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Ester

Commento di Giovanni Ghiselli al percorso di Rosanna Virgili su Ester

 

Virgili

Un Libro per un giorno di gioia

In occasione della festa di Purim, gli Ebrei della città di Susa narravano le vicende di una bella regina persiana di stirpe ebrea che aveva rovesciato un malvagio visir e di un saggio - Mardocheo -che, tolto il potere al cattivo visir, era diventato ministro al suo posto.

In questa festa, che ha delle manifestazioni esteriormente simili al Carnevale, gli Ebrei si mascherano e si travestono, cantano, ballano con grande gioia e allegria.

Purim è, infatti, uno iom tov, cioè un giorno «di gioia, di banchetto e di festa» (Est 9,19), di natura conviviale e profana, con ben poco di religioso. Ma la ragione è quella che è scritta nel Libro di Ester:

gli Ebrei hanno salvato la vita, mentre coloro che complottavano contro di loro sono stati messi a morte (cf. Est 9,l2 ss). 

 

 Ghiselli

Cfr. il capovolgimento del carnevale che ribalta la figura del capo: da re a farmakovς.

Il carnevale contiene spesso uno scoronamento. In questo caso gli Ebrei da vittime soccombenti diventano vincitori prepotenti. Manca l’idea del perdono. Verrà impalato non solo il malvagio Hamàn, ma anche i suoi dieci figli per ordine di Ester. Verranno poi uccisi decine di migliaia di nemici degli Ebrei dopo il trionfo di Ester e del suo tutore Mardocheo [1].

 Per quanto riguarda lo scoronamento classico, si può pensare all’ Edipo re di Sofocle dove il protagonista eponimo passa dalla condizione di re amato, quasi venerato dal suo popolo, a farmakovς, medicina umana, capro espiatorio che deve essere allontanato con infamia dalla città di Tebe della quale lui stesso si è scoperto essere il mivasma, la contaminazione che appesta la povliς.

 

Testo della Virgili

“Nel dodicesimo mese, cioè il mese di Adàr,  il tredici del mese, quando l'ordine del re e il suo decreto dovevano essere eseguiti, il giorno in cui i nemici dei Giudei speravano di averli in loro potere, avvenne invece tutto il contrario, poiché i Giudei ebbero in mano i loro nemici» (Est 9,1).

Le “sorti” sono state rovesciare! Purim sono, allora, quelle sorti mutate a favore di Israele. E chi ha potuto realizzare un simile sogno che, invece, la storia ha spesso negato?

Le mani di una donna, la fanciulla Ester.

 

Ghiselli-Erri De Luca

“E’ ebrea, vive un culto malvisto, perché esclude tutti gli altri…Oggi il monoteismo appartiene all’evidenza della storia, all’epoca era un’insolenza da praticare in segreto, in una terra di esilio. ..Ester deve aggiungere al suo carattere chiuso anche questa reticenza, il suo tutore gliela inculca da bambina. Il suo nome ebraico è Hadassa , versione femminile di “hadàs” che è la pianta del mirto. Il suo nome pubblico è Ester, che viene dal verbo nascondere”[2]

 

Virgili

 

La dignità di Vasti

La storia narrata dal Libro è tutta un intreccio di eventi, di nomi, di imprevisti. Ester è una semplice ragazza ebrea che si trova insieme a tanti altri della sua gente, dispersa nell’immenso Impero Persiano.

Siamo ai tempi di Artaserse, «quell’Artaserse che regnava dall'India sopra centoventisette province» (Est 1,1). La Bibbia lo chiama Assuero.

 

 Ghiselli

Assuero dovrebbe essere Serse, figlio di Dario, il re sconfitto a Maratona (490). Serse è lo sconfitto di Salamina (480 a. C.).

Vasti secono Erri De Luca è “di stirpe reale, nipote di Nabucodonosor”[3].

 Artaserse I regnò dopo Serse, dal 465 al 424.

La Bibbia delle edizioni devoniane (1971) identifica Assuero con Serse e in nota scrive che il greco porta Artaserse  “per una confusione con il nome dei suoi successori[4].

In ogni caso, nei  testi greci, il “grande re” dei Persiani viene presentato come un despota che comanda su uno stuolo di schiavi.

Eschilo nei Persiani  contrappone al potere assoluto il sistema democratico ateniese quando la regina Atossa domanda ai vecchi dignitari chi sia il pastore e il padrone dell'esercito. Allora il corifeo risponde:"ou[tino" dou'loi kevklhntai fwto;" oujd j uJphvkooi"  (v. 242), di nessun uomo sono chiamati servi né sudditi.

Il grande re Serse infatti pur se sconfitto, non è "uJpeuvquno" povlei" (v. 213), non deve  rendere conto [5] alla città, come invece è tenuto a fare uno stratego eletto dal popolo.

