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Pluralità di significati dei personaggi mitici

dalla Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino

di Giovanni Ghiselli

Sommario

16. 8. Il mito. Hillman. Pluralità di significati di alcuni personaggi mitici. G. B. Conte. Saturno. Eracle e Dioniso.

Excursus su politeismo, monoteismo e democrazia. Cacciari. Pasolini: l’espressione “democrazia cristiana” è una contraddizione di termini. Freud: L’uomo Mosé e la religione monoteistica. Alfieri e Dostoevskij: critiche al cattolicesimo.  George Steiner: Nel castello di Barbablù.

Vari significati del mito. Nietzsche. Miti di origine: di nuovo Hillman. Il mito di Er.  Morin, Pasolini e il film Medea. Cesare Pavese.

Kundera: diversi miti antichi partono dalla compassione di qualcuno che salva un bambino abbandonato. Mosè, Edipo, Cipselo e altri casi di compassione. Il film Orizzonti di gloria di Stanley Kubrick: “ the noblest impulse of man, his compassion for another”.

Difficile e molto tardiva è la distinzione tra mito e storia. Erodoto, Tito Livio, Curzio Rufo, Arriano. La storia nasce dalla poesia. Vico e Pavese.

S. Mazzarino a proposito del rapporto tra le Storie di Polibio e la tragedia storica romana (Clastidium di Nevio e Decius di Accio). Calvino suggerisce di prendere il mito alla lettera.

 

Testo

L'ambiguità si trova anche in certi personaggi del mito che hanno un'immagine bipolare:"Saturno è allo stesso tempo immagine archetipica del Vecchio Saggio…e anche del Vecchio Re, l'orco castrato e castrante"[1].

Il mito infatti può avere sottolineature diverse ed essere usato con significati vari, come una parola del vocabolario.

 

 Eracle, per esempio, si presta a essere utilizzato nella poesia con funzioni differenti a volta addirittura opposte. E' un'idea che  viene precisata  in un saggio in inglese di G. B. Conte[2]. Ne riferisco alcuni concetti, tradotti in italiano e con l’aggiunta di qualche nota. Il professore della Normale di Pisa rileva che ogni mito (con le sue varianti) possiede una pluralità di significati che si aggregano intorno a una funzione tematica fondamentale. Ma quando un poeta utilizza un mito o un carattere mitico, egli opera attraverso una selezione, riorientando la storia nella direzione del suo testo. Eracle è stato impiegato dai poeti come eroe civilizzatore, come maschio esuberante nelle faccende sessuali (fino al punto di diventare lo schiavo di Onfale[3]) ma è anche un  un insaziabile mangiatore[4]  e un intemperante bevitore di vino[5]; una figura tragica che impazzisce poi ammazza i figli e la moglie[6]; il mitico progenitore dei re spartani e così via. Lo studioso procede in quella che chiama enumeratio chaotica , poi chiede: vi sareste aspettato che il sofista Prodico (come Senofonte riferisce nei suoi Memorabili II. 1. 21-34) avrebbe un giorno inventato una favola[7] il cui protagonista era Eracle, ma questa volta come esempio di saggezza e autocontrollo, come paradigma di virtù morale?

Prodico evidentemente ha fatto una scelta tra i vari aspetti di Eracle.

Aggiungo qualche considerazione.

Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, Eracle non partecipa all’orgia bacchica e sessuale dell’isola di Lemno, e anzi richiama i compagni al dovere dell’impresa (I, 855 sgg.), ma poco più tardi (I, v. 1270 sgg) abbandona la spedizione per cercare il giovane Ila rapito da una ninfa: “Nell’opera di Apollonio Eracle impersona il codice di comportamento dell’epica arcaica: gli viene attribuito l’amore pederastico, tipico dell’etica aristocratica, che lo esclude da questo matrimonio collettivo”[8].

Alessandro Magno, che si considerava suo discendente[9], recitava tutte queste parti dell’eroe dorico.

Non manca un Eracle perfino incestuoso e pedofilo. Nella Storia dell'India Arriano racconta che l'eroe giunse in quel paese lontano e gli Indiani lo chiamano ghgeneva (8, 4), figlio della terra. Megastene[10] e gli stessi Indiani sostengono che il suo costume era simile a quello dell’Eracle tebano. Quindi gli nacquero molti figli maschi, da molte donne, e una sola figlia femmina: Pandea. Eracle liberò mari e terre da bestie malefiche e nel mare scoprì un nuovo tipo di ornamento femminile ossia to;n margarivthn dh; to;n qalavssion (8, 9), la perla marina. L'eroe le raccolse dall’intero Oceano per adornare sua figlia. Le donne nel regno della figlia di Eracle si sposano a sette anni. C’è una leggenda per spiegare questo: Eracle, essendogli la figlia nata tardi, e non trovando un uomo degno di tanto padre cui darla in sposa, si unì a lei che aveva sette anni ("aujto;n migh'nai th'/ paidiv eJptaevtei ejouvsh/", 9, 3) lasciando una discendenza di re indiani.

 Annibale venerava e imitava Eracle identificato con il dio punico Melqart: "Ciò che…credo di avere compreso io per primo è la natura di Eracle-Melqart, in realtà il più universale dei simboli….i suoi caratteri incarnano alcune istanze insopprimibili dell'animo umano…La sua polivalenza nasceva dal tratto essenziale comune alle diverse interpretazioni che vengono date di lui: sostanzialmente una forza giusta e riparatrice, in grado di punire i malvagi e di proiettare l'uomo verso un'immortalità da conquistarsi con l'esercizio costante della virtù…Il nume tutelare della spedizione in Italia fu dunque, di volta in volta, il Melqart che parlava al cuore dei Punici, o l'Eracle greco nelle sue diverse accezioni, l'Ogimos caro al mondo celtico, il Makeris africano o la corrispondente figura iberica. Comunque io lo proponessi, ogni membro della mia armata finiva per coglierne un'identità diversa, quella a lui più cara; e di questa figura, multiforme e unica a un tempo, io potei quindi costantemente servirmi come di una chiave, capace di aprirmi tutte le porte"[11].

