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Quanta Stella c’è nel cielo

di Edith Bruck

seconda e ultima parte della recensione di Giovanni Ghiselli

Il carattere buono di Anita, quel daivmwn che è anche il destino di ciascuno di noi[1], si manifesta nei suoi ricordi. Questi sono rivolti non solo alle sofferenze subite e  capite  ma anche, ma ancora di più, alle gioie godute, sentite a fondo, pur se causate da piccoli eventi: “Per noi bambini bastava niente per gioire, e le gocce d’acqua che filtravano dal tetto e facevano disperare la mamma per noi erano manna, ciliegie da acchiappare con la bocca spalancata” (p. 75)

O quando, finita in prigione come clandestina, l’adolescente fa questa riflessione  “la guardiana che apparve dicendomi “Dobrý den” (“Buongiorno”) sembrava un oceano di bontà che, invece della sua acqua salata, mi diede tè caldo e pane nero (…) Al prigioniero basta uno sguardo umano per credere nell’umanità intera, come a un bambino una foglia per giocare”.

Per questo riconoscimento del bene è necessario però avere il bene dentro di sé. Quelli che non ce l’hanno, coloro nei quali prevale il male, i malvagi vedono e riconoscono solo malvagità nel mondo. Carattere in greco si dice trovpo~, un sostantivo che significa pure la direzione verso la quale uno  volge (trevpei) la propria anima. C’è chi la indirizza al bene, chi al male.

Il male fa male non solo alle persone che lo subiscono ma anche a quelli che lo provano per gli altri e lo infliggono al prossimo: “Tutto questo odio fa male a te non a loro” (p. 84), dice Anita a Eli che parla poco e male, dicendo parole quasi sempre cattive. Alla propria amante quindicenne che gli domanda: “Cosa posso fare per renderti meno rabbioso, più contento?”,  lui risponde: “Letto, fottere (…) Tu non entrare mia storia mia vita”.

Anita ricorda spesso quanto le diceva la mamma, una donna religiosa, affaticata, delusa: “la mia mamma, gli uomini così, li chiamava cani di legno” (p.100). Anita è incline al bene ma impara a distinguere il male.

Ha imparato molto dai nazisti e apprende dell’altro dal suo primo amante.

Tutto il male e il dolore subito, però,  non l’hanno impregnata, non l’hanno resa malvagia: “Se gli assassini devono trasformare in assassini anche noi, vincono di nuovo loro, ci fanno perdere l’innocenza, l’anima” (p. 117) dice a un personaggio che suggerisce di “affrontare i nemici a testa alta e mano armata”.

Dopo qualche tempo Anita viene mandata a fare un lavoro di cucitrice in un luogo seminterrato, oscuro e freddo e  che la intristisce. Ma il datore di lavoro le fa coraggio: “Un giorno, spero non lontano, sarai in un luogo caldo e galleggerai sul Mar Morto” (p. 120).

Rispetto alle utopie classiche, prive di luogo, talora anche di tempo (le ucronie) questa terra promessa degli Ebrei è invece reale nello spazio e nella storia.

Nel luogo di lavoro Anita prova affetto per una ragazza ebrea anche lei ma di estrazione borghese, Emma, dalla cui presenza trae conforto attraverso una corrispondenza  di sentimenti umani .

Nella casa dove vive con i parenti, l’unico calore affettivi lo trae non dall’amante né dalla zia ma dal bambino cui fa da maestra e da mamma: “L’amore di cui scoppiavo lo riversavo sul bambino che un giorno, al mio ritorno dal lavoro, pronunciò la prima parola chiamandomi “mamma mamma” (p. 133).

Anita ne viene “stordita dalla felicità”  in quanto si sente “ricambiata da quel piccolo esserino tutta vita” (133). L’amore per la vita, la commozione davanti a ogni forma di vita è la forza e la bellezza di questa ragazza e di tutto il libro. E’ un amore e una commozione che ho riconosciuto in tutti i film di Faenza.

Finalmente arriva la primavera che “aveva risvegliato alla vita anche i mattoni delle case con i loro colori rossastri, illuminati da un sole dal calore tenero che scioglieva le membra, i sensi, i musi e le labbra finora chiuse al saluto” (p. 141). Tutto viene osservato con sguardo benevolo, attento alla vita intera: cose, piante, animali e persone.

Alcune delle persone, pur congiunte ad Anita, pure sue consanguinèe sono invece estranèe alla sua sensibilità. Lo è  Eli, dolorosamente, e anche la zia che allontanava “da sé tutti gli argomenti seri, per incapacità di capirli o per paura che potessero turbare la sua voglia di leggerezza” (p. 144).

Monika tratta la nipote come una serva: “E tu, pensatrice”, guarda me, “pensa ai panni da lavare”.

A tre quarti del racconto la storia di Anita  giunge alla resa dei conti. La ragazzina scopre di essere incinta e lo dice all’uomo che l’ha ingravidata.