Nei versi precedenti la regina madre Atossa racconta un suo sogno: le apparvero due donne (vv. 180 ss.), una munita pepli dorici, l'altra adorna di vesti persiane, entrambe grandi, belle e sorelle di stirpe. Simboleggino la Grecia e la Persia. Tra le due scoppiò una lite: quindi il re Serse cercava di ammansirle  e le aggiogava al carro con le cinghie sotto il collo. Una delle due si esaltò per questa bardatura e porgeva la bocca docile alle briglie, mentre l’altra recalcitrava (ejsfavda/ze, v. 194), con le mani spezzò  le redini del carro, lo trascinò a forza senza freni e ruppe il giogo a metà. Allora, continua la regina, cadde il figlio mio, e gli si accostò Dario e lo compianse; e Serse, come lo vide, si lacerò le vesti addosso al corpo (pevplou~ rJhvgnusin ajmfi; swvmati, v. 199).

Euripide nell’ Ifigenia in Aulide fa dire alla fanciulla che ha deciso di offrire la sua vita alla patria:"è naturale che gli Elleni comandino sui barbari, e non i barbari, madre, sui Greci: loro infatti sono schiavi, noi liberi( vv. 1400-1401) "[6].

Isocrate  nel Panegirico[7] denigra i Persiani attribuendo loro la morale degli schiavi: essi sono educati alla servitù più compiutamente che i servi degli Ateniesi (150). 

Aristotele[8] nella Politica sostiene che i barbari non hanno la parte che per natura comanda (o[ti to; fuvsei a[rcon oujk e[cousin) e quindi la loro comunità è fatta di schiavi (1252b).

 

I Greci dunque, e in particolare gli Ateniesi, sono liberi, mentre i barbari, soprattutto gli orientali, sono schiavi.

  

In Erodoto, il dio stesso il quale "suole stroncare tutto ciò che si innalza" (VII, 10, 2 e ), punisce Serse quando vuole diventare signore dell'Europa e dell'Asia :" ouj ga;r eja'/ fronevein mevga oj qeo;" a[llon h] eJwutovn"(VII, 10 ), perché il dio a nessun altro permette di nutrir pensieri di grandezza fuor che a se stesso.

Il naufragio dell'Artemisio, nella stessa estate del 480, viene provocato da una tempesta scatenata dal dio affinché la flotta persiana venisse pareggiata da quella greca e non rimanesse troppo superiore:" ejpoievetov te pa'n uJpo; tou' qeou' o{kw" a]n ejxiswqeivh tw '/ jEllhnikw'/ to; Persiko;n mhde; pollw'/ plevon ei[h"(VIII, 13)

Un momento di riflessione piena di tristezza silenica  è quello in cui Serse, invadendo la Grecia, vede l'Ellesponto coperto dalle navi e dapprima si disse beato (oJ  Xevrxh" eJwuto;n ejmakavrise, VII, 45), ma subito dopo scoppiò a piangere (meta; de; tou'to ejdavkruse)  per compassione al pensiero di quanto è breve tutta la vita umana: “ wJ~ bracu;~ ei[h oJ pa'~ ajnqrwvpino~ bivo~, eij touvtwn ge ejovntwn tosouvtwn oujdei;~ ej~ eJkatosto;n e[to~ perievstai” (VII 46,2), dal momento che di questi che sono tanti nessuno sopravviverà al centesimo anno. Allora Artabano, lo zio paterno, lo consolò dicendogli che, essendo la vita travagliata, la morte è il rifugio preferibile per l'uomo ("ou{tw" oJ me;n qavnato" mocqhrh'" ejouvsh" th'" zovh", katafugh; aiJretwtavth tw'/ ajnqrwvpw/ gevgone", VII, 46, 4).  

Gli dèi si oppongono alla confusione che deriva dalla mescolanza ncongrua: nelle Storie  di Erodoto,  Temistocle, dopo la vittoria di Salamina sui Persiani di Serse, afferma:"Poiché questa impresa non l'abbiamo compiuta noi, ma gli dèi e gli eroi i quali non permisero che un uomo solo, per giunta empio e temerario, regnasse sull'Asia e sull'Europa, uno che teneva in egual conto le cose sacre e profane, incendiando e abbattendo i simulacri degli dèi, uno che frustò e mise in catene anche il mare (“o}~ kai; th;n qavlassan ajpemastivgwse pevda~ te kath`ke”(VIII, 109, 3).

 "Nel voler superare la distanza degli opposti consiste la u{bri" di Serse, quando pretende di aggiogare le due cavalle[9] o le due rive dell'Ellesponto e cioè terra e mare".[10]  

 

 Erodoto sostiene che la divinità è invidiosa e perturbatrice Storie, I, 32, 1).

Volendo nobilitare questa "invidia degli dèi", vediamo che essa  scatta nei confronti degli uomini di potere che, superando la giusta misura umana, si inorgogliscono e peccano di u{bri", o fanno errori politici, o sbagli militari: come Creso, come Policrate tiranno di Samo, come Serse cui lo zio Artabano dice che il fulmine si abbatte sugli edifici e gli alberi più alti, poiché il dio  tende a troncare tutto ciò che si innalza  "filevei ga;r oJ qeo;" ta; uJperevconta pavnta kolouvein", VII, 10).

