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Sul

liberalismo

Alcuni fondamentali chiarimenti

di Friederich A. von Hayek

by Roberto Persico


 

Introduzione

 

Il liberalismo britannico: andando alle radici del movimento liberale, Hayek individua due sue diverse origini, che ammonisce a tenere ben distintamente separate.

Di che si tratta? C’è una prima versione del liberalismo, assai più antica del suo stesso nome, che «affonda le sue origini nell’antichità classica e assume la sua forma moderna durante la seconda metà del Seicento e nel secolo successivo, come insieme dei princìpi politici dei whigs inglesi, fornendo il modello di istituzioni politiche cui, per lo più, si conformò il liberalismo europeo ottocentesco.

Fu infatti quella libertà individuale, che un “governo soggetto alla legge” aveva assicurato ai cittadini della Gran Bretagna, a ispirare il movimento per la libertà nei Paesi del continente, dove l’assolutismo aveva in massima parte distrutto le libertà medievali che, al contrario, si erano ampiamente conservate in Inghilterra. Sul continente, tuttavia, quelle istituzioni furono interpretate alla luce di una tradizione filosofica estremamente diversa dalle concezioni evoluzionistiche predominanti in Inghilterra, ossia alla luce di un orientamento razionalistico o costruttivistico che esigeva una intenzionale riedificazione dell’intera società, secondo i princìpi della ragione. Questo approccio aveva le sue origini nella filosofia razionalistica elaborata soprattutto da Descartes (ma anche da Hobbes in Inghilterra), e raggiunge il massimo della sua influenza nel Settecento, attraverso l’opera dei filosofi dell’Illuminismo francese».[1]

Le ragioni dell’insistenza con cui Hayek separa il liberalismo britannico da quello continentale sono di facile comprensione. Il primo rinuncia alla pretesa di edificare l’ordine sociale in base a un piano intenzionale, formulato e realizzato da un ceto politico portatore di un sapere “privilegiato” e perciò posto nella posizione di variabile indipendente. Il che è una diretta conseguenza della consapevolezza che la dispersione sociale della conoscenza rende velleitario e catastrofico affidare la società a una “mente sovrana , presunta onnisciente. Come già osservava Adam Smith, nessun singolo uomo, né alcun “Consiglio” o “Senato” può dirsi depositano dell’intera conoscenza sociale o di una conoscenza privilegiata o superiore . Abbiamo tutti bisogno del sapere altrui. Il processo sociale non può quindi essere “diretto” da un individuo, né da una ristretta cerchia di individui. Conferire una simile autorità «in nessun luogo potrebbe essere più pericoloso che nelle mani di un uomo tanto folle da ritenersi capace di esercitarla».[2]

Il liberalismo di tipo britannico nega quindi che il grande Legislatore o Pianificatore possa essere in grado di dare risposta alla questione dell’ordine sociale. E tuttavia: come risolvere il problema? Merito dei moralisti scozzesi (Hume, Smith, Ferguson, Millar), oltre che di Mandeville, è quello di essere giunti alla “scoperta della società”. Essi si sono cioè resi conto che l’uomo è un essere che può ridurre al minimo il bisogno della politica: perché può trovare soluzioni autonomamente concordate. Ossia: gli “scambi” posti in essere dagli attori sociali hanno, oltre che un contenuto economico, un contenuto normativo derivante dalla “composizione” delle rispettive preferenze. Dall’intersecarsi continuo degli scambi sociali, che sono atti di cooperazione, nascono così costellazioni di norme (la struttura istituzionale di una società), che mutano al mutare dei punti di mediazione dei tanti progetti individuali che si confrontano. Esse non sono il parto illuminato di una “mente sovrana”, ma quel che gli attori sociali producono in uno con il perseguimento delle loro finalità personali.

È così che il liberalismo britannico demolisce il mito del grande Legislatore o Pianificatore; e mostra come l’ordine sociale possa formarsi contestualmente alla realizzazione dei progetti individuali, in modo inintenzionale.

 

Gli errori dei costruttivisti e dei conservatori. In tutt’altra direzione va l’ispirazione razionalistica del liberalismo continentale. La presunzione di poter coscientemente determinare l’ordine sociale si nutre del mito del grande Legislatore; e apre le porte all’idea collettivistica che la società debba essere organizzata attraverso un piano unico di produzione e distribuzione. È il suicidio del liberalismo.

