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Elogio della bicicletta

di Giovanni Ghiselli

Luoghi comuni, conformismo e paura della libertà. Festival rossiniano e Festival della parola.

 “Non c’è nulla che mi faccia perdere la calma come vedere venire avanti uno con un luogo comune insignificante, quando io parlo con il cuore in mano”[1].

Il parlare per luoghi comuni è un orribile difetto, anzi è un vizio che deriva da mancanza di intelligenza, coraggio e buon gusto. E’dunque un segno di stupidità, un predicato di viltà e volgarità.

“Il bruto è il più tenace servo dell’assuefazione”[2].

Quali sono oggi i luoghi comuni più comuni?

Quelli che tolgono valore all’educazione, alla cultura, agli affetti, alla salute, alla bellezza: insomma all’anima e al corpo dell’uomo. Il modo di pensare più diffuso potrebbe essere definito “anti-umanesimo”. Unici valori per i più, a partire dai politici, cattivi maestri, latori di pessimi esempi, e dalla televisione che è la loro cassa di risonanza, sono il denaro e i connessi “vendere, comprare, sviluppo”. Uno “sviluppo” che Pasolini contrapponeva al “progresso” come valore morale.

 Uno sviluppo privo di carità.

Adesso, mentre ci spellano con le tasse, parlano in continuazione di necessaria “crescita” e con questa intendono esclusivamente l’aumento del PIL. La gente deve comprare perché crescano la produzione e il lavoro.  

La crescita, l’accrescimento in termini culturali, morali, estetici, ossia nei termini effettivamente umani di sapere, di onestà e di bellezza  non viene nemmeno considerata.

Se parte della popolazione non sa più parlare, se non è in grado di esprimere sentimenti, e un poco alla volta perfino di averli, se ha la testa vuota di idee, se muore di cancro per l’inquinamento, se viene decimata dalle macchine, non ha importanza: quello che conta è che il PIL cresca, che si vendano più automobili, motociclette, telefonini e così via.

 Faccio degli esempi tratti da quanto ho avuto sotto gli occhi in questo periodo.

Mi trovo a Pesaro, la mia città di origine, dove rimarrò tutto il mese di agosto, per fare qualche nuotata, alcune letture anche impegnative, un poco di corsa e di bicicletta. Con impegno pure l’esercizio fisico, l’ascesi somatica. Ogni ascesi è fatta di fatica e di piacere. Non mi piace lo svago privo di occupazione.

Insomma credo nelle auree parole di Giovenale “mens sana in corpore sano”. Anche questo è un luogo comune, ma è positivo in quanto  favorisce vita. A Pesaro abito in centro: vicinissimo al mare e alla piazza del Popolo, quella dei discorsi di Mussolini sulla lira e, recentemente, del “buon” Napolitano su non so che cosa.

Ebbene, nel centralissimo Viale della Vittoria, dove dimoro d’estate, vanno e vengono, non uomini e donne che parlano di Rossini, bensì motociclette a ogni  ora del giorno e della notte, lanciate a tutta velocità con rumori spesso assordanti. Nessuna limitazione o sanzione viene mai imposta all’orda barbarica di questi disturbatori scatenati. Sanzionare tali molestie pesanti oggi non è di moda. In compenso, se si sorride a una donna o le si dice: “sei bella e fine!”, si rischia di andare in galera.

 Sul finire dell’estate qui a Pesaro è esplosa una caccia alle streghe  contro le scorrettezze  dei ciclisti indisciplinati, che vengono multati da  guardie molto solerti, attenti  esaminatori delle biciclette, e implacabili repressori di chi pedala “mettendo in pericolo le vite di automobilisti e motociclisti” (sic!). Questo è l’allarme rosso.

Pattuglie di vigili attenti aspettano  il vento da poppa, cioè il via del questore e scattano rapida- mente. Il furto delle biciclette invece poco ci manca che venga incoraggiato, qui come a Bologna dove me ne rubano  ogni anno tre, a dir poco.

