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La Medea di Seneca

di GIovanni Ghiselli

Premessa.

E’ una delle dieci tragedie attribuite a Seneca.

 

L’Octavia è considerata non autentica, a parte Francesco Giancotti.

Anche l’ Hercules Oetaeus è di dubbia autenticità.

 

Seneca trova il linguaggio dell’interiorità.

In Seneca il linguaggio si interiorizza e spiritualizza: “Quest’epoca che ha scoperto la possibilità di spiritualizzare il linguaggio delle parole più concrete, quest’epoca che con Paolo ha scoperto il concetto di una peritomhv spirituale (sì che l’ajkrobustiva può diventare peritomhv), è difficile proprio per le sue contraddizioni apparentemente assurde”[97].

Paolo afferma che la vera circoncisione è quella del cuore, nello spirito, non alla lettera peritomh; kardiva~ ejn pneuvmati ouj gravmmati (Ai Romani, II, 29).

 

 Tutte le tragedie sono divise in cinque atti, come aveva canonizzato Orazio nell’Ars poetica (189 sg). I prologhi entrano in medias res “si collocano sull’orlo del precipizio…emblematici e particolarmente suggestivi i prologhi della Medea e della Fedra: il primo rappresenta l’eroina già in preda al furor al punto che la sua rJh'si~, pur nel metro dialogico del senario giambico, ha tutte le caratteristiche di una klh'si~ ; il secondo la monodia di Ippolito…che isola il personaggio…in una dimensione tutta sua, sottolineata anche dal metro lirico del dimetro anapestico, cui si oppone il monologo di Fedra” in senari giambici. “Monodia, di Ippolito, e monologo di Fedra,-che…rappresentano, nel loro insieme, il prologo, o, quanto meno, il programma di tutta la tragedia che è lo scontro non più-come nell’Ippolito di Euripide-di due divinità, Artemide e Afrodite, ma di due opposte psicologie (e passioni), quelle di Ippolito e di Fedra, lo scontro del furor e della ratio.    ” (Biondi-a cura di- Seneca Medea Fedra, pp. 24-25).

Nell’Ippolito di Euripide “Respinta, Fedra si impicca, però dopo aver applicato il motivo biblico di Putifarre: incolpandolo cioè in una lettera di aver fatto lui l’avance…Quello che noi leggiamo è il secondo Ippolito euripideo, detto anche “coronato” (dalla corona che egli porta in omaggio ad Artemide, alla quale è votatissimo, essendo purtroppo perduto il primo- il “velato” (a indicare pobabilmente la ritrosia pudica di fronte alla profferta illecita)-, che sappiamo da Aristofane aver suscitato un certo scandalo”[98].

La ratio in Seneca equivale alla virtus .

Il senario giambico di Seneca, particolarmente quello delle sticomitie ha insegnato la brevitas all’Alfieri

Alfieri si diede a tradurre la Poetica di Orazio, per assimilare “que’ suoi veridici e ingegnosi precetti”. Quindi si dedicò “anche molto a leggere le tragedie di Seneca”, benché “si accorgesse essere quelle il contrario dei precetti d’Orazio”.

C’era poi il problema del metro. Bisognava creare una giacitura di parole, un rompere sempre variato di suono, un fraseggiare di brevità e di forza, che venisse a distinguere assolutamente il verso sciolto tragico da ogni altro verso sciolto e rimato sì epico che lirico. I giambi di Seneca mi convinsero di questa verità, e forse in parte me ne procacciarono i mezzi. Che alcuni tratti maschi di quell’autore debbono per metà la loro sublime energia al metro poco sonante, e spezzato. (Vita, 4, 2)

Quindi Alfieri cita un endecasillabo invece sonante di Virgilio, uno dei più noti per il suono: Quadrupetante putrem sonitu quatit ungula campum (Eneide, 8, 596 con tonfo quadruplice lo zoccolo batte il terreno polveroso) e un senario dall’Agamennone di Seneca, in  ajntilabhv[99]: Concede mortem./

Si recusares darem (v. 994).  Si tratta di Elettra che chiedi a Egisto di essere uccisa, e l’amante della madre, complice dell’assassinio del padre, risponde che gliela darebbe se lei la rifiutasse, quindi aggiunge: “rudis est tyrannus morte qui poenam exigit” (Agamennone, v. 994), rozzo è il tiranno che esige come pena la morte.

Sentiamo dunque il commento : “Ed in fatti qual è si sprovvisto di sentimento e d’udito, che non noti l’enorme differenza che passa tra questi due versi? L’uno di Virgilio, che vuol dilettare e rapire il lettore…l’altro di Seneca che vuole stupire, e atterrire l’uditore; e caratterizzare in due sole parole due personaggi diversi… Appena ebbi stesa l’Antigone in prosa, che la lettura di Seneca m’infiammò e sforzò d’ideare ad un parto le due gemelle tragedie, l’Agamennone, e l’Oreste. Non mi parea con tutto ciò, ch’elli mi siano riuscite in nulla un furto fatto da Seneca.

 All’inizio del 1776 Alfieri da sei e più mesi ingolfato negli studi italiani  sentì una onesta e cocente vergogna di non più intendere quasi affatto il latino. Dunque riprese in mano la madre della nostra lingua madre, cominciando da Fedro, per poter leggere le tragedie di Seneca, di cui-racconta-alcuni sublimi tratti mi aveano rapito; e leggere anche le traduzioni letterali latine dei tragici greci che sogliono essere più fedeli e meno tediose di quelle tante italiane che sì inutilmente possediamo” (Vita, 4, 2).

 Alfieri coglie quell’atmosfera  senecana di assassinio, di tortura, di sangue, di violenza che poi si ritrova in Shakespeare il quale  riprende tale tematica  dell'orrore. “In Shakespeare, il teatro di sangue che porta l'insegna senecana, raggiunge il suo punto culminante"[100].

 

 

Seneca come i tragici greci cercò di svolgere un’azione educatrice.

 

Sommario

Furor e ratio in Medea e Fedra, quelle di Seneca e quelle di Euripide. La ratio coincide con la virtus: « nihil enim aliud est virtus quam recta ratio” (Ep. 66, 32).

