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Polisemia degli animali

dalla Metodologia per l'insegnamento del greco e del latino

di Giovanni Ghiselli

16. 10. Polisemia degli animali. L'usignolo e la rondine ( con aprile). Il cane. Anche il classico può essere variamente interpretato (S. Settis).

Anche un animale, la rondine o l'usignolo, può essere polisemico. Questi uccelli infatti in letteratura significano il ritorno della primavera e dell'amore, e pure ricordano lo stupro orrendo compiuto da Tereo, il  barbaro re di Tracia sposato con la principessa ateniese Procne, nei confronti della cognata Filomela, e la vendetta che ne seguì, da parte delle due donne, con successiva trasformazione in uccelli dei tre sciagurati: Tereo in un’upupa, Procne in una rondine, Filomela in un usignolo. Ne fa un lungo racconto in esametri Ovidio nelle Metamorfosi (VI, 426-674) cui allude Eliot per significare la decadenza del mito nella ricezione degli uomini moderni:"The change of Philomel, by the barbarous king/So rudely forced; yet there the nightingale/Filled all the desert with inviolable voice/And still she cried, and still the world pursues,/'Jug Jug' to dirty ears " (The Waste Land , vv. 99-103), la metamorfosi di Filomela, dal barbaro re così brutalmente forzata; eppure là l'usignolo riempiva tutto il deserto con voce inviolabile, e ancora ella piangeva, e ancora il mondo continua, 'Giag Giag' a orecchie sporche.

Il canto della voce inviolabile di Filomela è degradato e dissacrato, poiché suona oramai solo naturalisticamente come un "giag giag" per le orecchie inquinate del mondo contemporaneo. Il canto dell’usignolo che evoca tragedie si trova già nella poesia Sweeny among the nightingales che ha come epigrafe un verso dell’Agamennone di Eschilo: “w[moi, pevplhgmai kairivan plhgh;n e[sw” (1343), ahimé, sono colpito profondamente da un colpo mortale!. Sentiamo dunque il canto tragico e rituale degli usignoli: “The nightingales are singing near/The Convent of the Sacred Heart, //And sang within the bloody wood/When Agamemnon cried aloud/ And let their liquid siftings fall/To stain the stiff dshonoured shroud” (vv. 35-40), gli usignoli cantano vicino al Convento del sacro cuore, e cantarono nel bosco insanguinato, quando Agamennone forte gridò, e lasciarono cadere le loro feci liquide a macchiare il duro disonorato sudario.

Eliot richiama ancora il mito di Filomela e Procne nella nota al v. 428 di La Terra desolata il quale fa:"Quando fiam uti chelidon-O swallow swallow  ", quando diverrò come la rondine- O rondine rondine.

La citazione è tratta dal Pervigilium Veneris, La veglia di Venere, un carme anonimo, compreso nell'Anthologia latina, di novantatré versi (tetrametri trocaici catalettici), di età e attribuzione incerta, dal II secolo d. C. , al IV, al VI; da Floro, a Tiberiano, a un'autrice anonima.

Il verso polivalente della rondine è ricordato nel Pervigilium Veneris dove l’anonimo autore si assimila all’uccello migratore e si sforza di interpretarlo come canto d’amore.

Il poemetto celebra il ritorno della primavera e la potenza di Venere con l'esaltazione dell'amore, della natura e del piacere, non senza però un'ombra di malinconia che si allunga nel finale con la menzione del mito della tragica sposa ateniese:

"Iam loquaces ore rauco stagna cycni perstrepunt/adsonat Terei puella subter umbram populi,/ut putes motus amoris ore dici musico/et neges queri sororem de marito barbaro./Illa cantat, nos tacemus. Quando ver venit meum?/Quando fiam uti chelīdon, ut tacere desinam?/Perdidi Musam tacendo nec me Phoebus respicit./Sic Amyclas, cum tacerent, perdidit silentium./Cras amet qui numquam amavit quique amavit cras amet! " (vv. 85-93) , già i cigni loquaci fanno risonare gli stagni con voce roca. Fa eco la sposa di Tereo[1] sotto l'ombra del pioppo, sì che tu pensi che passioni d'amore siano cantate dalla voce musicale e non dica che pianga la sorella stuprata dal marito barbaro. Quella canta, noi taciamo. Quando viene la mia primavera? Quando diverrò come rondine e smetterò di tacere? Ho perduto il canto tacendo e Febo non mi guarda più. Così il silenzio ha perduto Amicla[2] quando tacevano. Ami domani chi non ha mai amato e chi ha amato ami domani![3]. L'amore è contaminato dal dolore attraverso il ricordo delle due disgraziate sorelle.

