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Eros e Paideia

di Giovanni Ghiselli

Ho insegnato dal 1975 al 2010 nei licei classici di Bologna e mi sento in dovere, quasi in obbligo di intervenire sul caso di professore di Saluzzo tenuto agli arresti domiciliari per avere avuto rapporti sessuali con due allieve.

Entro subito in medias res e, invece di spargere fumo o friggere aria già fritta come stanno facendo molti che sull’argomento biascicano luoghi comuni, cercherò di chiarire le idèe, prima di tutto le mie, sull’argomento.

Dunque ad eventum festīno, mi affretto ad anticipare la conclusione che è: non è elegante, non è erotico, non è lecito  fare sesso con persone sulle quali si esercita del potere. Non quello di una promozione e nemmeno quello dei soldi. Chiunque vada a letto con una donna o con un uomo pagando la prestazione in termini di denaro o di carriera, non è una persona erotica ma un individuo che mercifica il sesso. Se l’oggetto sessuale poi è una o un minorenne, la circostanza è aggravante. Se è un minorenne affidato all’educazione di un maggiorenne che se ne approfitta per soddisfare le sue voglie, l’aggravante, giuridica e morale, è doppia. Su questo siamo d’accordo più o meno tutti.

Non mi si venga però a dire che il docente non debba avere niente di bello, non debba possedere alcuna forma di fascino, o, se ce l’ha, debba tenerlo nascosto, che non debba fare niente per piacere al discente, che nell’insegnare non possa mettere il meglio di se stesso, che debba insomma celare il suo carisma sotto uno straccio unto e bisunto, con una maschera inespressiva, con parole insignificanti. Ma siamo matti? La bellezza,  la simpatia sprigionate da un  uomo o da una donna sarebbero cose cattive, di cui vergognarsi?

 I maestri, poi i professori, con i genitori  contribuiscono a costruire i nostri modelli, o contromodelli, di base per tutta la vita, e devono dare esempi. Questi, se sono efficaci, colpiscono la sfera emotiva che, toccata, sprigiona energia. Credo che tante vite di ragazzi che si sono ammazzati o sono naufragati nella droga, nell’alcol, nella bulimia o nell’anoressia, si sarebbero potute salvare grazie a bravi maestri capaci di dare esempi salvifici.

Allora, come deve essere il maestro bravo?

Prima di tutto preparato, molto ben preparato nella disciplina che insegna. Se è ancora troppo giovane per possedere la materia, per averne una visione d’insieme, deve dare l’esempio ai suoi discepoli studiando con impegno diurno e impegno notturno i testi sui quali deve fare lezione. Quando cominciai a insegnare greco e latino in una terza liceo classico del  Rambaldi di Imola nell’autunno del 1975, dopo cinque anni di insegnamento di altre materie alle scuole medie, e un altro anno in un isituto professionale, gli allievi più bravi di quel liceo classico di provincia, conoscevano le letterature antiche meglio di me. Quando feci le prime lezioni, ignaro anche di un metodo di insegnamento, alcuni leggevano il giornale.

Poi si accorsero che ce la mettevo tutta, che studiavo in continuazione, con abnegazione totale, e  cominciarono ad ascoltarmi, se non altro per simpatia, o per compassione. Un poco alla volta, a mano a mano che la mia competenza aumentava, l’attenzione crebbe, e alla fine dell’anno scolastico prendevano appunti dalle mie lezioni.

 Mi ero quasi ammazzato di studio ma avevo acquistato la loro attenzione, la loro stima e il rispetto di me stesso. Sono grato a quelle ragazze e a quei ragazzi. Ci siamo educati a vicenda.

 Grazie a loro, ero diventato uno dei professori bravi, da ascoltare. Ce ne erano altri nella scuola italiana in quel tempo.

Che cosa voglio dire? Che molti, troppi insegnanti oggi sono poco preparati, o distratti, e un docente serio, capace, appassionato del suo lavoro, aperto al dialogo, è un prodigio che suscita amore nei suoi allievi. E non può che contraccambiarlo.

“Socrate era libertino: da Liside a Fedro, i suoi amori per i ragazzi sono stati innumerevoli. Anzi, chi ama i ragazzi, non può che amare tutti i ragazzi (ed è questa, appunto, la ragione della sua vocazione pedagogica”, ha scritto Pasolini nei suoi Scritti corsari  (p. 258)

Certo, non deve portarseli a letto. Socrate raccomandava di tenere a freno il cavallo nero che rappresenta l’istinto, la parte concupiscibile (ejpiqumhtikovn[1]) dell’anima con le altre due: lo qumoeidev~, la parte irascibile che si allea alla razionalità il logistikovn  dominante quando la persona è sana.