Non meraviglia allora l’insistenza con cui Hayek ha demarcato il confine che separa il liberalismo di tipo britannico da ogni forma di costruttivismo razionalistico.

Hayek sa perfettamente che la libertà è l’esigenza imposta dalla nostra ignoranza. Non a caso afferma: «Se esistessero uomini onniscienti, se potessimo sapere non solo tutto quanto tocca la soddisfazione dei nostri desideri di adesso, ma pure i bisogni e le aspirazioni future, resterebbe ben poco da dire a favore della libertà».[3] Perché? È lo stesso Hayek a darci la risposta: «La libertà è essenziale per far posto all’imprevedibile e all’impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come abbiamo imparato, da essa nascono le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, e in particolare raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando lo vedremo».[4] (...)

Chi crede nell’arricchimento culturale e sociale, determinato dall’esercizio della libertà, non può consentire che la società subisca il primato della politica. Se non che, il “costruttivista” ha bisogno di tale primato per riedificare l’ordine sociale; il conservatore per evitare che l’autorità venga indebolita. (...)

Costruttivisti e conservatori si pongono perciò una domanda ben diversa da quella che si rivolge il liberale. Quelli si chiedono: «Chi deve comandare?». Non è però questa la giusta domanda: perché a tale interrogativo ogni singolo uomo può rispondere con una sua preferenza: il tecnico, il santo, i ricchi, i filosofi, questa o quella razza, questa o quella classe. Ma nessuna di queste risposte risolve il problema di come limitare il potere dei governanti. Ecco la ragione per cui il liberale si chiede: «Come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?».[5]

 

La forza della Grande Società - Si fuoriesce in tal modo da un orizzonte elementare e ristretto. Non c’è più la necessità tribale che a governare sia uno dei “nostri”, che ciascuno della “nostra” parte presenta, anche a se stesso e spesso ingannevolmente, come giusto, buono, santo, nobile. Scriveva Mandeville: «Infelice è il popolo, e sempre precaria la sua Costituzione, il cui benessere deve dipendere dalle virtù e dalle coscienze di ministri e politici»[6]. E Hayek afferma: il nostro «principale interesse [...j non riguarda ciò che l’uomo può occasionalmente fare quando è al meglio, ma consiste nel ridurre al minimo le opportunità di fare danno quando egli è al peggio».[7]

Ossia: ciò che come cittadini realmente ci tutela sono i limiti posti alle possibilità d’intervento del potere politico. È così che si entra nel continente della Grande Società, dove «vivere e lavorare con successo con gli altri richiede più che la semplice fedeltà ai propri fini concreti. Richiede un impegno morale verso un tipo di ordine in cui, anche sui problemi che per uno sono fondamentali, è permesso agli altri di perseguire fini diversi».[8] E questo il territorio della “società aperta”, un territorio in cui non c’è una gerarchia “unitaria” di fini imposta dalla mente sovrana del Legislatore o del Tiranno, ma c’è la continua e pacifica ricerca di accordi sui mezzi; questi ultimi utilizzati per finalità che il cedente non conosce e che, ove le conoscesse, potrebbe anche disapprovare. Scrive lucidamente Hayek: «il fatto che si collabori alla realizzazione degli scopi degli altri, senza condividerli o senza neppure esserne a conoscenza, solamente per poter raggiungere i propri fini, è alla base della forza della Grande Società»: perché «fino a quando la collaborazione presuppone scopi [obbligatori] comuni, coloro che hanno fini diversi saranno necessariamente nemici in lotta fra loro per gli stessi mezzi».[9]

Ciò significa che il “bene comune” non è “un particolare stato di cose”; consiste invece «in un ordine astratto [che lascia] indeterminato il grado in cui i molteplici bisogni particolari saranno soddisfatti».[10] Ossia: il “bene comune” è un sistema di regole che, nel lungo periodo, incrementa «quanto più possibile le opportunità di ognuno».[11] . Ne deriva che la Grande Società è. chiusa solo agli intolleranti, ma è “aperta” al confronto fra valori diversi e fra diverse visioni filosofiche e religiose del mondo, alla competizione fra differenti proposte per la soluzione dei problemi, alla maggiore quantità di critica.

