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Essere cittadino

di Giovanni Ghiselli

prima parte

Erodoto

Il discorso tripolitico del dibattito costituzionale ( Storie, III, 80 ss.) forse deriva dalle Antilogie di Protagora che parte da premesse relativistiche ma non fu anarchico: venne chiamato a preparare le leggi per la città di Turi.

Erodoto scrive che vennero pronunciati alcuni discorsi incredibili per alcuni Greci: lovgoi a[pistoi me;n ejnivoisi   JEllhvnwn (80, 1).

In VI, 43, Erodoto racconta che nella primavera del 492 Mardonio, genero di Dario depose tutti i tiranni degli Ioni e istituì governi democratici. Lo dico per quanti non accettano che Otane abbia esposto  il parere che era necessario che i Persiani venissero retti a democrazia.

Secondo Diodoro (X, 25) questo provvedimento di Mardonio sarebbe stato suggerito da Ecateo come mezzo di pacificazione.

Dunque questi lovgoi a[pistoi vennero effettivamente pronunciati.

 

Otane disse che non è cosa piacevole né buona (ou[te ga;r hJdu; ou[te ajgaqovn, 80, 2) che uno di loro sette diventasse re. La magofoniva aveva soppresso il falso Smerdi. Il vero Smerdi lo aveva ucciso Pressaspe per ordine di suo fratello Cambise che aveva fatto un sogno ingannevole. Cambise era morto e Pressaspe si era ucciso.

Avete visto l’ybris di Cambise, continua Otane, poi quella del Mago.

Al monarca è lecito (e[xesti) fare quello che vuole senza renderne conto (ajneuquvnw/ poievein ta; bouvletai)

 eu[quna, correzione; eujquvnw, raddrizzo, eujquvς, dritto.

 

Al monarca viene l’ybris dai beni presenti, mentre l’invidia gli è connaturata dall’origine: fqovnoς de; ajrch̃qen  ejmfuvetai ajnqrwvpw/.

 Ha ogni malvagità (e[cei pãsan kakovthta, 80, 4)  che   compie  per arroganza e invidia

 (Cfr. la storia di Trasibulo di Mileto, Periandro di Corinto e Policrate di Samo. Periandro dopo la lezione di Trasibulo: “pãsan kakovthta ejxevfane ejς tou;ς polivtaς (V; 92, h)

 

Eppure non dovrebbe essere invidioso poiché ha tutti i beni.

Invece invidia i cittadini migliori, si compiace dei peggiori (caivrei de; toĩsi kakivstoisi tw̃n astw̃n) ed è ottimo ad accogliere le calunnie ( diabola;ς de; a[ristoς ejndevkesqai).

 

Il tiranno nella storia romana e nella tragedia greca

 Cfr. Tiberio e Domiziano in Tacito.

Quanto allo fqovno", Tacito attribuisce più di una volta l'invidia ai suoi Cesari: Tiberio temeva dai migliori un pericolo per sè, dai peggiori disonore per lo stato (ex optimis periculum sibi, a pessimis dedĕcus publicum metuebat , Annales , I, 80),

 e Domiziano invidiava e odiava Agricola per i suoi successi in Britannia:"Id sibi maxime formidolosum, privati hominis nomen supra principem attolli " ( Agricola[1], 39), gli faceva paura soprattutto il fatto che il nome di un suddito fosse messo al di sopra di quello del principe.

Poi l’ipocrisia di Tiberio il quale si serviva di formule antiche per nascondere scelleratezze recenti : “Proprium id Tiberio fuit scelera nuper reperta priscis verbis obtegere” (4, 19).

