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Helena Sarjantola, una storia d’amore.

Helena Sarjantola, una storia d’amore in 10 capitoli e uno aggiunto

di Giovanni Ghiselli

Antefatto

L’arrivo a Debrecen nel luglio del 1966.

Voglio ricordarti, lettore, quell’approdo a Debrecen dove giunsi da un mare tempestoso per farti vedere quanto possano una grande e buona volontà e un poco di buona fortuna nel cambiare in meglio la vita di un essere umano, di un ventenne già quasi  caduto nel pozzo della disperazione, della disistima e del disprezzo di sé.

Era una sera del luglio del ’66; avevo precisamente 21 anni e otto mesi quando, al tramonto del sole, arrivai nell’ignota cittadina dopo un viaggio inquieto con un veicolo vetusto  e scassato, una Fiat 600 che, attraversando la puszta, aveva schiacciato migliaia di insetti brulicanti nell’aria della grande pianura.

Negli ultimi venti chilometri, precisamente da Hajdúszoboszló, avevo forzato la vecchia automobile per arrivare nella remota Università estiva prima che il sole, la lucerna del mondo, sparisse dall’orizzonte, lasciandomi nel buio dell’immensa distesa, coltivata ma priva di alberi, popolata ma da poche persone distribuite in  case isolate, in piccoli e  radi borghi pressoché primitivi, dove oltretutto parlavano una lingua veramente straniera, uno strano idioma agglutinante di cui, attraversando la terra magiara tutto quel giorno, mi ero accorto di non capire una sola parola. L’esame di lingua e letteratura ungherese dato a Bologna mi aveva fruttato un trenta e la borsa di studio, ma non era bastato a mettermi in grado di dialogare nella lingua di quel paese. Qualche giorno più tardi, con l’automobile in panne, fui aiutato da un prete venuto in mio soccorso linguistico chiedendomi “loqueris latina lingua?”

 “Loquor” risposi, quindi potei avere indicazioni utili nel nostro italiano antico che fra poco in questa prava terra italica [1] purtroppo quasi nessuno conoscerà più.

Correndo dunque e facendo una strage di moscerini che avevano insanguinato il parabrezza della Seicento, ero riuscito a precedere il buio maligno di pochi minuti. Quando arrivai alla periferia della città, il sole si era già immerso nella selvatica landa alle mie spalle, mentre dall’altra parte, la zona boscosa della Transilvania e dei selvosi Carpazi, vedevo arrivare le tenebre di una notte inquietante, popolata di spettri che mi mettevano in cuore strane emozioni: miste di presentimenti non tutti cattivi e di vaghe speranze. Ero molto giovane allora: quanto a esperienza di uomini, per non dire di donne, di rapporti umani comunque, ero quasi un bambino. Ero partito da Pesaro la mattina del 14 luglio, da solo. Avevo costeggiato il mare Adriatico sulla Romea e attraversato un pezzo di pianura padana; poi erano apparse delle montagne: brutte però, spelacchiate, quasi informi; insomma molto diverse dai monti noti e cari, le Dolomiti antropomorfe che si ergevano sulla valle di Fassa nel puro azzurro dell’etere. Dialogavo con loro nei mesi di agosto degli anni Cinquanta quando la zia Giulia mi portava lassù dove non avevo nessun altro amico con cui scambiare qualche parola. Parlavo con quei monti che per la loro umanità,  mi rispondevano.

 Mentre avanzavo tra catene montuose che stringevano l’orizzonte da tutte le parti, il cielo residuo prima si incoronava, poi si ingombrava di nuvole sempre più grosse, acquose, plumbee sui monti lividi, finché arrivarono a togliermi la compagnia confortevole della luce del sole.  

Quindi cominciò a piovere sulle piante rade e scure di quelle montagne brulle, simili a cani  dal pelo tarlato. Non si vedeva un’Oreade che fosse una. 

Mi sembrava piuttosto di udire bestie immonde che latravano in branco, affamate, o ululavano solitarie fissando inquiete il cielo già buio.

 Non sembrava nemmeno più estate. Novembre sembrava. Ero tentato di tornare a Pesaro dove almeno la spiaggia coperta di ombrelloni e capanni e l’acqua marina ricca di raggi e di flutti,  di chiarori e di guizzi che moltiplicavano la luce del sole  mi assicurava che la stagione meno dolente non era finita. Ma a Debrecen avevo un appuntamento con il destino. Un destino buono col senno del poi.

Allora, solo speranze incerte e tante paure.

Arrivai sul Tarvisio che Zeus pioveva, tuonava e fulminava.

Avevo dato gli esami di greco: tutta l’Odissea e sette tragedie di Euripide. Ne avevo la testa infarcita.

Attirato da quei segni divini, decisi di proseguire. Prima però scesi dall’automobile e andai a cambiare denaro per mangiare e dormire in Austria: a Graz, se ci fossi arrivato a un’ora possibile, poiché c’erano altri duecento chilometri ignoti da percorrere, probabilmente sotto la pioggia. Avevo un forte male di gola e molti timori imprecisati. Volevo capirli, determinarli, domarli.