 

Lorenzo Infantino, Prefazione, a F.A. von Hayek, Perché

non sono un conservatore, Ideazione, Roma 1997, pp. 8-17

 


 

Breve antologia

 

Le  Diverse  Accezioni  di Liberalismo

 

Il termine liberalismo è usato oggi in una varietà di significati che ben poco hanno in comune oltre il fatto di designare un’apertura verso idee nuove, comprese alcune in diretta antitesi a quelle che, nell’Ottocento e agli inizi del nostro secolo, venivano indicate con tale parola. In questa sede si prenderà in esame solo quella vasta corrente di ideali politici che in quel periodo agì - sotto il nome di liberalismo - come una delle più influenti forze intellettuali che guidavano lo svolgersi degli avvenimenti nell’Europa occidentale e centrale. Questo movimento ha però due diverse origini, e le due tradizioni che da esse derivano, pur combinate insieme in varia misura, sono coesistite unicamente in rapporti di convivenza assai difficili, e debbono perciò essere tenute chiaramente distinte se si vuole intendere lo sviluppo del movimento liberale.

La prima tradizione, assai più antica del termine liberalismo, affonda le sue origini nell’antichità classica e assunse la sua forma moderna durante la seconda metà del Seicento e nel secolo successivo, come insieme dei princìpi politici dei whigs inglesi, fornendo il modello di istituzioni politiche cui, per lo più, si conformò il liberalismo europeo ottocentesco. Fu infatti quella libertà individuale, che un «governo soggetto alla legge» aveva assicurato ai cittadini della Gran Bretagna, a ispirare il movimento per la libertà nei paesi del continente, dove l’assolutismo aveva in massima parte distrutto le libertà medioevali che, al contrario, si erano ampiamente conservate in Inghilterra. Sul continente, tuttavia, quelle istituzioni furono interpretate alla luce di una tradizione filosofica estremamente diversa dalle concezioni evoluzionistiche predominanti in Inghilterra, ossia alla luce di un orientamento razionalistico o costruttivistico che esigeva una intenzionale ricostruzione dell’intera società secondo i principi della ragione. Questo approccio aveva le sue origini nella filosofia razionalistica elaborata soprattutto da Descartes (ma anche da Hobbes in Inghilterra), e raggiunse il massimo della sua influenza nel Settecento, attraverso l’opera dei filosofi dell’Illuminismo francese. Voltaire e Rousseau furono le due figure più autorevoli del movimento intellettuale che culminò nella Rivoluzione francese e da cui trasse origine il liberalismo continentale di tipo costruttivistico. Il nucleo di tale movimento non era costituito, come nella tradizione inglese, da una dottrina politica precisamente definita, bensì da un atteggiamento mentale generale, dalla rivendicazione dell’emancipazione da ogni pregiudizio e da ogni credenza che non potesse essere giustificata razionalmente, nonché dalla liberazione dall’autorità «dei preti e dei re». La sua formulazione migliore rimane probabilmente quella di Spinoza, secondo cui «è un uomo libero colui che vive conformemente ai soli dettami della ragione».

Questi due filoni di pensiero (che costituirono gli elementi principali di quello che nell’Ottocento fu poi chiamato liberalismo) convergevano su alcuni postulati essenziali - quali la libertà di pensiero, di parola e di stampa - in misura sufficiente per dar vita a un’opposizione comune contro le concezioni conservatrici e autoritarie, e di conseguenza per apparire come parti di un unico movimento. La maggioranza dei suoi fautori professava inoltre una qualche credenza nella libertà di azione dell’individuo e in una qualche sorta di eguaglianza di tutti gli uomini. Un’analisi più attenta mostra tuttavia come l’accordo fosse in parte meramente verbale, giacché i termini chiave - “libertà” ed “eguaglianza” - venivano impiegati in eccezioni alquanto differenti. Infatti, per la più antica tradizione inglese, il valore supremo era costituito dalla libertà individuale, intesa come protezione mediante la legge contro ogni forma di coercizione arbitraria, mentre nella tradizione continentale veniva attribuito il massimo rilievo alla rivendicazione del diritto per ciascun gruppo di autodeterminare la propria forma di governo. Ciò condusse assai presto ad associare - e quasi identificare - il movimento liberale continentale con il movimento per la democrazia, che affrontava un problema diverso da quello che era stato centrale nella tradizione liberale di tipo inglese. (...)

