Quattordicesima parte della presentazione

di "Generazioni" di Remo Bodei

Presentazione del libro di Remo Bodei

Generazioni Età della vita, età delle cose.  Editori Laterza, Roma-Bari 2014.

Presentazione del libro di Remo Bodei

Terza parte (Ereditare e restituire), secondo capitolo, pp. 85-90

 

“Le cose materiali, passate attraverso il lavoro umano, sono cariche di simboli immateriali (personali, familiari e sociali) che vengono trasmessi e rielaborati attraverso le generazioni)”. (p. 85)

Di questi oggetti carichi di significati non mancano esempi in letteratura: si può pensare al letto costruito da Ulisse. Per Penelope il segno certo  di riconoscimento (shvmat' ajrifradeva) [1] non è, come per Euriclea, la cicatrice[2]   , ma il loro letto matrimoniale.

 

“Anche in questo senso, vale la massima espressa da Goethe nel Faust, secondo cui “ciò che hai ereditato dai padri, conquistalo per possederlo”[3].  

La menzione  dei Ricordi di Marco Aurelio con l’indicazione dei primi 17 come “esemplari” mi ha spinto a ricordarne alcuni.

 

Vediamoli  poiché sono belli e  molto educativi.

Dalla madre Domizia Lucilla, il figlio diventato imperatore ricorda di avere ricevuto la volontà di astenersi non solo dal commettere cattive azioni ma anche dal pensarle, inoltre  la semplicità nel tenore di vita (to; lito;n kata; th;n divaitan) e a tenersi lontano dal modo di vivere dei ricchi (kai; povrrw th̃ς plousiakh̃ς diagwgh̃ς, 3)

Dal precettore, Marco Aurelio ha imparato a non tifare per gli aurighi verdi o per gli azzurri, né per i gladiatori armati di scudi piccoli o grandi, e la resistenza alle fatiche (kai; to; ferevponon) e l’avere bisogno di poco (kai; to; ojligodeevς). Poi la capacità di fare il proprio lavoro, il non immischiarsi nelle faccende altrui e non accogliere le calunnie (5).

Da Sesto di Cheronea, filosofo stoico nipote di Plutarco, il principe ha imparato, tra l’altro,  la benevolenza (to; eumenevς), e la concezione del vivere secondo natura (kai; th;n e[nnoian toũ kata; fuvsin zh̃n) e la dignità senza pose (to; semno;n ajplavstwς), l’attenzione nei confronti degli amici non priva di premura (kai; to; stocastiko;n tw̃n fivlwn khdemonikw̃ς)  e la tolleranza nei confronti degli incolti e di chi fa supposizioni senza esame. In fondo alla lunga lista c’è to; polumaqe;ς ajnepifavntwς, una vasta cultura  senza ostentazione (9). 

Il maestro Frontone[4] gli ha fatto capire oi{a hJ turannikh; baskaniva kai; poikiliva kai; uJpovkrisiς, qual è l’invidia, la doppiezza e l’ipocrisia del tiranno e come in generale “questi chiamati da noi  nobili sono in un certo senso i più anaffettivi” (oiJ kalouvmenoi ou|toi par j hJmĩn eujpatrivdai ajstorgovteroiv pwς eijsiv, 11).

Dal consuocero Severo, Marco Aurelio ha imparato ad amare la famiglia, la verità e la giustizia (to; filovkeion kai; filavlhqeς kai; filodivkaion)

Questo maestro gli ha fatto conoscere gli oppositori dei tiranni, quasi tutti martiri per la libertà: Trasea Peto, Elvidio Prisco, Catone l’Uticense, Dione di Siracusa e Bruto. Quindi l’imperatore ha concepito l’idea di un governo democratico, retto con il criterio della uguaglianza e della libertà di parola e ha pensato a  un regno che rispettasse sopra tutto la libertà dei sudditi (kai; basileivaς timwvshς pavntwn malvista th;n ejleuqerivan tw̃n ajrcomevnwn, 14).

