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Atti mancati di Matteo Marchesini

presentazione di Giovanni Ghiselli

Testo definitivo e completo della conferenza tenuta il 28 agosto alle 21 nella libreria  della Festa provinciale dell’Unità di Bologna

Presentazione del romanzo Atti mancati di Matteo Marchesini,  Voland, Roma 2012

Ho letto il libro dell’autore durante un caldissimo pomeriggio di luglio, senza interrompermi dato l’interesse che suscitava. I suoi pregi sono lo stile accurato ed elevato, cioè dotato nello stesso tempo di chiarezza e di eleganza. E’ una storia piena di sofferenza che si comunica a chi la legge.

Ma non è un pavqo~ fine a se stesso: è una  sofferenza che porta alla comprensione, al mavqo~, secondo la splendida sintesi quasi ossimorica di Eschilo: “tw/` pavqei mavqo~[1], attraverso la sofferenza, la comprensione.

Dico quasi ossimorica poiché spesso la sofferenza rende invece più stupidi e più cattivi.

Faccio un esempio di tw/` pavqei ajmaqiva  tratto dalla letteratura, ma ne ho visti tanti anche vivendo la mia vita variopinta.

In una novella di Pirandello (Va bene) il protagonista è un uomo cui "i diuturni dolori avevano quasi vestito la mente d'una scorza di stupidità". Costui, dopo avere buttato dalla finestra la moglie infedele, fa una richiesta al figlio malato:"figlio mio, questi occhiali…strappameli dal naso, bello mio…Così…Bravo! Ora non ti vedo più!". 

 

E C. Pavese: “Non bastano le disgrazie a fare di un fesso una persona intelligente”[2].

Il protagonista di questo romanzo, Marco Molinari, è un personaggio tormentato e contorto, ma non è un fesso.

 

 Nel  presentare questo romanzo farò molte citazioni per antologizzarlo fino alla carne viva e, per commentarlo, ricorrerò spesso  ai miei autori classici. Voglio aggiungerli ai moderni che  vengono non poche volta menzionati e talora citati da Marchesini secondo quel metodo che Eliot chiama mitico e che serve a dare una forma e un significato a questo immenso panorama di futilità e anarchia che è il mondo contemporaneo.

 

I capitolo pp. 8-11.

Il protagonista dunque, credo un alter ego dell’autore, nato nel 1979,  si presenta così: “ A un certo punto, senza accorgertene, hai trentatrè anni. E non puoi nemmeno dire di non aver raggiunto, almeno in parte, ciò che volevi” (p. 9).  “In parte” dunque.

Questo giovane, Marco Molinari, è infatti un uomo dimidiato, ossia realizzato a metà:  nel senso che ha lasciato incompiuti  due tentativi importanti: l’amore e un romanzo. Scrive articoli per più di un giornale, fa il ghost writer e svolge altre attività nel campo della parola, ma si sente in qualche modo inconcluso.

 

Mi viene in mente  Guido Gozzano con la sua “trentina- inquietante, torbida d’istinti- moribondi[3] e con il suo Totò Merumeni, ossia il punitore di se stesso, “tempra sdegnosa,/molto cultura e gusto in opere d’inchiostro[4].

 

Una mattina, Molinari riceve dal direttore del suo giornale l’incarico di andare a intervistare  Bernardo Pagi, un intellettuale e scrittore che gli aveva fatto da maestro.

Alla fine del primo capitolo (p. 11), fa capolino l’ u{bri~, un termine chiave nella tragedia greca, forse il sostantivo tragico per eccellenza,  una parola dunque che ci preannuncia la tragicità di questo romanzo.

Credo che l’  u{bri~ di questo giovane sia la reticenza.

Non solo atti mancati dunque ma anche parole mancate, o mancanti di chiarezza, non tanto nello scrivere de protagonista quanto nel parlare..

Il romanzo è ambientato prevalentemente a Bologna, nella Bologna dei giovani con pretese intellettuali, degli studenti figli dell’alta borghesia , degli aspiranti artisti, insomma non la Bologna dei piccolo borghesi tranquilli, quelli che la sera guardano la televisione o la partita di calcio..

“Esco nel freddo marzolino di via Castiglione” (p. 11).

Per le mie esperienze è stata la Bologna del Liceo Galvani, degli adolescenti del Galvani e dei loro genitori.

 

II capitolo pp. 12-15.

L’io narrante ci dice che Bernardo Pagi , frequentato una decina di anni prima, è stato per lui ventenne “qualcosa di assai simile al maestro che al liceo e all’Università mi ero sempre rifiutato di avere” (p. 12).

Un maestro di misura, equilibrio, ironia, antiestremismo, non senza “qualche radice mistica (Simone Weil)”. Un poco alla volta Molinari aveva preso Pagi come “una specie di guru a cui ispirarsi nella vita quotidiana” (p. 13). Tuttavia il ragazzo utilizzava anche altri modelli, compresi intellettuali estremisti alla Fortini.

Avevano ragione Quintiliano e Leopardi: se vuoi raggiungere l’originalità, devi moltiplicare i modelli.

38. Si consegue l’originalità moltiplicando i modelli: Quintiliano,  Leopardi.

 Il ragazzo, per giungere all'originalità, deve conoscere diverse teorie. Posso "autorizzare" questa mia convinzione con l’appoggio di autori diversi.

Orazio nell’Ars poetica prescrive: “vos exemplaria Graeca/nocturna versate manu, versate diurna” (vv. 268-269), voi leggete e rileggete i modelli greci, di notte e di giorno.

Quintiliano afferma che Demostene è “longe perfectissimus Graecorum”, di gran lunga il più perfetto dei Greci. Tuttavia, aggiunge, in qualche cosa, in qualche luogo si esprimono meglio altri, pur se in moltissime il più bravo è lui (aliquid tamen aliquo in loco melius ali, plurima ille). Quindi arriviamo al punto: “Sed non qui maxime imitandus, et solus imitandus est”, non deve essere imitato in esclusiva quello che più di tutti deve essere imitato. Così tra il latini non basta Cicerone quale modello: “ Plurium bona ponamus ante oculos, ut aliud ex alio haereat, et quod cuique loco conveniat aptemus[5], mettiamoci davanti agli occhi i gioielli di diversi modelli, perché ci rimanga qualche cosa dall’uno e dall’altro, e noi possiamo applicare ciò che si confà a ciascuna opera.   

 con una riflessione di Leopardi il quale dichiara di "aver contratta, a forza di moltiplicare i modelli, le riflessioni ec. quella specie di maniera o di facoltà, che si chiama originalità. (Originalità  quella che si contrae? e che infatti non si possiede mai se non s'è acquistata? Anche Mad. di Staël dice che bisogna leggere più che si possa per divenire originale. Che cosa è dunque l'originalità? facoltà acquisita, come tutte le altre, benché questo aggiunto di acquisita ripugna dirittamente al significato e valore del suo nome.) "[6].

 

C’era una bella differenza di età (30 anni) ma anche di temperamento e pure di aspetto fisico:  snello e minuto, siccome inappetente l’attempato, corpulento, alto e vorace il giovane.

Questo era stato paragonato dal maestro a “certi personaggi di Dostoevskij” (p. 13).

 

Quelli la cui vita secondo Bachtin, viene rappresentata in situazioni eccezionali e abnormi, una vita che si svolge “sulla soglia”.

Dostoevskij non fu uno scrittore di ambienti casalinghi o familiari :"Nel vieto spazio interno, lontano dalla soglia, gli uomini vivono una vita biografica in un tempo biografico: nascono, passano l'infanzia e la giovinezza, si sposano, generano figli, invecchiano, muoiono. Anche questo tempo biografico è "saltato" da Dostoevskij. Sulla soglia e sulla piazza è possibile solo il tempo delle crisi, in cui l'istante  si eguaglia agli anni, ai decenni, anche ai "milioni di anni" (come nel Sogno di un uomo ridicolo )"[7].

 

 Il protagonista del romanzo di Marchesini dunque vive  spesso, quasi sempre, questo "tempo della crisi",  sebbene non tanto drammaticamente quanto Raskol’nikov.

 Comunque, verso i 28 anni di Molinari, il maestro e l’allievo si erano allontanati, anche spazialmente, forse per la difficoltà del giovane di risolvere il rapporto tra Wille zur Macht e aspirazioni artistiche (p. 14).

 Questo concetto nicciano torna spesso a significare, credo, l’aspirazione del ragazzo, di estrazione piccolo borghese, e quasi campagnola, a inserirsi in posizione non subordinata nell’alta borghesia bolognese intellettuale, o pseudo intellettuale.

L’amico alto- borghese Ernesto “questi problemi non se li poneva proprio” (p. 14) anche se ne aveva di ben più gravi.

Il maestro forse disapprovava il poligrafismo presenzialista dell’allievo che a ventotto anni aveva avuto “l’ambigua fortuna” di riuscire a campare scrivendo su due o tre giornali a partire dalla redazione bolognese del “Corriere della Sera” (p. 15).

 

Ambigua fortuna è un’espressione iperossimorica poiché fortuna è vox media.

 

Marco dunque entra nella sala Farnese, dove Pagi viene premiato con il Bolognino d’oro. L’alter ego di Marchesini  ha già confezionato l’incipit del pezzo richiesto dal direttore del suo giornale.

 

III Capitolo pp. 16-19.

