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La civetta e la talpa

Sistema ed epoca in Hegel

di Remo Bodei

Settima parte della presentazione del libro, di Giovanni Ghiselli

Presentazione del libro di Remo Bodei  VII parte

La civetta e la talpa

Sistema ed epoca in Hegel

Il Mulino, Bologna 2014

La filosofia dunque “aggiunge alla realtà globale dell’epoca soltanto la sua comprensione[1] (…) ma tale comprensione è una crescita della realtà stessa, qualcosa che incide nuovamente a sua volta, con un ‘anello di retroazione positivo’, sulla realtà di partenza: “questo sapere stesso è la realtà in atto dello spirito che prima non esisteva: sicché la differenza formale è anche un’effettiva differenza reale. Mediante il sapere lo spirito pone una differenza fra il sapere medesimo e ciò che è; questo sapere poi provoca una nuova forma di movimento. Le nuove forme dapprima sono solo modi di sapere, e così nasce una nuova filosofia; tuttavia, siccome questa è già manifestazione di un grado superiore dello spirito, è anche la culla interiore da cui lo spirito medesimo più tardi assurgerà a formazione reale”[2] (p. 33)

Il sapere, o la sapienza[3], che si fa realtà, che modifica la realtà, o almeno la percezione della realtà, è riscontrabile anche a livello di psicologia individuale.

 

Cicerone nel De officiis[4] mette in rilievo il fatto che la conoscenza  (cognitio) sarebbe  manchevole in un certo modo e incompiuta (manca (…) atque inchoata) se non ne seguisse alcuna attività pratica:"si nulla actio rerum consequatur (I, 153). Tale attività deve vedersi nella tutela dei vantaggi dell'uomo, e, siccome riguarda la società del genere umano, tale actio va anteposta alla conoscenza priva di azione :" haec cognitioni anteponenda est" I, 153.

Se alla conoscenza non fosse connessa la  virtus, che contribuisce alla tutela degli uomini, tale cognitio  risulterebbe solivaga et ieiuna (I, 157), isolata e arida. Quindi ogni officium che mira ad societatem tuendam, a difendere la società umana, deve essere anteposto ai compiti che si limitano alla conoscenza teorica (De officiis, I, 158).

 

“Il sapere dunque fa compiere un progresso alla realtà, perché da un lato affretta il corso oggettivo della degradazione degli ordinamenti vigenti, dall’altro anticipa nel pensiero le soluzioni che si riverseranno poi (una volta assorbite da vasti strati di persone, come nel periodo che precede immediatamente la Rivoluzione francese) ancora nel mondo esterno. La razionalità prefigurata dal pensiero travolge ogni ostacolo positivo  e ogni istituzione non commisurata alla ragione” (p. 34)

 

La “razionalità prefigurata dal pensiero”  assume funzione analoga a quella che  per diversi autori greci ha l’Ananche, la Necessità.

Nell’ultimo canto corale dell'Alcesti leggiamo:"krei'sson oujde;n  jAnavgka"-hu\ron", non ho trovato niente più forte della necessità (vv.965-966).

Il fuso della Necessità (  jAnavgkh" a[trakton) secondo Platone  è l'asse dell'universo attraverso il quale avvengono  tutti i movimenti circolari: "di j ou| pavsa" ejpistrevfesqai ta;" periforav""(Repubblica  616c).

E nelle Leggi: ajnavgkhn de; oude; qeo;~ ei\nai levgetai dunato;~ biavzesqai(741), neppure la divinità, si dice, è capace di forzare la necessità.

