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Il culto della parola

di Giovanni Ghiselli

L’incipit del Vangelo di Giovanni identifica il Verbo con Dio. In  principio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum et Deus erat Verbum. Hoc erat in principio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt, et sine ipso factum est nihil (1, 1-3), in principio c'era la Parola e la Parola era con  Dio e la Parola era Dio. Questa era in principio con Dio. Tutto fu fatto tramite lei e senza lei nulla fu fatto.

In greco le prime parole sono: “  ejn ajrch'/  h\n oJ lovgo" . Per i Greci precristiani il lovgo~, la parola piena di ragione e sentimento, di paideia e di bellezza, è il suvmbolon, il segno di riconoscimento della paivdeusi~, della educazione dell’ ajnh;r pepaideumevno~, dell’uomo educato. La parola è indispensabile alla persuasione, Peiqwv per i Greci.

Euripide, personaggio delle Rane di Aristofane, dice: “ non c’è altro tempio della persuasione che la parola (v. 1331).

La civiltà greca era assolutamente logocentrica.

Per  i Latini Suada[1] era una divinità la cui protezione e benevolenza era indispensabile in tutte le attività umane.

La parola in origine non veniva scritta.

Milman Parry, un americano formatosi alla scuola della linguistica francese, nella sua tesi di dottorato intitolata L'épithete traditionelle dans Homere  (l'epiteto tradizionale in Omero, del 1928) raccoglieva i frutti di alcuni decenni di attività di neogrammatici e filologi. Partendo dal concetto di Kunstsprache  o "lingua artificiale" ovvero dizione epica  ( J. H. Ellendt, H. Düntzer, K. Witte, K. Meister), sottoponeva il testo dei poemi ad un più rigoroso esame interno e ne definiva la formularità , traendone la conclusione che si trattasse di poemi orali.

L’impianto formulare dei due poemi ne avrebbe consentito la composizione e la trascrizione orale.

Non tutti concordano con questa ipotesi.

Un primo accenno all’uso della scrittura in effetti si trova già nel VI canto dell'Iliade  dove leggiamo che Preto re di Argo, aizzato dalla moglie Antea che bramava unirsi in amore furtivo con Bellerofonte e, respinta da lui, lo aveva accusato di averla tentata, si infuriò, e, non osando ucciderlo direttamente, lo mandò in Licia dal suocero suo  con segni funesti ("shvmata lugrav", v. 168) dopo avere scritto su una tavoletta piegata molti segnali di morte ("gravya" ejn pivnaki ptuktw'/ qumofqovra pollav", v. 169). Questa storia che fa parte dell'episodio di Glauco e Diomede "potrebbe già echeggiare il recuperato uso della scrittura alfabetica fenicia o, visto il destinatario dell'episodio narrato, fondarsi sulla consapevolezza della diffusione della scrittura in Asia Minore, seppur di lettere si tratta e non di segni convenzionali"[2].

 

 Comunque il culto della parola parlata è  presente nell’Iliade.  Achille deve primeggiare innanzitutto nella parola che rende l’uomo essenzialmente uomo e l’eroe essenzialmente eroe.

Peleo manda Fenice a Troia con il figliolo perché gli insegni:"muvqwn te rJhth'r  j e[menai prhkth'rav te e[rgwn"[3], a essere dicitore di parole ed esecutore di opere. E’ evidente  la priorità della parola.

Questa priorità si vede non solo nella poesia ma anche nella storiografia.

Tucidide, nel presentare Pericle che sta per pronunciare il primo dei suoi discorsi, lo definisce uomo che in quel tempo era il primo degli Ateniesi, il più capace di parlare e di agire (prw'to" w[nAqhnaivwn, levgein te kai; pravssein dunatwvtato"  , I, 139). La parola deve diventare azione naturalmente, ma l’azione è sempre preceduta dal lovgo~.

Nelle Supplici di Euripide, Teseo, il paradigma mitico di Pericle elogia  gli dèi che hanno dato ordine alla vita umana, un tempo bestiale e confusa, prima infondendo nell’uomo l’intelligenza, poi aggiungendo la lingua, messaggera delle parole (prw'ton me;n ejnqei;~ suvnesin, ei\ta d  j a[ggelon -glw'ssan lovgwn douv~), in modo che distinguesse le voci, quindi il nutrimento dei frutti della terra, e la pioggia del cielo per farli crescere, e ha procurato difese dal freddo e dal caldo, ha insegnato a navigare per i mari e a scambiare i prodotti di cui è povera la terra.

Si può chiarire il  valore pratico, oltre che estetico, della parola attraverso l'espressione di Tucidide ta; e[rga tw'n pracqevntwn (I, 22, 2), le azioni, tra i fatti. L'altra componente dei fatti sono le parole dette dai capi della guerra: sul modo di riferirle Tucidide dichiara le intenzioni e il metodo nella prima parte del capitolo metodologico (I, 22, 1).