Altri imitatori di Eracle saranno Marco Antonio e il suo bisnipote Nerone.

 

Possiamo quindi notare che il Dioniso infantile dell’Iliade (Diwvnuso" de; fobhqeiv", 6, 135), o quello ridicolo delle Rane di Aristofane[12], è  spaventato e tremante, mentre quello delle Baccanti di Euripide è sicuro di sé, impositivo (v. 34),  e feroce[13].

Già nell’Odissea del resto viene menzionato come il dio che con le sue accuse spinse Artemide a uccidere Arianna in Dia[14], mentre Teseo la portava da Creta al sacro colle di Atene (XI, vv. 321-325). Qui anche la figlia di Minosse ha un ruolo diverso rispetto alla ragazza abbandonata dal perfido seduttore Teseo, quali li rappresenta Catullo nel carme 64. Da questi versi dell’Odissea sembra che sia stata Arianna ad abbandonare un l’amante, probabilmente Dioniso.

Arriano  sostiene che  c’è un Dioniso diverso da quello tebano, figlio di Semele; l’altro, nato da Zeus e da Core, è venerato dagli Ateniesi. L’inno bacchico dei misteri è cantato per questo Dioniso ateniese, non per quello tebano: “ kai; oJ  [Iakco~ oJ mustiko;~ touvtw/ tw`/ Dionuvsw/, oujci; tw`/ Qhbaivw/ ejpav/detai[15].

“Egli è venuto in forma umana a Tebe per portare amore (ma mica quello sentimentale e benedetto dalle convenzioni!), e invece porta il dissesto e la carneficina. Egli è l’irrazionalità che cangia, insensibilmente e nella più suprema indifferenza, dalla dolcezza all’orrore. Attraverso essa non c’è soluzione di continuità tra Dio e il Diavolo, tra il bene e il male (Dioniso si trasforma, appunto, insensibilmente e nella più suprema indifferenza, dal giovane pieno di grazia che era al suo primo apparire in un giovane amorale e criminale. Sia come apparizione “benigna” che come apparizione “maledetta”, la società, fondata sulla ragione e sul buon senso-che sono il contrario di Dioniso, cioè dell’irrazionalità-non lo comprende. Ma è la sua stessa incomprensione di questa irrazionalità che la porta irrazionalmente alla rovina (alla più orrenda carneficina mai descritta in un’opera d’arte. Sono gli I. M. , per citare Elsa Morante, gli Infelici Molti, ossia la maggioranza, o la media, fondata sulla razionalità e sul buon senso, che non comprendono la grazia di Dioniso, la sua libertà, e, perciò, finiscono atrocemente nella strage: di cui peraltro la irrazionalità stessa è patrona. Quanti Péntei, nella nostra società…I Pentéi italiani sono dei mediocri, dei meschini imbecilli, neanche degni di essere dilaniati dalle Menadi ”[16].

 Molto lontano da questa variabilità di uno dei tanti dèi cangianti è il prescrittivo, monoteistico, talora persino guerrafondaio: “Non avrai altro Dio all’infuori di me”. Ha detto bene Massimo Cacciari in un intervento televisivo[17]: la democrazia è strutturalmente politeistica.

“Ed è ugualmente indubitabile che la seguente espressione “democrazia cristiana”, nonché non essere una ripetizione, è addirittura una contraddizione di termini, se, semanticamente, ossia se verificato geograficamente e storicamente qui in Italia, “cristiano” ha valore di “cattolico”, con tutto il suo strascico dogmatico e gesuitico, che ognuno conosce, salvo colui che vive appunto nell’accettazione abitudinaria del dogma”[18].

Freud afferma che la religione monoteistica fu portata agli Ebrei da Mosé, un Egiziano seguace  della  religione voluta  da Amenofi IV, che era “salito al trono intorno al 1375 a. C.”[19] e  adorava “il sole (Atòn) non come oggetto materiale ma come simbolo di un essere divino la cui energia si manifestava appunto nei raggi”[20] solari. Il faraone eretico si cambiò il nome in Ekhanatòn cancellando la presenza del dio Amòn dalla propria persona  e da tutte le iscrizioni.

“Si trattava di un rigoroso monoteismo, il primo tentativo del genere nella storia mondiale, per quanto ne possiamo sapere; e con la fede in un unico dio nacque inevitabilmente l’intolleranza religiosa[21], sconosciuta all’antichità prima di allora e per molto tempo dopo. Ma il regno di Amenofi durò solo diciassette anni; subito dopo la sua morte, avvenuta nel 1358, la nuova religione fu spazzata via, e la memoria del re eretico proscritta…Vorrei adesso arrischiare una conclusione: se Mosè fu Egizio e se egli trasmise agli Ebrei la propria religione, questa fu la religione di Ekhanatòn, la religione di Atòn”[22]. Freud cerca di avallare questa tesi con vari indizi : entrambe le religioni “sono forme di rigido monoteismo”; inoltre “l’assenza nella religione ebraica di una dottrina concernente l’aldilà e la vita ultraterrena, che pure, sarebbe stata compatibile col più rigoroso monoteismo” corrisponde al rifiuto di tale presenza anche nella religione di Ekhnatòn che “aveva bisogno di combattere la religione popolare nella quale il dio dei morti  Osiride aveva forse una parte maggiore di quella di ogni altro dio del mondo superiore”. Terzo indizio: Mosè introdusse presso gli Ebrei “la consuetudine della circoncisione”. Ebbene: “Erodoto, il “padre della storia”, ci informa che la consuetudine della circoncisione era da lungo tempo familiare in Egitto”[23]. Dunque Mosè “non era ebreo ma egizio, e allora la religione mosaica fu probabilmente una religione egizia” [24].

 

Aggiungo l’interpretazione di Steiner. Gli Ebrei sono visti come gli inventori e i propagatori di ideali troppo duri e scomodi per i popoli dell’Europa occidentale, insomma per noi. Il primo vulnus inferto all’Europa pagana fu quello del monoteismo.

