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Seconda parte della presentazione di "Generazioni" di Remo Bodei

Presentazione del libro di Remo Bodei

Generazioni Età della vita, età delle cose.  Editori Laterza, Roma-Bari 2014.

Seconda parte della presentazione del libro di Remo Bodei

Generazioni

Età della vita, età delle cose.  Editori Laterza, Roma-Bari 2014.

Nelle culture tradizionali, continua Bodei, la vecchiaia è stata generalmente esaltata, mentre “la gioventù è sempre stata elogiata per la sua bellezza ed energia, e non certo per la sua assennatezza, ed è stata rimpianta non appena ognuno si accorgeva che il colorito roseo e fresco del volto e delle membra (il lumen iuventae purpureum e il verecundus color)  cominciava a ingiallirsi e a incartapecorirsi[1]” (Generazioni, p. 11).

Alla gioventù si attribuisce la bellezza ma a questa, anzi ad entrambe, viene associata la precarietà.

Sentiamo lord Henry l’esteta di Il ritratto di Dorian Gray:" Sì, gli dèi furono benigni con voi, Gray. Ma gli dèi, dopo breve tempo rivogliono i loro doni. Avete soltanto pochi anni per vivere veramente. Quando la vostra gioventù se ne sarà andata, avrete perduto anche la vostra bellezza, e vi renderete conto d'un tratto che non ci sono più vittorie per voi (...) Perché la vostra gioventù durerà un tempo così breve-così breve! Gli umili fiori di prato avvizziscono, ma rifioriranno ancora. Quest'altro giugno l'acacia sarà d'oro, come è ora (...) Ma noi non torniamo mai alla nostra giovinezza. L'onda di gioia che pulsa in noi a vent'anni, si fa tarda. Le membra non ci ubbidiscono più, i sensi si consumano. Diventiamo ripugnanti fantocci, perseguitati dal ricordo delle passioni di cui abbiamo avuto timore e delle squisite tentazioni alle quali non avemmo il coraggio di cedere. Gioventù! Gioventù! Non c'è nulla al mondo che valga la giovinezza!" ( p. 32).

Nella Fedra di Seneca, il secondo coro ricorda a Ippolito la breve durata della bellezza, un bene grande ma effimero:"Anceps forma bonum mortalibus,/exigui donum breve temporis,/ut velox celeri pede laberis!/Non sic prata novo vere decentia/aestatis calidae despoliat vapor…ut fulgor, teneris qui radiat genis,/momento rapitur, nullaque non dies/formosi spolium corporis abstulit./Res est forma fugax: qui sapiens bono/confidat fragili? Dum licet, utere./Tempus te tacitum subruet, horaque/semper praeterita deterior subit" (vv. 761-765 e 770-776), la bellezza è un bene bifronte per i mortali, breve dono di un tempo corto, come scivoli via con piede veloce! Non così l'afa della torrida estate spoglia i prati dai bei colori all'inizio della primavera…come il fulgore che splende nelle tenere guance viene rapito in un attimo, e non c'è giorno che non rapini qualcosa a un bel corpo. La bellezza è roba fugace: quale saggio potrebbe fidarsi di un bene fragile? Finché è possibile fanne uso. Il tempo ti demolirà in silenzio, e subentra sempre un'ora più brutta di quella passata.

 Più avanti il coro rincara la dose:"Raris forma viris (secula prospice!) impunita fuit" (vv. 820-821), per pochi eroi la bellezza rimase impunita (guarda il corso dei secoli!).

“Per questo, con l’avanzare dell’età, si è spesso colti da stupore e da un assurdo senso di incredulità nel constatare il mutamento avvenuto nelle proprie fattezze: “allo specchio dirai e ti parrà d’essere altri-‘Quale anima ho oggi, perché così non fui ragazzo, e perché a questo cuore non torna il volto intatto?’ ”[2]. Di fronte ai tradizionali elogi della vecchiaia (da Cicerone a Mantegazza) come età della raggiunta saggezza, sempre Machiavelli è il primo a comprendere che in epoche  caratterizzate dalla “variazione grande delle cose che si sono viste e veggonsi ogni dì, fuori di ogni umana coniettura”[3], i vecchi sanno generalmente comprendere meno il proprio tempo (ed agire di conseguenza) rispetto ai giovani. A causa della loro minore plasticità nell’adattarsi al nuovo,restano, infatti, tanto più indietro quanto più velocemente si sviluppano la società e la cultura” (Generazioni, p. 12).