Lui reagisce da bruto, da stupratore dell’anima: “Tu pazza bugiarda, non incinta di me” (p. 149). Anita ribatte che nessun altro uomo l’ha toccata, ma Eli replica rincarando la dose: “Tu piccola idiota grande puttana se davvero incinta perché nascosto? Perché non lavata dopo? Io non voglio te non voglio bastardo. Scandalo se dici Monika o Aron, ti ammazzo io! Abortire!”

Mi viene in mente un film di Fassbinder, Lilì Marlen, che scopre il male non solo  imperante con tracotante prepotenza fra i nazisti, ma anche  annidato nella borghesia ricca e colta.  Il male come il bene non è mai   esclusiva di un popolo, di una classe sociale, o di una persona, nonostante popoli, classi e persone siano stati impiegati come capri espiatori.

 Anita dunque dopo la violenza che le è stata inflitta dagli hitleriani, subisce questa di un congiunto mascalzone, un uomo cui aveva donato tutta se stessa. Ma nemmeno questa volta diventa cattiva, né perde fiducia nella vita. Ha un ottimismo di fondo, un ottimismo del resto ragionato e razionale che le fa superare tutte le prove.

Ricorda che la madre le aveva detto che gli uomini nascono per tenere le briglie sul collo delle donne e che nascere è una disgrazia.

E lei aveva risposto: “Ma se io non fossi nata non vedrei il sole, gli alberi, la neve e non mangerei il tuo pane, mamma” (p. 152).

La reazione brutale dell’amante alla notizia del  concepimento  la mette comunque in crisi: “La gravidanza, invece di rendermi più forte, mi rendeva estremamente fragile, inerme, anche nei confronti dell’uomo che aveva deciso per l’immediato aborto. Da padrone di me e di nostro figlio aveva pronunciato la parola “aborto” subito, alla maniera del selezionatore, che con la parola “sinistra” aveva mandato ai forni mia madre. “E’ un nazista”, avrei voluto urlare, e uccidere in me ogni briciolo di sentimento per l’uomo che mi aveva sedotta con il primo abbraccio protettivo e il primo membro maschile che mi aveva penetrato” (p. 153)

Lui vuole farla abortire, nonostante l’opposizione di lei, e il fatto che la gravidanza sia già avanzata oltre la metà del percorso. Un briciolo di comprensione le giunge da Aron, lo zio acquisito che le dice: “Sei una ragazza molto speciale, peccato che non vi capite con la zia: Tra voi due, la bambina è lei, credimi. A me puoi dirlo cosa ti ha turbato a tavola. Dovresti essere felice, finalmente vai a Praga. So che vi presteranno anche un appartamento” (p. 159).

Ma in questa fase Anita è troppo scossa per parlare del suo sconvolgimento, mentale e fisico. Eli ha preso un appuntamento con un medico di Praga per farla abortire. Anita  rifiuta e  detesta l’uomo che l’ha messa incinta : “Preferirei un cane piuttosto che te, mi dà nausea anche il tuo respiro” gli dice quando lui cerca di toccarla. Confronta l’oscurità mentale di lui con la radiosità del cielo di fine maggio: “Come per verificare i miei sentimenti, guardai il mio seduttore alla luce di un maggio ridente che si avvicinava a giugno, e mi parve una figura buia (…) perché era oscurato dalla propria stupidità ottusa” (p. 162). La luce è la più rallegrante delle cose e il buio dell’ottusità è una delle più avvilenti, soprattutto quando lo si constata in un amante.

I due vanno a Praga, dal medico che dovrebbe procurare l’aborto. Anita viene salutata in ungherese e da tale delicatezza capisce che questo dottor Heller è una persona buona.

“Oh grazie al cielo, grazie!” balbettai guardandolo come fosse un’apparizione, una luce nel buio come il cuoco vicino al campo di Dachau, che mi aveva chiesto come mi chiamavo e mi aveva regalato un pettinino per i capelli appena spuntati dopo la rasatura ad Auschwitz” (p. 168). Basta poco a rallegrare un infelice, un atto di cortesia, un momento di attenzione, un gesto, anche solo simbolico, di generosità. Eppure spesso siamo avari perfino di queste piccolezze.  

Il dottore è una persona per bene e non se la sente di fare abortire una ragazzina gravida di cinque mesi e non consenziente.

Le chiede come abbia fatto a innamorarsi di un farabutto siffatto.

E’ questa sicuramente una domanda venuta in mente a parecchi lettori

Sentiamo cosa risponde Anita: “Forse perché non mi amo, forse per amare qualcuno, forse per punirmi perché vivo, forse per sentire che vivo” (p. 173). E’ un momento di grande confusione nell’animo della fanciulla, è una fase di crisi della sua identità.

Il medico suggerisce che possono simulare l’abortimento e  dire a Eli che è stato effettuato. Anita accoglie la proposta come una salvezza: “Allora non me lo farà?” quasi gridai di gioia” (p. 170)

Il dottore si offre di aiutarla anche in seguito :”Ti scrivo il mio numero di telefono e il mio indirizzo. Elsa ti porterà un altro bel bicchiere di latte, poi chiameremo il tuo cattivo ragazzo che è senza anima, se non vuole una fanciulla così bella come te e un figlio che bussa alla porta del mondo. Ti scriverò una poesia, io faccio anche lo scrittore, per hobby. Il tuo indirizzo?”