Così anche un esercito grande viene distrutto da uno piccolo quando il dio, preso da invidia, gli scateni contro il terrore o un tuono. Allora gli uomini vanno in rovina in modo indegno di loro. In tanti si montano la testa per la ricchezza o la potenza, quindi incorrono in peccati che sono pure valutazioni sbagliate dei fatti umani. La punizione allora viene non solo dagli dèi ma dalle cose stesse.

La consolazione "silenica" dello zio paterno Artabano per il pianto del grande re  in seguito alla vista dell'Ellesponto coperto di navi (w{ra pavnta me;n to;n JEllevsponton uJpo; tw'n new'n ajpokekrummevnon, VII, 45) e della costa e della pianura di Abido traboccante di uomini (pavsa" de; ta;" ajkta;" kai; ta; jAbudhnw'n pediva ejpivplea ajnqrwvpwn), e al successivo pensiero della brevità della vita umana, si conclude con un'altra "denuncia" dell'invidia degli dèi che, anche in questo caso, può essere interpretata come un monito contro la dismisura:"oJ de; qeo;" gluku;n geuvsa" to;n aijw'na fqonero;" ejn aujtw'/ euJrivsketai ejwvn"(VII, 46, 4), e il dio dopo avere fatto gustare la dolce vita si rivela invidioso verso di lui.

"Certi successi...provocano una forma di orgoglio per cui l'uomo non riesce a scorgere i suoi limiti e tenta di fare ciò che è fuori dalle sue possibilità...Erodoto fa di Serse il suo maggiore esempio"[11].

Dall’inizio alla fine delle Storie di Erodoto dunque si ritrova questa domanda essenziale per il pensiero : “Son felici il ricco e il monarca? Perché il vivere può preferirsi al morire?”. A questa domanda rispondono i discorsi tra Creso e Solone, tra Serse e Artabano...anche Anassagora si sforzava di rispondere alla stessa domanda...secondo Anassagora il dotto soprattutto era felice" [12].

 

Su questa linea anche Platone che nel Gorgia (470e) fa dire a Socrate di non sapere se il gran re dei Persiani sia felice poiché non sa come stia quanto a paideia e a giustizia:"ouj ga;r oi\da paideiva" o{pw" e[cei kai; dikaiosuvnh"”; quindi aggiunge che l'uomo e la donna sono felici quando sono belli e buoni, quando sono ingiusti e malvagi invece sono infelici.

 Nelle Leggi (VII, 802a) più in generale  Platone afferma che "non è cosa sicura onorare i viventi con inni e canti prima che ciascuno abbia percorso fino in fondo tutta la vita e vi abbia posto una bella fine". 

Infatti lo stesso re Serse il quale "stava in un luogo che dominava tutta la battaglia,/un colle alto vicino alla distesa marina,/ scoppiò in gemiti vedendo l'abisso dei mali,/poi, lacerate le vesti, levato un acuto gemito,/dato subito il segno della ritirata all'esercito terrestre,/scappò con una fuga vergognosa" ( Eschilo,  Persiani , vv.465-470).

Questa immagine del despota persiano messo in fuga dall'eroismo dei Greci torna nella canzone All'Italia  di Leopardi:

"Allor, vile e feroce,/Serse per l'Ellesponto si fuggia,/

fatto ludibrio agli ultimi nepoti"(vv.74-76).

 

Anche nella Bibbia troviamo un ricordo di questa dismisura del despota persiano .

Assuero regnava dall’India fino all’Etiopia sopra 127 province  (Ester, 1, 6). Egli abitava in un palazzo sfarzoso[13], adornato di ogni pregio: «I divani erano d’oro e d’argento sopra un pavimento di pietra verde smeraldo» (Est 1,6).

 

Torniamo alla Virgili

 Un giorno decise di fare un banchetto megagalattico

«per gli amici e per quelli delle altre nazionalità, per i nobili dei Persiani e dei Medi e per i prefetti delle province›› (Est 1,3). A questo banchetto partecipava, a un certo punto, tutto il popolo al completo.

Dopo aver mangiato e bevuto per giorni e giorni, la prassi voleva che il re mostrasse ai suoi sudditi la bellezza di sua moglie, senza veli. La regina era bellissima e si chiamava Vasti. Ma era ribelle e non si volle prestare a questa opera di propaganda di pessimo gusto di suo marito. Vasti disse di no e non volle mostrarsi nuda al popolo di Persia! Fu così che Assuero fu costretto a divorziare e a mettersi a cercarne un’altra.

 

 Ghiselli

Nella Bibbia che consulto non trovo la richiesta della nudità della regina Vasti. Leggo solo che il re Assuero volle “che conducessero davanti a lui la regina Vasti con la corona reale, per mostrare al popolo e ai capi la sua bellezza; ella infatti era di aspetto avvenente” (1, 11)

Ma prendo la versione della nudità  (“senza veli)  e trovo un parallelo di questa volontà di mostrare la propria moglie e regina “senza veli” nelle Storie di Erodoto.