 

F.A. von Hayek, Liberalismo, Ideazione, Roma 1996, pp. 33-36

 

 

Le  Radici  Classiche e  Medievali

 

(...) I primi teorici dell’età moderna poterono anche attingere a una tradizione di libertà nella legge che si era conservata attraverso il Medioevo, estinguendosi - sul continente - soltanto all’inizio dell’epoca moderna con l’ascesa della monarchia assoluta. Secondo le parole di uno storico contemporaneo, R.W. Southern, «la repugnanza per ciò che era governato non dalla norma, ma dall’arbitrio, aveva radici profondissime nel Medioevo, e mai questa repugnanza fu una forza possente e concreta come nella seconda parte di quest’epoca. [...] La legge non era il nemico della libertà: al contrario, la fisionomia della libertà era modellata dalla stupefacente multiformità del diritto sviluppatosi in quei secoli. [...] Umili e potenti perseguivano la libertà puntando sui moltiplicarsi delle norme che regolavano la loro vita». Tale concezione aveva un saldo fondamento nella credenza in una legge esistente al di fuori e al di sopra dei governi: idea che sul continente era concepita come legge di natura, e che in Inghilterra era presente come common law, ossia non come prodotto di un legislatore, bensì quale risultato della continua ricerca di una giustizia impersonale. Sul continente l’elaborazione formale di queste idee fu portata avanti soprattutto dalla Scolastica, la quale, muovendo da fondamenta aristoteliche, ricevette la sua prima grande sistematizzazione ad opera di Tommaso d’Aquino. Alla fine del Cinquecento, alcuni filosofi gesuiti spagnoli svilupparono un sistema politico sostanzialmente liberale, in particolare per quanto riguarda l’ambito economico, che anticipava molto di ciò che avrebbe preso forma concreta soltanto con i filosofi scozzesi del Settecento.

 

Ibidem, p. 41-42

 

 

 


 

Liberalismo e  Democrazia

 

Con la sua insistenza sul principio di una legge eguale per tutti e la conseguente opposizione a ogni forma di privilegio legalmente riconosciuto, il liberalismo si venne a trovare in stretta connessione con il movimento per la democrazia. E, in effetti, nelle lotte ottocentesche per ottenere governi costituzionali, il movimento liberale e quello democratico furono spesso indistinguibili. Ma, col passar del tempo, divennero sempre più evidenti le conseguenze del fatto che le due dottrine erano legate - in ultima istanza - a problematiche differenti. Il liberalismo è interessato alle funzioni del governo e, in particolare, alla limidei suoi poteri. Per la democrazia il problema centrale è invece quello di chi debba dirigere il governo. Il liberalismo esige che ogni potere - e quindi anche quello della maggioranza - sia sottoposto a limiti. La democrazia giunge invece a considerare l’opinione della maggjoranza come il solo limite ai poteri governativi. (...)

Il liberalismo è dunque incompatibile con una democrazia illimitata, proprio come è incompatibile con ogni altra forma di governo a carattere assoluto. La limitazione dei poteri, anche di quelli dei rappresentanti della maggioranza, è infatti presupposta sia dai princìpi sanciti in una Costituzione oppure approvati dal consenso generale, sia da una legislazione realmente autolimitativa.

 

Ibidem, p. 85-87

 

Il peggiore dei mali è il governo illimitato, e nessuno possiede le qualifiche per disporre di un potere illimitato. I poteri della democrazia moderna sarebbero ancora più intollerabili nelle mani di una piccola élite. Per generale ammissione, solo quando esso passò nelle mani della maggioranza si ritenne inutile un'ulteriore limitazione del potere dello stato. In questo senso, democrazia e governo illimitato sono simili. Ma discutibile non è la democrazia; discutibile è il governo illimitato. E non vedo perché non si possa imparare a limitare il campo d'azione del governo della maggioranza quanto quello di qualsiasi altro tipo di governo. In ogni modo, i vantaggi della democrazia come metodo di mutamento pacifico e di educazione politica rispetto a ogni altro sistema si sono dimostrati tanto grandi che non posso simpatizzare con la tendenza antidemocratica del conservatorismo. Il problema essenziale non mi pare sia chi governa, ma cosa il governo è autorizzato a fare.