I vecchi del resto, come i giovani, sono varî. I due fratelli attempati degli Adelphoe di Terenzio differiscono sia per carattere sia per le conseguenti esperienze di vita:  Micio, il più mondano e indulgente dei due, critica l’eccessiva severità del fratello Demea dicendo: “Homine imperito numquam quicquam iniustiust,/qui nisi quod ipse fecit nil rectum putat” (vv. 98-99), non c'è niente di più ingiusto di un uomo inesperto, che considera tutto sbagliato tranne quello che ha fatto lui.

Il provincialismo comporta chiusura mentale tanto nei giovani quanto nei vecchi.

“Come già osservava Durkheim, il rispetto per i vecchi “va indebolendosi con la civiltà; se un tempo era esteso, oggi si riduce ad alcune pratiche di gentilezza ispirate a una sorta di pietà. Si compiangono i vecchi più di quanto si temano”[4]. (Generazioni, p. 12).

La scarsa considerazione dei vecchi, che va dal compatimento al maltrattamento, dipende dall’affermarsi del diritto del più forte, o del più prepotente.

 Esiodo colloca nella bassa età del ferro una prepotenza diffusa e assoluta. I vecchi ne fanno le spese, perfino da parte dei figli che dovrebbero difenderli. Leggiamo qualche verso del poeta di Ascra.

“Zeus allora distruggerà anche questa razza di uomini mortali,

una volta che  gli uomini siano di tempie bianche fin dalla nascita.

Né il padre sarà simile ai figli, né in alcun modo i figli,

né l’ospite sarà caro a chi lo ospita, né il compagno al compagno,

neppure il fratello lo sarà come lo era prima.

Essi maltratteranno i genitori appena cominceranno a invecchiare;

li biasimeranno parlando con dure parole,

sciagurati, che nemmeno prevedono il castigo degli dèi; né essi in ogni caso

ai genitori invecchiati darebbero la ricompensa dell’allevamento

praticando il diritto del più forte: uno dell’altro distruggerà la città.

E non ci sarà alcuna gratitudine per chi rispetta il giuramento, né per il giusto

né per il buono, ma piuttosto onoreranno l’operatore di mali e la violenza

fatta uomo: la giustizia sarà nelle mani; e il pudore

non ci sarà; il malvagio danneggerà l’uomo migliore

parlando con espressioni tortuose,  inoltre proferirà giuramento.

L’invidia che sparla, che gode del male, dal volto odioso,

accompagnerà gli uomini sciagurati dal primo all’ultimo.

E allora verso l’Olimpo dalla terra dalle ampie vie,

coperto il bel corpo con candidi manti,

se ne andranno in mezzo alla stirpe degli immortali, lasciando gli uomini, 

 Il Pudore e lo Sdegno; allora resteranno dolori luttuosi

per gli uomini mortali; e non ci sarà più difesa contro il male

 (Opere e giorni,  vv.180-201).

La descrizione dell'età del ferro invero è  attuale: i suoi delitti assomigliano a quelli dell' epoca moderna che "Fichte definisce epoca della colpevolezza, della "compiuta peccaminosità" ovvero della libertà vuota, del feroce conflitto che disgrega ogni ordine, della lotta egocentrica e spietata di tutti contro tutti, dell'anarchia dei particolari sradicati da ogni totalità"[5].

Ma torniamo al libro di Bodei. Siamo all’inizio del secondo capitolo  della prima parte. “E’ ben noto che, se non si esercita o se si è tardi per natura, nei vecchi la memoria diminuisce[6]; ma è anche facile constatare che essi ricordano più gli eventi che appartengono a un passato remoto che non quelli recentemente accaduti” (Generazioni, p. 13).