 

Lo storiografo di Alicarmasso dunque racconta che un re di Lidia del secolo precedente Serse, cioè Candaule, commise la stessa azione non buona nei confronti della moglie, sia pure in modo meno scoperto. Comunque la pagò cara. In questo caso il marito, non la moglie

Ma sentiamo le parole di Erodoto tradotte in italiano[14]: "Questo Candaule dunque era molto innamorato della propria moglie, e, siccome innamorato, credeva di avere la donna di gran lunga più bella di tutte. Sicché, credendo questo, siccome aveva  tra le guardie del corpo Gige figlio di Daschylos che gli piaceva più degli altri,  a questo Gige, Candaule confidava anche i più importanti tra i suoi affari, perfino arrivando a lodare oltre misura l'aspetto della moglie. Passato non molto tempo, infatti era necessario che per Candaule finisse male, diceva a Gige tali parole:"Gige, in effetti non mi sembra che tu mi creda quando parlo dell'aspetto della mia donna (infatti le orecchie degli uomini si trovano ad essere più incredule degli orecchi): fa' in modo di osservarla nuda”.

Quello, dopo avere levato un alto grido, disse: signore, quale discorso insano fai, ordinandomi di osservare nuda la signora mia? Con il levarsi di dosso la veste, la donna si spoglia anche del pudore, Da tempo sono stati trovati i buoni principi dagli uomini, e da questi bisogna imparare".-

Ma Candaule rispondeva con queste parole:"Fatti coraggio, Gige, e non avere paura, né di me, che faccia questa proposta per metterti alla prova, né della donna mia, che da lei ti venga qualche danno

:"io infatti innanzi tutto farò in modo che ella nemmeno si accorga di essere vista da te.  Infatti ti metterò, nella camera in cui dormiamo, dietro la porta aperta: dopo che sarò entrato, si presenterà anche la mia donna per venire a letto. Si trova vicino all'uscita un sedile: su questo porrà le vesti una per una mentre se le toglie, e ti offrirà di osservarla con grande tranquillità. Quando poi dal sedile procederà verso il letto, e tu le sarai alle spalle, sia tua cura da quel momento che non ti veda mentre esci per la porta (Storie, I, 8, 1-4.)

Gige è costretto a obbedire e a osservare la regina mentre si spoglia. Quindi si allontana di soppiatto, ma la donna se ne accorge.  Capisce la trama del marito, se ne sente offesa, poiché per i Lidi, donne e pure uomini, è una grande vergogna essere visti nudi, ma fa finta di niente rimandando la vendetta.

Traduco qualche altra riga di Erodoto::"Quello dunque, siccome non poteva sottrarsi, era pronto, e quando, entrata, deponeva le vesti, la osservava Gige." Poi, come si trovò alle spalle della donna che andava verso il letto, scivolando via occultamente,  tornava fuori. La donna però lo scorge mentre esce. Poi, pur avendo capito cosa era stato fatto dal marito, non gridò dalla vergogna né diede a vedere di essersi accorta, mettendosi in mente di farla pagare a Candaule. Infatti presso i Lidi e più o meno anche presso gli altri barbari, che anche un uomo sia visto nudo comporta una grande vergogna". (I, 10, 1-3). In conclusione Gige, costretto dalla donna proditoriamente osservata nuda, ucciderà Candaule e diventerà re al suo posto.

Questo delitto verrà pagato da Creso, quinto discendente di Gige.

Creso saà sconfitto da Ciro e il suo regno, la Lidia, diverrà una satrapia dell’impero persiano.

 

Rendo la parola alla Virgili

 

Da concubina a regina

Dopo la destituzione di Vasti, si apre un concorso di bellezza tra le fanciulle di tutte le province del regno. Entra in scena Mardocheo, figlio di un certo beniaminita Simèi, il quale aveva fatto crescere nella sua casa una figlia adottiva, Ester, chiamata anche Adassa.

Ella venne condotta alla reggia e piacque ad Egai, il guardiano delle donne. Passarono dodici mesi nei preparativi, dopo di che fu presentata al re. Nell’incontro di una notte Ester piacque molto al re.

per cui, in seguito, fu ammessa al palazzo delle concubine.

 

Sentiamo ancora De Luca

“Brulicano da noi i concorsi di bellezza dove le giovani candidate esibiscono le forme assegnate loro dalla biologia. Educate all’esposizione, la offrono come frutta di stagione. Ma la bellezza priva di reticenza, si contegno interiore e discrezione, è lustrino che brilla di luce artificiale. Manca di energia interna, di fonte luminosa. Ester irradia, la miss è irradiata. In questo libro la bellezza femminile è al grado di incandescenza per essere di servizio a una missione: su di lei si fonda un episodio di salvezza mai più ripetuto”[15].

