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Boccaccio

di Giovanni Ghiselli

Testo definitivo e completo della conferenza tenuta il 2 settembre alle 18 nella Libreria Trame - Via Goito 3, Bologna

Festa provinciale dell’Unità di Bologna.

In questa sezione prendo spunto dal  Proemio del Decameron per parlare della condizione delle donne.

 

Il Decameron fu scritto da Giovanni Boccaccio tra il 1349 e il 1353.

 

Il Proemio

La compassione e la gratitudine.

Il Proemio comincia così: “Umana cosa è l’aver compassione degli afflitti”, che poi sono uomini innamorati non contraccambiati, e soprattutto le donne innamorate e respinte.

Scrive per gratitudine verso chi gli ha dato conforto in un amore ormai passato poiché “la gratitudine tra l’altre vertù è sommamente da commendare ed il contrario da biasimare”.

Cfr. la condanna dell’ingratitudine in Senofonte[1], e l’elogio della gratitudine nell’Eracle di Euripide[2].

 

La condizione femminile. La reclusione della donna .

Il conforto sarà conveniente donarlo “più alle vaghe donne che agli uomini…esse dentro a’dilicati petti, temendo e vergognando, tengono l’amorose fiamme nascoste” fiamme più forti delle palesi e “oltre a ciò, ristrette da’ voleri, da’ piaceri, da’ comandamenti de’ padri,  delle madri, de’ fratelli e de’ mariti, il più del tempo nel piccolo circuito delle loro camere racchiuse dimorano, e quasi oziose[3] sedendosi…seco rivolgono diversi pensieri, li quali non è possibile che sieno sempre allegri”.

 

 

Medea, la donna abbandonata e non rassegnata.

Leggiamo alcuni versi con i quali la Medea di Euripide  lamenta la reclusione in casa delle donne.

 

“Fra tutti gli esseri, quanti sono vivi e hanno raziocinio,

 noi donne siamo la creatura più tribolata:

noi che innanzitutto dobbiamo comprare[4] un marito

con gran dispendio di ricchezze, e prenderlo come padrone

 del corpo, e questo è un male ancora più doloroso del male.

E in questo sta la gara massima, prenderlo cattivo

 o buono. Infatti non danno buona fama le separazioni

alle donne, e non è possibile ripudiare lo sposo.

 Quella poi giunta tra nuovi costumi e leggi,

bisogna che sia un'indovina, se non ha appreso da casa

  con quale atteggiamento tratterà nel modo più appropriato il marito.

E se con noi che ci affatichiamo in questo con successo,

il coniuge convive, sopportando il giogo non per forza,

 la vita è invidiabile; se no, bisogna morire.

Un uomo poi , quando gli pesa stare insieme a quelli di casa,

 uscito fuori, depone la noia dal cuore

(volgendosi a un amico o a un coetaneo);

 per noi al contrario è necessario mirare su una sola persona.

Dicono di noi che viviamo una vita senza pericoli

 in casa, mentre loro combattono con la lancia,

 pensando male: poiché io tre volte accanto a uno scudo

 preferirei stare che partorire una volta sola “. ( Medea, vv. 230-251). 

 

La moglie silenziosa e sottomessa: Andromaca, personaggio delle tragedie di Euripide Troiane e Andromaca.

L’Andromaca delle Troiane (del 415) di Euripide è tutt’ altro tipo di sposa. Anche Ettore del resto non era Giasone

 Sentiamo la vedova dell’eroe troiano :

" Io che mirai alla buona fama (ejgw; de; toxeuvsasa[5] th'" eujdoxiva", v.643) /dopo averla ottenuta in larga misura, fallivo il successo (th'" tuvch" hJmavrtanon, v. 644 ) [6]./Infatti quelle che sono le qualità conosciute di una sposa saggia/io le mettevo in pratica nella casa di Ettore./Là dunque per prima cosa- che vi sia o non vi sia/motivo di biasimo per le donne (yovgo" gunaixivn, v. 648)- la cosa in sé attira/cattiva fama  se una donna non rimane in casa [7],/io, messo via il desiderio di questo, rimanevo in casa (" e[mimnon ejn dovmoi"", v. 650);/e dentro casa non facevo entrare scaltre chiacchiere di donne/, ma avendo come maestro il mio senno (to;n de; nou'n didavskalon, v. 652)/ buono per natura, bastavo a me stessa./E allo sposo offrivo silenzio di lingua e volto/ calmo ("glwvssh" te sigh;n o[mma q j h{sucon povsei-parei'con", vv. 654-655); e sapevo in che cosa dovevo vincere lo sposo,/e in che cosa bisognava che lasciassi a lui la vittoria" (vv. 643-656).

 

La totale abnegazione di Andromaca in favore del marito.

In un’altra  tragedia, Andromaca,  la vedova di Ettore istruisce la più giovane Ermione dicendole che addirittura lei allattava i bastardi del proprio sposo.

 La competizione va abolita per lasciare la vittoria all'uomo: "Bisogna infatti che la donna, anche se viene data in moglie a un uomo da poco/lo ami e non faccia gare di pensieri" (Andromaca, vv. 213-214).

Insomma eros senza eris cui invece spesso si associa (cfr. Anna Karenina)

In nome della sottomissione, Andromaca suggerisce  di abbassare la testa e reprimere ogni sentimento e pensiero che non sia di devozione nei confronti dello sposo. Quindi, poco più avanti, aggiunge:: "O carissimo Ettore, io per compiacerti / partecipavo ai tuoi amori[8], se in qualche occasione Cipride ti faceva scivolare,/e la mammella ho offerto già molte volte ai tuoi bastardi /, per non darti nessuna amarezza. / E così facendo attiravo a me lo sposo / con la virtù ; tu[9] neppure una goccia di celeste rugiada/ lasci che si posi sul tuo sposo per paura" (vv. 222-228).

 L'abnegazione di Andromaca arriva al punto di accettare le amanti di Ettore condividendo gli amori di lui, ossia amandole. Se questo le dava amarezza (pikrovn , v. 225) non importa: bastava toglierla allo sposo.

Vedremo che altrettanto farà Griselda nell’ultima novella del Decameron.

 

L’antifemminismo di Andromaca e quello, vero o presunto,  di Euripide

Euripide ha ricevuto da Aristofane, tra l’altro, la reputazione  di misogino: nelle Tesmoforiazuse  che  rappresenta le donne alla festa di Demetra, una battuta attribuita al personaggio del tragediografo manifesta il suo timore  delle femmine umane decise a vendicarsi per tutte le maldicenze, più o meno giustamente, subite  :  “mevllousi m j aiJ gunai'ke~ ajpolei'n thvmeron-toi'~ Qesmoforivoi~, o[ti kakw'~ aujta;~ levgw "(vv. 181-182),  oggi alle Tesmoforie le donne vogliono uccidermi poiché dico male di loro [10].

 

Andromaca dunque  conclude l'episodio (il primo della tragedia) scagliando un anatema contro tutte le donne immorali, o contro tutte le donne esclusa se stessa, se vogliamo dare credito alla nomea di antifemminismo del suo creatore:

"E' terribile che uno degli dèi abbia concesso farmaci

ai mortali anche contro i morsi dei serpenti velenosi,

mentre per ciò che va oltre la vipera e il fuoco,

per la donna, nessuno ha trovato ancora dei rimedi

se è cattiva: così grande male siamo noi per gli uomini"(269-273).

Un antifemminismo certamente professato da Andromaca nel secondo episodio:

"non bisogna preparare grandi mali per piccole cose

né, se noi donne siamo un male pernicioso,

gli uomini devono assimilarsi alla nostra natura"( Andromaca, vv.352-354).

 

Più avanti Ermione, la moglie legittima, parlando con Oreste, deplora la rovina subita dalle visite delle comari maligne:" kakw'n gunaikw'n ei[sodoi m ' ajjpwvlesan" ( v. 930). La sposa che permette a tale genìa di guastare la sua intesa coniugale, viene come trascinata da un vento di demenza. Sentiamo la figlia di Menelao pentita di essersi lasciata montare la testa da queste pessime maestre che hanno provocato la rovina del suo matrimonio con Neottolemo:" Ed io ascoltando queste parole di Sirene[11],/ scaltre, maligne, variopinte, chiacchierone,/ fui trascinata da un vento di follia. Che bisogno c'era infatti che io/controllassi il mio sposo, io che avevo quanto mi occorreva?/grande era la mia prosperità, ero padrona della casa,/e avrei generato figli legittimi,/quella[12] invece dei mezzi schiavi e bastardi[13] servi dei miei./ Mai, mai, infatti non lo dirò una sola volta,/ bisogna che quelli che hanno senno, e hanno una moglie,/ lascino andare e venire dalla moglie che è in casa/ le donne: queste infatti sono maestre di mali:/ una per guadagnare qualcosa contribuisce a corrompere il letto,/ un'altra, siccome ha commesso una colpa vuole che diventi malata con lei,/ molte poi per dissolutezza; quindi sono malate/ le case degli uomini. Considerando questo, custodite bene/ con serrature e sbarre le porte delle case;/ infatti nulla di sano producono le visite/ dall'esterno delle donne ma molte brutture e anche dei mali (vv. 936-953).

  

 

Secondo Senofonte[14] la sposa deve occuparsi dei lavori interni alla casa, mentre il marito seguirà quelli esterni. Infatti per la donna è più bello restare dentro casa che vivere fuori (" Th'/  me;n ga;r gunaiki; kavllion e[ndon mevnein h] quraulei'n", Economico , VII, 30); per l'uomo al contrario è più vergognoso rimanere in casa che impegnarsi nelle cose esterne.

 

Nella Lisistra,  Aristofane fa dire all'ateniese Cleonice:"caleph; toi gunaikw'n e[xodo" "(v. 16), è difficile per noi donne uscire. Infatti, spiega questa sposa, una di noi deve attendere il marito, l'altra deve svegliare lo schiavo, l'altra mettere a letto il bambino, l’altra lavarlo, l'altra imboccarlo (vv. 17-20). Ma, ribatte Lisistrata, ci sono cose più importanti per loro (v. 20). Si tratta di porre termine alla guerra. Noi donne di Atene, con quelle di Beozia e con quelle del Peloponneso,  sostiene la protagonista, insieme salveremo la Grecia (koinh'/ swvsomen th;n JEllavda"[15] (v. 41).

 

Mettiamoci almeno un autore latino, un santo per giunta.

Al tipo della moglie sottomessa  appartiene Monica, la madre di Agostino la quale “tradita viro servivit veluti domino” (Confessiones, 9, 9), affidata al marito, lo servì come un padrone. Non solo: “ita autem toleravit cubilis iniurias, ut nullam de hac re cum marito haberet umquam simultatem”, del resto tollerò le offese del letto tanto da non farne mai motivo di litigio.