 

La letteratura greca è percorsa dal motivo antitirannico: da Alceo che esulta per la morte di Mirsilo (fr. 332 LP), o copre di insulti Pittaco "to;n kakopatrivdan"( fr. 348 L P) dal padre ignobile, a Platone che certamente non risparmia biasimi al   turanniko;" ajnh;r. Costui, nella Repubblica  (573c) è uomo, per natura, o per le abitudini, "mequstikov".. ejrwtikov", melagcolikov"", incline al bere, al sesso, alla depressione; inoltre è di animo sostanzialmente servile"oJ tw'/ o[nti tuvranno" tw/' o[nti dou'lo""(579e). Questa  considerazione che sembra paradossale, magari dettata a Platone da un risentimento personale nei confronti dei despoti incontrati, è confermata da uno psicoanalista moderno: E. Fromm in Fuga dalla libertà  sostiene che" l'impotenza dà luogo all'impulso sadico a dominare; nella misura in cui l'individuo è capace, cioè in grado di realizzare le sue possibilità sulla base della libertà e dell'integrità del suo io, non ha bisogno di dominare e non prova alcuna brama di potere" (p. 144).

Il tiranno  fa paura, come affermano la nutrice di Medea  (119 sgg.), e Antigone a proposito della sottomissione dei Tebani a Creonte (vv. 502-507) , La paura del tiranno è genitivo soggettivo e oggettivo, ossia il despota vive circondato dal fovbo" :  fa paura e  ne ha.

Un doppio ruolo sintetizzato bene da Creonte nell'Oedipus  di Seneca:" Qui sceptra duro saevus imperio regit,/timet timentes; metus in auctorem redit " (vv. 703-704), chi tiene crudelmente lo scettro con dura tirannide, teme quelli che lo temono; la paura ricade su chi la incute  chi lo dice.

In forma meno sintetica Cicerone fa la stessa denuncia nel De officiis: “Qui se metui volent, a quibus metuentur, eosdem metuant ipsi necesse est” ( II, 24), quelli che vorranno essere temuti, è inevitabile che essi stessi temano quelli dai quali saranno temuti. Cicerone fa gli esempi di Dionigi il vecchio e di Alessandro tiranno di Fere il quale sospettava perfino della moglie, non a torto del resto poiché questa era un’altra furente che infine lo uccise “propter pelicatus suspicionem (II, 25), per sospetto di adulterio. La conclusione di Cicerone è. “Nec vero ulla vis imperii tanta est, quae premente metu possit esse diuturna”, non c’è nessuna forza di potere tanto grande che possa essere durare a lungo sotto la pressione della paura.  

 

 Nell'Edipo re   di Sofocle il tiranno di Tebe teme complotti e chiama Creonte "lh/sthv" t j ejnargh;" th'" ejmh'" turannivdo"" (vvv. 535), ladro evidente della mia tirannide. Il cognato più avanti ribatte che preferisce riposare tranquillo piuttosto che comandare con paura ("a[rcein...xu;n fovboisi", v. 585).

Perfino Eteocle delle Fenicie , il teorico del valore assoluto del potere, rivolge una preghiera a eujlavbeia, cautela, invocata come crhsimwtavth qew'n, (v. 782), la più utile delle dee.

 "La paura e la diffidenza appaiono dunque connaturate al tiranno"[2].

 La paura del tiranno è stata messa in evidenza anche dal cesariano Sallustio:"Nam regibus boni quam mali suspectiores sunt, semperque iis aliena virtus formidulosa est "[3], infatti ai re sono più sospetti i valenti che gli inetti, e la virtù degli altri per loro è sempre motivo di paura.

Si ricordi ancora il formidolosum dell'Agricola  (39) di Tacito.

“In realtà il tiranno è circospetto perché teme. La sua paura accompagna il suo potere: “governare in mezzo alle paure”, questa è la condizione del tiranno (Sofocle, Edipo re, v. 585[4]).

Fine tiranno

 

 

Ma torniamo a Otane di Erodoto (III, 80, 6)

La cosa più grave è questa: "novmaiav te kinevei pavtria kai; bia'tai gunai'ka" kteivnei te ajkrivtou"" (III, 80, 5) sovverte le patrie usanze, violenta le donne e manda a morte senza giudizio. "Così il persiano Otane riassume ciò che è in sostanza il motivo comune fra i Greci per l'opposizione alla tirannide"[5]

 Nelle tragedie il tiranno è il paradigma mitico di questo principio.