La bicicletta, dovunque vada, non inquina e non ammazza nessuno, anzi fa bene a chi la usa e andrebbe incentivata come mezzo di trasporto e veicolo delle vacanze. Sono anni che faccio le ferie di luglio pedalando per quindici giorni con tre amici.

Facciamo centinaia di chilometri in due settimane.

In Grecia, nel Peloponneso: a Olimpia per i frontoni mirabili del tempio di Zeus e per la grazia di Prassitele, poi sulle montagne, fino al tempio di Apollo Epicurio e al Taigeto dove ringrazio la mamma che mi ha messo al mondo e tenuto con sé senza buttarmi via sebbene alla nascita pesassi appena due chili,  quindi a Epidauro per vedere l’Antigone, o l’Alcesti recitate in greco, e a Micene per osservare la cupa rocca di Agamennone e pensare alla vita umana come mistero e come problema.

Oppure pedaliamo nella Grecia centrale, verso Atene per la potenza dell’acropoli di Fidia e per  i Musei, poi andiamo al santuario di Delfi, l’intangibile ombelico della terra[3], a pregare il Lossia, e scaliamo entrambe le cime del Parnaso sacre ad Apollo e alle Muse; oppure sbarchiamo  a ovest e andiamo a Dodona per consultare l’oracolo più antico e scrutare il destino rivelato dal volo delle colombe profetiche e dalle querce che sussurrano al vento voci fatali, quindi ci indirizziamo a nord, nella veneranda valle del Peneo, base bellissima dell’Olimpo, terra colma di prosperità e di florida fertilità[4], poi scaliamo l’Olimpo stesso in una nobile gara benefica per la salute, un agone patrocinato dagli dèi[5], se ci sono. In ogni caso noi li sentiamo vicini dovunque, e li preghiamo, sapendo che se gli dèi sono più umani, gli uomini sono più divini. Per questo Cristo si è fatto uomo. Religione è rispetto del mistero che è la vita,  che è l’uomo.

 Io so che negare gli dèi è odiosa sapienza[6].

E’ il sapere miope dei tecnocrati che, negando la carità e la compassione, negano dio e negano l’uomo.

Si dicono Cristiani ma che cosa ha in comune il loro pragmatismo con la finezza morale del cristianesimo, resa ancora più sottile dall’intelligenza rabbinica? Che cosa ha a che fare il cosiddetto “Celeste”, il vacanziere a sbafo, o il furbastro Casini, con Gesù Cristo?

Quanto Cesare Borgia e suo padre con San Francesco.

 

 

 Oppure percorriamo la costa dell’Asia minore colonizzata dai Greci: andiamo a Smirne,  a Efeso, a Pergamo e a Troia per commuoverci sulla sorte di Ettore e delle care Troiane prigioniere di guerra della tragedia di Euripide.  Del resto siamo andati anche in Ungheria, a Budapest, poi fino a Debrecen, cittadina universitaria cara alla mia gioventù, attraverso la puszta,  la pianura senza alberi dove il sole cala di sera come un uccello stanco del volo.

 

Facciamo questo da molti anni e ne andiamo fieri. Non ce ne stanchiamo mai.  E’ un’esperienza dopo la quale, automobili,  motociclette e motorini appaiono quali strumenti per gente debilitata o malata. Del resto la bici è terapeutica: fa bene a chiunque la usi, e pure i poco sani, di corpo e di mente, ne trarrebbero grande beneficio.

 

Il giorno di ferragosto sono andato in bicicletta da Pesaro a Sansepolcro,  come sempre privo di telefonino, per onorare i miei morti e rivedere i quadri di Piero della Francesca che  nel fenomeno fanno vedere l’idea.

Ho percorso da solo  l’itinerario della pietà, una strada piuttosto sconnessa, molto calda e pressoché deserta, quasi un santuario del silenzio.