La cerimonia è solenne “tra assessori e membri del senato accademico, tutti intabarrati e sonnolenti” (p. 16)

Pagi sorride a Molinari “ come se mi regalasse una silenziosa battuta sulle pompose bestialità che senza dubbio stanno uscendo dalla boccuzza tumida del primo cittadino” (p. 16). Chi sarà costui?

Tra il pubblico c’è un altro personaggio importante del libro e della vita di Marco: Lucia Malaguti che diventa la deuteragonista del romanzo, la vittima sacrificale, il farmakov~ della tragedia.

 La ragazza viene presentata come una persona inquietante fin dall’aspetto: Molinari nota qualche cosa di strano, di deformato in questa giovane donna che era stata la sua compagna e pochi anni prima era bella assai.

I lineamenti sono come esiliati dal suo centro”.

Marco saprà e noi sapremo più avanti che Lucia ha un cancro all’utero.

Pagi, senza leggere una parola, fa un discorso nel quale ricorda gli intellettuali scomparsi con i quali discuteva, anche polemicamente, nomi come Giacomo Debenedetti, Paolo Volponi, Fortini, Pasolini (“un disastro riuscito”), Elsa Morante con “la sua conversazione tirannica ma luminosa” (p. 18)

L’ultima leva di intellettuali gli sembrano “troppo poco inclini a fare confronti con le più legittime e forti tradizioni del Novecento” (p. 19)

Per non dire delle tradizioni più antiche da Verga a Omero.

Oggi prevale il luogo comune, il culto se vogliamo storicistico del successo, e l’ansia di “buttarsi sul carro del vincitore” (p. 19), cioè sul romanzo.

 

 

Ma il romanzo di questi mestieranti non è “il condensato di sapienza antropologica che ci hanno consegnato l’Ottocento e il primo Novecento; non è più insomma un genere letterario…è un genere editoriale” (p. 19).

 

Che dire di quelle "enciclopedie tribali" che sono i poemi omerici,  intendendoli poemi come deposito di tutti i contenuti culturali di una civiltà?

 

Il romanzo.   

 Sentiamo come Nietzsche  genealogizza il romanzo: “Il dialogo platonico fu per così dire la barca in cui la poesia antica naufraga si salvò con tutte le sue creature; stipate in uno stretto spazio e paurosamente sottomesse all’unico timoniere Socrate, entrarono ora in un mondo nuovo…Realmente Platone ha fornito a tutta la posterità il modello di una nuova forma d’arte, il modello del romanzo, questo si può definire come una favola esopica infinitamente sviluppata, in cui la poesia vive rispetto alla filosofia dialettica in un rapporto gerarchico…cioè come ancilla. Questa fu la nuova posizione della poesia, in cui Platone la spinse sotto la pressione del demonico Socrate. Qui il pensiero filosofico cresce al di sopra dell’arte, costringendola ad abbarbicarsi strettamente al tronco della dialettica. Nello schematismo logico si è chiusa in un involucro la tendenza apollinea: così in Euripide abbiamo dovuto constatare qualcosa di corrispondente, e inoltre una traduzione del dionisiaco nella passione naturalistica[8].

 

  Bachtin individua un collegamento tra satira menippea, con i suoi ribaltamenti, e il romanzo, nella fattispecie quello di Dostoevskij.

 Il critico russo menziona il Satyricon di Petronio  e l’Asino d’oro di Apuleio[9] che sono in effetti le opere più moderne, e tra le più belle della letteratura latina. Un congruo collegamento può essere fatto anche tra Apuleio e Boccaccio. Lo farò il 2 settembre 2013, alle 18, nella libreria Trame di via Goito.

 

Il romanzo del resto con le sue parti diegetiche e quelle mimetiche si può considerare benissimo la prosecuzione della grande poesia epica.

 

Il dramma  contiene più personaggi che parlano: è, spiega Socrate, la specie di poesia e mitologia che toglie le parole del poeta  intercalate ai discorsi diretti lasciando solo le alterne battute (ta; ajmoibai'a) e dunque  si esprime dia; mimhvsew~, per imitazione (Repubblica, 394 b-c).

Se non appaiono i personaggi parlanti abbiamo una narrazione semplice senza mimesi (a[neu mimhvsew~ aJplh' dihvghsi~ ), che si trova soprattutto nei ditirambi, specifica Platone attraverso Socrate; poi c’è la forma mista che è l’epica.

Dall’epica deriva il romanzo. Deriva anche la storia.

 

Giambattista Vico  afferma  che "la storia romana si cominciò a scrivere da' poeti", e inoltre, utilizzando un passo di Strabone (I, 2, 6) sulla continuità tra l'epica ed Ecateo, :"prima d'Erodoto, anzi prima d'Ecateo milesio, tutta la storia de' popoli della Grecia essere stata scritta da' lor poeti"[10]

 

 

Da  Omero dunque  deriva non solo  il romanzo "la moderna epopea borghese", come lo definisce Hegel[11], ma pure la storia, il dramma,  la tragedia e anche la commedia.

 

 

 

Io credo nella necessità della conoscenza della tradizione letteraria per uno scrittore che non sia uno scarabocchiatore o uno schiccheratore. Oppure un nano che non mai è salito sulle spalle dei giganti che ci hanno preceduto[12].

 

Se lo scrivere egregiamente[13] non è più richiesto a chi scrive, cresce sempre più “il divario tra essere e apparire” ( Atti mancati, p. 19) e sui bravi prevalgono i raccomandati, i mediaticamente abili e così via.

Concludo la presentazione di questo terzo capitolo ricordando Platone: l’apparenza talora violenta la verità dice Adimanto, fratello del filosofo citando Simonide : “to; dokei`n kai; ta;n ajlavqeian bia`tai” (Repubblica, 365c).

La verità, l’ ajlhvqeia che dovrebbe essere “non latenza” (aj- privativo e lanqavnw, rimango nascosto”), viene invece continuamente occultata.

 

 

 

IV Capitolo pp. 20-27.

Marco e Lucia si trovano seduti all’ex bar di Azio che dopo l’ictus del titolare si è degradato ad “anonima tavola calda per fuorisede” ((20)

Anche il bar partecipa della decadenza semantica e vitale che investe un poco tutti in questa Bologna e in questa Italia.

Caffè storici, anche monumentali che diventano dei Mac Donald.

Arriva Bernardo per un breve saluto perché deve andare al mangiare con i pezzi grossi al Diana. Deve tornare tosto verso i cerimonieri “che pendono dalle sue labbra come tanti e ottusi Wagner”, tanti famuli insomma.

Servi, come il famulus attraverso il quale Goethe si burlava dell’illuminismo.

Marco ricorda le parole che Bernardo gli aveva detto quando Lucia l’aveva lasciato: “il massimo che ci è concesso è prendere da ognuno ciò che ci fa stare bene per un po’. Solo per un po’” (p. 21).

E’ una dichiarazione di amor fati, quello che nel capitolo seguente verrà definito “una specie di segreto tao critico” (p. 31).

Ma per accettare il destino, ossia se stesso, ci vuole chiarezza e lucidità. Pagi aveva aggiunto: “Ripensa ai fatti. C’è qualcosa di non chiaro, di non limpido. Forse riguarda te, non lei” (p. 22).

E’ necessario considerare la nostra storia guardando in rebus ipsis senza infingimenti

I due amanti avevano delle discrepanze di carattere: iperattiva lei, pigro, passivo, chiuso in se stesso lui.

Fatto sta che Lucia a un tratto l’aveva lasciato e aveva lasciato Bologna.

I due tengono un dialogo difficile, sospettoso, reticente

Lei ha rinunciato a precedenti ambizioni accademiche e lavora a Roma, a Trastevere per la fondazione di una ricchissima fotografa.

Ma c’è qualcosa di inautentico, o di non detto e dissimulato nel loro parlare.

“ ‘Sei dimagrita un po’ troppo mi sembra’. Lei ha alzato di nuovo le spalle” (p, 23).

Viene nominato Ernesto, un fantasma, tra loro due. Lucia ha addosso qualche cosa di stanco,  una spossatezza che la deforma: “è come se quei tratti si fossero ridisposti secondo un disegno respingente” (p. 24). E’ la deformazione della brutta malattia. Le cellule, si dice, perdono la loro identità, forse perché l’ha perduta l’intera persona.

Lucia parla di Ernesto, l’amico morto, il convitato di pietra.

La ragazza fa un confronto tra i due: Ernesto era più bravo a parlare, Marco a scrivere. Poi chiede a Marco del suo romanzo.

“Sta là impaludato” (p. 25) risponde lui.

E’ come la gente fangosa nei pantani di Bologna.

Lucia continua con i ricordi ma il suo fisico mostra che qualche cosa non funziona.

Marco cerca di “troncare e sopire” con una battuta insignificante.

Poi i due si separano.  Lei gli manda un sms per un appuntamento, due giorni dopo, a Porta Saragozza (p. 27).

 

V Capitolo pp. 28-36

Molinari riprende in mano il romanzo che non funziona come lui vorrebbe. L’ispirazione vera è leggibile solo in controluce, in filigrana, sotto quella pubblica che interferisce. E’ come la scrittura più antica di un palinsesto o “come un affresco semicancellato sotto una mano di biacca” (p. 28).

La perdita dell’amico Ernesto e dell’amante Lucia lo avevano messo su una falsa pista (p. 29).  