Invece il governo del popolo ha il nome più bello, l’uguaglianza davanti alla legge: “plh̃qoς de; a[rcon prw̃ta me;n ou[noma pavntwn kavlliston e[cei, ijsonomivhn (6), poi esercita a sorte le magistrature (pavlw/ me;n ajrca;ς a[rcei ) e ha un potere soggetto a controllo (uJpeuvqunon de; ajrch;n e[cei) e presenta tutte le deliberazioni del consiglio all’assemblea pubblica (bouleuvmata de; pavnta ejς to; koino;n ajnafevrei). I bouvleumata non sono khruvgmata, ordinanze, editti.

(Cfr. anche i Persiani di Eschilo)

Otane dunque propone la democrazia, perché nella massa deve stare ogni potere.

 

Megabizo invece parlò in favore dell’oligarchia (I, 81). Accetta la critica alla tirannide ma non l’elogio del popolo. Infatti dice non c’è niente di più stupido (oujdevn ejsti ajxunetwvteron, cfr. sunivhmi), né più prepotente ( uJbristovteron) di una moltitudine buona a nulla (oJmivlou ajcrhivou).

Il monarca è caratterizzato dall’ybris, il dh̃moς è sfrenato (ajkovlastoς)

La moltitudine non ha imparato niente da altri e non conosce da sé nulla di buono, e sconvolge lo Stato scagliandosi a[neu novou simile a un fiume invernale (ceimavrrw/ potamw̃/ i[keloς, 81, 2).

 

D'Annunzio in Il piacere  denuncia "il grigio diluvio democratico odierno, che molte belle cose e rare sommerge miseramente"; un nubifragio sotto il quale "va anche a poco a poco scomparendo quella special classe di antica nobiltà italica, in cui era tenuta viva di generazione in generazione una certa tradizione familiare d'eletta cultura, d'eleganza e di arte" (p. 38).

 

Dunque, aggiunge Megabizo,  il potere va affidato a un gruppo ristretto di uomini migliori (ajndrw̃n tw̃n ajrivstwn)

 

Nelle Supplici di Euripide, l’araldo tebano parla contro la democrazia: “ il popolo che non sa tenere in piedi i propri discorsi, come potrebbe tenere dritta la città? (417-418)

 

Ciano nel suo Diario ha scritto che Mussolini diceva: “il popolo non sa mai quello che vuole, tranne guadagnare molto e lavorare poco” (22 maggio 1938)

Poi: “Solo un paese vile, brutto, insignificante può essere democratico. Un popolo forte ed eroico tende all’aristocrazia” (24 giugno 1938)

 

Torniamo a Erodoto. Per ultimo parlò Dario. Approva Megabizo sulla democrazia, lo confuta sull’oligarchia.

Secondo lui il sistema migliore è la monarchia anche se tw̃/ lovgw/, a parole sono ottime tutte e tre.

Non c’è niente di meglio di un uomo ottimo il quale con il suo senno (gnwvmh/, III, 82, 2) guida tutto il popolo in modo irreprensibile ajmwvmhtoς. Nell’oligarchia invece gli oligarchi giungono a grandi inimicizie, da cui nascono stragi, quindi si passa alla monarchia che così si rivela il regime migliore. Quando invece comanda il dh̃moς (dhvmou te au\ a[rcontoς, III, 82, 4)  è impossibile che non sopravvenga la malvagità (ajduvnata mh; ouj kakovthta ejggivnesqai) e i malvagi instaurano tra loro filivai ijscuraiv, salde amicizie, poiché danneggiano gli interessi comuni cospirando tra loro.

Questo avviene finché li fa cessare uno che viene proclamato monarca. E ancora una volta si vede wJς hJ mounarcivh kravtiston.

Del resto per farla breve: a noi la libertà chi l’ha data? Non il popolo né l’oligarchia ma un monarca. Manteniamo dunque la monarchia

III, 83. Vennero dati dunque questi 3 pareri e gli altri quattro aderirono all’ultimo.

Otane che voleva dare ai Persiani l’isonomia, sconfitto, non volle entrare in lizza per diventare re, e disse: “ejgw; me;n nun uJmĩn oujk enagwnieũmai: ou[te ga;r a[rcein ou[te a[rcesqai ejqevlw” (III, 83, 2).

