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Seneca

Note sull’autore

Lucio Anneo Seneca, nacque a Cordoba, in una ricca famiglia provinciale di rango equestre. Ancora giovane si trasferì a Roma, dove si dedicò allo studio di filosofia e retorica. Seneca aspirava a condurre una vita contemplativa, dedita allo studio e alla riflessione, tuttavia abbandonò tale proposito per assecondare i desideri del padre, Lucio Anneo Seneca detto il Retore, che lo spingeva ad intraprendere la carriera politica. Vennero subito riconosciute ed apprezzate le sue doti oratorie, che avrebbero potuto assicurargli una brillante carriera politica, se non avesse avuto dei rapporti così difficili con gli imperatori romani. Caligola gli fu talmente ostile de progettare di farlo uccidere. Claudio, nel 41, istigato dalla moglie Messalina, lo accusò di adulterio con Giulia Lavilla, e lo condannò all’esilio in Corsica, dove rimase fino al 49, quando, per intercessione della nuova moglie di Claudio, Agrippina, venne richiamato a Roma.

Avendo ormai più di cinquant’anni, Seneca non intendeva riprendere l’attività politica, tuttavia dovette accettare l’incarico di precettore di Nerone, figlio che Agrippina aveva ottenuto dal suo primo matrimonio e che Claudio aveva adottato.

Nel 54, alla morte di Claudio, Nerone divenne imperatore, e Seneca si trovò ad essere consigliere imperiale di un sovrano molto giovane ( non ancora diciottenne): di conseguenza si trovò ad avere nelle sue mani un potere imperiale.

In quegli anni Seneca aveva concepito la speranza, espressa nel De Clementia, di fare del giovane Nerone un sovrano esemplare: speranza che ben presto si rivelò un’illusione.

Nel 59 Nerone, in rotta con la madre Agrippina, la fece uccidere. Seneca continuò a seguire l’imperatore anche dopo il matricidio, ma la sua influenza su Nerone divenne sempre più debole, e quindi chiese di abbandonare l’incarico di consigliere, per dedicarsi completamente allo studio e alla riflessione.

Dal 62 al 65, anno in cui morì, Seneca realizzò quella vita contemplativa cui aspirava fin da giovane. Tuttavia non riuscì ad evitare l’ostilità dell’imperatore, che lo accusò di aver partecipato alla congiura ordita contro la sua persona. Seneca fu costretto a togliersi la vita, affrontando la morte con coraggio, come avevano fatto Socrate e molti altri grandi filosofi.

 

Epistulae morales ad Lucilium

L’epistolario di Seneca è sicuramente l’opera filosofica più importante del letterato, nella quale viene espressa nel modo più consapevole la sua visione della vita e dell’uomo. Si tratta di una raccolta di 124 lettere scritte tra il 62 ed il 65. Il destinatario è Lucilio Iuniore, amico di Seneca, cui dedicò anche le Naturales quaestiones e il dialogo De providenzia.

Le 124 epistole nell’insieme compongono un’appassionata riflessione di filosofia morale. Seneca si pone nei confronti dell’amico come un maestro: si presenta come un uomo che giunto ad un’età avanzata, consapevole di aver sprecato gran parte della propria vita in attività inutili, ormai padrone del suo tempo, si dedica alla riflessione filosofica e morale, e dunque cerca di aiutare l’amico a raggiungere quella sapienza che ammette egli stesso di non possedere ancora.

In realtà, il destinatario delle lettere non è solamente Lucilio, infatti Seneca si riferisce per lo più ai posteri. Questo non significa, però, che l’epistolario sia una raccolta di lettere fittizie, ovvero che Seneca scrisse senza mai spedire. Egli nelle epistole a Lucilio porta avanti un discorso che sembrava aver già iniziato in precedenza, facendo riferimento a fatti di vita quotidiana ripresi in funzione morale. Il tono è quello tipico del genere epistolare, ovvero colloquiale, familiare: Seneca scrive come se stesse realmente conversando con l’amico. Ciò che lega le diverse lettere tra di loro è l’intento di trattare gli argomenti con un’insistente spinta verso la filosofia morale, esortando Lucilio a compiere la sua stessa scelta di vita. Infatti ciò che più conta per Seneca è la scelta dell’otium, e nel corso del dialogo epistolare egli riesce a convincere l’amico ad abbandonare la carica di procuratore in Sicilia per dedicarsi esclusivamente allo studio. A questo si aggiunge la ricerca del vero bene che consiste nella virtù, che può essere coltivata solo attraverso una vita tranquilla e lontana dal volgo, circondati da una ristretta cerchia di amici, con i quali si può discutere di filosofia. Altri temi dominanti sono quelli del tempo e della morte. Seneca si libera della paura della morte, perché che ha raggiunto la virtù, è pronto a morire in qualunque momento, qualunque sia la sorte dell’uomo dopo la morte, inoltre la morte rappresenta qualcosa di positivo, perché libera l’uomo dalle sofferenze della vita.  Secondo Seneca alla visione quantitativa della vita è necessario sostituire una visione qualitativa.