 

Ivano Dionigi  nel De rerum natura di Lucrezio accerta una "coincidenza di terminologia grammaticale e terminologia atomistica" e presume una "probabile mutuazione della seconda dalla prima" per cui "i fatti verbali vanno ritenuti prioritari non solo nell'esegesi filologica ma anche nella critica letteraria lucreziana a causa della omologia e connaturalità di lingua e realtà. E' come se il detto catoniano fosse invertito: verba tene, res sequetur"[4]. Ribaltare il motto di Catone "Rem tene, verba sequentur" (fr. 15 Jordan), tieni in pugno l'argomento, le parole seguiranno, significa affermare in qualche modo la priorità dei verba.

“Come l’equivalente greco stoicei'a (cfr. Epicuro, ep. Pyth. 86; ep. Men. 123), elementa ha il doppio senso di “elementi primordiali” e “lettere dell’alfabeto”. Sul parallelismo e addirittura sulla connaturalità di elementi naturali ed elementi linguistici, di realtà fisica e realtà verbale, di cosmo e testo, Lucrezio interverrà ripetutamente e intenzionalmente (I, 817-819; 2, 688-699 e 1007-1022 vd. note ad. loc.)”[5].

Insomma:"In principio erat Verbum". Ma il verbum deve diventare factum. “Im Anfang war das Wort…Im anfang war die Tat[6].

La parola comunque è più duratura, perfino più umana dell'azione: “Non c’è tipo di azione né forma di emozione che non condividiamo con gli animali inferiori. E’ soltanto attraverso il linguaggio che ci eleviamo sopra di loro o l’uno sull’altro; attraverso il linguaggio che è padre, non figlio del pensiero (It is only by language that we rise above them, or above each other-by language, which is the parent, and not the child, of thought”)[7].

L’incapacità di usare la parola sfocia spesso nella violenza.

P. P. Pasolini aveva capito che la povertà del linguaggio è una forma di impotenza che prelude alla violenza: "Quando vedo intorno a me i giovani che stanno perdendo gli antichi valori popolari e assorbono i nuovi modelli imposti dal capitalismo, rischiando così una forma di disumanità, una forma di atroce afasia, una brutale assenza di capacità critiche, una faziosa passività, ricordo che queste erano le forme tipiche delle SS: e vedo così stendersi sulle nostre città l'ombra orrenda della croce uncinata"[8].

“Nel deserto della comunicazione emotiva che da piccoli non ci è arrivata, da adolescenti non abbiamo incontrato e da adulti ci hanno insegnato a controllare, fa la sua comparsa il gesto, soprattutto quello violento, che prende il posto di tutte le parole che non abbiamo scambiato né con gli altri per istintiva diffidenza, né con noi stessi per afasia emotiva”[9]

“Oggi, mentre il discorso pubblico, politicamente corretto, propone una lingua insignificante, insieme banale e incomprensibile, quello corrente, che i parlanti usano, è largamente influenzato dal linguaggio televisivo, “ridicolo, orrendo, miserabile e scadentissimo”, secondo la definizione di Sermonti…Ben a proposito è stato ricordato, sempre da Sermonti, un aforisma di Auden: “Quando la lingua si corrompe, la gente perde fiducia in quello che sente, e questo genera violenza”[10].

In effetti Cnemone,  il Duskolo~[11] di Menandro, invece di parlare, tira pietre e zolle (v. 83) a chi gli si avvicina; e la Scortesia[12] di  Teofrasto è ajphvneia oJmiliva~ ejn lovgoi~, rozzezza di relazione attraverso le parole. 

 

Se la carenza di parola genera violenza, la violenza impedisce la libertà e l’espressione della parola.

Ottavia, la giovinetta figlia di Claudio e Messalina, moglie e vittima di Nerone, ragazzo manovrato dalla madre e dai pedagoghi in un ambiente dove c'erano pugnali perfino nei sorrisi[13], è una vittima muta: "Octavia quoque, quamvis rudibus annis, dolorem caritatem omnes adfectus abscondere didicerat" ( Annales, XIII, 16), anche Ottavia, sebbene non scaltrita dall'età[14], aveva imparato a nascondere la pena, l'amore e tutti i sentimenti.

 

Ora voglio indicare, secondo il metodo dei dissoi; lovgoi, della logica aperta al contrasto. opinioni diverse, anche contrapposte a queste ricordate fin qui.

Ci sono espressioni letterarie che, ben lontane dal divinizzare la parola, la considerano con sospetto.

Odisseo è forse il principale artista della parola e nei poemi omerici viene celebrato per questo.