 Seneca e Shakespeare. La difesa dell'identità. Eliot: Medea superest ( v. 166, II atto) e I am Antony yet[101].(Antonio e Cleopatra (del 1606-1607) , III, 13

 La Medea di Christa Wolf. La preghiera nera della Medea senecana. La fiaccola fumosa.  La negazione della luce. Il determinismo geografico. C'è una connessione tra le forme della terra e quelle dell'esperienza umana: pelle femineos metus/et inhospitalem Caucasum mente indue (vv. 42-43).  C’è una volontà di defemminizzazione come nell’Argia della Tebaide di Stazio e nell’Antigone di Alfieri.

I Fenni di Tacito. Tasso. I Marchigiani di Leopardi. La negazione della femminilità: Medea e Lady Macbeth. Ortrud nel Lohengrin di Wagner. Nietzsche e Wagner.  La maternità e la spietatezza compiuta. Le Argonautiche mostrano già l'antefatto della tragedia nel diverso investimento erotico dei due amanti.  Il sogno infantile della Medea di  Apollonio Rodio.

Nel primo  coro della Medea di Seneca le donne corinzie cantano le nuove nozze di Giasone con Creusa augurando ogni bene agli sposi.

 

Il secondo atto

 

Medea utilizza i topoi della morale stoica per incoraggiare i suoi propositi criminali: un esempio di asservimento della sapientia non alla virtus ma alla u{bri" :" Fortuna opes auferre, non animum potest (v. 176), la Fortuna può portare via il potere, non il coraggio.

La coazione a ripetere i delitti. Fides (v. 164) e foedus. ajnakalei' de; dexia'"-pivstin megivsthn ( Euripide, Medea, 21-22), reclama il sommo impegno della mano destra. Fides è fundamentum iustitiae[102]. Foedus è l'accordo stipulato secondo le regole della fides. Ma un rapporto di fiducia è anche una relazione di potere. Il foedus in origine legava contraenti di potenza diseguale. Il caso dei Falisci fide provocati[103] , sollecitati dalla lealtà di Camillo. La slealtà greca dichiarata da Lisandro. L'amicitia amorosa di Catullo. Rompere la fede non porta bene[104]. Inaffidabilità dei giuramenti amorosi. Etimologia di  femina. La transvalutazione lessicale:"scelus virtus vocatur[105] L'identità di Medea: Medea superest (v. 166). L'autopossesso è l'unico punto fermo nei momenti critici. Diventare se stessi prima di morire: le Memorie di Adriano. La Medea di Anouilh. Il kairov". La paura di Creonte (vv. 186-187). La fobia delle donne dichiarata da Catone il Censore in Tito Livio (34, 2). Creonte cerca di cacciare Medea. Il tiranno non vorrebbe ascoltare, ma Medea si impone. La solitudine di Medea, quella di Seneca (vv. 207-210) e quella di Euripide (vv. 252-258).

Valutazioni diverse della solitudine. Imprevedibilità della vita umana (vv. 217-222).

Ultimi versi della Medea di Euripide. La parte buona, vera o simulata, di Medea: "prodesse miseris" (v. 224). Il credito di Medea nei confronti dei Greci. La borsa di studio di Medea è Giasone come Tess[106] è my fellowship di Angel. Creonte teme Medea quale mivasma della sua terra. La maga denuncia la correità di Giasone. Una sentenza senecana sovvertita in malam partem da Creonte che teme Medea:" Nullum ad nocendum tempus angustum est malis" (v. 292), nessuna frazione di tempo è ristretta per i malvagi intenzionati a nuocere.

Il secondo coro, in dimetri anapestici, maledice la navigazione. Prometeo, Orazio (Odi, I, 3) e Leopardi. La cultura pragmatica, senza carità, strumentalizza tutto. L'audacia dei navigatori è eccessiva e colpevole: audax nimium (301)…ausus Tiphis (318). L'uomo deinovteron dell'Antigone. La navigazione ha unito quello che doveva restare separato guastando i candida…saecula dei padri. E' la stessa u{bri" di Serse il quale, secondo Eschilo, tentò di trattenere con vincoli la sacra corrente dell'Ellesponto e di unificare ciò che deve restare diviso[107]

 Bene dissaepti foedera mundi/ traxit in unum Thessala pinus,/iussitque pati verbera pontum/partemque metus fieri nostri/mare sepositum ( Medea, vv. 335-339), la nave tessala unificò le parti del cosmo  separate da un recinto di leggi, e ordinò che il ponto patisse le frustate dei remi; e che il mare lontano divenisse parte della nostra paura. Erodoto racconta che Serse fece frustare e incatenare il mare (8, 109). Il rischio è quello del ritorno al magma indifferenziato del caos. Infatti il pretium huius cursus  (cfr. vv. 360- 361) è Medea "emblema del caos etico". Il mondo pervius ha aperto la via alla "confusion delle persone".

Venient annis saecula seris,/quibus Oceanus vincula rerum/laxet (v. 375-377), verranno secoli in anni fuori dal tempo nei quali l'Oceano scioglierà le catene del mondo .

 L'Oceano in diversi autori. Erodoto nega ci sia questo grande fiume che secondo Ecateo circondava il disco della terra. Prometeo, l'inventore delle navi, ne conferma l'esistenza. Con Erodoto scompare l'idea universalista di Oceano che stringe in cerchio la terra. "L'Oceano è 'garante' ed emblema, insieme, dell'ordine cosmico in Oedipus, vv. 503-508".[108]

 

 

Terzo atto

Il furor  della donna offesa nel letto supera quello degli elementi della natura scatenati: amor timere neminem verus potest (416). L'incoercibile istinto erotico della donna. Ghismunda di Boccaccio, Joyce e Weininger. La tempesta emotiva, come quella degli elementi naturali, tende a negare l'individuazione:"mecum omnia abeant" (v. 428), tutto venga in malora con me!  Alla fine del Prometeo incatenato il Titano vede il mondo confuso che rischia di regredire nel caos:"xuntetavraktai d j aijqh;r povntw/"(v.1088),  sono sconvolti insieme il cielo e il mare"

Giasone invoca la sancta Iustitia. Il letto per Medea è più importante dei figli. Il Giasone di Seneca non è un miserabile come quello di Euripide, tuttavia Medea lo accusa di ingratitudine: ingratum caput (v. 465) e di averla colonizzata.

