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Bellezza e utilità del latino e del greco

di Giovanni Ghiselli

Introduzione alla metodologia dell’insegnamento delle lingue e letterature greca e latina con taglio europeo e topologico.

 

L'uomo che non conosce il latino somiglia a colui che si trova in un bel posto, mentre il tempo è nebbioso: il suo orizzonte è assai limitato; egli vede con chiarezza solamente quello che gli sta vicino, alcuni passi più in là tutto diventa indistinto. Invece l'orizzonte del latinista si stende assai lontano, attraverso i secoli più recenti, il Medioevo e l'antichità.-Il greco o addirittura il sanscrito allargano certamente ancor più l'orizzonte.-Chi non conosce affatto il latino, appartiene al volgo, anche se fosse un grande virtuoso nel campo dell'elettricità e avesse nel crogiuolo il radicale dell'acido di spato di fluoro"[1].

 

 

Perché studiare il greco e il latino, potrebbe chiederci un giovane, a che cosa servono? Alcuni rispondono:" a niente; non sono servi di nessuno; per questo sono belli"[2]. Non è questa la nostra risposta. Se è vero che le culture classiche non si asserviscono alla volgarità delle   mode, infatti non passano mai di moda, è pure certo che la loro forza è impiegabile in qualsiasi campo. La conoscenza del classico  potenzia la natura peculiare dell'uomo che è animale linguistico.  Il greco e il latino servono all'umanità: accrescono le capacità comunicative che sono la base di ogni studio e di ogni lavoro non esclusivamente meccanico.

Chi conosce il greco e il latino sa parlare la lingua italiana più e meglio di chi non li conosce[3]. Sa anche pensare più e meglio di chi non li conosce.

  Parlare male non  solo è una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.

Lo afferma Socrate  nel Fedone :" euj ga;r i[sqia[riste Krivtwn, to; mh; kalw'" levgein ouj movnon eij" aujto; tou'to plhmmelev", ajlla; kai; kakovn ti ejmpoiei' tai'" yucai'"" (115 e), sappi bene…ottimo Critone che il non parlare bene non è solo una stonatura in sé, ma mette anche del male nelle anime.

 

 Don Milani insegnava che "bisogna sfiorare tutte le materie un po' alla meglio per arricchire la parola. Essere dilettanti in tutto e specialisti nell'arte della parola"[4].

Per essere specialisti in quest’arte bisogna saper parlare in mondo preciso e conciso, e per raggiungere questo scopo ci vuole ricchezza, vastità e proprietà di lingua.

“Quanto una lingua è più ricca e più vasta, tanto ha bisogno di meno parole per esprimersi, e viceversa quanto è più ristretta, tanto più le conviene largheggiare in parole per comporre un’espressione perfetta. Non si dà proprietà di parole e modi senza ricchezza e vastità di lingua, e non si dà brevità di espressione senza proprietà” (Zibaldone, 1822).

Alfieri cercava di trovare per i suoi drammi “un fraseggiare di brevità e di forza”,  traducendo “i giambi di Seneca” (Vita, 4, 2).

 

Il sicuro possesso  della parola è utile in tutti i campi, da quello liturgico a  quello erotico : "Non formosus erat, sed erat facundus Ulixes/et tamen aequoreas torsit amore deas ", bello non era, ma era bravo a parlare Ulisse, e pure fece struggere d'amore le dee del mare, scrive Ovidio nell'Ars amatoria [5]

 Kierkegaard  cita questi due versi nel Diario del seduttore [6].

Nei versi precedenti Ovidio consiglia di imparare bene il latino e il greco, per potenziare lo spirito e controbilanciare l'inevitabile decadimento fisico della vecchiaia:"Iam molire animum qui duret, et adstrue formae:/solus ad extremos permanet ille rogos./Nec levis ingenuas pectus coluisse per artes/cura sit et linguas edidicisse duas" (Ars amatoria  II, vv. 119-122), oramai prepara il tuo spirito a durare, e aggiungilo all'aspetto: solo quello rimane sino al rogo finale. E non sia leggero l'impegno di coltivare la mente attraverso le arti liberali, e di imparare bene le due lingue.

Il latino e il greco ovviamente. Senza con questo disprezzare altre lingue.

Le lingue studiate, tutte le lingue, ma in particolare il greco e il latino che non si parlano, vanno coltivate con uno studio privo di interruzioni.

 

II pericolo della dealfabetizzazione, il vocabolo stesso lo dice, è soprattutto incombente sul greco. Ma riguarda ogni studio che venga interrotto e trascurato. Cito a questo proposito alcune righe di una pregevolissima ricerca  di Tullio De Mauro. L’illustre linguista ricava da “due grandi indagini internazionali, fatte nel 2001 e nel 2006, promosse da Statistics Canada e dal Federal Bureau of Statistics degli Stati Uniti” che “29% è l’accertata percentuale di italiane e di italiani con piena padronanza alfabetica e numerica”. E continua: “Il nostro paese non è l’unico a conoscere la dealfabetizzazione di adulti anche scolarizzati a livelli alti. Essa in parte è fisiologica: sappiamo che se non si esercitano le competenze acquisite da giovani a scuola, in età adulta regrediamo mediamente di cinque anni rispetto ai livelli massimi raggiunti. E’ la regola detta del “meno cinque”. Ogni adulto può comodamente verificarla su se stesso…dopo cinque anni di greco, quanto ce ne resta se non facciamo i professori della materia e i classicisti?”.

De Mauro nota che “in tutti i paesi sviluppati esistono strutture e centri per l’educazione permanente degli adulti, che consentono a percentuali consistenti di popolazione di rientrare in formazione. L’esperienza dice che un ciclo anche breve è prezioso per riattivare buona parte delle competenze smarrite. Ottenere che come altri paesi europei anche l’Italia si doti di un sistema nazionale di lifelong learning, di  apprendimento per tutta la vita, è per ora un miraggio”[7].

