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Immaginare altre vite

Realtà, progetti, desideri.

di Remo Bodei

Feltrinelli, Milano, 2013

 prima parte della recensione di Giovanni Ghiselli

Con questo pezzo suggerisco ai 120208  visitatori del mio blog la lettura dell’ultimo libro di Remo Bodei.

Lo consiglio perché ne sto ricavando stimoli, approfondimenti e ampliamenti preziosi per il mio metodo comparativo.

E’ un’opera ricca di riflessioni acute e profonde, e di citazioni da  auctores che accrescono appunto la gamma delle conoscenze e potenziano la capacità di pensare, la suvnesi~[1] che è facoltà di cogliere i nessi, di unire[2],  le affinità  che appaiono separate, di trovare  analogie tra cose lontane.

Voglio riferire e commentare alcune parti del II capitolo intitolato  Ascese, cadute, resurrezioni (pp. 25-55).

 Sono fasi della vita che riguardano tutti noi.

Conoscere se stessi (pp. 29-31) è la somma della sapienza, il suo punto d’arrivo poiché la nostra persona è il vero ombelico del  mondo che la contorna .

Bodei propone il gnw`qi seautovn nei “termini più crudi” (p. 25)  impiegati da  Montaigne: “E’ una perfezione assoluta, quasi divina, saper godere lealmente del proprio essere. Noi cerchiamo altre condizioni perché non comprendiamo l’uso delle nostre, e usciamo fuori di noi perché non sappiamo cosa c’è dentro. Così abbiamo un bel montare sui trampoli, bisogna camminare con le nostre gambe. E sul più alto trono del mondo non siamo seduti che sul nostro culo”.

Il precetto delfico e socratico viene chiamato da Hegel “il comandamento assoluto”. Per giungere a questa necessaria autocoscienza è altrettanto ineludibile la conoscenza del nostro prossimo, e la comprensione della sua umanità.

La nostra vita  infatti è simile a una corda formata dall’intreccio di tanti fili che sono le vite di quanti abbiamo frequentato, e non solo vivendo e agendo, ma anche leggendo e pensando. Inoltre: “siamo anelli di una lunghissima catena di morti, i nostri innumerevoli antenati, e compartecipi dei vivi nel prolungare la nostra storia nel futuro” (p. 28)

Crescere su se stessi (p. 29) significa non dimenticare la “tensione antigravitazionale verso un sé migliore”. E’ una tensione  contraria  anche all’attuale modello di società capitalistica occidentale che “ha, infatti, condannato l’ascesi, intesa come esercizio di miglioramento di sé” (p. 31).

Gli esercizi spirituali, e fisici, dell’ascesi pagana e di quella cristiana “vengono sostituiti dalla droga, dall’alcol, dall’orgasmo, elementi che, nel loro insistito perseguimento, nascondono l’istinto di morte” (31).

 

Smarrirsi nell’ascesa (pp. 31-34).

L’ascesi che, in quanto pure ascesa porta in alto, proprio per questo comporta anche il rischio di una caduta precipitosa, a capofitto.

La salita “è sempre minacciata dalla possibilità di smarrirsi in questa ascesa, di perdersi in forme di esaltazione fissata (Verstingenheit)”

Un esempio di tale fissazione esaltata è dato da “don Chisciotte di Cervantes, che, attraverso l’ossessiva lettura dei libri di cavalleria, diventa egli stesso cavaliere errante e va in cerca di gloria, facendo coincidere nella sua mente la finzione con la realtà, la vita sognata con la vita affettiva, il proprio tempo, caratterizzato dalle armi da fuoco che uccidono casualmente anche i valorosi, con il passato dei duelli all’arma bianca decisi dal coraggio individuale” (p. 32). Alla fine del romanzo, il Cavaliere dalla triste figura si ravvede al punto che “sul letto di morte decide perfino di cambiare nome: non vuole essere più don Chisciotte della Mancia, ma Alonso Quijano il Buono. Le illusioni di gloria terrena svaniscono e vengono sacrificate alla speranza di godere le future gioie del paradiso” (p. 33).

 Don Chisciotte è in rapporto di complementarità agonistica con Sancho: “ il primo si pone troppo al di sopra, il secondo troppo al di sotto della realtà effettuale. Senza teorizzala…Cervantes suggerisce indirettamente una strada intermedia, che invita a sintonizzarsi con la realtà, senza arrendersi a essa” (p. 34).

 

Redenzioni (pp. 34-39).

L’uomo è una creatura inquietante, problematica e “nell’inseguire la propria realizzazione o la propria felicità gli individui possono mirare in alto, ma anche cadere in basso, perdersi” (p. 35).