 

In Erodoto c’è, come in Eschilo, una logica aperta al contrasto: lo storiografo conferisce nobiltà a Otane e pure allo spartano Demarato che comunque era al servizio di Serse e disse al re che ai Greci è sempre stata compagna assidua penivh, la povertà, mentre la virtù (ajrethv) è un acquisto successivo, operato attraverso la saggezza (ajpo; te sofivhς) e leggi severe (kai; novmou ijscuroũ)

Avvalendosi di queste, la Grecia si difende dalla povertà e dalla tirannide (VII, 102, 1).

Quanto agli Spartani in particolare, essi sono liberi, ma non del tutto (ouj pavnta ejleuvqeroiv eijsi, VII, 104, 4)  perché su di loro comanda la legge (e[pesti ga;r sfi despovthς novmoς). Cfr. Senofonte e Polibio. Il popolo che rivendica il diritto di fare ciò che vuole.

 

Tucidide

 

Il primo discorso di Pericle del 431  ( Storie, II, 140-144)

Socrate nel Fedro afferma che probabilmente Pericle è stato il più perfetto nell’oratoria.

Tucidide lo introduce scrivendo che Pericle era prw`to~  jAqhnaivwn , il primo degli Ateniesi e il più capace di parlare e di agire:levgein te kai; prassein dunatwvtato~. Essere cittadini significa anche avere delle capacità: in primis quella di parlare e si agire conseguentemente.

 Nel 427, Diodoto parlando contro Cleone, dice che i discorsi sono maestri dei fatti (lovgoi didavskaloi tw`n pragmavtwn III, 42, 2)

 

Pericle chiede di non cedere agli Spartani (mh; ei[kein, I, 140, 1).

 

Tucidide si rifà a un’idea razionale dell’uomo e della storia e, come poi Cesare, dà poco spazio ai motivi irrazionali delle imprese.

Svetonio ricava “il dado è tratto” da Asinio Pollione.

 

Però Tucidide non elimina del tutto il para; lovgon: a volte la tuvch conduce i fatti para; lovgon appunto contro il ragionato calcolo.

Non bisogna cedere alle richieste degli Spartani di abrogare il decreto di Megara e di togliere l’assedio a Potidea, altrimenti arriveranno altri ordini

Sono i capitali , le eccedenze che sostengono le guerre (aiJ periousivai tou`~ polevmou~ ajnevcousin) e i Peloponnesiaci ne sono privi.  Senza denaro non si colgono le occasioni le quali non aspettano (oiJ kairoi; ouJ menetoiv, I, 142, 1), sarà importante dominare il mare e gli Spartani non possono poiché la nautica è fatta di tecnica e di capitali.

 

(Cfr, l’ajcrhmativa di, I, 11. Inficiava la grandezza e la potenza della flotta contro Troia).

 

Non importa se i campi verranno danneggiati; basta che si salvino le vite umane, poiché sono gli uomini ad acquistare le cose, non le cose gli uomini. Grande cosa è il dominio sul mare: “mevga ga;r to; th̃ς  qalavsshς kratoς (I, 143, 3).

 

Un discorso in antitesi rispetto a questo lo fa l’oligarca della Costituzione degli Ateniesi: “ad Atene la canaglia ha preso il potere perché è il popolo che fa andare le navi: “oJ ejlauvnwn ta;ς naũς”

 

Pericle conclude il primo discorso ricordando che i loro padri che pure non avevano tante risorse e anzi abbandonarono quelle che possedevano,  affrontarono i Medi  con l’intelligenza (gnwvmh/) più che con la fortuna (plevoni h] tuvch/), con il coraggio più grande della potenza (tovlmh/ meivzoni h] dunavmei) I, 144, 4. Si vede che entra anche l’elemento irrazionale.

Gli Ateniesi votarono come lui volle.

 

Secondo discorso è il lovgoς ejpitavfioς

 

Essere cittadino. Il torneo oratorio di Sparta

 

I Corinzi parlano degli Ateniesi con l’acume dell’odio alla I assemblea non plenaria dei delegati della lega Peloponnesiaca tenutasi a Sparta nel 432

Per tutta la vita essi si affaticano tra prove e pericoli-meta; povnwn kai; kinduvnwn mocqoũsi e godono pochissimo di quello che hanno, perché sempre acquistano-dia; to; aijei; ktãsqai, e non considerano una festa  altro che fare ta; devonta, quello che devono, e una sventura non meno una tranquillità inattiva che un’attività penosa ( I, 70) 

Anche nella tecnica prevale la scoperta più recente. Così nella politica, che è una tecnic, ci vogliono sempre innovazioni: pollh̃ς th̃ς ejpitecnhvsewς deĩ (I, 71).