Dal filosofo stoico Claudio Massimo, l’imperatore ha imparato, tra l’altro,  to; krateĩ̃n eJautoũ , il dominio di se stesso, la serenità (to; eu[qumon) in tutte le circostanze e specialmente nelle malattie, un buon equilibrio di dolcezza e maestà nel carattere, il non stupirsi né turbarsi (to; ajqauvmaston kai; ajnevkplhkton), e il dare l’idea di un uomo piuttosto retto che corretto (kai; to; ajdiastrovfou mãllon h} diorqoumevnou fantasivan parevcein, 15)

Dal padre adottivo Antonino Pio, il figlio  ha  imparato (16) la mitezza e la perseveranza piva di fluttuazioni (to; h{meron kai; menetiko;n ajsaleuvtwς), la mancanza di vanagloria nei confronti di quelli che sono considerati onori, l’amore per il lavoro e la perseveranza; la disponibilità ad ascoltare (to; ajkoustikovn) chi può contribuire al bene comune e il desiderio di  distribuire a ciascuno imparzialmente secondo il merito (kat j ajxivan), quindi la proibizione della pederastia, il bastare a se stesso in ogni occasione e la serenità (kai; to; au[tarkeς ejn panti; kai; to; faidrovn), l’insofferenza delle acclamazioni e di ogni specie di adulazione rivolta alla sua persona, la tolleranza delle critiche sulla sua amministrazione, l’assenza di superstizione nei confronti degli dèi,  del desiderio del favore popolare e il rifiuto  di atteggiamenti ossequiosi o adulatori nei confronti della folla, e invece la presenza della sobrietà in tutto e della fermezza ( ajlla; nh̃fon ejn pãsi kai; bevbaion) e in nessun caso mancanza di gusto e smania di innovazioni (kai; mhdamoũ ajpeirovkalon mhde; kainovtomon).

E poi: il sapersi servire senza superbia ma anche senza scuse dei beni che rendono più comoda la vita e di cui la fortuna sia stata generosa, in modo da trattarli senza affettazione quando ci sono, e non sentirne la mancanza quando non ci sono (w[ste ajpovntwn de; mh; deĩsqai). Da Antonino Pio inoltre Marco Aurelio ha preso l’affabilità (e[ti de; to; eujovmilon) e la cortesia non stucchevole ( kai; eu[cari oij katakovrwς). Poi gli è stata esemplare la giusta cura che il padre adottivo si prendeva del corpo senza essere uno che  ricorre alla cosmesi e nemmeno si trascura, ma si comporta con attenzione nei propri confronti  in modo da avere bisogno il meno possibile bisogno della medicina, o di farmaci e impiastri. Poi Antonino Pio gli ha insegnato a cedere  il passo senza invidia agli specializzati nell’oratoria o nella conoscenza delle leggi o in altri campi, e ad aiutarli perché ognuno avesse il riconoscimento adeguato ai suoi pregi. Inoltre la fermezza priva di agitazione, la resistenza al male: dopo dei culmini di mal di testa, Antonino Pio tornava subito e vigorosamente alle occupazioni abituali; poi gli ha insegnato a non avere molti segreti (polla; ta; ajporrhta[5]), anzi pochissimi e limitati agli affari di Stato, inoltre la prudenza e la moderazione nel concedere spettacoli e nell’intraprendere opere pubbliche e nelle elargizioni. Le sue decisioni venivano prese con ponderazione, con il beneficio del tempo, senza confusione né disordine, con forza e coerenza (16)

Infine i doni ricevuti dagli dèi (17).  

“Dagli dèi avere avuto buoni nonni, buoni genitori, una buona sorella, buoni maestri, buoni compagni, parenti, amici, più o meno tutti, e non essere scaduto  a comportarmi male con nessuno di loro, nonostante il mio carattere per cui avrei potuto farlo”.

Credo davvero che dovremmo essere riconoscenti al nostro gevnoς per le qualità mentali e fisiche che ci ha trasmesso. C’è stata una tendenza a sottovalutare l’ereditarietà, eppure una parte non piccola del nostro percorso, delle nostre scelte è predisposta fin dalla nascita. Se non ci viene dai genitori la parte innata, verrà dai nonni, o dai bisnonni,  o dagli zii o dai prozii. Poi di sicuro conta molto l’educazione che riceviamo, gli ambienti che frequentiamo  e le esperienze che facciamo, ma anche queste le cerchiamo in base al carattere, il daivmwn che abbiamo fin dalla nascita, o per averlo ereditato o per averlo scelto, come si legge nel mito di Er della Repubblica di Platone. Certo è che tra tutti gli impulsi  ereditati dai “maggior nostri” dobbiamo fare una scelta. 

