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Il gesto

nonna parte della Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino

di Giovanni Ghiselli

14. Topoi gestuali.

Sommario:

Ostensione del ventre.  Giocasta nell’Oedipus e nelle Phoenissae  di Seneca. Il matricidio: l’ Agrippina di Tacito e quella dell’Octavia pseudosenecana.

Excursus sul matricidio visto in modo problematico. L’orrore dell’uccisione della madre viene attenuato da Apollo e da Atena nelle Eumenidi. Nerone nei teatri recitava la parte di Oreste, il matricida giustificato.  L’assoluzione di Oreste viene interpretato quale vittoria del patriarcato e, da Freud, come “progresso di civiltà”. Proust considerava l’assassinio dei genitori un delitto di dignità mitologica.

Altro topos gestuale: quello della Messalina di Giovenale.

 

Testo:

E' possibile indicare pure dei tovpoi gestuali come quello dell'ostensione del ventre da parte di madri sciagurate, o svergognate: nell'Oedipus di Seneca Giocasta invita prima il figlio, quindi la propria mano, a colpire il ventre:" Eligere nescis vulnus: hunc, dextra, hunc pete/uterum capacem, qui virum gnatum tulit " (vv. 1038-1039), non sai scegliere il colpo: colpisci destra questo ventre qui, così capace che ha accolto il figlio come marito !

Nelle Phoenissae la regina di Tebe cerca di impedire la guerra fratricida gridando:" civis atque hostis simul/hunc petite ventrem, qui dedit fratres viro! " (vv. 446-447), cittadini e nemici insieme, colpite questo ventre che diede fratelli al marito.

 L'ostensione del ventre è il gesto estremo di Agrippina: la mamma di Nerone, già ferita alla testa da una bastonata di uno dei sicari mandato dal figlio, si volse all'altro, un centurione della flotta  che stringeva un pugnale, e "protendens uterum ‘ventrem feri’ exclamavit multisque vulneribus confecta est" (Annales, XIV, 8),  mettendo davanti il ventre materno gridò 'colpisci qui', e fu finita con molti colpi[1].

Cassio Dione, “il degno erede della storiografia senatoria latina”[2], racconta che Agrippina, come vide il sicario mandato dal figlio, si alzò dal letto , si strappò la veste “ kai; th;n gastevra ajpogumnwvsasa -pai'e-e[fh-tau'thn, jAnivkhte, pai'e, o{ti Nevrwna e[teken” e, denudato il ventre, “colpisci-disse- questo, Aniceto, colpisci, poiché ha partorito Nerone (61, 13).

 

Nell'Octavia pseudosenecana Agrippina prega il sicario :"utero dirum condat ut ensem:/'hic est, hic est fodiendus', ait,/ 'ferro, monstrum qui tale tulit'./Post hanc vocem cum supremo/mixtam gemitu/animam tandem per fera tristem/vulnera reddit" (vv. 359-365), affinché affondi la spada crudele nell'utero. "Questo, dice, va scavato con il ferro questo che portò un mostro del genere". Dopo questa frase finalmente rese l'anima triste mescolata con un gemito attraverso le ferite atroci.

 

Perfino il matricidio può essere visto in modo problematico. L’orrore dell'assassino della madre, evidenziato in questi passi, viene invece attenuato da Apollo e Atena nelle Eumenidi di Eschilo. Nell'ultima parte dell'Orestea (del 458 a. C.) prevale la tesi di Apollo il quale, spalleggiato da Atena, la dea nata senza madre, per minimizzare il crimine di Oreste, risponde alle Erinni infuriate contro l’assassino della madre, con una affermazione di patriarcato e di antifemminismo estremo. Vale la pena riferirla per quanto è fuori moda adesso:"La cosiddetta madre non è la generatrice del figlio (tevknou tokeuv~ ), ma la nutrice (trofov~) del feto appena seminato: genera il maschio che la monta; quella  come un ospite con un ospite salva il germe (e[rno~), per coloro ai quali gli dèi non l’abbia distrutto"( Eumenidi, vv. 658-661). La madre non è indispensabile continua Febo:"ne è qui testimone la figlia di Zeus Olimpio, la quale non venne nutrita nelle tenebre di un utero, ma è come un virgulto (e[rno~) che nessuna dea avrebbe potuto partorire"(vv.664-666).