Voi Spartani non vi rinnovate.

 

Quindi parlarono gli Ateniesi. Rivendicano i loro meriti nelle guerre persiane: ci misero il maggio numero di navi, lo stratego più intelligente e l’impegno più risoluto proqumivan ajoknotavthn (I. 74).

C’è una logica del potere

Al nostro successivo potenziamento siamo stati costretti. kathnagkavsqhmen dal timore (malivsta uJpo; devouς) , dall’onore (e[peita kai; timh̃ς) e dall’utile (u{steron kai; wjfelivaς).

 E’ stabilito da sempre che il più debole sia sopraffatto da più forte (aijei; kaqestw̃toς to;n h{ssw ujpo; toũ dunatwtevrou kateirgesqai, I, 76) e noi ne siamo degni. Noi esercitiamo la supremazia con moderazione metriavzomen.

 

I processi

Abbiamo fama di amare i processi: filodikeĩn dokoũmen (I, 77), e lo riconosciamo: quelli  che possono fare violenza infatti non hanno bisogno di processi biavzesqai ga;r oi|ς a}n ejxh̃/ , dikavzesqai oujde;n prosdevontai (I, 77).

 

Lovgoς ejpitavfioς  (II, 35-46) tenuto nell’inverno 431-430.

La lode dei caduti sta nelle loro gesta, non nelle parole dell’oratore  che deve solo trovare parole adeguate ai fatti.

Sono i pepaideuomevnoi capaci di farlo.

Chi parla è spesso portato a straparlare: è difficile infatti parlare con misura (calepo;n ga;r to; metrivwς eijpeĩn, II, 35, 2). Di chiacchierare sono capaci tutti, ma come dice Pelasgo nelle Supplici di Eschilo: “makra;n ge me;n dh;  rJh̃sin ouj stevrgei povliς (273).

Gli ascoltatori provare invidia e non credere a ciò che supera la loro mediocrità.

Pericle cercherà comunque di seguire la tradizione e di incontrare le aspettative degli uditori.

Pericle del resto poteva pure permettersi di contraddire i gusti del suo popolo e provocarlo fino all’ira pro;ς ojrghvn  in quanto era chiaramente incorruttibile riguardo al denaro: “ diafanw̃ς ajdwrovtatoς  genovmenoς kateĩce to; plh̃qoς ejleuqevrwς” (II, 65).

 

Torniamo al lovgoς. Gli abitanti dell’Attica sono autoctoni da sempre.

I loro padri hanno conquistato l’impero (ajrchvn) non senza fatica (oujk ajpovnwς) e i figli lo hanno accresciuto (II, 35, 2) rendendo Atene aujtarkestavthn, assolutamente in grado di badare a se stessa.

Ma l’autarchia assoluta non è possibile come capisce il Duvskoloς di Menandro  quando cade in un pozzo (credevo di essere aujtavrkhς) (713 ss.)

La grandezza di Atene è dovuta e alla sua costituzione  (politeiva) e ai suoi costumi (trovpoi), detto in breve, poiché Pericle non vuole makrhgoreĩn, parlare prolissamemente. Polibio ripeterà queste formule siccome Tucidide ejnomoqevthse, legiferò (cfr. Luciano)

La tragedia mette in rilievo anche l’accoglienza dei supplici da parte della polis ateniese: negli Eraclidi, Demofonte, figlio di Teseo e di Fedra, accoglie i supplici perseguitati da Euristeo. Nella parodo ol coro dice che è empio per una città trascurare la supplice preghiera di stranieri (107-108)

La terra ateniese da sempre vuole contribuire con la giustizia ad aiutare chi è privo di risorse: “ajei; poq j h{de gaĩa toĩς ajmhcavnoiς su;n tw̃/ dikaivw/ bouvletai proswfeleĩn” (329-330).

