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Helena Sarjantola, una storia d’amore

terzo capitolo

di Giovanni Ghiselli

Elena III

Il picnic crepuscolare. Elena alla finestra.

Il giorno seguente cercai distrazione dalla dolce, materna Sarjantola parlando e giocando con gli amici e i conoscenti che in quel luogo e in quel tempo erano già, ed erano ancora, molti; insomma feci un tentativo di togliere peso e significato a quella donna che era bella, fine e buona quanto si vuole, ma era pure incinta di un altro uomo. Ma l’immagine di lei, eternamente viva[1], mi volteggiava sempre davanti. Questo significava molto: Elena, anche solo a pensarla, mi insegnava più cose e più importanti di quante ne potevo imparare dal resto dell’ambiente di studio e di eros, dove, in seguito a quattro estati di varie esperienze, avrei potuto passarne un quinto mese piacevole con una ragazza gradevole, allegra e disinvolta, o anche vivere un amore mensile importante con una donna bella e intelligente che tuttavia non mi obbligasse a pensarla continuamente e spietatamente al pari di Elena, intensa e piena di simboli come un’opera d’arte, e pure problematica da ogni punto di vista.

Non riuscivo a staccare il pensiero da lei e ne dedussi che passare quel mese importante con una donna qualsiasi, anzi con qualsiasi altra donna, non era destino per me e non mi conveniva; allora dovevo impegnare tutte le mie forze in un rapporto pur faticoso e travagliato con la Sarjantola perché mi guidasse a conoscere nuovi e reconditi aspetti dell’anima mia.

Ci sono difficoltà e fatiche che non dobbiamo cercare di evitare poiché ci proteggono da altri travagli più gravi

Nel pomeriggio venne a cercarmi Katalin. Mi invitò a una cena in un giardino situato nella zona universitaria. Con noi ci sarebbero stati altri ungheresi; io potevo portare Claudio che piaceva a una sua amica enorme, un “porcone”, la definì impietosamente l’amico quando la vide. Avremmo arrostito della carne e, probabilmente seduti, o distesi, sull’erba del prato ameno, avremmo bevuto il miglior vino rosso della terra magiara, l’Egribikavér, ossia il “sangue di toro di Eger”. Dopo cena, siccome il marito di Katalin era andato, per affari suoi, sul lago Balaton, cioè agli antipodi della peraltro piccola terra magiara, io e lei avremmo potuto fare l’amore quasi tranquillamente. Il programma mi lusingava e, per dirla tutta, mi stuzzicava. Il destino mi offriva un’occasione concreta di sfuggire all’amore pieno di problemi quanto una tragedia greca. Katalin non era una cima, ma, te lo rammento lettore, era una vera bellezza. La donna più bella tra quante, del resto non innumerevoli, non ho conosciuto del tutto mentre potevo farlo. Con questo stato d’animo, mi recai al picnic sul prato. Era il tramonto di una sera estiva, “piena di voli”[2] e propizia all’oblio della finlandese incinta: una di quelle sere di luglio nelle quali si gode la potenza dell’estate matura, del resto un poco scemata rispetto al culmine di giugno in misura già percettibile dalla posizione del sole occidente e dai colori meno vivaci; comunque si preannunciava una di quelle notti ancora brevi e calde, dall’aria carezzevole e odorosa dove è piacevole indugiare a oltranza, anche fino all’aurora, per non perdere, con lungo rimpianto nell’autunno piovoso, di un dono di Dio raro, bello e fugace come la gioventù, come la vita. Si respirava con gioia la dolce e piena maturità dell’estate suscitata dall’aurea Afrodite che ama il sorriso. Quanto a fare l’amore con Katalin, avrei deciso più tardi. Avevo intenzione di mangiare e bere non troppo, studiando la situazione, e considerando bene se mi conveniva, e piaceva, lasciare cadere il sentimento forte, e molto difficile da concretizzare, per l’artistica, pierfrancescana Madonna del parto, in cambio di un’orgia non dionisiaca, né apollinea, insomma non santa, con una ragazza tanto giovane e bella, quanto disordinata,  stonata e confusa. Veramente la sera prima avevo promesso a Elena che sarei andato a cercarla, ma questo, casomai, potevo farlo anche molto più tardi. Erano appena le otto. C’è tempo per mangiare, bere, osservare e meditare, pensai. Tutto il tempo.

