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Immaginare altre vite

Realtà, progetti, desideri

di Remo Bodei

Feltrinelli, Milano, 2013

sesta parte della recensione di Giovanni Ghiselli

Procedo con il commento del recentissimo libro di Remo Bodei Immaginare altre vite

Realtà, progetti, desideri.

Feltrinelli, Milano, 2013

Inserirò questo percorso in una delle lezioni che terrò per l’Università Primo Levi di Bologna tutti i sabati  dal primo marzo  al 7 aprile 2014

 Paragrafo Obbedienza e morte (pp. 121-123).

 “Il culto degli eroi diventa infine di massa con la Grande guerra” (p. 121).

Questo è vero, ed è pure vero che un eroismo collettivo viene riconosciuto già da Simonide anche agli Spartani caduti alle Termopili nel 480 a. C. e da Pericle ai morti nel primo anno della guerra del Peloponneso nel logos epitafios che leggiamo nelle Storie di Tucidide.

 Leggiamo intanto l'encomio di Leonida e  dei suoi   opliti morti per ritardare l'avanzata di Serse (fr.5 D.):

"dei morti alle Termopili

gloriosa è la sorte, bello il destino,

un altare è il sepolcro (bwmo;~ d j o tavfo~[1]), e invece dei lamenti c'è il ricordo, e il compianto un encomio (oi\kto~ e[paino~)/

Un sudario del genere né ruggine

né il tempo che tutto doma (oJ pandamavtwr crovno~[2]) oscurerà.

Questo recinto sacro di uomini prodi si prese

come custode la gloria dell'Ellade: lo testimonia anche Leonida/

re di Sparta che ha lasciato un grande ornamento

di valore, e fama perenne.

Tucidide echeggia questo encomio nel logos epitafios attribuito a  Pericle per i caduti   (II, 43):"ottennero un elogio che non invecchia e pure la tomba più insigne, non quella dove giacciono, ma quella in cui la loro fama rimane memorabile in ogni occasione che si presenta di parlare e di agire. Infatti degli uomini illustri la terra intera è sepolcro (ajndrw'n ga;r ejpifanw'n pa'sa gh' tavfo~)".   

“Altri eroi sono sorti nel Novecento accanto ai “compagni”[3], ma in mortale conflitto con loro: i soldati anonimi usciti da questi campi di battaglia, i camerati, che dal modello militare dell’obbedienza all’autorità hanno ereditato i valori della rigida disciplina come abitudine, della gerarchia come fattore di coesione, dell’ordine indiscutibile come necessario alla rapida e automatica reazione alla situazione di pericolo” (Immaginare altre vite, p. 121).

A proposito “della rigida disciplina”, penso di nuovo agli Spartani: Plutarco scrive  che Licurgo (Vita , 25):"  avvezzò i cittadini a non avere né il desiderio né la capacità di vivere una vita propria (kavt jidivan zh'n), ma, come le api, sempre uniti alla comunità e raccolti intorno al sovrano, erano quasi liberati dal proprio io, grazie all'entusiastica ambizione di appartenere tutti soltanto alla patria".  

Quindi cito Tirteo, il poeta del valore guerriero degli Spartani

" è bello morire (Teqnavmenai ga;r kalovn) da uomo valoroso cadendo tra i primi

 e combattendo per la propria patria"(fr. 10 W., vv.1-2).

La vita successiva alla codardia non è desiderabile

"o giovani, combattete rimanendo saldi gli uni accanto agli altri/

e non date inizio alla turpe fuga né alla paura,

 ma grande e coraggioso rendete il cuore nel petto

 e non dovete amare la vita (mhde; filoyucei't  j ) mentre combattete contro i nemici"(vv.15-18).

La conclusione del frammento è un invito affinché

"ognuno rimanga dov'è, poggiato su entrambi i piedi

 piantato a terra, mordendo le labbra con i denti"( cei'lo~ ojdou'si dakwvn, vv. 31-32).

 

“La guerra, che finisce per essere considerata una condizione naturale dell’esistenza umana, li trascina al sacrificio in favore del Collettivo, della Nazione o della Razza, e li spinge a ripudiare gli ideali incarnati dalla Rivoluzione francese e dalle moderne democrazie” (Immaginare altre vite, p. 121).