L’assoluzione di Oreste porterà il matricida Nerone a recitarne la parte sulle scene tra le acclamazioni del pubblico.

Per Nerone la chiave del mito di Oreste non era che egli fosse un matricida, ma un matricida giustificato…Oreste aveva ucciso la madre non solo perché la morte di suo padre e il comando di Apollo chiedevano vendetta, ma perché Clitennestra lo aveva privato della sua eredità e il popolo di Micene soffriva sotto la tirannia di una donna”[3].

Freud considera la sconfitta del matriarcato una vittoria della spiritualità e un progresso di civiltà: “accadde che all’ordinamento sociale del matriarcato subentrò quello del patriarcato, al che naturalmente andò congiunto il sovvertimento dei precedenti rapporti giuridici. A quanto si crede, l’eco di questa rivoluzione si  avverte ancora nell’Orestea di Eschilo.  Ma questo volgersi dalla madre al padre segna oltracciò una vittoria della spiritualità sulla sensibilità, cioè un progresso di civiltà, giacché la maternità è provata dall’attestazione dei sensi, mentre la paternità è ipotetica, costruita su una deduzione e una premessa. Schierarsi dalla parte del processo di pensiero piuttosto che della percezione sensoriale, si dimostra un passo gravido di conseguenze”[4].

 Proust, pensando all’assassinio di Clitennestra e a quello di Laio, giunse a considerare l’uccisione dei genitori un  delitto di dignità mitologica : “Furono i tragici Greci e Dostoevkij[5] a fargli intendere la grande infelicità del peccatore, la sua immensa solitudine. In un passo che non si trova nelle sue opere, perché soppresso, in quanto i contemporanei temettero di leggervi l’apologia del matricidio, Proust ricordava che nessun altare fu considerato dagli antichi più sacro, circondato da più profonda venerazione e superstizione quanto le tombe d’Edipo a Colono e di Oreste a Sparta”[6].

 

Ma torniamo ai topoi gestuali. Giovenale[7] presenta Messalina l'altra moglie di Claudio[8], attraverso un ritratto espressionistico, deformante verso lo squallore: ogni volta che si accorgeva che l'imperatore dormiva, la meretrix Augusta (VI, 119) lo lasciava, indossato un cappuccio notturno, e accompagnata da una sola ancella. Poi, nascondendo il nigrum crinem (v. 120) sotto una parrucca bionda, entrava nel lupanare, riparato dal freddo con una vecchia tenda fatta di stracci cuciti insieme ("veteri centone [9] ", v. 121). Lì aveva una cella riservata:"tunc nuda papillis/prostitit auratis titulum mentita Lyciscae/ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem! " (vv. 122-124), allora si metteva in vendita nuda  con i capezzoli dorati, facendo passare per suo il cartello di Licisca[10], e mostrava il ventre da cui eri nato tu, nobile Britannico![11].

 

14. 1. Altri gesti di donne. Le donne dei Germani in Tacito  impediscono la fuga degli uomini in battaglia con l’ obiectus pectorum; in Plutarco (Vita di Mario) combattono e muoiono con maggior coraggio dei maschi.

Budicca in Cassio Dione.

 Le Persiane di Nicolao di Damasco e  l’esplosione femminile della sublata vestis.

Ovidio e le Sabine con le chiome sciolte.