Nel romanzo c’è la famiglia del protagonista, c’è “il mito del progresso indefinito”, c’è  “l’opulenta Emilia rossa che si sfalda insieme a questo mito come un piccolo impero asburgico” (p. 29).  Molinari  ha escluso lenocini narrativi temendo di cadere in uno storicismo da alcova (p. 30), ma del resto non è riuscito a raffigurare personaggi interi, a illuminare dall’interno una situazione storica perché non ha capito le quintessenze, non ha trovato il bandolo. Tutto rimane come poco caratterizzato per “mancanza di fede”.

Mancanza di fede significa letteratura alessandrina, da erudito, da bibliotecario, quindi mancanza di passioni, di contenuti politici.

 

Segue un ritratto di Ernesto, l’amico scomparso in un incidente d’auto.

Questo giovane morto ante diem  incarna lo stile dell’aristocratico europeo caratterizzato dall’ ajmevleia, dalla sui neglegentia[14] dalla  sprezzatura.

“In Ernesto invece la sobrietà era il frutto naturale di un’aristocrazia della ricchezza e della bellezza. Qui il segno meno, il segno dell’inazione, riguardava tutto ciò che non aveva dovuto conquistarsi con le unghie, tutta la cultura respirata in famiglia e dunque mai presa troppo sul serio, tutto il tempo che non aveva mai avuto l’ansia di capitalizzare con la mia furia piccolo-borghese. Ernesto, o della normalità. La normalità altoborghese di Bologna, intendo. Una normalità fatta dell’assoluta assenza di ossessioni, cioè dell’assenza di pane quotidiano” (p. 31).

 

Dopo due secoli abbondanti di predominio, l’alta borghesia si è impossessata anche dello stile dell’aristocrazia.

Ernesto Mengoli “sapeva fare tutto discretamente, senza strafare mai: dal calcetto alla politica universitaria, dal naturismo ai cultural studies, non c’era niente che non evidenziasse la sua disinvolta medietà” (31). " Viene in mente    Saint-Loup dei Guermantes  che appariva di un'eleganza " libera e trascurata"[15].

 

Ernesto è un amico, un condiscepolo di Marco quale allievo di Pagi, e, sotto sotto, un rivale: i due giovani erano stati in qualche modi i Jules e Jim di Lucia (p. 32). La ragazza poi aveva scelto Molinari che ne era rimasto stupito.

Lucia all’epoca era molto bella , eppure Marco non temeva di perderla: “perché non sapevo ancora cosa fosse il dolore, la perdita, il puntiglio trasformato in un’idea fissa” (p. 33).

Di nuovo il tw`/ pavqei mavqo~.

Lucia era attirata proprio dalla “distrazione o incoscienza” di Marco e da un proprio stato “di presunta soggezione intellettuale” che voleva subire e nello stesso tempo distruggere. La ragazza era incline “ad attaccarsi a tutto ciò che non le risultava subito classificabile, smontabile nei suoi banali elementi primi; ad appropriarsene con tenacia silenziosa, e quindi a svalutarlo” (p. 33).

E’ uno dei tovpoi dell’amore e dell’interesse umano: Quod sequitur, fugio; quod fugit, ipse sequor . (Ovidio, Amores, 2, 20, 36) evito ciò che mi segue, seguo ciò che mi evita.

 Riferisco solo alcune tra le  numerosissime occorrenze:

Nella commedia La locandiera (del 1753), Goldoni fa dire alla protagonista,  Mirandolina, in un monologo."Quei che mi corrono dietro, presto mi annoiano" (I, 9).

 Sentiamo ancora Proust che esprime lo stesso concetto:"Qualsiasi essere amato-anzi, in una certa misura, qualsiasi essere-è per noi simile a Giano: se ci abbandona, ci presenta la faccia che ci attira; se lo sappiamo a nostra perpetua disposizione, la faccia che ci annoia"[16].

Infine Cesare Pavese: “L’arte di farsi amare consiste in tergiversazioni, fastidi, sdegni, avare concessioni che epidermicamente riescono dolcissime, e legano il malcapitato a doppio filo…Fare degli schiavi è politica”[17].

 

Lucia apparteneva alla stessa Bologna di Ernesto con un codice di comportamento abbastanza uniforme per questa classe sociale. Lo riconosco per avere insegnato molto a lungo, 28 anni latino e greco ossia le materie caratterizzanti, nel liceo Galvani di via Castiglione appunto.

 Lo stile di quell’ambiente  oscilla tra la neglegentia di cui ho scritto sopra, e il suo contrario, l’affettazione, o  addirittura lo snobismo[18], ossia la maleducazione.  Prevale l’uno o l’altro atteggiamento secondo il carattere e la posizione sociale dei personaggi

Con atteggiamenti spesso poveri di calore umano, talora perfino poveri di umanità.

 

 

 

Lucia si era costruita un personaggio stilizzato impermeabile a qualunque sbavatura, coerente come un fumetto” (p. 34).

 Questo indossare sempre una maschera che a poco a poco risucchia e annulla l’interiorità può essere molto nocivo per la salute.

Gli utenti, ragazzi e genitori, affettavano ricchezza o potere; non pochi tra i professori si asservivano e li imitavano, bluffando.

Molte persone che gravitavano sul Galvani non stavano bene. Si facevano del male.

La mancanza di calore umano può fare male a chi vi rinuncia.

Marco Molinari non apparteneva a quell’ambiente. La sua estrazione era piccolo borghese e catto-comunista.

Le sue origini gli erano “motivo di sottile vergogna e di contemporaneo orgoglio” (p. 35). Una contraddizion che nol consente.

Quando ero giovane, nel ’68, una dei luoghi comuni dell’epoca era “vivo la mia contraddizione”. Credo che essere “segni di contraddizione” da parte degli altri, come Cristo, sia buona cosa, ma penso pure che le contraddizioni  a noi interne dobbiamo risolverle.

La morte di questi due amici della Bologna altoborghese, paradossalmente, aiuterà Marco a risolvere le sue contraddizioni.

 

 

 

 

VI capitolo  (pp. 37-52)

 

Nel VI capitolo Marco e Lucia si danno appuntamenti e si incontrano nei punti cruciali del loro passato.

Lucia in questi incroci però non cerca tanto i luoghi quanto il tempo: “non mi manca un luogo, mi manca il tempo” (p. 39). Sente, sa che non ne ha molto.

Del resto quando si torna nei posti dove siamo stati felici per ritrovarci qualcosa di allora, restiamo quasi sempre delusi

 

 Aleggia la tristezza della sconfitta. Il romanzo, dice lui, è “una palude” (p. 40). A lei “mancano dei veri punti d’appoggio bolognesi”, sebbene Bologna “dopo tutto” resti la sua città (p. 41).

Marco ha dei dubbi sulla salute di Lucia, per misteriose reticenze delle amiche di lei, e per un segno invece chiaro, poiché le parole possono non dire, ma il corpo parla: “Solo adesso mi accorgo di quanto sono diventate magre quelle sue gambe una volta così infantilmente tornite” (p. 43).

Poi un brutto segno ancora più forte : Lucia vomita e sviene (p. 44).

Marco “orribile a dirsi” vorrebbe disfarsene (p. 44) affidandola magari a un’amica.

Mi viene ancora in mente Pavese.

Parla Giasone a una giovane ierodùla del tempio sull'Acrocorinto:"Piccola Mèlita, tu sei del tempio. E non sapete che nel tempio-nel vostro- l'uomo sale per essere dio almeno un giorno, almeno un'ora, per giacere con voi come foste la dea? Sempre l'uomo pretende di giacere con lei-poi s'accorge che aveva a che fare con carne mortale, con la povera donna che voi siete e che son tutte. E allora infuria-cerca altrove di essere dio"[19].

 

E’ vero, a un certo punto ci accorgiamo che la loro carne, seppure diversa, è comunque mortale, e allora si scappa, si cerca altra carne, magari più giovane e circonfusa da un’aureola magica, che rinnovi l’illusione dell’immortalità.

 

Ma nessuna amica passa di lì, e Marco deve portare Lucia nella loro “ex casa” in via Castiglione, una strada “circonfusa dalla sua solita atmosfera torpida e curiale” (p. 45). Molto ben detto.

Nella loro ex casa ci sono “oggetti chiave”, come l’amaca che Lucia aveva portato da un viaggio nel Pernambuco (p. 45). Dov’è? Io non lo so.

 “La leggendaria incuria” di Marco però non ha dato a quest’oggetto simbolo la sistemazione e la cornice adeguata per il suo rifiuto “di personalizzare gli ambienti”, conseguenza di una cronica precarietà, fattuale e mentale. E’ il correlativo oggettivo della mancanza di un ubi consistam mentale.

Lucia vuole parlare del passato, di Ernesto morto, del romanzo che il loro amico aveva abbozzato; Marco invece vuole prima di tutto spiegazioni sull’abbandono subìto. Ma i due ancora una volta non parlano. Lucia va in bagno e sviene. Marco la vede mal ridotta, piena di orrende ferite chirurgiche, povere bocche tutt’altro che mute. Le ferite parlano chiaro, molto più delle parole dette e “l’idea platonica di Lucia” conservata per anni “va di colpo in pezzi” (p. 48). C’è una cicatrice che “le sfigura il pube completamente glabro” (49) e arriva “quasi fino all’ombelico”.