Per il sacrificio in favore del Collettivo e della Razza, per “Dio con noi” si può pensare ancora una volta a Tirteo

Il fr. 8 D. contiene alcune altre apostrofi con le quali il poeta si rivolge direttamente agli opliti rinnovando il ricordo della discendenza da Eracle:"

 Siete stirpe di Eracle invitto,

coraggio (qarsei't j-ou[ pw Zeu;~ aujcevna loxo;n e[cei), Zeus non ha ancora torto il collo da voi!" (vv.1-2).

Bodei quindi ricorda il culto del duce e del suo socio tedesco inculcato nella gente “da scellerate massime che stravolgono il pensiero kantiano, come “Agisci in modo che se il Fürher ti vedesse, apprezzerebbe la tua azione”. L’eguaglianza diventa a sua volta, Gleichshaltung, appiattimento da gregari, affinché Uno solo possa svettare su tutti, e la fraternità è ristretta alla Kamaradenschaft, alla razza o alla nazione. Al di sopra di essi sta l’obbedienza cieca e assoluta nei confonti del Capo, nobilitata dallo slogan “Il mio onore si chiama fedeltà” (Immaginare altre vite, p. 121).

Se vogliamo indicare un prototipo di eroe dei Germani nella storiografia antica, si può pensare ad Arminio

Vediamo un esempio di “obiettività epica” di Tacito nell'elogio funebre dell'eroe della libertà dei Germani, Arminio:"Septem et triginta annos vitae, duodecim[4] potentiae explevit, caniturque adhuc barbaras apud gentis[5], Graecorum annalibus ignotus,  qui sua tantum mirantur, Romanis haud perinde celebris, dum vetera extollimus recentium incuriosi " (Annales , II, 88), visse trentasette anni, dodici di potenza, riceve ancora gloria nei canti dei barbari, ignoto alle storie dei Greci, che ammirano solo le proprie imprese, non abbastanza  celebrato da noi che esaltiamo il passato mentre non ci curiamo del presente.

B. Croce nota, non senza biasimo, che le celebrazioni di Arminio, con quelle di altri eroi nazionali nella Germania portata all'unità dal Bismarck, erano ripetute con enfasi e cattivo gusto : "allora molti, in ogni parte del mondo, si addolorarono, non già per l'unione statale raggiunta dal probo e laborioso popolo tedesco, ma pel modo in cui l'aveva raggiunta e per l'effetto che portava con sé di un rinvigorito spirito autoritario; e risentirono nell'anima loro l'urto della strapotenza che schiacciava la Francia; e non poterono accompagnare di simpatia il giubilo, che pareva duplicemente fratricida, del popolo tedesco, e le contorsioni e le gonfiature dei suoi letterati e storici, celebranti Arminio e Alarico e gli Ottoni e Barbarossa, le quali offendevano insieme il senso umano e il buon gusto. Ma, nei più, l'ammirazione plaudente, che segue la buona fortuna, prevalse, e, con l'ammirazione, la spinta imitatrice; e, se fin dalla guerra del '66 si era preso a studiare come modello l'ordinamento militare prussiano, e altresì l'ordinamento scolastico (al quale si soleva attribuire gran parte della vittoria degli eserciti, onde si disse che a Sadowa aveva vinto il maestro di scuola prussiano), ora l'ammirazione si estendeva alle altre parti della vita tedesca e alle disposizioni stesse della mente e dell'animo"[6]. Più avanti B. Croce ricorda come un'incongruenza il fatto che alla fine dell'Ottocento si dimenticò di celebrare la ricorrenza cinquantenaria del parlamento di Francoforte "in un paese che pur non aveva omesso di erigere un gran monumento ad Arminio nella selva Teutoburga"[7].

Se si pensa al monumento di Leonida alle Termopili si può dire che Arminio fu il Leonida dei Germani.

Sentiamo anche Mazzarino su Arminio:"l'opera del principe dei Cheruschi Arminio ha potuto quasi assumere l'aspetto di una "guerra d'indipendenza" : Arminio appare a Tacito come liberator haut dubie Germaniae "[8].

Tutt’altro personaggio dall’eroe nazionale Arminio fu certamente il tanghero apocalittico che provocò la seconda Guerra Mondiale.