 Colpevolezza e ignobiltà dell'ingratitudine (Senofonte: Ciropedia; Euripide, Eracle; Sofocle: Aiace, Filottete; Teognide; Shakespeare: Giulio Cesare, Tito Andronico).

L'esilio di Medea secondo la donna è una poena, non un munus come vorrebbe darle da intendere Giasone il quale si fa un merito di averla sottratta all'ira del re. L'ira è il tratto distintivo del tiranno e non ha niente di grande né di nobile. Il potere forte non subisce controlli. Medea rinfaccia a Giasone di essere il mandante dei delitti da lei compiuti:"cui prodest scelus is fecit" vv. 501-502), quasi un principio giuridico. Quindi la donna rifiuta la maternità di bambini che, discendenti dal Sole, diventer

ebbero fratelli dei nipoti di Sisifo. Giasone teme due re, quello di Corinto, Creonte, e quello di Iolco, Acasto. Medea però afferma di essere più forte di loro (Est et his maior metus:/ Medea vv. 516-517), più forte della Fortuna: :"Fortuna semper omnis infra me stetit " (v. 520), ogni tipo di sorte è sempre stata al di sotto di me.

Medea ha in comune con Achille il non cedere eroico.

Medea decide di colpire Giasone nel punto debole che ha scoperto: vulneri patuit locus (550): ama i figli. Eros si associa a Eris. Quindi la donna finge sottomissione. Giasone approva per il proprio utile. Poi l'uomo si allontana e Medea palesa i suoi intenti e il suo stato d'animo:" Fructus est scelerum tibi/nullum scelus putare" (vv. 563-564). Ella colpirà i nemici con doni letali: un mantello, una collana e una corona d'oro. Maledizioni dell'oro. Ovidio nelle Metamorfosi (I, 141) sostiene che l'oro è più funesto del ferro. La brama del metallo prezioso infatti scatena la guerra e inaugura l'era della compiuta peccaminosità, come, negli ultimi tempi, il petrolio. "Et fas et fides/iusque omne pereat. Non sit a vestris malis/ immune coelum" ( Megera nel Thyestes, vv. 47-49). La Medea di Christa Wolf è protettiva verso la nuova moglie di Giasone. Medea invoca Ecate, la vindice delle donne abbandonate: Simeta di Le incantatrici di Teocrito, Didone.

 Il terzo coro di Corinzi.  Il furor di Medea e il castigo. La rabbia di una moglie abbandonata è devastante più di quella dei grandi fiumi usciti dagli argini. La madre furente. La donna offesa da un uomo adulto può diventare una belva con i bambini: Medea, Idotea in Sofocle, Procne in Ovidio.

Il  terzo coro chiede venia per Giasone, ma Nettuno è furioso perché sono stati spezzati i sacrosanti vincoli del mondo.

Il consiglio è: "vade, qua tutum populo priori;/rumpe nec sacro, violente, sancta/foedera mundi! " (vv. 604-606), procedi per dove il cammino è stato sicuro alla gente di prima; e non spezzare con violenza le sacrosante regole del mondo.

"Se…l' aijtiva e l' ai[tion della vicenda euripidea è la rottura, da parte di Giasone, del foedus con la sposa, in Seneca l' aijtiva è la rottura non del foedus con Medea (cosa di cui non è responsabile e che comunque è fatto recentior ) ma dei foedera mundi [109].

Infatti i profanatori del mare sono morti male, come Fetonte che ha cercato di violentare il cielo. Gli Argonauti hanno prima devastato i boschi del Pelio, poi hanno solcato il pelago per impossessarsi dell'oro, ma : exigit poenas mare provocatum (v. 616). L'exitus dirus la morte orribile (cfr. v. 614) è l'espiazione della rottura dei sacrosancta foedera mundi. Mundus è il kovsmo~. Una morte innaturale per espiare un peccato innaturale. Le novae leges (v. 319) imposte da Argo significano regressione nel caos. Lo scopo era ignobile:"raptor externi rediturus auri" (v. 613), per tornare impossessatosi dell'oro straniero.

 Il coro chiede agli dèi di graziare Giasone che è partito iussus (v. 669). E' la mancanza di entusiasmo per l'impresa, l' ajmhcaniva delle Argonautiche.

 

Quarto atto.

I preparativi della madre furente che medita un maius monstrum (v. 676), una mostruosità colossale, spaventano la nutrice. La sposa tradita con una ragazza più giovane e bella diventa la belva peggiore:"nulla non melior fera est" afferma, nell' Hercules Oetaeus (vv. 233 sgg.),  la nutrice di Deianira che ha visto Iole risplendere qualis innubis dies (v. 239).

La moglie di Ercole accusa il tempo che passa e i parti, quali cause della decadenza della forma. "Quidquid in nobis fuit/olim petitum, cecidit et partu labat (vv. 388-389), tutto quello che una volta in noi era desiderato, è caduto e con il parto vacilla.

E' questo secondo motivo che porta la madre a odiare i figli? Si pensi al caso di Cogne e a quello più recente di Lecco.

Intanto Medea, racconta la nutrice, chiede i veleni al cielo poiché quelli terreni non le bastano: coelo petam venena (v. 692). In Medea c'è, come in Oedipus e in Otello il darsi animo:"Iam iam tempus est/aliquid movere fraude vulgari altius " (vv. 693-694), oramai è già tempo di scuotere qualche cosa di più alto che un artificio volgare.

 Quindi la maga ammucchia le erbe più velenose per farne un impasto letale. La scelerum artifex (734) mescola alle erbe mortali, bava di serpenti e pezzi di uccelli di cattivo augurio.

Medea torna in scena e rinnova la preghiera nera alle forze del male: il Chaos coecum , i criminali del Tartaro, Ecate  pessimos induta vultus (751). Il mondo deve cadere nella confusione:" pariterque mundus lege confusa aetheris/et solem et astra vidit (vv. 757-758), e il mondo, confusa ogni legge del firmamento, ha visto contemporaneamente il sole e la luna.