Ma quando ebbi assaggiato un poco di carne arrostita e bevuto mezzo bicchiere di sangue di toro, sentivo angoscia per quanto dicevano quei giovani consumisti magiari, seriamente occupati a parlare di vestiti, di motori, di scarpe. Lo facevano in modo tale da offendere la mia sensibilità estetica ed etica, mentre il fumo della carne arrostita scalciava la dolce aria notturna con volute dense e acri che nascondevano il cielo stellato.

A un tratto mi alzai per allontanarmi da quella masnada, segno oltretutto del fallimento di un regime che avevo creduto molto migliore del nostro.

“Questi non sono comunisti”-pensai. “ Sono consumisti volgari”. Uno mi domandò quanti cavalli avesse la mia “bella macchina nera”. Non lo sapevo, proprio non lo sapevo e non mi interessava saperlo. Di bere altro vino, pur buono, in mezzo a quella greggia stremata, di fare l’amore con Katalin, pur bella e disponibile assai, in quanto la poveretta vedeva in me un giovin signore dell’agognato mondo capitalistico, non mi andava. Ero già ubriaco. Ubriaco di amore. Amore di Elena e amor proprio. Sentivo con dolore la mancanza e l’atroce bisogno di quella strana donna finlandese, delle parole, dello stile, dell’aspetto di lei. Mi scusai con Katalin, poco cortesemente, anzi un poco crudelmente, ma del tutto sinceramente: non potevo rimanere, poiché mi mancava una donna che a sua volta aveva bisogno di me. Parlavo senza imbarazzo, siccome dicevo parole sentite profondamente. “Senti Katalin-dissi- tu sei splendida e probabilmente un giorno rimpiangerò di non avere fatto l’amore con te. Adesso però sono innamorato di un’altra e devo, e voglio andare da lei”. Ci rimase male parecchio, ma non cercò di trattenermi. Balbettò alcune parole insignificanti, che non ricordo. Gli altri, sparsi nel prato del fumo che oscurava le stelle, nemmeno si accorsero che me ne andavo, sicchè io, alzata appena la mano per un saluto collettivo e generico, mi lanciai di corsa verso la radura del laghetto illuminato dalla luna scoperta. Poi passai di corsa sopra il ponticello di legno che risuonò allegramente, attraversai il piazzale con la fontana dagli zampilli brillanti, e in poco tempo arrivai sul prato antistante il collegio dove la mia compagna, speravo, mi stava aspettando. Se non era già andata via. Temevo, pregavo. La terra è in mezzo alle stelle, e sulla terra, qui a Debrecen, ci sei tu, e forse mi pensi e mi aspetti. Infatti, infatti Elena c’era: era valsa la pena rinunciare a ubriacarmi di vino, a ingozzare tanta carne degli spiedini di porco, e a lisciare, a sfregare, non senza gusto, la carne ben tornita di Katalin, anche se il premio doveva rimanere soltanto quello: avere visto Elena che mi aspettava in camera sua affacciata alla finestra aperta sul prato umido di rugiada che luccicava di luna. Innumerevole sorriso dei roridi steli[3].  

“Ciao”, dissi, come giunsi ansimante sul rettangolo di erba illuminata non solo dalla casta diva celeste, ma anche dalla luce della finestra che incorniciava Elena. La bella donna aveva un’espressione di contentezza, forse proprio perché mi aveva visto arrivare.