Eppure anche costui, “l’imbianchino” di Brecht fu un “capo carismatico[9], cui viene attribuito, sul piano politico, quel carattere “sublime” che Burke e Kant avevano assegnato alla natura, la quale ci umilia con la sua smisurata grandezza e può distruggerci con la sua immane potenza, ma nei cui confronti l’uomo può esprimere la sua superiorità in quanto pascaliana “canna che pensa”. (Immaginare altre vite, p. 122).

Il capo carismatico è  non solo “capace di calamitare rispetto e amore nello stesso tempo, di dare morte e vita, di far avvertire distanza e prossimità”.  E’ pure in grado di indurre i propri adoratori alla rinuncia e al rifiuto di ogni forma di autonomia. Si può pensare al Dioniso di Euripide e alle sue Baccanti.  Il capo diviene un modello, sia pure mai del tutto raggiungibile: “dalla religiosa imitatio Christi si passa alla laica imitatio ducis” (Immaginare altre vite, p. 122)

Gli adoratori tendono a identificarsi con il capo, a innalzarsi fino a una vetta poco al di sotto della sua, “sino a giungere a un punto di osservazione dal quale i valori democratici di libertà e di uguaglianza non possono che apparirgli grigi, dimessi, prosaici, meschini, privi di eroica verticalità”.

Il capo a sua volta fomenta questo desiderio del sublime “attraverso la continua creazione propagandistica dei miti” (Immaginare altre vite, p. 123).

La contropropaganda tende viceversa alla smitizzazione.

Ricorro ancora alle Baccanti di Euripide: nel prologo Dioniso lamenta il fatto che le sorelle di sua madre Semele l’unione di lei con Zeus.

“E prima Tebe di questa terra Greca

ho fatto risuonare delle mie grida, dopo avere messo la nebride sopra la pelle/

e dato in mano il tirso, giavellotto d'edera;

poiché le sorelle di mia madre, quelle che meno di tutti dovevano,

andavano dicendo che Dioniso non è nato da Zeus,

e che Semele sedotta da un mortale qualsiasi

faceva risalire a Zeus il fallo del letto,

ingegnosa trovata di Cadmo, per cui, ripetevano con aria di vanto 30

che Zeus l'aveva uccisa perché aveva mentito le nozze ( vv. 23-31).

I miti diffusi dalla propaganda e accolti dal popolo indirizzano le energie”alla restaurazione di un presunto ordine naturale o storico violato: al primato della razza ariana, al ritorno dell’impero romano, alla salvezza della Nazione o dell’Occidente intero dal tramonto” (Immaginare altre vite, p. 123).

Vengono ammessi e , anzi, considerati “mezzi necessari a una missione redentrice” sentimenti negativi e distruttivi come “l’odio, il desiderio di vendetta, e perfino la crudeltà”.

Si può pensare a 1984 di Orwell con l’adorazione del capo e i minuti dedicati all’odio.

“Si cancella così quella separazione tra pubblico e privato che neppure Hobbes aveva avuto l’ardire di eliminare nel Leviatano, dove, infatti, ammetteva che i cittadini potessero privatamente non credere ai dogmi della religione o a ciò che si deve pubblicamente approvare in quanto decretato dal sovrano[10]” .

Corruptio optimi pessima (pp. 123-124)

Bodei considera “gli esiti più disumani della politica del Novecento” imputabili ai regimi  di Hitler e di Stalin.

“Da un lato, il modello nazionalsocialista, dall’altro  quello comunista-staliniano hanno preteso di modificare radicalmente e con la violenza la mente, il cuore e talvolta, con l’eugenetica, perfino il corpo di centinaia di milioni di uomini”. Da molto tempo è più chiara la condanna nei confronti del nazionalsocialismo. Più problematico è l’anatema del comunismo realizzato male nell’Unione Sovietica. Questo sistema infatti partiva da ideali di uguaglianza e giustizia e “ha mantenuto viva per innumerevoli uomini la fiamma” di tali idèe.

Bodei si chiede come è potuta avvenire “una simile degenerazione degli ideali e dei progetti di redenzione collettiva proclamati”.