E non è finita qui: aveva imparato a non opporsi al marito infuriato e questa remissività la salvava dalle botte che invece le mogli litigiose buscavano. E quando ne parlavano con lei “illae arguebant maritorum vitam, haec earum linguam”, quelle accusavano la vita dei mariti, ella la loro lingua. Ricordava pure che il contratto matrimoniale prevedeva la loro schiavitù, per cui, memori della loro condizione, non era il caso che fossero arroganti con i loro padroni: “proinde memores conditionis superbire adversus dominos non oportere”. Ella con il suo metodo non prendeva botte dal pur violento marito Patrizio. Insomma Monica era persevērans tolerantiā et mansuetudine, persistente nella tolleranza e nella mansuetudine. 

 

 

E, per concludere la rassegna, un autore mitteleuropeo.

 Non diversi da quelli di Ettore sono i gusti del triestino Zeno:"Ora non avrei avuto che un desiderio: correre dalla mia vera moglie, solo per vederla intenta al suo lavoro di formica assidua, mentre metteva in salvo le nostre cose in un'atmosfera di canfora e di naftalina"[16].

 

Ma torniamo a Boccaccio

Il Certaldese afferma, come la Medea di Euripide, che gli uomini, diversamente dalle donne, hanno molte possibilità di alleviare “malinconia o gravezza di pensieri…che a loro, volendo essi, non manca l’andare attorno, udire e vedere molte cose, uccellare, cacciare o pescare, cavalcare, giucare o mercatare” attività con le quali possono trarre l’animo a sé “e dal noioso pensiero rimuoverlo”. Attività suggerite da Ovidio agli amanti infelici nei Remedia amoris.

 

In conclusione di Proemio, l’autore del Decameron espone la sua intenzione di porre un rimedio al peccato della fortuna.

Questa  “ dove meno era di forza, sì come noi nelle dilicate donne veggiamo, quivi più avara fu di sostegno”. E allora: “ in soccorso e rifugio di quelle che amano, perciò che all’altre è assai l’ago il fuso e l’arcolaio, io intendo di raccontare cento novelle o favole o parabole o istorie che dire le vogliamo, raccontate in diece giorni da una onesta brigata di sette donne  e di  tre giovani nel pistilenzioso tempo della passata mortalità”.

“La brigata è una èlite sociale e una èlite morale, attraverso la quale il Boccaccia esprime una sua aspirazione alla dignità aristocratica”[17].

 

Boccaccio II parte della conferenza

 

Dall’ Introduzione al Decameron

“L’orrido cominciamento è come a’camminanti una montagna aspra ed erta, appresso la quale è riposto un bellissimo piano e dilettevole. Erano 1348  gli anni passati dalla fruttifera incarnazione del Figliol di Dio, quando nell’egregia città di Firenze, oltre ad ogni altra italica nobilissima, pervenne la mortifera pestilenza. Nata in Oriente, inverso l’Occidente miserabilmente s’era ampliata”.

Il morbo in primavera orribilmente cominciò i suoi dolorosi effetti, ed in miracolosa maniera a dimostrare. Dagli infermi la peste si avventava ai sani agli uomini e agli animali. Due porci presero e scossero con il grifo gli stracci di un poveraccio morto di peste e morirono pure loro.

“La peste coinvolge in un solo destino bestie che muoiono come uomini ed uomini che si riducono a bestie, isolandosi nel loro egoismo spietato o…lussuriando senza freno”[18].

 Tutti schifavano e fuggivano i malati. Molti si isolavano, alcuni stavano a dieta, altri si lasciavano andare a mangiare, bere e godere. In tanta afflizione era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta.

 

“ la prima cosa notevole è che ‘le più delle case erano divenute comuni’. In questa capitale della moderna civiltà borghese, la decadenza e l’abbandono della proprietà privata è l’antecedente necessario”[19] per questa caduta delle leggi

 I ministri ed esecutori delle leggi erano morti o infermi per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era, di adoperare.

E’vero che Boccaccio è fondante per la cultura borghese di Firenze.

I suoi giovani novellatori prefigurano la civiltà del principato borghese dei Medici.

 

La peste in altri autori

Per  Tucidide che si rifaceva ad un’idea razionale dell’uomo e della storia, fu la guerra a causare la peste, e questo morbo, infuriando con violenza (uJperbiazomevnou ga;r tou' kakou', II 52, 3) determinò l'incuria del sacro e divino.

La peste poi fece saltare tutte le leggi. Né la paura degli dèi li tratteneva né legge umana. Pendeva sulle loro teste una pena molto più grande: quella della peste (II, 53, 4)[20].

 

Per Sofocle invece conflitti e peste sono conseguenza dell'ateismo.

All'inizio dell'Edipo re  una peste odiosissima, loimo;" e[cqisto", devasta la povli", la quale si consuma (fqivnousa, vv.25 e 26) nella malattia e nella sterilità, svuotandosi di vita. Il morbo è anche infecondità della terra e delle femmine, correlativa all'impotenza dei maschi

In questa tragedia la peste, la fame (limovvv" ) e la sterilità, sono causate dal mivvasma , la contaminazione provocata dai delitti del tuvvranno" . Il maximum scelus  di Edipo secondo Sofocle non è il maternus amor che gli attribuisce Seneca.

Le ultime parole della Pizia riferite da Creonte :"turpis maternos revolutus in ortus [21]" ( Oedipus, v, 238) vengono chiarite più avanti dall'ombra di Laio:"maximum Thebis scelus- maternus amor est "(vv.629-630), il delitto più grande a Tebe è l'amore per la madre.

Le commento con queste di C. Pavese:"Se nascerai un'altra volta dovrai andare adagio anche nell'attaccarti a tua madre. Non hai che da perderci".[22]

 

 Secondo Sofocle il delitto di Edipo sta nella miscredenza nei confronti degli oracoli e nella presunzione di risolvere ogni difficoltà con la propria intelligenza: "arrivato io,/ Edipo, che non sapevo niente, la feci cessare[23],/ azzeccandoci con l'intelligenza (gnwvmh/ kurhvsa" ) e senza avere imparato nulla dagli uccelli" (vv. 396- 398).

 

Diamo la traduzione dei vv. 25-30 dell’ Edipo re di Sofocle  :"e  si consuma[24] nei calici infruttuosi della terra,/si consuma nelle mandrie dei buoi al pascolo, e nei parti/senza figli delle donne; e intanto, il dio portatore di fuoco,/scagliatosi, si avventa sulla città, peste odiosissima,/dalla quale è vuotata la casa di Cadmo, e il nero/Ades si arricchisce di gemiti e lamenti".

 

Torniamo a Boccaccio

Oltre ai dissoluti e ai prudentissimi c’erano quelli che seguivano una via di mezzo, non stringendosi nelle vivande né allargandosi nel bere e nelle dissoluzioni. Alcuni fuggivano da Firenze pensando che in campagna non giungesse l’ira di Dio a punire l’iniquità degli uomini. La tribolazione era talmente entrata nei petti che perfino i genitori abbandonavano i figli. Rimaneva la carità degli amici o l’avarizia dei serventi attratti da grossi salari. Le donne, anche se belle e leggiadre, non si peritavano di avere al loro servizio un uomo, e a lui senza vergogna ogni parte del corpo aprire. Quelle che guarirono divennero meno oneste.

 Tra i vivi nacquero cose contrarie ai primi costumi. Cessarono i compianti funebri, anzi in alcuni casi si usavano risa e motti e festeggiar compagnevole, cosa che le donne avevano appreso bene, posposta la donnesca pietà. Mettevano nelle bare più di un morto. Fra marzo e luglio morirono più di centomila creature umane dentro Firenze.

“La liturgia delle onoranze funebri è orrendamente stravolta dalla congiuntura nefasta”[25].

Tucidide racconta che usavano modi di sepoltura indecenti: mettevano i morti sulle pire destinata ad altri (II, 52).

Gli ultimi versi de De rerum natura ricordano lo stesso fatto macabro: “ponevano i loro congiunti su cataste erette per gli altri e vi appiccavano il fuoco “multo cum sanguine saepe/rixantes potius quam corpora desererentur” (VI, 1285-1286) sono le ultime parole del poema.   

La terra sacra non bastava alle sepolture, e i morti venivano posti nelle chiese e in quelle “stivati come si mettono le mercatantie sulle navi” e “con poca terra si ricoprìeno”.

Morivano dalla mattina alla sera dei giovani che Galieno[26], Ippocrate o Esculapio avrebbero giudicato sanissimi.

 

Un martedì mattina si trovarono nella venerabile chiesa di Santa Maria Novella sette giovani donne tra i 28 e i 18 anni “savia ciascuna e di sangue nobile e bella di forma ed ornata di costumi e di leggiadra onestà”.

Userà pseudonimi per non danneggiarle. Adotterà nomi alle qualità di ciascuna convenienti. Pampìnea, la più attempata, poi Fiammetta, Filomena, Emilia, Lauretta, Neìfile, Elissa.

Dunque le sette sedettero in cerchio e Pampìnea cominciò a parlare. Propone di lasciare la città con l’atra feccia dei becchini “fuggendo con la morte i disonesti esempi degli altri, e di recarsi onestamente a’ nostri luoghi in contado de’ quali a ciascuna di noi è gran copia[27], e lì prendere piacere, senza trapassar in alcun atto il segno della ragione…non si disdice di più a noi l’onestamente andare che faccia a gran parte dell’altre lo star disonestamente”.

Le 7 ragazze, poi i 3 ragazzi, “piacevoli e costumati” sono rappresentanti della “Firenze bene”. Hanno i modi dell’aristocrazia. Un’aristocrazia piuttosto oziosa e priva di una funzione politica. Invero sono i figli dei borghesi ricchi che imitano lo stile delle corti.

 

Donne che parlano male delle donne (cfr. l’Andromaca e l’Ermione di Euripide citate sopra).

 

Filomena  fa una obiezione: dice che le donne sono poco ragionevoli e hanno bisogno della provvidenza d’alcun uomo: “Noi siamo mobili, riottose, sospettose, pusillanime e paurose”. C’è bisogno della guida di un uomo. Elissa dice: “Veramente gli uomini sono delle femmine capo, e senza l’ordine loro rade volte riesce alcuna nostra opera a laudevole fine”

Ma come facciamo? Non sarebbe convenevole pregare degli estranei.

Nelle Storie di Tito Livio, Catone il Censore  ricorda che le donne devono avere un tutore per tutta la vita[28].