Allora “nella mia mente i pezzi vanno orribilmente a posto”.

Paradossalmente sono i pezzi fuori posto del corpo di lei, ferito proprio nella femminilità e nella maternità, a mettere insieme i pezzi della mente di lui.

Insomma gli indizi precedenti si strutturano nel segno evidente del cancro di lei. Un cancro all’utero. Ma Lucia gli fa: “sta’ tranquillo”.

Il corpo di lei però significa lo svuotamento e la negazione della vita: “questo corpo di donna magro, bianco, che sembra il rovescio concavo della ragazza di cinque anni fa” (p. 50)

Lucia cerca di minimizzare ma non può negare la sicura “sterilità”. Del resto già prima aveva poche probabilità per lo scoppio dell’ovaia già raccontato. La sterilità non è solo fisica. I due fanno l’amore. Lei lo fa “con una specie di disperata efficienza” che dovrebbe coprire l’inefficienza delle parole (p. 51). Una mossa azzeccata, tanto che Marco ne viene eccitato fortemente.  

Nel tempo passato invece lo eccitava piuttosto la docilità di lei che nell’amore abbandonava qualsiasi atteggiamento agonistico: eros altrimenti si associava a eris. Poi lui si addormenta e quando si sveglia trova un biglietto di Lucia con la proposta di un giro “nella Bassa verso Persiceto, e magari alla trattoria Bonasoni, dove siamo stati tante volte negli anni dell’Università e della nostra storia”

Un pellegrinaggio ai luoghi delle occasioni passate e perdute.

 

Capitolo VII (pp. 53-60)

Marco ripensa a quel “sesso fuori tempo, assurdamente volontaristico” (p. 53), a quell’  “evitare coi gesti le parole” e gli torna in mente “il pensiero magico” per cui l’assai meno grave scoppio dell’ovaia poteva essere stata una reazione estrema dell’organismo di lei per catturare lui.

A volte il corpo pensa delle cose che la mente non pensa.

Ora gli viene in mente che il gravissimo male di Lucia possa rappresentare una grave crisi anche per lui “Quasi che fosse un mezzo per richiamare alla realtà la mia irrealtà, per inchiodare all’esperienza più viscerale la mia tetragona, cocciuta scelta d’inesperienza”.

C’è infatti un lato della carne che è rivolto verso lo spirito e un lato dello spirito che è  riverso sulla carne. Lucia porta sul corpo tutto il suo accumulo negativo di errori, di omissioni, di frustrazioni e Marco teme un esito del genere per sé. Nel rimestare di Lucia “c’è qualcosa di teatrale” pensa Marco (p. 54). Credo che in tutti noi, da Alessandro Magno ad Achille a Tersite, ci sia qualcosa di teatrale perché vogliamo tutti farci vedere, rappresentarci, automitizzarci, talora perfino autopariodarci.

Ora lei vuole anche “imporre l’agenda degli incontri e dei relativi intervalli, dei gesti e dei temi di conversazione” (p. 55). E’ l’egoismo e la prepotenza dei malati. E’ anche il tornaconto della malattia.

 

Ma chi sono, cosa sono i malati?

 

Sentiamo T. Mann.

“La malattia porta con sé minorazioni sensorie, deficienze, narcosi provvidenziali, misure di adattamento e di alleggerimento spirituali e morali della natura, che il sano ingenuamente dimentica di mettere in conto. L’esempio migliore era tutta quella marmaglia di malati di petto con la loro leggerezza, la loro stupidaggine, il loro leggero libertinaggio, e la mancanza di buona volontà per raggiungere la salute”[20].

La teoria della inumanità della malattia esposta dall’umanista Settembrini, convince Hans Castorp: “Giovanni Castorp trovò la cosa bellissima , interessante, e disse al signor Settembrini che la sua teoria plastica lo aveva completamente conquistato. Poiché, si dicesse pure quello che si voleva-e qualcosa si poteva pur dire; per esempio: che la malattia era uno stato vitale accentuato, ed aveva quindi in sé qualcosa di festivo, di solenne-si dicesse dunque pure quello che si voleva, fatto sta che la malattia significava una superaccentuazione dell’elemento corporeo; essa additava, per così dire, all’uomo il suo corpo e lo riconduceva, lo respingeva ad esso, pregiudicando la dignità umana fino al suo annientamento, appunto perché abbassava l’uomo fino a diventare soltanto corpo. La malattia era dunque inumana”.

 

Il gesuita naturalmente ribatte e confuta questa teoria: “Naphta replicò dicendo che la malattia era invece altamente umana; poiché essere uomo significa essere malato”[21]

 

Leopardi

Il malato, l’infelice, l’insicuro è più egoista del sano, felice, sicuro: “Io, inclinato all’egoismo, perché debole e infermo, sono mille volte più egoista l’inverno che la buona stagione, nella malattia, che nella buona salute, e nella confidenza dell’avvenire; più aperto alla compassione, e facile ad interessarmi per gli altri, e prendere il loro soccorso quando qualche successo mi ha fatto confidente di me medesimo, o lieto, che quando avvilito, o melanconico” (Zibaldone).

 

Infine Nietzsche: “Quando uno pensa molto e intelligentemente, non solo il suo volto, ma anche il suo corpo acquista un aspetto intelligente[22].

Quando uno pensa male, il suo corpo sta male.

Non si deve sottovalutare mai  il linguaggio del corpo: “il tuo corpo e la sua grande ragione: essa non dice ‘io’, ma fa ‘io’[23].

 

Lucia continua a vivere con una maschera, la vita per lei è una partita a scacchi: mette “in atto con perentorietà una tattica da gnorri”, quella che una volta era “connessa alla completa metamorfosi subita dal suo comportamento quando passava dall’intimità della casa al galateo dell’aria aperta”(p. 55).

Una metamorfosi assai nociva per la salute. Non essere se stesso fa molto male. Mi stupisco che i medici non ne mettano in guardia i pazienti.

Marco guarda vecchie foto di Lucia e riflette sul male che l’ha devastata, sulla loro amicizia con Ernesto, sul romanzo dell’amico che per molte pagine “di mirabolante furore barocco” (p. 57) dichiarava, attraverso l’io narrante il suo odio per il fratello pazzo, o simulatore di pazzia come il protagonista dell’ Enrico IV di Pirandello o come Ulisse, o Bruto, o Amleto, gli ossimori viventi.

L’odio fraterno è piuttosto un tema da tragedia greca o senecana. O da storia romana delle origini. 

Un ispiratore dei due personaggi era lo stesso Marco. La figura del fratello gli somigliava “nella sua astuta e malata scelta d’inesperienza” (p. 58)

Quell’incipit di narrativa gli sembra “un ircocervo formale; quasi un mostro generato insieme da Ernesto e dalla parte di me che non riesce a confessarsi” (p. 59). Marco beve molte Menabree, francamente non so cosa siano, e rimugina pensieri. Cerca “per quanto poco nicciani si sia” (p. 59) di giungere all’accettazione, anzi al “proprio sì di elogio al fatto compiuto”, all’amor fati. Questo è un segno di maturità o di resa, secondo il punto di vista.

E allora sentiamo direttamente Nietzsche: “La mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non voler nulla di diverso, né dietro, né davanti a sé, per tutta l’eternità. Non solo sopportare, e tanto meno dissimulare, il necessario-tutto l’idealismo è una continua menzogna di fronte al necessario-ma amarlo…”[24].

 “ Ma in fondo, proprio “in fondo” a noi stessi c’è sicuramente qualcosa che non si può insegnare, un Fatum spirituale granitico…ciò che “in fondo a noi” non è insegnabile[25].

Il necessario non mi ferisce; amor fati è la mia intima natura, das ist  meine innerste Natur[26].

 

La Necessità.

L’amore o almeno l’accettazione del fato è preceduta dalla presa di coscienza della Necessità.

Questa è una divinità non placabile nella tragedia greca.

  Nell'Agamennone di Eschilo dove Clitennestra dice:"to; mevllon h{xei" (v. 1240), il futuro verrà[27].

 

Secondo Eschilo anzi  alla parte (Moira ) assegnata dal destino nemmeno Zeus  può sfuggire ( Prometeo incatenato , 518).

Prometeo, il sedicente benefattore tecnologico, sa che la necessità è più forte delle sue tevcnai, del suo sapere pratico: “ tevcnh d  j ajnavgkh" ajsqenestevra makrw'/ ” (Prometeo incatenato, v. 514):, la conoscenza pratica è molto più debole della necessità.

 

“Chi si sbaglia è chi non capisce ancora il suo destino. Cioè non capisce qual è la risultante di tutto il suo passato –che gli segna l’avvenire. Ma lo capisca o no, glielo segna lo stesso. Ogni vita è quello che doveva essere”[28].

 

.

 

Il potere assoluto dell'  jjjjAnavgkh  viene apertamente affermato da Euripide nell'Alcesti.  Nel terzo Stasimo della tragedia più antica ( è del 438) tra le diciassette a noi pervenute,  il Coro eleva un inno alla Necessità vista come la divinità massima, quella che vincola e subordina tutti, compresi gli dèi:

"Io attraverso le muse/mi lanciai nelle altezze, e/ho toccato moltissimi ragionamenti (pleivstwn aJyavmeno" lovgwn),/ma non ho trovato niente più forte/della Necessità né alcun rimedio (krei'sson oujde;n  jAnavgka"-hu|ron oujdev ti favrmakon)/nelle tavolette tracie che scrisse la voce di/Orfeo, né tra quanti farmaci/diede agli Asclepiadi Febo/dopo averli ricavati dalle erbe come antidoti/per i mortali afflitti dalle malattie"(vv. 962-972).

