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Adriana Pedicini Sazia di Luce

Edizioni Il Foglio Piombino 2013

di Giovanni Ghiselli

E’ un libro di poesie: liriche belle, piene di amore per la vita, un amore sicuro, anche se non privo di note dolorose.

Il titolo, Sazia di luce, può trarre in inganno: di fatto l’autrice non è sazia di quella che la più rallegrante delle cose[1], simbolo di salvezza e di beatitudine, ma è piuttosto alla ricerca di una luce che prosegua anche dopo la vita e ci accompagni quale yucagwgov~ verso benefiche immensità.

Questo amore e desiderio di vita, terrena ed eterna, dilaga dall’anima di Adriana e si espande sull’umanità, sugli animali, sulle piante, sulla natura intera osservata con l’acume di un’intelligenza emotiva che ne riconosce aspetti topici, già cantati dalla poesia, e ne scopre altri nuovi con una sensibilità vivace .

Il lettore fin  dai primi versi  si sente incoraggiato ad amare la vita assimilandosi alla poetessa la cui forte vena ha l’effetto di una corrente che trascina con sé. Questa immersione dionisiaca nei flutti del gran “mare dell’essere” è un naufragio dolce. Le barriere elevate dall’egoismo, dai luoghi comuni volgari, cadono; le separazioni tra uomo e uomo dovute all’egoismo sono abbattute; anche i confini tra gli esseri umani, gli animali, i fiori e le piante, insomma tutte le creature di Dio, vengono cancellati da questo amore che  comprende ogni aspeto della vita in una comunione  amorosa e mistica.

Vediamo allora, per cominciare, una di queste poesie.

Ancora un minuto (p. 14)

Adriana chiede un poco di tempo, appena un minuto, ma una frazione di vita così piccina può essere densa di significato,  può rappresentare un momento epifanico, avere il valore e la forza di una rivelazione, l’intensità di un’apocalissi.

L’autrice, come Penelope, chiede questa dilazione “per rifinire la mia parte di tela”. Adriana è una studiosa,  una finissima  grecista e latinista: di certo la sua tela  allude al sudario di Laerte mai finito dalla saggia moglie di Odisseo. Questa tessitura  dunque non verrà ma portata a termine: è come la vita che non può terminare ma continuerà sempre, indistruttibilmente viva.

In quel minuto eterno  l’autrice vuole rivedere e ripensare a tutto : “rimestare ancora una volta/ i colori dell’iride/nel mastello dei giorni ”. L’iride è anche la parte pigmentata degli occhi che sono le porte e le guide dell’amore[2],  e il mastello dei giorni contiene l’impasto delle azioni e degli eventi della nostra vita con le tante prove che abbiamo dovuto affrontare, ora superandole, ora cadendo sugli ostacoli, ora facendoli cadere.

Poi: “Cicala d’estate/saranno miei rami /le braccia dei figli/ove d’amore/ assidue melodie canterò”. La cicala “pazza di sole”, come la chiama Aristofane[3], può essere un alter ego del poeta che canta, pazzo  di amore  per la vita del mondo di cui sa cogliere la bellezza. I figli sono il proseguimento dell’esistenza della madre che continua ad avere una presenza anche terrena nella prole, poi nei nipoti e così via.

Infatti “i piccoli bimbi” che “molceranno il mio cuore di nonna” sono nominati subito dopo. Questi figli dei figli e poi i loro figli dovranno scovare l’ava “tra le tremule foglie dei mesi”. Le foglie  vengono e vanno come le generazioni di noi mortali. Quelli della nostra generazione lo leggevano fin da bambini nel poeta sovrano con ammirazione pensosa:

“Tidide magnanimo, perché mi domandi la stirpe?”.

Domanda Glauco a Diomede.

Poi il figlio di Ippoloco  continua:

“quale è la stirpe delle foglie, tale è anche quella degli uomini.

Le foglie alcune ne sparge il vento a terra, altre la selva

fiorente genera quando arriva il tempo di primavera;

così le stirpi degli uomini: una nasce, un'altra finisce”[4].

 

Ebbene, noi educatori, amantissimi della vita e della cultura come conoscenza e come paideia, non saremo annientati quando usciremo da questo vestito  che è il corpo, ma continueremo a vivere nell’eredità di affetti, di cultura di educazione che lasciamo su questa terra ai nostri figli, carnali e spirituali, ai figli dei nostri figli e così via

 

“Tu mi sorriderai.

E socchiuderai gli occhi

Gonfi di noi”.

Con questa immagine si chiude la poesia Ancora un minuto della collega e amica  Adriana Pedicini.

Più avanti ne commenterò altre, e l’amicizia non toglierà rigore alla mia critica.

 

Giovanni Ghiselli

 

 

[1] "la luce è la più rallegrante delle cose: è divenuta simbolo di tutto ciò ch'è buono e salutare. In tutte le religioni indica la eterna salvezza, mentre l'oscurità indica dannazione" (A. Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione , p. 274).   

 

[2] Gli occhi, sostiene Properzio, sono, per chi ancora non l'avesse capito,  comandanti nella guerra amorosa:"si nescis, oculi sunt in amore duces " (II, 15, 12). Adriana l’ha capito di sicuro.

 

[3] hJliomanhv~, Uccelli, 1096.

[4] Iliade  (VI, vv. 145-149)

 

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