 

Allora entrarono in chiesa tre giovani: Panfilo, Filostrato e Dionèo, assai piacevole e costumato ciascuno. Tutti e tre fidanzati  con tre della lieta brigata femminile. Neifile, una delle fidanzate, teme per la loro reputazione. Ma Filomena ribatte che se la coscienza non la rimprovera “Iddio e la verità l’arme per me prenderanno”.

“E’ la saviezza borghese che in forma di buon senso manifesta, senza alcuna pretesa sistematica, i primi elementi di quell’empirismo e razionalismo e naturalismo che più tardi elaboreranno i filosofi d’Inghilerra e di Francia”[29].

Pampinea che oltretutto era congiunta per consanguineità a uno di quei giovani, andò a pregarli di tener loro compagnia “con puro e fratellevole animo”. I giovani pensarono  di essere beffati, ma poi dovettero ricredersi e accettarono.

Il mercoledì dunque tutti si misero in via con quattro delle fanti delle giovani e tre famigliari dei giovani. E giunsero in un tipico locus amoenus: “su una piccola montagnetta  un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, con logge, sale e camere, tutte di liete dipinture ornate, con pratelli dattorno e con giardini meravigliosi e con pozzi d’acque freschissime…ogni cosa di fiori piena e di giunchi giuncata”.

Dionèo oltre ogni altro era piacevole e pieno di motti. Avverte che è venuto per lasciare in città le tristezze: le ragazze devono disporsi a sollazzare, cantare e ridere con lui, “tanto, dico, quanto alla vostra dignità s’appartiene”.

 

Questi giovani  ricchi conoscono le buone maniere dei nobili e costituiscono un polo di forte attrazione per Boccaccio, più forte di quella pur esercitata dai plebei intelligenti.

 

Pampinea si disse d’accordo: “festevolmente viver si vuole, né altra cagione dalle tristizie ci ha fatto fuggire”. Poi propone che ogni giorno un giovane sia il re del dì. “Ad una voce lei per rèina del primo giorno elessero”. Anche le quattro fanti e i tre famigliari ricevono dei compiti.

Tutto viene ordinato e gerarchizzato. Vogliono imitare i modi di una corte.

“A questo vivere “festevolmente” in campagna è necessario trovare un ordine, senza di che la “bella compagnia” non ritroverebbe le ragioni morali ed estetiche della sua “onestà”[30].

In effetti la fortuna ha meno forza dove trova la virtù ordinata a resisterle.

Da fuori non devono recare notizie se non liete. Poi la brigata incline alla letizia andò per un giardino facendo ghirlande di fronde e cantando. Intanto Parmeno, il siniscalco, fece preparare la tavola con tovaglie bianchissime e bicchieri che d’ariento parevano, e tutto coperto di fior di ginestra. Poi vennero vivande delicatamente fatte e finissimi vini fur presti e i tre famigliari chetamene servirono le tavole.

I “famigliari” si muovono e parlano, se devono parlano, con il debito rispetto.

Le cose erano belle e ordinate, ed essi con piacevoli motti e con festa mangiarono.

C’è un vantaggio nell’affrontare la vita secondo una disciplina.

“Ogni vita vissuta secondo uno stampo coerente e comprensivo e vitale, è classica”[31].

 

Tanto apparato è tipico della borghesia che vuole imitare l’aristocrazia.

Nel grande romanzo di Musil si trova invece un elogio della "magnifica negligenza" dell’aristocrazia : “ Una casta dominante rimane sempre un poco barbarica...Erano invitati insieme in residenze campestri, e Ulrich  notò che vi si vedeva sovente mangiare la frutta con le mani, senza sbucciarla, mentre nelle case dell'alta borghesia il cerimoniale con coltello e forchetta era rigidamente osservato; la stessa osservazione si poteva fare a proposito della conversazione che quasi soltanto nelle case borghesi era signorile e distinta, mentre negli ambienti aristocratici prevalevano i discorsi disinvolti, senza pretese, alla maniera dei cocchieri. Le dimore borghesi erano più igieniche e razionali. Nei castelli patrizi d'inverno si gelava; le scale logore e strette non erano una rarità, e accanto a sontuose sale di ricevimento si trovavano camere da letto basse e ammuffite. Non esistevano montavivande né bagni per la servitù. Ma, a guardar bene, c'era proprio in questo un senso più eroico, il senso della tradizione e di una magnifica negligenza!"[32].

Il conte Leinsdorf, promotore della grande Azione Patriottica, l'Azione Parallela, "del popolo pensava fermamente che fosse buono…era fermamente convinto che persino il vero socialismo concordava con le sue opinioni…E' chiaro come il sole che soccorrere i poveri è un dovere cavalleresco, e che per la vera nobiltà non c'è poi una così gran differenza tra un fabbricante e un suo operaio"[33].

 

Decameron Terminato il desinare, fecero levare le tavole in modo che potessero suonare e carolare. Dionèo prese un leuto e Fiammetta una viola. Poi mandati i famigliari a mangiare, “a carolar cominciarono, e quella finita, canzoni vaghette e liete cominciarono a cantare”.

I “famigliari” hanno orari diversi dai signori.

 

Già Platone nel Protagora scrive che le persone bene educate non fanno e non ascoltano musica mentre si mangia.

In questo dialogo Socrate indica delle regole per i simposi della gente educata che non può rumoreggiare a tavola, e, anzi, non sopporta qualsiasi elemento ostacoli la conversazione.

Le persone mediocri e volgari, per incapacità di parlare tra loro durante i simposi, a causa della mancanza di educazione, si intrattengono a vicenda attraverso la voce dei flauti; invece tra i convitati colti e per bene, non vedi né suonatrici di flauto, né danzatrici, né citariste, ma trovi che essi  sono capaci di conversare tra loro senza queste sciocchezze e questi giochi (" ajlla; aujtou;" auJtoi'" iJkanou;" o[nta" sunei'nai a[neu tw'n lhvrwn te kai; paidiw'n touvtwn", 347d)  e parlano e si ascoltano a turno ordinatamente, anche se bevono molto vino.

 

Boccaccio. Continuarono i canti e le danze finché tempo parve alla reina d’andare a dormire, e vi andarono tutti, li tre giovani alle lor camere, da quelle delle donne separate.

Oh gran virtù delle ragazze antiche, di buona famiglia!

Le ragazze sono grandi proprietarie terriere; i ragazzi hanno un famiglio a testa.

 Le camere erano con i letti ben fatti e di fiori piene come la sala.

Intorno alla nona (le 15) la reina fece levare tutti affermando esser nocivo il troppo dormire il giorno, e cos’ andarono in un pratello nel quale l’erba era verde e grande ed era ombreggiato e rinfrescato da un soave venticello.

La regina allora propose di arrivare al vespro, al tramonto, novellando piuttosto che giocando. Le donne parimenti e gli uomini tutti lodarono il novellare.

Il pieno sole che illumina il paesaggio fa pensare all’antico teatro all’aperto

La regina lasciò liberi gli argomenti della giornata e Panfilo cominciò con la novella di Ser Cepparello.

La cornice vuole rappresentare una vita aristocratica.  I modi dei giovani sono signorili, e anche il loro aspetto non è ordinario.

 

La facies aristocratica Boccaccio e Proust

Fiammetta, una delle sette, ha gli occhi simili a quelli di un “falcon pellegrino” e labbra di rubino.

Proust nei Guermantes scrive:"il naso a becco di falco e gli occhi penetranti" sono "caratteristici...di quella razza rimasta così speciale in mezzo a un mondo in cui non si è confusa e resta isolata, nella sua gloria divinamente ornitologica: perché essa sembra nata, in un'età favolosa, dall'unione d'una dea con un uccello"(p. 82). Quindi l'autore descrive gli atti di questi nobili per mostrare  quanto essi fossero naturali, eppure  "graziosi come il volo d'una rondine o l'inclinazione della rosa sul suo stelo" (p. 475).

.

 Il gusto dell’amabile conversare è segno di curialitas, di misura cortese.

La gamma è molto vasta. C’è una multiforme varietà di vita

I racconti spaziano dalla virtù sublime alla criminosa beffa, dalla misura aristocratica al lezzo dei bassifondi.

Nell’ultima giornata si esaltano la liberalità, la magnanimità, la virtù.

 E’ presente il filone orientale delle Mille e una notte diffuso in Itala attraverso la mediazione francese.

A noi interessa particolarmente la presenza di  Apuleio,  l’autore prediletto da Boccaccio in gioventù.

 

Boccaccio III parte della conferenza

 

Giovanni Boccaccio

 Vita e opere

1313-1375

Vocato alle lettere ex utero matris, sebbene figlio del mercante Boccaccio di Chelino.

Nel 1327 il padre lo portò a Napoli presso la corte del re Roberto d’Angiò. La mercatura non gli piaceva e nemmeno gli studi di diritto canonico lo avvinsero.

Il padre lo pose a stare con un grande mercante appresso il quale nello spazio di tre anni  “non feci altro profitto che perdere tempoLe regole pontificali mi fastidivano l’animoEro spinto alla poesia da antichissima disposizione. Sicché non sono stato negoziatore né canonista”.

Fino al 1340 rimase a Napoli, impressionato dalle eleganze della corte e pure dalla brulicante vita dei vicoli, fino ai sordidi chiassetti.

A Napoli frequentava i nobili che “vedevano in me consuetudini d’uomo e non di bestia, ed assai delicatamente vivere, sì come noi fiorentini viviamo ; vedevano la casa e la masserizia mia, secondo la misura della possibilità mia, splendida assai (Lettera a Francesco Nelli).

Del resto Napoli viveva “lieta, pacifica, abondevole, magnifica e sotto ad un solo re” (Fiammetta, II).

Firenze invece era “piena di voci pompose e di pusillanimi fatti”.

Nel 1330 Cino da Pistoia insegnava diritto civile a Napoli e Giotto nel ’32 aveva affrescato due cappelle di Castel Nuovo. Giotto si trova nella novella VI, 5 dove appare brutto ma “bellissimo favellatore” e bravo a motteggiare.

 B. Fece studi irregolari, da autodidatta, e non si laureò.

La sua formazione era volta alla realtà della vita oltre che alla letteratura.

Fiammetta, la donna amata, era era Maria d’Aquino, una figlia naturale del re Roberto.

 

Un poco di storia

Nel 1340 B. torna da Napoli a Firenze di mala voglia.

Nel 1343 muore Roberto d’Angiò. 

Il suo regno era già in decadenza, nonostante le iniziative culturali di questo re e il fatto che aveva cercato di assumere la funzione di guida del guelfismo italiano. Ma già da tempo erano andate perdute la Sicilia e la Sardegna in mano agli Aragonesi.