Quindi passa in rassegna le enormi difficoltà iniziali del regime sovietico, delle quali bisogna tenere conto nel dare un giudizio, eppure trova che è molto difficile accettare “i costi intollerabili” richiesti dalla volontà di raggiungere un fine aleatorio creando l’uomo nuovo e cambiando il corso della storia. L’autore si chiede se sia vero il principio espresso dalla sentenza corruptio optimi pessima o non valga la spiegazione che quelle idèe hanno usurpato il nome della giustizia coprendo con questo titolo luminoso “la ferocia prevaricatrice, l’ottusa pretesa di avere sempre assolutamente ragione, lo spietato desiderio di trasformare la realtà secondo astratti modelli ideologici” (p. 124).

Insomma: ubi solitudinem faciunt, iustitiam appellant

Quindi Bodei si chiede se il male sia una peste attribuibile al destino o una colpa imputabile agli uomini.

Mi viene in mente il mivasma che contamina Tebe nell’ Edipo re di Sofocle.  Il protagonista scoprirà di essere lui stesso l’empio contaminatore, eppure rivendicherà la propria innocenza in quanto mentre faceva del male, non sapeva di farlo. E in ogni caso si punisce con le proprie mani, cavandosi gli occhi.

Dice bene Bodei che c’è un lato oscuro nella storia e nella psicologia umana. Un lato che si può, si deve contrastare “mettendo in gioco la propria libertà e la propria vita (come non pochi hanno fatto durante tutta la storia umana), senza cercare comodi alibi nella forza del destino (p. 124)

 

L’ultimo paragrafo del capitolo Uomini infami, si intitola Eroi di vita (pp. 125-126).

Negli ultimi decenni è cambiato il modo di fare la guerra e sono cambiati gli eroi.

“La guerra è diventata la negazione della politica (…) Inoltre, con il passaggio agli eserciti di professione, la borghesia non rischia più i propri figli, ma quelli degli altri ceti più disastrati e costretti per necessità a una leva ‘volontaria’”[11].

“Di conseguenza, anche la figura dell’eroe è oggi profondamente mutata” (Immaginare altre vite, p. 125)

Se vogliamo risalire all’antichità una mutazione della figura dell’eroe è profonda anche nel passaggio da Achille dell’Iliade all’irresoluto Giasone delle Argonautiche di Apollonio Rodio, se non addirittura dal Pelide dell’Iliade a quello dell’Odissea che da morto rimpiange la propria vita al punto che sarebbe disposto a fare il bracciante al servizio di un uomo povero, pur di essere vivo[12]

Rimane comunque il bisogno di eroi. Oggi però ce n’è un’inflazione: “il grande bisogno di eroi, di simboli da cui trarre ispirazione ed esempio, viene soddisfatto da esibizionisti egocentrici e da perfetti sconosciuti che non hanno fatto nulla per il bene degli altri e che non hanno nulla da dire o da insegnare, ma che dominano ogni canale di informazione accessibile”[13].

Vediamo dunque quali sono gli eroi di oggi: “Si usa dire che ogni tempo ha gli eroi che si merita. Nel senso che costruisce le icone nelle quali identificarsi. E oggi, le icone non sono quasi mai eroi della libertà. I magazine, i film, le fiction televisive, I cartoon segnalano eroi del corpo-forza, bellezza, e dunque giovinezza-e poi dell’ascesa sociale, segnalano ricchezza, potere, capacità di godimento. L’eccezionalità dell’eroe si trasferisce sulla dismisura con cui questi personaggi possiedono e sfoggiano queste qualità, tutte direttamente o indirettamente legate al corpo vivente, alla vita e al benessere. Esibizione di bellezza, forza, vitalità lipidica, godimento, potenza economica, arroganza e strapotere politico: quasi mai frutto di uno scontro visibile, di una lotta, piuttosto possesso casuale e destinale, coincidenza fortunosa con quello che appare l’obiettivo più ambito da tutti”[14].

Gli eroi contemporanei individuati da queste parole del libro di Bodei sembrano epigoni di Creso e diadochi di Trimalchione, personaggi straricchi, smisurati e pacchiani, il primo indicato quale contromodello da Erodoto e da Plutarco che lo mettono a confronto con Solone, il paradigma positivo, il secondo raffigurato da Petronio come personaggio triviale, comico e nello stesso tempo patetico  per le sue risibili esibizioni culturali fatte di sfondoni sesquipedali.