 

La rondine è un segno ambiguo anche nel Macbeth dove Banquo giungendo al castello del protagonista già pronto al cupo delitto sostiene che la presenza di questo uccello significa amenità del luogo e amabilità dell'aria: l'alito del cielo qui sa di amore (I, 6). Invece si sta preparando un assassinio.      

Il ritorno della primavera è accompagnato dal verso perpetuo delle figlie di Pandione trasformate in uccelli anche nel sonetto CCLXVI de Il Canzoniere  di Petrarca:" Zefiro torna e 'l bel tempo rimena/e i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,/e garrir Progne e pianger Filomena, e primavera candida e vermiglia" (CCCX ,vv. 1-4).

Il motivo dell'uccello dolente che piange per avere perduto i suoi cari  si trova, più precisamente nel sonetto successivo (CCLXVII):"Quel rosignuol che sì soave piagne/forse suoi figli o sua cara consorte/di dolcezza empie il cielo e le campagne/con tante note sì pietose e scorte" (CCCXI ,vv. 1-4).

Insomma il ritorno della primavera con Aprile "the cruellest month "[4], evoca, con l'amore, storie dolorose di tradimenti, stupri e violenze.

Corrisponde a quanto afferma Medea, per poi metterlo in pratica con un comportamento estremo:"ahi ahi, che grande male (kako;n mevga) è l'amore per i mortali!" (v. 330). Nelle Argonautiche infatti Eros mandato da Afrodite a sconvolgere Medea arriva sconvolgente come si getta sulle giovani vacche l'assillo che i mandriani chiamano tafano (III, 276-277).

 

Dante allude al mito raccontato da Ovidio, nel Purgatorio, per dare un'indicazione temporale:"Nell'ora che comincia i tristi lai/la rondinella presso alla mattina,/forse a memoria de' suo' primi guai" (IX, 13-15).

Questo uccello dà un segno addirittura  falso nel Macbeth[5] dove Banquo, giungendo al castello del protagonista già pronto al cupo delitto, sostiene che la presenza della rondine "ospite dell'estate"  prova l' amenità del luogo e l'amabilità dell'aria: "l'alito del cielo qui sa di amore" (I, 6). Invece il feudatario fellone sta preparando l'assassinio del suo re e parente.      

Il ritorno della primavera è accompagnato dal verso perpetuo delle figlie di Pandione trasformate in uccelli anche nel sonetto CCLXVI di Il Canzoniere  di Petrarca:" Zefiro torna e 'l bel tempo rimena/e i fiori e l'erbe, sua dolce famiglia,/e garrir Progne e pianger Filomena, e primavera candida e vermiglia" (CCCX , vv. 1-4).

Il motivo dell'uccello dolente che piange per avere perduto i suoi cari  si ritrova nel sonetto successivo (CCLXVII):"Quel rosignuol che sì soave piagne/forse suoi figli o sua cara consorte/di dolcezza empie il cielo e le campagne/con tante note sì pietose e scorte" (CCCXI ,vv. 1-4).

 

Insomma il ritorno della primavera con Aprile "the cruellest month "[6], evoca, con l'amore, storie dolorose di tradimenti, stupri e violenze. Definire Aprile il più crudele dei mesi significa rovesciare un locus e indicare un’altra polisemia: infatti Ovidio nei Fasti[7]  ricorda che il quarto mese è quello nel quale si onora sommamente Venere (IV, 13) che lo rivendica a sé (v. 90), e fa derivare il nome Aprilis  "ab aperto tempore" (v.89) dalla stagione che si apre.   

 

Il verso della rondine per giunta viene assimilato, negativamente,  a una parlata non greca: nelle Rane di Aristofane il coro, per infamare l'ultimo demagogo della guerra del Peloponneso, Cleofonte[8], dice che nelle sue labbra bilingui orribilmente freme la rondine tracia (vv. 680-681).