La Sicilia era stata sottratta a Carlo I d’Angiò il  da Pietro III d’Aragona  nel 1282 in seguito ai Vespri siciliani. Pietro d’Aragona aveva sposato Costanza, figlia di Manfredi e si atteggiava a continuatore della politica Sveva.

La decadenza del regno di Napoli era anche dovuta al fatto che gli Angioini vi mantenevano condizioni feudali.

Nel 1442 Alfonso di Aragona detto il Magnanimo conquistava il regno di Napoli.

 

La peste del 1348  avviene in una situazione di crisi finanziaria ed economica.

 

Il ritorno di B. a Firenze è dovuto alla crisi finanziaria dei Bardi che nel 1346 falliranno. Nel 1343 erano falliti i Peruzzi che, come i Bardi, avevano prestato denaro agli Angiò. L’inghilterra non pagò i suoi debiti ai Peruzzi e Filippo di Valois in Francia fece arrestare i mercanti di Firenze. Anchr il regno di Napoli non pagava i debiti.

Nel 1341 i Fiorentini subiscono una disfatta dai Pisani alleati con i Visconti.

Roberto d’Angiò inviò un aiuto modesto guidato da Gualtieri VI di Bireme, detto il duca di Atene. Questo si appoggiò alla borghesia minore colpendo i “Grassi”.

I Grassi erano i Neri che Bonifacio VIII aveva aiutato a prevalere in Firenze.

Erano i grandi mercanti e finanzieri che costituivano la parte guelfa e governavano attraverso i priori e il gonfaloniere di giustizia.

L’avventuriero detto il duca di Atene dunque colpiva le grandi famiglie, nonostante fosse stato chiamato dal popolo grasso.

Fece giustiziare un Medici e un Altoviti. Nel 1342 fu acclamato signore a vita dal popolo. La sua dittatura era fondata sugli artigiani minori e sul popolo minuto. I Grassi si videro posposti a famiglie umilissime.

Nel 1343 Gualtieri venne cacciato da una congiura.

Nel 1345 ci fu lo sciopero dei tintori diretto da un operaio: Ciuto Brandini, ma vennero repressi dal popolo grasso, una anticipazione del tumulto dei Ciompi del 1378.

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I Grassi comunque per qualche tempo dovettero associare al governo delle arti maggiori .quelle minori, ossia la gente nuova dei piccoli artigiani. Il Boccaccio scrive che quelli del contado tolti dalla cazzuola e dall’aratro venivano sublimati al magistrato maggiore.

Ben presto però la parte guelfa filopapale e antiimperiale riprende prestigio e potere.

 

La vecchia oligarchia un poco alla volta esclude le arti minori, quelle meno intellettuali: nel 1346 una legge elimina dalla vita pubblica chiunque non fosse nato a Firenze. Erano chiamati ghibellini.

I capi delle arti minori non furono capaci di reagire. Nel 1349 le 14 arti minori vennero ridotte a sette con il pretesto che erano diminuite di numero per via della peste che sconvolse la vita sociale di Firenze: diffuse empietà, libertinaggio, formò una classe di nuovi ricchi che avevano approfittato del flagello: becchini, infermieri, mercanti di farmaci e così via.

Dopo la peste ci fu una pacificazione.

Ma nel 1354 venne approvata una legge che escludeva i “ghibellini” dai pubblici uffici. Bastava un sospetto di ghibellinismo.

Gli Albizzi erano i capi di questa caccia alle streghe; però nel 1367 i Ricci ridiedero qualche potere ai nuovi artigiani che rialzarono la testa con il popolo minuto.

Dopo il fallimento della rivolta dei Ciompi del 1378, l’oligarchia delle grandi famiglie di banchieri e mercanti (Albizzi, Strozzi) riacquista tutto il potere escludendo il popolo minuto. Nel 1405 alla morte di Gian Galeazzo Visconti, Firenze riesce a occupare Pisa e ad avere lo sbocco sul mare, poi anche Arezzo e Pistoia. Nel 1434 prende il potere Cosimo dei Medici

 

La peste, dunque, come in Sofocle, è significativa di una crisi generale

B. dimorò poi anche a Ravenna alla corte di Ostasio da Polenta, e a Forlì al seguito di Francesco degli Ordelaffi, ma nel 1348, l’anno della peste, era a Firenze. 

Nel ’50 incontrò il Petrarca del quale fu ammiratore fin dagli anni giovanili. La corrispondenza con il grande Aretino contribuì a chiarire il suo impulso verso gli studi umanistici e dare un indirizzo più austero alla sua vita, fino a prendere

 gli ordini minori.  Fondò nella sua casa gli incunaboli del primo circolo umanistico fiorentino con Filippo Villani, Luigi Marsili e Coluccio Salutati.

 

Le opere

Boccaccio è poeta e narratore di vicende amorose. Di lui si può dire quello che scrive Ovidio di Menandro "Fabula iucundi nulla est sine amore Menandri", nessuna commedia del piacevole Menandro è senza amore (Tristia , II, 369)

Ovidio menziona anche Saffo, Anacreonte, Callimaco come poeti d’amore e sostiene che pure i poemi omerici contengono storie d’amore, e perfino le tragedia materiam sempre amoris habet (v. 382). Del resto se la sua Musa è iocosa, la vita è verecunda (v. 354).  Insomma, Boccaccio, come Ovidio e altri, fa parte degli scrittori di cose amorose.

 

A Napoli Boccaccio compone (questa parte è manualistica, e serve solo per consultazione. Non ho letto queste opere. Si può saltare fino all’Elegia di madonna Fiammetta)

: La Caccia di Diana poemetto mitologico in terza rima con l’elogio di 58 gentildonne napoletane

Filocolo romanzo in prosa  che narra gli amore di Florio e Biancifiore. Vorrebbe significare, secondo una etimologia spropositata. “fatica d’amore” (in realtà kovlon significa colon e kw`lon, gamba, arto).

B. vi spende 3 anni (1336-1338) di “graziosa fatica”.

Filostrato in ottava rima, di argomento troiano. Il vinto d’amore (cfr. storevnnumi e sterno, abbatto).

Teseida poema epico in ottava rima. Racconta la guerra di Teseo contro le Amazoni e contro Tebe. Sconfigge le Amazoni e Creonte. Ma il nucleo principale non è la guerra, bensì, ancora una volta, una storia d’amore: due prigionieri tebani si innamorano di Emilia, sorella di Ippolita e cognata di Teseo. Il re di Atene è, come nella tragedia greca, l’eroe civilizzatore che ripristina la sepoltura negata da Creonte e recupera alla civiltà le Amazoni

 Dopo il ritorno a Firenze compose

Il  Ninfale d’Ameto  è un prosimetro, ossia misto di canti in terzine e di prosa.  Ameto è un rozzo pastore ingentilito dall’amore, principio di civiltà e purificazione. Boccaccio ha ancora la smania dei riferimenti eruditi, della prosa modellata sugli schemi del periodo latino fino a riuscire contorta e poco comprensibile

l’Amorosa visione poema allegorico in 50 canti di terzine, povera e scolorita.

 

 L’elegia di Madonna Fiammetta è un romanzo psicologico in prosa (1343-44). Fiammetta è una donna abbandonata. C’è finezza nella descrizione della psicologia della donna tradita e sofferente. Anche qui del resto sovrabbondano le reminiscenze erudite, la retorica dei discorsi ampollosi. La prosa è ancora molto artefatta.

B. ha tratto  ispirazione da diversi autori latini, soprattutto  dalle Heroides di Ovidio e dalla Fedra di Seneca.

Di fatto è una lunga Eroide. Fiammetta è segnalata come aassidua lettrice dei versi d’Ovidio” (III 4, 1) e di “franceschi romanzi”. B. intendeva essere il nuovo Ovidio come Dante era stato il nuovo Virgilio.

Qui sotto invece segnalo un  brano di chiara derivazione virgiliana.

Il tema è quello dell’ amor omnibus idem

  Venere descrive l'invasamento erotico e bellicoso degli animali. La dea dell’amore vuole convincere Fiammetta ad assecondare la sua passione adulterina:"ne' boschi li timidi cervi, fatti tra sé feroci quando costui[34] li tocca, per le disiderate cervie combattono, e, mugghiando, delli costui caldi mostrano segnali; e i pessimi cinghiari[35], divenendo per ardore spumosi, aguzzano gli eburnei denti; e i leoni africani, da amore tocchi, vibrano i colli"[36].

Fiammetta si lascia convincere: “di me sia come ti piace”  (I 18 3).

 

Tale istinto è uguale per tutte le creature viventi:  "Omne adeo genus in terris hominumque ferarumque/et genus aequoreum, pecudes pictaeque volucres/ in furias ignemque ruunt: amor omnibus idem  "( Georgica III, vv. 243-244) così ogni specie sulle terre di uomini e di animali, e la razza marina, il bestiame e gli uccelli colorati si precipitano in ardori furiosi, amore è lo stesso per tutti.

Esso, continua Virgilio, accresce la ferocia delle belve:"Tempore non alio catulorum oblita leaena/saevior erravit campis nec funera volgo/tam multa informes ursi stragemque dedere/per silvas; tum saevus aper, tum pessima tigris;/heu, male tum Libyae solis erratur in agris " ( vv. 245-249), in nessun altro tempo dimentica dei cuccioli la leonessa ha errato più furiosa per le pianure, né tanti lutti e strage sparsero gli orsi orribili per le selve; allora il cinghiale è furioso, allora la tigre è più feroce che mai; ahi allora si vaga con rischio nei campi deserti della Libia

 

Quest’opera in prosa è scritta per donne le quali sole sono “pieghevoli e agl’infortunii pie”. E’ la confessione dei casi infelici della protagonista.

Nel prologo. B. presenta pure una dichiarazione di realismo, alla Marziale [37]: “”voi leggendo non troverete favole greche ornate di molte bugie, né troiane battaglie sozze per molto sangue, ma amorose”

Nell’ultimo capitolo, Fiammetta chiede al  suo piccolo libretto di presentarsi “dinanzi alle innamorate donne, e di farlo “rabbuffato con isparte chiome[38], e macchiato[39] di squallore pieno, per somigliare al tempo infelice di chi lo ha scritto”.

 

il Ninfale fiesolano è un poema eziologico in ottava rima. E’ la favola delle origini di Fiesole e di Firenze attraverso “un’amorosa storia”, quella tra il pastore Africo e la ninfa Mensola che diventeranno due fiumicelli. Qui non c’è sfogo autobiografico né soverchio di erudizione. Qui i modelli sono tratti dalla letteratura popolare toscana: strambotti, cantari, rispetti. 