 

F.A. von Hayek, Perché non sono un conservatore, cit., pp. 39-40

 


 

Un esempio

 

L’Europa è quel continente in cui: una banana non è una banana se non misura almeno 15 centimetri; un fagiolo non è un fagiolo se ha un diametro inferiore a un centimetro; gli asini sul bagnasciuga devono portare il pannolone; le carote crescono sugli alberi come la frutta; sono messi al bando i cetrioli ricurvi; sono messe al bando le patatine aromatizzate ai gamberetti; i cacciatori, prima di ammazzare un tordo, devono chiedere il permesso al veterinario e le fragole svedesi non sono fragole, però da esse si può ricavare la marmellata di fragole.

Ditemi voi se c’è da essere entusiasti a finire assorbiti da un simile continente: il manicomio di Collegno, nella sua lunga e onorata carriera, non è riuscito a fornire tante stravaganze quante ha saputo produrne la normativa comunitaria in pochi anni di svogliato lavoro. Sono terrorizzato dall’idea che gli uffici continentali comincino a lavorare a pieno ritmo. E non oso spingere la fantasia nei terreni proibiti di ciò che saranno capaci di decretare, una volta lasciati a briglia sciolta. Che cosa decideranno ancora questi principi del foro a proposito del fagiolo, dei cetrioli ricurvi e delle megabanane? Che i piselli si potranno vendere solo ripieni? Costringeranno i dobermann a usare il dentifricio prima di azzannare umani glutei? Porranno limiti all’uso calcistico del pesce palla? Stabiliranno che una mela è un melograno, però solo a Forlimpopoli e comuni limitrofi? Mi arrendo: nonostante tutti gli sforzi non riesco a trovare nulla che superi in immaginazione la realtà europea, e perciò, sconfitto, me ne torno umilmente a essa. Fa più ridere, lo so. (...)

E se l’Europa fosse soltanto inadeguata? Il sospetto di averle affidato un compito e una responsabilità molto maggiori alle sue effettive capacità (che poi non sono e non saranno molto diverse dalle capacità degli attuali governi nazionali, ahinoi) viene naturale non appena si guarda la sua produzione normativa. Attualmente sono in vigore 22.445 regolamenti comunitari; 1675 direttive; 1198 accordi e protocolli; 185 raccomandazioni (della Commissione e del Consiglio); 211 risoluzioni; 678 comunicazioni. Per un totale di 26.932 provvedimenti. Scrive Giulio Tremonti: «Fabbricata secondo l’ideologia standardizzante tipica di burocrazie apolidi e irresponsabili, nella logica benevola dell’interventismo socialdemocratico o nell’interesse lobbistico delle grandi industrie del Nord, la legislazione europea è fonte non solo di progresso, ma anche di regresso: di incertezza del diritto e di moltiplicazione dei costi strumentali di adempimento».

L’ultima legislatura che ha terminato il suo mandato (1989-1994) ha presentato il seguente bilancio: 1700 risoluzioni approvate, 1560 pareri, 37.400 emendamenti esaminati, 22.500 emendamenti approvati, 16.000 documenti

 

L’Europa in cifre

Sono in vigore

Regolamenti comunitari                                  22.445
Direttive                                                          1675
Accordi e protocolli    1198
Raccomandazioni       185
Risoluzioni                                                         211
Comunicazioni                                                   678

Totale                                                         26.932

 

Fonte: Documentation Française, L‘insoutenable application de la loi,1995

 

esaminati in assemblea plenaria, 19.550 interrogazioni, 22.000 pagine di resoconto integrale dei dibattiti (per ognuna delle undici lingue) e 23.000 pagine di processo verbale delle sedute plenarie (per ognuna delle undici lingue). Dal gennaio alla metà di luglio 1997 l’assemblea di Strasburgo ha sfornato 341 provvedimenti, cioè quasi due al giorno, tenendo conto anche di sabati, domeniche, Santa Pasqua e Carnevale. Soprattutto Carnevale.

L’europarlamento ha approvato persino una raccomandazione per invitare i cittadini a non sciare quando non c’è neve. La Commissione ha posto un limite continentale al rumore dei tagliaerba da giardino. Sono state regolamentate le gite scolastiche degli studenti, le retine per capelli dei pescatori e le temperature cui deve essere venduto il latte. È una legislazione minuziosa, farraginosa, complicata, ingarbugliata, inconcludente, pretenziosa. Per ottenere un finanziamento riservato alla coltivazione del tabacco bisogna superare 159 passaggi diversi. Per stabilire la differenza tra whisky e cognac la Commissione ha discusso duramente per sei mesi; quando sono venuti fuori hanno annunciato: abbiamo classificato i superalcolici doc. Sembrava li avessero bevuti. (...)