Pedalavo in una solitudine assoluta e profonda: quella del santo, o del pazzo, o del criminale.

Una solitudine comunque meno scontrosa di quella che mi ha portato sulla cripta di Sansepolcro il giorno di Natale, in treno fino ad Arezzo poi in taxi poiché ad Arezzo nel dies natalis Iesus Christi non c’erano corriere e faceva freddo, nonostante il 25 dicembre sia pure il dies natalis Solis invicti.

 Non ho mai temuto la solitudine. Piuttosto la compagnia degli imbecilli e dei profittatori. Durante il pellegrinaggio ciclistico di ferragosto non ho avuto paura nemmeno quando, verso sera,  ho sentito alle spalle latrati sinistri di cani infuriati che mi hanno inseguito a lungo, fino a sfiorarmi tre volte le caviglie vorticose, senza riuscire mai ad azzannarle però.

Dai due chili scarsi della nascita, con la bicicletta mi sono irrobustito.

A dieci anni battevo i ventenni e ora, a un passo dai sessantotto anni, batto i quarantenni.

“Ci provi un altro senza farsi sbranare o rompersi l’osso del collo!”, pensai, una volta scampato. Atteone dopo tutto, non se l’era cavata[7].

 

Ero fiero di me, eppure non era merito mio.

Avevo e sentivo la protezione dei miei morti: loro sono vissuti per me e mi aiutano sempre.

Io ci credo.

Credere nell’immortalità dell’anima infatti è un rischio bello[8], dice Socrate nel Fedone.

Dovevo arrivare al cimitero di Sansepolcro, prima che lo chiudessero.

Alla  tomba dei miei cari e dei miei antenati,  un altare per me.

Ci arrivai. Li salutai, uno per uno, pieno di gratitudine.

La mia persona raccoglie tutte le loro attitudini. Tutto si amalgama in me.

“Una stirpe non produce subito un uomo della mia levatura”, pensai con narcisismo gioioso e riconoscente.

 Il giorno dopo ho allungato la via pietatis, salendo, sempre in bici, sulla Verna, il “crudo sasso intra Tevero e Arno”[9] dove Francesco prese da Cristo l’ultimo sigillo, ossia   ricevette le stimmate.

Il santo di Assisi amava la vita e non aveva bisogno di cose non necessarie per sentirsi in sintonia con la bellezza del creato.

Ma ora l’amore per la vita, l’armonia con il cosmo, l’attenzione per gli altri uomini e per la natura sono ritenute stravaganze sospette, se non addirittura aberrazioni colpevoli e incomprensibili. Perfino rispondere al sorriso di  un bambino può essere pericoloso. La pubblicità inculca nelle povere teste, nelle teste dei poveri in primis, l’idea che la felicità consiste nel comprare sempre di più, riempire la propria dimora, magari un antro reso freddo e malsano dalla mefitica aria condizionata, di cose prevalentemente inutili, o addirittura nocive.

Nessun libro, ma diversi televisori e  telefonini. Più sono frustrati, più sprecano.

 Se ci fosse maggiore simpatia tra gli esseri umani, come ricordo c’era negli anni Settanta (ora è un vecchio che scrive, uno pieno di anni ed è lieto tuttavia, poiché pedala, nuota, corre, studia, ama e conserva gagliarde illusioni ) la povera gente non cadrebbe nella trappola delle menzogne e pubblicitarie piene di calunnie nei confronti della vita. Tutte falsità che hanno presa sui cervelli bolsi o malsani. Propaganda malata di un mercato malato che si rivolge a gente malata. Il gelido, diabolico mercato e i suoi apostoli minacciano la vita con pugno di ghiaccio. La terra sta diventando un ospedale, luogo più triste di un cimitero.

I mezzi di informazione diffondono la paura e divulgano tra il volgo più sprovveduto e ignorante il messaggio che l’uomo è lupo per l’uomo.