 Per questo dovevo procedere. Fata viam invenient [2], pensai. Avevo dato anche latino con tutta l’Eneide. La via era quella che portava alla mia identità, al diventare quello che sono.

Quando fui rientrato nell’automobile, vidi un lampo che illuminava l’Oriente, la parte di Graz e “di quella terra che il Danubio riga-poi che le ripe tedesche abbandona” [3], poi sentìi tre volte il suono di un tuono strano: aveva qualche cosa di musicale. Aderitque vocatus deus [4], completai. Traevo auspici. Sperare che la mia vita sarebbe cambiata in meglio non era difficile: in peggio non poteva cambiare. Guardai le creste dei monti che apparvero cosmetizzati, lisciati e imbelliti dalla pioggia intermittente, seguita da qualche sprazzo di sole , e mi sembrò di vedere, mentre saltava di vetta in vetta, una donna o una dea luminosa, vestita di bianco.

Un vento libertino le sollevava le gonne fino alla metà delle cosce tornite.

 Poteva preannunciare la creatura bella e fine che un giorno avrei incontrato e mi avrebbe amato se non mi fossi perduto d’animo e avessi ricominciato a progredire, cercandola. Avrei voluto unirmi a lei in quel tripudio bacchico. Sentivo che prefigurava qualche cosa della mia esistenza.

Allora era una figura eterea, una promessa quasi ultraterrena, ora che mi avvicino ai Settanta, iam senior, sed cruda  viridisque senectus " [5], posso chiamarla per nome, anzi grazie al mio Dio generoso con molti nomi, pollw`n ojnomavtwn morfh; miva [6], e ringraziare Zeus, o Apollo, o Priapo, o pure Gesù il Cristo, di avere mantenuto quella grande promessa lontana: di avermi fatto incontrare quella  creatura celeste, incarnata in Helena Sarjantola, in Kaisa Häkkinen, in Päivi Janhunen, le finlandesi di Debrecen, e nelle italiane incontrate qua e là, in Luciana, in Nicoletta, in Olga, in Magda, in Daniela e in diverse altre. Tutte dileguate, ma non senza avere prima svolto la loro funzione storica. Sempre grazie a te Dio, chiunque tu sia.

Un poco confortato dunque, scesi dal passo Tarvisio tra i villaggi lindi dell’Austria: Villach e altri, in direzione di Klagenfurt. C’era qualche cosa di simpatico, pulito, ordinato in quei paesini, mentre le nuvole sembravano diradarsi.

 Invece, quando ebbi traversato Klagenfurt e ripresi a salire tra i monti, il cielo si annerò tutto di nuovo, poi ricominciò a piovere, infine la luce scomparve in un vapore esalato dagli stessi monti bagnati. Un dio mi inceppava il cammino. Avevo paura. Paura di non arrivare alla meta. Tra quelle montagne ignote non si vedeva più niente, tranne una decina di metri davanti all’automobile che procedeva con i fari abbaglianti accesi. Ma sì, potevo anche morire. “Tanto della mia vita-pensavo- non importa niente a nessuno”.

Però poi reagivo a tanta cupezza. Sentivo che era eccessiva e pure un poco affettata. Quindi cambiavo registro.

 “Sollevati dal suolo, infelice-mi dicevo- alza da terra la testa desolata e drizza la schiena curva: non è più Pesaro questa [7] e tu  devi smettere di essere l’arcidisgraziato. Dai Gianni coraggio, devi farcela. Devi arrivare a Debrecen presto e trovare l’amore. Questo viaggio è il simbolo, la metà della tessera, della tua stessa esistenza: sei solo, sei coperto di nebbia, sei infelice e gravido di lacrime, ma ce la farai, poiché non sei stupido, né falso, né ostile alla vita. Ricordati come eri bravo e primeggiavi al liceo Mamiani di Pesaro. Allora non hai trovato l’amore perché impiegavi tutte le tue forze per essere il primo nell’agonismo scolastico e ciclistico. In salita a dieci anni battevi i ventenni. In seconda liceo hai vinto un viaggio premio assegnato ai trenta studenti migliori d’Italia. O grandi vanti umiliati! Presto però ti rifarai! Nessuno deve ripetere per me il lamento di Ofelia per Amleto: “ O, what a noble mind is here o’erthrown !” [8] A Bologna finora hai dovuto cercare di adattarti a un mondo esterno sconosciuto e imprevedibile finché stavi in quel mortorio di Pesaro e in quell’ambiente domestico pieno di pregiudizi, frustrazioni e risentimenti. La fortuna è mutevole: cambierà ancora! Soffrire in questi ultimi anni è stato destino, ma vedrai che splendore avrà la vittoria!”