 

 

Altro tovpo" gestuale, di spirito che potrebbe dirsi freudiano o forse meglio matriarcale, è quello dell'obiectus pectorum: Tacito racconta che le donne dei Germani rimisero in sesto schiere di guerrieri già vacillanti e sul punto di cedere, non solo con l'insistenza delle preghiere ma anche con l'opposizione dei petti , e con il mostrare la schiavitù vicina :"memoriae proditur quasdam acies inclinatas iam et labantes a feminis restitutas constantia precum et obiectu pectorum et monstrata comminus captivitate" (Germania, 8).

In  Plutarco le donne dei Germani compiono gesti estremi mentre assistono alla sconfitta dei loro uomini. Nella Vita di Mario l’autore racconta che nell’estate del 102 a. C. le donne dei Teutoni ad Aquae Sextiae (l’odierna Aix, a nord di Marsiglia) scesero in campo armate di spade e scuri e con grida terribili respinsero sia i loro uomini in fuga sia i Romani inseguitori. Mescolate ai combattenti strappavano le armi ai Romani, e, insensibili alle ferite, combattevano fino alla morte (19). 

 L’anno dopo (agosto 101 a. C.) le donne dei Cimbri sconfitti ai Campi Raudii (nel vercellese) ritte sopra i carri, vestite di nero, ammazzavano quelli che fuggivano, fossero essi i mariti, i fratelli o i padri. Strangolati con le loro mani i più teneri figlioletti, li gettavano sotto le ruote dei carri e gli zoccoli delle bestie, e infine si sgozzavano” (27).

Budicca era la regina degli Iceni, una popolazione della Britannia che, guidata da questa ribelle, nel 61 d. C. mise a sacco Londinium e Verulanium e uccise 80 mila persone tra Romani e alleati. Aveva un’intelligenza superiore a quella solita delle donne, racconta Cassio Dione: mei'zon h] kata; gunai'ka frovnhma e[cousa” (62, 2, 2).

Anche l’aspetto non era usuale: era to; sw'ma megivsth, (62, 2, 3) grandissima di corpo, di aspetto terribile, di sguardo penetrante, e di voce aspra, aveva una chioma biondissima e foltissima che le scendeva fino alle natiche (mevcri tw'n gloutw'n, 62, 2, 4) e al collo portava una grossa collana d’oro. Si pensi all’ultima Elisabetta I cinematografica.

In questa occasione brandiva una lancia (tovte de; kai; lovgchn labou'sa) con la quale incuteva soggezione a tutti. Esortò i suoi Britanni sminuendo i Romani come effemminati e comandati da femmine: Messalina e Agrippina che dà ordini a Nerone il quale o[noma me;n ajndro;~ e[cei, e[rgw/ de; gunhv ejsti: shmei'on de;, a[/dei kai; kiqarivzei kai; kallwpivzetai (62, 6, 3), ha nome da uomo, ma di fatto è una donna: i segni sono il fatto che canta e suona la cetra e si imbelletta. Budicca invece regnava su uomini veri che non sanno coltivare la terra né produrre manufatti, ma conoscono l’arte della guerra e che considerano tutto bene comune, anche i bambini  le donne le quali proprio per questo hanno lo stesso valore dei maschi: “ th;n aujth;n toi'~ a[rresin ajrethvn[12].

Budicca conclude l’esortazione   chiedendo che questa Domizia Nerona (Nerwni;~ hJ Domitiva, 62, 6, 5) non regni più su di me né su di voi, ma tiranneggi cantando i Romani : “kai; ga;r  a[xioi toiauvth/ gunaikiv douleuvein”, i quali infatti meritano di servire una tale donna.

  

Budicca è una donna virile. Vediamo ora un gesto di estrema femminilità.

In Nicolao di Damasco[13], informa Mazzarino , è presente il gesto della sublata vestis. I suoi racconti dipendono da  Ctesia[14] "il quale compilò la sua opera di storia persiana dopo il 398/397, tornato da un lungo soggiorno alla corte persiana dove era stato medico particolarmente caro alla regina Parisatide".