 

Ghiselli

La cosmesi prolungata per dodici mesi sarebbe un’altra forma di dismisura per i Greci, o almeno per Platone

Platone,  considera la cosmesi non un'arte, ma una prassi irrazionale, la forma di adulazione che sta sotto (uJpovkeitai), si sostituisce, alla ginnastica, per quanto riguarda la cura del corpo, come la culinaria è subordinata alla medicina. La cosmesi ("hJ kommwtikhv") dunque è "kakou'rgov" te kai; ajpathlh; kai; ajgennh;" kai; ajneleuvqero""(Gorgia , 465b), malvagia e fallace, ignobile e servile, poiché inganna attraverso l'apparenza i colori, la levigatezza e i vestiti, in modo da far trascurare la bellezza naturale che si ottiene con la ginnastica, mentre con i cosmetici ci appiccichiamo una speciosità esterna. 

 

Nell’Economico di Senofonte,  Iscomaco consiglia alla moglie di tenersi in esercizio affaccendandosi nei lavori domestici. Infatti quelle che stanno sempre sedute con solennità si espongono ai giudizi come quelle agghindate e ingannatrici (ta;" kekosmhmevna" kai; ejxapatwvsa"", Economico , X, 13).

 

Ancora la Virgili e la Bibbia

 

Irreparabilmente sedotto da lei, Assuero giunse ad amarla più di tutte le altre donne, finché non «le pose in testa la corona e la fece regina al posto di Vasti» (Est 2, 17).

 

Ghiselli

Vediamo alcune testimonianze su  la forza della bellezza.

Elena, sostiene Isocrate, ebbe la maggior parte delle prerogative della bellezza che è il più nobile, il più prezioso  e il più divino dei beni (Encomio di Elena, 64):.

Le cose che non hanno bellezza non possono essere amate; anzi vengono piuttosto disprezzate

La bellezza è superiore a tutte le cose esistenti (55). Verso chi porta altre qualità possiamo provare invidia; mentre verso i belli siamo benevoli (eu\noi, 56 ) al primo vederli e li onoriamo come gli dèi.

Preferiamo asservirci a uno bello che comandare agli altri (57)

Anche Zeus il kratw`n pavntwn (59) il signore dell’Universo,  divenne umile nell’accostarsi alla bellezza e prese varie forme per unirsi a lei: pioggia con Danae (e nacque Perseo), cigno con Nemesi (Elena), Anfitrione con Alcmena (Eracle)..

Elena dimostrò la sua potenza (duvnamn) a Stesicoro che scrisse la Palinodia  dopo avere usato parole irriverenti verso di lei che lo rese cieco.

 

L'idea della bellezza è la più vivamente riprodotta nel mondo sensibile ed è particolarmente efficace nel risvegliare il ricordo.

La bellezza ha ricevuto questa sorte di essere l’idea che rimane più manifesta e amabile qua sulla terra. Del resto già nella pianura della realtà, met’ ejkeivnwn, tra quelle idee, e[lampen o[n, brillava come essere (Fedro, 250d).

 Chi vede una bella persona e ricorda la bellezza ideale, la contempla e venera religiosamente, e gli spuntano le ali.

 

La bellezza può essere curata attraverso il cultus, ma anche trasandata. Ovidio scrive: "Forma viros neglecta decet; Minoida Theseus/abstulit, a nulla tempora comptus acu;/ Hippolitum Phaedra, nec erat bene cultus, amavit;/ cura deae silvis aptus Adonis erat " (Ars amatoria, I, vv. 507-510), agli uomini sta bene la bellezza trasandata; Teseo rapì la figlia di Minosse senza forcine che tenessero in ordine i capelli sulle tempie; Fedra amò Ippolito e non era gran che curato; Adone avvezzo alle selve era oggetto d'amore di una dea.

La bellezza ha una potenza divina.

Per quanto riguarda l'instabilità e l'inaffidabilità delle donne giovani e belle, Ovidio negli Amores è molto comprensivo: il tradimento infatti non sciupa la bellezza e perfino gli dèi lo concedono:" Esse deos credamne? Fidem iurata fefellit,/et facies illi quae fuit ante manet...Longa decensque fuit: longa decensque manet./Argutos habuit: radiant ut sidus ocelli,/per quos mentita est perfida saepe mihi./Scilicet aeterni falsum iurare puellis/di quoque concedunt, formaque numen habet " (Amores , III, 3, 1-2 e 8-12), devo credere che ci sono gli dèi? Ha tradito la parola data,/eppure le rimane l'aspetto che aveva prima...Era alta e ben fatta; alta e ben fatta rimane./Aveva gli occhi espressivi: brillano come stelle gli occhi,/con i quali spesso la perfida mi ha ingannato./Certo anche gli dèi eterni permettono alle ragazze/di giurare il falso, e la bellezza ha una potenza divina.

 Leopardi afferma la supremazia della bellezza su tutti gli altri valori nell'Ultimo canto di Saffo dove la poetessa di Lesbo constata che il potere è dei belli:"Alle sembianze il Padre,/alle amene sembianze eterno regno/diè nelle genti; e per virili imprese,/per dotta lira o canto,/virtù non luce in disadorno ammanto," (vv. 50-54). 

In definitiva, come scrive Simonide citato da Adimanto, fratello di Platone nella Repubblica l'apparire violenta anche la verità:" to; dokei'n...kai; ta;n ajlavqeian bia'tai" ( 365c).