Steiner cita Nietzsche: “ Nel politeismo consisteva la libertà dello spirito umano, la sua poliedricità creativa. La dottrina di una singola divinità…è “il più mostruoso di tutti gli errori unani” (“die ungeheuerlichste aller menschlichen Verirrungen”)”[25].

Sappiamo che Nietzsche non si limitò a questo. Egli vide negli Gli Ebrei un popolo sacerdotale, il “popolo della più latente sete di vendetta sacerdotale”. E ancora: “Con gli Ebrei si inizia la rivolta degli schiavi nella morale”.

C’è una ostilità culturale piuttosto che razziale-biologica, come fa notare T. Mann: “Quando Socrate e Platone cominciarono a parlare di verità e di giustizia egli dice una volta ‘non furono più greci, ma ebrei, o che so altro’. Orbene, gli ebrei, grazie alla loro moralità, si sono dimostrati buoni e tenaci figli della vita. Con la loro fede in un Dio giusto, essi sono sopravvissuti ai millenni, mentre il piccolo, dissoluto popolo greco di esteti e di artisti è presto scomparso dalla scena della storia. Ma Nietzsche, pur lontano da ogni odio razziale antisemitico, vede nel giudaismo la culla del cristianesimo e in questo, a ragione ma con aborrimento, il germe della democrazia, della rivoluzione francese e delle odiate “idee moderne che la sua parola squillante marchia con il nome di ‘morale del gregge’…ciò che egli disprezza e maledice in queste idee è ‘utilitarismo e l’eudemonismo, il loro far della pace e della felicità terrena i beni più desiderabili ed alti, mentre l’uomo nobile, tragico, eroico, calpesta questi valori molli e volgari”[26].

Steiner mette anche in rilievo il fatto che Freud cercò di scagionare gli Ebrei dalla “colpa” del monoteismo : “In una delle sue ultime opere, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, Freud attribuì questo “errore” a un principe e veggente egiziano del casato disperso degli Ikhnaton. Molti si sono chiesti perché abbia cercato di togliere dalle spalle del suo popolo quel supremo fardello di gloria… Quando, durante i primi anni di regime nazista, Freud cercava di scaricare su spalle egiziane la responsabilità dell’ “invenzione” di Dio, stava facendo, pur forse senza averne piena coscienza, una disperata mossa propiziatoria, sacrificale. Stava tentando di strappare il parafulmine dalle mani degli ebrei. Troppo tardi. La lebbra della scelta di Dio-ma chi aveva scelto chi?-era troppo visibile su di loro”[27].

Ma sentiamo ancora Steiner: “Uccidendo gli ebrei, la cultura occidentale avrebbe sradicato quelli che avevano “inventato” Dio…L’Olocausto è un riflesso, ancor più completo in quanto lungamente inibito, della coscienza sensoriale naturale, degli istintivi bisogni politeistici e animistici”[28]. Al rigido monoteismo di Mosè si è poi aggiunto il cristianesimo che nella sua fase nascente proponeva ideali e prescriveva regole sostanzialmente impraticabili dai più, deboli e tutt’altro che buoni. Vero è che poi il cristianesimo, e il cattolicesimo in particolare, ha recuperato non pochi aspetti del politeismo e di quel grande apparato di potere che fu l’impero romano. “Le chiese cristiane sono sempre state, tranne rarissime eccezioni, un ibrido di ideali monoteistici e di pratiche politeistiche…Il Dio unico e inimmaginabile-a rigore, “inconcepibile”-del Decalogo non ha nulla a che fare con il pantheon triplice delle chiese, ampiamente tradotto in immagini”[29].

Ma i Vangeli rimangono, e questi raccomandano la povertà e l’amore del nemico. In quale modo possono accettare questo gli uomini, fragili e corrotti come per lo più sono ?  Gli imitatori di Cristo, quale Francesco di Assisi, sono sempre stati pochi.

La maggior parte dei sedicenti cristiani sono tartufi, falsi devoti i quali vivono una vita che è l’antitesi di quella predicata da Cristo. Si pensi a tanti dei nostri politici che si professano cristiani. 

Ultimo schiaffo all’Europa occidentale: l’ideale marxista. “ Il terzo confronto tra l’esigente utopia e i ritmi ordinari della vita occidentale coincide con l’avvento del socialismo messianico. Anche quando si proclama ateo, il socialismo di Marx, di Trockij, di Ernst Bloch discende direttamente dall’escatologia messianica. Nulla è più religioso, nulla si avvicina al sacro furore di giustizia dei profeti, più della visione socialista che contempla la distruzione della Gomorra borghese e la creazione per l’uomo di una città nuova e pura…Monoteismo del Sinai, cristianesimo primitivo, socialismo messianico: sono i tre momenti supremi in cui la cultura occidentale viene posta di fronte a quello che Ibsen chiamava “pretese dell’ideale”…Tre volte la sua eco si diffuse, e ogni volta dallo stesso centro storico. (Alcuni politologi calcolano che la percentuale degli ebrei coinvolti nello sviluppo ideologico del socialismo messianico e del comunismo si aggiri sull’80 per cento). Tre volte il giudaismo lanciò un appello alla perfezione e cercò di imporlo al corso normale della vita occidentale. Una profonda avversione si radicò nel subconscio sociale, presero forma rancori omicidi…Il gemocidio…fu un tentativo di livellare il futuro o, più precisamente, di rendere la storia commisurata alla naturale barbarie, al torpore intellettuale e agli istinti materiali dell’uomo non evoluto” [30]. Ebbene, per fortuna, il genocidio, quello fisico dei nazisti e quello culturale di tempi più recenti, non ha annientato del tutto gli uomini evoluti, colti e morali che capiscono l’altezza degli ideali proposti dagli Ebrei e ammirano la spiritualità ebraica. Vivere nel peccato della barbarie significa vivere contro lo spirito. Gli antisemiti sono ottusi refrattari alla ricettività nei confronti dello spirito, umano e divino. La religiosità  e l’umanesimo degli Ebrei sono aspetti dell’intelligenza: l’ intelligenza dell’uomo e l’intelligenza di Dio.