La confusione dell' incesto di Edipo è stata portata a livello cosmico: di nuovo Mutatus ordo est, sed nil propria iacet;/ sed acta retro cuncta ( Oedipus, vv. 366-367), è mutato l'ordine naturale e nulla si trova al suo posto; ma tutto è invertito.

Cfr. Timone d'Atene: "All's obliquy;/there's nothing level in our cursed natures/but direct villainy" (IV, 3), tutto è distorto; nulla è in sesto nella nostra natura maledetta, se non la diretta scelleratezza.

 Medea, al pari di Erichto della Pharsalia è congiurata con il Caos "innumeros avidum confundere mundos" (VI. 696), avido di confondere innumerevoli mondi.

 

 Il Leitmotiv di Ecate, la dea infernale prediletta da Medea. Compare anche tra le streghe del Macbeth quale signora dei loro incantesimi (III, 5).

 

La maga ferisce se stessa per prefigurare l'assassinio dei propri figli. Il veleno della veste e il fuoco prometeico dei monili. La sfrontata Hecate accoglie l’ultima invocazione con tre latrati:"ter latratus/audax Hecate dedit " (vv. 840-841). Quindi Medea invia con i doni funesti i figli, nati da madre maledetta: :"Ite, ite, nati, matris infaustae genus " (v. 845). La parola "madre" si capovolge: da rassicurante diviene la più inquietante. Le Coefore di Eschilo e il Faust di Goethe. Joyce, Shakespeare, Seneca, e l'annientamento dei rapporti familiari. Noverca è la Fedra di Seneca, e pure Livia, l'ultima moglie di Augusto. Il coro deplora l'ira di Medea il cui volto si trascolora (vv. 856-859), come la fiamma-arcobaleno nell'Oedipus (vv. 314 sgg.).  Ira e amore hanno sconvolto l'anima di Medea. Quanto all'amore distruttivo, si pensi alla dira cuppedo, la brama tremenda, del De rerum natura (IV, 1084-1090): essa fa bruciare il petto in modo terribile in quanto la voluptas è admixta, mescolata di dolore.

 

Quinto atto.

La morte del re e della figlia:"Gnata atque genitor cinere permixto iacent". (v. 880).  Il crimine come la peste sconcia le persone e confonde le identità. Sono stati presi dalla consueta frode "qua solent reges capi:/ donis" (v. 881-882). Come Policrate di Samo dunque attirato in un tranello da Orete satrapo di Sardi: iJmeivreto ga;r crhmavtwn megavlw" ( Erodoto III, 123). Come Ciro il Vecchio e Dario di Persia.

 

Euripide attribuisce l'errore piuttosto alla vanità femminile di Creusa la quale provava ribrezzo per i figli di Medea, ma vedendo i doni non si trattenne : wJ" ejsei'de kovsmon, oujk hjnevsceto, Medea, v. 1156.

 

Medea non vuole fuggire ma assistere a nozze inaudite: nuptias specto novas! (v. 894). Il nuovo, l'inaudito solletica il gusto di questa società decadente. Le incognitae libidines di Messalina.

Medea vuole abolire ogni fas e pudor, valori forti:" fas omne cedat, abeat expulsus pudor", (v. 900), ogni legge divina sparisca, se ne vada cacciato via il ritegno. I delitti compiuti fino a quel momento sono stati atti di pietas in confronto alle azioni che Medea sta per compiere:"quidquid admissum est adhuc,/ pietas vocetur!"(vv. 904-905). La pietas è sovvertita.

 Medea raggiunge la pienezza della propria identità attraverso i delitti: Medea nunc sum; crevit ingenium malis (v. 910). Deianira nell' Hercules Oetaeus la prende come modello per superarla.

Medea si vanta di essere una professionista del crimine:"Ad omne facinus non rudem dextram afferes "( v.915) ad ogni delitto spingerai una destra non inesperta, dice a se stessa.

Il tovpo~ della mano dell'assassino: le Coefore, la Fedra  e l'Hercules furens di Seneca, il Macbeth.

 

A Paratore la chiusa dell' Hercules furens con l'offerta dell'ospitalità da parte di Teseo ricorda quella di La donna del mare di Ibsen.  Io direi piuttosto che il Giasone di Euripide il quale fa  quanto ritiene più conveniente (Medea v. 876: dra'/ ta; sumforwvtata) è confrontabile con  i personaggi di Ibsen, obbedienti alla logica del mercato secondo Alonge. Nella Donna del mare Hilde è una adolescente ma ragiona già in base al computo dei soldi. La sorella le chiede all'improvviso se accetterebbe una eventuale proposta di matrimonio di Lyngstrand, e Hilde è prontissima a ribattere:"Per carità! Non ha un soldo. Non ha da vivere nemmeno per se solo"[110].

 

In ogni caso, afferma Teseo: quod quisque fecit patitur (Hercules furens, 735). E' la legge del contrappasso già formulata da Esiodo (Opere, 265) e da Eschilo (Agamennone, 1562-1565).

La reputazione. Le due vie della rinomanza: quella di Medea, violenta con i nemici (Medea di Euripide: barei'an ejcqroi'",  807) e quella di Alcesti, ottima sposa: gunh; t j ajrivsth tw'n uJf j hJlivw/, makrw'/ ( Alcesti, v. 151), la migliore sotto la luce del sole, di gran lunga.

La Fama, dea foeda . Nella Civiltà di vergogna (Dodds) il bene supremo sta nel possesso della timhv, della pubblica stima. Invece Socrate nel Critone e il dottor Stockmann di Un nemico del popolo di Ibsen non si curano dell'opinione dei più.

Medea non gode di buona fama: nell' Epodo 16 di Orazio è l' impudica Colchis.

 Medea è combattuta (cor fluctuatur, v. 943 con metafora marina) ma la parte emotiva predomina su quella razionale. Se i figli sono innocenti lo era anche il fratello bambino:" sunt innocentes: fateor: et frater fuit " (v. 925), sono innocenti, lo ammetto: anche mio fratello lo era.

Il dolor l'odium e l'ira prevalgono, la pietas soccombe: ira, qua ducis , sequor, v. 953.

