Sesta parte della presentazione

di "Generazioni" di Remo Bodei

Presentazione del libro di Remo Bodei

Generazioni Età della vita, età delle cose.  Editori Laterza, Roma-Bari 2014.

Presentazione del libro di Remo Bodei

Generazioni

Età della vita, età delle cose.  Editori Laterza, Roma-Bari 2014.

La Seconda parte di questo libro (pp. 35-76) ha lo stesso titolo dell’intero volume. Parla infatti dell’eterno avvicendarsi delle generazioni che si succedono e passano qui sulla terra come le foglie[1].

All’inizio del primo paragrafo (pp.35-46) Bodei nota che il recente allungamento della giovinezza e della vecchiaia “restringe l’area di influenza della maturità” (p. 35). Quindi l’autore si chiede in che cosa consista la maturità. Bodei ricorda il Salmo 89 della Bibbia che determina gli anni della nostra vita a “settanta, ottanta per i più robusti” e l’inizio della Commedia di Dante che  indica l’età dell’io narrante in procinto di intraprendere il viaggio “per luogo etterno”[2] come il “mezzo del cammin di nostra vita”. Si tratta del trentacinquesimo anno, come si evince dal passo del  Convivio  (XXXIII, 8-9) citato .

Questa opera minore di Dante  vuole rendere partecipi del sapere o almeno delle briciole del sapere coloro che sono stati impediti dal dedicarsi allo studio per il quale è necessario “ozio di speculazione” (I, 1)

Le prime parole del Convivio menzionano Aristotele chiamato, per antonomasia il Filosofo: “Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere”.

Ebbene Bodei, cita Aristotele a proposito della maturità: “il corpo raggiunge la sua maturità dai trenta ai trentacinque anni, l’anima intorno ai quarantanove”[3].

Il “maestro di color che sanno” [4] identifica il culmine della maturità, l’essere ajkmavzonteς delle persone, in una forma di  medietà e giusto equilibrio tra gli eccessi riscontrabili invece nei caratteri dei vecchi e dei giovani, Gli uomini maturi, per esempio, sono swvfroneς met’ ajndreivaς kai; ajndreĩoi meta; swfrosuvnhς [5], assennati con coraggio e coraggiosi con assennatezza, mentre nei giovani e nei vecchi queste qualità sono separate.

Bodei procede ricordando che “l’età della vecchiaia era piuttosto incerta e variabile e concideva spesso con quella segnata ‘dall’impossibilità per l’individuo di mantenersi con le proprie forze e di assolvere i propri compiti e servigi’ ”[6] (Generazioni, p. 37), Tale variabilità, che da sempre risente delle condizioni socio economiche e pure dalla tempra dell’individuo, è aumentata ai giorni nostri con l’allungarsi della vita umana.

Mimnermo chiede di morire ancora sano a sessant’anni, ponendo a questa età il termine di una vita plausibile, ossia allietata dall’aurea Afrodite

“Vorrei che senza malattie e preoccupazioni tremende

il destino di morte mi cogliesse a sessant’anni” (fr. 11 Gentili-Prato).

Molto diversa è l’opinione di Fëdor Karamazov che spera di prolungare l’età dell’amore carnale con il denaro: ““Intanto sono ancora un uomo, non ho che 55 anni, ma voglio esserlo per una ventina di anni ancora, e sarà proprio allora, quando sarò vecchio e ripugnante, ed esse non vorranno più saperne di me, che mi occorreranno i quattrini! Ora sto accumulando denaro quanto più posso, sempre di più, unicamente per me caro figlio mio, Aljekjei Fëodorovič, perché voglio vivere fino al termine dei miei giorni nella sozzura, sappiatelo. La sozzura è dolce: tutti la oltraggiano e tutti ci vivono; solo, tutti lo fanno di nascosto; io, invece, lo faccio apertamente. E proprio per questa mia franchezza, tutti gli altri si sono accaniti contro di me” [7].

Sulla senilità dunque influisce molto anche la disposizione caratteriale dell’individuo, come ci insegna l'Oblomov di Gončarov.

 Ecco che cosa dice il protagonista eponimo  all’amico Stolz: “ Sai, Andrej, nella mia vita nessun fuoco né divoratore né purificatore ha mai divampato. Essa non è stata, come quella degli altri, simile al mattino che a poco a poco si colora e s’accende, poi si muta nel giorno che ferve, arde e palpita nel meriggio luminoso e poi, sempre più pallido e quieto, naturalmente e gradatamente, si spegne nella sera. No, la mia vita è cominciata con il tramonto. E’ strano, ma è così! Dal primo momento che ho avuto coscienza di me, ho sentito che mi spegnevo.