Nel 1979 l’Unione europea ha veramente classificato la carota come un frutto perché era l’unico modo per consentire al Portogallo di continuare a produrre la sua marmellata da coniglietti. E se non è vero che è stato imposto il pannolone, agli asini sulla spiaggia è stata imposta almeno la continenza: se sporcano, gli stabilimenti non potranno più avere la bandiera blu. Ma c’era bisogno di fare una direttiva per sancire tale banalità? Un bando sulle patatine aromatizzate è stato veramente approvato, e veramente le fragole scandinave che abbiano un diametro superiore ai 22 millimetri non vengono considerate fragole, così come le banane e i fagioli non sono tali se non superano alcune misure standard. I cetrioli storti, infine, vengono messi all’indice perché metterebbero in difficoltà gli imballatori.

 

Mario Giordano, Silenzio, si ruba,

Mondadori, Milano 1997, pp. 5-11

 


 

Il palato ucciso dai cibi di Frankenstein

 

La salute sopra ogni cosa, vero, sacrosanto, figuriamoci se esiste una persona sana di mente che brami dalla voglia di mangiare male o mangiare per farsi del male. A nessuno verrebbe mai in mente di acquistare latte scaduto o vino al metanolo o sei ostriche marce. Sarebbe come comperare del veleno per suicidarsi.

Purtroppo però proprio la salute del cittadino viene tirata in ballo dalla grande industria, alimentare e distributiva passando per l’universo del transgenetico, per giustificare leggi e provvedimenti, generalmente targati Unione europea, che finiscono con l'uccidere gusto e palato, consegnando le nostre papille gustative a un mondo dominato dall’oblio gustativo, da un mortificante deserto di sapori. Quando spariranno gli originali, sarà il trionfo dei simil-gusti.

 

Morte alla tipicità

Chi innalza il vessillo della salute, e si scaglia contro le produzioni artigianali, nasconde intenti meramente economici

Per riuscire a imporre merci standardizzate, uguali ovunque, sorvola sul fatto che i grandi problemi degli ultimi anni, vedi mucca pazza e polli alla diossina, nulla hanno a che fare con secolari produzioni artigianali, gioielli di nicchia che rendono diverse tra loro la tavola di una valle portoghese da quella di una campagna olandese. Anzi, si aggrappano proprio al «disordine» che regna, per esempio, in un alpeggio per imporre provvedimenti di natura igienica che, senza fare distinzioni tra piccola, media e grande attività, hanno il chiaro fine di affondare il mini o micro-produttore o rivenditore.

C’è molta confusione in questa fase e questo è positivo, scuote le coscienze. Da una parte i problemi posti dal cosiddetto cibo di Frankenstein (la transgenetica applicata a mais, sola, pomodori, uva, patate, radicchio rosso, kiwi, riso, fragole, zucchine), dall’altra quello di una norma della comunità europea, la Haccp (Analisi del rischio e tenuta sotto controllo dei punti critici, in inglese Hazard analisys and critical control point), che, varata per scongiurare infezioni batteriche, mette fuori legge capolavori di nicchia come il lardo o alcuni formaggi come il pecorino di fossa tipico di Romagna e Marche o gli erborinati. A parte casi come quelli di cioccolato e pasta dove alcune nazioni premono per allentare le maglie produttive includendo nella «ricetta» materie prime di qualità e costi inferiori Al livello Frankenstein al 18 giugno erano 26 i prodotti trangenetici che avevano ottenuto l’autorizzazione alla sperimentazione da parte dell’Ue, 15 riguardano l’Italia (la prima del ‘92), una quota minima se pensiamo che le richieste erano 242 (446 la Francia, 177 la Gran Bretagna e 162 la Spagna).