Remo Bodei ricorda Giovanni Pico della Mirandola il quale nel De hominis dignitate “ considera, per esempio, l’uomo un essere intermedio tra gli angeli e la bestia, un essere che può innalzarsi al di sopra di se stesso, trasumanare, oppure precipitare in basso al livello dei bruti”.

L’uomo caduto in basso del resto “può anche risorgere, redimersi, ripercorrere a ritroso il cammino della perdizione”. 

Bodei ricorda testi e movimenti spirituali che fanno vedere agli uomini questa possibilità: la Buona Novella, l’Umanesino, il Rinascimento e “per noi italiani, il Risorgimento”. Quindi viene ricordato Beccarla che, contrario alla pena di morte, considera d’altra parte la detenzione “una forma di risarcimento di cui il colpevole è debitore alla società per rimediare al danno inflittole Resta in lui…una concezione punitiva della pena” (p. 36).

Nella letteratura della seconda metà dell’Ottocento si trovano gli scrittori che propugnano, invece, il diritto mite e lo diffondono nelle coscienze.

“Esemplari sono I miserabili di Victor Hugo e Resurrezione di Tolstoj”.

Il romanzo russo, racconta la storia di una doppia redenzione: quella di una ragazza povera sedotta da un nobile e quella dello stesso seduttore pentito.

Il principe Dimitri Nechljùdov si era traviato: da giovane onesto, altruista, pronto a dare se stesso per ogni buona causa qual era, aveva subito una  deformazione divenendo un corrotto e raffinato egoista, amante solo del suo piacere. “E tutto questo strano mutamento si era compiuto in lui soltanto perché aveva cessato d’aver fede in sé e aveva cominciato ad aver fede negli altri”[3].

“In Nechliùdov, come in tutti gli uomini, c’erano due individui: uno spirituale che cercava per sé soltanto un bene che potesse essere anche un bene per gli altri, l’altro animalesco, che cercava il bene soltanto per sé e per questo bene era pronto a sacrificare il bene del mondo intero. In quel periodo di follia dell’egoismo, suscitato in lui dalla vita a Pietroburgo e nell’esercito, l’io animalesco dominava e aveva completamente soffocato lo spirituale”. Il principe, nella fase etica, aveva amato la giovane domestica sedicenne, Katiuša Maslova, poi, al prevalere della bestialità, l’aveva lasciata e questa per disperazione era diventata una prostituta.

“Accusata ingiustamente di furto e di avvelenamento di un cliente, Nechliùdov se la ritrova davanti, dopo molto tempo, nella sua veste di giurato in un processo” (p. 36). A questo punto scatta il rimorso, il principe comincia a sentire le Erinni che gli rinfacciano “tutta la crudeltà, la vigliaccheria, la bassezza non solo di quella sua azione, ma di tutta la sua vita oziosa, dissoluta, crudele e vanitosa, e il terribile sipario che per qualche prodigio, per tutto quel tempo, per tutti quei dodici anni, gli aveva tenuto nascosto anche questo suo delitto, oscillava e a tratti egli già scorgeva quel che c’era dietro”[4] 

Ma torniamo all’ottima sintesi di Bodei “Egli non cerca solo la redenzione di Katiuša, ma anche la propria. Attanagliato da un crescente rimorso, decide di aiutarla in ogni modo, di sposarla (offerta che la ragazza  rifiuta, per non costituire un alibi alla voglia di auto-assoluzione di Nechliùdov) e di seguirla in Siberia, dove ha la possibilità di constatare l’orribile condizione cui sono ridotti i prigionieri e di contrapporvi nel suo cuore un trattamento ispirato al comandamento evangelico ” (p. 36)

Nechliùdov inizia la propria redenzione dimettendosi dalla sua carica: “Il motivo è che ritengo qualsiasi tribunale non solo inutile, ma immorale”[5], spiega.

Tolstoj non riconosce alcun valore alle istituzioni. Spesso sono queste “a rendere gli uomini malvagi, maltrattandoli e umiliandoli gratuitamente, come accade ai prigionieri condotti in Siberia” (p. 37).

Il carcere  è la negazione del messaggio di Cristo il quale “aveva vietato non solo di giudicare gli uomini e di tenerli in cattività, di tormentarli, vituperarli e punirli come qui veniva fatto, ma aveva vietato qualsiasi violenza contro gli uomini, proclamando di esser venuto per liberare i prigionieri”[6].

Bodei cita una splendida riflessione della seconda parte del romanzo: “Le cose si possono trattare senza amore: si possono tagliare gli alberi[7], cuocere i mattoni, si può forgiare il ferro senza amore; ma gli uomini non si possono trattare senza amore, come le api non si possono trattare senza cautela” (p. 37).