 

Il Corbaccio, di poco posteriore al Decameron, è una satira contro una vedova e un’invettiva contro le donne  condannate  quali creature del diavolo. Nei Bestiari, il corvo che toglie ai morti gli occhi e il cervello è paragonato a Eros che accieca l’uomo e lo rende pazzo.

A chi dice che le cose belle, come le stelle e le Muse sono femmine, si può rispondere, è vero che sono femmine, ma non pisciano.

Non sono paffute e naticute come certe femmine che, agghindate e callipigie,  mirano al granaio, per dirla con Esiodo.

Boccaccio conosceva bene la lingua e la letteratura latina, come si è visto; per quanto riguarda il greco, se lo faceva insegnare da Leonzio Pilato che aveva tradotto i poemi omerici, seppure non bene.

Il certaldese scrisse anche opere latine. La più importante è De genealogĭis deorum gentilium in 15 libri, composta tra il 50 e il 60.  E’ un grande corpus mitologico che contiene la poetica: la poesia è verità filosofica che si ammanta con un velo di favole belle, come la Scrittura, anch’essa poetica finzione. Questa idea è ripresa da Petrarca, Giovanni del Virgilio e Albertino Mussato[40].

Del resto lo aveva già scritto Lucrezio che la poesia serve a rendere più simpatica e gradita la filosofia.

Obiettivi polemici sono i giuristi che disprezzano la poesia perché non reca lucro e i religiosi ipocriti che trattano i poeti da spacciatori di favole.

 

Il Boccaccio dantista

Lo studio di Dante occupò parte della sua operosa vecchiaia.

 Scrisse un Trattatelo in laude di Dante e un Comento che arriva al XVII canto dell’Inferno.

 

Il Decameron

Fu scritto tra il 1349 e il 1351 ma fu riveduto e rielaborato fino agli ultimi anni di vita.

 

Vediamo un poco di critica

Benedetto Croce La letteratura italiana.

 

La sua è una prosa poesia e pure una prosa retorica, frutto dello studio di Cicerone e degli altri antichi.

Questa prosa umanistica prevale nel Filocolo e nell’Ameto e si affaccia nel Decameron.

Francesco De Sanctis ebbe a scrivere che B. concepisce come Plauto e scrive come Cicerone. Vede il Certaldese come opposto a Dante e in forte contrasto con il Medioevo: sensualità, comicità e satira, già Rinascimento.

B. fu osservatore dell’umana sciocchezza. Egli ammirava non poco gli accorti e abili che ne approfittano.

Nella novella di Ser Cappelletto (I, 1) c’è il riso, la caricatura, la farsa. Ciappelletto è una mirabile forza umana o demonica, mirabile nella capacità artistica di comporre e recitare una parte, commovendo lo spettatore.

Da artista vuole fare ciò che sa di saper fare bene, e lo fa per proprio godimento.

Di Dio non si cura; per lui esistono gli uomini ed egli sa maneggiarli, imbrogliarli, farne i propri giocherelli.

Vuole morire in odore di santità, come san Ciappelletto. E potrebbe dire come Nerone, qualis artifex pereo !

B. ammira questa forza umana di intelligenza, esperienza, immaginazione, di volontà, di parola

B. anticipa Nietzsche quando giudica folle la guerra di sterminio condotta dallo spirito contro la carne.

Del resto è attirato anche dal mondo cavalleresco. Il suo ideale di magnificenza cavalleresca completa la visione del comico e del sensuale

Boccaccio accetta la vita nella sua varietà.

C’è una realtà alta e una bassa. Questa assume gli aspetti del comico alla luce di quella alta.

Nella novella di Andreuccio  (II, 5) ci sono i bassifondi napoletani del Trecento. Qui trionfano i furbi e pure il caso che volge le condizioni degli uomini “oltre la difension dei senni umani”.

 Andreuccio è un figlio della Tuvch. Nel corso di poche ore è un ingannato e un ingannatore, un derubato e un ladro.

La fortuna è dea ex machina

La giovane siciliana era “disposta per picciol pregio a compiacere a qualunque uomo”. (p. 102) Boccaccio lo  dice con sostenutezza e modi eletti[41].

Il ruffiano “mostrava di dover essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto” (p. 109), insomma poteva sembrare un uomo autorevole.

L’eterna commedia degli umani Shakespeare:" All the world's a stage-And all the men and women merely players" (As you like it [42], II, 7), tutto il mondo è un palcoscenico e tutti gli uomini e le donne non sono che attori

 

De Sanctis Storia della letteratura italiana.

Qui trovi il medio evo non solo negato ma canzonato.

Ser Cepperello (I, 1) anticipa Tartufo, ma B. non lo rende odioso, anzi. B. prefigura Voltaire, la sua arma è l’allegra caricatura.

Il libro non corrompeva lo spirito italiano ma lo rifletteva com’era[43].

Tutti i grandi scrittori erano usciti dall’Università di Bologna: Guinicelli, Cino, Cavalcanti, Dante, Petrarca (p. 276).

La Commedia  di Dante è letteratura teocratica, è il poema dell’altra vita.

Già nel Canzoniere di Petrarca il mondo medievale, dantesco, prende un aspetto più umano e naturale. Si perde però la grande fede con i grandi ideali.

Con Petrarca c’è un infiacchirsi della coscienza, rimane il culto della bella forma.

E’ un’arte formale, non riscaldata abbastanza dal contenuto

La corruttela degli Italiani era indifferenza.

Il Canzoniere è elegante al di fuori e fiacco al di dentro

Con Boccaccio il reale prende la sua rivincita.

Cfr. Tucidide e Machiavelli.

Boccaccio nacque nove anni dopo il Petrarca e otto prima della morte di Dante. A Napoli si invaghì di Maria (Fiammetta), Maria d’Aquino figlia naturale del re Roberto.

Spento è in lui il cristiano e anche il cittadino. Dietro al cittadino  (quello della povli~) comincia a comparire il buon borghese che ama la patria ma a patto che non gli dia molto fastidio e lo lasci intendere alla sua industria. L’età eroica era passata. La spensierata giovialità del B. è l’ingresso nel mondo, a voce alta e beffarda della materia e della carne. L’istinto reagisce al misticismo.

 

La virtù è capacità

C’ è la virtù di Griselda (X, 10) che si sottomette con enorme pazienza  a tutte le durissime prove che il marito le impone.

Probabilmente in queste c’è il ricordo delle prove cui viene sottoposta da Venere la Psiche di Apuleio. Ma la pazienza di Griselda è ancora più tenace di quella di Psiche e pure di quella di Giobbe.

Si comporta sempre “con forte animo sostenendo il fiero assalto della nemica fortuna”. Griselda fa pensare alla Andromaca delle Troiane e dell’Andromaca di Euripide. 

 Poi c’è la virtù dei signori liberali e cortesi come Carlo d’Angiò (X, 6) che offre la dote a due belle fanciulle figlie di un nemico ghibellino.

Virtù è capacità, o liberalità e gentilezza d’animo, nel caso di Griselda è abnegazione.

Comunque è virtù spogliata del suo carattere teologico e mistico.

La natura non è peccato ma legge: B. prende il mondo com’è. Il dio di questo mondo è il caso. E’ un mondo allegro e anche comico.

(aggiungerei anche tragico)

Il comico è la caricatura che l’uomo intelligente fa degli uomini posti a un livello intellettuale inferiore.

Nel Decameron c’è il mondo sensuale e licenzioso della furberia e dell’ignoranza, poi il mondo colto e civile della cortesia, di cui il più bel tipo è Federigo degli Alberighi (V, 9). Innamorato di monna Giovanna “”in cortesia spendendo si consuma”[44]. Giostrava, armeggiava, faceva feste e donava ed il suo senza alcun ritegno spendeva. E la donna disse ai fratelli: “io voglio avanti uomo che abbia bisogno di ricchezza che di ricchezza che abbia bisogno di uomo”.

Il modello è il Temistocle di Plutarco il quale tra due pretendenti della figlia avendo preferito il capace al ricco, disse che cercava un uomo carente di ricchezze piuttosto che ricchezze carenti di uomo (e[fh zhtei`n a[ndra crhmavtwn deovmenon ma`llon h} crhvmata ajndrov~ , Vita, 18, 9). Ma credo che B. l’abbia ricavato piuttosto da Valerio Massimo: “Malo inquit virum pecunia quam pecuniam viro indigentem[45]

L’autore e i suoi novellatori appartengono alla classe colta e intelligente. Gli uomini colti ridono alle spalle degli incolti, che sono i più. La cultura ha coscienza di sé e canzona l’ignoranza e la malizia delle classi inferiori,

La forma di questo mondo è la caricatura.

Le forme tecniche sono l’ottava rima nella poesia, e il periodo nella prosa. Come Petrarca, Boccaccio ha in abominio gli scolastici . Le sue divinità sono Virgilio, Ovidio, Livio e Cicerone.

(e Seneca, e Apuleio, e altri)

Nel Decameron c’è un mondo plebeo che fa le fiche allo spirito (p. 330), un mondo grossolano nei sentimenti.

E’ la commedia terrestre. Il medioevo con i suoi terrori è cacciato dal tempio dell’arte.

 

Tema fondamentale è l’amore.

 Boccaccio è sempre attento al vitalismo degli istinti.

Ghismunda

La vedova Ghismunda che pure è " giovane e gagliarda e savia"    (IV, 1)  sostiene la naturalezza della  passione carnale e  difende davanti al padre Tancredi, principe di Salerno, il proprio sentimento amoroso per il giovane valletto Guiscardo "uom di nazione assai umile ma per vertù e per costumi nobile". La giovane donna dice dunque al padre: “ esserti ti dové, Tancredi, manifesto, essendo tu di carne, aver generata figliuola di carne e non di pietra o di ferro...Sono adunque, sì come da te generata, di carne, e sì poco vivuta, che ancora son giovane, e per l'una cosa e per l'altra piena di concupiscibile disidero, al quale maravigliosissime forze hanno date l'aver già, per essere stata maritata, conosciuto qual piacere sia a così fatto disidero dar compimento. Alle quali forze non potendo io resistere, a seguir quello che elle mi tiravano, sì come giovane e femina, mi disposi e innamora'mi".  Ghismunda non si giustifica dicendo che ha perso la testa: “Guiscardo non per accidente tolsi, come molte fanno, ma con deliberato consiglio elessi innanzi ad ogni altro. E con avveduto pensiero a me lo introdussi e con savia perseveranza di me e di lui, lungamente goduta sono del mio disio”.

Ella dunque, come il Prometeo di Eschilo, rivendica dignità a quello che altri possono considerare un delitto.