Sceso dai monti, a un tratto, sulla sinistra, vidi una luce.

Per un momento credetti e sperai che fosse il sole sbucato di nuovo dalle nuvole occidentali. Invece era un lampione giallognolo, acceso contro il buio precoce. Saranno state sì e no le sette: in quel tempo l’ora legale in Austria non c’era. Certamente dal sole, che ho sempre adorato come l’immagine visibile della mente divina e del Bene, avrei tratto maggiore conforto. Quello non era un segno del tutto propizio. Nemmeno del tutto male ominoso però. Era una luce triste, ma  pur sempre una luce.

“Avanti-mi dissi-avanti, ché ce la puoi fare. Non volgere il tuo corso contro il destino!  Procedi con lui! Devi comprenderlo e assecondarlo ! Nulla ti accadrà che non sia in armonia con la natura dell’universo!”.

Verso le otto arrivai a Graz sotto un’acquazzone violento e il cielo già buio del tutto.

Le lampade elettriche illuminavano l’asfalto bagnato della circonvallazione dove scura dai campi colava la terra disciolta e trascinata dalla forza dell’acqua.

“Tutta la vita così”, pensai mentre assumevo un’espressione tragica. La tragedia greca mi è sempre piaciuta assai. Mi ci immergevo, ne traevo modelli e contromodelli.

 “Sarà dura arrivare alla fine. Allora dirò ‘non doveva finire così’”.

Giocavo anche un poco con la sfortuna e con il dolore.

Ero di nuovo stanco e scoraggiato. Volevo trovare una camera dove passare la notte già cominciata.

Immerso nel buio  e nella solitudine profonda, guardavo le case lungo la strada, ma l’oscurità e la grande miopia mal corretta dagli occhiali appannati mi rendevano difficile la ricerca dell’ asilo notturno.

Finalmente potei scorgere un cartello con la scritta Zimmer frei attaccato alla porta di una casa a tre piani.

 Mi fermai, scesi dalla Seicento, suonai. Una finestra del secondo piano si schiuse: ne sbucò una testa bianca che richiuse subito i vetri senza dire parola. Aspettai un poco con la voglia di cercare più avanti, ma l’anziana venne ad aprire quasi subito. “Zimmer frei?” chiesi. Quella disse solo: “Passport”  e tese la mano. Glielo diedi. La vecchia lo prese e guardò la fotografia confrontandola, sospettosa, con la mia faccia. Poi disse “Eine moment!”. Quindi si mosse verso una piccola porta situata a metà del corridoio quasi buio che dall’ingresso menava a una scala. Aprì quell’uscio, disse qualcosa a qualcuno e tornò. Camminava piuttosto in fretta per la sua età. Subito dopo, dall’andito scuro arrivò un’altra donna anziana, somigliante alla prima, meno arcigna nel volto però. Al punto che mi sorrise. Me ne rincuorai. Parlarono un poco tra loro, mentre guardandomi di sbieco mi esaminavano. Infine si resero conto che non avevo intenzioni cattive. “ Forse hanno capito che non sono Raskol’nikov”, pensai.

La meno aspra mi diede due chiavi: una della porta esterna che mi fece aprire e chiudere diverse volte per la paura tipica dei vecchi di non avere la casa serrata bene, l’altra della mia stanza, che mi indicò con un dito, al piano di sopra.

La più diffidente e dura, non condividendo, forse, l’atto, ritenuto affrettato della sorella, si mise ad agitare entrambe le mani: con la sinistra, più arretrata, accennava a restituirmi il passaporto, ma con la destra, tesa quasi fino al mio volto, manifestava il desiderio  di essere pagata in anticipo, e senza indugio, sfregando rapidamente, rapacemente, l’indice con il pollice e dicendo: “Schilling, schilling”, più volte. Poi scrisse un numero.  Un prezzo non esoso invero, e colazione compresa. Pagai, riebbi il passaporto, e salii nella camera. Era spaziosa, poco illuminata e fredda. Mentre sistemavo la roba, pensai cosa potessero significare quelle due donne che mi avevano dato ospitalità nella notte, ma con diffidenza. “Sono allegoriche queste due vecchie!”, pensai

  Significavano qualcosa, la parte peggiore delle mie zie, le sorelle più attempate di mia madre, la Rina e la Giulia.