Arriano fa dire a Callistene che un fuggitivo poteva salvarsi presso gli Ateniesi che avevano combattuto Euristeo il quale perseguitava gli Eraclidi e allora tiranneggiava la Grecia: “turrannoũnta ejn tw̃/ tovte th̃ς  JEllavdoς (Anabasi di Alessandro, 4, 10, 4).

Nelle Supplici, Etra, la madre di Teseo incoraggia il figlio ad aiutare le donne argive le quali pregano Atene di soccorrere le madri: tu non lasci spazio all’ingiustizia e proteggi i disgraziati ( 379-380)

 Nell’ Edipo a Colono  il protagonista

dice che Atene è la città più pia, la sola capace di aiutare lo straniero maltrattato (266-267)

Quindi Isocrate nel Panegirico , un caldo elogio di Atene, dove l’autore dice che prima della guerra di Troia andarono nella città di Pallade gli Eraclidi e Adrasto re di Argo

Nella Tebaide di Stazio Giunone si muove verso le mura di Atene per convincere Pallade e aprire Atene bendisposta verso i supplici pii (supplicibusque piis faciles aperiret Athenas (XII, 294)

 

L’articolo 10 della nostra Costituzione dice: “Lo straniero al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica. Non è ammessa l’estradizione per motivi politici.

 

Quindi il paragrafo 2, 37, 1 che riceve un’altra eco dalla nostra costituzione

Noi, dice Pericle abbiamo una costituzione esemplare (paravdeigma) e degna di essere imitata. Si chiama democrazia è c’è una condizione di uguaglianza (to; i[son) per tutti. Si viene eletti alle cariche pubbliche secondo la stima del valore (kata; de; th;n ajxiwvsin)  né uno viene preferito alle cariche pubbliche per il partito di provenienza (oujk ajpo; mevrouς) più che per il valore (to; plevon ejς ta; koina; h] ajp j ajreth̃ς), né del resto secondo il criterio della povertà (oujd j au\ kata; penivan) se può fare qualche cosa di buono per la città, ne è stato impedito per l’oscurità della sua posizione sociale (ajxiwvmatoς ajfaneiva/ kekwvlutai). 

 

Sentiamo allora la nostra Costituzione.

Articolo 1: L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. 

L’articolo 3 è forse il più noto: “Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di condizioni personali e sociali

Comma B. E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del paese.

Nel Menesseno di Platone, Aspasia dice che nessuno è stato escluso per povertà (peniva/), né per oscurità dei padri, né d’altra parte per condizioni opposte è stato ritenuto degno di onore (238d)

Sarebbe stata Aspasia a comporre questo discorso per Pericle.

Senofonte indica invece l’esemplarità dell Costituzione spartana: Licurgo non ha imitato altre costituzioni ma ha scelto l’opposto rispetto alla maggior parte di esse (Costituzione degli Spartani, I).

Polibio individua la prima Costituzione mista (mikth; politeiva) nella rJhvtra di Licurgo (VI, 3, 8). C’erano i re, la gerousiva, l’Apella e gli Efori che sindacavano l’operato dei potenti.

Isocrate nell’Areopagitico, il principale scritto di politica interna, del 356,  scrive che la Costituzione non è altro che l’anima dello Stato (e[sti ga;r yuch; povlewς oujde; e{tereon h} politeiva (14)

Il liberal conservatore Tocqueville voleva ridurre al minimo le scuole classiche in quanto c’è il rischio che producano giacobini e rivoluzionari (La democrazia in America, 1840). Mentre il comunista Gramsci sosteneva che il latino e il greco sono il più efficace strumento di disciplina intellettuale.

 

Giovanni Ghiselli

 

P. S. Il blog è arrivato a 153992 lettori

Esporrò questo percorso il 24 giugno alle 19, in piazza Verdi a Bologna

 


[1] Del 98 d. C.

[2] D. Lanza, Il tiranno e il suo pubblico., p. 47.

[3] De Catilinae coniuratione , 7.

[4] a[rcein.. xu;n fovboisi (v. 585) ndr.

[5] C. M. Bowra, Mito E Modernità Della Letteratura Greca  , p. 170.

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