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La condanna della stupidità

sesta parte della Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino

parte VI

di Giovanni Ghiselli

13. Un tovpo" funzionale all'educazione: la condanna della stupidità.

 

Sommario:

“La pietà suprema sarà per i Greci l'intelligenza” (la Zambrano). “Nel nostro tempo non può scindersi l’amare dal capire” (Pasolini). T. Mann: l’intelligenza e l’indulgenza fanno parte della bontà umana. Eschilo. Sofocle. Euripide. Aristofane. Arriano e un caso di scarsa saggezza di Alessandro Magno. Lucano e la pazzia criminale del figlio di Filippo di Pella. Ungaretti. Ehrenberg. Rhetorica ad Herennium. Orazio.

 

Testo:

Un topos relativo all'intelligenza è quello che condanna la stupidità, connessa spesso all'empietà: si trova espresso chiaramente nell'Agamennone[1] di Eschilo dal protagonista che esita a calpestare il tappeto di porpora:" to; mh; kakw'" fronei'n-qeou' mevgiston dw'ron[2]" (vv. 927-928); quindi nell'Antigone[3] di Sofocle le cui parole conclusive, del Coro, ovvero dell'autore che da questo "cantuccio" si esprime senza "introdursi nell'azione"[4], contengono la morale del dramma e presentano la  quintessenza del sofocleismo: "il comprendere (to; fronei'n[5]) è di gran lunga il primo requisito/della felicità; è necessario poi non essere empio/ in nessun modo negli atti che riguardano gli dèi (crh; de; tav  g j ej" qeou;" mhde;n ajseptei'n)" [6]. Lo stesso Creonte, che pure non incarna il pensiero di Sofocle, alla fine lo capisce:"mh; fronei'n pleivsth blavbh" (v. 1051), non comprendere è il danno massimo.

“La stupidità, per farsi rispettare, inventò l’ingiustizia”[7].

Nelle Troiane, la lucida follia di Cassandra dichiara che chi ha senno deve evitare la guerra: “feuvgein me;n oun crh; povlemon o{sti~ eu\ fronei`” (v. 400) 

Luogo simile nelle Baccanti[8] di Euripide[9]:" Essere equilibrati e venerare gli dèi /è la cosa più bella (To; swfronei'n de; kai; sevbein ta; tw'n qew'n-kavlliston"), e credo che questo sia anche il bene/più saggio per chi sa farne uso (vv.1150-1151).

Epicuro nell’Epistola a Meneceo afferma: “to; mevgiston ajgaqo;n frovnhsi"” (132, 5), il massimo bene è la saggezza.  

  "La pietà suprema sarà per i Greci l'intelligenza"[10].

Capire significa anche amare.

“Non c’è peccato peggiore, nel nostro tempo, che quello di rifiutarsi di capire: perché nel nostro tempo non può scindersi l’amare dal capire. L’invito evangelico che dice “ama il prossimo tuo come te stesso” va integrato con un “capisci il prossimo tuo come te stesso”. Altrimenti l’amore è un puro fatto mistico e disumano”[11].

“Intelligenza e indulgenza apparivano a Giuseppe due pensieri strettamente affini, reciprocamente scambievoli e portatori perfino di un nome comune: bontà”[12].

“Questo è, infatti, il modo di comportarsi e addirittura il contrassegno dell’uomo buono, che egli si accorge con saggia reverenza del divino, il che avvicina bontà e intelligenza, anzi propriamente le fa apparire una cosa sola”[13].

 

Alla fine delle Rane[14]  di Aristofane[15] c'è un makarismov" dell'intelligenza benefica grazie alla quale Eschilo potrà tornare sulla terra:"makavriov"  g  j ajnh;r  e[cwn-xuvnesin hjkribwmevnhn: -pavra de; polloi'sin maqei'n.-   o{de ga;r  eu\ fronei'n dokhvsa"-pavlin a[peisin oi[kad  j au\qi",- ejp  j ajgaqw'/  me;n toi'" polivtai" ,-ejp  j ajgaqw'/  de; toi'" eJautou'-xuggenevsi te kai; fivloisi,-dia; to; sunetov"  ei\nai" (vv.1482-1490), beato l'uomo che ha intelligenza acuta: è possibile riconoscerlo da molti segni. Questo qui che si è rivelato saggio torna di nuovo a casa per il bene dei cittadini, per il bene dei suoi parenti e amici, perché è intelligente.

Subito dopo Plutone dà a Eschilo in procinto di tornare ad Atene l'incarico di educare gli stolti che sono tanti:"paivdeuson-tou;" ajnohvtou" : polloi; d  j eijsivn" (vv. 1502-1503).

Questo topos non manca nella storiografia: Arriano[16], che pure di Alessandro è un ammiratore e un elogiatore, non approva la punizione eccessiva fatta infliggere a Besso “a[gan tauvthn timwrivan Bhvssou” [17] e disapprova pure il fatto che il suo eroe abbia cambiato la veste macedone con quella dei Medi, compresa la tiara.