 

Il consiglio che posso riproporre è quello già dato da Ovidio che la cura di queste due lingue, come  di tutte le altre competenze acquisite a scuola, non sia levis.

 

Non si può essere veramente bravi a usare la parola, utilizzabile sempre e per molti fini, tutti sperabilmente buoni, se non si conoscono le lingue e le civiltà classiche, ossia quelle dei primi della classe.

Il termine classicus designava il cittadino che apparteneva alla classis più elevata dei contribuenti fiscali; "solo per traslato uno scrittore del II secolo d. C., Aulo Gellio, definisce "classicus scriptor, non proletarius" uno scrittore "di prim'ordine", non della massa" (Noctes Atticae 19. 8. 15; cfr. 6. 13. 1 e 16. 10. 2-15), o (forse meglio) "buono da essere letto dai classici (i contribuenti più ricchi), e non dal popolo"; classicus è ulteriormente definito come adsiduus (altra designazione di censo, "contribuente solido e frequente") e antiquior ; l'anteriorità al presente è dunque requisito della "classicità"[8].

Noi vorremmo   che tutti potessero conoscere i classici attraverso una scuola che fosse nello stesso tempo popolare e di alta qualità.

 

 

 

Il greco e il latino infatti, tanto come lingue quanto come culture, sono utili non solo a scuola, e il loro impiego non è confinato nei licei e nella Accademie.

Si può pensare a una sceneggiatura cinematografica, o alla redazione di un articolo di giornale, o a una recensione, a una diagnosi, a una prognosi medica, a qualunque attività insomma che richieda un impiego non banale, non volgare della parola: la civiltà classica dota chi la conosce di una miniera di topoi, frasi, metafore, immagini, idèe preziose che valorizzano il tessuto verbale e allargano la visione d’insieme fino a renderla panoramica.

I topoi o loci sono argomenti utilizzabili in molte occorrenze e necessità  Nel De inventione[9] il giovane Cicerone aveva definito i loci communes: "argumenta quae transferri in multas causas possunt" (2, 48), argomenti che si possono utilizzare per molte cause. Sono strumenti del parlare e dello scrivere.

Sul vocabolo argumentum aggiungo una riflessione di Bettini:"Argumentum è qualcosa che realizza il processo dell'arguere, produce quella rivelazione che il verbo implica…Una buona via per scendere più in profondità nel significato di queste parole è costituita dagli usi dell'aggettivo argutus che ad arguo è ugualmente correlato. In molti casi infatti l'aggettivo argutus indica ciò che va a colpire i sensi con particolare forza[10] (…) Parole come arguo, argumentum, argutus, non possono che ricollegarsi a una forma *argus che significa "chiarità" o "chiarezza". Si tratta infatti della stessa radice *arg- che ritroviamo nel greco ajrgov" "chiaro, brillante" e nell'ittita hargi " chiaro, bianco". In latino, da questa stessa radice derivano anche argentum (metallo brillante)  argilla "("terra bianca")"[11]. Quindi argumentari latino e argomentare italiano, discutere portando argomenti a sostegno.

Possiamo anche ricordare il verbo inglese to argue, “discutere” e “provare”.

I tovpoi costituiscono le essenze non solo della retorica ma anche della letteratura e dell'arte in genere. 

I tovpoi sono argumenta  che, ricorrendo nella cultura europea, ne rivelano l'unità.

Io intendo e impiego i topoi come idee, frasi, versi belli e pieni di forza, tanto estetica quanto etica, comunque una forza rivelatrice.

I ragazzi provano interesse e gioia nel sentire parole belle e vere, insomma parole che sono tasselli  di opere d’arte:" l'arte è il fatto più reale, la più austera scuola di vita, e il vero Giudizio finale"[12].

Perfino i criminali provano gioia per le parole belle, finanche gli animali.

Erodoto racconta di un grandissimo prodigio (qw`ma mevgiston[13]) capitato ad  Arione, il primo fra gli uomini che compose un ditirambo, gli diede il nome e lo fece rappresentare a Corinto, al tempo del tiranno Periandro.

Questo poeta dunque viaggiava su una nave corinzia per tornare da Taranto a Corinto. Ma i marinai in alto mare complottarono per gettarlo in acqua  e prendersi le sue ricchezze. Arione li pregò di non ammazzarlo almeno, ma quei farabutti  gli concessero solo di uccidersi da solo, saltando in mare se voleva. Allora Arione  chiese di poter cantare stando in piedi tra i banchi della nave   jen th`/ skeuh`/ pavsh/ , con tutta la sua acconciatura, promettendo che dopo il canto si sarebbe ucciso. 

 Allora quelli si sentirono invadere da senso di gioia (kai; toi'si ejselqei'n hJdonhvn[14]) al pensiero che stavano per udire il migliore di tutti i cantori, e si ritirarono, dalla prua, verso il centro della nave. Arione, indossato tutto il suo abbigliamento, ritto tra i banchi, eseguì il canto nel tono elevato (novmon to;n o[[rqion), quindi si gettò in mare, vestito com’era. A questo punto intervenne un delfino che, evidentemente affascinato anch’esso dal canto del poeta, lo prese sopra di sé e lo portò fino a capo Tenaro (to;n delfi``na levgousi uJpolabovnta ejxenei`kai ejpi; Taivnaron) .

Orfeo con il suo canto  riusciva a commuovere addiritture le tenui ombre dei morti e le loro dimore, le Eumenidi, e Cerbero, e a fermare la ruota di Issione[15]. Tale è l’incanto delle parole, in questi casi accompagnate dalla musica, ma non dimentichiamo che la civiltà dei Greci e dei Latini è logocentrica e, nel rapporto tra parola e musica, questa è ancilla verbi.