Kai; manqavnw me;n oi|a dra'n mevllw kakav,-qumo;" de; kreivsswn tw'n ejmw'n bouleumavtwn,-o{sper megivstwn ai[tio" kakw'n brotoi'"" ( vv. 1078-1080), capisco quale abominio sto per compiere, ma più forte dei miei ragionamenti è la passione che è causa dei mali più grandi per i mortali",  dice la Medea di Euripide nel quinto episodio dopo avere preso la decisione folle di uccidere i figli.

In quella di Seneca appare la turba Furiarum impotens (v. 958), la folla scatenata delle Furie. Poi l'ombra del fratello chiede vendetta, e Medea risponde ammazzando il primo figlio: victimā manes tuos/ placamus istā (v. 970-971).

Alla donna sembra di avere recuperato il regno e la verginità: rediēre regna! rapta virginitas redit! (v. 984). Quindi arriva Giasone, e la madre assassina pregusta una voluptas magna: il marito si è aggiunto quale spectator : deerat hoc unum mihi/, spectator iste (vv. 992-993).

Medea, dandosi animo, si drammatizza. Giasone che prima non ha avuto la dignità prometeica di rivendicare la sua scelta, soltanto ora, per salvare un figlio,  supplica la donna abbandonata dichiarandosi colpevole lui solo: si quod est crimen, meum est (v. 1004). E tuttavia cerca delle scuse:" Per numen omne, perque communes fugas,/torosque, quos non nostra violavit fides,/iam parce nato! " (vv. 1002-1004), per tutti gli dèi, per l'esilio comune, per i letti coniugali che  non è stata la mia fedeltà a oltraggiare, risparmia almeno questo figlio!

  Medea affonda le armi nella ferita dell'uomo. Se c'è ancora qualche residuo di figlio in me, afferma "scrutabor ense viscera, et ferro extraham" (v. 1013), frugherò con la spada le viscere e lo estrarrò con il ferro. Un topos gestuale estremo per significare il rifiuto della maternità.

Quindi uccide il secondo bambino, ma adagio, per accrescere il dolore di Giasone:  perfruere lento scelere; ne propera, dolor! (1016). La missione è compiuta: bene est: peractum est (v. 1019).  Medea è diventata quello che è: coniugem agnoscis tuam? (1021).

Poi Medea sparisce su un carro alato.

Sentiamo le sue ultime parole :"Misereri iubes./ Bene est: peractum est. Plura non habui, dolor,/quae tibi litarem. Lumina huc tumida adlěva,/ingrate Iason! Coniugem agnoscis tuam?/Sic fugere soleo. Patuit in coelum via:/squamosa gemini colla serpentes iugo/summissa praebent. Recipe iam gnatos, parens;/Ego inter auras aliti curru vehar" (vv. 1018-1025), mi chiedi  di avere pietà. Va bene: la missione è compiuta. Non avevo altre vittime da sacrificarti, tormento. Solleva qua gli occhi gonfi, ingrato Giasone. Riconosci tua moglie? Di solito fuggo così: La via è aperta verso il cielo: due draghi sottomettono i colli squamosi al giogo. Ora riprenditi i figli, padre; io andrò per l'aria con il carro alato.

 

Il padre privato dei figli chiude la tragedia gridando all'assassina di attestare che per dove passa non esistono gli dèi:" per alta vade spatia sublimi aetheris,/ testare, nullos esse, qua veheris, Deos" (v.1026-1027), va' per gli alti dell'etere sconfinato, attesta che dove tu passi non ci sono gli dèi.

"E' l'antiapoteosi finale"[111].

 Il suum esse  del De brevitate vitae[112]  è rivendicato da Medea in tutta la tragedia:" In questa rapina rerum omnium  (Marc . 10, 4), che ingigantisce su scala cosmica l'instabilità della condizione politica, resta come unico punto fermo, come unico bene inalienabile il possesso della propria anima" afferma  Traina[113].  

 

Medea reagisce come un eroe omerico e sofocleo. Due saggi di B. M. Knox. (al v. 403). Il disonore del letto scatena le ardite femmine spietate (vv. 407-408). Anche la Didone di Virgilio ha orrore della derisione.

Pindaro: Pelope (Olimpica I) e un Giasone (Pitica IV) eroico, molto diverso da quello di Euripide e da quello di Apollonio Rodio. I Carracci.

Gli eroi, maschi e femmine, sono avidi di gloria.

Altre giovani eroiche: Antigone, Alcesti, Macaria.

 

Nell'esodo della tragedia, Giasone riconosce l'indole ferina dell'assassina che ha ammazzato i loro figlioli apostrofandola come "leonessa" (v. 1342) ed echeggiando il "divpou" levaina", bipede leonessa con cui nell'Agamennone di Eschilo (v. 1258), Cassandra individua Clitennestra, la moglie adultera e omicida.  A una leonessa di montagna ("ojreiva ti" wJ" levain j" ) viene paragonata Clitennestra che si muove a compiere la strage dal Coro nel quarto Stasimo dell'Elettra di Euripide (v. 1163).

Giasone privato della prole aggiunge una maledizione con epiteti che caratterizzino la donna in maniera del tutto negativa:" e[rr j, aijscropoie; kai; tevknwn miaifovne" (Medea, v. 1346), vattene in malora, autrice di nefandezze e macchiata del sangue dei figli! 

Ella risponde come un eroe omerico per il quale il dolore più grande è non ricevere l'onore (timhv) dovuto al suo valore (ajrethv):"su; d j oujk e[melle", ta[m j ajtimavsa" levch-terpno;n diavxein bivoton, ejggelw'n ejmoiv" (vv. 1354-1355), tu non dovevi, disonorato il mio letto, vivere una vita felice irridendomi.

 Medea inorridisce all'idea di essere ridicolizzata per lo smacco del letto e preferisce essere conosciuta quale artefice di mali estremi piuttosto che come amante rifiutata. 