Ho cominciato a spegnermi scrivendo gli incartamenti dell’ufficio; ho continuato, poi, conoscendo nei libri quelle verità di cui non avrei saputo che fare nella vita; mi sono spento con gli amici, ascoltando i loro discorsi, i loro pettegolezzi, le loro malignità, il loro malvagio e freddo chiacchierare, la loro vuotaggine; contemplando quel loro tipo d’amicizia alimentato da incontri senza scopo, senza cordialità; mi sono spento e ho consumato le mie forze con Mina, per cui spendevo più di metà delle mie rendite, illudendomi di amarla; mi sono spento nel tetro e fiacco passeggiare lungo il viale Nevski, tra le pellicce d’orso e i baveri di castoro, nelle serate, nei giorni di ricevimento, in cui venivo lietamente accolto come fidanzato discreto; mi sono spento consumando in sciocchezze la vita e l’intelligenza…”[8].

 Lo sguardo di Olga, “ che lo bruciava come un sole, gli scaldava il sangue, lo eccitava”[9], fa ardere Oblomov per qualche tempo. A Olga per un certo tempo non dispiacque  “l’idea di illuminare col suo raggio di luce quel lago stagnante, e di specchiarsi in esso” [10].

Ma Oblomov non ha le energie né la volontà per questo amore: “Tu sei mite, onesto, Ilià…tenero come una colomba; nascondi il capo sotto l’ala e non chiedi altro, sei disposto a tubare sotto il tetto per tutta la vita: io non sono fatta così. Questo, per me, è troppo poco, ho bisogno anche d’altro…Chi ti ha maledetto Ilià? Cosa hai fatto? Sei buono, intelligente, tenero, nobile…e perisci, affondi. Cosa ti ha perduto? Non c’è un nome per questo male…” “C’è” disse Oblomov in un sussurro appena udibile. Ella lo guardò, inettrogativamente, con gli occhi pieni di lacrime. “Oblomovismo!” fece egli sottovoce”[11].

 

 Sono vecchi ante diem anche l’Emilio Brentani[12] di Svevo

e sua sorella Amalia della quale : “il Balli diceva che era nata grigia”[13].

Persone semmai dotate  di ali, queste sono capaci magari di voli poetici, ma non hanno le qualità e la forza necessarie per  afferrare pesci o altre prede, come fa notare Macario ad Alfonso Nitti in Una vita [14].

Se l’età in cui invecchiando si perde l’autonomia varia da persona a persona, il bisogno di assistenza riguarda  tutti quelli che raggiungono gli anni della decrepitezza, fatto oggi non più tanto raro.

“In assenza di un consolidato ed efficiente apparato di assicurazioni statali o private diffuse (che tuttavia esisteva e in parte funzionava), è all’interno delle famiglie che in prima istanza si regola generalmente il mantenimento delle generazioni e il loro avvicendarsi e in cui la cura dei genitori anziani era- e continua a essere-un modo per ricambiare l’assistenza e l’educazione ricevute” (Generazioni, p. 38)

 

Esiodo, il banditore della considerazione malevola delle donne, riconosce tuttavia che l'uomo ha bisogno di questa creatura complementare e che, se non sbaglia la scelta della compagna, può evitare i dolori infiniti. Nella Teogonia  dopo avere definito la femmina umana  "bel malanno" (kalo;n kakovn, v. 585) e "inganno scosceso" (dovlon aijpuvn, v. 589) deve comunque ammettere che quanti evitano le nozze e le opere tremende delle donne ("mevrmera e[rga gunaikw'n, v. 603) arrivano alla funesta vecchiaia con la mancanza di qualcuno che si prenda cura di loro, e, quando uno di questi uomini privi di eredi muore solo, la sua ricchezza se la dividono i lontani parenti. Alla fine dei conti chi sceglie una buona moglie, saggia e premurosa, compensa il male con il bene (v. 609), chi invece si imbatte in una femmina di stirpe funesta, vive con un'angoscia costante nel petto, nell'animo e nel cuore e il suo male è senza rimedio (vv. 610-612).

 

Nel secondo Stasimo (vv. 1058-1097)  dell’Elettra di Sofocle, il Coro nota che i saggissimi uccelli dell’aria (a[nwqen fronimwtavtou~ oijwnouv~, 1058) provvedono all’alumentazione dei padri dai quali ricevettero benefici. Perché noi no?