Le carceri sono luoghi di pervertimento degli uomini: “Quel che Nechliùdov aveva veduto per tre mesi di fila gli si presentava nel modo seguente: fra tutti gli uomini che vivevano in libertà i tribunali e l’apparato amministrativo sceglievano i più nervosi, i più focosi, i più eccitabili, i più dotati d’ingegno, i più forti e i meno astuti”[8]. E certamente, i più indifesi dal punto di vista socio-economico.

Bodei ricorda molto opportunamente “quel che diceva Solone: che “le leggi somigliano alle ragnatele che i forti sfondano e in cui i deboli restano impigliati”[9] (p. 37)

Le leggi dunque colpiscono solo i deboli

La pensa così anche Nietzsche: “Le leggi contro i ladri e gli assassini sono fatte a favore delle persone colte e ricche”[10].

Ma torniamo al libro di Bodei “Con queste parole Tolstoj si scaglia contro le teorie del delinquente nato, rivelate dall’ereditarietà o dalla forma del cranio, diffuse dalla cultura positivistica (con Lombroso che lo visitò nel 1897 , ebbe un violento alterco): “Avendo conosciuto più da vicino le prigioni e le stazioni di tappa, Nechliùdov aveva compreso che tutti quei vizi che si sviluppano tra i detenuti: ubriachezza, gioco, crudeltà, e tutti i terribili delitti commessi dai carcerati, fino al cannibalismo…sono l’inevitabile conseguenza dell’incomprensibile, erronea convinzione che si possa punire il prossimo” (p. 38)

L’autore fa poi notare che “nella modernità secolarizzata, la redenzione ha assunto un carattere non solo individuale, ma anche sociale”. Bodei ricorda “il pathos delle rivoluzioni di stampo leninista o maoista, delle lotte di liberazione nazionale e quello delle rivendicazioni democratiche in favore di una maggiore eguaglianza” come aspetti e momenti  di quella volontà di elevazione degli “oppressi, i miserabili, i dannati della terra, i discriminati” (p. 38)

Segue la menzione di Adam Smith il quale osserva” che, alla nascita, il filosofo e il facchino hanno uguali capacità ed è la divisione del lavoro a differenziarli” (p. 38).

In conclusione di capitolo: “Sono soprattutto le barriere di carattere sociale e politico che permettono ad alcuni di godere di privilegi immeritati, mentre impediscono a moltissimi altri di maturare le proprie capacità, spingendoli talvolta alla ribellione” (p. 39)

Per ora mi fermo qui. Penso del resto che procederò con lo studio di questo bel libro che mi ha dato l’occasione di rivedere alcuni dei miei autori e di conoscerne altri.

 

giovanni ghiselli

 

     

 

       


 

[1] Intelligenza.

[2] Cfr. sunivhmi=metto insieme.

[3] Tolstoj, Resurrezione, parte prima, XIII, p. 49.  Trad it. Einaudi, Torino, 1982

[4] Tolstoj, Op. cit. Cap. XXII

[5] Cap. XXV.

[6] Cap.XL

[7] Nella Vita di Pericle, Plutarco scrive che lo stratego ateniese ricordava a quanti volevano opporsi alle invasioni di Archiloco uscendo dalle mura e combattendo in campo aperto contro il suo esercito che “gli alberi potati e tagliati ricrescono in breve tempo, mentre gli uomini quando sono morti non è facile averli di nuovo” (33, 5).

 

[8] Parte terza cap. XIX.

[9] Nella Vita di Solone di Plutarco troviamo una derisione delle leggi scritte da parte di Anacarsi che fu ospite e amico del legislatore Ateniese. Lo Scita dunque derideva l’opera di Solone che pensava di frenare le iniquità e l’avidità (ta;~ ajdikiva~ kai pleonexiva~) dei cittadini con parole scritte (gravmmasin) le quali, diceva, non differiscono affatto dalle ragnatele (mhde;n tw`n ajracnivwn diafevrein, 5, 4), ma come quelle trattengono le prede deboli e piccole, mentre saranno spezzate dai potenti e dai ricchi (uJpo; de; dunatw`n kai; plousivwn diarraghvsesqai).

Le cose poi andarono secondo le previsioni di Anacarsi il quale disse anche, dopo avere assistito all’assemblea degli Ateniesi, di essere stupito del fatto che presso i Greci parlassero i sapienti ma decidessero gli ignoranti (o{ti levgousi me;n oiJ sofoi; par j    { Ellhsi, krivnousi d j oiJ ajmaqei`~ (5, 6). 

 

 

[10] Frammenti postumi, 1876, 14

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