L’ amore dunque non può e non deve comportare sempre l’atto sessuale. Amare una persona significa potenziarne la vita.  Lo studio, l’apprendimento è uno dei principali fattori di accrescimento della nostra vita pur -troppo beve.

 Sono dell’idea che se il professore non piace, non riesce simpatico, non entra in sintonia di sentimenti con i suoi allievi, non suscita la loro ammirazione, questi non apprendono bene quanto lui insegna.

Quindi, essere preparato è necessario ma non sufficiente.

Tutto il comportamento, perfino l’aspetto dell’insegnante è emblematico per il ragazzo che scruta le mosse, la postura del corpo, il colorito, l’abbigliamento del professore e ci riflette, e ne parla, e lo ricorda per tutta la vita. Frequento la scuola dal primo di ottobre del 1950, quando, a 5 anni, dieci mesi e sedici giorni, una delle mie tre  zie maestre, la Rina, mi portò nella prima elementare di un suo collega alle Carducci di Pesaro. Poi le medie Lucio Accio, poi il liceo Terenzio Mariani, sempre di Pesaro, poi l’Università qui a Bologna. Quindi decenni di insegnamento: dalle medie, all’istituto professionale, ai Licei Rambaldi, Minghetti, Galvani, alla SSIS di Bologna e Bressanone, alla TAF di Urbino. Di tutto. La cosa migliore che potevo fare, la più bella. Ho respirato scuola per tutta la vita e lo faccio ancora, e ne sono felice. Questo è un altro aspetto del bravo docente, come del bravo muratore o del bravo regista: che sia contento del suo lavoro, che lo ami. Solo così può farlo bene.

Ho scritto sopra che conta anche l’aspetto e perfino l’abbigliamento. Questi infatti sono parte dello stile della persona. Dopo avere parlato tanto, fin troppo, di me, sentiamo altri pareri.

A questo proposito mi avvalgo di un breve capitolo della metodologia, il discorso sul metodo dell’insegnamento dell’insegnamento che ho elaborato in dieci anni di SSIS dell’Università di Bologna dove ho tenuto un laboratorio di didattica della letteratura greca dal 2000 al 2009.

 

30. Anche l’aspetto di noi insegnanti trasmette significati. Il giovane Törless e Hanno Buddenbrook. Le Nuvole di Aristofane.

Il significato dei nostri studi, del nostro studiare, deve restare impresso persino nell'aspetto di noi insegnanti se non vogliamo essere rifiutati, quindi rimanere inascoltati e disprezzati  dagli studenti. A tale proposito sentiamo Musil il cui Törless spinto “da una curiosità un po’ diffidente” va a trovare il giovane professore di matematica. Il suo “scopo principale non era tanto di ottenere chiarimenti-segretamente già ne dubitava- quanto i poter gettare uno sguardo, per così dire, al di là del maestro e del suo quotidiano concubinato con la matematica…Senza volerlo Törless si sentì ancora più ributtato dalle proprie osservazioni; non riusciva più a sperare che quell'uomo fosse davvero in possesso di una conoscenza significativa, giacché non se ne vedeva traccia nella sua persona né nel suo ambiente. Ben diversa si era figurata la stanza di un matematico, in qualche modo espressiva dei pensieri terribili che vi prendevano forma. Il triviale lo offendeva: lo estese alla matematica e il suo rispetto cedette il posto a una diffidenza riluttante[2]".

Sentiamo anche le impressioni del giovinetto Hanno Buddenbrook di T. Mann:"i maestri supplenti o tirocinanti che lo istruivano in quelle prime classi, dei quali sentiva l'inferiorità sociale, la depressione spirituale e la poca cura dell'esteriorità fisica, gli ispiravano, oltre il timore della punizione, un segreto disprezzo"[3].

Tonio Kröger si sentiva diverso dai bravi scolari e di solida mediocrità, (Die guten Schüler und die von solider Mittelmäbigkeit) , quelli che non trovano ridicoli gli insegnanti “(Sie finden die Lehrer nicht komisch)”[4].