Sentiamone uno sfoggio di cultura letteraria indirizzato dal padrone di casa  all'ospite colto, al retore Agamennone:"ego autem si causas non ago, in domusionem tamen litteras didici. et ne me putes studia fastiditum, tres bybliothecas habeo, unam Graecam, alteram Latinam. dic ergo[15], si me amas, peristasim declamationis tuae". Cum dixisset Agamemnon:"pauper et dives inimici erant", ait Trimalchio:"quid est pauper?" "Urbane" inquit Agamemnon, et nescio quam controversiam exposuit   Statim Trimalchio:"hoc" inquit "si factum est, controversia non est; si factum non est, nihil est". Haec aliaque cum effusissimis prosequeremur laudationibus:"rogo" inquit "Agamemnon mihi carissime, numquid duodecim aerumnas Herculis tenes, aut de Ulixe fabulam, quemadmodum illi Cyclops pollicem poricino extorsit? solebam haec puer apud Homerum legere. nam Sybillam quidem Cumis ego ipse oculis meis vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent: "Sivbulla tiv qevlei" ;" respondebat illa: "  jApoqanei'n qevlw" (48, 8), io anche se non tratto cause, tuttavia ho studiato le lettere per uso della casa. E perché tu non pensi che sia schifato degli studi, ho tre biblioteche, una greca, l'altra latina. Dimmi allora, per piacere, il tema della tua declamazione'. Avendo detto Agamennone:' un povero e un ricco erano nemici', Timalchione fece:' che cosa è un povero?' 'Bravo' disse Agamennone ed espose non so quale controversia. E subito Trimalchione: 'questo' disse se è un fatto, non è una controversia; se non è un fatto, non è niente'. Mentre accompagnavamo con sperticatissimi elogi queste e altre battute:' ti prego' fece 'Agamennone mio carissimo, ti ricordi le dodici fatiche di Ercole, o la storia di Ulisse, come il Ciclope gli storse il pollice con la tenaglia? Io ero solito da ragazzo leggere questo e altro in Omero. Infatti la Sibilla di sicuro a Cuma l'ho vista io stesso con i miei occhi sospesa in un'ampolla, e dicendole i fanciulli:'Sibilla, cosa vuoi?' rispondeva lei.'morire voglio'.

 

Ma torniamo al libro di Bodei: “Per i bambini e gli adolescenti (ma non solo) i grandi eroi sono ormai quelli immaginari del cinema o dei videogiochi: Superman, Uomo Ragno, Capitan America, esseri dotati di poteri straordinari e sempre in lotta con i nemici malvagi” (Immaginare altre vite, p. 126).

 

Anche Odisseo è un uomo straordinario che deve superare una lunga serie di prove contro mostri più o meno malvagi, ma la sua straordinarietà è l’intelligenza che lo fa prevalere su forze corporee superiori di gran lunga alla sua. Odisseo infatti somaticamente non è  grande né bello.

Nell'Iliade  si trova  qualche indicazione sull'aspetto fisico di Odisseo.

Nel terzo canto Priamo chiede a Elena di identificare i capi dei guerrieri Achei visibili dalla torre presso le porte Scee;  uno gli parve più piccolo della testa di Agamennone Atride, ma più largo di spalle e di petto a vedersi[16].

La maliarda rispose che quello era Odisseo esperto di ogni sorta di inganni e di fitti pensieri (v. 202). Quindi Antenore aggiunge che anche lui l’aveva vista una volta a Troia, in ambasciata con Menelao, e quando i due erano seduti, era più maestoso Odisseo, ma quando stavano in piedi, Menelao lo sovrastava delle larghe spalle[17]  

 

 

 Ulisse dunque, levatosi in piedi, se stava zitto, sembrava un uomo ignorante o addirittura uno furente e pazzo, ma, quando parlava, dal petto mandava fuori parole simili a fiocchi di neve d'inverno (v. 222),  e allora non si provava più meraviglia per l'aspetto.

 

 Ovidio ricorda che Ulisse non era bello (non formosus erat), ma sapeva parlare (sed erat facundus Ulixes) e, pur non essendo un Adone, fece torcere d’amore le dee dell’acqua, Circe e Calipso. et tamen aequoreas torsit amore deas "[18] .

 


 

[1] Leopardi che traduce letteralmente queste parole con "la vostra tomba è un'ara" (All'Italia , v.125).