Il motivo della  paura della derisione è presente anche nell'Antigone  dove la ragazza protagonista, pur del tutto diversa da Medea, scambia le espressioni consolatorie del Coro per parole canzonatorie  della sua infelicità, e offensive della sua persona, quindi  dice:" :"Ahimé sono derisa (oi[moi gelw'mai). Perché, per/gli dei  patrii,/non mi oltraggi quando sono sparita,/ma mentre sono visibile?" (vv. 839-841). Antigone ha un altro aspetto del carattere di Medea e di Achille : non cede[114]. Quando Ismene le fa notare : "tu hai il cuore caldo per dei cadaveri gelati" (v. 88), risponde : " ajll j oi\d j ajrevskous j oi|" mavlisq j aJdei'n me crhv" (Antigone, v. 89), ma so di essere gradita a quelli cui soprattutto bisogna che io piaccia" . L'eroe tragico di Sofocle è un uomo (come Aiace, come Edipo) o una donna, o piuttosto una ragazza, come Antigone, come Elettra[115], comunque una persona di statura eroica "che, senza l'aiuto divino e contro l'opposizione degli uomini, prende una decisione che scaturisce dallo strato più profondo della sua natura individuale, della sua physis, e in seguito la mantiene ciecamente, con ferocia ed eroismo, anche fino alla propria distruzione… In sei delle tragedie superstiti (ad eccezione naturalmente delle Trachinie ) l'eroe si trova di fronte a una scelta tra la rovina possibile (o sicura) e un compromesso che, se lo accettasse, tradirebbe il concetto che egli ha di se stesso, dei suoi diritti e doveri. L'eroe decide contro il compromesso, e questa decisione viene poi oppugnata, dal consiglio degli amici, con le minacce, addirittura con la forza. Ma l'eroe rifiuta di cedere; egli rimane fedele a se stesso, alla sua physis , quella "natura" che ha ereditato dai genitori e che costituisce la sua identità. Da questa risoluzione deriva la tensione drammatica di tutte e sei le tragedie: dalla risoluzione di Aiace di morire piuttosto che sottomettersi, dall'incrollabile fedeltà di Antigone al fratello morto, da quella di Elettra a suo padre, dall'amaro rifiuto di Filottete di recarsi a Troia, dall'ostinata insistenza di Edipo a Tebe per conoscere tutta la verità, prima sull'assassinio di Laio e poi su se stesso, e dalla volontà del vecchio Edipo di farsi seppellire su suolo attico. In ciascun dramma l'eroe è assoggettato a pressioni da ogni lato (...) Antigone deve affrontare la fraterna insistenza di Ismene, le minacce di Creonte, la violenta disapprovazione del coro, l'imprigionamento in una tomba e la mancanza di qualunque segno di approvazione da parte di quegli dèi di cui è paladina (...) E tutti resistono saldamente alla massiccia pressione della società, degli amici e dei nemici. Per descrivere nel modo migliore l'eroe sofocleo e la sua situazione, si pensi alla meravigliosa immagine che nell'ultima tragedia paragona il vecchio cieco a un "promontorio nel Nord, con le onde tempestose che lo battono da ogni direzione"(Oed. Col. , 1240-1). Come lo scoglio, l'eroe sostiene i colpi della bufera e rimane incrollabile"[116]. Sofocle dunque:" dimentica l'adattamento eschileo dello spirito eroico alle condizioni della polis , e fa ritorno ad Achille che, irriconciliabile, siede corrucciato nella sua tenda. Nei suoi eroi che affermano la forza della loro natura individuale contro i loro simili, la loro polis  e perfino i loro dei, egli ricrea, in una comunità che ora è ancor più avanzata socialmente e intellettualmente di quella di Eschilo, la solitudine, il terrore e la bellezza del mondo arcaico"[117].- Di questo terrore e di questa bellezza arcaica presenti in Omero e in Sofocle c'è molto pure nella nostra Medea.

Infatti in un altro scritto B. M. W. Knox sottolinea la "rappresentazione in termini eroici di una moglie straniera e ripudiata" assimilando la Medea  di Euripide soprattutto agli eroi sofoclei, e in modo particolare ad Aiace : "Sia Aiace sia Medea temono più di ogni altra cosa al mondo lo scherno dei loro nemici (...) Medea è presentata al pubblico nello stile e nel linguaggio inconfondibile di un eroe sofocleo (...) Il suo più grande tormento è il pensiero che i suoi nemici rideranno di lei (gelos  383 ecc.): come gli eroi sofoclei maledice i propri nemici (607 ecc.) mentre progetta la vendetta (...) Come un eroe sofocleo, resiste tanto agli inviti alla moderazione quanto ai duri richiami della ragione (...) Questa rappresentazione...deve avere messo un po' a disagio il pubblico che la vide per la prima volta nel 431 a. C. Gli eroi, questo si sapeva, erano creature violente e, dal momento che vivevano e morivano secondo la semplice regola 'aiuta i tuoi amici e fa del male ai tuoi nemici' era prevedibile che le loro vendette, quando si fossero sentiti trattati ingiustamente, disonorati, offesi, fossero immense e mortali. I poemi epici non mettono mai in discussione il diritto di Achille di portare distruzione nell'armata greca per vendicare l'assalto di Agamennone né il massacro dell'intera giovane generazione dell'aristocrazia di Itaca compiuta da Ulisse. L'Aiace di Sofocle non vede niente di sbagliato nel proprio tentativo di uccidere i comandanti dell'armata per avergli negato le armi di Achille; in lui la vergogna nasce semplicemente dall'aver fallito il suo tentativo sanguinario. Ma Medea è una donna, una moglie e una madre, e per di più una straniera. Inoltre si comporta come se fosse una combinazione tra la nuda violenza di Achille e la fredda astuzia di Ulisse e, quel che è più importante, è in questi termini che le parole del dramma di Euripide ce la presentano. 'Nessuno deve considerarmi un'incapace' ella dice 'o un debole o una persona mite. Altro è il mio carattere: violenta con i nemici e con gli amici buona. Quelli che si comportano così hanno la vita più gloriosa.' (807 ss.). E' il credo secondo cui vivono e muoiono gli eroi di Omero e di Sofocle[118] ".