Perfino il colorito del volto dell’insegnante significa qualche cosa per il ragazzo che rifiuta l’umbraticus doctor.

Petronio contrappone tale erudito  deleterio ai grandi tragici la cui pagina aveva il sapore della vita:" cum Sophocles aut Euripides invenerunt[5] verba quibus deberent loqui, nondum umbraticus doctor ingenia deleverat "[6] quando Sofocle e Euripide trovarono le parole con le quali dovevano parlare, non c'era ancora un erudito cresciuto nell'ombra a scempiare gli ingegni.

Il maestro pallido, ossia tedioso, desta una diffidenza o addirittura una ripugnanza istintiva, anche fisica nel giovane discepolo.

Fidippide, il figlio di Strepsiade, rifiuta i cattivi educatori, i maestri lazzaroni della scuola di Socrate anche per il loro colore giallastro, malsano:"aijboi', ponhroiv  g' oi\da. tou;" ajlazovna"-tou;" wjcriw'nta" tou;" ajnupodhvtou" levgei" (Aristofane, Nuvole, vv. 102-103), puah!, quei furfanti,  ho capito. Tu dici quei ciarlatani, quelle facce pallide, gli scalzi.

Aristofane fa dire a Strepsiade che nessuno degli uomini del pensatoio di Socrate per economia si è mai fatto  tagliare i capelli o si è unto il corpo o è andato nel bagno a lavarsi:"oujd j eij" balanei'on h\lqe lousovmeno"" (Nuvole[7] , v. 837). Il Coro degli Uccelli [8] più specificamente qualifica Socrate come a[louto" (v. 1553), non lavato.

 

Ma soprattutto il discepolo ama il maestro che gli fa vivere la scuola non come una caserma dove lui esercita il caporalato dell’intelligenza, bensì come un locus amoenus dove le sue capacità vengono individuate e potenziate.

E il maestro non può non amare il discepolo che lo stimola con la sua attenzione, con le sue domande.

Questo tipo di amore reciproco, l’amore che incoraggia e incentiva la vita è un bene, un grande bene.

Male, un male enorme è lo sfruttamento, l’uso, l’imposizione del potere con il fine della strumentalizzazione, sessuale, intellettuale, o di qualsiasi altro genere.

Sarebbe auspicabile una educazione alla sessualità, una paideia capace di spiegare i tanti significati di Eros. Ma per oggi basta.

La prossima volta scriverò contro un altro male enorme che affligge l’umanità da sempre e ora ci minaccia molto da vicino: quello della guerra.

Lo ha già fatto papa Francesco mettendo il suo fascino, il suo carisma, tutta la sua bella persona al servizio della vita e della pace.

Ha fatto molto bene, e, si parva licet componere magnis [9], se si possono paragonare le cose piccole con le grandi, ci proverò anche io.

 

Giovanni Ghiselli

 

Il blog

http://giovannighiselli.blogspot.it/

è arrivato a 92306,  218 giorni dopo che è stato aperto. A centomila festeggerò.

 

Note:      


 

[1] Nel Fedro di Platone l’appetitus è raffigurato nel cavallo nero che è brutto: skoliov~, storto, poluv~, grosso, eijkh'/ sumpeforhmevno~, ammassato a casaccio, kraterauvchn, di collo grosso, bracutravchlo~, dal collo corto, simoprovswpo~, dal muso schiacciato, melavgcrw~, di pelo nero, glaukovmmato~, dagli occhi chiari (grigio-azzurri), u{faimo~, sanguigno, u{brew~ kai; ajlazoneiva~ eJtai'ro~, compagno della prepotenza e della iattanza, peri; w\ta lavsio~ , villoso intorno alle orecchie, kwfov~, ottuso, mavstigi meta; kevntrwn movgi~ uJpeivkwn, una bestia che a stento si assoggetta a una frusta con pungoli (253 E).

[2] R. Musil, I turbamenti del giovane Törless, (del 1906) pp. 110- 111.

[3] T. Mann, I Buddenbrook (del 1901), p. 330.

[4] Tonio Kröger, p. 74.

[5] Invenerunt e il successivo deberent significano da una parte inventiva e fantasia, dall'altra la non meno necessaria disciplina che più avanti infatti viene rimpianta.

[6] Satyricon, 2.

[7] Del 423 a. C.

[8] Del 414 a. C.

[9] Virgilio, Georgica IV, 176.

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