Da questi versi si vede che la Necessità è più forte del lovgo" , della poesia, dell'arte medica. Se confrontiamo l’Alcesti con la Medea, possiamo affermare che la Necessità ha una potenza confrontabile solo con lo qumov".

For Euripides, Man is the slave, not the favourite child, of the gods;[29] and the name of the ‘ageless order’ is Necessity. krei'sson oujde;n  jAnavgka"-hu|ron, cry the Chorus in the Alcestis[30].[31], per Euripide l’Uomo è lo schiavo, non il figlio favorito degli dèi; e il nome di ordine eterno è Necessità, niente ho trovato più forte della Necessità, grida il Coro dell’Alcesti.

Platone, della generazione successiva a quella di Euripide, sostiene che l'asse dell'Universo è  il fuso di Ananche (616c)  il quale si volge sulle ginocchia (617b) di  lei,  madre delle Moire :  Cloto, Atropo e Lachesi che  distribuisce le parti la cui scelta del resto è relativamente libera.

 

 

VIII capitolo pp. 61-73

Lucia e Marco si incontrano in via Castiglione per andare nella Bassa, ma Lucia propone di andare piuttosto a trovare Davide, il fratello matto di Ernesto. E’ ricoverato a Villa Baruzziana, una casa di cura, di fatto un manicomio. Prendono via dell’Osservanza, dove 5 anni prima Ernesto si è schiantato con la macchina in un incidente. Alcuni squilibrati si muovono “sul bellissimo velluto del prato, simili a pedine di un gioco misterioso” (p. 64).

Un gioco comunque truccato, truccato da forze arcane.

 

In un frammento (895) di  Sofocle leggiamo: “ajei; ga;r eu\ pivptousin oiJ Dio;~ kuvboi”, i dadi di Zeus cadono sempre bene, ossia sono truccati.

 

Appare Davide che ha assunto l’aspetto e gli atteggiamenti di Ernesto.

sembra un attore compiaciuto dall’effetto prodotto dalla sua recita” (p. 65). I pazzi forse sono giudicati tali perché recitano male.

Infatti recitiamo tutti, sempre, come Pisistrato quando si ferì da solo.

Ce lo racconta Plutarco nella Vita di Solone. Il feritore di se stesso è il futuro tiranno di Atene, un personaggio del resto non pessimo, “seducente e amabile nel conversare, uno che soccorreva i poveri ed era umano e moderato nei confronti degli avversari (29, 3). Ebbene questo capo politico  “feritosi da solo, si fece portare su un carro nell’agorà dove istigava il popolo dicendo di essere stato vittima di un attentato a causa della sua posizione politica. Allora molti si associavano al suo sdegno e rumoreggiavano. Invece Solone, che aveva confidenza con lui, gli disse: “Fai male a recitare la parte dell’Odisseo di Omero: lui infatti si ferì per ingannare i nemici, tu invece fai lo stesso per trarre in inganno i tuoi concittadini” (30, 1). Entrambi comunque recitavano, come recita Davide e pure Lucia e anche Marco.

Davide saluta i due conoscenti con il tono finemente adulatorio che si usa nella Bologna bene: “tu sei il famoso Molinari. Ti leggo sai” (p. 65). Così si dice a chi ha fama di scrittore. Il più delle volte mentendo. Le parole sono dette non senza una cantilena.

Marco riconosce in Davide anche qualche cosa di se stesso. Entrambi hanno cercato “alibi per non vivere nel mondo” (p. 66).

 

 Davide recita la caricatura, forse volontaria, “di quell’altra mascherata…di cui siamo i pagliacci involontari[32].

 

Quindi li porta a vedere la sua stanza “al tempo stesso lussuosa e monacale” (p. 66).

 

Lucia gli chiede “studi?” con un tono “insopportabilmente affettato” (p. 66). L’affettazione evidente è il segno del malessere, e pure della cattiva educazione di questa gente che appare, vuole apparire ben educata.

L’affettazione evidente del resto equivale a recitare male.

 

 

L’affettazione 

Scrive Castiglione "somma disgrazia a tutte le cose dà sempre la pestifera affettazione e per contrario grazia estrema la simplicità e la sprezzatura" Quindi la gentildonna non deve mostrare l'artificio :"questi vostri difetti di che io parlo vi levano la grazia, perché d'altro non nascono che da affettazione, per la qual fate conoscere ad ognuno scopertamente il troppo desiderio d'esser belle" (il Cortegiano, I, 40).

Leopardi trova grande saggezza e verità in queste parole: “Grazia del contrasto. Conte Baldessar Castiglione, il libro del Cortegiano…Ma avendo io già più volte pensato meco, onde nasca questa grazia, lasciando quegli che dalle stelle l’hanno, trovo una regola universalissima; la qual mi par valer circa questo in tutte le cose umane, che si facciano, o dicano, più che alcun altra; e ciò è fuggir quanto più si può, e come un asperissimo e pericoloso scoglio la affettazione; e, per dir forse una nuova parola, usar in ogni cosa una certa sprezzatura, che nasconda l’arte, e dimostri, ciò che si fa, e dice, venir fatto senza fatica, e quasi senza pensarvi. Da questo credo io che derivi assai la grazia” (Zibaldone, 2682).

Anche A. Schopenhauer[33] negli Aforismi sulla saggezza della vita  prescrive di evitare l'affettazione:"Si deve...mettere in guardia di fronte a qualsiasi affettazione. Questa provoca in ogni caso il disprezzo, in primo luogo perché è un inganno...in secondo luogo perché rappresenta un giudizio di condanna pronunciato da una persona su se stessa, volendo essa in tal caso apparire ciò che non è, e mostrarsi di conseguenza come migliore di quanto essa sia. L'affettazione di una qualità e il pavoneggiarsi con questa costituiscono una confessione spontanea della sua mancanza. Se uno si fa bello di un qualche pregio, sia poi esso coraggio, erudizione, spirito, arguzia, fortuna presso le donne, ricchezza, posizione elevata, o qualunque altra cosa, si può dedurre da ciò che a lui manca qualcosa proprio in ciò di cui si vanta: a chi infatti possiede realmente in modo completo una qualità, non verrà mai in mente di metterla in mostra e di affettarla, e se ne starà ben tranquillo a questo proposito"[34].

Il conte Alessandro Manzoni conosce le regole dello stile aristocratico e non omette di biasimare l’affettazione.

Nell'Introduzione a I promessi sposi squalifica lo stile del "buon secentista" definendolo "rozzo insieme e affettato...Ecco qui: declamazioni ampollose, composte a forza di solecismi pedestri, e da per tutto quella goffaggine ambiziosa, ch'è il proprio carattere degli scritti di quel secolo, in questo paese". Quindi la decisione di "rifarne la dicitura".

Sentiamo di nuovo Leopardi a proposito dell’affettazione nello scrivere: “l’affettazione è la peste d’ogni bellezza e d’ogni bontà, perciò appunto che la prima e più necessaria dote sì dello scrivere, come di tutti gli atti della vita umana, è la naturalezza (28. Feb. 1821)[35].

Anche Dostoevskij in I fratelli Karamazov considera l'affettazione segno di cattiva educazione: Alioscia sebbene affascinato da Gruscenka" si domandava con un'oscura sensazione sgradevole e quasi con commiserazione perché ella strascicasse le parole a quel modo e non parlasse in tono naturale. Evidentemente, lo faceva perché trovava bella quella pronuncia strascicata e quella sdolcinata e forzata attenuazione delle sillabe e dei suoni. Certo, non era che una cattiva abitudine di dubbio gusto, la quale testimoniava un'educazione volgare e una volgare comprensione, acquisita sin dall'infanzia, delle convenienze e del decoro"[36].

 

 

 

 

 

Davide rivolge qualche rimprovero a Ernesto e a tutta la sua famiglia: “dove loro vedevano opportunità io vedevo ostacoli: e la mia vocazione è appianarli, è ridurre tutto all’essenziale” (p. 67). E’ in fondo la vocazione del genio. Ma poi prende il sopravvento il pazzo: ripete la parola “essenziale” come un tic.

Quindi si dichiara inferiore a Ernesto “con un narcisismo rovesciato” (p.68). Una bella espressione che utilizzerò.

Lucia dà una interessante definizione della facoltà di scienze politiche: “una versione fancazzista di economia o giurisprudenza” (p. 68).

Davide “sembra un Ernesto manovrato da uno Ionesco occulto” (p. 69).

Ionesco è l’autore, tra l’altro dell’anticommedia La cantatrice calva (1950), quella che “si pettina sempre allo stesso modo”[37]. Contro le false certezze dei luoghi comuni.

 Poi Davide “si affloscia sulla sedia come una marionetta cui abbiano tagliato i fili” (p. 70).

Oramai è scarico. In fondo tutti noi funzioniamo finché abbiamo una carica. Siamo tutti caricati e ricaricati giornalmente da qualche cosa: alcol, sesso, sangue i momenti dionisiaci[38], della vita nella sua facies  coribantica, istintiva, o dal cibo del vecchio Sileno[39] “ già di carni e d’anni pieno”, o dal sonno, dallo studio, o dalla macchina, o dalla bicicletta. Secondo.