Negli Uccelli di Aristofane, Pistetero ricorda al parricida,  che vuole strozzare il padre e prendergli tutta la roba,  una legge antica degli uccelli: quando un padre cicogna (oJ path;r oJ pelargov~, 1355) ha nutrito tutti i cicognini, finché siano atti al volo, poi devono essere i figli a nutrire a loro volta il padre dei` tou;~ neottou;~ to;n patera pavlin trevfein (1357),.

Oggi veramente questo contraccambio delle cure e dell’educazione ricevute da bambini non è molto praticato, o per lo meno non fino alla convvivenza, da parte di chi può permettersi una cosiddetta badante.

 

“Va tuttavia messa in conto la differenza tra i modelli teorici e le situazioni concrete, così come va smentita l’idea che nel passato le famiglie fossero caratterizzate dall’affetto e dalla reciprocità (basti pensare, per la Grecia antica a le Nuvole di Aristofane o alle commedie di Menandro per i rapporti non certo idillici tra genitori e figli o a quelle di Plauto per la rivalità tra padri e figli nell’amore per un’etera [15]) e che i vecchi venissero sempre accolti e curati benevolmente” (Generazioni, p. 38).

Aristofane rappresenta questo contrasto sia rappresentando figli riottosi e prepotenti nei confronti dei genitori, come Fidippide nelle Nuvole appunto, sia, viceversa, un padre maniaco e ribelle alla volontà del figlio di farlo rinsavire. Il vecchio Filocleone aspetta addirittura di ereditare il patrimonio di Bdelicleone per poter  avere larghi mezzi con i quali pagarsi le dissolutezze. Il padre dice:“ancora non sono padrone delle mie sostanza perché  giovane e troppo sorvegliato (nevoς gavr eijmi kai; fulavttomai sfovdra) 1354-1355). E aggiunge quella che è la battuta più nota di questa commedia: “Il mio figlioletto mi fa la guardia to; ga;r uJivdion threĩ me , lui è duvskolon, intrattabile, e avaro… Ma io sono l’unico padre che ha (1356 e 1360).  

Terenzio negli Adelphoe, attraverso il personaggio di Micione, propugna la comprensione dei giovani da parte della generazione precedente attraverso una forma di humanitas che consiste nel mettersi nei panni dei figli ricordando gli sbandamenti della propria gioventù purtroppo lontana.  

Bodei ricorda che in Grecia e a Roma  non mancava l’assistenza della collettività e delle istituzioni agli anziani indigenti.

“Nell’antica Grecia, ad esempio, esisteva l’eranos quale volontario sistema di contributi per assicurarsi la sopravvivenza in caso di impreviste disgrazie o di mancanza di introiti” (Generazioni, p. 39)

Nel primo canto dell’Odissea,  Atena cerca di suscitare sdegno in Telemaco per la presenza dei proci i quali certo non sono lì per un  e[rano"" (v. 226), una cena collaticia  dove ciascuno porta il suo contributo.

Nel lovgoς ejpitavfioς di Tucidide, kavllistoς e[ranoς  (II, 43, 1) è il contributo bellissimo che gli Ateniesi  hanno dato alla grandezza della polis.

L’ultimo capitolo di questo discorso di Pericle ricorda l’assistenza dovuta ai figli dei caduti in guerra: “E’ stato anche da me esposto con un discorso, secondo la consuetudine, quanto consideravo utile, e di fatto i sepolti da un lato sono già stati onorati, dall’altro da questo momento la città manterrà a spese pubbliche i figli di questi caduti, ponendo una corona di aiuto per tali cimenti in favore di questi e dei superstiti. Infatti i premi più grandi della virtù sono stabiliti per quelli che vivono da cittadini ottimi (II, 46, 1)

“Se con i grandiosi lavori pubblici e con l’invio di numerose cleruchie (spesso decise con fine esclusivamente sociale) si dava modo alle classi lavoratrici di esplicare in una maniera o nell’altra la propria attività, con frequenti distribuzioni di cereali, con pensioni agli operai inabili al lavoro (in genere un obolo al giorno), col mantenimento a spese dello Stato degli orfani dei morti in guerra, si provvedeva appunto alla sorte di coloro che non avrebbero potuto altrimenti ottenere di che sostentarsi”[16]

 

