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Pietas autentica o no?

dalla Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino

di Giovanni Ghiselli

Il significato comune di alcune parole chiave è stato talora sovvertito, talora interpretato in maniera anomala.

Il sovvertimento può riguardare la pietas: lo fa, nell'Asinaria di Plauto, la lena Cleareta parlando con la figlia, la meretrix Filenia la quale non vuole più obbedire alla madre ruffiana, prostituendosi, poiché si è innamorata:"Hoccine est pietatem colere, matri imperium minuere?/An decorum est adversari meis te praeceptis? " (vv. 508-509), questo è praticare la devozione, scemare l'autorità materna? Oppure è bello che tu ti opponga alle mie regole? Pietas erga matrem dunque sarebbe che la ragazza si prostituisse.

Una reputazione consolidata di pietas può essere criticata, o derisa.

Come da Ovidio riguardo alla fama del pius Enea. "Tra gli amanti infedeli è menzionato Enea, che causò la morte di Didone; e tuttavia egli “famam pietatis habet “ (Ars  III 39): giocosa polemica con Virgilio che aveva giustificato il suo pio eroe"[1]. Nel proemio dell'Eneide[2] in effetti Virgilio domanda con meraviglia:"Musa, mihi causas memora, quo numine laeso,/quidve dolens regina deum tot volvere casus/insignem pietate virum, tot adire labores/impulerit. Tantaene animis caelestibus irae?" (vv, 8-11), o Musa, dimmi le ragioni, per quale offesa volontà divina, o di che cosa dolendosi la regina degli dèi abbia spinto un uomo insigne per la devozione a passare per tante peripezie, ad affrontare tante fatiche. Così grandi sono le ire nell'animo dei celesti?

 Ebbene Ovidio trova la ragione delle grandi ire divine:  dopo avere affermato che gli uomini ingannano spesso, più spesso delle tenere fanciulle (saepe viri fallunt, tenerae non saepe puellae, Ars, III, 31) il poeta  aggiunge Enea al duetto dei seduttori  perfidi,  il fallax Iaso  (Ars, III, 33) e Teseo[3]: "et famam pietatis habet, tamen hospes et ensem[4]/praebuit et causam mortis, Elissa, tuae" (Ars, III, 39-40), ha la nomèa di uomo pio, tuttavia da ospite ti offrì la spada e il motivo della morte tua, Elissa.

In A midsummer-night’s dream Hermia accoglie questa interpretazione di Enea e lo menziona come amante infido: “when the false Troyan under sail was seen” (I, 1), quando il Troiano falso fu visto alzare la vela.

Ovidio dunque smaschera Enea e il vate che lo celebra come antenato di Augusto.

 

16. 4. Si possono smontare altri pezzi della pietas di Enea. I sacrifici umani e  la ferocia del figlio di Venere.

La barbarie di quanti praticavano i sacrifici umani: gli  Etruschi,  i Tirii,  i loro coloni Cartaginesi, gli stessi Romani (la questione appenninica), i Celti, i  Galli e i Britanni.  

Durante la battaglia successiva alla morte di Pallante il duce troiano cattura dall'esercito di Turno otto giovani vivi: "viventis rapit inferias quos immolet umbris/captivoque rogi perfundat sanguine flammas"[5], li cattura vivi, per sacrificarli come offerte infernali alle ombre e irrorare le fiamme del rogo con il sangue dei prigionieri. Vero è che a monte si trova il modello omerico[6], ma Achille non è mai stato insignis pietate vir!

Un altro atto del “pio” Enea potrebbe entrare benissimo nella categoria dell'empio e del disumano: dopo avere abbattuto Tàrquito gli taglia la testa che stava supplicandolo, quindi gli dice che la madre non lo seppellirà:"alitibus linquēre feris aut gurgite mersum/unda feret piscesque impasti volnera lambent" (Eneide, X, 559-560), sarai abbandonato agli alati rapaci oppure l'onda ti porterà sommerso nel gorgo e i pesci digiuni leccheranno le tue ferite.