 

 

Davide ripete che deve andare a studiare. Studiare e svagarsi, parole ripetute prima con accento autoparodico, poi “in una spirale verbale sempre più ripida” (p. 72). Quindi ripiomba in se stesso, come Edipo nella madre.

Poi dice che “le medicine sono fondamentali” e deve prenderle. Questo è rimasto l’essenziale. In chiusura di capitolo  saluta i due visitatori stringendo loro le mani “con una flemma cordiale, quasi distante, che fa pensare al perfetto aplomb di un diplomatico” (p. 73).

 Lucia e Davide sono rappresentanti di una società falsa, sepolcrale, morente. Molinari deve staccarsene.

 

IX capitolo (pp. 74-88)

Usciti da villa Baruzziana, Marco e Lucia sono in macchina sullo stradone verso la Persicetana. L’uomo quasi trema di rabbia per l’assurdità della visita grottesca cui lei l’ha costretto. Ha la sensazione che Lucia giochi con lui.

Ha pure la sensazione che la ragazza abbia voluto mettergli “davanti Davide come uno specchio appena deformato” (p. 75).

Marco vede tali personaggi, i loro esiti catastrofici, come un pericolo per se stesso.

Intanto però il decisionismo di lei  lo ipnotizza e lo immobilizza.

Lucia ha la vocazione delle metamorfosi; dove c’è lei le cose cambiano (p. 76) e i suoi mutamenti penetrano perfino nei sottilissimi spifferi di realtà che Marco lascia entrare in sé.

 Marco si comporta  come Menelao con Proteo: non fugge davanti alle trasformazioni.

 

Lucia apre bocca con “ allegria…sinistra”.

 E’ un efficace ossimoro, e del resto Lucia stessa e Marco e Davide, Ernesto sono tutti ossimori viventi, come Bruto e Amleto. Questi sono falsi sciocchi, loro sono  persone false.

Di Davide, Marco dice: “sembra che abbia assoldato un truccatore” (p. 76). Ha cambiato immagine “per parassitare il fratello morto, per prenderne beffardamente il posto”.

L’automobile imbocca la Centese (p. 77).

 

Marco avverte nell’aria l’Eris che certi personaggi associano sempre a Eros: Lucia parla “come se mi stesse concedendo un breve armistizio” (p. 77).

Ovidio negli Amores  scrive:"Militat omnis amans, et habet sua castra Cupido;/Attice, crede mihi, militat omnis amans "(I, 9, 1-2), è un soldato ogni amante; anche Cupido ha il suo campo di guerra; Attico, credimi, ogni amante è un soldato.

 

Scendono alla trattoria Bonasoni di San Matteo della Decima. Per loro è un luogo storico, quasi sacro, un monumento al loro passato.

Marco ricorda le prime volte che andarono insieme in quel luogo ultrapopolare, frequentato da camionisti in tuta e “la felicità esotistica” (p. 78) di Lucia.

 

 Noi, “ragazzi del ’68”, andavamo nei paesi dell’est, quelli del patto di Varsavia per amore dell’esotismo socio politico. Più tardi a Bologna al Mulino Bruciato o dai tre vecchi di San Pietro.

 

Loro all’epoca erano contenti e si lasciavano andare: per brevi tratti cadeva la maschera e ogni affettazione. Ma la maschera cadrà del tutto solo negli ultimi capitoli, in prossimità della morte di lei

Cito alcuni esametri di Lucrezio dove l’autore del De rerum natura   sostiene che la maschera cade del tutto nelle difficoltà e nei pericolo:"Quo magis in dubiis hominem spectare periclis/convenit adversisque in rebus noscere qui sit;/nam verae voces tum demum pectore ab imo/eliciuntur <et> eripitur persona, manet res" ( III, 55-58), tanto più è necessario provare la persona nei pericoli rischiosi e conoscerne la qualità nelle situazioni sfavorevoli; infatti le parole autentiche allora finalmente escono dal fondo del cuore e si strappa la maschera, rimane la sostanza.

 

Ora invece i due distillano le parole e compongono quasi letterariamente le frasi (p. 79). L’atmosfera della trattoria, i ricordi, comunque conciliano un certo, precario, buonumore.

Ma alla domanda diretta: “ ‘perché mi hai lasciato dopo il funerale?’, Lucia reagisce “delusiva come un oracolo[40] (p. 80). Risponde cambiando argomento: ha letto il troncone del romanzo di Marco.

Quindi la critica allo scrivere di Marco: “No so, è come se le tue pagine fossero al tempo stesso troppo intelligenti e un po’ cieche, come se si muovessero intorno a un centro che non viene mai galla” (p. 81). Pagine che riflettono la paura di vedere la realtà effettuale delle cose spogliate da “fuchi, calamistri e altri elementi ascitizi” che le mistificano.

Poi arriva il cibo. Lui si abbuffa, lei ne lascia la metà sul piatto. Un altro segno di discrepanza.  Lucia si sente male.

Vanno comunque al Pratello.  Il Trastevere, o il San Lorenzo di Bologna.

Lucia gli ricorda il periodo in cui lui si sottraeva al contatto fisico, come se fosse diventata sua sorella o peggio sua madre (p. 83)

A Marco viene in mente una battuta di Groucho Marx “sugli uomini che non accetterebbero mai di stare con una donna che si mettesse con uno come loro” (p. 83). La realtà è stata tenuta fuori dalla porta, vista come un noumeno.

Finalmente Lucia spiega che è scappata per questo: “non potevo strapparti a forza dall’angolo in cui ti eri rifugiato” (p. 83).

  Un angolo, per giunta inameno.

Parlano un poco di Ernesto ma, dice Lucia: “tu non rifiuti: lasci sfumare, piuttosto. O divaghi”.  Lei è delusiva, lui divaga. In fondo i due si somigliano,

Lucia ricorda un episodio, una doppia commedia recitata da Marco, prima per dare importanza a se stesso, poi, per resipiscenza, a Ernesto.

“Dietro di te spuntano subito le erinni, come diresti tu: la vergogna, il rimorso eccessivo, sbagliato” (p. 85). Può essere un modo per prevenire mali peggiori.

Cfr. uJmei`~ me;n oujc oJra`te tavsd j, ejgw;  d j oJrw`  ( Eschilo, Coefore, 1061),  "voi non le vedete queste, ma io le vedo". Parla Oreste inseguito dalle Erinni.

Questo verso cruciale è  citato da Eliot quale epigrafe di Sweeny agonista del 1930. Quindi, nel dramma La Riunione di famiglia  (del 1939) mostra come tali visioni siano un privilegio:"Voi non le vedete, ma io le vedo, ed esse vedono me"[41].

Marco è competitivo, agonistico ma anche frenato dalle Erinni.

Intanto beve il nero d’Avola (p. 86) e fa un gesto di resa “la canonica apertura di braccia” che significa “colpito e affondato”.

Gesti chiave, parole chiave, oggetti chiave e qualche luogo comune politicamente corretto.

Fanno due passi per il Pratello. Vedono “la vecchia matta in giarrettiere e sottoveste col rossetto sbavato e la rosa rossa piantata tra i seni flaccidi, che tutti qui chiamano contessa” (p. 87). Una disgraziata che i borghesi osservano come uno spettacolo offerto a loro.

 Un poco di colore e folklore della Bologna fricchettona.

 

Marco menziona le code di Bologna.

Tra il Pratello e Belle Arti, non c’è posto per la fretta “niente zelo, per nessun motivo al mondo” (p. 87). Anche questa è una posa o una moda. Di fatto il tempo è il nostro bene più prezioso.

Lucia continua a fissare l’agenda sua e di Marco il quale acconsente come se sperasse di scoprire in lei “chissà quale saggezza purificatrice” (p. 88).

Poi però, quando lei lo saluta con “a domani!”, “la voglia di sfuggirla” prevale di nuovo. E’ la paura dell’autonomia minacciata, e il bisogno di tempo per riflettere, per “assorbire tutte le sue parole e cicatrizzare le ferite che mi hanno inflitto con quasi scientifica minuzia” (p. 88). Da questo rapporto non è assente il sadismo.

 

 

X capitolo (pp. 89-93)

Lucia non si fa sentire. Marco si butta sul lavoro. Dopo 10 giorni le telefona. Risponde il padre, il dottor Malaguti che non gli passa Lucia dicendo che è impegnata (p. 90). Marco consuma “con la solita voracità bulimica” il suo pranzo preferito, “quello ribattezzato da Lucia “delle tre B”: bufala, banana, birra”. Anche bulimia comincia con b, la quarta b.

La bulimia come correlativo oggettivo di insoddisfazioni e frustrazioni.

  Gironzola , ma alla fine non può resistere: si avvicina al portone di Lucia per suonare il campanello. Lì vede un furgone bianco, e lo identifica come uno di quelli che portano morfina ai malati terminali (p. 91). Gli viene in mente una frase di Lucia “ho finito le cure” (p. 92). Il furgone è come l’ultimo tassello .