 Non serve alla felicità dell’uomo, conclude, né un fisico possente, per chi ce l’ha, né le vittorie di Alessandro e altre da lui progettate, come la conquista della Libia, poi quella dell’Europa dopo l’Asia e la Libia, eij mh;  swfronei`n ejn taujtw`/ uJpavrcoi touvtw/ tw`/ ajnqrwvpw/ tw`/ ta; megavla,  wJ~  dokei`, pravgmata pravxanti(4, 7, 5), se in questo uomo che ha compiuto, come sembra, grandi gesta, non c’è nello stesso tempo l’essere saggio.

 Lucano che è un detrattore di Alessandro lo presenta come un pazzo criminale senz’altro: “Pellaei proles vaesana Philippi,-felix praedo” (Pharsalia, 10, 20-21), il figlio pazzo di Filippo di Pella, il bandito di successo, e poco più avanti: “perque Asiae populos fatis urguentibus actus-humana cum strage ruit ” (vv. 30-31), e attraverso i popoli dell’Asia si precipitò spinto dal destino con strage di esseri umani. Uccidere è l’espressione estrema del “non capire”.

Le stragi dei grandi massacratori oltretutto diventano esempi da imitare per i piccoli massacratori. Sto pensando a questa recente di Erba: due mentecatti che vedono la televisione mostrare e avallare continuamente i massacri, finiscono con il pensare che lo sterminio sia lecito, e quasi un atto di giustizia.       

Capire significa prima di tutto sentirsi in armonia con il cosmo e con la vita, riconoscersi quale "una docile fibra/dell'universo"[18].

"Il destino dell'uomo è inserito nell'ordine divino del mondo; e quando l'ordine divino e il disordine umano vengono al cozzo, si sprigiona la scintilla della tragedia"[19].

  Per il latino cito la Rhetorica ad Herennium[20]  che già suggeriva una cultura fatta di tovpoi :" Omnium malorum stultitia est mater atque praeceptrix (II, 22), la stoltezza è madre e maestra di tutti i mali.

Orazio ci ricorda che la saggezza è principio e fonte del bene anche nel campo della scrittura:"scribendi recte,  sapere est et principium et fons"[21].

Si vede che autori diversi e lontani hanno elementi comuni: sono i tovpoi contenutistici di base, fondanti la cultura occidentale.

 

Giovanni Ghiselli

note:


[1] Del 458 a. C.

[2] Il non capire male/ è il dono più grande di dio.

[3] Del  442.

[4]Cfr.  A. Manzoni,  Prefazione  a Il conte di Carmagnola .

[5] "Con fronei'n, "saggezza", il coro non allude a qualità teoretiche, come la conoscenza o la sapienza, ma a un modo di pensare, di sentire e di agire misurato, equilibrato, improntato al rispetto degli dèi. Allude a qualità morali" , G. A. Privitera, R. Pretagostini,  Storie e forme della letteratura greca, p. 281.

[6] Vv. 1347-1349.

[7] J. Ortega y  Gasset, Idea del teatro, p. 30.

[8] Rappresentate postume

[9] 485 ca-406 a. C.

[10] M. Zambrano, L'uomo e il divino (1955),  p. 194.

[11] P. P. Pasolini, Le belle bandiere, p. 103.

[12] T. Mann, Giuseppe in Egitto, p. 257.

[13] T. Mann, Giuseppe il nutritore, p. 62.

[14] Del 405 a. C.

[15] 445 ca a. C.-388 ca a. C.

[16] Nato nel 90 d. C. a Nicomedia in Bitinia, Fu scolaro di Epitteto di cui trascrisse le lezioni nelle Diatribaiv e nell’   [Egceirivdion. il Manuale che ci è pervenuto intero, ed è stato tradotto da Giacomo Leopardi, è una riduzione delle Diatribe delle quali invece ci sono arrivati 4 libri su 8. Arriano  vorrebbe ricalcare il modello Senofonte-Socrate. Della sua vasta produzione rimangono anche l’Anabasi di Alessandro in 7 libri, come l’Anabasi di Senofonte,  l’  jIndikhv scritta in dialetto ionico come l’opera di Erodoto e alcuni altri scritti minori. Non mancano nemmeno influenze tucididèe. Arriano condivise il filellenismo dell’imperatore Adriano. Morì verso il 175 d. C.

[17] Arriano, Anabasi di Alessandro, 4, 7, 4.

[18] G. Ungaretti, I fiumi, del 1916, vv. 30-31.

[19]V. Ehrenberg, Sofocle e Pericle  (1956),  p. 40.

[20] Trattato di retorica anonimo degli anni 80 a. C.

[21] Ars poetica, composta tra il 18 e il 13 a. C., v. 309.

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