Calunniando i lupi oltretutto[10].

 

Meno pericolosi dei cani ammaestrati, da  padroni violenti, che, per difendere la loro misera roba, li aizzano ad ammazzare chiunque capiti a tiro, compresi i viandanti e i ciclisti, sempre esposti ad ogni violenza. Il contrario di Santo Francesco che ammansiva i lupi

Noi e i pedoni siamo le vittime sacrificali della guerra che si svolge ogni giorno su tutte le strade: ci ammazzano, spesso per gioco, come se fossimo mosche,  for their sport[11] automobili e motociclette. Ci minacciano, e talora ci uccidono, pure i cani.

 

 

Più in generale: il vero vetitum  ora è la simpatia tra gli umani, mentre  l’imperativo è  “temere il prossimo come potenziale nemico”, e “comprare le cose”, anzi vendere se stessi per comprare le cose.

Ci insegnano a diffidare comunque di uomini e donne, perfino dei bambini, mentre dovremmo fidarci del mercato e della pubblicità.

“Sono uomo ma tutto ciò che è umano non mi riguarda”[12].

 Potrebbe essere il motto antiumanistico dei nostri tempi. Oppure: “sono qua sulla terra non per amare e fare del bene ma per odiare e  consumare”[13].

.

Altra considerazione: il difettoso rispetto della mente e dell’anima si stampa in caratteri grossi sul corpo che è la dimora terrena della psiche.

La spiaggia è piena di obesi, uomini soprattutto, ma anche donne e perfino bambini. Teste svigorite[14] e vuote. Parole insignificanti. Corpi enfatici, gonfi, barcollanti ai confini del ridicolo. Talora del ripugnante.

Si vedono uomini e donne al cui confronto i maiali fanno la loro porca figura.

 La crescita in larghezza non manca: è una verità, una non latenza[15] accertabile, soprattutto durante l’estate.

 

 La gente depressa  sente un vuoto interiore. Vuoto di umanità, di affetti, di amore, e cerca di riempirlo con il mangiare, il consumo più a portata di mano. Stanno ore e ore in automobile, spesso con il telefonino all’orecchio, atto pericoloso e proibito che mai viene sanzionato dai vigili in questo caso per niente attenti e solerti. Poi mangiano a dismisura. Sulla riva del mare c’è una mostra continua, non di ostensori  con immagini belle e sante, ma  di pance sconce, piene di tutto.

Sconcio in greco equivale a non somigliante[16]. Sconcio è infatti l’uomo che non assomiglia a se stesso, all’essere umano che è. Si può essere democratici quanto si vuole, anzi si deve. Ma non è possibile non provare il sentimento della distanza.

Ancora una riflessione. Pesaro è la città di Rossini, un onore per noi Pesaresi. In agosto, tutti gli anni, da più di trent’anni,  qui c’è un festival, rossiniano appunto, di alto livello. Ebbene, il teatro e l’Arena Adriatica si riempiono di spettatori, ma tra questi, gli Italiani sono una minoranza. In compenso si vedono tanti Orientali e stranieri in genere.

Il ROF è comunque una cosa bella, un vanto per Pesaro.

Bello era anche il Festival della parola che l’anno scorso riunì studiosi di valore nella nostra cittadina e fece girare parole significative e idee lontane dai luoghi comuni delle teste vuote o mal fatte. Quest’anno l’amministrazione non ha concesso il denaro necessario al convegno filologico.

 La cultura non si mangia, l’arte nemmeno, diceva un ministro ignorante e imbecille della nostra repubblica.

L’arte infatti si oppone ai luoghi comuni della volgarità vigente: “Ogni grande libro spira questo amore per i destini dei singoli individui che non si adattano alle forme che la collettività vuole loro imporre… per di più una poesia col suo mistero trafigge da parte a parte il senso del mondo, attaccato a migliaia di parole triviali, e ne fa un pallone che se ne vola via. Se questo, com’è costume, si chiama bellezza, allora la bellezza dovrebbe essere uno sconvolgimento mille volte più crudele e spietato di qualunque rivoluzione politica![17]".