Quindi Marco Aurelio ricorda un altro aspetto della buona educazione ricevuta dal padre adottivo che gli ha insegnato a vivere senza lussi e apparati, ma quasi come un privato cittadino, pur senza perdere la dignità e trascurare i doveri che spettano a un sovrano. Quindi la gratitudine verso il fratello adottivo Lucio Vero con il quale condivise il potere per alcuni anni[6]. Poi la nascita di figlioli non incapaci né storpi. Per questo buon risultato andrebbe ringraziata anche la madre dei figli ben riusciti. Comodo del resto non ha avuto questa reputazione. Marco Aurelio considera una grazia del cielo anche il non avere fatto progressi maggiori nella retorica, nella poesia e negli altri studi nei quali forse si sarebbe fermato se si fosse accorto di progredire con facilità. Comunque il principe è contento di avere manifestato riconoscenza ai suoi educatori prevenendo i loro desideri con l’elevarli alle cariche.

In effetti è molto grande anche l’influenza della scuola sul nostro sviluppo e gli educatori bravi ci hanno fatto da altri padri e da altre madri e ci hanno lasciato eredità cospicue.

Gli dèi hanno influito direttamente su Marco Aurelio perché vivesse kata; fuvsin, secondo natura, che poi per l’uomo equivale a vivere secondo ragione, e se lui non ci è sempre riuscito, la colpa (aijtiva) è soltanto sua.

Altro motivo di gratitudine è il fisico ricevuto, un sw̃ma capace di tenere duro (ajntisceĩn) in una vita così piena di carichi. Inoltre è contento di non essere soggiaciuto alla passione amorosa e insomma non avere fatto niente di serio di cui doversi pentire.

L’imperatore è grato agli dèi anche perché gli hanno dato la possibilità di vivere con la madre gli ultimi anni di lei, morta purtroppo giovane. Poi per avere potuto aiutare i bisognosi senza che nessuno lo biasimasse, e per non essere stato bisognoso lui stesso

Finalmente compare la moglie Faustina con il suo essere docile (to; ei\nai peiqhvnion[7]) affezionata (filovstorgon) semplice (ajfelh̃).

Poi i rimedi per la salute suggeriti dai sogni.

E’ stato un bene anche  non avere avuto per maestro un sofista e non avere intrapreso studi inutili e non congeniali alla sua natura (analisi di opere letterarie, sillogismi, interpretazione di fenomeni celesti).

La conclusione di questo ringraziamento sul quale mi sono soffermato per gratitudine verso questo mio antico maestro è “pavnta ga;r taũta qew̃n bohqw̃n kai; tuvchς deĩtai” , tutti questi beni  sono dovuti agli aiuti degli dèi e alla fortuna.

 

Ma torniamo a Generazioni.  

Le cose ereditate dagli antenati  possono aggiungere  significati alla nostra vita o per lo meno chiarirli.

Gli spostamenti delle famiglie o degli individui da una città a un’altra, o magari perfino da un continente a un altro, può  offuscare “il senso di appartenenza alle proprie origini” (p. 86). Un fatto che indebolisce la coscienza di sé.   

“Cambia allora anche la percezione qualitativa del tempo: ci si sottrae alle “memorie di pietra” della casa in cui gli antenati o i genitori hanno trascorso la loro esistenza (…) e si finisce per ammettere, mentalmente ed emotivamente, che qualche altro possa occupare quei luoghi che eravamo abituati a ritenere nostri” (p. 86).

Nell'Eracle di Euripide (vv.337-338),  Megara minacciata di morte con i figli dal tiranno Lico ordina ai bambini di seguirla :"patrw'/on ej" mevlaqron, ou| th'" oujsiva"- a[lloi kratou'si, to; d j o[nom j e[sq& hJmw'n e[ti", nella casa paterna della quale altri hanno la proprietà, ma il nome è ancora nostro.

Può succedere che andando nel paese dove sono sepolti i nostri avi troviamo tracce del loro passaggio in quella terra dalla quale noi magari viviamo lontani. Quando si tratta di un edificio o di terre che, passati ad altri, conservano ancora il nostro nome, sentiamo che quelle mura e quelle zolle hanno qualche cosa di sacro per noi. Come le tombe dove giacciono i nostri antenati.

E anche  se sono palazzi o case in rovina, ai nostri occhi quelle rovine rimangono vive poiché portano impresso il ricordo della gente cui apparteniamo.  

“Anche materialmente, le cose tramandate, rifulgono della gloria dei materiali forniti dalla natura e lavorati dagli uomini” (p. 87)

“Vi è una sorta di translatio imperii che fa sì che i beni trasmessi per via ereditaria circolino e che-a causa della loro natura inorganica-la loro esistenza continui anche dopo la morte di chi li possedeva. Attraverso i testamenti essi diventano un possesso di cui, nel corso delle generazioni, si può godere a turno[8]” (p. 88).

