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Renato Cartesio

Vita e scritti

Renato Cartesio (1596 – 1650) nacque a La Haye nella Touraine, e fu educato nel celebre collegio di gesuiti di La Flêche con metodi ch’egli critico aspramente nel suo «Discorso sul Metodo».
La meditazione con cui egli riempiva il suo ozio in un quartiere d’inverno, lo condussero nel 1619, com’egli dice, alla «mirabile scoperta», all’idea cioè di generalizzare il metodo matematico estendendolo a tutte le scienze, in modo da dare a tutte le possibilità di raggiungere quel grado di certezza che era privilegio della matematica. Nel 1649 si recò a Stoccolma per invito della regina Cristina di Svezia, desiderosa di apprendere da lui la sua filosofia, e vi morì nel 1650.
Opere
Nel 1626 egli scrisse un’opera metodologica Regulae ad directionem ingenii, pubblicata successiva alla morte. Nel 1633 aveva già compiuto il Trattato del mondo o della Luce, ma non lo pubblica, spaventato dalla recente condanna di Galilei, poiché anche lui fondava la sua dottrina sulla teoria copernicana, e, nel 1637, si limita a stampare il Discours de la Methode, insieme con tre trattazioni scientifiche (Diottrica, Meteore, Geometria) di cui quello è introduzione.
Il metodo
Il Discorso sul metodo di Cartesio è celebrato come una specie di manifesto della filosofia moderna, come il programma razionalista a cui doveva ispirarsi tutto il movimento del pensiero dei secoli XVII e XVIII.
Esso ha un andamento autobiografico: egli descrive se stesso, la sua storia interiore. «Il mio scopo – egli dice – non è quello di insegnare il metodo che ciascuno deve seguire per ben condurre la sua ragione, ma soltanto di far vedere in che modo ho cercato di condurre la mia ». Vero è che egli aggiunge subito che la ragione è identica in tutti gli uomini, che essa è «la sola cosa che ci fa uomini e ci distingue dalle bestie, ed è tutta intera in ciascuno». Ma ciò non toglie che ognuno deve per suo conto cercare in se stesso la sua verità, perché di questa verità si possa essere veramente certo, perché cioè la verità possa essere la sua verità. Ognuno deve costruire sul terreno proprio. Per ciò Cartesio cerca in se stesso, nella profondità interiore dell’autocoscienza la bussola d’orientamento nel dedalo delle opinioni e dei fatti: si chiude anzi in isolamento orgoglioso e disdegnoso di ogni collaborazione, che a tratti si trasforma in lui in un vero e proprio egoismo della scienza, per cui nessun aiuto in fatto di certezza aspetta dagli altri e nessun aiuto crede di poter e di dovere dare agli altri per la conoscenza del vero. Questo egoismo scientifico assume un più profondo pensiero caratteristico di Cartesio: che cioè la verità nessuno può trovarla bella e fatta, né accoglierla passivamente. La scoperta della verità è opera personale di ciascuno spirito, cioè della ragione che vive e agisce in ogni individuo.
Con questo spirito è condotta la critica, che nel Discorso Cartesio fa della cultura del suo tempo e dei procedimenti che egli aveva sperimentati nel Collegio de La Flêche: cultura e procedimenti volti al passato, imperniati su quello che altri aveva pensato, ignori degli interessi nuovi che sorgono nella coscienza di chi vuol vivere nel presente e pensare con la sua testa. Cartesio dice inoltre: «Conversare con gli uomini di altri tempi è come viaggiare. Ma quando s’impiega troppo a viaggiare, si finisce col diventare stranieri nel proprio paese; e quando si è troppo curiosi di quel che si faceva nei secoli passati, si resta di solito ignorantissimi di quel che si fa al presente».
La matematica, forma tipica del conoscere
Anche per Cartesio, come per Galilei, la matematica è la chiave che apre all’uomo i segreti della realtà. E la matematica è la forma tipica del conoscere: l’ambizione di Cartesio è quella di poter estendere i procedimenti della matematica a tutti quanti i rami del sapere in un’unificazione universale di tutti quanti gli oggetti d’indagine. Ma questo non è possibile, se non è stato prima determinato in fondamento della validità del procedimento matematico.
E qui è la grande novità del concetto cartesiano di metodo. Che la matematica costituisca la forma tipica del conoscere, è soltanto il punto di partenza della ricerca metodologica di Cartesio. E ricostruendo così la stessa certezza matematica a un grado di certezza più elevato, egli cerca nella ragione un principio assolutamente primo che dia al conoscere umano nella sua totalità l’intrinseca unità organica e il rigore luminoso della matematica. Il pensiero matematico si presenta a Cartesio come la manifestazione più genuina della natura della nostra intelligenza: attraverso la matematica ci è dato di penetrare come nell’intimo del nostro pensiero, di toccare quel centro della nostra attività intellettuale in cui tutte quante le scienze hanno la loro comune scaturigine e quindi la loro più profonda unità.
Ora il procedimento matematico ha questo di caratteristico, che parte da alcuni principi, i quali posseggono in se stessi la ragione della loro vita, e sono dunque immediatamente evidenti.
Intuizione e deduzione sono le due operazioni fondamentali del pensiero matematico: intuizione, che è anzi la stessa presenza di queste verità alla mente; e deduzione, che dimostra una verità come conseguenza di un’altra verità di cui siamo certi.
Le quattro regole del metodo
Cartesio riassume il metodo da seguire nella costruzione della scienza in queste quattro regole:
1) Non ricevere mai per vera nessuna cosa, che non sia conosciuta in modo evidente.
2) Decomporre le idee complesse, per via d’analisi, fino a raggiungere gli elementi semplici di cui sono costituite, veri di verità intuitiva.
3) Ricomporre le idee complesse mediante la sintesi delle nozioni semplici.
4) Elencare accuratamente tutti i dati del problema, sia attingendo all’esperienza e passando in rassegna i casi singoli ch’essa possa offrire in riguardo al problema, sia percorrendo le varie tappe della «deduzione» analitico-sintetica per accertare la continuità dei passaggi dall’una all’altra.