Quindi, tornando a noi, credo che ricordare le sentenze belle degli auctores, e citarne brani delle opere mostrandone la carne viva, significhi  imparare a esprimersi trovando e riconoscendo qualche cosa di bello in noi stessi.

Questo per quanto riguarda il campo dell’efficacia e della bellezza.

Ma c’è pure, e forse anche prima, la categoria dell’etica.

 

Non si può essere del tutto morali se non si conoscono a fondo i princìpi e i valori dell’etica classica. Questa  non penalizza la felicità, che anzi deve essere associata alla moralità.

 Essere felici secondo Strabone, geografo dell'età di Augusto, è un atto di pietas :"gli uomini imitano benissimo gli dèi quando fanno del bene, ma si potrebbe dire ancor meglio quando sono felici (o{tan eujdaimonw'si)"[16].

C’è una interdipendenza tra etica e felicità:  "  sostengo che non vi è profonda felicità senza morale profonda"[17].  

Felicità  è anche coscienza di sé,  realizzazione e compimento della propria natura, identità di potenza e atto. Per ottenere tali risultati è necessario comprendere a fondo che cosa essenzialmente siamo. 

Per autorizzare questa mia convinzione,  utilizzo Eraclito che scrive: “ho indagato me stesso”[18],  e pure Sofocle i cui personaggi affrontano ogni difficoltà e qualunque rischio per sapere chi sono,  quindi per  non smentire la propria identità. Il “conosci te stesso”[19] scritto sul tempio di Delfi e il “diventa quello che sei” di Pindaro[20] esprimono il medesimo pensiero.

Oggi, in questo guazzabuglio di idiomi mal conosciuti e parlati male, si rischia di perdere l’dentità, linguistica e umana, di non sapere più parlare bene nemmeno una sola lingua, e, quello che è peggio, di non sapere più chi siamo.

 Le due lingue classiche con le loro letterature, ci danno un ancoraggio sicuro, al riparo dal fluttuare nella indeterminatezza amorfa o deforme del parlare di uso comune, una chiacchiera, spesso uno sproloquio, che  riflette  una scarsa aderenza persino alle realtà più evidenti.

E’ necessario salire di qualche gradino per uscire dal pantano della parola incolore, o addirittura insensata, del luogo comune trito che molti usano per nascondere la propria ignoranza, mentre invece la rivela, e  denuncia la pochezza mentale di chi rumina il sentito dire senza sottoporlo a giudizio critico.

Autorizzo questa mia conclusione attraverso Seneca:"nulla res nos maioribus malis implicat quam quod ad rumorem componimur " (De vita beata , 1, 3), nessuna cosa ci avviluppa in mali maggiori del fatto di regolarci secondo il "si dice".

Riporto una espressione di O. Wilde nella cui filigrana si può leggere Seneca: “La morale moderna consiste nell’accettare i luoghi comuni della nostra epoca, ed io credo che per un uomo colto l’accettare i luoghi comuni della propria epoca sia la più rozza forma di immoralità”[21].

La conoscenza della paideia classica è anche una difesa dal veleno della pubblicità che cerca di colonizzare e intossicare i nostri cervelli.

Un altro antidoto a tanto veleno può essere la natura: osservare il cielo splendente, guardare le sorgenti dei fiumi, notare l’innumerevole sorriso delle onde marine e amare terra madre di tutti noi[22].

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I miti  sono quasi sempre racconti sulle origini e spesso danno forma, per dirla con Nietzsche a “un’immagine concentrata  del mondo”[23], un’immagine che può essere spiegata e attualizzata fino a darci chiarimenti su eventi cui assistiamo o partecipiamo ogni giorno.

A proposito della pubblicità, il più effimero e fastidioso degli eventi, la prima réclame scritta è quella di inviata da Aconzio a Cidippe.

 

Bettini  afferma che "anche i pubblicitari sono degli Aconzi"[24]. Il giovane Aconzio obbligò Cidippe a sposarlo scrivendo delle parole e facendole leggere alla ragazza che era sul punto di maritarsi con un altro.

 "La scrittura di Aconzio è il seme di tutte le scritture astute, e l'unico modo per sottrarsi alla sua trappola sarebbe quello di non leggerla. Ma è possibile?"[25]. Nella festa di Apollo a Delo,  Aconzio di Ceo si innamora di Cidippe di Nasso e la vincola a sé gettandole un pomo su cui aveva scritto: “Lo giuro per Artemide: io sposerò Aconzio”.

Questo racconto si trova negli Aitia di Callimaco. Febo rivelò a Ceuce, il padre di Cidippe che la ragazza in procinto di sposare il fidanzato si ammalava a morte poiché un giuramento grave (baru;~ o{rko~, Aitia fr. 75 Pf., v. 22) impediva le nozze alla fanciulla la quale fu sentita da Artemide in visita a Delo quando giurò che avrebbe avuto come sposo Aconzio e non altri  (  jAkovntion oJppovte sh; pai`~-w[mosen, oujk a[llon, numfivon ejxemevnai[26] (vv. 26-27).   

La storia è narrata anche da Ovidio nelle Heroides. Aconzio scrive a Cidippe e le ricorda “volubile malum-verba ferens doctis insidiosa notis” (211-212), la mela che rotolava portando parole insidiose in formule dotte. Queste furono lette nella sacra presenza di Diana e la fides di Cidippe ne rimase vincta.