 

 Tito Livio condanna l’uso del sacrificio dei prigionieri da parte degli Etruschi come barbarico e vergognoso: dopo un successo militare contro l'incauto console Fabio, i Tarquiniesi sacrificarono trecentos septem milites romanos, un supplizio brutale che rese ancora più notevole l'onta subita dal popolo romano[7].

Anche Curzio Rufo[8] dà  un giudizio negativo sui sacrifici umani quando racconta che i Tirii, assediati da Alessandro Magno nel 332 a. C.,  pensarono di ripristinare questo uso desueto: “ sacrum quoque, quod equidem dis minime cordi esse crediderim…ut ingenuus puer Saturno immolaretur”, addirittura un atto sacrificale, del quale io sono propenso a credere che non possa essere per niente gradito agli dèi… cioè di sacrificare a Saturno un fanciullo nato libero. Un sacrilegium, verius quam sacrum (Historiae Alexandri Magni, 4, 3, 23) più che un sacrificio, di cui si dice che venne praticato dai Cartaginesi usque ad excidium urbis suae , fino alla distruzione della città, avvenuta nel 146 a. C. Se non si fossero opposti gli anziani di Tiro “humanitatem dira superstitio vicisset”, una terribile superstizione avrebbe vinto il senso di umanità.  

Cartagine dunque, colonia di Tiro, praticò i sacrifici umani “Lo stesso rito repugnante del sacrificio umano rimase in vigore in Cartagine fin nel IV secolo”[9](d. C).. Mentre Agatocle, tiranno di Siracusa, era in Africa (310-307) “fu fatta un’immane ecatombe espiatoria di fanciulli, cinquecento si dice, tra cui duecento delle famiglie più ragguardevoli, deponendoli l’un dopo l’altro, per farli precipitare tra le fiamme, sulle braccia protese della statua colossale d’un nume assetato di sangue che i Greci chiamavano Crono”[10]. (Diodoro, Biblioteca storica,  XX, 14).

Tertulliano nell’Apologeticum[11] ritorce contro i pagani le accuse che vengono rivolte ai cristiani scrive: “infantes penes Africam Saturno immolabantur palam usque ad proconsulatum Tiberii” (9, 2), in Africa si sacrificavano pubblicamente dei fanciulli a Saturno, fino al proconsolato di Tiberio. E commenta: si capisce come Saturno che non risparmiò i propri figli, abbia continuato a non risparmiare quelli degli altri.

 Poi questo costume cadde in disuso: “Gli è che l’influsso irresistibile della civiltà greca aveva addolcito a grado a grado i costumi”[12]  

In effetti a Roma i sacrifici umani furono praticati.

 Titi Livio racconta che dopo Canne (216 a. C.) “ex fatalibus libris sacrificia aliquot extraordinaria facta; inter quae Gallus et Galla, Graecus et Graeca, in foro bovario sub terram vivi demissi sunt in locum saxo consaeptum, iam ante hostiis humanis, minime romano sacro, imbutum” (Storie, XXII, 57, 6), secondo i libri fatali vennero eseguti alcuni sacrifici straordinari: tra i quali un Gallo e una Galla, un Greco e una Greca, vennero sepolti vivi nel foro boario,  in un luogo recintato da sassi, già prima insanguinato da vittime umane, con un rito però non romano.  E’ una contraddizione con quanto detto sopra sugli Etruschi, ma “i fatti della storia non sono sillogismi”[13]

Mazzarino ne ricava una concezione cisappenninica della vera Italia cui consegue l’idea della exterminatio dei due popoli transappenninici: Galli e Greci.

 Appiano[14] nell’Annibalica (8, 34) introduce il suo racconto della battaglia del Trasimeno e sostiene che la vera Italia è quella tirrenica, mentre quella adriatica e ionica è terra di Galli e di Greci. Nello stesso anno 216 del resto i decemviri sacris faciundis ricavarono dai libri sibillini l’ordine di mandare a Delfi Fabio Pittore. Un’altra contraddizione.

C’era comunque fino a Canne una questione appenninica: gli antichi intuivano il contrasto fra l’economia padana ed economia appenninica.