Mentre Erodoto ha preferito la saga di carattere aristocratico facendo di Ciro il figlio di un nobile persiano, Cambise, sposato a Mandane, figlia del re dei Medi Astiage, Ctesia indulgeva a un gusto popolare che assimilava Ciro ai grandi uomini dagli umili natali. Ctesia ha servito presso Artaserse II ma si è opposto alla versione ufficiale della corte persiana secondo cui Ciro era figlio di Cambise. Ebbene nella saga popolare "affioravano le matriarcali convinzioni, fossili di preistoria, per cui la vittoria in battaglia era ricondotta a esplosioni di femminilità che un moderno chiamerebbe "freudiane"…Anche il motivo della sublata vestis delle donne persiane, le quali così impediscono ai loro uomini la fuga, è di spiriti antico-matriarcali (Kornemann R. E. Supplb. VI 567): questi potevano sopravvivere solo in una saga popolare; e viceversa si adatterebbero assai meno ad un ambiente aristocratico "[15].

 

Nei Fasti[16] di Ovidio abbiamo una versione più patetica e meno sessuale del motivo dei gesti delle donne vicine alla battaglia. Le antiche Sabine si interpongono tra i padri e i mariti, "inque sinu natos, pignora cara tenent " (III, 218) e tengono stretti al petto, cari pegni, i figlioli. Quindi vanno in mezzo al campo di battaglia passis…capillis (219), con le chiome sciolte, e si inginocchiano, mentre i bambini, quasi sentirent (v. 221), come se capissero, "tendebant ad avos brachia parva suos "(222), tendevano ai loro nonni le piccole braccia.

 

Giovanni Ghiselli

note:


[1] Nel 59 d. C.

[2] A. La Penna, Aspetti del pensiero storico latino, p. 40.

[3] E. Champlin, Nerone p. 125.

[4]  S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, , terzo saggio (del 1938)  p. 432. E’ l’ultimo libro di Freud, insieme con il Compendio di psicoanalisi  , anche questo uscito nel 1938, del resto incompiuto. 

 

[5] “Padre Zosima (letteratura per letteratura!) ha subito saputo distinguere, tra quelli che si erano ammassati nella sua cella, Dmitrj Karamazov, il parricida. Allora si è alzato dalla sua seggioletta ed è andato a prosternarsi davanti a lui. E l’ha fatto (come avrebbe detto più tardi al Karamazov più giovane) perché Dmitrj era destinato a fare la cosa più orribile e a sopportare il più disumano dolore” (P. P. Pasolini, Scritti corsari, p. 64) ndr.

 

[6] Giovanni Macchia, L’angelo della notte, p. 166.

[7] 55 ca-140 ca d. C.

[8] Che a sua volta può impersonare aspetti topici dell'eterno marito dostoevschiano. Fu imperatore dal 41 al 54 d. C.

[9] Il cento e il titulus del v. 123 si trovano nel bordello del Satyricon (7, 2 e 4).

[10] . Licisca, ragazza lupa, era un nome comune per le prostitute che mettevano un cartello con il nome e il prezzo.

[11] Britannico era il figlio di Claudio e Messalina. Fu fatto uccidere da Nerone nel 55 d. C.

[12] Nota l’ allitterazione e la paronomasia o adnominatio.

[13] Storico greco dell'età di Augusto. Secondo la sua versione Ciro era figlio di un masnadiero mardo e visse una fanciullezza da schiavo. Nato a Damasco nel 64 a. C. compose, tra l'altro, una Storia universale in 144 libri di cui restano solo due epitomi e pochi estratti. Rimane qualche frammento di una Vita di Augusto.

[14] Nato a Cnido verso la metà del V secolo, visse alla corte di Artaserse II  Mnèmone e scrisse Persikav, Vicende della Persia in 23 libri che partono dal re assiro Nino e arrivano al 398 a. C. Ne resta una sintesi conservata nella Biblioteca del patriarca bizantino Fozio (IX sec. d. C.).

[15] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 1, p. 170 e n. 161 di p. 580.

[16] Calendario in distici, di sei libri composti fra il 3 e l'8 d. C.

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