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La civetta e la talpa

Sistema ed epoca in Hegel

di Remo Bodei

Quinta parte della presentazione del libro, di Giovanni Ghiselli

11 marzo 2015

Presentazione del libro di Remo Bodei  V parte

La civetta e la talpa

Sistema ed epoca in Hegel

Il Mulino, Bologna 2014

 

“Hegel sottolinea il peso specifico della filosofia nel provocare il crollo di un assetto politico e nell’aprire una situazione rivoluzionaria…Ogni filosofia, compresa la sua, è anzi secondo Hegel rivoluzionaria, nel senso che, con la potenza del concetto, sottrae forza all’esistente, e presenta, in alternativa, un “mondo nuovo” razionale che accelera la distruzione del vecchio. Nell’attacco degli illuministi francesi (…) al cumulo di ingiustizie dell’ancien régime, Hegel vede un compito essenziale di filosofia, che è conciliazione di razionalità e di effettualità, non riconoscimento passivo dello stato di cose sussistente” (p. 29)

Viene in mente l’ictus che, secondo Lucrezio, i primordia  vaganti danno ai corpi indeboliti provocando la dispersione degli atomi prima e causando la fine dell’aggregazione, ossia la morte.

Quello che uccide l’essere animato è un colpo più grande di quanto la sua natura possa sopportare animantem grandior ictus- quam patitur natura repente adfligit  (De rerum natura, II, 944) e confonde tutti i sensi dell’anima. La materia scossa scioglie i nodi vitali.

Un compito del genere nei confronti di stati e pensieri vieti può forse essere svolto solo dalla filosofia tra le espressioni intellettuali dell’uomo. La poesia, viceversa è spesso rivolta nostalgicamente all’indietro, sebbene non manchino poeti anticipatori e prefiguratori come Euripide.

La storiografia vuole presentare la realtà effettuale, celebrandola, giustificandola o criticandola e condannandola, moralisticamente o anche moralmente, in nome dell’idea.

Quella antica è per giunta opus oratorium maxime e talora si avvicina all’oratoria appunto usandone gli strumenti retorici. La forza del concetto insomma è meno evidente quando l’autore di versi o di prosa punta sulla forza della parola.

Auerbach sostiene che gli antichi "non vedono forze, bensì vizi e virtù, successi ed errori; la loro impostazione del problema non è evoluzionistica né nei riguardi dello spirito né in quelli della materia; è invece moralistica"[1].

Credo che Tucidide possa essere indicato come storiografo cui poco pertiene questa definizione: egli indaga i rapporti di potenza quali fattori che determinano i fatti della storia.

Tacito a sua volta cerca di svelare gli arcana imperii con una densità e potenza stilistica che colpisce il lettore fino alla sfera emotiva, e se l’oratoria è quella ridondante praticata da Cicerone, lo stile di questo storiografo può essere definito antiretorico. 

 

Ma torniamo a Hegel

“Ciò che è degno di ammirazione negli scritti filosofici francesi (…) è la stupefacente forza ed energia che spiega il concetto contro l’esistenza, contro la fede, contro la potenza millenaria dell’autorità (…) L’ateismo, il materialismo e il naturalismo dei Francesi hanno infranto tutti i pregiudizi, hanno riportato vittoria su tutti i presupposti aconcettuali e su tutti i valori della religione positiva, su tutto quello che si accompagna con le abitudini, con i costumi, con le opinioni, con le deformazioni giuridiche e morali, con le istituzioni civili”[2].

“Quando “l’oppressione spinse all’indagine”[3], lo slancio del pensiero fu tale da trasformare l’esistente in una “vuota parvenza di oggettività”[4].

Dunque i Francesi “hanno portato a termine la produzione del nuovo ordinamento etico del mondo contro la potente lega dei sostenitori del vecchio…Proprio in quanto essi hanno spinto quei momenti al culmine dell’unilateralità, in quanto inseguono ogni principio unilaterale fino alle sue ultime conseguenze, essi sono stati portati dalla dialettica della ragione storico-mondiale ad una condizione politica in cui tutte le unilateralità precedenti della vita statale appaiono tolte”[5]     

Le unilateralità irriducibili, nella storia come in alcune tragedie greche[6], si distruggono a vicenda.

"Nella tragedia gli individui si distruggono per l'unilateralità della loro ferma volontà e del loro saldo carattere oppure devono rassegnarsi ad accogliere in sé ciò a cui si oppongono in modo sostanziale"[7].

“Il Terrore, oltre a essere stato notoriamente una signoria “necessaria e giusta”, che fu rovesciata solo quando non servì più[8], ha avuto anche una funzione storica più vasta: ha fatto nuovamente penetrare nell’animo degli uomini la paura della morte, e con ciò ha “”ristorato e ringiovanito le coscienze”[9]. Si riproduce, come vedremo, a uno stadio più alto, la relazione signoria servitù, con la disciplina che foggia gli uomini. Dall’esperienza rivoluzionaria e dal Terrore i francesi sono usciti rafforzati e attivi nrlla realtà, mentre” noi Tedeschi in primo luogo siamo passivi verso le istituzioni vigenti, e le sopportiamo; in secondo luogo, se esse sono rovesciate, siamo ancora passivi: esse furono rovesciate  da altri, e noi vi ci siamo adattati, abbiamo lasciato fare[10]” (p. 31)

A proposito della passività dei Tedeschi “verso le istituzioni vigenti”,  e più in generale verso i costumi che ricevono generale consenso, Tacito  rileva che  i Germani quando praticano il  gioco dei dadi (alea)  e perdono tutto quello che possiedono, stabiliscono come posta la libertà personale e, se  perdono ancora, mantengono la parola data: anche se giovani e forti si lasciano legare e vendere.

 Tale è la loro  un'ostinazione, commenta lo storiografo, in una faccenda riprovevole (ea est in re prava pervicacia). Ma loro la chiamano lealtà  (ipsi fidem vocant fidem).

E' notevole come una parola latina dal valore culturale forte, fides[11] assuma una connotazione negativa se applicata a un costume caratteristico  di un altro popolo.

continua

Giovanni Ghiselli


 

[1] E. Auerbach, Mimesis , trad. it., trad. it. Einaudi, Torino, 1956,  p. 45.

[2] Lezioni sulla storia della filosofia,  trad, it. cit,, vol III, 2, p. 243

[3] Lezioni sulla filosofia della storia, trad, iti, cit,, vol IV, p. 204

[4] Fenomenologia dello spirito, trad. it. di E. De Negri, Firenze, 1963, vol II, p. 124

[5] Hegel, Enzyklopädie der philosophischen Wissenscheften, § 394Z.

[6] Per esempio l’Antigone di Sofocle, mentre nelle Eumenidi di Eschilo si giunge a una conciliazione

[7] G. W. F. Hegel, Estetica , trad. it. Feltrinelli, Milano, 1978, p. 1589

[8] Hegel, Filosofia dello spirito jenese, trad. it. di G. Cantillo, Bari, 1971, pp. 185-187

[9] Fenomenologia dello spirito, trad. it. cit. vol II, p. 132.

[10] Lezioni sulla storia della filosofia, trad. it. di E. Codignola e G. Sanna, Firenze, 1967, vol III, 2, p. 250.

[11] che  Cicerone definisce "  Fundamentum autem est iustitiae fides, id est dictorum conventorumque constantia et veritas " (De officiis I, 23), orbene la fides  è il fondamento della giustizia, cioè la fermezza e la veridicità delle parole e dei patti convenuti.

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