Cesare spiega con un chiasmo che i sacrifici umani vengono praticati dai Galli poiché pensano che non si possa placare la maestà dei numi immortali “pro vita hominis nisi hominis vita reddatur “(De bello gallico, 6, 16, 2), se per la vita di un uomo non si paga la vita di un uomo.

Tacito ricorda che i Britanni facevano sacrifici umani: quando venne conquistata da Svetonio Paolino[15] l’isola di Mona (vicina al Galles) vennero abbattuti i boschi, sacri alle loro feroci superstizioni: excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adolēre aras et hominum fibris consulere deos fas habebant” (Annales, XIV, 30), infatti  i Britanni consideravano cosa santa far fumare gli altari col sangue dei prigionieri e consultare gli dèi con le viscere degli uomini.

 

16. 5. Aspetti di pietas autentica. Contro l’insepoltura (Odisseo nell’Aiace) e contro i sacrifici umani (l’Ecuba di Euripide, le Troiane di Seneca). Contro la pena di morte.

Chi ha voluto uccidere Saddam Hussein non è migliore di lui.

E' vero che la disumanità di Enea ricorda quella di Achille nell'Iliade[16], ma, volendo rappresentare un personaggio pio, sarebbe stato più congruo utilizzare come modello l'Odisseo dell'Aiace di Sofocle, quando l'Itacese suggerisce ad Agamennone di non lasciare il suicida spietatamente insepolto (v. 1333), poiché così facendo distruggerebbe le leggi degli dèi[17] (vv. 1343-1344). Infatti, se fu nobile odiare ( "misei'n kalovn" v.1347) Aiace nel pieno della sua forza, e lui, Odisseo, allora lo ha fatto (e[gwg  j ejmivsoun, v. 1347) sarebbe un successo indegno (v. 1349) oltraggiare il cadavere di un uomo che  è stato un nemico (" ejcqrov"") sì, però valoroso ("gennai'o"", v. 1355).

Ma non è facile che un tiranno abbia pietà, replica Agamennone: “Tov toi tuvrannon eujsebei'n ouj rav/dion” (v. 1350). Nel caso specifico si tratta  

Di quella pietà che impedisce di manifestare gioia per la morte di un nemico.

Il figlio di Laerte lo aveva già messo in rilievo nell'Odissea,  quando la sua nutrice Euriclea aveva urlato la sua felicità per la morte dei proci. Le aveva ordinato di non esultare poiché non è pietà ("oujc oJsivh") far festa sugli uomini uccisi (XXII, 411-412) [18].

Contro i sacrifici umani si esprime umanamente, ancor più che umanisticamente [19], la vecchia regina troiana nell'Ecuba di Euripide che accusa la disumanità dei demagoghi rappresentati da Odisseo:"Forse il dovere li spinse a immolare un essere umano/presso una tomba, dove sarebbe più giusto ammazzare un bue?(vv. 254-261). Poco più avanti Ecuba supplica Odisseo di non ammazzare la figlia Polissena con un verso che è un'alta espressione di umanesimo in favore della vita:"mhde; ktavnhte: tw'n teqnhkovtwn a{li" " (v. 278), non ammazzatela: ce ne sono stati abbastanza di morti.

Anche l’assassina Clitennestra, alla fine dell’Agamennone ha orrore del sangue: a Egisto che vorrebbe uccidere ancora, o essere ucciso, dice: “mhdamw'~, w\ fivltat j ajndrw'n,-a[lla dravswmen kakav.- ajlla; kai; tavd j ejxamh'sai-polla; duvsthnon qevro~:-phmonh'~ dj a{li~ g j: u{parce-mhdevn: hJ/matwvmeqa” (vv. 1653-1658), no, per niente, carissimo tra gli uomini, non facciamo altri mali. Anche questi sono molti da mietere, misera messe. Basta sciagure. Non cominciare nulla: siamo coperti di sangue.

