose spirituali: che lascino a chi è di loro
dovere, ai re, il governo di uno Stato! Dio ha voluto punire la Chiesa per aver
tentato di assumere un potere temporale che non spetta a lei; Dio vuole che la
Chiesa sia al di sopra di queste cose.
Affermando
che la Chiesa abbia costruito il suo potere su di un atto falso e inesistente,
desterò forse non poche rimostranze: temo che la Chiesa possa rivolgersi contro
di me, temo che mi possa accusare di attaccarne le fondamenta, temo che possa
arrivare alla scomunica. Io sono cristiano e sono segretario apostolico: non
voglio compromettere la mia situazione, né macchiare il mio nome. Ecco vedi: un
momento fa ero felice della mia scoperta, e già ora ho paura di essermi spinto
tanto in là. Quanto doloroso e ingrato può essere il nostro lavoro.
Ti
chiedo di leggere questo mio saggio prima che lo renda pubblico: l’opinione di
un amico è sempre confortante e sono convinto che tu mi possa rimettere di buon
umore.
Quando
vorrai, ti aspetterò così, fiducioso nel tuo buon cuore, parleremo insieme di
ciò che ti ho chiesto. Addio e voglimi bene, ché l’affetto è ricambiato. Lorenzo Valla Roma, 25 ottobre 1439
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