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L’ambiguità del linguaggio

dalla Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino

di Giovanni Ghiselli

16. 1. L’ambiguità del linguaggio. Secondo Freud  l’ambivalenza di talune parole, come l’aggettivo sacer per esempio, riflette l’ambivalenza affettiva di certi rapporti umani, soprattutto parentali. Il latino come lingua della psicoanalisi e come lingua del pudore.

 

C'è da aggiungere che proprio attraverso le parole chiave è possibile indicare l'ambiguità del linguaggio, particolarmente di quello drammatico.

Le parole cambiano di significato a seconda di chi le pronuncia o del contesto in cui si trovano, o dell’autore che le usa.

 Faccio un esempio: u{bri"  per il Coro dell'Edipo re , ossia per Sofocle stesso, è la madre dei tiranni (v. 872), per il Creonte dell'Antigone  (v. 309) è il misfatto di chi si oppone alla sua prepotenza tirannica.

"I Greci avevano diagnosticato la predisposizione verso la hybris, termine che significa dismisura demenziale", sintetizza Morin[1]. Può avere un significato del genere l’u{bri~ dell’esercito di Alessandro Magno, che tornando dall’India, attraversava la Carmania: racconta Plutarco che al disordine confuso e disperso della marcia, costellata di banchetti e bevute ininterrotte, canti, suoni, danze e grida dionisiache di donne, si accompagnava kai; paidia; bakcikh'~ u{brew~ (Vita di Alessandro, 67, 6), anche lo scherzo tipico della sfrenatezza bacchica. 

Si può usare un derivato di u{bri" quale  esempio di transvalutazione lessicale attribuita ai gusti sessuali delle donne. Nelle Nuvole[2] di Aristofane  il Discorso ingiusto (Lovgo" a[diko" ) sostiene che Tetide lasciò Peleo perché non era impetuoso (uJbristhv" , v. 1067)  e non era piacevole passare la notte con lui, mentre la donna gode a essere sbattuta. Qui è notevole il capovolgimento del significato di u{bri", la prepotenza, che, applicata alla libidine della donna, diviene un valore.

 Un'idea non tanto peregrina e paradossale: la ritroviamo in Machiavelli:"Io iudico bene questo, che sia meglio essere impetuoso che respettivo, perché la fortuna è donna; et è necessario, volendola tenere sotto, batterla e urtarla. E si vede che la si lascia più vincere da questi, che da quelli che freddamente procedano. E però, sempre, come donna, è amica de' giovani, perché sono meno respettivi, più feroci, e con più audacia la comandano"[3].

Esiodo sostiene, in un contesto serio, che nella bassa età del ferro, gli uomini non onoreranno l’uomo rispettoso del giuramento, il buono e il giusto, ma:“ ma'llon kakw'n rJekth'ra kai; u{brin-anevra timhvsousi” (Opere e giorni, vv. 191-192) piuttosto onoreranno l’operatore di mali e l’uomo violenza.

Secondo Freud l’ambiguità, o ambivalenza, di talune parole, per esempio l’aggettivo sacer, deriva dall’ambivalenza di certi rapporti umani.

 In Totem e tabù l’inventore della psicoanalisi scrive che “tabù è un vocabolo polinesiano” di traduzione difficile in tedesco, ma equivalente in modo esatto al latino sacer. Quindi aggiunge: “Anche l’a[go~ dei greci e il kodausch (kadosch) degli ebrei deve avere avuto lo stesso significato del tabù per i polinesiani…I divieti tabù più antichi e più importanti sono i due princìpi fondamentali della legge totemica: non uccidere l’animale totemico e fuggire il rapporto sessuale con individui di sesso diverso appartenenti allo stesso totem…L’uomo che ha violato un tabù, diventa egli stesso tabù in quanto possiede la pericolosa capacità di indurre gli altri a seguire il suo esempio”[4]. Il latino e il greco sono anche lingue della psicanalisi.

 Il latino è pure la lingua del pudore: lo stesso Freud usa termini come fellatio[5] che permette di menzionare questo atto sessuale senza cadere nell’indecenza. 