 Io dovevo fruire della loro ospitalità a Pesaro d’estate, e a Bologna nella casa che mi avrebbero comprato dopo la laurea, e dovevo ripagarle, ossia ricompensarle facendo un poco di carriera nella scuola: se fossi diventato professore di greco e latino nel miglior liceo di Bologna, loro due, ex maestre elementari, all’estero, tra l’altro a Budapest, quando c’era il fascismo, poi in Italia, ne avrebbero avuto sufficiente soddisfazione. Se avessi insegnato all’Università, sarebbero state felici.  Dovevo rispettarle ed essere grato per l’aiuto che già allora ricevevo, però non dovevo permettere alle due zie anziane, più o meno fasciste e pretificate, di interferire nella scelta delle mie donne, del mio destino. Volevano che mi sposassi con “una brava collega”. Ossia una ragazza di famiglia borghese, vergine, che insegnasse, mi preparasse piatti forti e schietti, e tenesse ordinata la casa. Io invece non volevo una moglie tratta dalla sesquiplebe [9], una moglie domestica, ma un’amante bella, intelligente, sensibile, colta, sportiva. Un’artista, una della mia levatura potenziale. Diverse amanti anzi, se possibile, magari una alla volta, però una più speciale dell’altra. I luoghi comuni, la gente ordinaria, la turba dei chiacchieroni mi davano solo fastidio. La vita dell’eterno marito di una serva non faceva per me.

Pegaso,  se viene messo a girare la ruota del mulino, si ammala.

Mi mancava la compagnia di gente del mio stampo. Potenziale anche questo.

Uscii per mangiare in fretta e tornare presto in camera. Volevo alzarmi la mattina di buonora. Fuori pioveva sempre e faceva freddo. Mentre mangiavo, pensai che dovevo orientarmi cercando di capire il destino: cogliere e interpretare i segni del cielo e di Dio che, con la sua mente ordinata e magnanima, nulla lascia procedere a caso. E avverte con premonizioni chi sa leggerle. Queste non sono sempre chiarissime, ci vuole un animo attento e allenato per comprenderle.  Io facevo caso fin da bambino ai segni premonitori.

 Ricordai che Ammiano Marcellino commenta positivamente l’ attenzione del suo eroe, l’imperatore Giuliano Augusto per  gli auspici che si traggono dagli uccelli:  non che i volatili conoscano il futuro, sed volatus avium dirigit deus [10]

Alla follia metodica di Amleto non sfugge che c’è una provvidenza speciale anche nella morte di un passero [11].

Pensando ai segni ricevuti quel giorno, mi addormentai.

All’una, fui svegliato da un campanello. Prima credetti di sognare quel suono, poi mi svegliai. Qualcuno suonava davvero e con insistenza. Nessuno andava ad aprire. Vecchie sorde o paurose. Ancella infingarda, se c’era. Io? Non c’entravo, non mi sembrava il caso, poi avevo paura. Continuò per alcuni minuti.

Chi c’era alla porta? Guardiani, ladri, assassini, scomposte menadi ubriache, spettri di orrori, o “in congreghe- diavoli goffi con bizzarre streghe” [12], o che altro?

 Maledetto squillo di sventura.

Ma no, forse era un altro segno benedetto, un segno sonoro di cambiamento in meglio. Rimasi sveglio una mezz’ora per interpretarlo.

Lo feci in questo modo: “Non addormentarti, non rimanere assopito e stordito nella casa di Pesaro. Non è l’ambiente dove puoi svilupparti. Svegliati, alzati, cerca nuove dimore, esperienze nuove, anche a costo di ferirti, di smarrirti nel mondo.

 Devi imparare a stare ritto senza essere sorretto.

Se resti là, sei perduto per sempre. A Debrecen, cerca di conoscere delle persone, donne soprattutto, donne belle e fini, prova a iniziare una vita degna di te!”

Arrivai alla frontiera ungherese che c’era il sole. Mi chiesero se avessi una fotografia per il visto. Non l’avevo. Me ne fecero quattro dopo avermi messo seduto davanti a un muro. Me ne lasciarono una. La conservo. Ci vedo la faccia ombrosa di un ragazzo occhialuto, grasso, foruncoloso. Brutto, anzi imbruttito assai.

Con l’anima piena di piaghe.

 Con un aspetto tanto malconcio, da Giobbe, tutto ulcere,  non sarebbe stato facile risalire la china. Dovevo modificarlo. Rimpastarmi, come diceva la madre mia benedetta.  Liberarsi da quel laido groviglio di tormenti. Dovevo dislegarmi [13] da quella nube di angoscia che mi toglieva la visione della luce.

 Ci voleva l’ abbronzatura, ornamento del sole, e la cosmesi dello sport:  corse, bicicletta, nuoto, e digiuni da asceta. Poi le lenti a contatto. Dovevo ritrovare il compiacimento e l’orgoglio di me stesso, quelli che avevo quando studiavo al Mariani e vincevo tutte le gare. Riprendere a primeggiare dovevo. Nello studio e nello sport. Dopo il liceo infatti mi ero degradato con il cibo, con la pigrizia e con le lamentele, querimonie plebee, anzi servili.

Poi lo schifo degli altri, genitivo soggettivo e oggettivo, e le solitudini da anacoreta sordido, non santo.

Ripartii consolandomi con il pensiero che in fondo avevo già dato parecchi esami e quasi tutti con ottimi voti. Questo non bastava: anche tanti imbecilli  e ignoranti li prendevano da professori che a loro volta, nella maggior parte dei casi, erano impiegatucoli della scuola.