 

Il valore del tempo  (Epistulae morales ad Lucilium, 1)

Temi principali:

Tempo: Seneca invita Lucilio a rivendicare il possesso di se stesso, ovvero ad impadronirsi del tempo che ha a disposizione, impiegandolo per studiare e riflettere, per ricercare la virtù, unico vero bene della vita, senza sprecarlo in attività inutili, come la politica. Seneca parla all’amico consapevole di aver sprecato gran parte della sua vita, e quindi esorta Lucilio a non commettere lo stesso errore. Egli spinge l’amico a non dipendere dal domani, dal futuro incerto, ma ad impadronirsi dell’oggi, a vivere il presente intensamente nella ricerca della virtù. Questo pensiero è molto simile al carpe diem oraziano: la differenza sta nel fatto che Orazio, epicureo, invitava a cogliere i piaceri del momento, mentre Seneca, stoico, esorta a perseguire istante per istante il dovere morale.

Morte: Lucio Seneca ha una visione complessa della morte, costituita di due aspetti diversi, uno tradizionale e uno originale. Come  molti suoi predecessori, Seneca considerava la morte qualcosa di positivo, in quanto liberazione dei mali di una tormentata esistenza.

L’originalità sta nell’idea che l’uomo, seppure non se ne renda conto, muore giorno per giorno: infatti anche se si è soliti considerare la morte come qualcosa di lontano, gran parte di questa è già stata vissuta perché tutto il tempo che è già trascorso appartiene alla morte.

 

Il tono dell’epistola 1, è decisamente colloquiale: lo dimostra la scelta dei vocaboli. Le prime parole, ita fac (fa così), sono espressione del linguaggio quotidiano e insinuano nel lettore l’idea che questa prima lettera sia il seguito di un discorso iniziato in precedenza. Inoltre nell’espressione mi Lucili, l’aggettivo possessivo mio sottolinea la profonda amicizia e l’affetto che esiste tra i due, evidenziando un tono personale, tipico del genere epistolare.

Risulta evidente l’ampio utilizzo di imperativi, questo mostra che il colloquio con Lucilio è basato sull’esortazione, il consiglio. Per quanto riguarda la sintassi, prevale la paratassi: le frasi sono brevi e si susseguono senza congiunzioni. Sono presenti nel testo delle metafore tratte dal linguaggio giuridico-finanziario (Omnes horas conplectere - Afferra e tieni stretta ogni ora; Mihi constat impensae – tengo i conti delle spese). La lettera si conclude con una massima proverbiale: Serva parsimonia in fundo est (è troppo tardi per risparmiare quando si è arrivati alla feccia).

 

Non conta quanto, ma come si vive  (Epistulae morales ad Lucilium, 93,1- 4)

Il tema principale dell’epistola è la morte. In questa lettera Seneca sembra quasi rimproverare l’amico. Lucilio e molto dispiaciuto a causa della morte del filosofo Metronatte, e quindi ne incolpa gli dei e il fato dicendo che avrebbe dovuto vivere più a lungo. A questo proposito Seneca esprime il suo pensiero riguardo alla morte: non è importante quanto tempo si vive, ma come viene vissuto il tempo che si ha a disposizione. Infatti se un uomo vive ottanta anni nell’inerzia, il tempo che ha vissuto è andato sprecato, ma se un altro che ha vissuto solo la metà del tempo, ma lo ha fatto nella virtù, questo è stato ben usato, e quindi è valso molto di più di ottanta anni sprecati.