 

Evitare i raffronti

La grande industria, trans o naturale che sia, per vincere ha bisogno di spazzare il campo dai prodotti tipici per scongiurare che le generazioni future possano raffrontare tra loro il cibo più vero, ricco e gustoso e i suoi succedanei incolori, insapori, inodori Se uno ha la fortuna di bere un cucchiaino di aceto balsamico tradizionale di Modena e subito dopo ne assaggia uno di un prodotto dozzinale, da seimila lire il litro, un centesimo rispetto al prezzo del tradizionale, non compera più il secondo. Tra i due corre la stessa differenza che passa tra la pelle di Claudia Koll e un foglio di carta vetrata. Naturalmente l’Haccp mette a repentaglio la sopravvivenza del tradizionale per i luoghi a rischio-batteri in cui viene cotto il mosto e poi riposte le botticelle per la fermentazione. Norme simili hanno di fatto cancellato la madre dell’aceto, senza tenere conto che la fermentazione è comunque una forma di sterilizzazione.

 

Lardo ai giovani

Slogan coniato da Gianni Mura, gastronauta principe di Repubblica, e poi fatto suo da Moana Pozzi, potrebbe diventare il motto dei produttori di Colonnata. In questo paesino delle Alpi Apuane sono nel mirino le vasche di marmo in cui da secoli viene messo a stagionare il lardo, minimo sei mesi, massimo 24. Un solo produttore ha saputo strutturare la sua attività secondo tutti i crismi di legge ma resta il problema del rifiuto delle vasche in acciaio. Tra i vari problemi, comuni a chi produce formaggi di malga, quello di piastrellare gli ambienti di lavoro, dotarli di servizi igienici da palestra metropolitana e via di imposizione in imposizione.

E ancora il problema del miele che  non sempre viene prodotto dalle api. Contrariamente a quanto uno è portato a credere, sul miele a livello UE legifera la commissione Industria (e non quella dell’Agricoltura). Questo permette a ditte extra-europee di offrire alle grandi case del Vecchio continente zuccheri speciali liquidi o cristallizzati da impiegare come surrogati del miele nella misura del 50/50. Naturalmente chi lo produce garantisce che ai controlli nessuno si accorge della furbata.

 

Pura colla cotta

Un italiano non ha dubbi: la pasta, per essere tale, o è di semola di grano duro o non è pasta, pura colla. Purtroppo l’Ue impone ai Paesi membri di aprire le loro frontiere anche alle merci non in linea con le normative nazionali se queste arrivano da un altro Paese membro. Gli spaghetti del Nord Europa sono fatti con la più economica semola di grano tenero, costa due lire meno, non tiene la cottura ma rispetta la legge. Evviva, Brutta fine anche per il pane (non si può più macinare in proprio come facevano i nostri nonni) e per le uova. L’Haccp punta l’indice sulle uova crude, peggio se fresche di gallina ruspante. Pastorizzare, please. Vietate per esemquest’estate dalle autorità sanitarie di Ferrara, provvedimenti che uccidono carbonare e maionesi. Fatte al momento, ovvio, non quelle surgelate o in barattolo. Non si scherza nemmeno con il cioccolato. Per l’Ue è cioccolato anche quando contiene fino al 5% di più economici grassi vegetali (olio di palma o di cocco). L’Italia si oppone ma limitare la presenza di burro di cacao (costa fino al doppio) è legge europea. Il problema poi è di chiarezza: non è ancora previsto l’obbligo di precisare in etichetta la presenza di non-cacao, anzi fino alla soglia del 5% resta sempre cacao. Come se a un oste (della malora) fosse lecito annacquare il vino. Com’è falsa la tavola europea.

 

Paolo Marchi, Il Giornale, 1/9/1999

 


 

[1]F.A. von Hayek, Liberalismo, Ideazione, Roma 1996, p.33

[2]Adam Smith, La ricchezza delle nazioni, Utet, Torino 1975, p.584

[3]F.A. von Hayek, La società libera, SEAM, Roma 1998, p.60

[4]ibidem

[5]Karl Popper, La società libera e i suoi nemici, Armando, Roma 1996, p. 156

[6]B. de Mandeville, La favola delle api, Laterza, Roma-Bari 1987, p. 127

[7]F.A. von Hayek, Individualism and economic order, Routledge & Kegan Paul, London 1949, p. 11

[8]F.A. von Hayek, Perché non sono conservatore, Ideazione, Roma 1997,  p. 37

[9]F.A. von Hayek, Legge, legislazione, libertà, Il Saggiatore, Milano 1986, p. 317

[10]Op. cit., p. 323

[11]Ibidem

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