 

La Medea delle Heroides di Ovidio compensa la probabile derisione che subisce dalla stulta pelex di Giasone con le lacrime che Creusa, la nuova ganza, dovrà presto versare: “Quos ego servavi, pelex amplectitur artus/et nostri fructus illa laboris habet./Forsitan et stultae dum te iactare maritae/quaeris et iniustis auribus apta loqui,/in faciem moresque meos nova crimina fingas,/rideat et vitiis laeta sit illa meis!/ rideat et Tyrio iaceat sublimis in ostro/flebit et ardores vincet adusta meos!” (XII, 177-182), le membra che io ho salvato, le abbraccia la ganza, ed ella tiene i frutti della nostra fatica. Forse mentre ti vanti davanti alla stupida sposa, e cerchi parole adatte da dire a quelle orecchie ingiuste, inventi nuove accuse contro il mio aspetto e i miei costumi, rida quella e sia lieta dei miei difetti! rida pure e si stenda superba sulla porpora tiria: piangerà e supererà bruciata il mio ardore!

L’orrore della derisione è uno dei motivi, e non l’ultimo del suicidio di Didone abbandonata da Enea

En quid ago? Rursusque procos inrisa priores

experiar Nomadumque petam conubia supplex,

quos ego sim totiens iam dedignata maritos ? » ( Eneide, IV, vv. 534-536), ebbene che cosa faccio? Tornerò indietro derisa a provarci con i miei pretendenti di prima e chiederò supplicando le nozze dei Nomadi, quelli che io già  tante volte ho sdegnato come mariti?

La Fedra di Euripide, dopo la tirata antifemminista di Ippolito sdegnato per la rivelazione della nutrice si addolora anche perché dovrà morire non più onorata : “toiga;r oujkevt j eujklei'~-qanouvmeq  j” (Ippolito,  vv. 687-688).

Atteggiamenti simili del resto non mancano in personaggi di scrittori successivi.

Il disonore della donna è spesso quello del letto: un uomo a lei gradito già la disonora se non fa l'amore con lei, e la disonora due volte se lo fa con un'altra. Tant'è vero che le "ardite femmine spietate"[119] di Lemno uccisero tutti i maschi dell'isola per l'ira tremenda di Cipride, causata dal fatto che i mariti da lungo tempo non rendevano più gli onori loro dovuti (Argonautiche, I, 615). Esse ammazzarono non solo i consorti e le loro amanti, le schiave tracie[120], ma ognuno che fosse maschio. Solo Issipile risparmiò il vecchio padre, il re Toante. Orfeo  fu fatto a pezzi dalle donne dei Ciconi[121] offese dalla sua fedeltà a Euridice (Georgica IV, 520), ossia dal fatto che le trascurava.

 

Achille dunque smette di combattere facendo così morire i suoi compagni e addirittura il suo miglior amico; Medea ammazza i figli. Quando Giasone le domanda: hai ritenuto giusto ucciderli per il letto ("levcou"...ou[neka", v. 1367)?, la madre oltraggiata risponde:"smikro;n gunaiki; ph'ma tou't j ei\nai dokei'";" (v. 1368), pensi che questa sia una sciagura piccola per una donna?

Anzi, è tanto grande che Medea, per contrappesarla adeguatamente, decide di infliggerne una altrettanto grande a chi gliel'ha inflitta,  ammazzando i figli, pur a lei cari.

Achille e Medea hanno in comune il "non cedere" eroico come abbiamo visto. L'eroe non fa niente che non stimi degno della sua natura:  Achille , cedere nescius [122],  non si lascia fermare da niente e il Bruto Minore di Leopardi prima di suicidarsi proclama :" Guerra mortale, eterna, o fato indegno,/teco il prode guerreggia,/ di cedere inesperto"(vv. 38-40).

L’eroe è dotato di una virtù particolare: “esiste una virtù particolare, che altro non è se non la fedeltà assoluta alla nostra natura, al nostro destino e alle nostre inclinazioni”[123].

 

 Medea, al pari di Achille, non si perita di mandare in rovina amici e nemici quando si tratta di salvare il proprio onore.

Quando Giasone in uno degli ultimi versi (1396) li invoca:" o figli carissimi", Medea replica :"alla madre sì, a te no"; allora il padre domanda:"e poi li hai uccisi?", e l'infanticida risponde:"Per tormentare te" (v. 1398).

Si tratta di una difesa dell'identità a tutti i costi.

Medea come Achille, come Antigone, non indietreggia nemmeno davanti alla rovina estrema. E non giunge a quella rassegnazione alla quale, a detta di Schopenhauer,  la tragedia dovrebbe condurre, come abbiamo visto nell'introduzione.

Apollonio Rodio attribuisce alla sua Medea adolescente qualche cosa di odissiaco quando le riconosce la ejpivklopo" mh'ti" (3, 912), la scaltra intelligenza. Durante la visita ad Afrodite, Era riconosce a Medea l’astuzia (ejpei; dolovessa tevtuktai, 3, 89) necessaria per aiutare Giasone a superare le difficili prove. Di nuovo  una qualità di Odisseo.

Didone in procinto di essere abbandonata da Enea soffre pensando di essere derisa dai pretendenti rifiutati prima:"En quid ago? rursusne procos inrisa priores/ experiar…?" (Eneide, IV, 534-535), ora che cosa faccio? a mia volta farò tentativi, derisa, con i pretendenti di prima?

Vittorio Alfieri durante il suo secondo soggiorno a Parigi (nel 1771) avrebbe “facilmente  potuto vedere ed anche trattare il celebre Gian-Giacomo Rousseau”. Ma non volle: “non mi volli piegar mai a quella dubbia presentazione ad un uomo superbo e bisbetico, da cui se mai avessi ricevuta una mezza scortesia gli n’avrei restituite dieci, perché sempre così ho operato per istinto ed impeto di natura, di rendere con usura sì il male che il bene. Onde non se ne fece altro” ( Vita, 3, 12).

 Creonte nell’Antigone alfieriana accusa il figlio Emone di non contraccambiare, ingratamente, il suo amore di padre, amando una ragazza, la cugina Antigone appunto, che minaccia il suo potere regale e lo deride. Sentiamo le parole del tiranno tebano: “Al mondo cosa/non ho di te più cara… Amarti troppo/è il mio solo delitto… E tal men rendi/tu il guiderdone? ed ami, e preghi, e vuoi/salva colei, che il mio poter deride;/che me ne dispregia, e dirmel osa; e in petto/cova del trono ambizïosa brama?/di questo trono, oggi mia cura, in quanto/ei poscia un dì fia tuo” (3, 1, vv. 74-82).