Il personaggio Ateniese delle Leggi di Platone parla della condizione degli orfani dei quali devono prendersi cura pentekaivdeka tw̃n nomofulavkwn oiJ presbuvtatoi i quindici più anziani custodi delle leggi (924c). Questi magistrati devono temere gli dèi superi che sono sensibili alla solitudine degli orfani

  “oi{ tw̃n ojrfavnwn th̃ς ejrhmivaς aijsqhvseiς e[cousin” (927b), poi le anime dei morti (ei\ta ta;ς tw̃n kekmhkovtwn yucavς) che per natura si curano dei figli e sono benevoli verso chi li rispetta, ostili a quelli che li trascurano, poi anche le anime dei vivi. Insomma chi si prende cura degli orfani e dei bambini abbandonati, chi ha premura del nutrimento e dell’educazione degli orfani si comporta come se portasse un contributo dovuto a se stesso e ai suoi familiari (wJς e[ranon eijsfevronta eJautw̃/, 927c).

 

“A Roma le risorse provenivano da una specie di cassa di mutuo soccorso per artigiani e operai appartenenti a corporazioni-le sodalitates o collegia opificum-e, talvolta, dalla distribuzione da parte dello Stato dei beni di chi moriva senza lasciare testamento” (Generazioni, p. 39).

Mi sembra interessante notare che Cicerone mette gli opifices nel catalogo di quanti traggono guadagno da mestieri illiberali e degradanti. Tali sordidi quaestus sono quelli di esattori, usurai, salariati, piccoli bottegai  (qui mercantur a mercatoribus quod statim vendant) i quali per vendere devono mentire, e in generale tutti gli operai che esercitano una professione degradante, infatti il lavoro manuale non può avere carattere di nobiltà: “opificesque omnes in sordida arte versantur; nec enim quicquam ingenuum habere potest officina” (De officiis, I, 150). L’Arpinate ricava questo pregiudizio antipopolare dal proprio snobismo di homo novus disprezzato dalla nobiltà antica che lo considerava  inquilinus civis urbis Romae[17], cittadino occasionale della città di Roma, come poteva essere un meteco per gli Ateniesi, e forse ha presente quanto dice il personaggio del  Diotima Simposio  platonico:"kai;  oJ me;n peri; ta; toiau'ta sofo;" daimovnio" ajnhvr, oJ dev, a[llo ti sofo;" w[n, h] peri; tevcna" h] ceirourgiva" tinav", bavnauso"" (203a), chi è sapiente in tali rapporti[18] è un uomo demonico, quello invece che si intende di qualcos'altro, o di tecniche o di certi mestieri, è un facchino[19].

Nella Politica di Aristotele oJ bavnausoς dh̃moς è il popolo che svolge un lavoro manuale diverso dal coltivare la terra (1289b 33).

 

Eppure Carducci assimila il poeta al “pover manuale” che lavora nella fucina: “Il poeta, o vulgo sciocco,/Un pitocco[20]/Non è già, che a l’altrui mensa/Via con lazzi turpi e matti/Porta i piatti/Ed il pan ruba in dispensa (…)Il poeta è un grande artiere,/Che al mestiere/Fece i muscoli d’acciaio;/Capo ha fier, collo robusto, /Nudo il busto,/Duro il braccio, e l’occhio gaio./ Non a pena l’augel pia/E giulia/Ride l’alba a la collina,/Ei co’ l mantice ridesta/Fiamma e festa/E lavor ne la fucina:/E la fiamma guizza e brilla/E sfavilla/E rosseggia balda e audace,/E poi sibila e poi rugge/e poi sfugge/ Scoppiettando da la brace/ (…)Picchia. E per la libertade/Ecco spade,/Ecco scudi di fortezza:/Ecco serti di vittoria/Per la gloria,/E diademi a la bellezza/ (…)Per sé il pover manuale/Fa uno strale/D’oro, e il lancia contro ‘l sole;/Guarda come in alto ascenda,/E risplenda,/Guarda e gode, e più non vuole ” (Rime Nuove, CV, Congedo)

 

“I “poveri onesti”, gli invalidi (specie se per causa di guerra) avevano a lungo goduto di aiuti e benefici da parte delle istituzioni ecclesiastiche o politiche attraverso parrocchie, ospizi, ospedali, mense e, specie a partire dal Cinquecento, grazie alle Poor Laws di diversi paesi. Aristotele, tuttavia, nel primo libro della Politica aveva coerentemente posto il sostentamento e la propagazione della vita fisica (della zoé) all’interno della famiglia, in una fase cioè prestatale, caratterizzata dal dominio del marito sulla moglie, dei genitori sui figli e dei padroni sugli schiavi” (Generazioni, p. 40)