Cicerone, citato in nota, difende e celebra l’età provetta  facendo, tra altri, l'esempio di Sofocle il quale "ad summam senectutem tragoedias fecit ", compose tragedie fino alla vecchiaia estrema, e anzi si difese dall'accusa di demenza senile contestatagli da un figlio che voleva venisse interdetto, leggendo l'Edipo a Colono scritta da poco, ai giudici che naturalmente lo assolsero a pieni voti  (7). Poco più avanti (8) il De senectute  ricorda anche Solone "qui se cotidie aliquid addiscentem dicit senem fieri ", che dice di diventare vecchio imparando ogni giorno qualche cosa; non solo, ma a Pisistrato che gli domandò in che cosa confidasse per opporsi a lui con tanta audacia, rispose "senectute ", nella vecchiaia (20).

Credo che la memoria venga attivata e potenziata non solo dall’esercizio ma anche dalla sfera emotiva. Ricordiamo meglio la bellezza o pure la mostruosità dell’insignificanza. Il latino e il greco secondo me vanno insegnati attraverso le frasi più belle degli autori più bravi, come del resto abbiamo imparato l’italiano letterario leggendo Dante, Machiavelli, Foscolo, Leopardi e Manzoni.

Bodei ricorda il medico-filosofo Théodule Ribot il quale ha scritto un “libro sulle malattie della memoria, dove sosteneva, in termini evolutivi, che gli strati più recenti della coscienza e del cervello (la corteccia cerebrale) sono i più labili, mentre quelli elementari e arcaici sono i più resistenti e durevoli e meno soggetti alla dissoluzione…Di conseguenza, i ricordi più antichi si conservano meglio di quelli di più fresca data, in conformità dell’ancor oggi nota “legge di Ribot” spesso citata in relazione a una forma caratteristica di amnesia senile” (p. 13).

Io penso che i ricordi più antichi si conservino meglio per il fatto che da giovani eravamo più curiosi del mondo esterno, più attenti, più impressionabili, e con l’avanzare dell’età siamo diventati sempre più indifferenti.

  "I fanciulli trovano il tutto nel nulla, gli uomini il nulla nel tutto"[7]. Un concetto ribadito da Leopardi nei Detti memorabili di Filippo Ottonieri :" Diceva che i diletti più veri della nostra vita sono quelli che nascono dalle immaginazioni false; e che i fanciulli trovano il tutto anche nel niente, gli uomini il niente nel tutto". 

“Quando le reminiscenze prevalgono e il passato domina il presente, quando le persone che si sono conosciute sono per lo più morte, una immensa vivendi cupido[8] caratterizza allora soprattutto i vecchi , i quali, malgrado sentano la vita sfuggire inesorabilmente dal loro corpo e la lucidità abbandonare talvolta la loro mente, non si considerano attempati al punto di non credere di poter vivere ancora un anno[9]” (Generazioni p. 15).

Giovanni Ghiselli

 

 

[1] Cfr. Virgilio, Eneide, I, vv. 590-591 e Orazio, Epodi, 17, v. 21.

[2] Orazio, Carmina, IV, 10, vv. 7-9.

[3] N. Machiavelli, Il Principe cit., XXV, p. 98.

[4] È. Durkheim, De la division du travail social (1893), Presses Universitarie de France, paris 2007, trad. it. La divisione del lavoro sociale, Edizione di Comunità, Milano 1962, p. 297. Sul trattamento, spesso disumano, dei vecchi nelle nostre società si veda S. de Beauvoir, La vieillesse. Essai, Gallimard, Paris, 1970, trad. it. La terza età, Einaudi, Torino 2002. 

[5]C. Magris, L'anello di Clarisse , p. 17.

[6] “Memoria in senectute minuitur. Credo nisi eam exerceas aut etiam si sis natura tardior”: Cicerone, Cato maior de senectute, VII, 21, trad. it. in Della vecchiezza/Cato maior de senectute (testo lsatino a fronte), Zanichelli.Bologna 1962ò

[7]Zibaldone , p. 527.

[8] Plinio il Vecchio, Naturalis Historia, VII, 1, 5.

[9] Cfr, Cicerone, De senectute, 24: nemo enim est tam senex qui se annum non putet posse vivere

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