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La paura problematica: malefica o benefica?

di Giovanni Ghiselli

Sommario

Terenzio condanna l’educazione basata sulla paura.

La paura inculcata dalla religio. Livio e il re Numa. Il dramma satiresco Sisifo attribuito a Crizia. Seneca. Stazio. Machiavelli.

Eppure l’intimidazione  non viene sempre disapprovata come diseducativa: Eschilo (to; deinovn, nelle Eumenidi), Menelao nell’Aiace di Sofocle, e gli Spartani di Plutarco (Vita di Cleomene) celebrano la paura. Anche  Sallustio (metus, formido, Bellum Iugurthinum) è un fautore della paura.

Giovenale: la vicinanza di Annibale e la povertà frenavano la libidine.  Polibio e il koino;~ fovbo~ che costringe i Romani alla concordia. Del resto lo storiografo di Mantinea è contrario alla presenza di ta; deinav nella storiografia. La paura comunque è funzionale al potere. Stazio: “nil falsum trepidis”. Hitler e la cricca di Bush.

 

Testo

La liberalitas, la generosità di chi è davvero libero, con il pudor, il rispetto di chi sa di essere uomo, sono i valori che trattengono i giovani dal fare il male, dal farsi del male, in modo più efficace del metus secondo Terenzio: "Pudore et liberalitate liberos/retinere satius esse credo quam metu: /hoc pater ac dominus interest" (Adelphoe[1] , vv. 57-58), credo che sia meglio tenere a freno i figli con il rispetto e con la generosità che con la paura. In questo differisce un padre da un padrone.

 Non c'è solo il padre padrone ma anche la madre padrona: tale è Clitennestra secondo l'opinione della figlia nell'Elettra[2] di Sofocle:"kaiv s j e[gwge despovtin-h] mhtevr j oujk e[lasson eij" hJma'" nevmw" (597-598) e io ti considero padrona non meno che madre verso di noi.

 L’educazione deve liberare il giovane da ogni forma di asservimento: "i tuoi educatori non possono essere niente altro che i tuoi liberatori". Ogni formazione "è liberazione, rimozione di tutte le erbacce, delle macerie, dei vermi che vogliono intaccare i germi delicati delle piante, irradiazione di luce e di calore"[3]

 

La paura inculcata dalla superstizione.

Fu il re Numa che decise di  infondere il timore degli dèi (“deorum metum iniciendum ratus est ” (Livio, I, 19, 4), cosa efficacissima per la massa ignorante e rozza di quei tempi.

 

E' la ragione già svelata da Crizia, sofista e tiranno sanguinario, (460-403 a. C.) nel dramma satiresco Sisifo  che contiene la teoria razionalistica dell'utilità politica della religione la quale è un'invenzione geniale e valida a frenare i male intenzionati con la paura dei castighi poiché le leggi non bastavano a inceppare i malvagi quando agivano di nascosto:"mi sembra che prima un uomo accorto e saggio di mente, inventò per i mortali il terrore (devo") degli dei, affinché per i malvagi ci fosse uno spauracchio ("ti dei'ma") anche se fanno o parlano o pensano qualche cosa furtivamente ("lavqra/")[4].

 

 Seneca (1 a. c. ca-65d. C.) nelle Naturales quaestiones (opera della vecchiaia) ribadisce questo concetto:"ad coercendos imperitorum animos sapientissimi viri iudicaverunt inevitabilem metum ut aliquid supra nos timeremus. Utile erat in tanta audacia scelerum esse aliquid adversus quod nemo sibi satis potens videretur " (II, 42, 3), per tenere a freno gli animi degli ignoranti, degli uomini sapientissimi giudicarono inevitabile la paura perché temessimo qualche cosa sopra di noi. Era utile in così grande audacia di delitti che ci fosse qualche cosa contro la quale nessuno si credesse abbastanza potente.

 

Nella Tebaide di Stazio (45 ca-96 d. C.) Anfiarao annuncia cattivi presagi e Capaneo replica:"quid inertia pectora terres?/primus in orbe deos fecit timor " (III, 660-661), perché terrorizzi i petti senza energia? per prima la paura impose gli dèi al mondo.

 

Un argomento che in epoca moderna  viene ripreso da Machiavelli . L'XI capitolo del I libro dei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio  (1517) verte sulla religione dei Romani: tra questi il re Numa "trovando un popolo ferocissimo, e volendolo ridurre nelle obedienze civili con le arti della pace, si volse alla religione come cosa del tutto necessaria a volere mantenere una civiltà e la constituì in modo che per più secoli non fu mai tanto timore di Dio quanto in quella republica il che facilitò qualunque impresa che il Senato o quelli grandi uomini romani disegnassero fare...E vedesi, chi considera bene le istorie romane, quanto serviva la religione a comandare gli eserciti, ad animire la Plebe, a mantenere gli uomini buoni a fare vergognare i rei. Talché se si avesse a disputare a quale principe Roma fusse più obligata o a Romolo o a Numa credo più tosto Numa otterrebbe il primo grado: perché dove è religione facilmente si possono introdurre l'armi e dove sono l'armi e non religione con difficultà si può introdurre quella...E veramente mai fu alcuno ordinatore di leggi straordinarie in uno popolo che non ricorresse a Dio, perché altrimenti non sarebbero accettate". Quindi Machiavelli tra i legislatori che "ricorrono a Dio"  nomina  Licurgo e Solone. Infine tira le somme:"Considerato adunque tutto, conchiudo che la religione introdotta da Numa fu intra le prime cagioni della felicità di quella città, perché quella causò buoni ordini, i buoni ordini fanno buona fortuna, e dalla buona fortuna nacquero i felici successi delle imprese. E come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle repubbliche, così il dispregio di quello è cagione della rovina di esse. Perché dove manca il timore di Dio, conviene o che quel regno rovini o che sia sostenuto dal timore d'uno principe che sopperisca a' defetti della religione".