Il dubbio metodico
Per poter risalire ad una certezza Cartesio dubita di tutto: ecco il punto di partenza del metodo cartesiano nella ricerca del vero; fare agli scettici, tipo Montagne, tutte le concessioni possibili: ma con un intento nettamente antiscettico. Il suo dubbio metodico: mezzo per giungere alla certezza, non fine a se stesso.
Ma il dubbio universale, portato a tal forma iperbolica, finisce con l’annullarsi e dar luogo alla certezza più luminosa: posso ingannarmi su tutto, ma non su questo, che io penso d’ingannarmi; se dubito e pendo, esisto. Cogito, ergo sum.
Il mio essere non consiste in un altro che nel mio pensare, ossia nell’ «aver coscienza di se», qualunque sia l’oggetto o il contenuto dell’atto del pensare: io penso pur nell’atto d’immaginare e di sentire; potrà l’oggetto immaginato o sentito non esistere, ma l’immaginare e il sentire, in quanto sono avvertiti come atti miei, dunque come rientrati nel mio pensare, esistono indubbiamente: e, in modo simile, «io respiro, io cammino», potranno essere, in quanto moti corporei, anche illusori, come sono ad esempio in sogno; ma in quanto io penso (ossia sento, sia pure illusoriamente) di respirate e di camminare, io sono.
Conclusione
Tra i risultati più rilevanti raggiunti personalmente da Cartesio, accanto alle acquisizioni nel campo della matematica e della fisica, resta la trattazione della psicologia umana, affidata al trattato su Les passions de l’âme (Le passioni dell’anima, 1649), che liberava l’osservazione psicologica da ogni intento morale e ne proponeva un quadro razionale, mosso da forse e leggi sue proprie, di natura affine a quelle che regolano la vita fisica dell’universo. La complessità della realtà psichica può essere risolta attraverso il distacco assicurato dall’abitudine alla riflessione.
In ultima analisi Cartesio intuì la profonda discrepanza, indotta dal suo pensiero tra ragione matematico-fisica (ch’egli pone a fondamento della realtà) e ragione tradizionale. Questa intuizione di un esito sostanziale ateistico di qualunque ricerca, tesa a fondare la definizione della realtà generale dell’università su un principio razionale, lo indusse a non palesare pubblicamente la meta della sua ricerca: l’individuazione di un principio metodologico unificatore d’ogni conoscenza, poi perseguito dai suoi seguaci. Il razionalismo, che dopo Galilei e Cartesio punta alla spiegazione del mondo sulla base dei risultati raccolti dalle singole scienze della natura, ha il merito indiscusso di aver liberato la ricerca scientifica dalla soggezione al dettato religioso.

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