 

Nel trattato Della tirannide (del 1777) Vittorio Alfieri distingue la religione cristiana dalla pagana, rilevando l’incompatibilità della prima con la libertà: “La religion pagana, col suo moltiplicare sterminatamente gli dèi, e col fare del cielo quasi una repubblica, e sottomettere Giove stesso alle leggi del fato[31], e ad altri usi e privilegi della corte celeste, dovea essere, e fu infatti, assai favorevole al vivere libero…La cristiana religione, che è quella di quasi tutta la Europa, non è per se stessa favorevole al viver libero: ma la cattolica religione riesce incompatibile quasi col viver libero…Ed in fatti, nella pagana antichità, i Giovi, gli Apollini, le Sibille, gli Oracoli, a gara tutti comandavano ai diversi popoli e l’amor della patria e la libertà. Ma la religion cristiana, nata in popolo non libero, non guerriero, non illuminato e già intieramente soggiogato dai sacerdoti, non comanda se non la cieca obbedienza; non nomina né pure mai la libertà; ed il tiranno (o sacerdote o laico sia egli) interamente assimila a Dio” (I, 8).

 

Anche nell’Idiota di Dostoevskij si legge una stroncatura del cattolicesimo. Sentiamo il protagonista lanciato in un’invettiva: “Anzitutto, non è una fede cristiana!...Il cattolicesimo romano crede che, senza una potenza imperiale, la fede cristiana non possa sussistere nel mondo, e grida al tempo stesso: Non possumus! Secondo me, il cattolicesimo romano non è nemmeno una religione, ma è la continuazione dell’impero romano, e tutto in esso è sottoposto a questa idea, cominciando dalla fede. Il papa vi ha conquistato il trono terrestre ed ha alzato la spada. Da quei tempi, ogni cosa prosegue in tal modo, solo che alle spade hanno aggiunto la menzogna, la furberia, l’infingimento, il fanatismo, la superstizione, la scelleratezza, trastullandosi coi più sacri, più sinceri, più ardenti sentimenti, i migliori sentimenti del popolo. Ogni cosa è stata venduta da Roma per denaro, per il vile potere temporale”[32].  

 

Torniamo al mito e ai suoi significati.

 Sentiamo alcune parole del testo inglese di Conte:"For poets, myth is like a word contained in a dictionary: when it leaves the dictionary and enters their texts, it retains only one of its possible meanings "[33], per i poeti il mito è come una parola contenuta in un dizionario: quando essa lascia il dizionario ed entra nel suo testo, mantiene soltanto uno dei suoi possibili significati.

 Il Mito allora può essere modificato per conformarsi al significato globale del discorso: la sua funzione è determinata dal contesto.

Il mito è interpretabile come una "immagine concentrata del mondo"[34] che cerca le origini, e chi non le conosce non è cosciente della realtà.

Inoltre: "La nostra origine è nei miti: tutti i miti sono di origine"[35].

Può trattarsi dell’origine di un’usanza, di un nome, di un culto, di una città, come spesso nella poesia ellenistica, ma può riguardare anche la nostra genesi di persone.

 

Il mito di Er dell’ultimo libro della Repubblica di Platone ci ricorda che prima di venire sulla terra ci siamo scelti un daivmwn, che è carattere e destino. Eujdaimoniva, felicità è, etimologicamente, l’accordo con il proprio daivmwn. Se non  ricordiamo, non  riconosciamo e non  assecondiamo quel daivmwn liberamente scelto, saremo infelici e saremo colpevoli della nostra infelicità: “aijtiva eJlomevnou: qeo;~ ajnaivtio~” (Repubblica, 617e), responsabile è chi ha fatto la scelta, il dio non lo è. E’ quello del resto che afferma già Omero, attraverso Zeus nel primo canto dell’Odissea: “ Ahimé, come ora davvero i mortali incolpano gli dèi!/ da noi infatti dicono che derivano i mali, ma anzi essi stessi/per la loro stupida scelleratezza hanno dolori oltre il destino" (vv. 32-34).

 Durante la vita terrena  "ci resta accanto un compagno, una specie di angelo custode o spirito guida: il Daimon, il modello del nostro destino, che in qualche modo ci aiuta e indirizza al compimento di quella scelta che inizialmente proprio noi avevamo fatto, ma che abbiamo dimenticato. Poiché il mito di Er, come lei accennava prima, è alla base del suo Codice dell'anima…Lei ha citato uno dei miti sul perché esiste il dolore: il Daimon ci mette di fronte le richieste del destino e noi recalcitriamo"[36].

"Poiché la felicità alla sua antica fonte era eudaimonia, cioè un daimon contento, soltanto un daimon che riceve ciò che gli spetta può trasmettere un effetto di felicità all'anima"[37].

 

Quindi il mito ci dà indicazioni sulla nostra vita psichica:"la psicologia mostra i miti in vesti moderne, mentre i miti mostrano la nostra psicologia del profondo in vesti antiche"[38].

Altra considerazione sui grandi significati del mito si trova nel libro di Morin già citato:"Il mito non è la sovrastruttura della nazione: è ciò che genera la solidarietà e la comunità; è il cemento necessario a ogni società e, nella società complessa, è il solo antidoto all'atomizzazione individuale e all'irruzione distruttrice dei conflitti…L'antico internazionalismo aveva sottostimato la formidabile realtà mitica"[39].

 Il mito fa parte della nostra vita, realmente: Pasolini nel film Medea fa dire al Centauro il quale istruisce il piccolo Giasone che dovrà andare in cerca del vello d’oro “in un paese lontano al di là del mare. Qui farai esperienze di un mondo che è ben lontano dall’uso della nostra ragione, la sua vita è molto realistica come vedrai perché solo chi è mitico è realistico e solo chi è realistico è mitico”[40].  

 

Sentiamo anche C. Pavese:"Il mito greco insegna che si combatte sempre contro una parte di sé, quella che si è superata, Zeus contro Tifone, Apollo contro il Pitone. Inversamente, ciò contro cui si combatte è sempre una parte di sé, un antico se stesso. Si combatte soprattutto per non essere qualcosa, per liberarsi. Chi non ha grandi ripugnanze, non combatte"[41].

 

La compassione.