 

[2] Nella prima scena di Love’s Labour’ s lost (del 1595) Ferdinando re di Navarra definisce il tempo “cormorant devouring Time” (I, 1), il cormorano che ci divora.

  In Pericle, principe di Tiro (1608) “Time ‘s the king of men;/He’s both their parent and he is their grave,/And gives them what he will, not what they crave” (II, 3), il Tempo è il re degli uomini, è insieme il loro padre e la loro tomba, e dà loro ciò che vuole, non quello che essi desiderano.

 

 

[3] Penso per esempio a uno dei “nostri” canti del ’68: “Morti di Reggio Emilia, uscite dalla fossa, fuori a cantar con noi Bandiera rossa!”  ndr.  

 

[4] Dal 9 al 21 d. C.

[5] =gentes . Nel III capitolo della Germania Tacito descrive due tipi di carmina guerreschi

[6] Storia d'Europa nel secolo decimonono, p. 223. La prima edizione è del 1932.

[7] B.Croce, op. cit. p. 240.

[8] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, p. 140.

[9] Fra i tanti, un esempio significativo di questa intima compenetrazione tra i gregari e la Guida in quanto accomunati dall’erpismo si può trovare nella cartolina postale con francobolli che rappresentano Hitler , nel 1937, in occasione del suo compleanno, su cui è stampata la dicitura Wer ein Volk retten will, kann nur heroisch denken: “Chi vuole salvare un popolo, deve pensare solo in maniera eroica” (riprodotta in F. V. Grunfeld, The Hitler File, Book Club Association-Weidelfed & Nicholson, London 1974, tr. It. Il caso Hitler, Storia sociale della Germania e del nazismo 1918/1945, Bompiani, Milano, 1975, p. 243)

[10] Carl Schmitt in Der Leviathan in der Staatlehre des Thomas Hobbes (conferenza di Kiel del 1938), tr. It. Sul Leviatano, il Mulino, Bologna 2011, p. 93, riconosce che la malattia mortale dello Stato-Leviatano di Hobbes è consistita nell’ammettere che privatamente (dato che il pensiero è libero) sia lecito non credere a quanto si deve pubblicamente approvare in base alla volontà del sovrano. In questo modo, infatti, Hobbes rafforza quel razionalismo individualistico che sta alla base della sua teoria del contratto, aprendo la strada al liberalismo.

[11] F. Mini, Eroi della guerra. Storie di uomini d’arme e di valore,  cit., pp. 17-19 (fanno eccezione parte degli ufficiali che seguono i valori di una tradizione familiare o di una appartenenza ideologica). Cfr. anche Id., Soldati, Einaudi, Torino 2008, e J. J. Sheenan, Where Have All the Soldiers Gone? The Transformation of Modern Europe, Houghton Mifflin, Boston 2008, tr. it. L’età post-eroica. Guerra e pace nell’Europa contemporanea, Laterza, Roma-Bari 2009, p. 165.

[12] Achille nella Nevkuia dice al figlio di Laerte " non consolarmi della morte, splendido Odisseo./Io preferirei essendo un uomo che vive sulla terra servire un altro,/presso un uomo povero, che non avesse molti mezzi per vivere,/piuttosto che regnare su tutti i morti consunti"(Odissea , XI, 488-491).

 

[13] F. Mini, Eroi della guerra. Storie di uomini d’arme e di valore,  cit., pp. 165-166

[14] L. Bazzicalupo, Eroi della libertà. Storie di rivolta contro il potere, il Mulino, Bologna 2011, p. 105. Una riflessione sul fallimento dell’eroe letterario si trova in G. Ferroni, Dopo la fine; Einaudi, Torino, 1966.

[15] "Ergo al secondo posto, dopo il verbo principale, è un modo prediletto da Petronio per presentare la nuova azione come conseguenza immediata, e logicamente inevitabile, del fatto precedente" (M. Barchiesi, I moderni alla ricerca di Enea, p. 122).

[16] meivwn me;n kefalh'/    jAgamevmnono"    jAtreΐdao,/ eujruvtero" d& w[moisin ijde; stevrnoisin ijdevsqai (vv. 193-194),

[17] stavntwn me;n Menevlao" uJpeivrecen eujreva" w{mou", v. 210.

[18] S. Kierkegaard, Diario del seduttore , p. 75. La citazione è tratta da Ovidio, Ars Amatoria , II, 123-124. .

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