 Cidippe risponde ad Aconzio che sta morendo, si sente sballottata come una nave, ipsa velut navis iactor (v. 43), veneficiis tuis (54) per le tue parole avvelenate. Ricorda che navigava verso Delo impaziente di arrivare. Aconzio ne vide la semplicità e gli sembrò che potesse essere facile preda: “visaque simplicitas est mea posse capi” (v. 106). Le venne gettata davanti ai piedi una mela con quei versi che Cidippe non vuole ripetere “mittitur ante pedes malum cum carmine tali ” (v. 109). La nutrice raccolse l’ingannevole frutto e lo fece leggere alla ragazza: “insidias legi, magne poeta, tuas” (112). Aconzio non deve essere fiero di avere preso con ‘inganno una fanciulla poco esperta : “ sumque parum prudens capta puella dolis” (v. 124). E’ stata ingannata come Atalanta da Ippòmene. Aconzio avrebbe dovuto convincerla more bonis solito (v. 129), come fanno i galantuomini, non ingannarla costringendola a proferire sine pectore vocem (143), una voce senza anima. Ora, invece della fiaccola di nozze  c’è quella di morte: “et face pro thalami fax mihi mortis adest” (v. 174).  “mirabar quare tibi nomen Acontius esset” (v. 211), mi domandavo con stupore perché ti chiamassi Aconzio , ora lo so[27]: “quod faciat longe vulnus, acumen habes” (v. 212), hai una punta che provoca ferite anche da lontano. La ragazza ferita sta morendo: “concidimus macie, color est sine sanguine, qualem/in pomo refero mente fuisse tuo” (vv. 217-218), sono estenuata dalla magrezza, il colore è senza sangue, quale, come ricordo, era il tuo pomo.

Ecco dunque pronto un antidoto non banale al tossico pubblicitario, alle “parole avvelenate” della pubblicità malefica.

 

 

Le voci di questi auctores, veri e propri  accrescitori della nostra anima, della nostra capacità di intendere il mondo, conservano la loro eco attraverso i secoli e tutta la letteratura europea forma un corpo, del quale, come scrisse T. S, Eliot, il latino e il greco sono il sangue.

"Il latino e il greco[28] costituiscono la corrente sanguigna della letteratura europea: e come un solo, non già due distinti sistemi di circolazione; giacché è attraverso Roma che possiamo ritrovare la nostra parentela con la Grecia"[29].

 

Il fatto è che se non saliamo sulle spalle dei giganti che abbiamo nel sangue e ci lasciamo confondere dal frastuono ignorandoli, rimane assai limitata la nostra visione, non solo quella esterna del mondo, ma anche quella interiore,  di noi stessi.

A questo proposito ricordo un aforisma che Giovanni di Salysbury (XII secolo) attribuisce a Bernardo di Chartres[30]:"Dicebat Bernardus Carnotensis nos esse quasi nanos gigantum humeris insidentes, ut possimus plura eis et remotiora videre, non utĭque proprii visus acumine, aut eminentia corporis, sed quia in altum subvehimur et extollimur magnitudine gigantēa" (Metalogicon III, 4), diceva Bernardo di Chartres  che noi siamo come dei nani che stanno sulle spalle di giganti, in modo tale che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, senza dubbio  non per l'acume della nostra vista o la statura del corpo ma poiché siamo portati  in alto ed elevati da quella grandezza gigantesca.

Del resto la coscienza di non dire nulla di completamente nuovo si trova già negli autori antichi: Eschilo[31] diceva che le sue tragedie erano fette del grande banchetto omerico (Aijscuvlo" o}" ta;" auJtou' tragw/diva" temavch ei\nai e[legen tw'n   JOmhvrou megavlwn deivpnwn"[32]); e Callimaco[33] afferma: "ajmavrturon oujde;n ajeivdw"[34], non canto nulla che non sia testimoniato.

 

Un grave difetto, un’altra carenza capitale è quella della conoscenza della storia.

L’ignoranza del passato è una limitazione mentale che impedisce di progettare il futuro

Lo afferma Cicerone nell'Orator [35]: "Nescire autem quid ante quam natus sis acciderit, id est semper esse puerum. Quid enim est aetas hominis, nisi eă memoriā rerum veterum cum superiorum aetate contexitur?" (120), del resto non sapere che cosa sia accaduto prima che tu sia nato equivale ad essere sempre un ragazzo. Che cosa è infatti la vita di un uomo, se non la si allaccia con la vita di quelli venuti prima, attraverso la memoria storica?

Restare bambini, dal punto di vista del pensiero, non è cosa buona.

Lo fa notare C. Pavese:"C'è qualcosa di più triste che invecchiare, ed è rimanere bambini"[36].

Leopardi trova che nella sua età prevalgano queste “creature”, giovani e anziane,  infantilmente insensate[37]: "Amico mio, questo secolo è un secolo di ragazzi, e i pochissimi uomini che rimangono, si debbono andare a nascondere per vergogna, come quello che camminava diritto in paese di zoppi. E questi buoni ragazzi vogliono fare in ogni cosa quello che negli altri tempi hanno fatto gli uomini, e farlo appunto da ragazzi, senza altre fatiche preparatorie"[38].

La Memoria è madre delle Muse e la perdita della Memoria significa anche la rinuncia alla bellezza e alla poesia. Del resto la poesia è a sua volta madre della storia.

La "La storia romana si cominciò a scrivere da' poeti", afferma Giambattista Vico[39].    

Si dice che oggi la scuola è decaduta rispetto a quella selettiva del buon tempo antico. In parte è vero. Ma, come sempre, c'è un rovescio della medaglia, c'è una possibilità di sostenere il contrario, secondo una logica aperta al contrasto che divenne metodica  con i  Dissoì lògoi [40]  i “Discorsi in contrasto”, presenti pure nelle Antilogie perdute di Protagora[41] il quale "fu il primo a sostenere che intorno ad ogni argomento ci sono due asserzioni contrapposte tra loro" come ricorda Diogene Laerzio[42].

Con alcune ragioni  si può sostenere che la scuola è peggiorata, ma con altre che è diventata migliore.