Credo che ci siano ancora non poche persone in grado di capire e condividere quanto scrivo. Ma il conformismo plumbeo che opprime la gente, ne schiaccia l’intelligenza e la volontà: sicché un poco alla volta vanno perdute la capacità di pensare con la propria testa e la volontà di reagire con  sdegno. I poveri che sono tanti, sempre di più, si vergognano di essere tali, e invece di contestare il sistema che li umilia, che non dà le stesse opportunità a tutti, che non consente di studiare ai loro figli, neanche se sono capaci e desiderosi di farlo, i poveri dunque e i quasi poveri, la maggioranza oramai, cercano di scimmiottare quelli meno poveri, mentre vengono spinti da una propaganda odiosa ad aborrire e a differenziarsi da quelli più poveri. Magari si indebitano per mandare i figli a scuola di equitazione, sperando che gli odiosi vicini li considerino, con invidia, emuli di Alessandro Magno. Dilaga lo snobismo, ossia la maleducazione per cui si vuole apparire più ricchi e importanti di quello che si è.

 Del resto alcuni delitti li ha resi onesti il successo, agli occhi dei più.

Lo vedeva già Seneca : “honesta quaedam scelera successus facit ” (Fedra, 599).

Il filosofo che cercò di educare Nerone, invano, si intendeva degli  arcana imperii. Il segreto del potere è sempre quello di spaventare e dividere  per comandare: abolire la solidarietà tra gli uomini per assoggettarli. Aizzare i penultimi a odiare gli ultimi inoculando il germe della paura di perdere quel pur misero posto nella graduatoria dei disgraziati.

I penultimi sono i primi ad approvare il divario enorme tra il salario miserrimo di uno che pulisce i gabinetti e “l’onorario” faraonico dell’amministratore delegato che magari manda in rovina l’azienda. Costoro, tanti operai e impiegatucci purtroppo, vogliono assimilarsi al dirigente e differenziarsi dal loro simile appena più umiliato. Ne conosco alcuni che si indebitano per mandare i figli a scuola di nuoto, di vela, di ginnastica artistica, e non leggono nemmeno un giornale, per non dire dei libri.

 Credono che così facciano le persone rispettabili, ossia i ricchi.

 L’onesto Francesco non si vergognava di essere figlio del mercante Pietro Bernardone, però scelse di non condividerne la ricchezza e volle  stare con gli ultimi. Si parva licet componere magnis[18], se si possono paragonare le cose piccole con le grandi, mi metto anche io da quella parte. Da bambino parteggiavo per i Troiani. All’epoca a scuola si leggeva l’Iliade e piansi per la morte di Ettore.    

Adesso la depressione vera è innanzitutto quella morale, poi quella culturale e quella estetica. Se il logos, l’etica e il senso del bello verranno annientati dalla tirannide del mercato e degli strozzini, tale annichilimento distruggerà a sua volta chi l’ha programmato:  non funzionerà più niente, nemmeno le banche e le macchine. Monti, i suoi complici  e i suoi mandanti hanno già tutta l’aria degli apprendisti stregoni[19], o piuttosto di Wagner, il famulus attraverso il quale Goethe nel Faust si burlava dell’illuminismo miope, privo del senso e del gusto dell'infinito.

 

 

 

 

Giovanni ghiselli    g.ghiselli@tin.it


 

[1] J. W. Goethe, I dolori del giovane Werther, 12 agosto 1771.

[2] G. Leopardi, Zibaldone, 1762.

[3]

Cfr. i vv.897-902 del secondo stasimo dell’Edipo re di Sofocle:"Non andrò più all'intangibile/ ombelico della terra a pregare,/ né al tempio di Abae,/ né a Olimpia, /se queste parole indicate a dito/ non andranno bene a tutti i mortali".