 Creonte vorrebbe come compenso (guiderdone) che il figlio gli togliesse due paure di fondo: quella di essere deriso e quella di venire esautorato. Questa è ovvia in chi detiene il potere, qualsiasi potere, soprattutto nel tiranno

 

Il timore della derisione sociale per la donna dipende dal comportamento del compagno che si è scelto o l'ha scelta, anche se costui non la offende direttamente: nel caso di Madame Bovary deriva dalla goffaggine e l'importunità del marito:"Temo che i sottopiedi mi daranno fastidio nel ballare", disse lui. "Ballare?" disse Emma. "Sì!" "Ma tu hai perduto la testa! Farai ridere tutti, sta' tranquillo al tuo posto. Del resto," aggiunse, " è quello che si addice di più a un medico"[124].

 

  Ma torniamo alla poesia greca.

 Nell'Iliade  il compenso che il prode si aspetta in cambio dell' ajrethv dimostrata obbedendo agli obblighi del suo rango e della sua identità eroica, impegnativi fino al sacrificio, è un riconoscimento in termini di onore: la timhv negata è una tragedia per il valoroso che si è distinto in battaglia: Achille rifiuta di combattere solo quando constata che l'uomo codardo e il valoroso sono tenuti nello stesso onore:" ejn de; ijh'/ timh'/ hjme;n kako;" hjde; kai; ejsqlov""[125]. Sua madre infatti implora Zeus di onorargli il figlio:"tivmhsovn moi uiJovn"[126], onora mio figlio-prega-, poiché è di vita più breve degli altri, e il signore di genti Agamennone lo disonorò ("hjtivmhsen"[127]) : gli ha preso il suo dono e lo tiene.

 L'Aiace di Sofocle si uccide poiché non sopporta di vivere a[timo" ( Aiace, v. 427 e v. 440), senza onore.

 

Petrarca teme la derisione del demonio:” Vergine, ma ti prego-che ‘l tuo nemico del mio mal non rida” ( Canzone 39, ultimo componimento: 366)

 

Giunto[128] di fronte a lei che credeva sola, Absirto la saggiava con le parole, come fa un bambino delicato (ajtalo;~ pavi~, Argonautiche; IV v. 460) con un torrente invernale che neppure forti guerrieri si azzardano ad attraversare. Cfr. l’ambiguità del linguaggio.

 Le parole talvolta non giungono all’animo, forse nemmeno all’orecchio di chi sembra ascoltare. Talora il  parlare dell’uomo non è più espressivo del rumorìo di un torrente. Talora invece nelle nostre solitudini immense ci illudiamo che i rumori della natura siano persone che ci parlano: “Non era dunque il soldato che canterellava, non un uomo sensibile al freddo, alle punizioni e all’amore, ma la montagna ostile. Che triste sbaglio, pensò Drogo, forse tutto è così, crediamo che attorno ci siano creature simili a noi e invece non c’è che gelo e pietre che parlano una lingua straniera, stiamo per salutare l’amico ma il braccio ricade inerte, il sorriso si spegne, perché ci accorgiamo di essere completamente soli”[129].

18 maggio 2014 Giovanni Ghiselli

 

Note:

[97] S. Mazzarino, L’impero romano, 1, p. 225.

[98] R. Andreotti, Classici elettrici, p. 61

[99] Suddivisione di un verso tra due personaggi.

[100] George Uscatescu, Seneca e la tradizione del teatro di sangue, "Dioniso" 1981, p., p. 387.

[101] Antonio e Cleopatra (del 1606-1607) , III, 13.

[102] Cfr. Cicerone, De officiis, I, 23.

[103] Livio, 5, 28, 13.

[104] Catullo 64. La slealtà di Teseo si ritorcerà contro di lui.

[105] Hercules furens, vv. 251-252.

[106] La protagonista eponima del romanzo  Di T. Hardy.

[107] Eschilo,  Persiani, vv. 745-750.

[108] G. B. Conte, op. cit., p. 353.

[109] G. Biondi, Il mito argonautico nella Medea. Lo stile 'filosofico' del drammatico Seneca, "Dioniso" 1981, p. 440

[110] III.

[111] G. G. Biondi, Seneca Medea Fedra, p. 165.

[112] "Ille illius cultor est, hic illius: suus nemo est ", 2, 4, , quello è dedito al culto di quello, questo di quello, nessuno appartiene a se stesso.

[113]Lo stile "drammatico" del filosofo Seneca , p. 13.

[114] Cfr "ouj lhvxw " Iliade , XIX, 423.

[115] La quale dice:"mhvt' ei[hn e[ntimo" touvtoi" " (Elettra, v. 239), non voglio essere stimata da costoro.

[116]Bernard M. Knox, L'eroe sofocleo  in La tragedia greca. Guida storica e critica , (a cura di C. R. Beye), p. 80-81.

[117]B. Knox, op. cit., p. 85.

[118]B. Knox, The Medea of Euripide , in "Yale Classical Studies", 28, 1977, trad. it. in Medea  , a c. di L. Correale, Milano, 1995.

[119] Dante, Inferno, XVIII, 89.

[120] Cfr. l'elogio degli amori ancillari di Gozzano

[121] Abitavano in Tracia, alle foci dell'Ebro.

[122] Orazio, Odi , I, 6, 5- 6:" gravem /Pelidae stomachum cedere nescii ", la funesta  ira di Achille incapace di cedere. Cfr. la scheda successiva al v. 112.

[123] S. Màrai, La recita di Bolzano, p. 97.

[124] Madame Bovary , p.40.

[125]Iliade , IX, 319

[126]Iliade , I, 505

[127]Iliade  , I, 507

[128] La scena è ambientata in una delle isole Brigie che appartengono all’arcipelago liburnico.

[129] Dino Buzzati, Il deserto dei Tartari, p. 83.

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