La natura inorganica di queste cose consente loro una vita più lunga della nostra individuale, eppure le impronte che esse conservano delle vite che hanno preceduto e consentito la nostra, rendono in qualche modo più lungo il tempo pur troppo breve della nostra vita organica.

Una sentenza di Seneca ci consola della brevità della vita confutandone la verità, o per lo meno relativizzandola: “vita, si uti scias, longa est[9], la vita, se sai farne uso, è lunga. Ebbene, un modo di allungare la nostra vita  è conoscerne i significati e questi si trovano anche nel tempo che l’ha preceduta: quello della nostra famiglia, della nostra nazione e dell’intera umanità. Le cose antiche, se pure non parlano, significano.

“Spesso, tuttavia, queste cose si disperdono e finiscono-per le necessità economiche o per il disinteresse di chi li ha ricevuti-nei negozi degli antiquari, nelle bancherelle dei rigattieri, nelle soffitte, nelle cantine o nella spazzatura. Diventano oggetti desueti, abbandonati o trascurati dai loro proprietari, venduti a ignari compratori o semplicemente dimenticati da quasi tutti. A qualcuno però piacciono così: “Bellezza riposata dei solai/dove il rifiuto secolare dorme! (…) Tra i materassi logori e le ceste/ v’erano stampe di persone egregie; (…) topaie, materassi, vasellame/lucerne, ceste, mobili, ciarpame//reietto (…)”[10]. Nelle cose che si tramandano vi è però una translatio imperii anche politica, come, ad esempio, nei piatti di porcellana della prima fase del dominio sovietico, i quali, accanto al marchio della fabbrica imperiale di Nicola II, portano in aggiunta la falce e martello[11]. O come nei francobolli di certi Stati o regimi soppressi, che vengono utilizzati fino all’esaurimento grazie a timbri sovrapposti dai vincitori (si vedano gli esemplari dello Stato Pontificio che circolano anche dopo la sua annessione al Regno di Sardegna nel 1859)” (p. 89).

Le cose dunque possono svolgere una funzione simile a quella dei palinsesti.

Con il testamento noi lasciamo in eredità ai parenti che ci sopravvivono quanto abbiamo ricevuto da quelli morti prima di noi, magari con l’aggiunta di altri beni o con la sottrazione di eventuali perdite.

La trasmissione dei beni conservati o accresciuti è “di fatto obbligatoria” e rappresenta “un risarcimento differito per quanto si è ricevuto dagli antenati” (p. 89) 

“La solidarietà familiare instaura allora quel circolo virtuoso del dono, che-nella simbologia antica, ad esempio nel De beneficiis di Seneca- è raffigurato dalle Grazie o Cariti, espressione della charis, della “grazia”, non tanto nel senso della bellezza, quanto, soprattutto, in quello della gratuità. Le Grazie, tre giovani fanciulle che danzano in tondo tenendosi per mano, rappresentano il beneficio (il dare, il ricevere, il restituire) che, passando di mano in mano, ritorna accresciuto a chi lo ha inizialmente concesso[12]

Cavriς significa “grazia” e anche “gratitudine”. L’ingratitudine è una grave forma di u{briς per i Greci

L'ingratitudine è biasimata come vizio capitale  da Penelope saggia ( "perivfrwn") quando  rimprovera gli Itacesi dicendo all'araldo:"ajll j oJ me;n uJmevtero" qumo;" kai; ajeikeva e[rga--faivnetai, oudev tiv" ejsti cavri" metovpisq  j eujergevwn"( Odissea , IV, 694-695), il vostro animo appare evidente e indegne le vostre azioni, e non c'è più gratitudine alcuna in seguito ai benefici.

Nei Memorabili  Socrate fa notare al figlio Lamprocle che particolarmente grave è considerata ad Atene l'ingratitudine verso i genitori, e per questa mancanza di riconoscenza sono previste delle pene, mentre negli altri casi, la città si limita a disprezzare coloro i quali ricevendo del bene non mostrano gratitudine:"periora'/ tou;" eu\ peponqovta" cavrin oujk ajpodovnta""(II, 2, 13).

Nella Ciropedia  di Senofonte leggiamo che un motivo serio di punizione e disonore è l'ingratitudine (ajcaristiva):"kai; o}n aj;n gnw'si dunavmenon me;n cavrin ajpodidovnai, mh; ajpodidovnta dev, kolavzousi kai; tou'ton ijscurw'". Oi[ontai ga;r tou;" ajcarivstou" kai; peri; qeou;" aj;n mavlista ajmelw'" e[cein kai; peri; goneva" kai; patrivda kai; fivlou""(I, 2, 7), e quello di cui sanno che potendo contraccambiare un favore, non lo contraccambia, lo puniscono severamente. Credono infatti che gli ingrati trascurino completamente gli dei, i genitori, la patria e gli amici. "Come cosa caratteristica dei Persiani-osserva Jaeger-  Senofonte rileva che l'ingratitudine è severamente punita in questo tribunale, in quanto essa appare come origine dell'impudenza e pertanto di ogni malvagità"[13].

