Il film di Martone su Leopardi

di Giovanni Ghiselli

 

Il film di Martone, Il giovane Meraviglioso è deludente: non aggiunge sapere né sentimenti a chi ha fatto una lettura anche solo scolastica del poeta di Recanati.

 Non è un gran film e nemmeno un filmaccio: è piuttosto un filmetto ordinario con qualche parte discreta, alcune accettabili, altre peggio che scadenti. Discreta, quasi buona, è l’ambientazione nello studio del palazzo Leopardi di Recanati, mentre gli esterni recanatesi o pseudo recanatesi sono insignificanti se non proprio brutti.

Gli esterni risultano piuttosto nebbiosi e confusi: non una volta che appaia chiaro il fiume[1]  nella valle sotto il colle di Recanati.

Non si vedono mai “quinci il mare da lungi e quindi il monte”[2]

La cittadina e il suo paesaggio non hanno neanche un centesimo della parte ricevuta  dal suo figliolo pur critico e ribelle nei confronti del “natio borgo selvaggio”[3].  

La luna inquadrata spesso non pende mai su selva[4] recanatese,  né scende “sovra campagne inargentate ed acque”[5], né “di lontan rivela/ serena ogni montagna”[6]. Insomma rimane un satellite povero o privo di significati.

Addirittura ridicola  è la scena in cui Germano, pur bravo in altri momenti, sussurra L’infinito. Non si capisce perché Leopardi avrebbe dovuto recitare una propria poesia, con tanto di mosse e di pose attoriali, in un prato fosco e umido di nebbia. Altra scena ridicola, con l’aggravante che vorrebbe essere  patetica, è quella di Silvia, una ragazzetta grassottella, che, consunta dalla tisi, tossisce alla finestra prospiciente quella del poeta che la osserva accorato. Leopardi vede uno snello tesorino delicato e prossimo alla morte per tosse[7] in una forosetta paffuta destinata a diventare la più famosa adolescente della letteratura italiana, forse europea.

Gli esterni in generale sono malfatti. Una sequenza grottesca, da Satyricon ottocentesco, è quella del bordello napoletano dove il premuroso Ranieri porta l’amico per farlo sverginare e poco ci manca che il disgraziato perda la sua castità anale per opera di un maschio travestito da prostituta. Il poveretto deve fuggire sbeffeggiato da una canèa di lazzaroni.

Un’altra parte pessima è l’amore fiorentino del Recanatese per  Fanny Targioni Tozzetti rappresentata da un’attrice dall’aspetto tutt’altro che identificabile con l’angelica forma[8] che ha fatto innamorare il Nostro .

Nelle intenzioni del regista questa Aspasia, invero del tutto improbabile,   viene rappresentata quando la “dotta allettatrice” scocca “fervidi sonanti baci nelle curve labbra dei suoi bambini”[9] per sedurre il poeta il quale prima ne soffre poi ci ripensa  e rinnega  il proprio sentimento frustrato. Leopardi-Germano, per significare questa conversione dall’amore dolente al disprezzo irridente, quando si accorge che Fanny se la intende con Ranieri, si rannicchia annientato accanto all’acqua dell’Arno, come il bambino a stento salvato dalle acque, poi, in una scena successiva recita gli ultimi versi della sua  apostasia erotica  con un sorriso amaro: “su l’erba/qui neghittoso immobile giacendo,/il mar la terra e il ciel miro e sorrido”[10].

Abbastanza buona è comunque, tutto sommato la recitazione di Elio Germano. In particolare quando inveisce contro una Natura rappresentata in maniera del resto non appropriata[11],  come un colosso di argilla che, ritto sui piedi, si sgretola nelle braccia e ha con gli occhi della madre del poeta, la fredda, arcigna, bigotta Adelaide Antici. Giacomo dunque le rinfaccia con alte grida il fatto di essere “nemica scoperta degli uomini”[12].  

Ma il film ribadisco, non accresce conoscenza né commozione a una lettura anche  dilettantesca di Leopardi.