 

Maurizio Bettini dedica un capitolo (il IV "Turno e la rondine nera") del suo Le orecchie di Hermes alla rondine come uccello dal doppio significato. A una nigra hirundo viene paragonata Giuturna  mentre si sposta tra i nemici alla guida del carro e trascina il fratello Turno verso la morte cui è già consacrato:"Nigra velut magnas domini cum divitis aedes-pervolat et pennis alta atria lustrat hirundo-pabula parva legens nidisque loquacibus escam,-et nunc porticibus vacuis, nunc umida circum-stagna sonat: similis medios Iuturna per hostis-fertur" (Eneide, 12, 473 sgg.), come quando nera una rondine vola attraverso la grande casa di un uomo ricco e con le ali percorre gli alti atri raccogliendo piccoli alimenti e il cibo per il garrulo nido, e garrisce ora per i portici vuoti, ora intorno agli umidi stagni: similmente Giuturna si muove in mezzo ai nemici. Questa similitudine risulta "molto virgiliana…per una certa atmosfera sottilmente inquieta, ambigua, che la pervade tutta. La rondine è creatura lieta, si dice, porta la primavera e ama le case degli uomini[9]. Eppure, questo suo correre di rondine nigra attraverso l'edificio (aedes) e gli alta atria, il grido che risuona dalle vacuae porticus, suscitano in chi legge un imprecisabile senso di angoscia…quel nigra, trascurando il dato ornitologico, ha soprattutto la funzione di preannunziare il cupo destino che incombe su Turno… E poi  c'è nigra. La similitudine si apre con questo aggettivo, e il sostantivo hirundo compare solo alla fine del verso successivo, in una tensione lunghissima. Due interi versi in cui una macchia nera, indefinita, attraversa volando la casa dell'uomo ricco, fra le colonne del portico: e quando, finalmente, questa macchia-epiteto si riaggancia al suo sostantivo, hirundo, l'impressione di "nero" è già troppo profondamente marcata in chi legge. Scoprire che si tratta della rondine-l'amica degli uomini, si dice- è sollievo limitato… Ma l'esempio forse più interessante è costituito da una storia che si narrava di Alessandro Magno[10]. Il generale stava dormendo , "a mezzogiorno", quando una rondine cominciò a volteggiare sulla sua testa. Alessandro, ancora nel sonno, tentò di scacciarla con una mano, ma la rondine non voleva saperne di andarsene. Si allontanò solo quando il Macedone, destatosi, la colpì con forza- ma prima lasciò cadere su di lui i suoi escrementi[11]. Alessandro si spaventò molto del prodigio, e mandò a chiamare l'indovino Aristandro di Telmisso, che abilmente lo rassicurò. L'indovino volse il prodigio in bonam partem appellandosi al carattere di "amica dell'uomo" posseduto dalla rondine. Si tratta di uno dei tipici casi in cui, di fronte a una credenza di tipo bipolare, la dialettica fra dark side e bright side viene utilizzata per fini di carattere "contestuale": sfruttandone le intrinseche possibilità di manipolazione."[12].

Un esempio di lato luminoso e positivo di uccello nero, del tuttonero, si trova nel Satyricon: “aetatem bene ferebat, niger tamquam corvus” (43, 7), portava bene l’età, nero come un corvo. 

 

Socrate nel Fedone platonico nega la possibilità che un uccello possa cantare per dolore: gli uomini-dice-non tengono conto che nessun uccello canta quando ha fame o ha freddo o soffre qualche altro dolore, “oujde; aujth; h{ te ajhdw;n kai; celidw;n kai; oJ e[poy, a} dhv fasi dia; luvphn qrhnou'nta a[/dein” (85a), neppure lo stesso usignolo e la rondine e l’upupa, dei quali dicono che cantino lamentando il dolore.            

 

Il cane può essere un simbolo di fedeltà. Tale è quello accucciato ai piedi di Ilaria del Carretto nel monumento funebre commissionato a Jacopo della Quercia da Paolo Guinigi, signore di Lucca, per la moglie morta di parto nel 1405. Ma la cagna può significare la femmina dissoluta, quindi anche la moglie infedele. Quando Clitennestra nell'Agamennone "afferma che il re ritrova in lei gunai'ka pisthvn, dwmavtwn kuvna, essa dice in realtà il contrario di ciò che sembra: gunai'k j a[piston, "una moglie infedele", che si è comportata come una cagna (606-7). Come nota lo scoliaste, kuvwn (la cagna) significa una donna che ha più di un uomo"[13].