 

Anche in questa lettera il tono è familiare, ma dalle parole di Seneca emerge una certa severità che non era presente nella prima epistola, evidente nel ritmo incalzante con cui Seneca spiega a Lucilio il suo parere riguardo alla morte, in certi punti sembra quasi rimproverare l’amico perché non condivide la sua visione della morte.  Risulta evidente l’ampio utilizzo di imperativi che mostrano che il colloquio con Lucilio è basato sull’esortazione, il consiglio. Per quanto riguarda la sintassi, prevale la paratassi: le frasi sono brevi e si susseguono senza congiunzioni. Sono presenti molte domande retoriche che Seneca rivolge all’amico anche se in realtà è lui stesso a rispondere.

 

Affetto di Seneca per la moglie Paolina  (Epistulae morales ad Lucilium, 104, 1 - 8)

I temi della lettera a Lucilio sono due:

Inutilità dei viaggi: Seneca spiega all’amico come molti uomini intraprendano dei viaggi lunghissimi con l’unico scopo di liberarsi dei propri affanni. In realtà Seneca è convinto che l’unico modo per trovare la pace sia liberarsi di se stessi, in sostanza cambiare modo di vivere. Non è possibile trovare la pace cambiando città o nazione, è necessario cambiare se stessi, dedicarsi alla filosofia, allo studio e alla riflessione: ricercare la virtù.

Suicidio: Seneca è favorevole al suicidio, infatti sarà lui stesso a togliersi la vita, quando verrà incolpato da Nerone di aver partecipato alla congiura contro di lui. Tuttavia da questa lettera emerge un aspetto originale: Seneca infatti spiega a Lucilio che non è lecito togliersi la vita finché qualcuno a noi caro, e che si preoccupa della nostra salute, è ancora vivo. Questo è proprio il suo caso: egli è infatti sposato con Paolina, e, seppure sia molto vecchio e di salute cagionevole, deve curare particolarmente la sua condizione fisica perché  facendo altrimenti arrecherebbe un dolore gravissimo alla giovane moglie.

 

Anche in questa lettera il tono è familiare, ma dalle parole di Seneca emerge un’inflessione più tenera e pacata, che evidenzia l’affetto che il vecchio Seneca nutre per la giovane e devota moglie Paolina. In questa epistola, a differenza delle altre, non troviamo imperativi, perché l’argomento è particolarmente personale e lo spazio dedicato alla trattazione filosofica è assai limitato.

 

De brevitate vitae

De Brevitate Vitae appartiene a una raccolta di opere di argomento filosofico, che ci è pervenuta sotto il titolo di Dialogi (non è sicuro che sia il titolo dato da Seneca). In realtà non si tratto di veri dialoghi, perché l’autore parla sempre in prima persona e l’unico interlocutore è il destinatario stesso, immaginando di avviare con lui un vero e proprio discorso.

Probabilmente quest’opera risale al 49, anno in cui Seneca venne richiamato a Roma per volere della seconda moglie di Claudio, ed è dedicata all’amico Paolino. Seneca, nell’opera sostiene che gli uomini fanno male a lamentarsi della brevità della vita, perché se se ne fa un buon uso, la vita è molto lunga.

 

Solo il passato ci appartiene  ( De Brevitate vitae, 10, 2-5)

Il tema di questo brano è il tempo. Seneca spiega che il tempo si divide in passato, presente e futuro. Di questi tre momenti, il presente è assai breve ed inafferrabile, il futuro è incerto, e il passato è sicuro, perché acquisizione definitiva e immutabile. Tuttavia solo gli uomini saggi si volgono al passato volentieri, perché sanno di aver vissuto bene, sottoponendo tutte le loro azioni alla censura della coscienza e della sapienza. Al  contrario, gli uomini “affaccendati”, che trascorrono la propria vita dedicandosi ad attività inutili, come la politica ed il commercio, senza dedicarsi alla ricerca della sapienza, si rivolgono malvolentieri al passato, perché non osano riesaminare le proprie azioni, per non doverne valutare le manchevolezze.

 

Il tono è colloquiale, Seneca si rivolge al destinatario (probabilmente il dedicatario Paolino, nonché i posteri) come se egli fosse al suo fianco. Seneca si presenta come un maestro: parla al suo “allievo” come se stesse tenendo una lezione di filosofia. Il colloquio non è basato sull’esortazione, e quindi non sono presenti imperativi, questo perché Seneca sembra tenere una lezione di filosofia piuttosto che un vero e proprio discorso con l’amico.