Secondo Milan Kundera, la compassione è il motivo principale, o il motore di tanti miti, come di certi amori:" Egli provò allora un inspiegabile amore per quella ragazza sconosciuta; gli sembrava che fosse un bambino che qualcuno avesse messo in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente di un fiume perché Tomáš lo tirasse sulla riva del suo letto… Di nuovo gli venne fatto di pensare che Tereza era un bambino messo da qualcuno in una cesta spalmata di pece e affidato alla corrente. Non si può certo lasciare che una cesta con dentro un bambino vada alla deriva sulle acque agitate di un fiume! Se la figlia del Faraone non avesse tratto dalle acque la cesta con il piccolo Mosè, non ci sarebbero stati l’Antico Testamento e tutta la nostra civiltà. Quanti miti antichi hanno inizio con qualcuno che salva un bambino abbandonato! Se Polibo non avesse accolto presso di sé il giovane Edipo, Sofocle non avrebbe scritto la sua tragedia più bella!"[42].

Nel quarto episodio dell’Edipo re Sofocle contrappone la crudeltà dei genitori alla compassione del servo tebano che non ha eseguito il loro ordine di uccidere il bambino "katoiktivsa" " (v. 1178), in quanto ne ho avuto compassione, spiega.

P.P. Pasolini nel suo film Edipo re  sottolinea questa risposta con un primo piano del vecchio pastore tebano che dice di non avere  fatto morire la creatura:"per pietà".

Per lo stesso motivo, e anche lui per grandi mali,  si salvò Cipselo, il bambino che sarebbe diventato tiranno di Corinto, e padre di Periandro.

Erodoto racconta che per sorte divina il piccolo sorrise all'uomo dei Bacchiadi che lo aveva afferrato con l'intenzione di ammazzarlo. Questo se ne accorse, e un qualche sentimento di compassione lo trattenne dall'ucciderlo (oi\kto~ ti" i[scei ajpoktei'nai,V,92).

Del resto anche Enea viene salvato dalla compassione, quella di Didone che pure non viene in alcun modo ricompensata dall’esule troiano.

La misericordia non è virtù ignorata né trascurata dai classici e lo sviluppatissimo senso estetico dei Greci non aveva atrofizzato quello etico:  è falso dunque che la morale cattolica sia l'unica  vera e buona come afferma Manzoni, per esempio, quando sostiene che  " essa è la sola santa e ragionata in ogni sua parte"[43].

Già Omero nel XIV dell'Odissea rappresenta Eumeo che, per compassione, aiuta e onora Ulisse presentatosi come un pezzente:"aujtovn t j ejleaivrwn"(v.389), perché ho compassione di te, gli dice.

Nelle Trachinie Deianira prova una compassione piena di spavento (oi\kto~ deinov" , v. 298), anche per se stessa, vedendo le ragazze di Ecalia portate schiave da Eracle, e pensando ai mutamenti della sorte. Quella che suscita in lei la pietà più grande però è la splendidissima Iole poiché le sembra l'unica che abbia coscienza del suo stato (vv. 311-312).

"Umana cosa è l'aver compassione degli afflitti" sono le prime parole del Decameron.

Infatti Cleopatra prima di morire dice al suo tesoriere Seleuco che l'ha denunciata a Ottaviano:"wert thou a man, thou wouldst have mercy on me" [44],  se tu fossi un uomo, avresti pietà di me.

 

Nello splendido film di Stanley Kubrick, Paths of glory, Orizzonti di gloria (1957), l’avvocato difensore e comandante dei  soldati accusati ingiustamente di codardia, poi fucilati, conclude la sua arringa indirizzando, invano, alla corte marziale questo appello: “I can’t believe that the noblest impulse of man, his compassion for another, can be completely dead here. Therefore, I humbley beg you, show mercy to these men”, io non posso credere che il più nobile impulso dell’uomo, la compassione per il prossimo, sia completamente morta qui. Perciò, vi prego umilmente, mostrate pietà verso questi uomini. 

 

Difficile e tardiva è la distinzione tra mito e storia: “l’età eroica, che coinciderebbe press’a poco con l’età micenea dei nostri libri di storia, era caratterizzata, secondo i Greci, da certi elementi divini, che nessun “razionalismo” poteva eliminare. Ecateo[45] stesso riferisce che gli Egiziani calcolavano ben 345 generazioni di soli uomini, generazioni che non avevano avuto contatto con gli dèi. Ma non riusciva a buttar via, per questo confronto egiziano, la sua convinzione che gli dèi avessero avuto rapporti con gli uomini, in Grecia, fin verso un’epoca che coinciderebbe, grosso modo, con il nostro 1100 a. C. (la fine dell’età micenea-submicenea). Infatti, imperturbabile, continuava ad affermare, per esempio: “A Danae si unisce Zeus”…questo “genealogo”, cioè studioso del mondo eroico, non può negare il presupposto fondamentale di quella storia eroica ch’egli tratta: il commercio, cioè, fra uomini e dèi. All’incirca nello stesso tempo, l’ateniese Ferecide trattava anch’egli “genealogie”; esse arrivavano giù fino alla piena età storica (per lo meno fino a Milziade, ecista del Chersoneso verso il 540 a. C.); ma prendevano le mosse dall’età degli dèi, e difatti la sua opera si chiamò anche Teogonia, oltre che Storie. Al solito: fra mito e storia non c’era distinzione. Persino Tucidide ricorderà, con rispetto, tradizioni eroiche: per esempio, quella di Alcmeone colonizzatore delle Echinadi, le isole derivate dai detriti dell’Acheloo”[46]

Nella Storia possono entrare i racconti semileggendari. Della loro  veridicità dubitano gli stessi storiografi che li riferiscono. Vediamone alcuni esempi. Erodoto fa questa dichiarazione metodologica a proposito della diceria secondo la quale le ragazze indigene con penne di uccello spalmate di pece traevano pagliuzze d’oro da un lago situato in un’isola posta davanti alla costa africana : “tau'ta  eij mh; e[sti ajlhqevw~ oujk oi\da, ta; de; levgetai gravfw” (4, 195, 2), queste cose non so se sono vere, ma quello che si dice lo scrivo. E più avanti a proposito di una raccontata intesa tra i Persiani e gli Argivi: “ejgw; de; ojfeivlw levgein tav legovmena, peivqesqaiv ge me;n ouj pantavpasin ojfeivlw” (7, 152, 3), io sono tenuto a dire le parole dette, a credere a tutte invece non sono tenuto.