Per farmi coraggio, pensai che il mio sovrappeso era di una decina di chili, non di trenta: non ero ridicolo, non indicavano a dito la mia pancia. Quand’ero vestito quasi non si vedeva. Bastava non spogliarsi. Dunque potevo rifarmi. Il fondo oramai, il mio punto più basso l’avevo toccato. Se non risalivo, potevo morire laggiù.

Arrivai a Budapest verso le due del pomeriggio. Mi fermai un’ora per mangiare. Non avrei dovuto. Più avanti  sarei riuscito a saltare il desinare o la cena. Ancora non avevo assimilato il divieto, quel vetitum che sarebbe diventato il primo tabù del mondo occidentale, una volta caduta la proibizione del sesso. Poi sarebbe arrivata la diffusione del virus dell’AIDS a ripristinarla per suscitare sessofobia.

La città danubiana mi sembrò enorme e dispersiva, mentre di fatto è bella e magica non meno di Praga. Ma avevo gli occhi offuscati da tante paure. Non trovavo la strada per Debrecen.

Dovetti chiederla  una decina di volte. Finalmente riuscii a infilarla. Era, è, la Üllői út, la numero 4. Seguendola per 220 chilometri si arriva a Debrecen. La terra del mio riscatto, speravo non senza ragione. Erano passate le quattro. In quel momento prevaleva l’angoscia di non arrivare prima del buio. Il sole non era più tanto alto da rassicurarmi. Calcolai che il tramonto da quelle parti cadeva mezz’ora prima che da noi: entro le otto il dio[14] sarebbe sparito alle mie spalle, entro le nove sarebbe stato buio pesto. Calcolare, conteggiare, riflettere mi è sempre servito a minimizzare l’angoscia, a difendermi dai colpi bassi della fortuna e dalle fregature dei farabutti.

Lanciai la povera, stanca Seicento verso la puszta, il deserto degli Ungheresi, coltivato del resto a girasoli, verdure, grano e foraggio.

Il grano era stato già mietuto. Pensai alla morte di Adone ucciso dal cinghiale, ma anche alla rinascita di ogni vita, comprese quella del grano e la mia.

I girasoli avevano le teste chinate a terra. Mi sembravano fanciulle timide. Mai quanto me, pensavo quel giorno. Più che timido allora ero goffo, insicuro, incapace di piacere a una donna, a chicchessia.

Ero imbruttito parecchio dagli anni buoni del liceo. Ero appassito anzi tempo. Ero un fiore di ieri, di ieri l’altro, un’erba falciata e già scolorita. Inoltre mi vestivo male e mi lavavo poco, e non per imitare Socrate del quale all’epoca non sapevo che non curava l’igiene poiché non avevo ancora letto Aristofane [15].

A metà strada fra Budapest e Debrecen, cominciò a piovere.

Avevo sonno e avevo paura di perdermi nella puszta infinita, o quanto meno di non arrivare in tempo per inserirmi tra gli altri.

Pioveva sui girasoli reclinati, sulle oche bianche, sui maiali neri che animavano quella grande pianura semideserta. Per vincere almeno il sonno, mi fermai in una bettola di un paesino, Abony. Volevo  bere un caffè e domandare se procedevo sulla via giusta   Non ne ero sicuro. Tanto meno prevedevo che in quel locale avrei fatto una sosta trionfale, più volte tornando da Debrecen, ogni volta con una donna diversa, ma sempre bella, fine e innamorata di me.

La sosta sarebbe diventato un rito celebrativo di trionfi erotici.

Sperarlo quella prima volta sarebbe stata follia.

Quel pomeriggio del ‘66, passate da un pezzo le cinque, avevo anzi paura di essere tagliato fuori dall’amore e dalla felicità. Troppo grasso, sfiduciato e malvestito. E  con occhiali grossi e spessi. E con diversi denti cariati. Probabilmente mi puzzava anche il fiato. E pioveva. E non era presto. Né mi sbrigavo.

Ma le mie riflessioni dolorose non erano indegne di indugi e ritardi.

 In fondo al locale affumicato c’era un pianista terribile e miserando. Suonava Mezzanotte a Mosca in maniera atroce. “Potrei fare una fine del genere”, pensai. “Girare per taverne, soffrire le cimici, recitare Leopardi: “O natura, natura, perché non rendi poi…” Oppure: “non compagni, non voli, non ti cal d’allegria, schivi gli spassi…oh giorni orrendi in così verde etade!” E via lamentandomi con parole non mie. Mi sentivo come un verme spaventato che si torce nella polvere. Oppure mi davo importanza e mi facevo coraggio ricordando alcune parole dell’Edipo re di Sofocle: tajma; ga;r kaka;-oujdei;~ oi|ov~ te plh;n ejmou` fevrein brotw`n [16], i miei mali/nessuno dei mortali è capace di sopportarli tranne me" .