Il bello della scuola dei miei tempi era che lo studente arrivato alla laurea trovava il lavoro, subito, o quasi subito, ed era un impiego a tempo indeterminato.

Il brutto di quella scuola era che imponeva uno studio mnemonico, generalmente acritico e dogmatico di alcuni aspetti delle materie, talora nemmeno i più rilevanti.

Il greco e il latino, erano in massima parte studiati su grammatiche e sintassi, in minima sugli autori dei quali si imparavano a memoria le vite e le opere attraverso dei manuali privi anche di brani antologizzati. La storia sembrava fatta solo dalle battaglie dei grandi condottieri. Le lingue europèe si studiavano poco e male. Ora i giovani hanno maggiori opportunità e vie per informarsi.

 L'attuale formazione dell'Europa che porta con sé non pochi sconvolgimenti da una parte, dall'altra può indurci a prendere  coscienza di appartenere a una civiltà nobile e antica, di sentire "il benessere dell'albero per le sue radici, la felicità di non sapersi totalmente arbitrari e fortuiti, ma di crescere da un passato come eredi, fiori e frutti, e di venire in tal modo scusati, anzi giustificati nella propria esistenza. E' questo ciò che oggi si designa di preferenza come il vero e proprio senso storico"[43].

Togliere il latino e il greco dalla scuola significa, a parer mio, disanimarla.

Vero è che in troppe scuole, da parte di tanti professori, le lingue classiche sono state insegnate male, e chi lo faceva bene, ossia mostrando l'albero ramificato della cultura europea cresciuto sulle radici e il tronco del greco e del latino, è stato magari molto amato e seguito dai ragazzi, ma spesso poco capito e benvoluto, talora addirittura ostacolato da colleghi e da presidi. Ne scrivo per esperienza.

 

Facevo del comparativismo quando non era ancora di moda: il preside Magnani del liceo Galvani chiamò in tre anni due ispezioni contro di me. Per fortuna gli ispettori ministeriali, Adelelmo Campana e Antonio Portolano, erano più aggiornati e preparati di lui e sbugiardarono quel burocrate ottuso, messo su da colleghi ottusi.  Questo in corsivo si può togliere se non dà lumi

 

Il difetto dell'insegnamento tradizionale, quello impartito a noi che frequentavamo i licei classici nei primi anni Sessanta, era che riduceva il classico a una serie di tecnicismi. Non dico che la morfologia e la sintassi non siano necessarie, ma ho sempre sostenuto che devono essere i primi gradini,  non i punti d'arrivo.

"Pascoli, invitato a stendere una relazione sulle cause dello scarso rendimento degli alunni agli esami di licenza liceale, così si esprimeva:"Si legge poco, e poco genialmente, soffocando la sentenza dello scrittore sotto la grammatica, la metrica, la linguistica…Anche nei licei, in qualche liceo, per lo meno, la grammatica si stende come un'ombra sui fiori immortali del pensiero antico e li aduggia. Il giovane esce, come può, dal liceo e getta i libri: Virgilio, Orazio, Livio, Tacito! de' quali ogni linea, si può dire, nascondeva un laccio grammaticale e costò uno sforzo e provocò uno sbadiglio"[44].

I testi degli ottimi autori  greci e  latini inducono  a pensare e non possono essere ridotti a raccolte di formule o di ricette:“ ‘Qua leggiamo Omero’ riprese, in tono beffardo, ‘come se l’Odissea fosse un libro di cucina. Due versi all’ora, che vengono sminuzzati e rimasticati parola per parola, fino alla nausea. Ma alla fine di ogni lezione ci dicono: vedete come il poeta ha saputo esprimere questo? Avete potuto intuire il mistero della creazione poetica! Così ci inzuccherano prefissi e aoristi, tanto per farceli ingoiare senza restare strozzati. In questo modo mi rubano tutto Omero’ ”[45]

 

La grammatica serve a leggere i testi, la metrica  aiuta a memorizzarli.

Io credo le cosiddette regole grammaticali e sintattiche andrebbero mostrate attraverso i testi più belli degli autori più bravi, siccome la bellezza e la bravura colpiscono la sfera emotiva e questa potenzia la memoria favorendo il ricordo.  Del resto le regole non possono essere date all'ingrosso: "Qualcuno, chissà chi, v'ha scritto perfino una grammatica. Ma è una truffa volgare. A ogni regola ci vorrebbe la data e la regione dove si diceva così"[46].

 

Ricordo che nella primavera del 1959, quando facevo la quarta  ginnasio al Terenzio Mamiani  di Pesaro, venne in classe il preside e mi domandò, con aria severa, come si dicesse fato in latino. Voleva sapere, disse, se meritavo il nove che aveva appena letto nella mia pagella.

 Risposi "fatus". "Bugiardo! gridò  quel brav'uomo, rosso in volto. Poi disse  che l'avevo deluso, che con la mia colossale ignoranza l'avevo  ferito, e profondamente, dato che con i miei voti avrei dovuto sapere che si dice fatum, fatum, assolutamente fatum. Ci restai molto male, pensando di avere fatto un errore gravissimo, del tutto indegno di me e del mio curriculum. In effetti se fossi stato più bravo, avrei replicato che nel Satyricon  si trova  fatus[47]. Anche questo corsivo si può togliere se dà fastidio

 

Il fatto che il greco e il latino siano stati insegnati male per decenni,  da troppi docenti, e digeriti male da molti studenti, non deve portarci alla conclusione che il loro studio vada abolito. Va piuttosto riformato e approfondito.

Il latino e, attraverso la mediazione del latino, il greco, sono   largamente presenti nel  linguaggio e nel pensiero scientifico, del diritto, della medicina, delle letterature nell’Europa moderna sia neolatina sia germanica, dalla Gran Bretagna alla Svezia, sia slava, e pure nella zona ugrofinnica, dall’Ungheria-Pannonia alla Finlandia.