 

Bodei quindi ricorda la presenza delle Grazie nelle arti figurative: “La loro figura è stata esaltata nella poesia di Foscolo, nella scultura di Canova e nella pittura di Raffaello, Cranach il Vecchio e Rubens, dove però prevale il solo elemento della bellezza” (p. 90)

 

 

Giovanni Ghiselli

 

p. s.

presenterò Generazioni di Remo Bodei il  30 ottobre  alle 18, 30 nella biblioteca Scandellara di Bologna.

Ne parlerò anche nel corso che terrò all’Università Primo Levi di Bologna (dal 13 ottobre)


 

[1] nu'n d j, ejpei; h[dh shvmat' ajrifradeva katevlexa~-eujnh'~ hJmetevrh~peivqei~ dhv meu qumovn, Odissea , XXIII, 225-226, “ma ora poiché mi hai detto il segno chiaro del letto nostro…tu  convinci il mio cuore”, dice Penelope a Odisseo dopo la diffidenza iniziale.

[2] aujtivka d j e[gnw-oujlhnv (Odissea, XIV, 392-393), subito riconobbe la cicatrice (Euriclea mentre lavava Odisseo). Poi Omero ne racconta la genesi con decine e decine di versi (Odissea, XIV, 393-4679) e con un notevole “ritardare” che diverrà tipico della poesia epica (cfr. Auerbach, Mimesis, La cicatrice di Ulisse, trad it. Einaudi, Torino 1956,  pp. 3-29

 

[3] J. W. Von Goethe, Faust, Atto I, scena I, vv. 683-684: “Was du erebt von deinen Vätern hast,/Erwirb es, um es zu besitzen”. Si tratta di un distico ripreso, in particolare, da Droysen e da Freud. Esemplari, per l’elencazione dei debiti di riconoscenza verso chi ha trasmesso dei beni in forma di insegnamenti e modelli, sono le parole di Marco Aurelio in A se stesso (Ricordi), I, 1, 1-17.

[4] Visse all’incirca tra il 100 e il 170 d. C. Rappresentante della tendenza arcaista  gli venne affidata da Antonino Pio l’educazione di Lucio Vero e Marco Aurelio cui indirizzò Epistulae  e il De feriis Alsiensibus, un invito al meritato riposo ad Alsio, una cittadina dell’Etruria vicina al lago di Bracciano. Fu un cultore della parola e si addolorò quando Marco Aurelio si volse alla filosofia.

 

[5] Si pensi agli arcana imperii e domus  indagati da Tacito.

[6] Dal 161 al 169, anno della sua morte 

[7] Questo aggettivo invero fa pensare al cavallo che obbedisce (peivqetai) alle briglie (hJnivaiς)

[8] Cfr. R. Bodei, La vita delle cose, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 27.

[9] De brevitste vitae, 2

[10] G. Gozzano, La signorina Felicita, in Id. Poesie e prose, a cura di L. Lendini, Feltrinelli, Milano 1995, vv. 134-135, 157-158, 154-156, pp. 125-126, e cfr. F. Orlando, Gli oggetti desueti nelle immagini della letteratura. Rovine, reliquie, rarità, robaccia, luoghi inabitati e tesori nascosti, Einaudi, Torino 1993, p. 347.

[11] Cfr. N. MacGregor, A History of the World in 100 Objects, BBC Radio 4, London 2008, trad. It. La storia del mondo in 100 oggetti, Adelphi, Milano 2012, pp. 631-635.

[12] Cfr. anche R. Milani, I volti della grazia, il Mulino, Bologna 2009, p. 104:  Esse “hanno un’aria felice, osserva (Seneca), come succede a chi dà o riceve un beneficio; sono giovani, perché il ricordo dei benefici non deve invecchiare (quia non debet beneficiorum memoria senescere); sono vergini, perché i benefici sono puri, spontanei e sacri per tutti. Per questa ragione indossano vesti senza cintura e trasparenti, perché i benefici vogliono essere visti (quia beneficia conspici volunt)”.

[13]Jaeger, Paideia, , p. 285.