What bloody man is that? [20]

Nelle Troiane di Seneca Agamennone prende una posizione analoga contro lo spietato Pirro che esige il sacrificio di Polissena:"Quidquid eversae potest/superesse Troiae, maneat: exactum satis/poenarum et ultra est. Regia ut virgo occidat/tumuloque donum detur et cineres riget/et facinus atrox caedis ut thalamos vocent,/non patiar. In me culpa cunctorum redit:/qui non vetat peccare, cum possit, iubet " (vv.285-291), tutto ciò che può sopravvivere di Troia sconvolta, rimanga: è stato fatto pagare abbastanza in fatto di pene e anche troppo. Non sopporterò che la ragazza figlia della regina muoia, e la sua vita sia donata a una tomba, e  spruzzi di sangue  le ceneri, e  chiamino cerimonia nuziale il crimine atroce di un assassinio: la colpa di tutti i misfatti ricade su me: chi non impedisce un delitto, quando può, è come se lo avesse ordinato.

Se deve essere fatto un sacrificio in onore di Achille, continua il dux, "caedantur greges/fluatque nulli flebilis matri cruor " (vv. 296-297), si ammazzino animali del gregge e scorra il sangue che non faccia piangere nessuna madre umana.

Eppure c’è ancora chi considera la pena di morte un atto di giustizia e plaude ai bombardamenti sulle abitazioni umane in nome della democrazia.

Chi ha voluto uccidere Saddam e altri, pure colpevoli, a sangue freddo non è migliore di loro.

 

Giovanni Ghiselli

 

note:


[1] A. La Penna, Fra teatro, poesia e politica romana , p. 189.

[2] Scritta fra il 29 e il 19 a. C.

[3] Tanto perfido questo che, se fosse dipeso da lui, Arianna avrebbe nutrito gli uccelli marini (Ars, III, 35-36). La Fedra di Seneca entrando in scena, afferma che la fedeltà di Teseo è quella di sempre: “stupra et illicitos toros/Acheronte in imo quaerit Hippolyti pater” ( Fedra, vv. 97-98), cerca adulterii e letti illegittimi il padre di Ippolito in fondo all’Acheronte. Interessante è la versione dell’Odissea (11, 324-325) : Artemide uccise Arianna in Dia in seguito alle accuse di Dioniso abbandonato per Teseo che comunque rimane il seduttore principe.

[4] Spada lasciata da Enea ( Eneide, IV, 507) e impiegata quale dono funesto (non hos quaesitum munus in usus., Eneide,  IV, 647,  dono richiesto non per questo uso. 

[5] Eneide, X, 519-520.

[6] Iliade, XXI, 26 sgg, poi XXIII, 175 sgg.

[7] Storie, VII, 15. Siamo negli anni del IV secolo a. C. successivi all’invasione gallica, intorno al 364 a. C.

[8] Autore del I sec. d. C. Sotto il regno di Claudio scrisse Historiae Alexandri Magni in dieci libri. Ne sono andati perduti i primi due.

[9] Gaetano De Sanctis, Storia Dei Romani,  Vol III parte I, p. 72.

[10] Gaetano De Sanctis, op. e p. citate.

[11] Del 197 d. C.

[12] Gaetano De Sanctis, op. cit., p. 73.

[13] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, II, 1, p. 216.

[14] Vissuto nel secondo secolo d. C. crisse una Storia di Roma in greco. Sono conservati 11 libri con il prologo, la vicenda di Annibale, le guerre civili.

[15] Governatore della Britannia in età neroniana,  fino al 61 d. C.

[16] XXII, 352-354.

[17] Questo principio è il motivo della contesa tra Antigone e Creonte nell’Antigone di Sofocle e nelle successive.

[18] Il divieto  di gioire per la morte del nemico è un tabù antico secondo Freud il quale in Totem e tabù   indica alcune culture primitive che ne conservano manifestazioni evidenti :"nell'isola di Timor..viene eseguita una danza, accompagnata da un canto in cui si piange il nemico abbattuto e si chiede il suo perdono"(p.58).

[19] Cfr. T. Mann, La montagna incantata, II, p. 239.

[20] Shakespeare, Macbeth, I, 2, Chi è quell’uomo insanguinato?

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