 

Euripide viceversa fa dire alla vedova di Ettore che sono i valori morali delle spose a tenere avvinti i mariti: "Non certo per i miei farmaci[16] ti[17] odia lo sposo/ ma se non sei adatta a vivere con lui./E' un filtro  amoroso anche questo: non la bellezza, o donna,/ ma le virtù fanno felici i mariti."- ( Andromaca,  vv. 205-208 ).

 

La bellezza raffinata si accompagna alla semplicità e alla sobrietà.

La bellezza deve essere coniugata con  la semplicità, come dice in sintesi il  Pericle di Tucidide:"filokalou'mevn te ga;r met j eujteleiva"[18] kai; filosofou'men a[neu malakiva"" (Storie, II, 40, 1) in effetti amiamo il bello con semplicità e amiamo la cultura senza mollezza.

Vediamo infine alcune parole dell'Idiota  di Dostoevskij sulla bellezza femminile, quella di Aglaja Ivanovna :"E' difficile giudicare la bellezza..La bellezza è un enigma...Una bellezza simile è una forza...con una simile bellezza si può rovesciare il mondo"[19].

 

Di nuovo la Virgili

Il decreto di sterminio

Mentre Ester, ormai regina, se ne stava circondata da ogni agio al chiuso della corte di Susa, il destino dei suoi fratelli ebrei, fuori dal Palazzo, era tutt'altro che allegro. L’Agaghita Amàn, che era stato promosso primo ministro, aveva voluto giurare vendetta contro di loro, a causa di Mardocheo.

Quest’ultimo, infatti, non gli tributava il debito onore e non gli rivolgeva l’inchino quando il visir gli passava accanto: «Mardocheo non si prostrava davanti a lui» (Est 3,5). Amàn, allora, «si indignò e decise di sterminare tutti i Giudei che si trovavano sotto il dominio di Artaserse» (Est 3,6).

 

Ghiselli

 Alessandro Magno quando adottò costumi persiani pretese la proskuvnhsiς

 Il sofista Anassarco[20],  lo approvava e adulava, mentre il suo storico storiografo ufficiale Callistene di Olinto lo criticava. Alessandro lo fece ammazzare nel 327 dopo la seconda congiura, quella dei paggi..

.

Virgili- Bibbia

La questione fu così presentata ad Assuero: «Vi è un popolo segregato e anche disseminato fra i popoli di tutte le province del tuo regno, le cui leggi sono diverse da quelle di ogni altro popolo e che non osserva le leggi del re; non conviene che il re lo tolleri. 3, 8.

 

Ghiselli-Tacito

La Giudea è stata descritta in un celebre excursus delle Historiae come una regione corrotta abitata da gente corrotta: “Moyses quo sibi in posterum gentem firmaret, novos ritus contrariosque ceteris mortalibus indidit. Profana illic omnia quae apud nos sacra, rursum concessa apud illos quae nobis incesta” (Historiae, V, 4), Mosè per tenere legato a sé il popolo nell’avvenire, introdusse riti inauditi e contrastanti con quelli degli altri mortali. Empio è là tutto quanto da noi è sacro e, viceversa, lecito tutto quanto da noi è impuro.

Tacito ricorda alcune usanze e riti giudaici che si giustificano con l’antichità, quindi riassume: “cetera instituta, sinistra, foeda, pravitate valuere” (V, 5), le altre costumanze, sinistre, ripugnanti, si affermarono per la depravazione.

Lo storiografo latino respinge l’analogia che si è voluta trovare tra il padre Libero e il dio venerato dai Giudei: “Quippe Liber festos laetosque ritus posuit, Iudaerom mos absurdus sordidusque” (Historiae, V, 4), Libero infatti ha istituito riti festosi e lieti, mentre il costume dei Giudei è assurdo e squallido.    

  Poco più avanti (Historiae  V, 5), Tacito aggiunge:"necare quemquam ex agnatis nefas ", sopprimere uno qualunque dei figli è un misfatto.

Quindi gli Ebrei, come i Germani[21], non praticano l’aborto diffusissimo a Roma. Il motivo per cui rifuggono dall'infanticidio è che  quella gente   tende comunque all'incremento della popolazione:"Augendae tamen multitudini consulitur ". Il contesto dell’excursus ebraico non è mai elogiativo: i Giudei  diffonderebbero il  costume di disprezzare degli dèi, rinnegare la patria, non considerare genitori, figli, fratelli (contemnere deos, exuere patriam, parentes, liberos, fratres, vilia habere ).

 

Virgili-Bibbia

Se così piace al re si ordini che esso sia distrutto» (Est 3,8-9a). Si trattava di un popolo insignificante, di cui non viene citato neppure il nome, però scomodo, non solo perché numeroso e disseminato in tutte le province, ma specialmente perché «questa nazione è unica ad essere in contrasto con ogni essere umano, (...) e che, ostile ai nostri interessi, (...) ostacola la stabilità del regno» (Est 3,13e).

Nessun impero sopporta la presenza di gente libera e diversa. Ogni impero ha bisogno di muta accettazione per reggersi e imporsi. Ieri come oggi. Al tempo di Assuero come al tempo di Hitler. Sta di fatto che Assuero si fida ciecamente di Amàn e promuove subito la sua richiesta.