Vediamo qualche parola dello Stagirita. Sono piene di quel buon senso comune tutt’altro che rivoluzionario

Nella amministrazione domestica il maschio padrone di casa e capo della famiglia deve comandare perché lo schiavo non ha affatto la facoltà deliberativa (oJ me;n ga;r doũloς oujk e[cei to; bouleutikovn),  la femmina ce l’ha ma non valida (to; de; qh̃lu e[cei mevn, ajll j a[kuron), il fanciullo ce l’ha, ma imperfetta (oJ de; paĩς e[cei me;n , ajll j ajtelevς, Politica, 1260 a). Quindi Aristotele cita parte di un trimetro giambico dell’Aiace di Sofocle: “gunaiki; kovsmon hJ sigh; fevrei[21].

 

Vediamo altre occorrenze di questo tovpoς.

Negli Eraclidi di Euripide,  Macaria prima di offrire il sacrificio della propria vita per la salvezza della stirpe di Eracle dice “gunaiki; ga;r sighv te kai; to; swfronei`n-kavlliston ei[sw q j h{sucon mevnein dovmwn” 476-477, per la donna infatti il silenzio e la pudicizia è la cosa più bella e rimanere in tranquillità dentro la casa.

la sfortunata Andromaca delle Troiane  rappresenta in se stessa la moglie ideale con queste parole:" Io che mirai alla buona fama,/dopo averla ottenuta in larga misura, fallivo il successo./Infatti quelle che sono le qualità conosciute di una sposa saggia/io le mettevo in pratica nella casa di Ettore./Là dunque per prima cosa- che vi sia o non vi sia/motivo di biasimo per le donne- la cosa in sé attira/cattiva fama se una donna non rimane in casa,/

io, messo via il desiderio di questo, rimanevo in casa(" e[mimnon ejn dovmoi"", v. 650);/e dentro casa non facevo entrare scaltre chiacchiere/di donne, ma avendo come maestro il mio senno/ buono per natura, bastavo a me stessa./E allo sposo offrivo silenzio di lingua e volto/ calmo("glwvssh" te sigh;n o[mma q& hJvsucon povsei-parei'con", vv. 654-655); e sapevo in che cosa dovevo vincere lo sposo,/e in che cosa bisognava che lasciassi a lui la vittoria"(vv. 643-656).

L’apostolo Paolo nella prima epistola  Ai Corinzi  scrive: “Mulieres in ecclesiis taceant, non enim permittitur eis loqui, sed subditae sint, sicut et lex dicit. Si quid autem volunt discere, domi viros suos nterrogent; turpe est enim mulieri loqui in ecclesiaaijscro;n ga;r ejstin gunaiki; lalei`n ejn ejkklhsiva/. (14, 34), le donne nelle assemblee tacciano, perché non è loro permesso parlare, ma stiano sottomesse, come dice anche la legge[22]. Se vogliono imparare qualche cosa, interroghino in casa i loro mariti, perché è indecoroso per una donna parlare in assemblea   

Le donne insomma, secondo il codificatore della Chiesa cristiana, devono essere sottomessa in tutto ai mariti come la Chiesa a Cristo: “Sed ut ecclesia subiecta est Cristo, ita mulieres viris in omnibus” (Agli Efesini, 5, 22).  

 

Le donne non solo devono tacere, ma non devono nemmeno far parlare di loro. Lo dice il pur illuminato Pericle  concludendo il lovgoς ejpitavfioς , quasi il testamento spirituale della grande Atene già avviata alla rovina:  “Se poi devo menzionare qualche cosa della virtù delle donne, quante ora si troveranno a essere vedove, indicherò tutto con una breve esortazione: non essere inferiori alla vostra caratteristica  natura sarà per voi un gran vanto  e  la reputazione di quella la cui rinomanza in lode o biasimo sia minima tra gli uomini. (Tucidide, Storie,  II, 45, 2).