Il titano incatenato grida:"io sapevo tutto questo:/di mia volontà, di mia volontà ho compiuto la trasgressione, non lo negherò (eJkw;n eJkw;n h{marton, oujk ajrnhvsomai)/ aiutando i mortali ho trovato io stesso le pene (aujto;~ huJrovmhn povnou~ )"(265-267).

 

Invece “Abbastanza spesso il delinquente non è all’altezza della sua azione: egli la minimizza e la calunnia”[46].

 

Ghismunda piuttosto che giustificarsi accusa il padre di seguire più la volgare opinione che la verità”. Aggiunge che gli uomini sono nobilitati dalla virtù. Guiscardo, il suo amante è di fatto più nobile dei titolati che circondano il padre. “La povertà non toglie gentilezza ad alcuno”

 Il padre nota “la grandezza d’animo della sua figliola”,  però ammazza l'amante di Ghismunda e questa si uccide. Tancredi, pentito, esaudisce l’ultimo desiderio della figliola, facendo seppellire i due in un medesimo sepolcro.

"Boccaccio, in nome del suo  laico naturalismo, esclude ogni idea di peccato in relazione all'amore carnale[47], e propone l'eroina come exemplum  sublime di dedizione ai diritti della passione, fino al sacrificio totale, nonché di magnanimità cortese nella fedeltà all'amore"[48].

 

La pietà e il contrappasso

Nella novella di Nastagio degli Onesti (V, 8) Boccaccio identifica la "commendata" pietà con il contraccambio della devozione amorosa, e la malvagità con lo sprezzante rifiuto dell'offerta d'amore. Questa storia anzi mostra che tale crudeltà "è dalla divina giustizia rigidamente…vendicata". 

Torna il tema della compassione che abbiamo visto nel proemio.

Filomena introduce la novella con queste parole: “Amabili donne, come in noi è la pietà commendata, così ancora in noi è dalla divina giustizia rigidamente la crudeltà vendicata, il che acciò che io vi dimostri e materia vi dèa di cacciarla del tutto da voi, mi piace dirvi una novella non meno di compassione piena che dilettevole”.

Nastagio degli Onesti  era uno dei nobili e gentili uomini di Ravenna. Era molto ricco ma molto meno nobile della donna di cui era innamorato: una figliuola di messer Paolo Traversaro. La ragazza era “cruda dura e salvatica …forse per la sua singular bellezza o per la sua nobiltà sì altiera e disdegnosa divenuta. Per conquistarla, Nastagio faceva grandissime spese, ma senza risultato. A un certo punto andò a stare a Chiassi (Classe) “fuor di Ravenna forse tre miglia…a fare la più bella vita e la più magnifica che mai si facesse” e invitava a desinare e a cena or questi or quegli altri.

Un giorno passeggiando “nella pigneta” vide un uomo a cavallo, messere Guido degli Anastagi, che con dei mastini inseguiva una donna nuda. Alla fine la raggiungeva, la uccideva e la dava in pasto ai cani.

Nastagio cercò di difenderla, ma l’uomo gli spiegò che loro due stavano scontando i loro peccati con “le pene del ninferno” perché lei era stata crudele con lui ed egli si era ucciso. E dovranno seguitare in quella guisa tanti anni per   quanti mesi ella fu contro lui crudele.

 

Un contrappasso di tipo dantesco, e già presente in Eschilo e in  Seneca.

Il contrappasso

 Nel doloroso canto  ( Kommov~ ) che precede l'epilogo dell’Agamennone leggiamo :"paga chi uccide (ejktivnei d j oJ kaivnwn)/. Rimane saldo, finché Zeus rimane nel trono/che chi ha fatto subisca: infatti è legge divina"( mivmnei de; mivmnonto~  jen qrovnw/ Diov~-paqei`n to;n e[rxanta: qevsmion gavr”, vv. 1562-1565).

Seneca ribadisce questa legge nell Hercules furens:" quod quisque fecit, patitur: auctorem scelus/repetit, suoque premitur exemplo nocens./Vidi cruentos carcere includi duces,/et impotentis terga plebeia manu/scindi tyranni. Quisquis est placide potens,/dominusque vitae servat innocuas manus,/ et incruentum mitis imperium regit,/animaeque parcit: longa permensus diu/felicis aevi spatia, vel coelum petit,/vel laeta felix nemoris Elysii loca,/iudex futurus" (Hercules furens, vv. 735-745), ciò che ciascuno ha fatto lo patisce: il delitto ricade sull'autore, e il colpevole è gravato dal suo cattivo esempio. Vidi re sanguinari essere rinchiusi in un carcere e il dorso di un tiranno sfrenato lacerato da mano plebea. Ma chi regna in pace e padrone della vita conserva innocenti le mani, e con mitezza regge un governo senza vittime e risparmia la vita, dopo avere contato a lungo anni di tempo felice, o sale al cielo o da beato arriva nei  luoghi sereni del bosco Elisio, per esservi giudice.

 

A Nastagio dunque venne nella mente “questa cosa dovergli molto poter valere, poi che ogni venerdì avvenia”. La ragazza crudele, invitata a cena con altri, capì che l’esempio era dato a lei e sposò Nastagio. Poi “tutte le ravignane paurose ne divennero, e dopo furono più arrendevoli ai piaceri degli uomini che prima non erano state”.

 

Cè il vitalismo dei sensi ma anche gentilezza, altezza di sentimento, dedizione fino al sacrificio. C’è ammirazione per l’intelligenza. C’è già la celebrazione machiavellica della virtù come capacità, virtù anche senza morale come in Peronella. Poi c’è la forza della fortuna, l’elemento imponderabile, trascendente. Insomma c’è una vasta gamma della realtà dell’umano. Il periodare è lento e analitico corrisponde alla sua minuta attenzione al reale. Il lessico si addice sempre al carattere dei personaggi.

 

Natalino Sapegno da me riveduto (si può saltare, ripete concetti già detti da altri ed è generico)

Compendio di Storia della letteratura italiana

La realtà umana è descritta con l’animo non del sofferente, ma dell’osservatore libero dal turbine delle passioni giovanili che B.  contempla nell’umanità con simpatia e con distacco. La cornice raffigura una situazione eccezionale che consente la spregiudicatezza di certe novelle.  (Bachtin direbbe che nel tempo della crisi  la vita è sulla soglia, non è biografica dentro casa).

I novellatori rivivono nel nome alcune figure dei romanzi giovanili.

Filostrato, il vinto d’amore, Dioneo il gaudente spregiudicato e sempre allegro, Panfilo, il fortunato amante, sono tre facce di B. Anche le donne rappresentano vari aspetti del grande gioco amoroso. Alla fine di ogni giorno ciascuno di loro canta una ballata.

Gli argumenta principali sono la materia amorosa e il culto dell’intelligenza. Con la correlativa descrizione dell’umana sciocchezza, materia vile che l’uomo astuto adopera per i suoi fini egoistici e l’uomo colto guarda dall’alto con un sorriso di signorile indulgenza.

Il tema amoroso non è compiacimento dell’osceno [49]. L’amore è talora una passione nobile che nobilita, talora esaspera e conduce alla follia, comunque ci spinge a diventare ciò che veramente siamo.

 

Ci sono donne che incarnano grandezza d’animo come Ghismunda (IV, 1) e Lisabetta da Messina (IV, 5). In  queste novelle la potenza dell’amore talora cozza con le convenzioni sociali.

Le novelle più licenziose sono spesso indicative di ambienti e di caratteri umani. Come quella della badessa che si mise in testa, per sbaglio, le mutande del prete suo amante e riconobbe che è impossibile difendersi dagli stimoli della carne. In questa novella (IX, 2), c’ è uno spaccato sulle invidie, le gelosie, la licenziosità dei conventi.

Poi l’esaltazione dell’intelligenza umana nei suoi vari gradi. Prima di tutte quella di ser Cappelletto (I. 1) o di Frate Cipolla (VI, 10), personaggi che riescono simpatici  per la loro virtù, intesa come la intenderà Machiavelli e poi Nietzsche, capacità, virtù senza morale.

Tale “virtù” si trova anche nella Siciliana che gabba Andreuccio da Perugina (II, 5).

La seconda giornata sotto Filomena contiene le novelle della fortuna. A volte la cattiva fortuna può essere superabile; essa  “ dimostra la sua potenzia dove non è ordinata virtù a resisterle” come scriverà Machiavelli[50].

 Burlatori intelligenti sono Bruno e Buffalmacco alle spalle di Calandrino (VIII, 3, 6).

Sull’altra faccia della medaglia ci sono gli sciocchi: Calandrino appunto, Andreuccio, che però impara, tw`/ pavqei mavqo~,  o il balordo giudice marchigiano beffato da tre giovani fiorentini che gli “traggono le brache” (VIII, 5).

Andavano a Firenze rettori marchigiani i cui fatti erano solo pidocchierie e si portavano dietro personaggi squallidi come questo Niccola da San Lepidio (Sant’Elpidio) il quale pareva piuttosto un magnano, un fabbro, che altro a vedere.

L’intelligenza viene anche rappresentata in forme raffinate, come in Cisti fornaio (VI, 2). Nella sesta giornata, sotto Elissa, si raccontano novelle fondate su un leggiadro motto. Così Guido Cavalcanti, Chichibìo, frate Cipolla.

B. ammira la cortesia cavalleresca di Federigo degli Alberghi il quale “spendendo si consuma”, poi fa imbandire a monna Giovanna il grasso falcone che gli era rimasto (V, 9), poi gli piace  lo stile del brigante gentiluomo Ghino di Tacco (X, 2) costretto a rubare dalla cattiva fortuna, e anche la finezza dell’ebreo Melchisedech (I, 3) con la novella dei tre anelli, e la cortesia generosa di Natan (X, 3) pieno d’anni ma non divenuto stanco del corteseggiare. Il vecchio, con la sua liberalità, smonta e converte Mitridanes, un giovane invidioso. 

Soprattutto la X giornata mette in luce la nobiltà d’animo: re Carlo che marita onorevolmente una giovinetta di cui si era innamorato e la sorella di lei (X, 6); Griselda (X, 10) è la donna paziente e sottomessa; Dianora (X, 5) è persona dignitosa con l’innamorato e con il marito, entrambi persone generose. In questa novella è generoso è anche il negromante che in gennaio  trasforma un giardino di Udine in un luogo ameno del mese di maggio ed è liberale del suo guiderdone.

Nonostante certe magie, il mondo delle novelle è sempre reale e concretamente raffigurato.