 Tito Livio nel suo proemio scrive: “Quae ante conditam condendamve urbem poeticis magis decōra fabulis quam incorruptis rerum gestarum monumentis traduntur, ea nec adfirmare nec refellere in animo est. Datur haec venia antiquitati, ut miscendo humana divinis primordia urbium augustiora faciat ” (Praefatio, 6), i racconti  tramandati che risalgono al periodo di poco precedente la fondazione della città e quelli addirittura anteriori alla città da fondare, racconti che si addicono più alle narrazioni poetiche che ai seri documenti storici, non ho intenzione di confermare né di smentire. Alle antichità si concede questa licenza di rendere più venerabili i primordi delle città mescolando l’umano con il divino. 

Poi  Curzio Rufo:“Equidem plura transcribo quam credo: nam nec adfirmare sustineo, de quibus dubito, nec subducere, quae accepi” ( Historiae Alexandri Magni, 9, 1, 34), per conto mio riporto più notizie di quelle cui presto fede: infatti non me la sento di confermare notizie delle quali non sono sicuro, né di sottrarre quelle che ho ricevuto.

 Quindi lo storiografo riferisce il racconto secondo il quale il cadavere di Alessandro giaceva nel sarcofago da sei giorni, trascurato, e, nonostante il caldo dell’estate babilonese, il corpo non era degenerato: “ Traditum magis quam creditum refero (10, 10, 12).

 

 Ancora Arriano a proposito della morte di Alessandro riporta una notizia alla quale non crede, della quale anzi afferma che dovrebbero vergognarsi quanti l’hanno scritta: che il macedone, sentendosi morire, voleva gettarsi nell’Eufrate per sparire accreditando la fama di una sua assunzione in cielo, in quanto nato da un dio. Glielo impedì Rossane ed egli le disse che lo privava della gloria di essere nato dio. Ebbene lo storiografo di Nicomedia precisa che ha riportato queste notizie wJ" mh; ajgnoei'n dovxaimi perché non sembri che io le ignori, più che per il fatto che esse sembrino pista; ej" ajghvghsin, (Anabasi di Alessandro, 7, 27, 3) credibili a raccontarle.  

 

La storia dunque è intarsiata di miti, non senza le iridescenti bugie di cui scrive Pindaro[47], tant’è vero che è preceduta e anzi, in un certo senso, “nasce” dalla poesia epica, e i fatti storici, come hanno rilevato studiosi di levatura ed  estimazione europea, sono stati cantati, o raccontati, prima dai poeti che dagli storiografi di  professione.

Giambattista Vico  afferma  che "la storia romana si cominciò a scrivere da' poeti", e inoltre, utilizzando un passo di Strabone (I, 2, 6) sulla continuità tra l'epica ed Ecateo, :"prima d'Erodoto, anzi prima d'Ecateo milesio, tutta la storia de' popoli della Grecia essere stata scritta da' lor poeti"[48].  

Nevio (270-201): Bellum poenicum e la praetexta Clastidium sulla vittoria del console Marcello contro i Galli Insubri.

Ennio (239-169) Annales

Accio (170-85) la praetexta Decius con la devotio di Decio al Sentino (295)

Un giudizio  apprezzato anche da Pavese:"Ciò che si trova di grande in Vico-oltre il noto-è quel carnale senso che la poesia nasce da tutta la vita storica; inseparabile da religione, politica, economia; "popolarescamente" vissuta da tutto un popolo prima di diventare mito stilizzato, forma mentale di tutta una cultura"[49].

Storia e poesia insomma sono intrecciate insieme.

Questo però si può dire per l’epica e il dramma. Molto meno per la lirica

 

 Quintiliano indica il nesso tra storia e poesia: “historia…est enim proxima poetis et quodam modo carmen solutum est et scribitur ad narrandum, non ad probandum, totumque opus non ad actum rei pugnamque presentem, sed ad memoriam posteritatis et ingenii famam componitur[50], la storia infatti è vicinissima ai poeti e in un certo modo una poesia in prosa e viene scritta per narrare, non per provare,  ed è opera rivolta non ad un agire pratico e a una contesa in corso, ma per il ricordo della posterità e per la fama dell’ingegno.

 

S. Mazzarino sul rapporto fra le Storie di Polibio e la tragedia storica romana.

L'autore de Il Pensiero Storico Classico [51] esamina il rapporto tra l'opera di Polibio e la tragedia storica romana:"In Roma la tragedia era sorta con Nevio, il poeta storico-epico del Bellum Poenicum . In particolare, la tragedia storica, o "pretesta", dei Romani si connetteva con la più tipica manifestazione del loro senso della storia e della morte:" quando muore un uomo di famiglia insigne, portano al funerale le imagines " (consistenti in maschere) "dei suoi maggiori. Con tali maschere coprono il viso di uomini che presentano particolari somiglianze, per l'altezza e per il resto, con quegli avi. I mascherati indossano toghe preteste" (orlate di porpora) "se il morto che rappresentano fu console o pretore; abiti di porpora, se fu censore; inaurati, se ebbe il trionfo, o simili. Vanno innanzi su carri, preceduti da fasci, scuri ed altre insegne delle magistrature che quei nobili morti avevano ricoperto. Infine, arrivati ai rostri, seggono su selle d'avorio.-E chi non potrebbe essere colpito alla vista di queste immagini di uomini illustri e palpitanti?". Sono parole di Polibio[52]stesso: rendono l'impressione che lo storico straniero riceveva a quello spettacolo abbastanza frequente, in cui la storia delle virtù gentilizie veniva rappresentata, come per generazioni disposte in fila, nella sua attualità continua. La storia diventava processione di venerate maschere...Se confrontiamo l'opera di Polibio con i frustoli di preteste che pervennero sino a noi, il carattere delle sue Storie  si potrà illuminare anche meglio. Delle lotte fra Romani e Galli, due vittorie furono celebrate con preteste: quella di Clastidium, riportata da Marcello nel 222 a. C.; e quella di Sentinum, del 295 a. C., in cui il console Decio Mus, che comandava l'ala sinistra contro i Galli (alleati dei Sanniti), s'era consacrato, col rito della devotio , agli dèi della terra e, gettandosi contro i nemici, aveva asicurato la sua morte e la vittoria. La battaglia di Clastidium era stata portata sulle scene da Nevio stesso, che certo poté seguire con ansia, come contemporaneo, quella vicenda in cui Claudio Marcello, allora il più insigne esponente del ramo plebeio dei Claudii, aveva vinto in duello il celtico Virdumaro, e riportato il trionfo.