Il lutto degli Ebrei

Ed ecco che la scena si sposta alla porta del Palazzo dove Mardocheo, venuto a sapere dell’editto che ordinava lo sterminio degli Ebrei, si straccia le vesti e fa lutto. Alla sua desolazione corrisponde quella di tutti i suoi fratelli che, in ciascuna provincia, reagiscono alla notifica dell’editto con digiuno, pianto, letti di sacco e cenere.

Ma ecco che di nuovo i riflettori narrativi si spostano dentro le stanze del Palazzo, dove – che strano! – Ester non sa ancora nulla. In questa estraneità della regina alla tragedia che colpiva il suo popolo - veramente eccentrica se si pensa che in tutte le province dell'Impero (dall’India all'Etiopia) i Giudei lo avevano saputo -, il narratore vuole mostrare la distanza che separava un’ebrea, che ormai era diventata la regina persiana, dalle condizioni del suo sfortunato popolo di origine.

Quell’ambiente, una volta conquistato, può diventare una maschera di oblio per chi vi abita e sta lì dentro al sicuro. Una sorta di campana di vetro dove anche colui che una volta era straniero, era povero, era subalterno, adesso, da questa posizione non percepisce più le voci, le grida, le ingiustizie che colpiscono e coinvolgono i suoi stessi fratelli.

La grandezza di Ester

Ma siccome è cieco chi non vuole vedere e sordo chi non vuole sentire, la regina volle invece sapere e uscire dalla sua aura dorata di superficialità e privilegio. Si informò su cosa fosse accaduto ai suoi fratelli ebrei e così venne a conoscenza del decreto di sterminio che gravava su di loro. Grandi saranno le difficoltà che dovrà affrontare per presentarsi al re, suo marito, e chiedere la grazia per gli Ebrei di Persia.

Ma Ester sceglie di esporsi, di rischiare, di non tacere! E lo fa nell’umiltà di chi esige un digiuno perché la sua causa abbia successo (cf. Est 4,16) e digiuna lei stessa per tre giorni fino a dichiararsi pronta anche a morire.

Sa che non potrebbe salvarsi da sola!

La giovane regina intraprende una serie di azioni sagge e coraggiose, finché riesce a far destituire Amàn, fautore dell’editto di morte, e a salvare così il suo popolo dall’orrore e dall'assurdità di una programmata “soluzione finale”.

Ester difende il suo popolo dalla morte e proclama che la vita di ogni uomo non si può vendere per denaro - Amàn aveva ricevuto un premio in denaro per la morte degli Ebrei! -, e che nessun popolo può essere cancellato perché il potere di un altro popolo o di un solo uomo sia assoluto e unico sulla terra.

Rovesciare le sorti, rovesciare la storia

Ester sarà la “sacerdote” della salvezza del suo popolo. Sarà lo strumento del “capovolgimento” delle sorti stabilite dagli dei di Persia. Saranno il suo coraggio e il suo deciso intervento a cambiare il colore della morte in sapore di vita, irridendo il destino (pur[22]).

La festa dell’allegria sarà proprio questa “derisione del destino” da parte di una donna che, pronta a lottare per difendere la vita, non teme un potere che sembra fatale. Ester celebra la forza della preghiera e della fraternità, delle virtù umane e dei legami ancestrali e divini; esalta l’atto di libertà

per cui ogni uomo può scegliere e promuovere il bene, opponendo resistenza a quelle che sembrano forze assolutamente più grandi.

La sapienza fu all’orecchio di Ester perché seppe cogliere il “tempo opportuno” per fermare la mano della morte: la scadenza dello sterminio era precisa!

 

Ghiselli

Il “tempo opportuno” corrisponde al kairòs   dei Greci

Sofocle che è  uno dei più grandi creatori della letteratura e della cultura europea, dalla tragedia alla psicoanalisi, fa dire a Oreste che perdere  l'occasione, il tempo opportuno, significa rinunciare all’azione   :"kairo;" gavr, o{sper ajndravsin-mevgisto" e[rgou pantov" ejst j ejpistavth"" ( Elettra, vv. 75-76),  l'occasione infatti è appunto per gli uomini la più grande sovrana di ogni agire. Isocrate[23] uno dei pilastri della paideia occidentale, quella cultura generale fondata sul saper parlare in maniera elegante, efficace e persuasiva, nel manifesto della sua scuola, Contro i sofisti [24] afferma che  difficile non è tanto acquisire la conoscenza dei procedimenti retorici, quanto non sbagliarsi sul momento opportuno per usarli:"tw'n kairw'n mh; diamartei'n"(16), ossia non bisogna fallire l’occasione

Non bisogna infatti dimenticare che l'occasione "è calva di dietro"[25] e va acciuffata, ossia presa per il ciuffo.