Comunque sentivo che non ero una persona comune, uno dei tanti e speravo di risalire una volta toccato il fondo dell’abisso.

In effetti anche quella melodia sgangherata prediceva un poco di bene: qualche giorno più tardi, a Debrecen, una ragazza russa cantò Mezzanotte a Mosca, poi, parlando con me, mi diede animo dicendomi parole buone. Forse cominciai a risalire la china aggrappandomi a quelle frasi benevole.

Mi rimisi in viaggio alquanto disanimato.

A cinquanta chilometri dalla meta però riapparve il sole. 

Mi rianimai. Sentivo entrarmi nel nel petto nuova forza.

Nonostante la paura di fare tardi, mi fermai per chiedergli aiuto. 

“Se dopo tanta pioggia, sia pure intermittente, arrivo in un momento di cielo sereno, questo viaggio termina con un auspicio favorevole. Sono pronto a ricominciare. Aiutami Elio. Dio, non permettere che una tua creatura più buona che cattiva soffra tanto per tutta la vita.

Stacca da me l’orribile aspetto di suino immondo, rendimi al Gianni che sono!” [17]

Dio mi esaudì. Quel viaggio nella terra dei Magiari, la Magyarország,  era voluto dal Fato. Mi avrebbe emancipato e staccato dal mio passato, dai parenti disordinati, dall’ambiente meschino di Pesaro, e mi avrebbe messo in contatto con le cose belle che spettavano  alla mia natura prevalentemente buona e forte: con le lettere, con il meglio di questo mondo, con le idee iperuranie, e soprattutto con le donne belle e fini che mi erano predestinate. Sì, perché anche quando ero a terra le donne le pensavo al plurale [18].

 Avrei riformato il carattere, cioè l’orientamento.

Il carattere buono si orienta sulla stella polare del Bene, quello cattivo vede e ricorda solo il male. D’altra parte un carattere buono è una cara esca che attira i buoni. Basta non lasciarsi prendere all’amo.

Un carattere cattivo attira e cattura i deboli e i cattivi, come una calamita o una rete malvagia.

“O primo fra tutti gli dèi” ripresi a pregare  “, tu ora, dopo la pioggia, mi appari fulgente e benedici il mio ingresso in questo nuovo mondo. Significhi che vuoi aiutarmi”.

Pensavo al dio Sole come a una una donna bella e fine, una mamma che mi avrebbe fatto incontrare le donne che mi spettavano e mi aspettavano.

Risalii nell’automobile. Il sole calava nella puszta, a sinistra. Non si vedevano uomini né alberi, ma girasoli dalle teste un poco risollevate, almeno così mi sembrò, gambi di spighe di grano, foraggio, verdure, pozzi strani, muniti di antenne lunghissime, oche e maiali muniti di candide zanne. Nel cielo volavano grandi uccelli bianchi dalle ampie ali,  cicogne dal becco crepitante.

Arrivai a Hajdúszoboszló, “un paese dal nome lungo e difficile”, pensai come lo vidi scritto. Un nome che per tanto tempo non seppi imparare e continuai a chiamare “quel paese dal nome lungo alle porte di Debrecen”. Erano le sette passate. Il sole si era già posato sulla pianura come un uccello stanco del volo. L’aria ferma era inebriata dall’odore di miele dei tigli.   

Grazie a Dio mancavano solo una ventina di chilometri.

Feci un’ultima corsa e giunsi alla periferia di Debrecen quando Elio auriga aveva già scolto i cavalli, ma solo da pochi minuti. Ci si vedeva ancora abbastanza. Entrai nella via principale: una strada larga e battuta dal vento che sollevava la polvere. Vi camminava gente malvestita. Anche gli edifici erano tenuti male. Il luogo mi si addiceva, messo male com’ero anche io. Mi guardai intorno, chiedendomi dove avrei potuto informarmi sull’ubicazione dell’Università. Vidi un locale con una scritta comprensibile: Hungaria. Ci entrai. Aperta la porta, mi affacciai su una grande sala piena di tavoli, quasi tutti occupati. C’era anche un’orchestra piuttosto chiassosa che musicale. Le pareti erano parzialmente coperte di tende bianche e gialle tra le quali apparivano stucchi pompieristici, carta da parati pretenziosa di raffigurare la puszta, colonne corinzie e pilastri.

Mi avvicinai a un cameriere e gli domandai dove fosse l’Università che credevo parola internazionale. Loro invece dicono egyetem. Io non lo sapevo, sicché non ci si capiva. Quello per giunta era assai affaccendato: nemmeno mi guardava mentre cercavo di farmi comprendere, invano. Quando vide entrare un folto gruppo di anziani allegri e ciarlieri, si allontanò senza avermi risposto. Ci rimasi male assai, mi sentii umiliato da quel servitore, ma gli andai dietro ripetendo la domanda in inglese e in italiano. L’insolente, seccato, gridò: “Budapest!” accrescendo il mio sconforto. Lo lasciai andare dietro lo sciame fitto e fluttuante. Ebbi paura che nell’immensa barbarie di quella landa remota non ci fosse alcuna università. Forse c’era stato un equivoco colossale. Uscii con l’animo a terra. Oltretutto da Oriente arrivava la notte.