Le lingue classiche hanno contribuito a formare gli idiomi  dell’Europa di oggi. In Grecia il moderno demotico non sarebbe nato senza la continuità col greco colto antico e medievale. Una lingua germanica come l’inglese è al 75% del suo vocabolario latina e neolatina. In Italia il prevalere del fiorentino antico sugli altri dialetti è stato in gran parte determinato dalla sua prossimità al latino.

 Come l’inglese, l’italiano è poco chiaro per chi lo usa senza la capacità di muoversi nel retroterra classico.

 

 

 

 

Sul tradurre

Cicerone afferma che nel tradurre non è opportuno attenersi alla lettera, ma si deve piuttosto interpretare l’originale: “Nec tamen exprimi verbum e verbo necesse erit, ut interpretes indiserti solent ” (De finibus bonorum et malorum III, 15), non sarà del resto necessario che si traduca parola per parola, come sono soliti i traduttori stentati.

In un passo degli Academica, l’Arpinate afferma che i poeti arcaici, Ennio, Pacuvio,  Accio, e molti altri, piacciono “qui non verba, sed vim Graecorum expresserunt poetarum” (III, 10), poiché resero non le parole ma la forza dei poeti greci. 

 

Io mi trovo d’accordo piuttosto con Leopardi.

Leggiamo qualche riga dello Zibaldone sulla traduzione perfetta: “La perfezione della traduzione consiste in questo, che l’autore tradotto, non sia p. e. greco in  italiano, greco o francese in tedesco, ma tale in italiano o in tedesco, quale egli è in greco o in francese. Questo è il difficile, questo è ciò che non in tutte le lingue è possibile” ( 2134).

La lingua italiana la quale è “piuttosto un aggregato di lingue che una lingua, laddove la francese è unica” ha maggiore facoltà rispetto alle altre “di adattarsi alle forme straniere…Queste considerazioni rispetto alla detta facoltà della nostra lingua, si accrescono quando si tratta della lingua latina, o della greca. Perché alle forme di queste lingue, la nostra si adatta anche identicamente, più che qualunque altra lingua del mondo: e non è maraviglia, avendo lo stesso genio, ed essendosi sempre conservata figlia vera di dette lingue, non solo per ragioni di genealogia e di fatto, ma per vera e reale somiglianza e affinità di natura e di carattere” ( 964 e 965).

 “Amava moltissimo l’italiano perché era una lingua molteplice: come il greco, era un aggregato di molte lingue piuttosto che una lingua sola, e gli concedeva la libertà di tentare ogni stile. Se ebbe sempre molte riserve sulla metafisica, la morale e la cosmogonia di Platone, la sua ammirazione per il Fedro non aveva limiti. Trovava nello stesso testo “non dico tre stili, ma tre vere lingue”; la prima nel dialogo tra Socrate e Fedro, la seconda nelle due orazioni di Lisia e Socrate, la terza nell’orazione di Socrate “in lode dell’amore”[48].

Ma sentiamo direttamente di nuovo Leopardi: “Chi vuole vedere un piccolo esempio della infinita varietà della lingua greca, e come ella sia innanzi un aggregato di più lingue che una lingua sola, secondo che ho detto altrove, e vuol vederlo in uno stesso scrittore e in uno stesso libro; legga il Fedro di Platone. Nel quale troverà, non dico tre stili, ma tre vere lingue, l’una nelle parole che compongono il dialogo tra Socrate e Fedro, la quale è la solita e propria di Platone, l’altra nelle due orazioni contro l’amore, in persona di Lisia e di Socrate; la terza nell’orazione di questo in lode dell’amore.” (Zibaldone, 2717) 

 

Come si devono insegnare le lingue

 

Se devo dire parole mie, credo che le lingue si debbano insegnare attraverso gli autori, partendo da quelli che scrivono con chiarezza e bellezza.

Posso fare degli esempi di testi belli, chiari e funzionali all’apprendimento del greco e del latino: il Nuovo Testamento, o, per stare nei classici, le Troiane di Euripide o l’Edipo re di Sofocle, i carmi del Liber di Catullo o l’Eneide di Virgilio tra i latini. Per quanto riguarda la prosa, indicherei le orazioni di Lisia, o di Isocrate per i Greci; Sallustio, o Seneca, o, perché no[49], Petronio per i latini.

Una grammatica di base è necessaria, per carità, ma non deve essere il punto d’arrivo, bensì solo il primo gradino.   

Il fatto è che talora i tecnicismi sono stati impiegati da insegnanti spiritualmente distorti in maniera mortificante, come " una misura di polizia per rintuzzare le intelligenze "[50].

Riporto un messaggio mandatomi da una mia allieva, un'alunna di trent'anni fa .

 

"Ciao, ho letto il tuo pezzo sul lavoro .. e la perdita del lavoro... e di Odisseo che viaggia viaggia ma brama il ritorno a Itaca, approdo desiderato e sicuro. Dopo tanti discorsi sul lavoro un po' rituali e un po' troppo ascoltati, un'immagine chiara ....del desiderio di movimento, di attività, di pensiero, di sogno .. ma alla fine di approdo sicuro.

Cati
(ex IV F ginnasio del Liceo Minghetti che spesso ricorda le tue lezioni  e la montagna di libri che ci facevi leggere in un'età dove di solito si  leggono solo manualetti di grammatica e letteratura)".

 

Di nuovo Pascoli: "I più volenterosi si svogliano, si annoiano, s'intorpidiscono…;…e i grandi scrittori non hanno ancora mostrato al giovane stanco pur un lampo del loro divino sorriso"[51].