 

A proposito della polivalenza problematica delle parole, la paura, e tanto meno il terrore, non è elemento utile all'educazione dei figli secondo il personaggio Micio di Terenzio, un uomo sostanzialmente positivo; eppure nelle Eumenidi di Eschilo entrambe le parti contendenti affermano la necessità di mantenere vivo to; deinovn per il bene della povli" : nel secondo Stasimo, il coro delle Erinni canta:" a volte  è bene il terrore (" e[sq  j  o{pou to; deino;n eu\")/ e quale ispettore delle  anime (frenw'n ejpivskopon)/ deve restarvi a fare la guardia"(vv. 517-519).

E subito dopo, ancora le Erinni:" mht j a[narkton bivon-mhvte despotouvmenon-aijnevsh/" : panti; mesw/ to; kravto" qeo;"-w[pasen "(526-530), non lodare una vita di anarchia né una soggetta al dispotismo: in ogni caso il dio dà potenza al giusto mezzo.

Più avanti la stessa Atena consiglia ai cittadini che hanno cura della città di rispettare uno stato senza anarchia né dispotismo ("to; mhvt j a[narcon mhvte despotouvmenon", v. 696) e di non scacciare del tutto la paura dalla città: infatti quale mortale è giusto se non ha nessuna paura? ("kai; mh; to; deino;n pa'n povlew" balei'n-tiv" ga;r dedoikw;" mhde;n e[ndiko" brotw'n; " vv. 698-699).

Nell'Aiace di Sofocle il personaggio di Menelao sostiene la stessa cosa per imporre il suo ordine di non seppellire Aiace che non obbediva ai capi: “ouj ga;r pot ‘ ou[t j a]n ejn povlei novmoi kalw̃ς-fevroint j a[n, e[nqa mh; kaqesthvkh/ devoς,-out j a]n stratovς ge swfrovnwς a[rcoit j e[ti-mhde;n fovbou provblhma mhd jaijdoũς e[cwn» (vv.1073-1076), mai infatti le leggi potrebbero procedere bene in una città dove non si trovasse sancito il timore né un esercito potrebbe essere comandato con equilibrio, se non avesse nessuno scudo di paura né di rispetto.

E poco dopo: “devoς ga;r w/| provsestin aijscuvnh q’ oJmoũ,-swthrivan e[conta tovnd j ejpivstasoo” (vv. 1079-1080), sappi infatti che ha la salvezza quello nel quale risiede la paura insieme con il rispetto.      

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Nella Vita di Cleomene[5], Plutarco racconta che gli Spartani onorano la Paura “timw`si de; to;n Fovbon”, non come venerano gli dèi che si vogliono distogliere perché ritenuti dannosi, “ajlla; th;n politeivan mavlista sunevcesqai fovbw/ nomivzonteς» (30, 9), ma i quanto credono che con la paura soprattutto si tenga unito lo Stato.

E poco più avanti: “dio; kai; para; tw̃n ejfovrwn sussivtion to;n Fovbon i{druntai Lakedaimovnioi,  perciò presso la mensa degli efori gli Spartani innalzarono il tempio di Paura.  

 

Il concetto della paura opportuna all'ordine torna nel Bellum Iugurthinum[6] di Sallustio:" Nam ante Carthaginem deletam...metus hostilis in bonis artibus civitatem retinebat. Sed ubi illa formido mentibus decessit, scilicet ea quae res secundae amant, lascivia atque superbia, incessere" (41), infatti prima della distruzione di Cartagine…il timore dei nemici conservava la cittadinanza nel buon governo. Ma quando quella paura tramontò dagli animi, naturalmente quei vizi che la prosperità ama, la dissolutezza e la superbia, si fecero avanti.

 

Giovenale riprende questo tema nella sesta satira, quella contro le donne: una delle ragioni della castità delle Romane antiche era “proximus urbi/Hannibal” (vv. 290-291), Annibale alle porte dell’urbe. E, continua: “Nunc patimur longae pacis mala; saevior armis/luxuria incubuit victumque ulciscitur orbem./Nullum crimen abest facinusque libidinis, ex quo/paupertas Romana perit” (vv. 292-295), ora soffriamo i mali di una lunga pace; più feroce delle armi, il lusso ci è piombato addosso e vendica il mondo conquistato. Nessun delitto manca né misfatto della libidine da quando è morta la povertà di Roma. 