La battaglia di Sentinum fu celebrata in una pretesta di Accio, Aeneadae  o Decius ; a differenza del Clastidium  di Nevio ( in cui si doveva sentire la passione del contemporaneo), qui c'era il ricordo di una vittoria riportata quasi due secoli prima...Polibio tratta (II 18-35) le guerre romane contro i Galli; perciò anche (II 19, 6) le vicende del 295 e più tritamente (II 34) quelle del 222. Ma non accenna alla devotio  di Decio nel 295; e non tocca il duello di Claudio Marcello con Virdumaro. Quei due consoli plebei non commuovono particolarmente la sua fantasia storica, la quale si limita a ricordare la distruzione e la fuga delle truppe galliche a Sentino, il successo strategico di Marcello a Clastidium. Si direbbe che, in entrambi questi casi, Polibio abbia voluto evitare la memoria di una devotio  e di un duello, argomenti cari ai poeti tragici-tanto più che si trattava della devotio di un plebeo, Decio Mus, il cui nome gentilizio era portato, al tempo di Polibio, da uno dei più accaniti sostenitori della tendenza graccana (il tribuno P. Decio); e del duello affrontato da un altro plebeo, Marcello, che non fu mai caro alla tradizione degli Scipioni.

Tuttavia sarebbe errato pensare che Polibio non apprezzasse la virtù romana che si esaltava in quei racconti sui plebei Decio Mus e Marcello. La battaglia di Sentino, con la devotio di Decio Mus, aveva già avuto una larga eco nel mondo ellenico: Duride, tiranno di Samo, storico di tendenza aristotelica, aveva ricordato la devotio  di quel grande console, suo contemporaneo. Era impossibile che Polibio, uomo d'arme, ignorasse quella storia di religione e di morte; o che non ne intendesse-nei limiti definiti dal suo razionalismo-il misterioso fascino. La sua differenza da Duris è, piuttosto, in ciò: egli non riteneva opportuno dedicare a Decio Mus una digressione, od anche un cenno, particolare; per lui, simili imprese individuali, affascinanti per se stesse, possono essere oggetto di rievocazione tragica, non di storia pragmatica. Perciò la devotio  di Decio a Sentinum, già ricordata dallo storico 'tragico' Duris, fu celebrata poi dalla tragedia storica di Accio; secondo la forma mentis  di Polibio potrebbe rientrare nell'anonima descrizione delle virtù romane. "Ci furono molti romani i quali volontariamente si batterono in duello per la decisione delle battaglie; e non pochi scelsero morte sicura, alcuni in guerra per la salvezza degli altri, e taluni in pace per la sicurezza pubblica"(VI 54). Polibio scrive queste parole non in particolare, a proposito di questa o quella vicenda della storia romana; ma in genere, nella sua sintesi sui caratteri dello stato romano, nel VI libro"[53].

Concludiamo il discorso sul mito con Italo Calvino che suggerisce di prenderlo alla lettera“ Ma so che ogni interpretazione impoverisce il mito e lo soffoca: coi miti non bisogna aver fretta; è meglio lasciarli depositare nella memoria, fermarsi a meditare su ogni dettaglio, ragionarci sopra senza uscire dal loro linguaggio di immagini. La lezione che possiamo trarre da un mito sta nella letteralità del racconto, non in ciò che vi aggiungiamo noi dal di fuori“[54].

Giovanni Ghiselli

 

note:


[1] J. Hillman, Puer aeternus, p. 80.

[2] Aristaeus, Orpheus, and the Georgics: Once Again , in Poets And Critics Read Vergil, Yale University Press., p. 50 ss.

[3] Ricordata nelle Trachinie di Sofocle, dove Eracle è un donnaiolo e il marito assenteista e infedele  della povera Deianira. Nell' Hercules Oetaeus, di dubbia attribuzione senecana, Deianira descrive il marito come un antico don Giovanni: egli avrebbe compiuto i suoi agoni acerrimi per conquistare le ragazze:"virginum thalamos petit " (v. 420) , cerca i letti delle vergini. A volte si accontenta delle spose:"nuptas ruinis quaerit" (v. 422), cerca le spose con i suoi macelli. Comunque:" causa bellandi est amor " (v. 425), la causa della guerra è l'amore. L'amore dopo tutto sarà la somma fatica di Ercole:"amorque summus fiet Alcidae labor" (v. 475).

[4] Nella commedia Lino di Alessi (380-270 a. C., autore della commedia di mezzo, zio o maestro di Menandro) l’autore narra che il mitico citarista dava lezioni a Eracle e voleva spingerlo a leggere i poeti, ma lo scolaro, spinto dalla voracità, prese dalla biblioteca L’arte di cucinare di un certo Simo (fr. 140 K. –A.).

[5] Funzione assunta nell'Alcesti  di Euripide.

[6] Nell'Eracle  di Euripide.

[7] Quella di Eracle al bivio.

[8] Guido Paduano e Massimo Fusillo (a cura di) Apollonio Rodio Le Argonautiche, p. 185

[9] Plutarco racconta che è una tradizione cui tutti prestano fede quella secondo la quale Alessandro discendeva da Eracle attraverso Carano e Filippo, e da Eaco attraverso Neottolemo e Olimpiade (Vita, 2).