Vediamo qualche aspetto della trama. Il poeta tenta di scappare dal palazzo paterno, senza riuscirci, poi  ottiene il permesso di partire, e va a Firenze, a Roma dagli zii Antici, e in altri luoghi non chiaramente riconoscibili,  cita alcune frasi delle Operette morali[13], si trova in contrasto ideologico con i vari credenti in Dio e nel progresso, quelli delle “magnifiche sorti e progressive”[14], si aggira per una Napoli afflitta dal colera mangiando come un lupo[15], finisce in un’osteria ridendo e scherzando, viene portato in un bordello da basso impero, in tante sequenze mal collegate tra loro. Molti argomenti senza approfondimento e una serie di situazioni mal collegate. Alla fine c’è un’eruzione del Vesuvio e il poeta malato a morte  recita abbastanza bene alcuni versi di La ginestra .

Carine e brave, se vogliamo salvare qualche cosa oltre gli interni recanatesi e certe espressioni del buon Germano, sono le due Paoline, la sorella del poeta e la sorella o “suora di carità”[16] di Ranieri.

Insomma il film può essere visto per curiosità o per una prima, generica informazione su Leopardi, ma la vita del “pover’uomo” come lo chiama Fanny nel film e nel ricordo di Ranieri che ebbe maggior successo dell’amico con la donna e nel resto, è trattata con superficialità, a tratti con cattivo gusto. Mi dispiace. Mi aspettavo molto, come lettore amantissimo del Leopardi e anche come marchigiano. Pare che la regione abbia messo parecchi soldi nel film. A proposito di tagli agli sprechi. Sarebbe stato più produttivo da ogni punto di vista impiegare quel denaro nella organizzazione di una serie di conferenze su Leopardi. Ci sono tante persone, giovani e non giovani, desiderose, anzi affamate di cultura.  

 

Giovanni Ghiselli  

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[1] Cfr. La quiete dopo la tempesta, 7.

[2] Cfr A Silvia, 25

[3] Le ricordanze, 30.

[4] Cfr. Alla luna, 4

[5]Cfr. Il tramonto della luna, v. 2

[6]  La sera del dì di festa, 3-4

[7] L’innamorato beffeggiato da Lucrezio stravede in modo opposto

"Ischnon eromenion tum fit, cum vivere non quit/prae macie; rhadine verost iam mortua tussi ", De rerum natura, IV, 1166-1167), diventa uno snello tesorino, quando non può vivere per la magrezza; poi è delicata quella che crepa dalla tosse

[8] Aspasia, 18.

[9] Cfr. Aspasia, vv. 19 ss.

[10] Aspasia, vv. 110-112

[11] Nel Dialogo della natura e di un islandese è “una forma smisurata di donna seduta in terra, col busto ritto, appoggiato il dosso e il gomito a una montagna; e non finta ma viva; di volto mezzo tra bello e terribile, di occhi e di capelli nerissimi”

[12] Dialogo della natura e di un islandese

[13] Per esempio dal Dialogo di Tristano e di un amico dove Tristano-Leopardi definisce quest’opera: “ “un libro di sogni poetici, d’invenzioni e capricci malinconici, ovvero come un’espressione dell’infelicità dell’autore”

Nello Zibaldone (1394) invece aveva  scritto a proposito sempre delle Operette morali:"Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò avere impiegato le armi del ridicolo ne' dialoghi e novelle Lucianee ch'io vo preparando”

Nel film C’è un accenno anche all’Elogio degli uccelli 

 

[14] Verso citato in La ginestra (51) dal cugino pescarese Terenzio Mamiani che aveva premesso queste parole nella Dedica dei suoi Inni sacri (1832). Martone fa vedere Tommaseo che infama Leopardi il quale a sua volta, racconta Ranieri “mi dettò spiattellatamene che Vincenzo Monti usava d’esclamare, in un significato singolarissimo: mi dolgono i Tommasei” (Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, XXVII)

[15] “Le cose dolci, ed assolutamente, i gelati. Bramosissimo delle une e degli altri, egli, lasciata dall’un dei lati ogni apprensione, perseverava i più incredibili eccessi: il caffè, sciroppo di caffè; la limonea, sciroppo di limonr; il cioccolate, sciroppo di cioccolate (e non senza le vaniglie, rigorosamente vietategli); e così via” (Antonio Ranieri, Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, cap. XXV.

[16] Vedi il capitolo XV di Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, un libello di Antonio Ranieri a tratti encomiastico, a tratti invece diffamatorio nei confronti del poeta