 

[4] Cfr. Euripide, Troiane 216-217

[5]  Cfr. Sofocle, Edipo re, vv 879-882. “La gara benefica per la città,/prego dio di non/interromperla mai;/dio non cesserò mai di averlo patrono".-

[6] Pindaro nell’ Olimpica IX afferma che diffamare gli dei è odiosa sapienza (tov ge loidorh'sai qeouv"-ejcqra; sofiva, vv. 37-38), e che le montagne della sapienza, essendo scoscese (sofivai menv-aijpeinaiv, 107-108), comprendono la forza della natura e richiedono grandi forze per scalarle.

[7] Tu vedi lo sventurato destino di Atteone,

che le crudivore cagne che aveva allevato

sbranarono nelle radure montane, perché si era vantato

di essere superiore ad Artemide nelle cacce.

Che tu non abbia a soffrire questo: qua, ti incoronerò il capo

con l’edera: rendi onore al dio insieme con noi (Euripide, Baccanti, 337-342).  

[8] Kalo;~ ga;r oJ kivnduno~ (114 d)

[9] Dante, Paradiso, XI, 106

[10] Cfr. in J. Webster, Il diavolo bianco (del 1612), la nenia funebre cantata da Cornelia, "in vari modi di follia", sul cadavere del figlio Marcello, ucciso dal fratello Flaminio :" Chiamate il pettirosso e lo scricciolo, che volano sopra i boschetti ombrosi, e con foglie e fiori coprono i corpi soli al mondo degli insepolti. Chiamate al suo lamento funebre la formica, il topo dei campi e la talpa, che levino mucchi di terra per tenerlo caldo e quando le ricche tombe vengono depredate non soffra danno: ma tenete lontano il lupo, che è nemico degli uomini, altrimenti con le sue unghie li dissotterrerà (But keep the wolf far hence, that's foe to men,/For with his nails he' ll dig them up again, I, 2)".

"T. S: Eliot ha inserito gli ultimi due versi-cambiando la parola "wolf" (lupo) in "dog" (cane), e la parola "foe" (nemico) in "friend" (amico)- nella prima parte di The Waste Land, versi 74-75".  

 

[11] Cfr. King Lear :"As flies to wanton boys, are we to the gods, /They kill us for their sport " (IV, 1), come mosche per dei monelli capricciosi siamo noi per gli dèi.

[12] E’ il rovesciamento del verso   più    famoso verso di Terenzio:"  :"Homo sum: humani nil a me alienum puto " . Heautontimorumenos   77.

 

[13] E’ il ribaltamento di quanto dice Antigone nella tragedia di Sofocle  affermando il suo amore per l'umanità :" ou[toi sunevcqein ajlla; sumfilei'n e[fun", (v. 523), certamente non sono nata per condividere l'odio, ma l'amore.

 

[14] Nella Nevkuia, il canto dei morti dell’Odissea, le teste svigorite (" ajmenhna; kavrhna", XI, 29) prive di consistenza e coscienza, o al massimo dotate di una semi-coscienza crepuscolare, vogliono avvicinarsi al sangue degli animali sgozzati e devono berlo per  esprimersi umanamente e veracemente.

 

[15] Verità in greco è ajlhvqeia, “non latenza” appunto.

[16] ajeikhv~

[17] R. Musil, L’uomo senza qualità, p. 355.

[18] Virgilio, Georgica IV, 176.

[19] “La moderna società borghese, che ha evocato come per incanto così potenti mezzi di produzione e di scambio, rassomiglia allo stregone che non può più dominare le potenze sotterranee da lui evocate...i rapporti borghesi sono diventati troppo angusti per contenere le ricchezze da essi prodotti" Marx-Engels,,Manifesto del partito comunista , pp. 63, 64, 65.

 

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