"Lo studio del greco e del latino si caratterizza soprattutto come uno studio linguistico di impronta grammaticale chiuso in se stesso e funzionale solo in minima parte alla lettura dei testi. In queste condizioni la realtà difficilmente può ripagare gli studenti degli sforzi fatti"[52].

 

Ho insegnato per 2 anni nel liceo di Imola (uno al biennio uno al triennio) e per cinque al Minghetti (due nel biennio, tre nel triennio), poi per 28 anni al Galvani: dall'82 al 91 nel ginnasio; dal 92 al 2010 nel liceo. Dal 2000 ho avuto il semiesonero dopo avevo vinto un concorso.

Per 10 anni ho  insegnato didattica della letteratura greca, a contratto, nella SSIS. Traggo alcune di queste considerazioni dalla metodologia che ho elaborato in tutto questo tempo, leggendo, imparando e insegnando. Insomma ho utilizzato "una lunga esperienza delle cose moderne et una continua lezione delle antique"[53].

Ebbene, già insegnando al ginnasio, avvicinavo i ragazzini ai testi belli fin dalla quinta. Un anno di pura morfologia bastava. E d'altra parte, già trattando questa, davo grande spazio allo studio e all'apprendimento del lessico. Con il senno di adesso direi che sarebbe forse ancora meglio partire dal lessico: mostrare in un testo non difficile i vocaboli greci imparentati etimologicamente e somiglianti con parole italiane, o latine, o inglesi, o tedesche.

 Nel secondo anno si potevano confrontare le regole della grammatica con testi come l' Edipo re. o le Troiane, l'Eneide o il Vangelo.  Gli allievi portati per le lingue classiche, con questo metodo,  studiavano volentieri; i refrattari meno malvolentieri che se mi fossi fermato ai tecnicismi delle due lingue.

 

Anche il nostro aspetto influisce sull’attenzione dei ragazzi.

 Il maestro caratterizzato dalla ajmorfiva desta una diffidenza o addirittura una ripugnanza istintiva, anche fisica nel giovane discepolo. Fidippide, il figlio di Strepsiade, rifiuta i cattivi educatori della scuola di Socrate anche per il loro colore giallastro, malsano:"aijboi', ponhroiv  g' oi\\da. tou;" ajlazovna"-tou;" wjcriw'nta" tou;" ajnupodhvtou" levgei" (Nuvole, vv. 102-103), puah!, quei furfanti,  ho capito. Tu dici quei ciarlatani,  quelle facce pallide, gli scalzi.  

Voglio dire che il greco e il latino vanno collegati non solo alla successiva letteratura europea ma anche alla vita. E che noi docenti dobbiamo avere cura anche del nostro aspetto.

 

Torno al tradurre e concludo.

Credo che tradurre gli ottimi auctores, i nostri accrescitori, sia un modo, un ottimo modo per incrementare la nostra capacità linguistica, la nostra facoltà estetica di intendere il bello e pure il nostro senso etico. Il bello e il bene infatti sono congiunti nella kalokajgaqiva.

Bisogna insegnare il significato di molti vocaboli partendo dagli autori

Un buon metodo mi sembra questo: si prende un autore non difficile, si traducono alcune frasi, poi si mostrano le ricadute nel latino, nell’italiano, e magari nell’inglese e nel tedesco del maggior numero possibile di parole.

Nell’insegnare le parole bisogna dare la precedenza a quelle da significato più vasto e dalle occorrenze  più frequenti.

 

Bibliografia

 

 Vittorio Alfieri, Vita, Mondadori, Milano, 1987

M. Bettini, Con i libri , Einaudi, Torino, 1998.

M. Bettini, Le orecchie di Hermes,  Einaudi, Torino, 2000.Pietro Citati, Leopardi, Mondatori, Milano, 2010.

F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov , trad. it. Bietti, Milano, 1968.

T. S. Eliot,  Opere , trad. it. Bompiani, Milano, 1986.

H. Hesse, Sotto la ruota, trad. it. Mondadori, Milano, 1997.

Italie. Lezioni sulla storia dell’Italia unita,  Edizioni Polistampa, Regione Toscana, 2013.

A. Giordano Rampioni, Manuale per l'insegnamento del latino nella scuola del 2000. Dalla didattica alla didassi, Pàtron, Bologna, 1999.

S. Kierkegaard, Diario del seduttore, Rizzoli, Milano, 1055

S. Mazzarino, Il pensiero storico classico , Laterza, Bari, 1974.R. Musil, L'uomo senza qualità, trad. it. Einaudi, Torino, 1972.

F. Nietzsche, La nascita della tragedia , trad. it. Adelphi, Milano, 1977.

F. Nietzsche, Considerazioni Inattuali , trad. it. Einaudi, Torino, 1981.

C. Pavese, Il mestiere di vivere , Mondadori, Milano, 1968.

M. Proust, Il tempo ritrovato,  trad. it. Einaudi, 1978.

Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa , Libreria Editrice Fiorentina, Firenze, 1978.

  S. Settis, Futuro del 'classico', Einaudi, Torino, 2004.

O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, trad. it. Rizzoli, Milano, 1975

 

Giovanni Ghiselli

 


 

[1] A. Schopenhauer, Parerga e paralipomena, Tomo II, p. 772.

[2] Il greco e il latino, la religione e la matematica “Erano-e l’insegnante lo faceva notare spesso-del tutto inutili apparentemente ai fini degli studi futuri e della vita, ma solo apparentemente. In realtà erano importantissimi, più importanti addirittura di certe materie principali, perché sviluppano la facoltà di ragionare e costituiscono la base di ogni pensiero chiaro, sobrio ed efficace” (H. Hesse, Sotto la ruota (del 1906),  p. 24.

[3] Vittorio Alfieri nella sua Vita (composta tra il 1790 e il 1803) racconta di avere impiegato non poco tempo dell’inverno 1776-1777 traducendo dopo Orazio, Sallustio, un lavoro “più volte rifatto mutato e limato…certamente con molto mio lucro sì nell’intelligenza della lingua latina, che nella padronanza di maneggiar l’italiana” (IV, 3).