Nella via principale si vedevano, confuse tra loro, le ultime luci del giorno e le prime artificiali del paese assediato dal buio. Camminai nella direzione del cielo ancora rosso. Se avessi seguito la traccia lasciata dal sole, le sue palpitanti vestigia per tre chilometri, sarei arrivato in pochi minuti alla Nyári egyetem, l’Università estiva.

“Tu scaldi il mondo, tu sovresso luci: / s’altra ragione in contrario non pronta, / esser dien sempre li tuoi raggi duci” [19]. Questi versi però allora non mi vennero in mente.

In fondo alla via c’era il grande tempio della città, una chiesa calvinista, come seppi più tardi. Era giallo. Avrei saputo più tardi che era il simbolo di Debrecen che era stata chiamata, dicevano, “la Roma calvinista”.

““Il cuore della città e, per quanto mi riguardava, del mondo intero, era il tempio grande. Il tempio grande era talmente grande che non riuscivo a misurarlo con il metro della realtà…La sua facciata gialla terminava in un triangolo, le torri erano munite di occhi e bocca con i volti umani, non ho più visto in vita mia un edificio che palpitasse di tutta quella vita, sembrava persino che respirasse” [20]. Quella notte io vidi solo che era giallo e turrito.

Mi fermai un momento.

Lì sembrava finire, anzi finiva il centro di Debrecen: al di là del Grande Tempio si vedeva una via deserta, alberata, buia oramai. Un cane nero si confondeva e mimetizzava con la notte.

Nel crepuscolo della sera è l’oscurità a essere attiva

La tenebra oramai mi fissava con mille occhi cattivi.

Dovevo inserire i mostri della notte in un progetto di ordine: armonizzare e cosmizzare il caos che sentivo dentro e temevo fuori.

Sulla sinistra, rispetto a chi guarda il tempio, c’era un altro edificio grande, e pure animato.

Un palazzo di sei o sette piani, sormontato da lunghi pinnacoli pseudogotici, quasi un castello, simile a quelli teatrali fatti costruire in Baviera da Ludwig II, il lunatico re sodomita.

Sopra il portone dell’ingresso formicolante, nereggiava un’insegna fatta di pezzi disposti a formare un cerchio. Mi avvicinai. La semicirconferenza superiore era costituita dalle lettere H O T E L, l’nferiore da quelle più piccole e fitte di una parola lunga e illeggibile. Mentre cercavo di leggere la scritta, questa si accese  con un’esplosione di luce. La parola strana era Aranybika e la figura un toro. Significa “toro d’oro” come seppi più avanti. Entrai nell’atrio che brulicava di gente diretta al ristorante con pista da ballo.

Andai dall’altra parte dove c’era il portiere, un uomo d’aspetto civile. Gli domandai se parlasse italiano. Con mia sorpresa rispose di sì. Contento di tale successo, gli chiesi dove fosse l’università. Io era uno studente borsista, dell’Università di Bologna. Non sapevo ancora, ma lo speravo, che le vere borse di studio sarebbero state le donne che avrei amato a Debrecen. [21].

Il portiere mi rispose che di notte il collegio era chiusa: potevo andarci la mattina seguente; lui mi avrebbe indicato la strada. Intanto potevo dormire nell’hotel, per venti dollari.

“Il suo ambiguo sorriso, tira a fregare” pensai. “Un collegio universitario dove gli studenti mangiano e dormono, non può essere chiuso alle otto e mezzo. Però non ho scelta: in questo paese da solo, di notte, non me la cavo.

“Va bene”, dissi, “prendo una camera”.

Gli diedi il passaporto e il denaro. Poi gli chiesi di spiegarmi comunque, subito, dove fosse l’Università. Mi allungò la chiave, e con riluttanza disse che dovevo prendere il tram numero uno nella direzione del grande tempio. Cercai la camera per posarvi il bagaglio ma non la trovavo. Mi sentivo incluso in un labirinto di nuovo genere. Dovetti tornare indietro per farmi indicare la stanza una seconda volta, Dopo l’estorsione dei dollari, quel portiere di notte mi era diventato antipatico. Anzi, tutto l’ambiente di quell’hotel pretenzioso e pitocco mi era poco simpatico.

Pensai di verificare subito l’informazione di cui diffidavo,

Salii sul tram numero uno in direzione dell’Università, ma, superato il grande Tempio, le rotaie si allungavano in una strada disperatamente nera e deserta. Scesi alla prima fermata e tornai indietro di corsa, per quanto me lo consentiva la pancia. Non avevo la forza di saltare la cena ma non volevo mangiare all’ Aranybika.

