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La mia professione docente

tra ricerca “carbonara” e luminosità di sguardi

Come un ritmo di ballo lento si torna nuovamente a parlare di professionalità docente e relativa valorizzazione. Io penso, purtroppo, che la strada per arrivare ad una riconosciuta valorizzazione della “professione docente” sia ancora lunga, sostanzialmente, per quei fattori pedago-politico-culturali che hanno dominato negli ultimi decenni (1974, 1994, 2002), e resistono ad ogni spinta riformatrice che tenta di trasformare la “funzione docente” in “professione docente”.

Professionista è colui che mostrando conoscenza e padronanza di procedimenti in una specifica attività è capace di assumersi responsabilità; ma ciò non vale per gli insegnanti che svolgono, invece, la cosiddetta  “funzione docente” intesa come “. . . attività di trasmissione della cultura . . .”.

Con grandissime difficoltà, e solo grazie alla disponibilità ed al sostegno (non solo operativo e laboratoriale, ma anche morale) di un certo numero di studenti disponibili alle fatiche della sperimentazione sono riuscito a sviluppare, durante l’espletamento della professione docente, una ricerca didattica tendente a rinnovare ed attualizzare l’insegnamento/apprendimento della materia di mia competenza: ”Discipline geometriche”. Indagando su alcuni aspetti insiemistici degli elementi geometrici e sulle immagini delle proiezioni intese come “trasferimenti” ho definito un metodo didattico denominato “Geometria descrittiva dinamica” il cui risultato sottende una rappresentazione dinamica degli elementi geometrici e non una immagine statica, finita e definita, ponendo l’accento sull’aspetto logico-critico-descrittivo, quindi individuale per ogni studente, della costruzione dell’immagine più che come prodotto della manualità o risultato della delega a programmi  informatici ed elaborazioni digitali.

Date le suddette caratteristiche della “funzione docente”, l’inizio di questa mia ricerca fu proprio di tipo “carbonaro” dovendo preparare test, esercizi, lezioni, dispense ecc. di nascosto fin quando il preside, scoperto il “fattaccio”, mi convocò in presidenza (eravamo alla metà degli anni ’80) e richiamandomi verbalmente mi disse: “. . . professore, la scuola è una cosa seria e la sua professione è fondamentale per il futuro di noi tutti, quindi non giochi, e i quiz li lasci a Mike Buongiorno”.

Da allora, durante tutti questi anni, ho incrociato sguardi di sufficienza di colleghi, ho sopportato richiami di dirigenti e lagnanze di genitori, ho dovuto contrastare atti di intimidazione verso gli studenti impegnati nelle verifiche connesse alla ricerca, ma sono sempre stato sorretto e spronato a continuare dalla disponibilità dimostrata da moltissimi studenti (purtroppo sempre meno) che hanno voluto condividere con me le fatiche, le incertezze e le insicurezze del nuovo di una ricerca contro la certezza e sicurezza dell’assodato, verificato e trasmesso perché ho sempre creduto, e credo ancora, in quel rapporto intrigante ed affascinante che si può generare tra alunno e docente quando c’è riconoscimento dei ruoli unitamente ad una sintonia d’intenti. Ancora oggi, infatti, sono colpito dalla luminosità degli sguardi di quei ragazzi che all’improvviso riescono ad accendere la luce della fantasia e dell’immaginazione e farla penetrare nei cervelli scoprendo le bellezze nascoste dietro le fatiche dello studio.

Accendere quante più luminosità possibili è il lavoro della professione docente . . . ma queste luci dei cuori e queste finestre nei cervelli non sono visibili . . . pertanto la professione non è valutabile, quindi . . .  non valorizzabile !

Nell’attesa, intanto, cerco di continuare ad accendere sguardi ed aprire finestre.

Elio Fragassi

http://www.webalice.it/eliofragassi

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