 

Il sapere insomma ha una forza propulsiva e il pensiero nei secoli ha accresciuto la propria presa della realtà fino a dominarla. La vita odierna è guidata da “forme universali, leggi, doveri, diritti, massime che ci guidano “nella aggrovigliata situazione della vita civile e politica attuale”[5]

“Da tale punto di vista, “l’età nostra” è da paragonare al mondo romano”: in entrambi i casi domina l’universale, ma nel presente come “egemonia del pensiero autocosciente, che vuole e conosce l’universale e governa il mondo. L’intelligente finalità dello Stato è ora sussistente nella realtà: privilegi e particolarità si dissolvono, e così i popoli hanno il diritto: non privilegi, ma il diritto di volere”[6] (p. 36)

“Nel mondo romano l’universale (lo Stato) veniva subìto come finalità esterna, non voluto o conosciuto come ora , in un’epoca in cui il pensiero ha la possibilità di mettere sotto controllo l’universale stesso e di assimilarlo”.

 

La mancanza di conoscenza dell’universale dello Stato da parte delle masse e la funzione  della volontà del popolo viene messa in luce pessimisticamente da Lucano: Giulio Cesare sapeva bene che le  cause  delle  ire e i massimi movimenti di favore popolare sono trascinati dai prezzi del mercato (“gnarus et irarum causas et summa favoris-annona momenta trahi…”, Pharsalia, III, 55-56). E continua: “…Namque asserit urbis-sola fames, emiturque metus cum segne potentes-vulgus alunt: nescit plebes ieiuna timere” (56-58), infatti è solo la fame che proclama libere le città, e si compra la paura, quando i potenti nutrono il volgo ozioso: la folla affamata non sa avere paura.

Già Virgilio nell’Eneide descrive l’ignobile vulgus (I, 149) che infuria agitato, fa volare fiaccole e pietre, armato dal furore, ma quando vede un uomo di peso per la pietas e i meriti, quegli uomini sconvolti “…silent arrectisque auribus adstant; ille regit dictis animos et pectora mulcet” (I, 151-152), fanno silenzio e drizzati gli orecchi[7] si fermano, quello parlando guida gli animi e ammansisce i cuori

La bestiale cagnara è sedata dal vir pietate gravis ac meritis (I, 151)

 

Secondo Hegel nel suo tempo le cose sono cambiate: “Il pensiero, infatti, ha ormai filtrato non solo l’intuizione e la rappresentazione, ma tutta la vita e tutte le istituzioni, in un crescendo di razionalizzazione che travolge ogni ristagno “positivo”, ogni privilegio. Per questo, anche l’intervento del singolo, e specialmente del filosofo, sulla storia e le istituzioni non può prescindere dalla razionalità e dalla presa di coscienza dell’effettualità del mondo. L’equazione reversibile “ciò che è effettuale è razionale[8] è il passaggio chiave di questa dialettica hegeliana che Alexandr Herzen definiva l’”algebra della rivoluzione”. La modificazione della realtà effettuale deve passare per la realtà effettuale stessa intesa nella sua razionalità. (La civetta e la talpa, p. 36)

 

Giovanni Ghiselli


[1] Hegel, Vorlesungen über die Geschichte der Philosophie, cit. vol XIII, p. 69 (trad. it. cit., vol I, p. 67)

[2] Ibid. trad. it. cit. vol I, p. 67

[3] Tenendo conto di quanto dice il Coro delle Baccanti di Euripide: "to; sofo;n  d  j ouj  sofiva" ( v. 395), il sapere non è sapienza.

[4] 44 a. C.

[5] Hegel, Vorlesungen über die Aesthetik, cit., vol X, p. 15 (trad. it. Cit., p. 15)

[6] Hegel, Philosophie der Weltgeschichte, cit., pp. 766-767 (trad. It. Cit. vol IV, pp. 14-15)

[7] Plutarco nei Poilitika; paraggevlmata ( Consigli politici, del 100 d. C. circa) riferisce l’espressione proverbiale per cui non si può domare un lupo tenendolo per gli orecchi, quindi aggiunge che invece dh`mon de; kai; povlin ejk tw`n w[twn a[gein dei` mavlista (802 d), un popolo e  una città si devono guidare soprattutto dagli orecchi.

[8] Su questa famosa espressione vedi più avanti , pp. 69-70.

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