Tito Livio  narra che una lupa offrì la mammella a Romolo e Remo i quali poi vennero raccolti dal pastore Faustolo che li portò nella sua capanna perché li allattasse la moglie Larenzia. Quindi aggiunge una spiegazione razionalistica della leggenda:"Sunt qui Larentiam  vulgato corpore, lupam inter pastores vocatam putent; inde locum fabulae ac miraculo datum." (I, 4, 7) Ci sono quelli che pensano che Larenzia fosse chiamata lupa tra i pastori in quanto si prostituiva; di qui prese origine la leggenda e il miracolo.    

Erodoto, narrando la storia di Ciro, nipote di Astiage, narra che Arpago ricevette dal nonno l’ordine di esporre il bambino.

 Invece, dal momento che sua moglie aveva partorito un bimbo morto, le permise di allevare il figlio di Mandane e di Cambise al posto di quello. Il  nome della della donna era Kunw' che sarebbe la traduzione in greco della parola meda Spakwv: th;n ga;r kuvna kalevousi spavka Mh'doi (I, 110), i Medi chiamano il cane “spax”.

La cagna dunque può essere una figura che sostituisce quella materna e assumere diverse valenze. Clitennestra nelle Coefore  presagisce al figlio la vendetta delle Erinni:" fuvlaxai mhtro;" ejgkovtou" kuvna"" (v. 924), guardati dalle cagne rabbiose di tua madre.

Nell’Edipo re “la Sfinge dal canto variopinto"(v.130), non è solo un atroce flagello ma è pure un allettante cartello pubblicitario: Edipo la chiama hJ rJayw/dov"… kuvwn (v. 391), la cagna cantatrice.

“Nella mitologia greca la figura ibrida è, in generale, un contrassegno di appartenenza a un mondo primitivo"[14].

 

Pure l'interpretazione del classico è problematica e doppia:" anche nel nostro tempo è possibile scegliere tra due opposti usi del "classico" : quello che lo iconizza come un immobile sistema di valori e quello che vi cerca la varietà e la complessità dell'esperienza storica. Il primo dei due usi del "classico" (il più frequente) può accettare agevolmente, anzi incoraggiare, il continuo regresso degli studi classici nei percorsi formativi, perché si accontenta di poco (le icone si riveriscono, non si esplorano); il secondo richiede invece di interrogarsi a fondo sul possibile significato e futuro del "classico" nella scuola, nell'università, nella cultura condivisa dai cittadini"[15].

Sentiamo un intervento giornalistico dello studioso.