 

La “galleria” degli occupati  (De Brevitate vitae, 12, 1-7, 13, 1-3)

Il tema di questo brano è la “galleria degli occupati”. Seneca illustra i vari tipi di occupati, persone che trascorrono la vita dedicandosi ad attività inutili: ad esempio, coloro che trascorrono le loro giornate dal barbiere, ritenendo il loro aspetto la cosa più importante, i collezionisti, i musicisti, coloro che, talmente abituati al lusso e alle ricchezze, hanno perso di vista la realtà, tanto da “non sapere più se hanno fame”…ecc.

Il tono è familiare, tipico di un dialogo: l’autore si rivolge al suo interlocutore dandogli del tu. Dal discorso si evidenzia una forte critica nei confronti degli “occupati”, cui Seneca si riferisce in modo decisamente severo ed intransigente.

Lo stile di questo brano è molto critico. Sono molto frequenti le domande retoriche, che hanno lo scopo di avvalorare il punto di vista del filosofo, svalutando , invece, le abitudini degli “occupati”.

 

De tranquillitate animi

Il De Tranquillitate Animi, risale al periodo in cui Seneca era consigliere di Nerone. Anche quest’opera, come il De Brevitate Vitae, appartiene ai Dialogi, raccolta di opere di argomento filosofico. Seneca ha dedicato l’opera all’amico Anneo Sereno, che il filosofo introduce al dialogo immaginando che Anneo gli chieda un consiglio, trovandosi in una situazione di incertezza spirituale. Seneca procede nell’argomentazione illustrando in modo dettagliato i sintomi e le manifestazioni del suo stato. Quindi indica dei rimedi pratici: lavorare attivamente per il bene comune, essere parsimoniosi, accettare le avversità della vita, non temere la morte.

Tedium vitae: Seneca, nel De Tranquillitate Animi tratta il tema del tedium vitae, già trattato da Lucrezio e Orazio. Il tedium vitae è la noia e il disgusto per la vita che affligge chi vive un’esistenza che gli appare priva di significato. Seneca, come Lucrezio e Orazio, sostiene che l’unica soluzione alla noia e al disgusto per la vita è la filosofia, che assicura all’uomo la sapienza e la felicità. Tuttavia in quest’opera segnala come possibile soluzione anche l’impegno per il bene comune, mentre in altre opere, come nelle Epistulae morales ad Lucilium, consiglia la scelta dell’otium.

 

Inquietudine e insoddisfazione (De Tranquillitate Animi, 2, 6-11; 13-15)

Temi:

Cause dell’inquietudine dell’animo: Seneca illustra in modo dettagliato i sintomi e le manifestazioni dello stato d’animo di Anneo Sereno, che non affligge solo lui ma tutti gli uomini.

Quest’insoddisfazione di sé, secondo Seneca, non è da attribuire al fato, ma a se stessi. Infatti nasce  nel momento in cui gli uomini, che protendono troppo verso la speranza, non riescono a conseguire ciò che desiderano. Ciò può avvenire perché i nostri desideri sono troppo deboli, oppure perché siamo instabili, divisi tra molti obiettivi, senza riuscire a raggiungerne nessuno.

Conseguenze del fallimento dei propri propositi: Secondo il filosofo, quando ci si rende conto di aver fallito, ci si chiude in se stessi, si ha paura di ricominciare, quindi ci si rifugia nello studio, lontano dalle attività pubbliche, tuttavia chi è abituato a condurre una vita attiva, sopporta malvolentieri la solitudine che deriva. Da qui nasce la stanchezza di sé e la noia, che portano all’intolleranza verso i successi altrui.

Inutilità dei viaggi: Molti uomini, insoddisfatti della loro esistenza, cercano, attraverso viaggi senza mete precise, di sfuggire alla noia e alla depressione, ma ben presto si accorgono che, malgrado i numerosi spostamenti, si trovano al punto di partenza. Non è sufficiente cambiare città per risanare il proprio spirito, è necessario cambiare se stessi, avvicinandosi alla filosofia, che garantisce conoscenza e felicità.

 

In questo brano Seneca si rivolge all’amico, come un maestro fa con i propri alunni. Il filosofo tratta, in modo dettagliato lo stato d’animo di Anneo, spiegando  cause, conseguenze e rimedi. Seneca si esprime in modo sentenzioso, come chi sa di avere ragione.