Torna a casa dove Lucia lo chiama con voce squillante e gli propone di andare da Bernardo. Marco telefona all’amico che li invita a pranzo

 

 

XI capitolo pp. 94-100

Lucia appare molto sofferente, e spenge l’estrema speranza di Marco sulla sua salute. Magrissima e, nello stesso tempo, con una guancia  gonfia (p. 94). La donna è oramai tutta deformata dalla malattia. I due non sanno come parlarne: “Non abbiamo parole condivise per affrontare il dolore. Non le abbiamo avute neanche per Ernesto” (p. 95). Il dolore richiede parole non affettate.

Ma presto verranno da sole e ci sarà la resa dei conti. Salgono per la Porrettana.

Lucia ora vuole chiarire. Vuole che Marco apra gli occhi e guardi finalmente. Vuole anche rivedere la chiesa di Alvar Aalto (p. 98)

Dal ponte che separa Grizzana da Riola si possono vedere due costruzioni simili a specie incompatibili e nemiche: “l’eclettismo follemente ottocentesco della Rocchetta Mattei e l’ascetico Novecento del tempio di Aalto” (p. 98). Possono simboleggiare i due personaggi o i loro ambienti di provenienza. Entrano nella chiesa e si fermano tra le panche di abete “come se in quel chiarore modernista, dove il cattolicesimo si traveste di patetiche nudità luterane, dovesse accaderci qualcosa” (p. 98). Le nudità delle opere di Aalto vuole essere mimetica della cultura e della natura, conciliare l’architettura razionalista con la tradizione popolare. 

Ora Marco chiede a Lucia di parlargli anche di quello che lui non vuole sapere. Ma lei non parla. Soltanto dopo il superamento di Porretta, Lucia comincia a parlare. Ricorda che il giorno del funerale del loro amico, Pagi le telefonò per dirle che il romanzo di Ernesto gli era piaciuto. Sta per dire altro ma poi si interrompe “Adesso mi riposo”. Marco ha capito che la confessione finale non sarà senza dolore per lui, e che forse gli toglierà il poco equilibrio che gli rimane.

 Lucia “ chiude gli occhi mentre rallento, tenendo il volante stretto con tutte e due le mani per non sbandare” (p. 100)

 

XII capitolo pp. 101-109

Bernardo Pagi li accoglie chiamandoli “Lucia” (invece del solito “bambina”, il che fa rabbrividire Marco) e “polemista”.

Molinari va a lavarsi le mani e si guarda allo specchio: “più grasso, più stempiato ma in fondo uguale” (p. 100). Invero qualche cosa della decadenza dell’ambiente di Lucia si è attaccata pure a lui.

 Certamente ama molto mangiare. La cuoca di Pagi, Rina dai capelli “orribilmente rossi”  sa fare “divinamente le pappardelle al cinghiale e il pollo dorato”. Uno solo di questi due piatti basta e avanza a nutrire una persona.

 

Mi viene in mente il Satyricon. Vediamone tre righe

:" receptā cocus tunicā cultrum arripuit porcique ventrem hinc atque illinc timidā manu secuit. nec mora , ex plagis ponderis inclinatione crescentibus tomacula cum botulis effusa sunt" (49, 9-10), il cuoco, ripresa la tunica, afferrò un coltello e con mano  circospetta sventrò il maiale da una parte e dall'altra. Senza indugio, dai tagli che si allargavano per la pressione del peso, sgorgarono salcicce con involtini.

 

Bernardo diversamente da Molinari “ha fatto pace con la realtà” e si è ritirato lassù solo perché vuole essere lasciato tranquillo (p, 102).

Il ritiro dalla polis mi sembra una tranquillità improduttiva. E’ vero che il maestro scrive, ma la scrittura viva si nutre anche soprattutto di rapporti umani.

Arriva “il pentolone delle pappardelle” mentre Bernardo versa il vino “bianco giallino e trasparente” comprato “a un’osteria di Mentemurlo, durante una delle periodiche bevute con Guccini” (p. 103).

Un maestro di trasgressioni disordinate, secondo me, trasgressioni non politiche, non culturali, fondate essenzialmente sul narcisismo.

Bernardo ne ricorda le sbronze, come se fossero cose simpatiche.

La cuoca ribatte, con saggezza istintiva “A l’è un sudiciòn” (103).

 Poi sparisce in cucina “come una caratterista che esce di scena”.

Una realtà diversa, quasi ridicola rispetto a questi intellettuali.

Eppure più avanti leggiamo che Pagi prima di mandare i pezzi ai giornali li sottopone al giudizio della cuoca (p. 105).

 

 Intanto Bernardo  racconta fatti di cronaca “con un brio..leggero” con “l’arte consumata del conversatore” (p. 103).

Mi viene in mente Odisseo la “consumata volpe” del Filottete di Sofocle.

Pagi possiede tutti gli artifici del sofista, infatti viene paragonato a Socrate

Su Socrate vicino ai sofisti non tace Leopardi: “E Socrate stesso, l'amico del vero, il bello e casto parlatore, l'odiator de' calamistri[42] e de' fuchi[43] e d'ogni ornamento ascitizio[44] e d'ogni affettazione, che altro era ne' suoi concetti se non un sofista niente meno di quelli da lui derisi?” (Zibaldone, 3474).

 

“Io voglio solo che ciascuno mostri ciò che è”  ha detto Pagi (p. 104).

A Molinari ha fatto confessare “invidie…Wille zur Macht” la tendenza a nascondersi a se stesso e “la foga verbale che occulta tutto questo” (p. 104). Marco scinde il parlato, che dissimula, dallo scritto dove dice la verità. Sul romanzo che non procede Pagi incoraggia Molinari: gli dice che finire un libro è solo “prenderne atto” (p. 105).

Arriva la Rina con il pollo dorato.

Molinari mangia in fretta, come ha fretta nello scrivere.

La scrittura, dice Pagi, “è un’arte temporale, dove una parola segue piano all’altra. A volte con la tua prosa dai l’idea di volerle lì tutte insieme, in una specie di sincronia golosa” (p. 106)

“E’ come col cibo, hai un rapporto infantile col cibo. Eh Lucia? Si vede da come mangia, tutto assieme” (106) .

Bernardo parla del suo impegno di critico anomalo: “un critico militante non può essere un critico giornaliero, pena la costrizione di dare l’onore delle armi a un sacco di paccottiglia” (p. 107).

Pasolini non ha mai sentito quest’obbligo. Vero è che l’ha pagata cara.

Poi arriva la torta di miele.  “La Rina il miele lo prende su dagli Elfi”. C’è il gusto del cibo buono che in effetti è un piacere. Del resto perdere la bella, la sana snellezza è un grosso dispiacere ed è un male per la salute.

Viene deriso un critico ligio ai luoghi comuni del “politicamente corretto”. Uno di quelli che appena sentono un giudizio fuori dagli schemi della sinistra ti danno del fascista. Insomma un imbecille. “Leggono troppo e non capiscono. E se non capisci, dov’è il gusto?” (p. 108),

Poi Bernardo offre delle stanze ma i due escono.

 Lucia si mette a parlare di Ernesto.

 

Capitolo XIII (pp. 110-115).

Racconta del pomeriggio  in cui salirono entrambi nella casa di via Castiglione. Lui raccontava l’impermeabilità di Davide, Lucia quella di Marco. Poi si sono scambiati un bacio. Poi “è successo” (p. 111). L’aposiopesi pudica tace “il massimo”[45]. “Ed è stato tutto molto breve, molto asettico” (p. 111).

 

Invero la sepsi, la sh`yi~, la putrefazione,  c’è stata.

Dopo, Ernesto era agitatissimo. Uscì per andare da Davide.

Lucia dice che Marco sottraendosi a entrambi aveva rotto l’equilibrio a tre: aveva lasciato un vuoto d’aria che aveva fatto cadere gli altri due uno sull’altro (p. 112).

Chi si fa un amante o un’amante  trova sempre il modo di colpevolizzare il compagno.

"Bisogna stare attenti con le donne. Sorprendile una volta con le mutande abbassate. Non te la perdonano più"[46].   

 

 Marco pensa che forse è stato Davide a fare sbandare la smart del fratello piazzandosi davanti alla macchina. Lucia fa altre rivelazioni. La scatola nera si apre e Marco prova “quel senso di liberazione che è sempre legato a un improvviso, irrefutabile senso di realtà” (p. 114). Tucidide e Machiavelli.

I due sono presi dal rimorso: lei per quello che ha fatto, e lui per quanto non ha fatto. Non ha portato a Biagi il romanzo di Ernesto, non in tempo.

Marco si è punito non finendo il proprio romanzo, e Lucia molto peggio perché non aveva l’osso del romanzo da gettare ai denti   del rimorso.

 

XIV capitolo pp. 116-119

Marco si allontana in silenzio. Si avvicina a Bernardo e gli tornano in mente queste sue parole: “C’è qualcosa di opaco. E forse riguarda te, non lei” (p. 116). Biagi gli consiglia di starle vicino e di non fare più niente di falso, di non chiudere gli occhi.

Gli dice anche che lo legge e che leggendolo sente “il ronzio della paura…accumuli il lavoro, ti seppellisci e intanto seppellisci” (p. 117). Quindi: “non sprecare questa occasione, non difenderti Marco. E’ l’unico modo”. E’ l’occasione per fare chiarezza completa.