Sarei andato piuttosto all’Hungaria dove il cameriere era più rozzo del necessario, e sgarbato, ma non truffaldino e ricattatorio. Volevo rimanere fuori, per toccare di nuovo la terra, la madre terra, e fare la cura di Anteo, figlio di Gea.

Così al primo impatto  il toro d’oro, mi diede un piccolo dispiacere. Provengo da gente parsimoniosa e lo sono anche io, ma più che per i venti dollari ero dispiaciuto per la truffa e il ricatto di quel guardiano ambiguo, forse un prosseneta.

Eppure non ero del tutto scontento: intanto avevo trovato una camera e un letto dove passare la notte. Tornato sulla strada principale anzi mi sentivo quasi contento. Probabilmente antivedevo e pregustavo il futuro.

Stavo smaltendo la sbornia della paura.

Infatti con il passare del tempo, anni di tempo, e nel lungo progresso  della mia persona, proprio lì, nel grande hotel della città della puszta, avrei vissuto diverse ore piacevoli e importanti per la mia crescita, in compagnia di alcune delle donne belle e fini che dovevano stimolarmi a crescere, a diventare una persona non infelice, non brutta, non cattiva. Adesso il grande albergo di Debrecen è un monumento duraturo più della sua materia, edificato dentro l’anima mia. Contiene la memoria di alcune tra le ore più intense della mia gioventù, un ricordo che nei momenti difficili in quanto deserti di affetti, mi incoraggia a procedere verso tempi migliori che, come i peggiori del resto, ricorrono sempre. Rebus cunctis inest quidam velut orbis[22]

Giovanni ghiselli g.ghiselli@tin.it

Note:


 

[1] Cfr. Dante, Paradiso IX, 25-26.

[2]  Virgilio, Eneide III, 395, i  fati troveranno la via.

[3] Dante, Paradiso VIII, 66-67. Ovviamente designa l’Ungheria.

[4] Eneide, III, 395, e sarà presente, invocato, un dio.

[5] Eneide, VI, 304, già piuttosto  vecchio, ma  cruda e vigorosa è la vecchiaia

[6] Eschilo, Prometeo incatenato, 210, una sola forma di molti nomi.

[7] Cfr. Euripide, Troiane,  98 ss.

[8] Shakespeare, Amleto, III, 1, o quale nobile spirito è qui distrutto!

[9] Cfr. Vittorio Alfieri, satira IV, La sesquiplebe    

D'ogni Città voi la più prava parte,

       Rei disertor delle paterne glebe,

        Vi appello io dunque in mie veraci carte,

           Non Medio-ceto, no, ma Sesqui-plebe.  (vv. 31-34)

 

[10] Ammiano Marcellino, Historiae, XXI, 1, ma il volo degli uccelli lo dirige  dio.

[11] Cfr. Hamlet V, 2 there’s a special providence in the fall of a sparrow.

[12] Carducci, Il comune rustico, 10-11.

[13] Cfr. Dante, Paradiso, XXXIII, 31.

[14] Lo ministro maggior della natura-che del valor del ciel lo mondo imprenta-e col suo lume il tempo ne misura” (Dante, Paradiso, X, 18-20)

[15] Aristofane fa dire a Strepsiade che nessuno degli uomini del pensatoio di Socrate per economia si è mai fatto  tagliare i capelli o si è unto il corpo o è andato nel bagno a lavarsi:"oujd  j eij" balanei'on h\lqe lousovmeno"" (Nuvole , v. 837). Il Coro degli Uccelli  più specificamente qualifica Socrate come a[louto" (v. 1553), non lavato.

[16] Edipo re, vv. 1414-1415.

[17] Cfr. Apuleio, Metamorfosi , Depelle quadripedis diram faciem redde me meo Lucio (XI, 2).

[18] Cfr. il personaggio di Mefistofele nel  di Goethe: “Ich sage: Fraun! Denn ein für allemal-Denk ich die Schönen im Plural” (Faust II, 4, Alta montagna), dico donne! poiché una volta per sempre, io le belle le penso al plurale

[19] Dante, Purgatorio. 13, 19-21

[20] Da un romanzo di Magda Szabó, la scrittrice di Debrecen cui è ora intitolato il caffè dell’Arany bika. Non ricordo però da quale dei suoi romanzi ho tratto la citazione.

[21] Cfr. Tess of the D'Ubervilles di T. Hardy, dove Angel Clare si rivolge a Tess dicendole: " darling, the great prize of my life-my Fellowship" (XXXII), cara, il più grande premio della mia vita, la mia borsa di studio.  

[22] E’ l’idea del ciclo che Tacito applica ai costumi :"Nisi forte rebus cunctis inest quidam velut orbis, ut quem ad modum temporum vices ita morum vertantur "(Annales , III, 55), a meno che per caso in tutte le cose ci sia una specie di ciclo, in modo che, come le stagioni, così si volgono le vicende alterne dei costumi. 

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