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ERESIA

La parola eresia trae origine dal greco che significa scelta. Viene così definita una tesi che in tutto o in parte nega la verità della fede, mentre è eretico chi, pur essendo battezzato e volendo mantenere il nome di cristiano, aderisce pervicacemente all’eresia.

 

La parola era già da tempo in uso nel greco dell’età ellenistica con il significato di scelta, passò poi ad indicare, già in S. Paolo, ogni divisione che rompa l’unità della chiesa e che perciò si opponga alla comunità dei fedeli.

il concetto di eresia venne poi sempre più precisandosi nei primi secoli cristiani, quando, dopo le persecuzioni, nei grandi dibattiti teologici e, poi, nelle decisioni conciliari con la fissazione della dottrina della chiesa in dogmi vennero, nello stesso tempo, condannandosi le tesi che da quella divergevano e che si dissero appunto eresie.

 

Nei secoli successivi, in particolare nelle lunghe e complesse vicende della conversione dei popoli germanici e slavi al cristianesimo, venne esteso, per esempio, in molti concili nazionali dell’età carolingia, il concetto di eresia all’adesione e al mantenimento di una o più credenze e riti della fede pagana.

 

Dopo il sec. XII con l’affermarsi sempre più netto del potere del Papa in materia di fede, venne considerata eresia ogni e qualsiasi rifiuto di obbedienza alle decisioni pontificie, mentre sotto il concetto di eresia vennero anche ricondotte alcune deviazioni del retto modo di vivere del clero, come la simonia ed il nicolaismo, alcune pratiche contrarie ed opposte ai riti della Chiesa, come la magia, la stregoneria, l’astrologia e l’esercizio di attività economiche condannate dalla Chiesa come l’usura.

 

Ad approfondire ed aggravare le divisioni in seno alla cristianità, ci fù  la necessità, non solo di condannare l’eresia, ma soprattutto di colpire e, se possibile, di ridurre al silenzio, anche con la forza, i suoi sostenitori. L’eresia fu anzi considerata, delitto politico, che da Federico II venne addirittura punito come crimen lesae maiestatis.

 

Il concilio Vaticano II, nel fissare ed indicare il modo delle relazioni con le altre Chiese cristiane ha segnato di nuovo la differenza dell’eresia come dottrina che la Chiesa non può accettare, e l’eretico, che va considerato pur sempre fratello in Cristo, seppure separato e che non va quindi colpito d’anatema e di maledizione, quanto piuttosto riconquistato con la persuasione paziente e fiduciosa nella carità di Cristo.

 

Da un punto di vista storico non va dimenticato che l’eresia non si presenta mai come un fatto solamente ed unicamente religioso ma ha sempre varie e profonde implicazioni politiche, sociali ed economiche, le quali la condizionano e persino ne determinano la fisionomia, la durata nel tempo e l’esistenza stessa.

 

In bilico tra ortodossia ed eresia vennero considerati alcuni movimenti che, dalla lettura del Vangelo ricavarono la necessità di un rinnovamento della vita cristiana anche e soprattutto nel clero, al cui fasto ed alla cui ricchezza venne sempre più consapevolmente contrapposto Cristo, povero e sofferente. Fra questi movimenti vanno inclusi i disordini religiosi e sociali come quelli provocati ad Anversa da Tanchelmo e che ebbero il loro culmine e la loro conclusione con Valdo e col Valdismo che diffuse in tutta l’Europa la sua predicazione di penitenza e di povertà.

Nella Francia meridionale, in Toscana e nelle Marche l’ordine francescano appoggiava regolarmente gli spirituali, che sentivano i più veri continuatori di S. Francesco, e quando l’autorità papale li condannò come eretici, perché disobbedienti alle sue decisioni, non esitarono ad appoggiarli, affrontando per questo anche il rischio del processo inquisitorio e del rogo.

 

Da questo e da molti altri elementi risulta un desiderio del divino che non riusciva ad essere appagato nelle forme della liturgia tradizionale e che sentiva perciò la necessità di ricorrere a modi di religiosità diversi da quelli ufficiali o addirittura contrari. Si spiega così il rifiorire di riti magici e pratiche di stregoneria, che si complicò assai presto di relazioni con il demonio e con riti diabolici.

 

Tutti questi movimenti eretici che in sostanza combattevano le gerarchie ecclesiastiche e criticavano i rapporti tra le stesse gerarchie ed i fedeli o fra gerarchie e potere statale, continuarono per molto tempo e portarono ad un certo risultato con il Concilio di Trento dove vennero introdotte delle riforme grazie alle quali la Chiesa cattolica riuscì a contenere l’espansione del protestantesimo. Non per questo però finirono le eresie. Dal settecento in poi, al di là di eresie nate da vere e proprie deviazioni dottrinali la Chiesa colpì e condannò come eresie aspetti ed atteggiamenti della vita e della cultura di un’epoca: vengono condannati nel settecento l’illuminismo di Voltaire, Diderot, Russeau, poi nell’ottocento momenti e teorie del liberalismo e del socialismo.

 

Ultima grande eresia deve considerarsi il modernismo, nelle sue varie manifestazioni filosofiche, teologiche, storiche, a cui fu fatta colpa di voler tentare una impossibile conciliazione fra le dottrine dei nostri tempi e le immutabili verità cristiane.

 

Un’ultima annotazione riguarda l’atteggiamento del Massone nei confronti della dichiarazione di eretico. Tale problema è opportuno esaminarlo in relazione a due diverse situazioni. Nella prima situazione si parte dal presupposto che il soggetto che attribuisce il crisma di eretico abbia insieme potere spirituale e potere temporale. In tal caso l’attribuzione della qualità di eretico è, in genere, accompagnata da una sanzione di natura materiale che può andare dalla restrizione della libertà personale, alla confisca dei beni, alla condanna a morte, di questa situazione ne hanno fatto le spese i vari Galileo, Giordano Bruno e quanti furono oggetto di attenzione da parte della Santa Inquisizione; ne fanno oggi le spese le vittime, ad esempio, dell’integralismo islamico.

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