L’esogamia dunque venne imposta all’orda primigenia dal padre che, in seguito a una rivolta della banda dei figli, aizzati e guidati da uno di loro, “il caporione”, venne ammazzato e sostituito simbolicamente con l’animale totemico. Questo poi  fu alternatamente venerato e ucciso per essere mangiato nel pasto totemico[6] cui è succeduta la comunione cristiana. Ebbene l’ambivalenza della parola  sacer rifletterebbe l’ambivalenza del rapporto tra il padre e i figli: “L’imperio dell’esogamia, la cui espressione negativa è l’orrore dell’incesto, si fondava sulla volontà del padre e continuò questa volontà dopo il parricidio. Di qui l’intensità del suo tono affettivo e l’impossibilità di una fondazione razionale, cioè il suo carattere sacro. Siamo fiduciosi che l’esame di tutti gli altri casi di divieto sacro condurrebbe allo stesso risultato del caso dell’orrore dell’incesto, e cioè che in origine il sacro non è altro che la prosecuzione della volontà del padre primigenio. Con ciò si farebbe anche un po’ di luce sull’ambivalenza, finora incomprensibile , delle parole che esprimono il concetto di sacro. E’ la stessa ambivalenza che domina in genere il rapporto con il padre. “Sacer” significa non solo “sacro”, “consacrato”, ma anche qualcosa che possiamo tradurre soltanto con “infame”, “esecrando” (“auri sacra fames[7]). Tuttavia la volontà del padre non era soltanto qualcosa di intoccabile, qualcosa da tenere altamente in onore, ma anche qualcosa di fronte a cui si tremava, perché esigeva una dolorosa rinuncia pulsionale ”[8].

 

Interessanti a proposito dell’ambiguità delle parole le osservazioni di E. Benveniste sulla radice indoeuropea *do- . Essa "significa 'dare' nell'insieme delle lingue indoeuropee. Tuttavia, a turbarne singolarmente la definizione, interviene una lingua: in ittita, da- significa 'prendere' e pai- 'dare'...Le nozioni di 'dare' e 'prendere' sono quindi legate nella preistoria indoeuropea". Allora "l'ittita, che dà alla radice *do-  il senso di 'prendere', invita a considerare che in indoeuropeo 'dare' e 'prendere' si ricongiungono, per così dire, nel gesto (cfr. ingl. to take to  'prendere per dare a' )"[9].

Nella Germania di Tacito, a chiarimento di dotem, troviamo munera ripetuto in anafora. Munus è un altro sostantivo che significa il dovere del contraccambio ribadito dal successivo invicem. Benveniste segnala il legame (attraverso la radice indoeuropea *mei-) con mutuus (reciproco): anche questi termini fanno parte di " una grande famiglia di parole indoeuropee che, con suffissi vari, marcano la nozione di reciprocità"[10].-

“Non a caso la nozione di dono è caratterizzata da un’ambiguità semantica dovuta al fatto che la radice “dō” significa dare o prendere a seconda del contesto d’intenzione dei parlanti. Nelle antiche lingue anglosassoni il termine gift significava dono ma anche veleno: proprio come la mela di Biancaneve. Gift in tedesco conserva principalmente il significato di veleno, in inglese quello di dono e in olandese mantiene entrambi i significati”[11].

 

Giovanni Ghiselli

 

note:

 


[1] L'identità umana, p. 102.

[2] Del 423 a. C.

[3] Il Principe, 24.

[4] S. Freud, Totem e tabù (del 1913), p. 33 e pp. 51-52.

[5] Un ricordo d’infanzia di Leonardo da Vinci, del 1910,  in Psicoanalisi del genio della Newton Compton ( p. 166).

[6]  Cfr. S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica,  terzo saggio, p. 408.

[7] Eneide, III, 57, maledetta fame dell’oro. Ndr.

[8] S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, terzo saggio, pp. 438-439.

[9]E. Benveniste, Il vocabolario delle istituzioni indoeuropee , trad. it. Einaudi, Torino, 1976,  pp. 59 e 60.

[10]E. Benveniste, op. cit., p. 141.

[11] A. Segrè, Economia a colori, p. 98.

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