“L’antica Roma ha riguadagnato una sua attualità attraverso lo specchio della storia contemporanea (film come Gladiator e L’ultima legione si spiegano così). Se possibile ancora più attuale è (o sembra) la cultura greca. Parliamo ogni giorno di democrazia, magari citando l’Atene di Pericle. Parliamo di politica, anche se di solito dimenticando che per tale dovrebbe intendersi il governo della polis, e non il piccolo cabotaggio dei partiti. Greche sono parole come “storia” e “filosofia”, greci il lessico della medicina e il giuramento di Ippocrate, greci molti concetti della critica d’arte e della letteratura. Le Olimpiadi si portano fino a Pechino nome e ritualità di matrice greca, greco di nome è il “complesso di Edipo”; e non si contano le arti, scienze e discipline, dalla matematica alla geografia, dall’astronomia alla musica, che in tutte le lingue europee portano un nome greco. Perciò Hegel poté dire che “al nome Grecia l’uomo colto europeo subito si sente in patria”; perciò per Stuart Mill “la battaglia di Maratona, anche come evento della storia inglese è più importante della battaglia di Hastings. Se in quel remoto giorno i Greci non avessero vinto, Britanni e Sassoni forse vagherebbero ancora per le selve”. Eppure questo senso di familiarità, di attualità dell’antico rischia di essere doppiamente ingannevole. Da un lato, esso si accompagna a un arretramento costante della cultura e dell’educazione classica nelle scuole…Dall’altro, il richiamo alla cultura greco-romana come radice dell’Occidente troppo spesso sfuma in un più o meno nascosto senso di superiorità della nostra cultura rispetto alle altre…Pezzi staccati di un riconoscibile DNA greco e romano ci stanno nel sangue, negli occhi, nelle parole, nei concetti e nelle visioni del mondo. Eppure non ci bastano, e se non allarghiamo lo sguardo ci frenano e ci infastidiscono…Forse è per questo che in impressionante escalation persino intellettuali e saggisti rinunciano sempre più spesso a leggere le letterature classiche, non entrano nei musei archeologici, confondono Cesare con Alessandro. Intanto, si continua nonostante tutto a cercare in quei testi e in quelle storie una vaga e desultoria ispirazione, che prende spesso la forma del più arbitrario florilegio, delle citazioni fatte a caso, e tuttavia con valore legittimante: come un capitello, un fregio o una colonna si incastrano inconsapevoli, inerti nelle architetture post-moderne. Eppure, una vera e vibrante curiosità verso i Greci e i Romani può generare un’altra tensione, imporre altri orizzonti. Insoddisfatti dell’opposizione fra Greci e “barbari” (ma consapevoli che il greco barbaros non implica giudizi di valore[16], non equivale a “selvaggio”; indica chi parla una lingua diversa dal greco), che in passato ispirò imperialismi e colonialismi d’Europa, possiamo ormai ricordarci che i Greci non pensarono mai di fondare l’Occidente, ma al contrario esplorarono con viva ansia di scoperta l’Oriente e l’Egitto, cercandovi miti, e merci, e saggezza. Li troviamo sulle coste del Mar Nero o della Spagna, in Sicilia o in India, a costruire un’infinita varietà di culture locali, sempre curiosi di vedere e di conoscere, con quello spirito che un sacerdote egizio, parlando con Solone, riconobbe come una loro caratteristica: “Un Greco vecchio non esiste, voi Greci siete sempre fanciulli”. Lo racconta Platone nel Timeo[17]”[18].

 

Giovanni Ghiselli

 

note:


[1] Procne

[2]Città della Laconia nella quale in seguito a falsi annunci di attacchi nemici seguiti da turbamenti fu vietato di dare l'allarme, sicché quando gli aggressori arrivarono davvero la trovarono impreparata.

[3]E' questo il ritornello che si trova già in apertura, si ripete dieci volte e indica la destinazione popolare del componimento.

[4]Il più crudele dei mesi, La terra desolata , 1.

[5] Del 1605-1606

[6]Il più crudele dei mesi, La terra desolata , 1.

[7] Un calendario in distici composto fra il 3 e l'8 d. C. quando fu interrotto, dall'esilio, al sesto libro di dodici che dovevano essere. Dovevano illustrare  gli antichi miti e costumi latini.

[8] Portò avanti la linea politica di Cleone e di Iperbolo: nel 410 ristabilì la piena democrazia e propugnò la guerra a oltranza respingendo ogni proposta di resa. Venne processato e condannato a morte  nel 404. Subito dopo Teramene si recò a Sparta quale plenipotenziario degli Ateniesi con il mandato di accettare le condizioni degli Spartani.

[9] Cfr. soprattutto Eliano, La natura degli animali, I, 52; D. W. Thompson, A Glossary of Greek Birds, Oxford, London 1936, pp. 314 sgg.

[10] Arriano, L'anabasi di Alessandro, I, 25, 6, sgg.

[11] Si narrava che lo stesso incidente fosse capitato a Gorgia. Il quale se la cavò, però, senza allarmarsi e con molto spirito, esclamando "non son cose da farsi, queste, Filomela!" (Plutarco, Questioni conviviali, 8, 7, 2).

Il particolare degli escrementi non è raccontato da Arriano (n.d. r)

[12] M. Bettini, Le orecchie di Hermes, p. 126 sgg..

[13] J. P. Vernant, Mito e tragedia nell'antica Grecia, p. 90

[14]K. Kerényi, Miti e misteri , p. 45.

[15] S. Settis, Futuro del "classico" , p. 106.

[16] Non va sempre in questo modo: cfr. p. e.  Ifigenia in Aulide 1400-1401 citati in 13, 2. Ndr.

[17] ‘’W SÒlwn, SÒlwn, “Ellhnej ¢eˆ pa‹dšj ™ste, gšrwn d “Ellhn oÙk œstin, Timeo 22b4. Ndr.

[18] Salvatore Settis, Pericle, nostro vicino di casa, “Il sole 24 ore”, domenica 31 agosto 2008, p. 27.

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