 

“La teoria di una funzione benefica del pericolo esterno (che riassumiamo in genere sotto la formula sallustiana del metus hostilis, il “timore del nemico”: Bellum Iugurthinum 41, 2) è già presente in nuce in Polibio, benché non pienamente sviluppata, né obiettivamente così urgente (nel terzo quarto del II secolo a. C.) come sarà in Posidonio e in Sallustio, nelle tempeste civili della Roma del I secolo. Ma quando, liberatisi dai pericoli esterni, i cittadini di uno stato a costituzione mista vivono nella prosperità, insorgono dall’interno motivi di deterioramento e disgregazione, che tuttavia la costituzione mista possiede in sé i meccanismi per frenare, riportando nell’ordine costituito l’elemento che tende a prevaricare”[7].

Polibio afferma che è difficile trovare un sistema politico migliore della costituzione mista dei Romani: “o{tan me;n ga;r ti~ e[xwqen koino;~ fovbo~ ejpista;~ ajnagkavsh/ sfa'~ sumfronei'n kai; sunergei'n ajllhvloi~, thvlikauvthn kai; toiauvthn sumbaivnei givnesqai th;n duvnamin tou' politeuvmato~ w{ste mhvte paraleivpesqai tw'n deovntwn mhdevn…”(6, 18, 2-3), quando infatti qualche paura comune incombente da fuori li costringe alla concordia e alla cooperazione, tanta e tale succede che diventi la potenza dello Stato che né viene tralasciata nessuna delle cose necessarie, in quanto, continua Polibio, tutti fanno a gara per trovare i mezzi utili a fronteggiare la situazione, né le decisioni falliscono l’occasione in quanto tutti contribuiscono ad attuarle. 

 

Si ricorderà (14. 3) che Polibio biasima e vorrebbe cancellare  paura e compassione dalla storiografia: lo storico di parte achea biasima  ta; deinav, i fatti terribili che  Filarco, partigiano del re di Sparta Cleomene III[8] fautore di una rivolta sociale, racconta nelle sue Storie[9] : “spoudavzwn d j eij" e[leon ejkkalei'sqai tou;" ajnagignwvskonta" peirwvmeno" ejn eJkavstoi" ajei; pro; ojfqalmw'n tiqevnai ta; deinav” (6, 56, 6 e 8), dandosi da fare per muovere a compassione i lettori… cercando sempre di mettere atrocità davanti agli occhi.

Secondo lo storico, acheo e filoromano, questo mostrare abbracci di donne e chiome scarmigliate e denudamenti di seni è una scelta propagandistica, ajgenne;" kai; gunaikw'de" [10], ignobile e donnesca. L’esposizione delle atrocità inquietanti sarebbe plausibile solo nella tragedia. Infatti lo squillo iniziale del primo stasimo dell'Antigone fa :"polla; ta; deina; koujde;n ajn-qrwvpou deinovteron pevlei" (vv. 332-333), molte sono le cose inquietanti e nessuna è più inquietante dell'uomo.

 

Stazio nella Tebaide racconta che la Paura diffonde smania di guerra, di morte e di strage nell’esercito dei Sette contro Tebe: “nil falsum trepidis” (VII, 131), nulla è falso per chi è spaventato, ed è quindi disposto a credere a tutto.

La paura dunque è funzionale al potere. Joachim Fest riporta queste parole di Hitler: “La gente ha bisogno della paura risanatrice. La gente vuole temere qualcosa, pretende che la si intimidisca e che ci sia qualcuno cui assoggettarsi tremando. Non avete forse constatato voi stessi, con i vostri occhi, che dopo lo scontro nei locali pubblici, sono proprio quelli che le hanno buscate i primi a chiedere di entrare nel partito? Cosa sono dunque queste chiacchiere sulla crudeltà, e perché vi scaldate tanto per un atto di violenza? E’ proprio quello che la massa vuole. La massa pretende qualcosa che le faccia orrore”[11].

Infatti: le torri gemelle hanno potenziato la cricca di Bush.

 

Giovanni Ghiselli

 

 


 


[1] Del 160 a. C.

[2]  Intorno al 415 a. C.

[3] F. Nietzsche, Considerazioni inattuali III, Schopenhauer come educatore,  p. 168.

 [4] Sono parole di un frammento  (25 D. K.) del dramma satiresco, una quarantina di versi tramandati da Sesto Empirico, filosofo scettico della seconda metà del II secolo d. C.

[5] Re di Sparta dal 235 alla battaglia di Sellasia del 222. Fu sconfitto da Antigono

[6] Del 40 ca.

[7] D. Musti (a cura di) Polibio, Storie, vol. primo, p. 51

[8] Combattè la guerra, detta cleomenica appunto, contro Achei e Macedoni difensori della classe abbiente. Fu sconfitto a Sellasia nel 222 a. C.

[9] Andavano dal 272 al 219, anno della morte del re riformatore Cleomene III.

[10] Polibio, Storie, II, 56, 9.

[11] Hitler, Una biografia, p. 214.

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