 

Concludo questa parte della presentazione di Generazioni lasciando del tutto la parola all’autore che cita e commenta Aristotele: “L’amore dei genitori per i figli piccoli (soprattutto da parte delle madri) è gratuito e intransitivo, non chiede cioè di essere ricambiato. Egli aveva, infatti, riconosciuto che-a differenza dei componenti della “massa”, che per ambizione preferiscono essere amati piuttosto che amare-le madri amano i propri figli senza pretendere di essere riamate: “segno ne è il fatto che (…) provano piacere nell’amare, infatti alcune danno i loro figli ad allevare e continuano ad amarli, sapendo di loro, senza cercare di essere amate in contraccambio, se entrambe le cose non sono possibili; ma sembra che a loro basti sapere che stanno bene e li amano, anche se quelli, per ignoranza, non ricambiano affatto con l’amore che si deve a una madre”[23]. Da parte dei figli, la vera restituzione di questo amore e di questo aiuto a entrambi i genitori avviene, appuntoi, al culmine della vita, attorno al trentacinquesimo anno. Per quanto riguarda i reciproci doveri tra le generazioni, anche a prescindere dalla scadenza del trentacinquesimo anno, questo modello aristotelico di restituzione è durato in Europa per quasi due millenni,[24]” (Generazioni, pp. 40-41).

 

Giovanni GGhiselli

 


[1] A p. 52 Bodei cita il passo dell’Iliade (VI, vv. 146-149) con l’archetipo di questa similitudine. 

[2] Inferno, I, 114.

[3] Aristotele, Retorica, 1390b.

[4] Inferno IV, 131.

[5] Aristotele, Retorica, 1390b.

 

[6] A. Groppi , Il welfare prima del welfare. Assistenza alla vecchiaia e solidarietà tra le generazioni a Roma in età moderna. Viella, Roma, 2010, pp. 71, 72, 73.

[7] F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, IV, 2, il padre, p.235

[8] I. Gončarov, Oblomov, p. 240.

[9]I. Gončarov, Oblomov, p. 252.

[10] I. Gončarov, Oblomov, p. 299.

[11] I. Gončarov, Oblomov, p. 470.

[12] “Egli traversava la vita cauto, lasciando da parte tutti i pericoli ma anche il godimento, la felicità. A trentacinque anni si ritrovava nell’anima la brama insoddisfatta  di piaceri e di amore, e già l’amarezza di non averne goduto, e nel cervello una grande paura di se stesso e della debolezza del proprio carattere, invero piuttosto sospettata che saputa per esperienza” (Svevo, Senilità, I, p. 9 Dall’Oglio, Milano, 19273

[13] Italo Svevo, Senilità, I, p. 19.

[14] “Ed io ho le ali??-chiese abbozzando un sorriso.-Per fare dei voli poetici sì!-rispose Macario…(  Svevo, Una Vita, cap. 8).

[15] Su  quest’ultimo punto si veda M. V. Bramante, ‘Patres’, ‘filii’ e ‘filiae’ nelle Commedie di Plauto. Note sul diritto nel teatro, in Diritto e teatro in Grecia e a Roma, a cura di E. Cantarella e L. Gagliardi, Led, Milano 2007, pp. 95-116.

[16] G. Giannelli, Le grandi correnti della storia antica, p. 96.

[17] Sallustio, Cat., 31, 7

[18] Quelli tra gli uomini e gli dèi.

[19] Avvicino, forse arbitrariamente, quanto scrive Hegel nella Fenomenologia dello spirito: “il signore si rapporta alla cosa in guisa mediata, attraverso il servo”; il servo invece “col suo lavoro non fa che trasformarla” Fenomenologia dello spirito (del  1807) . Capitolo 4 (A)

[20] Eppure il poeta ungherese József Attila  definisce se stesso il  “mendicante della bellezza”

[21] Sofocle impiega il tovpo"  dell'opportunità del silenzio femminile quando Aiace, in procinto di suicidarsi, ingiunge di tacere all'amante Tecmessa :"guvnai, gunaixi; kovsmon hJ sigh; fevrei" Aiace (del 456), v. 293., donna, alle donne il silenzio porta ornamento. Uno zittimento perentorio utilizzato qualche regime fa dall' eterno Andreotti alla deputata radicale Adele Faccio nel parlamento della nostra Repubblica. 

[22] In Genesi, 3, 16: “Moltiplicherò i tuoi dolori e le tue gravidanza, con dolore partorirai i figli. Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà”.

[23] Aristotele, Etica Nicomachea; VIII, 9, 1159°, trad.di C. Natali, Laterza, Roma-Bari 1999.

[24] O. Brunner, Das “ganze Haus” und die alteuropäische “Oekonomik”, in Id., Neue Wege der Verfassubgs-und Sozialgeschischte, Vanden-hoec & Ruprecht, Göttingen 1968, trad. it.  La ‘casa come complesso’ e l’antica ‘economica’, in Per una nuova storia costituzionale e sociale, vita e Pensiero, Milano, 1970.