[10] Ambasciatore inviato in India dal re Seleuco I Nicatore (355 ca. 280 a. C.)  presso il re Sandracotto, scrisse Indikà in quattro libri dei quali ci sono giunti frammenti per via indiretta.

[11] G. Brizzi, Annibale, p. 50

[12] Aristofane nelle Rane  rappresenta Dioniso che, terrorizzato da Empusa, fugge  tra le braccia del suo sacerdote (v. 297). Più avanti viene apostrofato dal servo Xantia  in questo modo:

" w\ deilovtate qew'n su; kajnqrwvpwn (v. 486),  oh tu, davvero il più vigliacco degli dèi e degli uomini! . Il dio se l'era voluta, cacandosi addosso dalla paura (v. 479).

[13] Consiglio a questo proposito il commento di Fulvio Molinari: Euripide, Baccanti, Loffredo, 1998.

[14] Isola dell’Egeo.

[15] Arriano, Anabasi di Alessandro, 2, 16, 3.

[16] Pasolini, Saggi sulla politica e sulla società,p p. 1142-1143

[17] Del gennaio 2006.

[18] P. P. Pasolini, Democrazia senza attributi? (gennaio 1948) In Pasolini saggi sulla politica e sulla società, p. 58. In un articolo successivo (I due proletariati, in “Il mattino del popolo” del 12 maggio 1948 Pasolini menziona un “discorsetto di De Gasperi” del 21 aprile, 1948, “imporporato vagamente ma minacciosamente dal fuoco degli autodafè” (Op. cit., p. 70).

[19] S. Freud, L’uomo Mosè e la religione monoteistica, , secondo saggio (del 1937)  p. 349.  Il terzo saggio è del 1938. E’ l’ultimo libro di Freud, insieme con il Compendio di psicoanalisi  , anche questo uscito nel 1938, del resto incompiuto. 

[20] S. Freud, Op. cit.,  p. 350.

[21] Leopardi nello Zibaldone  (3833-3834)  afferma invece che il culto del sole rende più umano e più civile chi lo pratica :"Quando gli Europei scoprirono il Perù e i suoi contorni, dovunque trovarono alcuna parte o segno di civilizzazione e dirozzamento, quivi trovarono il culto del sole; dovunque il culto del sole, quivi i costumi men fieri e men duri che altrove; dovunque non trovarono il culto del sole, quivi (ed erano pur provincie, valli, ed anche borgate, confinanti non di rado o vicinissime alle sopraddette) una vasta, intiera ed orrenda e spietatissima barbarie ed immanità e fierezza di costumi e di vita. E generalmente i tempii del sole erano come il segno della civiltà, e i confini del culto del sole, i confini di essa (5 Nov. 1823.). Ndr.

[22] S. Freud, Op. cit., secondo saggio,  p. 353.

[23] Nelle Storie leggiamo che “Colchi, Egiziani e Etiopi si circoncidono dal tempo più antico” (II, 104, 2). Ndr.

[24] S. Freud, Op. cit.,  p. 355

[25] G. Steiner Nel castello di Barbablù Note per la riedifinizione della cultura, p. 39.

[26] Nobiltà dello spirito.

[27] Gerorge Steiner, Nel castello di Barbablù, p. 41

[28] Op. cit., p. 41.

[29] Op. cit., p. 39.

[30] Steiner, Op. cit, pp. 43 sgg.

[31] Il predominio del fato non risparmia nessuno: il Prometeo di Eschilo, afferma consolandosi del suo martirio, che nemmeno Zeus "potrebbe in alcun modo sfuggire alla parte che gli ha dato il destino (th;n peprwmevnhn)"(Prometeo incatenato, v. 518).  Ndr.

[32] L’Idiota, p. 687.

[33] Gian Biagio Conte, Aristaeus, Orpheus, and the Georgics: Once Again , in Poets And Critics Read Vergil, ,  p. 52.

[34] Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 151.

[35] J. Hillman, Il piacere di pensare, p. 52.

[36] James Hillman, Il piacere di pensare. conversazione con Silvia Ronchey, pp. 53-54.

[37] J. Hillman, Il codice dell'anima , p. 112.

[38] J. Hillman, Variazioni su Edipo, p. 76.

[39] E. Morin, La testa ben fatta, p. 69.

[40] P. P. Pasolini, Medea in Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea, p. 545-

[41] Il mestiere di vivere, 28 dicembre 1947.

[42] L'insostenibile leggerezza dell'essere (del 1984),  p. 14 e p.19.

[43] Osservazioni sulla morale cattolica (del 1819), Prefazione

[44] Shakespeare, Antonio e Cleopatra, V, 2.

[45] Ecateo di Mileto, il primo logografo, nato verso il 550, scrisse Genealogie  che volevano contrapporre una visione razionale a quella tradizionale :"Ecateo di Mileto dice così: scrivo queste storie come a me sembrano vere; infatti le tradizioni dei Greci sono molte e, a parer mio, anche ridicole ("oiJ ga;r JEllhvnwn lovgoi polloiv te kai; geloi'oi, wJ" ejmoi; faivnetai, eijsivn", fr. I Jacoby). 

L’altra opera è Perihvghsi" gh'" (o Perivodo" gh'" ), comunque una Descrizione della terra  con una carta allegata.

 Era una descrizione etnica e geografica del mondo conosciuto divisa in due libri: uno dedicato all'Europa, l'altro all'Asia (ndr).

[46] S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, I, pp. 78-79.

[47] Olimpica I, 29.

[48] La Scienza Nuova , Pruove filologiche, III e VIII.

[49] Il mestiere di vivere , 30 agosto 1938.

[50] Institutio oratoria, X, 1, 31.

[51] II, 1, p. 149 e sgg.

[52] Tratte da VI 53 e tradotte liberamente. E' la maggior trattazione che possediamo sui funerali degli uomini illustri con le laudationes funebres  che falsificavano la storia.

[53] S. Mazzarino, Il Pensiero Storico Classico , II, 1, p. 152.

[54] I. CALVINO, Leggerezza, in Lezioni, americane. Sei proposte per il prossimo millennio, p. 8-9.

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