È presente una citazione del De Rerum Natura di Lucrezio: “in questo modo ognuno sempre fugge se stesso” ( III, 1068 ), quando Seneca spiega l’inutilità dei viaggi.

 

Phaedra

Ci è pervenuto un corpus di dieci tragedia attribuite a Seneca: una è una pretesta, nove sono di argomento mitologico. Phaedra appartiene a quest’ultimo gruppo. La vicenda è quella dell’Ippolito di Euripide, ma poiché ci sono differenze considerevoli, critici suppongono che la tragedia di Seneca derivi da un’altra tragedia dello stesso Euripide, che non ci è pervenuta.

Fedra, moglie di Teseo re di Atene, si innamora follemente del figliastro Ippolito e gli dichiara il suo amore. Ippolito la  respinge. Fedra si vendica accusando il figliastro di aver cercato di usarle violenza, allora Teseo, disgustato dal comportamento del figlio, lo maledice. In seguito a questa maledizione, Ippolito viene ucciso da un mostro marino. Fedra, disperata, confessa la sua colpa.

 

La dichiarazione di Fedra a Ippolito (Phaedra, vv.589-684, 698-718)

La scena è ambientata ad Atene, in una sala del palazzo reale.

Fedra:  Fedra è la moglie di Teseo, re di Atene. Fedra si è innamorata del figliastro, Ippolito, e quando crede che suo marito sia morto si dichiara al ragazzo che, indignato, la rifiuta. È una donna accecata dalla passione, tanto da accettare di essere uccisa da Ippolito pur di morire tra le sue braccia. Ma quando si vede respinta, Fedra, decide di accusare ingiustamente Ippolito, prima che lui racconti l’accaduto al padre, salvando il suo onore.

Ippolito: Ippolito è il figlio di Teseo. È un giovane bello e responsabile, infatti si offre di prendere il posto del padre fino al suo ritorno. Questa affermazione viene, però, fraintesa da Fedra, che si sente legittimata a dichiarare la sua folle passione amorosa. Ippolito disgustato dalle parole della matrigna, pensa di punirla, togliendole la vita. Tuttavia desiste quando Fedra implora di accettare la morte pur di morire fra le sue braccia.

Ippolito abbandona precipitosamente la scena, ricomparirà, ormai morto, solo alla fine della tragedia.

Teseo: Teseo, re di Atene, marito di Fedra e padre di Ippolito.  In questa scena non è realmente presente, viene soltanto nominato.

Temi:

Morte:Fedra considera la morte come qualcosa di positivo. La regina è disperata, perché schiava di una passione incestuosa che la spinge verso il figliastro, e cui non può sottrarsi in alcun modo. Fedra si rende conto che il sentimento che nutre per il giovane Ippolito è sbagliato, quindi è tormentata, da una lato, dal senso di colpa, dall’altro, perché una folle passione la spinge verso il ragazzo. In una situazione come questa, la donna vede nella morte l’unica soluzione al suo tormento. Ippolito invece trova che la morte di Fedra rappresenti punizione e purificazione: infatti uccidendo Fedra non vuole solo punire la donna, ma evitare di essere contaminato dalla sua colpa. Proprio per questo, quando sente le parole della regina che lo supplicano di ucciderla e di lasciarla morire tra le sue braccia, Ippolito si tira indietro, e lascia il palazzo disgustato. Uccidere Fedra avrebbe significato esaudire un suo desiderio, ma non averlo fatto significa per Ippolito essere stato contaminato dalla colpa della matrigna, dalla quale non sa come purificarsi.

Conflitto inconciliabile tra ragione e passione: In questa tragedia il conflitto tra ragione e passione si esplica nella vicenda di Fedra. La donna è follemente innamorata del figliastro e questo la tormenta al punto di pensare al suicidio. Da una lato Fedra si rende conto che il sentimento che prova verso il giovane Ippolito è adultero e incestuoso, quindi terribilmente sbagliato. Ma dall’altro è spinta verso il figliastro da una passione cui non sa resistere. È impossibile che una delle due parti prevalga sull’altra, quindi la vicenda si conclude, forse nell’unico modo possibile, con la morte della donna.

di Marco Tonello, Analia Maggiore e Lorenza Sandrin

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