Secondo Vittore Branca, “l’ambientamento delle azioni non è ottenuto in generale attraverso descrizioni o elementi geografici o topografici, urbanistici. Coerentemente al suo interesse fondamentale e quasi esclusivo per l’uomo e le sue passioni, il Boccaccio punta a creare attorno ai protagonisti delle novelle non tanto la cornice materiale di edifici privati e pubblici, di vie e di piazze, quanto l’atmosfera umana in cui vivono e operano”[51]. Insomma un’ambientazione più di spirito che di cose.  

La prosa di B. si può chiamare poesia, tanto è calda e carnosa. E’ una prosa varia, adeguata alle condizioni sociali di chi parla. Boccaccio osserva il mondo, i mondi che descrive con simpatia o almeno con indulgenza. Ammira gli ideali cavallereschi e nello stesso tempo afferma la naturalezza e la legittimità delle pulsioni. 

 

 Giovanni Ghiselli

 

Ultima  parte della conferenza che terrò domani,  2 Settembre Lunedì ore 18 LibreriaTrame, via Goito, 3/C

 

Descrizione del Decameron.

Prima giornata sotto il reggimento di Pampìnea si ragiona di quello che più aggrada a ciascuno (esempio: ser Ciappelletto).

 

Seconda giornata sotto il reggimento di Filomena si ragiona di chi da diverse cose infestato sia oltre la sua speranza riuscito a lieto fine. Esempio Andreuccio da Perugia (5).

Pasolini ha utilizzato questa novella per il suo film Decameron, togliendo molto all’arte di Boccaccio. I suoi personaggi non parlano o lo fanno come dei cafoni analfabeti, e si esprimono prevalentemente con occhiate furbe, smorfie grottesche, ammiccamenti maliziosi. Non è un bel film e comunque non c’è quasi niente di Boccaccio.

 

Terza giornata

Sotto il reggimento di Neìfile si ragiona di chi alcuna cosa molto desiderata con industria acquistasse o la perduta recuperasse.

Si tratta di sesso.

L’ultima, divertentissima,  è raccontata dallo spurcissimus Dyoneus 

Il monaco Rustico insegna a una bella e ingenua quattordicenne, Alibech, a “mettere il diavolo in ninferno”. La fece spogliare e nel vederla così bella “avvenne la resurrezione della carne”.

 

Nella quarta giornata sotto il reggimento di Filòstrato si ragiona di coloro li cui amori ebbero infelice fine. Giornata cupa dunque. Sette finiscono con la morte di entrambi gli amanti. La prima è quella di Ghismunda. La quinta Lisabetta da Messina con la testa dell’amante nel testo di basilico.

 

Nella quinta giornata sotto il reggimento di Fiammetta si ragiona di ciò che ad alcuno amante dopo alcuni fieri o sventurati accidenti felicemente avvenisse. L’ottava è quella di Nastagio degli onesti con il contrappasso. La nona è quella di Federigo degli Alberghi; la decima è quella “apuleiana” di Pietro di Vinciolo.

 

Nella sesta giornata sotto il reggimento di Elissa si ragiona di chi con alcun leggiadro motto fuggì perdita o pericolo o scorno.

La seconda è quella di Cisti fornaio, la quarta quella di Chichibìo, la quinta quella di Giotto, nella nona c’è Guido Cavalcanti; la decima è quella di frate Cipolla

 

Nella settima giornata, sotto il reggimento di Dioneo si ragiona delle beffe le quali o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte a’ lor mariti senza essersene loro avveduti o no.

La seconda è quella “apuleiana” di Peronella e Giannello.

 

Nell’ottava giornata sotto il reggimento di Lauretta si ragiona ancora di beffe tra esseri umani. La terza è quella di Calandrino, Buffalmacco e l’elitropia.

La quinta è quella delle brache tolte al giudice marchigiano.

La sesta è quella di Bruno, Buffalmacco che imbolano un porco a Calandrino

 

Nella nona giornata sotto il reggimento di Emilia la scelta dell’argomento è libera

La seconda è quella della badessa che si mette in testa, per sbaglio, le brache del prete suo amante.

 

Nella decima giornata sotto Panfilo si ragiona di chi liberamente o vero magnificamente alcuna cosa operasse in amore o in altro.

La decima è quella di Griselda.

Vediamo l’essenziale del suo contenuto. La mite e "obediente" Griselda venne esposta senza vestiti dal marchese di Saluzzo a tutta la sua brigata :" Gualtieri, presala per mano, la menò fuori, ed in presenza di tutta la sua compagnia e d'ogni altra persona la fece spogliare ignuda", quindi la fece rivestire, la chiese in moglie, ed ella rispose:"Signor mio, sì".

 Dopo il matrimonio la donna subì tutta una serie di orribili angherie e torture inflittele dalla "matta bestialità" del marito senza mai ribellarsi e finalmente con la sua "lunga pazienza" gli fece passare la paura  della donna.

Gualtieri nel lieto fine le confessa che sposandosi temeva di perdere la sua tranquillità e che l’aveva sottoposta alle prove per levare via dal suo animo tale inquietudine.

 Per siffatta paura si può confrontare il discorso di Catone[52] in Tito Livio o questi versi di Marziale: “:" Inferior matrona suo sit, Prisce, marito:/non aliter fiunt femina virque pares " (VIII, 12, 3-4), la moglie, Prisco, stia sotto il marito: non altrimenti l'uomo e la donna diventano pari.

 Cfr. anche la donna sottomessa, Andromaca considerata sopra.

 

Giovanni Ghiselli Bologna 1  settembre 2013

 

[1] Senofonte  Nella Ciropedia annette al vizio capitale dell'ingratitudine quello dell'impudenza che anzi considera madre di tutte le turpitudini:"e{pesqai de; dokei' mavlista th'/ ajcaristiva/ hJ ajnaiscuntiva: kai; ga;r au}th megivsth dokei' ei\nai ejpi; pavnta ta; aijscra; hJgemwvn"(I, 2, 7), pare che all'ingratitudine di solito si accompagni l'impudenza: questa infatti sembra essere la guida più grande verso tutte le brutture.

 

[2] Il tragediografo mette in evidenza il grande valore della gratitudine quale componente dell'amicizia nell'Eracle dove Teseo non ha dimenticato l'aiuto ricevuto dall'amico che lo ha riportato in luce dal regno dei morti (v. 1222) e, disponendosi ad aiutarlo, gli dice:" cavrin de; ghravskousan ejcqaivrw fivlwn" (v. 1223), io odio la gratitudine degli amici che invecchia, e chi vuole godere delle cose belle ma non imbarcarsi con gli amici quando se la passano male.

 

[3] L’ozio è un pessimo consigliere: spinse Egisto a sedurre la cognata e a preparare la morte del marito tradito e di loro due amanti. Cfr. Ovidio :"Quaeritis Aegisthus quare sit factus adulter;/in promptu causa est; desidiosus erat " (Remedia amoris, vv. 161-162), volete sapere perché Egisto divenne adultero? il motivo è a portata di mano: non aveva nulla da fare.  Gli altri Greci infatti facevano la guerra e ad Argo non c'erano processi a impegnarlo.

 

[4] Con la dote.

[5] L'ottima sposa si presenta, metaforicamente, come un arciere toxovth" che con il suo arco (tovxon) mira alla buona reputazione cui si accompagna la felicità nella culture of shame

[6] Euripide sembra indicare l'insufficienza "della cultura di vergogna"

[7] Nell'Elettra di Euripide il contadino che ha sposato la figlia di Agamennone senza del resto consumare il matrimonio, dopo avere visto la moglie che parla con Oreste davanti alla casupola, le dice:"gunaikiv toi-aijscro;n met' ajndrw'n eJstavnai neaniw'n" ( vv. 343-344), per una donna certo è una vergogna stare fuori con uomini giovani.

[8] Cfr. Amarcord di Fellini.

[9] Andromaca sta istruendo la più giovane Ermione che è anche la moglie di Neottolemo il quale la pospone alla vedova di Ettore.

[10] Il parente che si reca alla festa travestito da donna per difendere Euripide, risponde all’accusatrice la quale  lo rimprovera  poiché fa  il paladino di un tragediografo che non ha rappresentato mai una  Penelope, gunh; swvfrwn (Tesmoforiazuse, v. 548), una signora per bene.  Ecco le parole del difensore di Euripide :"io infatti conosco la causa: ché, tra le donne di ora, non potresti menzionarmi una sola Penelope, sono tutte Fedre, dalla prima all'ultima"( vv. 549-550). Con questo nome si intende la moglie infedele, anzi sgualdrina come viene chiamata Fedra in compagnia di Stenebea  nelle Rane (v. 1043). Ma la creatura di Euripide è un'altra cosa. Casomai donna favorevole ai facili costumi nell’Ippolito  è la  nutrice di Fedra che cerca di favorire il soddisfacimento della libidine della sua signora per il figliastro in varie maniere: prima spingendola a non curarsi dell'integrità morale: "chi è nato per morire non deve passare la vita affaticandosi troppo" (Ippolito, v. 467); quindi tentando di chiarirle di quale cosa veramente necessiti:"tu non hai bisogno di parole piene di decoro, ma di quell'uomo"(Ippolito, 490-491).

 Infine la nutrice rivela  l’amore della sua pupilla  a Ippolito il quale, dedito principalmente a intrecciare ghirlande con fiori colti da prati immacolati (vv.73-74) per donarle ad Artemide, una dea vergine, dà in escandescenze, e si scaglia contro  le femmine umane tutte, biasimate in ogni possibile versione, tanto che per ciascuna viene auspicata come naturale la convivenza con le bestie mute (v.646).

Leggiamo l’intera invettiva: “:

"O Zeus perché ponesti nella luce del sole le donne,

un male ingannatore per gli uomini?

