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L'ambiguità della parola cultura

dalla Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino

di Giovanni Ghiselli

16. 7. Aulo Gellio sull’ambiguità delle parole. Il cultus (gradito o ingannevole) di Ovidio e quello (levis ac parabilis) di Alessandro Magno. Le cicatrici come decorazioni, come bocche mute o parlanti. Pirandello e l’impossibilità di intendersi attraverso le parole. L’ambiguità può riguardare una persona (Nerone), un oggetto, una situazione, e anche un intero dramma. Jan Kott: l’Alcesti di Euripide e il tappeto rosso dell’Agamennone di Eschilo. La Mastrocola: l’ambiguità è ricchezza di significati. Frasnedi. Morin e la polisemia del concetto: la parola “cultura” è un vero e proprio camaleonte concettuale.

Aulo Gellio[1] ci tramanda l'opinione di Crisippo[2], terzo scolarca della Stoà dopo Zenone e Cleante :" Chrysippus ait, omne verbum ambiguum natura esse, quoniam ex eodem duo vel plura accipi possunt"[3], Crisippo dice che ogni parola è ambigua per natura, poiché da una sola si possono trarre due o più significati.

Anche uno solo dei tanti significati di una parola può variare a seconda del contesto: cultus significa, tra l’altro, la cura della persona. Ebbene Ovidio nell’ Ars amatoria ne dà un'interpretazione positiva quando afferma che la sua età gli piace quia cultus adest[4], come abbiamo già ricordato[5], mentre nei Remedia amoris, con movimento lucreziano, mette in guardia gli spasimanti dalla fallacia dell’acconciatura:"auferimur cultu"[6], siamo sedotti dall'acconciatura la quale ci porta via la donna in sé (ipsa puella[7]), la donna come è veramente.

Scarsità di cultus del resto può essere una scelta seduttiva: Alessandro Magno, quando  giunse a Tarso, la capitale della Cilicia, alla fine dell’estate del 333, volle fare un bagno nel fiume Cidno. Si ammalò gravemente poiché si era gettato, ancora accaldato, nell’acqua fredda. Ma aveva fretta di spogliarsi e pensava che oltretutto  sarebbe stato onorevole mostrare ai suoi che si accontentava di una cura del corpo semplice e facilmente procurabile: decōrum quoque futurum ratus, si ostendisset suis levi ac parabili cultu corporis se esse contentum[8]. In un’altra circostanza, prima della battaglia di Gaugamela (ottobre del 331 a. C.) Alessandro mise in mostra il “trucco”, o l’antitrucco, delle cicatrici, quali garanzia delle sue parole e altrettante decorazioni del corpo: “spondere pro se tot cicatrices[9], totĭdem corporis decŏra”,  e, aggiunse, sono l’unico a non prendere parte del bottino.

Tale cultus incultus fa parte di quello stile della neglegentia (noncuranza di sé, sprezzatura)  di cui tratteremo più avanti (59, 2).

 

 

Giovanni Ghiselli

 

note:

 


[1] 130 ca.-180 ca

[2] 280 ca-205ca a. C.

[3] Notti attiche, XI 12.

[4] Ars, III,  127

[5] In 13. 2.

[6] Remedia amoris, 343.

[7] Remedia amoris, v. 344.

[8] Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni, III, 5, 2

 

[9] Cfr.  il console Mario, il quale, nel Bellum Iugurthinum  di Sallustio  dice che non può ostentare i ritratti degli antenati, ma trofèi di guerra “praeterea cicatrices advorso corpore” (85) e in più le cicatrici sul petto.

Le ferite spesso parlano: non sempre sono " dumb mouths "(Shakespeare, Giulio Cesare , III, 2) , bocche mute, come quelle di Cesare assassinato. "Una ferita è anche una bocca. Una qualche parte di noi sta cercando di dire qualcosa. Se potessimo ascoltarla! Supponiamo che queste "intensità sconvolgenti siano una sorta di messaggio: sono "cicatrici", ferite, che segnano la nostra vita" ( J. Hillman, Il piacere di pensare , p. 66)

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