“Ciao, sono venuto qua di corsa per te”. Ripresi fiato quasi subito perché quell’estate correvo sistematicamente, ossia tutti i giorni, cinquemila metri allo stadio. Fatta una breve pausa, ricominciai: “Scusa, sono a corto di fiato. Poco fa mi trovavo dall’altra parte del bosco con gente che non mi piaceva, persone poco belle, poco fini, e ho sentito la mancanza, il bisogno della tua nobile semplicità[4].    

Elena riversò su di me la luce scintillante, paradisiaca del suo sorriso.

Poi disse le parole che speravo: “Anche tu mi sei mancato. Nel pomeriggio ho provato a parlare con altri, ma non ho sentito dire niente di interessante.

Luoghi comuni, stupide banalità. Io mi trovo bene, mi sento a mio agio con te, Gianni. Scusa un momento, mi cambio e vengo. Cosa vuoi che mi metta?”

Le vedevo soltanto una maglia bianca a righe azzurre.

“Vestiti di bianco, tesoro, di bianco e sportiva, se puoi”.

Mi riferivo a un suo vestito senza maniche, di spugna,  che le arrivava un palmo sopra le ginocchia rotonde e le stava magnificamente. Era come la proiezione di un aspetto della sua persona. Io, per godermi del tutto l’aria calda della notte dolcissima, e pure, a dirla tutta, per sfoggiare la linea recuperata con fatiche olimpiche dopo l’ingrassamento dei mesi in caserma, ero uscito in calzoncini e maglietta di cotone. Elena si ritirò dalla finestra. Alzai gli occhi al cielo con gratitudine. Era la prima volta, arrivato a ventisei anni e otto mesi, che una donna di cui ero innamorato mi contraccambiava e forse, probabilmente, sarebbe venuta a letto con me. Quella notte, ero sicuro, l’avrei almeno baciata. Avrei assaporato quella lingua materna, nutrice e santa.

L’estate scorsa, sempre in luglio, quarant’anni dopo quella sera di gioia, sono tornato a Debrecen in bicicletta, da Bologna,  con Fulvio e con altri due amici più giovani, due quarantenni ex alunni, due novizi di Debrecen. Ci siamo tornati, Fulvio e io, protesi alla giovinezza lontana come verso il sole al tramonto. Ho affrontato la grande fatica di mettermi al passo con la giovinezza e ho pure rischiato la pelle saltando dalla bicicletta in un fosso per schivare un’ automobile che mi veniva addosso. E dopo otto giorni ci sono arrivato, pedalatore tenace e annoso, quasi sessantasettenne.

Una notte, andati a letto gli amici, sono tornato sotto la finestra di Elena, quella finestra oramai sconsacrata e deserta, onde  mesto riluceva  il raggio della luna[5]. Ho ricordato i sentimenti forti, pieni di gioia di quella sera remota e ho sentito la necessità di raccontarla, di renderla eterna, se il giudizio finale, quello dell’arte, sarà positivo. Ora noi due giovani amanti di quell’estate lontana siamo due vecchi al tramonto e ci avviamo verso quella lunga, eterna notte d’inverno allora del tutto imprevista; Elena forse è già stata disfatta dal suo precipitoso destino di donna mortale, ma la luce di quei giorni remoti continua a risplendere dentro di me e con questa voglio illuminare altre vite, prima che si spenga per sempre la mia. 

Gianni Ghiselli g.ghiselli@tin.it

 

Note:


 

[1] Cfr. Sofocle,  Edipo re, v.482.

[2] Cfr. Pascoli, Paulo Uccello, 16-17.

[3] Cfr. Eschilo, Prometeo incatenatopontivwn te kumavtwn-ajnhvriqmon gevlasma (vv. 89-90). innumerevole sorriso/delle onde marine  

 

[4] Confronta la nobile semplicità e la quieta grandezza (edle Einfalt und stille Gröbe) delle statue greche in Pensieri sull’imitazione dell’arte greca di J. Winckelann

 

[5] Cfr. Leopardi,: “quella finestra,/ond’eri usata favellarmi, ed onde/mesto riluce delle stelle il raggio/è deserta” Le ricordanze (vv. 141-144).

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