Bernardo li saluta con un sentimento lontano, di quella lontananza che non è anaffettività ma “fedeltà al poco che si può davvero fare per gli altri senza essere velleitari, senza barare con se stessi” (p. 119)

 

XV capitolo pp. 120-122

Capitolo in corsivo racconta un sogno, con una festa di ragazzi, una partita di pallone e l’inettitudine di Marco a questo gioco, la sua distrazione, Ernesto impermeabile alle volgarità, poi il primo bacio ricevuto da Lucia che gli dice: “tu vedi tutto. Da lontano però eh? Devi avere la classica presbiopia del maschio orgoglioso, tu” (p. 122). Poi il risveglio “zuppo di sudore, col fiato grosso e i denti stretti”. Marco ha sognato per la prima volta l’esatta verità.

 

XVI  capitolo pp. 123-125

Marco scrive finalmente il suo romanzo, questo romanzo.

Il dolore gli ha dato chiarezza: “Era un dolore lucido, forte e vasto come non l’avevo mai sentito; ma al tempo stesso era la cosa più stranamente simile alla serenità che avessi provato da molto tempo”. E’ il dolore che spazza via le nebbie.

Poi Lucia lo chiama al telefono, gli chiede di portarle qualche cosa di suo da leggere. Gli apre il padre. Lucia è moribonda. Marco non riesce a non piangere, ma cerca di minimizzare, di camuffare l’atto con le parole: “piango della mia prevedibilità” (p. 124).

Lucia gli dice che l’importante è il romanzo, questo romanzo, poi gli chiede di andare all’Hospice di Bentivoglio dove la porteranno. “Vorrei poter fare un viaggio con te”. Quindi lo congeda “Ora vai, devo un po’ dormire”.

Marco esce e si ritrova “in mezzo alla folla carica di pacchi pasquali”.
 Fa pensare alla resurrezione di Cristo. S’incammina a occhi chiusi tra due comitive e si lascia trascinare “da quel fiume lento e ronzante verso le luci della Porta” (p. 125).

 Sono le parole conclusive del romanzo. La porta con le luci sono segni buoni.

 

 Giovanni Ghiselli

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

[1] Eschilo, Agamennone, v.. 177.

[2] Il mestiere di vivere, 2 novembre 1938.

[3] I colloqui, vv. 10-12)

[4] Totò Merumeni, v. 18.

[5] Institutio oratoria, X, 2, 24-26.

[6]Zibaldone , 2185-2186.

[7]M Bacthin, Dostoevskij , p 222.

[8] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, p. 95.

[9] Op. cit., p. 148.

[10]La Scienza Nuova , Pruove filologiche, III e VIII.

[11]Estetica , p. 1447.

[12] A questo proposito, cito un aforisma che Giovanni di Salysbury (XII secolo) attribuisce a Bernardo di Chartres (Filosofo scolastico francese morto nel 1130. Scrisse un’opera su Porfirio) :"Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantum humeris insidentes, ut possīmus plura eis et remotiora videre, non uĭique proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantea" (Metalogicon III, 4), diceva Bernardo di Chartres  che noi siamo come dei nani che stanno sulle spalle di giganti, in modo tale che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, comunque sia  non per l'acume della nostra vista o la statura del corpo ma poiché siamo portati  in alto ed elevati da quella grandezza gigantesca

 

 

[13] Leopardi nell’Operetta morale Il Parini ovvero della gloria immagina che il poeta di Bosisio parli a un giovane “d’indole e di ardore incredibile ai buoni studi, e di aspettazione meravigliosa”, e gli dica che pochi sono capaci di intendere “che e quale sia propriamente il perfetto scrivere”. Chi non intende questo “non può né anche avere la debita ammirazione agli scrittori sommi”. La conclusione del ragionamento dunque è: “ Or vedi a che si riduca il numero di coloro che dovranno potere ammirarli e saper lodarli degnamente, quando tu con sudori e con disagi incredibili, sarai pure alla fine riuscito a produrre un’opera egregia e perfetta”. 

 

[14] Petronio elegantiae arbiter , maestro di buon gusto alla corte di Nerone, viene descritto da Tacito con queste parolehabebaturque non ganeo et profligator, ut plerique sua haurientium, sed erudito luxu.  Ac dicta factaque eius quanto solutiora et quandam sui neglegentiam praeferentia, tanto gratius  in speciem simplicitatis accipiebantur"  (Annales , XVI, 18), ed era considerato non un dissoluto o un dissipatore, come i più tra quelli che sperperano le proprie fortune, ma uomo dalla voluttà raffinata. Le sue parole e i suoi atti quanto più erano liberi e manifestavano una certa noncuranza di sé, tanto più piacevolmente erano presi come segno di semplicità.

[15] M. Proust, I Guermantes, p. 96.

[16] M. Proust, La prigioniera, p. 183.

[17] Il mestiere di vivere, 7 dicembre 1937.

[18] Lo snobismo è la quintessenza dell’affettazione, del posare dovuto a mancanza di gusto e a cattiva educazione: nella Ricerca di Proust il personaggio  sine nobilitate è Bloch : “ciò che si chiama la mala educazione era il suo difetto capitale, e quindi il difetto di cui non si accorgeva…Bloch era maleducato, nevrastenico, snob” (All’ombra delle fanciulle in fiore, p.  344). Viceversa  Saint Loup  aveva “un modo di concepire le cose per il quale non si fa più conto di sé, e moltissimo del “popolo”; insomma, tutto l’opposto dell’orgoglio plebeo…Lui, in ogni circostanza, faceva quel che gli riusciva più gradevole, più comodo, ma immediatamente gli snob lo imitavano” (p. 351).

 

[19]Dialoghi con Leucò, Gli Argonauti .

[20] T. Mann, La montagna incantata, II, p. 119.

[21] T. Mann, La montagna incantata, II, p. 134.

[22] Umano, troppo umano, I, 543.

[23] Così parlò  Zarathustra,  Dei dispregiatori del corpo.

[24] Ecce homo, perché sono cos’ accorto, p. 38

[25] Di là dal bene e dal male, Le nostre virtù.

[26] F. Nietzsche, Ecce homo, Il caso Wagner,  p. 92.

[27] Altrettanto nella Medea della Wolf:"Ciò che deve accadere, è deciso da tempo senza di noi" (p.171).

 

[28] C. Pavese, Il mestiere di vivere, 31 marzo 1946.

[29] Or. 418.

Oreste riconosce l’oggettiva sottomissione degli uomini a potenze che li sovrastano:"noi siamo asserviti agli dèi, qualsiasi cosa siano mai gli dèi" (v. 418). Una dichiarazione di malinconica impotenza che  ritroviamo accentuata ed esasperata nel Re Lear : “" As flies to wanton boys are we to the gods. They kill us for their sport "(IV, I),   come mosche per ragazzi capricciosi siamo noi per gli dèi: ci ammazzano per loro passatempo. Ndr

 

 

[30] 965; cf. Hel. 513 f., and the repeated insistence that Man is subject to the same cycle of physical necessity as Nature, frags. 330, 415, 757. Cfr. Elena 513 ss. e la ripetuta insistenza che l’Uomo è soggetto al medesimo ciclo della necessità fisica, come Natura, frammenti 330, 415, 757.

[31] Dodds, The ancient concept of progress, p. 85.

[32] Cfr. Pirandello,  Enrico IV (del 1922), IV, 3.

[33] 1788-1860.

[34]A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena , trad. it. Adelphi, Milano, 1973, Tomo I, p 617..

[35] Zibaldone 705.

[36] I fratelli Karamazov, (1880), Trad. it.  Milano, 1968, p. 208.

[37] Scena decima.

[38] "Il sesso, l'alcool, il sangue. I tre momenti dionisiaci della vita umana: non si sfugge, o l'uno o l'altro" C. Pavese, Il mestiere di vivere, 2 luglio 1945.

 

[39] I Sileni sono satiri attempati. Ovidio chiama Sileno levis senex (Fasti, III, 745) il vecchio incostante.  Lorenzo de' Medici nella Canzona di Bacco, celeberrimo "trionfo" del 1490, ne raffigura uno montato su un asino:"Questa soma, che vien drieto/sopra l'asino è Sileno:/così vecchio è ebbro e lieto,/già di carne e d'anni pieno;/se non può star ritto almeno/ride e gode tuttavia./chi vuol esser lieto, sia,/di doman non c'è certezza" (vv. 29-36).

 

[40] Ai versi 130-131 dell’Edipo re di Sofocle Creonte spiega i motivi della mancata indagine sull’assassinio del re Laio dicendo :"La Sfinge dal canto variopinto ci spingeva a guardare/quello che era lì tra i piedi, e a lasciare perdere quanto non si vedeva (tajfanh').

 

[41] Bisognerebbe seguire le Erinni come segni mandati da un altro mondo, non cercare invano di evitarle con un'impossibile fuga in quella "deriva infinita di forme urlanti in un deserto circolare" che è la storia umana. Quelli che vedono le Erinni insomma, sono monocoli in una terra di ciechi i quali  pongono fede nell'ordine mondano non regolato da un cosmo superiore, divino, e non fanno che fissare il disordine con occhi vuoti.

 

[42] Da calamistrum, “ferro per arricciare i capelli” (ndr).

[43] Da fucus, “tintura rossa” (ndr).

[44] Da ascisco, “annetto” (ndr).

[45] Cfr. Teocrito, le Incantatrici II, 143  ci stendemmo nel letto ejpravcqh ta; mevgista,  si fece il massimo e giungemmo entrambi al piacere.

 

[46] J. Joyce, Ulisse, p. 139.

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