 

Marlowe risale forse a Fedro (V, 8) che ricorda come gli antichi foggiarono l’immagine del Tempo un uomo calvus, comosa fronte, nudo occipitio. Tale immagine (effigies occasionem rerum significat brevem

Infine Nietzsche: “Forse il genio non è affatto così raro: sono rare le cinquecento mani che gli sono necessarie per dominare il kairov~, “il momento opportuno”, per afferrare per i capelli il caso!”[26].

 

Virgili

Ester seppe cambiare la parte più difficile dell'uomo: il cuore di Assuero. Seppe interrompere la forza miope del consenso e neutralizzare il

pachiderma oppressivo della macchina istituzionale e burocratica dell’immenso Impero Persiano.

Tutto ciò per amore della vita, del suo popolo; per amore della giustizia, dei più deboli e del genere umano.

Una giovane trovatella ebrea riuscì a fare quanto neppure i grandi eserciti del mondo, neppure le più sofisticate diplomazie, neppure la Chiesa Cattolica – pur con tutto l’impegno e il rischio investiti-,

cercarono di attuare: impedire la Shoah, il genocidio degli Ebrei.

Se la storia di Ester è il racconto di un sogno, questo sogno è stato scritto per noi.

 

Giovanni Ghiselli

 

 

Ne farò il “controcanto” alla relazione della Virgili il 26 febbraio alle 21 nell’ex cinema Castiglione di Bologna

 

Bibliografia dei testi citati dalla Virgili

C.M. BECHTEL, Ester, Claudiana, Torino 2005.

J. VILCHEZ LINDEZ, Rut ed Ester, Borla, Roma 2004 (or.spagnolo 1998).

L. MAGGI, Le donne di Dio. Pagine bibliche al femminile, Claudiana, Torino 2009.

P. ROTA SCALABRINI, M. ZATTONI, G. GILLINI, Ester. La seduzione del bene. Queriniana,

Brescia 2009.

R. VIRGILI, Su la maschera! Usi ed abusi da Ester alla chirurgia estetica, Cittadella, Assisi 2010.

 

Note


[1] Mordekhai: da una radice “méred” che significa ribellione (Erri  De Luca, Ester, Libro di donne, p. 28 n. 2

[2] Ester, Libro di donne, di Erri De Luca, Feltrinelli, 2014, p. 13.

[3] Op. cit., p. 21 n. 16

[4] Erri De Luca scrive: “Aliaveròsh: tradotto in greco Artaxerxes, è figlio di Dario (485/465 a. C.)” Op. cit., p. 19 n.1.

 

[5] Un altro personaggio tragico che afferma l'insindacabilità del potere assoluto è Lady Macbeth nella scena del sonnambulismo:"What need we fear who knows it, when none can call our power to account it?" (Macbeth, V, 1), perché dovremmo temere chi lo sappia, quando nessuno può chiamare la nostra potenza a renderne conto?

 

[6] Demostene nella III Olintiaca (del 348, quando vuole convincere gli Ateniesi a soccorrere la città della Calcidica contro Filippo di Macedonia) scrive che una volta il re di Macedonia obbediva agli Ateniesi, ed era giusto essendo un barbaro che obbedisse ai Greci (24)

 

[7] Un caldo elogio di Atene, del 380 a. C.

[8] 384-322 a. C.

[9] Veramente sono due donne come abbiamo visto: una in vesti doriche, l'altra persiane (n.d. r.).

[10] M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p. 27.

[11] Bowra, op. cit., p. 168.

[12] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico  I, pp. 178 e 179.

[13] Per contrasto, cfr. Seneca contro il lusso

Seneca :"qui domum intraverit nos potius miretur quam supellectilem nostram " (Ep. a Lucilio , 5, 6) , chi sarà entrato in casa nostra ammiri noi piuttosto che le nostre suppellettili.

 

[14] Tutte le traduzioni dal greco e dal latino sono mie.

[15] Erri De Luca, Op. cit., p. 14.

[16]  Con i favrmaka (v.205) e il   fivltron (v. 207) Andromaca allude ai filtri e alle droghe delle maghe del mito e della letteratura: Circe, Calipso, Medea.

 

[17] Andromaca sta parlando con Ermione trascurata da Neottolemo che è suo marito.

[18] E’ frugalità, parsimonia, è il basso prezzo facile da pagare (eu\, tevloς) è la bellezza preferita dai veri signori, quelli antichi, e incompresa dagli arricchiti che sfoggiano volgarmente oggetti costosi.

[19]F. Dostoevskij, L'idiota  (del 1869), p. 96 e p. 101.

[20] Di Abdera, fu allievo di Democrito e maestro di Pirrone di Elide.

[21] Numerum liberorum finire aut quemquam ex agnatis necare flagitium habetur (Germania, 19, 2)   

[22] “una specie di dado gettato per ricavare pronostici. Da questo nome viene la festa ebraica di Purìm, nella quale si legge questo libro di Ester. Pur è vocabolo usato solo qui” (Erri De Luca, Op. cit., p. 42, n. 123

[23] 436-338 a. C.

[24] Del 390.

[25] C. Marlowe, L'ebreo di Malta, V, 2.

[26] Di là dal bene e dal male, Che cosa è aristocratico? 274.

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