 Se infatti volevi seminare la stirpe mortale,

  non era necessario ottenere questo dalle donne , ma bastava che i mortali mettendo in cambio nei tuoi templi oro e ferro o un peso di bronzo, comprassero il seme dei figli, ciascuno del valore del dono offerto, e vivessero in case libere, senza le femmine. Ora invece quando dapprima stiamo per portare in casa quel malanno, sperperiamo la prosperità della casa. Con questo è chiaro che la donna è un gran malanno: infatti il padre che l'ha generata e allevata, dopo avere aggiunto la dote la colloca altrove, per liberarsi da un male. Quello che ha preso in casa la pianta perniciosa invece, gode nel caricare di ornamenti belli l'idolo pessimo e si affatica per i pepli, infelice, distruggendo la ricchezza della casa. Ma è costretto al punto che, se si è imparentato bene, si tiene lieto un letto amaro, mentre, se ha preso buoni letti ma parenti inutili stringe con il bene una sciagura. E' più facile per quello con il quale si è messa in casa una nullità, che del resto è una donna inutile per la stoltezza. La saccente poi la detesto; che non stia in casa con me una donna la quale pensi più di quanto a una donna convenga. Infatti l'operare malvagio Cipride lo fa nascere più nelle saccenti; mentre una donna sprovveduta è sottratta alla pazzia dalla sua mente corta. Bisognerebbe poi che dalla donna non andasse una serva ma che con loro vivessero le mute bestie feroci tra i bruti, affinché non potessero parlare ad alcuno né ricevessero a loro volta voce da quelle. Ma ora le scellerate che sono in casa filano tele scellerate e le serve le portano fuori. Come anche tu, certo, scellerata testa, sei venuta da me per trafficare il letto inviolabile del padre, infamie che io ripulirò con acque correnti, versandole nelle orecchie. Come dunque potrei essere cattivo io che avendo udito tali infamie ritengo di essere impuro? Sappi bene o donna che ti salva la mia religiosità: se infatti non fossi stato preso alla sprovvista da giuramenti sugli dèi, non mi sarei mai trattenuto dal rilevare questo al padre. Ma ora me ne vado al palazzo finché Teseo è lontano dalla regione, e terrò la bocca in silenzio. Poi, tornato con il piede del padre, osserverò come lo guarderai tu e la tua padrona; e mi renderò conto, avendola assaggiata, della tua sfrontatezza. Possiate morire! Non mi sazierò mai di odiare le donne, neppure se uno dice che io lo ripeto sempre; infatti quelle appunto sono sempre malvagie in una maniera o nell'altra. Dunque o qualcuno insegna loro a essere sagge, oppure lasci che io le calpesti sempre (Ippolito   vv. 616-668).

 

 

[11] Sono mostri che adescano i naviganti con la malìa del loro canto  per poi ucciderli.  Per attirare Odisseo gli dicono che chi fa sosta da loro riparte pieno di gioia e conoscendo più cose ("kai; pleivona eijdwv"", Odissea, XII, 188). Ma il figlio di Laerte, unico tra gli uomini, riesce a udire il canto delle Sirene senza esserne sedotto. Come nel caso di Circe, come in quello dell'accesso all'Ade, egli sa che cosa deve fare, e di fronte alle Sirene escogita uno stratagemma: tappa gli orecchi dei suoi marinai e si fa legare all'albero della nave.

[12] Andromaca che dopo la morte di Ettore e la caduta di Troia era diventata , per forza, schiava e amante di Neottolemo, il figlio di Achille. .

[13] Si può pensare all'elogio dei bastardi pronunciato da Edmondo, il figlio illegittimo (di Gloster) che  nel Re Lear  si presenta come devoto adoratore della dea natura."Thou, Nature, art my goddess". Bastardo dunque, secondo la natura,  è un titolo onorifico:" noi nel gagliardo furto di natura prendiamo una tempra più solida maggior fierezza di carattere rispetto ai gonzi generati tra il sonno e la veglia in un letto freddo, frollo e fiacco (I, 2). 

[14] 430 ca-355ca a. C.

[15] Ricevo oggi, 3 marzo 2003, questa posta elettronica dagli USA:"Oggi, in almeno 600 citta americane, leggeranno Lysistrata (non lo so come
si scrive in italiano) come una forma di lotta contro la guerra. Purtroppo non ho informazione piu precise, la cosa e organizzata da un
gruppo di femministe, l'ho sentita su CNN.
Tanti saluti .Agatha.


 

[16]Svevo, La coscienza di Zeno , p. 241.

[17] Luigi Surdich, Boccaccia,  Laterza, 2001, p. 109.

[18] Carlo Muscetta, Giovanni Boccaccia e i novelliri, . in Storia della Letteratura italiana, Il Trecento, Garzanti, Milano, 1987-2 (1, 1965), p. 380.

[19] C. Muscetta, op. cit.p. 380

[20] Lucrezio racconta la peste di Atene del 430  nell’ultimo libro del suo poema  ( VI del  De rerum natura). Poi c’è la peste di Milano nel romanzo di Manzoni, c’è quella di Camus, e ce ne sono altre, ma non mi sembra il caso di riferirle tutte.

 

[21] Riprese da Stazio nella Tebaide dove Giove sdegnato condanna tutta la stirpe dei Labdacidi e in particolare Edipo:" scandere quin etiam thalamos hic impius  heres/patris et inmeritae gremium incestare parentis/appetiit, proprios (monstrum!) revolutus in ortus " (vv. 233-235),  questo empio discendente ha bramato salire sul letto del padre e insozzare il grembo della madre incolpevole, rotolato indietro (orrore) nel grembo materno.

L'esecrazione viene ribadita più avanti dall'ombra di Laio: il re assassinato si scaglia contro il figlio:"qui laeto fodit ense patrem, qui semet in ortus/vertit et indignae regerit   sua pignora matri" (Tebaide, IV, 631-632), il quale con spada superba trapassò il padre, e tornò indietro alla sua nascita e rimanda il suo seme sulla madre riempiendola di obbrobrio.

 

[22] Il mestiere di vivere, 22 gennaio 1938.

[23] La Sfinge.

[24] La tragedia, cui attribuisco una dtazione bassa, è ambientata a Tebe, la città nemica di Atene, l’anticittà.

[25] Luigi Surdich, Boccaccia, Laterza, Roma-Bari, 2001, p. 99.

[26] Galeno di Pergamo. 120-200 d. C. Medico di Marco Aurelio e di Comodo.

[27] Sono ricchi e ne hanno coscienza, quasi se ne vantano, con una caduta di stile a dire il vero.

La “gran copia” di luoghi in contado corrisponde alla tendenza del ricco borghese a investire nella terra

 

[28] La paura della donna suggerisce  a Catone il Vecchio alcune parole  sulla  necessaria sottomissione della femina  al fine di tenere sotto controllo una natura altrimenti riottosa e sfrenata .

Così si esprime il Censore quando parla, nel 195 a. C., contro l'abrogazione della lex Oppia  che, dal 215, imponeva un limite al lusso delle matrone[28] le quali erano scese in piazza proprio per manifestare a favore dell'annullamento della legge:" Maiores nostri nullam, ne privatam quidem rem agere feminas sine tutore auctore voluerunt, in manu esse parentium, fratrum, virorum...date frenos impotenti naturae et indomito animali et sperate ipsas modum licentiae facturas...omnium rerum libertatem, immo licentiam , si vere dicere volumus, desiderant… Extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt ",  ( Livio, Storie, XXXIV, 2, 11-14; 3, 2) i nostri antenati non vollero che le donne trattassero alcun affare, nemmeno privato senza un tutore garante, e che stessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti...allentate il freno a una natura così intemperante, a una creatura riottosa e sperate pure che si daranno da sole un limite alla licenza...desiderano la libertà, anzi, se vogliamo chiamarla  con il giusto nome la licenza in tutti i campi…. appena cominceranno a esserci pari, saranno superiori. 

 

 

 

[29] Muscetta, Op. cit., p. 383.

[30] Muscetta, Op. cit., p. 383.

[31] C. Pavese, Il mestiere di vivere, 1 giugno 1938.

[32]R. Musil (1880-1942), L'uomo senza qualità , p. 269.

[33] R. Musil, L'uomo senza qualità , pp. 83- 84.

[34]Amore

[35] Da confrontare con "tum pessima tigris " e " tum saevos aper "  ( Georgica III , v. 248)

[36] Elegia di Madonna Fiammetta , cap. 1.

[37] E' la critica della scissione tra letteratura e vita che si ritrova in Marziale:"Non hic Centauros, non Gorgonas Harpyasque/invenies: hominem pagina nostra sapit "(X, 4, 9-10), non qui troverai Centauri, Gorgoni e Arpie: la nostra pagina sa di uomo.

 

[38] Cfr. Ovidio, Tristia, I, 1, 12: “hirsutus sparsis ut videare comis”, perché tu  appaia irto di peli e con le chiome in disordine

[39] Cfr. Ovidio, Tristia, I, 1, 13, neve liturarum pudeat! Qui viderit illas,-de lacrimis factas sentite esse meis”, e non vergognarti delle macchie! Chi le avrà viste capirà che sono causate dalle mie lacrime.

[40] Allievo di Lovato Lovati, il promotore del cosiddetto preumanesimo padovano, Mussato è primo scrittore moderno che volle imitare le tragedie di Seneca.  Nella Ecerinis ( del 1314) sotto la descrizione dei crimini di Ezzelino, crudelis ut Nero, rappresenta i delitti del suo contemporaneo Cangrande della Scala, il tiranno di Verona

[41] Tutt’altro fa P. P. Pasolini nel suo film Decameron .

[42] 1599-1600.

[43] Si pensi ad Alberto Sordi.

 

[44] Di fatto è un gran consumista,.

[45] Factorum et dictorum memorabilium, VII, 2, stra. 9. I sec. d. C.

[46] Nietzsche, Di là dal bene e dal male, p. 90.

[47] Invero nell’Introduzione Boccaccio insiste sulla castità dei dieci giovani ndr

[48]G. Baldi, S. Giusso, M. Razzetti, G. Zaccaria, Dal testo alla storia. Dalla storia al testo , 1,  paravia , Torino, 1994, p. 497.

[49] Talora lo è (III, 10) ndr

 

[50] Il principe, XXV.

[51] V. Branca, Boccaccio medievale, Sansoni, Firenze 1956, p. 360.

[52] La paura della donna suggerisce  a Catone il Vecchio alcune parole  sulla  necessaria sottomissione della femina  al fine di tenere sotto controllo una natura altrimenti riottosa e sfrenata .

Così si esprime il Censore quando parla, nel 195 a. C., contro l'abrogazione della lex Oppia  che, dal 215, imponeva un limite al lusso delle matrone[52] le quali erano scese in piazza proprio per manifestare a favore dell'annullamento della legge:" Maiores nostri nullam, ne privatam quidem rem agere feminas sine tutore auctore voluerunt, in manu esse parentium, fratrum, virorum...date frenos impotenti naturae et indomito animali et sperate ipsas modum licentiae facturas...omnium rerum libertatem, immo licentiam , si vere dicere volumus, desiderant… Extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt ",  ( Livio, Storie, XXXIV, 2, 11-14; 3, 2) i nostri antenati non vollero che le donne trattassero alcun affare, nemmeno privato senza un tutore garante, e che stessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti...allentate il freno a una natura così intemperante, a una creatura riottosa e sperate pure che si daranno da sole un limite alla licenza...desiderano la libertà, anzi, se vogliamo chiamarla  con il giusto nome la licenza in tutti i campi…. appena cominceranno a esserci pari, saranno superiori.   

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