Quest’uomo dà come un’indicazione,  un segno del destino alla ragazza che gli risponde: “Non so se rimarremo lì a lungo. Le scriverò anch’io una poesia. Io farò la scrittrice, ma chissà in quale lingua e dove”, mormorai” (p. 173). Un destino che deve ancora precisarsi ma è già indirizzato a una meta.

Il buon medico per giunta mette di nascosto nella borsetta di Anita il denaro ricevuto da Eli per l’aborto.  

Trecento dollari che il seduttore, a sua volta ingannato, ha la spudoratezza di rinfacciare alla sua vittima con queste parole  immonde: “Tu stupida costata molto, non vali tanto. Adesso riposo. Io vado cercare mangiare”.

Non solo è vero, come dice Platone, che parlare male fa male all’anima[2]: è altresì vero che chi parla male ha l’anima malata, o come ha detto il buon dottore, ha una grave carenza di anima.

Durante l’assenza di Eli, Anita fugge da lui e gira per Praga osservando ogni cosa con attenzione, ascoltandone le voci: “ Per me Praga era una città parlante, al contrario di Dresda e Berlino piangenti e Budapest piena di lamenti (…) Praga mi pareva tutta un museo dove convivevano il vecchio con il nuovo, il piccolo con il grande, il sontuoso con il semplice, come fossero l’uno figlio dell’altro e tutti ugualmente pieni del proprio fascino” (p. 185).

A un certo punto la ragazza sente chiamare il suo nome e teme di essere stata rintracciata da Eli. Invece è un uomo conosciuto a casa della zia: “Mi sorrise Avner, l’agente che chiamavo il nuovo Mosé  che organizzava e propagandava l’immigrazione clandestina per la Palestina” (p. 186)

Questo è un altro  di quegli “eventi  fatali” che segnano il destino delle persone.

Avner le propone appunto il ritorno nella terra degli avi.

“Tu sei delusa…eh? Ma se io ti trovo un posto su uno dei camion che partono stanotte alle due, che ne dici?”

Anita capisce che  queste parole contengono l’eco di una voce fatale, forse sovrannaturale, e gli risponde: “Che il dottor Heller con Gesù sul muro, che ha savato il mio bambino, ha un pezzetto di Dio dentro, un altro pezzetto ce l’hai tu, un altro pezzetto devono avere avuto quei tedeschi che mi hanno dato o buttato qualche avanzo del loro cibo. Dio forse è diviso in pezzettini tra le persone migliori, ma sono poche” (p. 191).

Approvo il fatto che l’autrice non si sia lasciata prendere dal razzismo antitedesco, odioso come ogni altro razzismo.

Anita (Edith Bruck?) vede il proprio destino con precisione sempre maggiore e dice all’uomo che la sta aiutando quale sia il suo sogno: “il mio sarà realizzabile appena imparerò l’ebraico: io voglio scrivere, poesie, racconti, romanzi, favole, inventare un mondo che non c’è, rovesciare quello che sento sulla carta” (p. 192).

 Edith vuole inventare, trovare, un mondo luminoso e pieni di colori.

 Don Pino Puglisi, il prete ucciso dalla mafia, dice, in un altro film di Roberto Faenza, Alla luce del sole: “I sogni colorano il mondo”. Gli autori bravi hanno uno stile proprio, una coerenza stilistica e pure tematica.

Alla fine del romanzo, la ragazza in partenza da Praga sa quello che non  vuole e quello che vuole: “Io non voglio essere mantenuta, posso pulire anche i cessi e scrivere” (p. 191).

“Della politica” dice “non so quasi niente, ma la Storia l’ho ereditata” (p. 192). Tutti noi abbiamo dentro l’eredità della storia, ma pochi vogliono conoscerla e avvalersene, per pigrizia o per viltà. Avner aiuta Anita a salire sul camion diretto a un porto dove ci sarà una nave che la porterà con altri in Palestina.

“Ti cercherò, ti troverò, non avremo che una manciata di paese” promise Avner. Il camion partì e poco dopo si levarono le voci “degli indistinguibili viaggiatori, che cantavano una canzone imparata nei vari centri di preemigrazione nell’Europa di Auschwitz”.

Anita si unì al coro

 

Alla Terra siamo ascesi alla Terra siamo ascesi

L’abbiamo già arata

L’abbiamo anche seminata

Ma il raccolto non l’abbiamo ancora avuto” (p. 196).

 

Il raccolto prima o poi arriva. Può tardare, ma arriva.         

 

Giovanni Ghiselli

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[1] Eraclito  con il suo stile ieratico e lapidario insegna che l’uomo e il suo destino coincidono: h\qo~ ajnqrwvpw/ daivmwn”.

 

[2] Il parlare male, fa male all'anima. Lo afferma Socrate  nel Fedone :" euj ga;r i[sqia[riste Krivtwn, to; mh; kalw'" levgein ouj movnon eij" aujto; tou'to plhmmelev", ajlla; kai; kakovn ti ejmpoiei' tai'" yucai'"" (115 e), sappi bene…ottimo Critone che il non parlare bene non è solo una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.

 

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