[4]Lettera a una professoressa  , p. 95.

[5]  II, 123-124. Bello non era ma era bravo a parlare Ulisse e pure fece struggere d'amore le dee del mare.

[6] 3 giugno (p. 75).

[7] Tullio De Mauro, La scuola italiana in sette punti in Italia, Italie. Lezioni sulla storia dell’Italia unita, p. 125.  Edizioni Polistampa, Regione Toscana, 2013

[8] S. Settis, Futuro del "classico", p. 66.

[9] Trattato in due libri, dell'84 a. C.

[10] Cfr. Thesaurus linguae latinae, II, 557, 48 sgg,

[11] M. Bettini, Le orecchie di Hermes, p. 297 e p. 299.

[12] M. Proust, Il tempo ritrovato (uscito postumo nel 1927), p. 211.

[13] Erodoto, Storie I, 23.

[14]  I, 24, 5.

[15] Cfr. Virgilio, Georgica IV, vv. 472-484

[16] Strabone (64 ca a. C.-24 ca d. C.), Geografia, X, 3, 9.

[17]R. Musil, L'uomo senza qualità , p. 846.

[18] ejdizhsavmhn ejmewutovn", fr126 Diano

[19] Gnw`qi seautovn.

[20] gevnoio oi|o~ ejssiv" Pitica II  v. 72.

[21] Il ritratto di Dorian Gray, p. 88.

[22] Cfr. Eschilo, Prometeo incatenato, vv-88-90

[23] La nascita della tragedia, cap.22.

[24] Con i libri , p. 9.

[25] M. Bettini, op. cit., p. 10.

[26] Infinito futuro epico di e[cw.

[27] ajkovntion significa dardo

[28] Io metterei prima il greco.

[29] Che cos’è un classico?  In T. S. Eliot, Opere, p. 975.

[30] Filosofo scolastico francese morto nel 1130. Scrisse un’opera su Porfirio.

[31] 525-455 a. C.

[32] Ateneo (II-III sec. d. C.) I Deipnosofisti, VIII, 39.

[33]305 ca-240ca a. C.

[34] Fr. 612 Pfeiffer.  

[35] Del 46 a. C.

[36]Il mestiere di vivere  , 24 dicembre 1937.

[37]Al capitolo 58 ricorderemo  l'attardato bambino pargoleggiante dell’età d’argento di Esiodo.

[38] Dialogo di Tristano e di un amico (1832).  E’ una delle Operette morali delle quali l’autore scrive:"Così a scuotere la mia povera patria, e secolo, io mi troverò avere impiegato le armi del ridicolo ne' dialoghi e novelle Lucianee ch'io vo preparando"(Zibaldone , 1394) .  Al capitolo 66 citerò altre parole di Tristano all’amico.

 

[39] La Scienza Nuova  Pruove filologiche, III.

 

[40] " Un testo che può definirsi la formulazione "relativistica" del pensiero dei sofisti…Gli "agoni di discorsi" tucididei echeggiano questa problematica, pur a mezzo secolo di distanza dai Dissoì lògoi… uno scritto sofistico redatto verso il 450 o al più tardi 440" (S. Mazzarino, Il pensiero storico classico, 1 pp. 258 ss.).

[41] Nato nella ionica Abdera intorno al 485 a. C., all'incirca coetaneo di Euripide dunque.

[42] Vite dei filosofi IX, 51

[43] F. Nietzsche, Sull'utilità e il danno della storia per la vita, in Considerazioni inattuali II,  cap. 3..

[44] A. Giordano Rampioni, op. cit., p. 49.

[45] H. Hesse, Sotto la ruota, del 1906, p. 90.

[46] Scuola di Barbiana, Lettera a una professoressa, p. 116.

[47] Dopo avere mostrato qualche  trovata stupefacente,  Trimalchione affranca i servi e nomina erede Fortunata. Gli schiavi sono uomini, proclama l'anfitrione rimasticando dottrine stoiche:"et servi homines sunt et aeque unum lactem biberunt, etiam si illos malus fatus oppresserit. tamen me salvo cito aquam liberam gustabunt. ad summam, omnes illos in testamento meo manu mitto " (71), pure gli schiavi sono esseri umani e hanno bevuto lo stesso latte, anche se un destino cattivo li ha schiacciati. Comunque, mi venisse un colpo, presto assaggeranno l'acqua libera. Insomma tutti quelli li affranco nel mio testamento. Si noti  fatus   invece di fatum. Non è l'unico caso del genere: troviamo balneus (41) per il neutro balneum, bagno, vinus (12) per vinum, caelus (45, 3) per caelum, lasanus (47, 5) per lasanum, vaso da notte, e altri ancora

[48] P. Citati, Leopardi, p.58.

[49] Negli anni Ottanta il mio utilizzo a scuola del Satyricon era considerata empio o almeno eversivo da certi colleghi, poi un brano di questo capolavoro venne dato da tradurre a un esame di maturità (1987), e gli incauti detrattori dovettero tacere, pur mugugnando

[50] Sono parole dello studente Kolia in I fratelli Karamazov (p. 661) . Questo romanzo è l'ultimo di Dostoevskij (1821-1881).

[51] G. Pascoli, Prose, vol. I, Milano 1956 (2 ed.), p. 592. Da un rapporto al Ministro della Pubblica Istruzione del 1893.

[52] R. Palmisciano, Per una riformulazione del curriculum di letteratura greca e latina nel ginnasio e nei licei, “AION” Phil. 2004,., p. 254.

[53] N. Machiavelli, Il Principe (del 1513), Dedica al Magnifico Lorenzo De' Medici.

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