Nella teicoskopiva del terzo canto dell'Iliade, Priamo chiede a Elena di identificare i capi dei guerrieri Achei visibili dalla torre presso le porte Scee;  uno gli era pareva "meivwn[15] me;n kefalh'/   jAgamevmnono"   jAtreïvdao,/ eujruvtero" d  j w[moisin ijde; stevrnoisin ijdevsqai" (vv. 193-194), più piccolo della testa di Agamennone Atride, ma più largo di spalle e di petto a vedersi. La maliarda risponde che quello era Odisseo esperto di ogni sorta di inganni e di accorti pensieri (v. 202).

Poi Antenore aggiunge che l'aveva visto una volta a Troia, in ambasciata con Menelao, e quando i due erano seduti, era più maestoso Odisseo, ma, come si alzavano, Menelao lo sovrastava delle larghe spalle   ("stavntwn me;n Menevlao" uJpeivrecen eujreva" w{mou"", v. 210). Ulisse, in piedi, se stava zitto, sembrava un uomo ignorante o addirittura uno furente e pazzo, ma, quando parlava, dal petto mandava fuori parole simili a fiocchi di neve d'inverno (Iliade, III, v. 222), ossia manifestava la potenza della natura.

In questi brani il ritratto può essere ambivalente

 

Nell’XI canto dell’Odissea, Alcinoo dice a Odisseo che ha morfh; ejpevwn, bellezza di parole kai; frevne~ ejsqlaiv e saggi pensieri e che il suo racconto è fatto con arte, come quello di un aedo (vv. 367-368).

Nel poema del quale l’Itacese è eponimo, la sua capacità di parlare è vista solo positivamente dalla dea Atena che assimila Odisseo a se stessa per le qualità mentali che gli riconosce.

Ma ci sono testi che criminalizzano, o quasi, questa sopraffina facoltà del figlio di Laerte. Nella Nemea VIII Pindaro ricorda il torto subito da Aiace a[glwsso~ (v. 24), privo di eloquenza: sicché l’invidia poté mordere il suo valore e prevalse l’odioso discorso ingannevole di Odisseo. 

Tuttavia alla fine Aiace, secondo il nostro Foscolo, ebbe giustizia: “a’ generosi/giusta di glorie dispensiera è morte;/né senno astuto, né favor di regi/all’Itaco le spoglie ardue serbava,/ché alla poppa raminga le ritolse/l’onda incitata dagl’inferni Dei” (Dei Sepolcri, vv. 221-225).

Nel Filottete di Sofocle, Odisseo, la consumata volpe,  suggerisce di agire con l’inganno (dovlw/, v. 102 e v. 107)   al giovane figlio di Achille, il quale però, schietta prole di schietto padre,  non può dire le menzogne (ta; yeudh' levgein , v. 108). 

Odiosa e ingannevole è pure la lingua dell' Ulisse virgiliano: scelerum inventor [16]

Euripide è molto critico nei confronti della parola sfrenata dell’arruffapopolo linguacciuto, ajnh;r ajqurovglwsso~ (v. 103), l’uomo dalla lingua senza porte con il quale nella tragedia Oreste allude al demagogo Cleofonte.

Insomma, la parola è un'arma potentissima, e dal doppio taglio. Sentiamo Gorgia:"lovgo" dunavsth" mevga" ejstivn, o{" smikrotavtw/ swvmati kai; ajfanestavtw/ qeiovtata e[rga ajpotelei'  "[17], la parola è un gran signore che, con un corpo piccolissimo e invisibile, compie opere assolutamente sovrumane.

Queste opere  possono essere divine ma anche diaboliche.

L'apostolo Giacomo mette in rilievo la parte direttiva del parlare:" se uno non inciampa nel parlare, questo è un uomo perfetto (tevleio" ajnhvr), capace di guidare tutto il corpo. La lingua dunque è un piccolo membro e si vanta di grandi cose (mikro;n mevlo"  kai; megavvla aujcei'). Eppure essa è un fuoco, è il mondo dell'iniquità (oJ kovsmo" th'" ajdikiva" ) e contamina tutto il corpo e incendia la ruota della nascita e trae la sua fiamma dalla Gehenna (kai; flogizomevnh uJpo; th'" geevnnh") … Ogni specie di fiere e di uccelli e rettili e animali marini si doma ed è stata domata dalla razza umana, ma la lingua nessuno degli uomini può domarla, è un male inquieto, pieno di veleno mortifero (Epistola di Giacomo, 3, 2-8). La mancanza della lingua è un grave handicap, ma la lingua ingannevole produce il male e la morte.

Lo scita Anacarsi che andò ad Atene nel 591 e fu ospite e amico di Solone, interrogato che cosa fosse insieme bene e male per gli uomini, rispose “la lingua”[18]. Lo stesso personaggio nella Vita di Solone scritta da Plutarco, derideva l'opera del legislatore ateniese che pensava di frenare l'ingiustizia e l'avidità dei cittadini con parole scritte le quali non differiscono per niente dalle ragnatele (" a} mhde;n tw'n ajracnivwn diafevrein", 5, 4), ma, come quelle, tratterranno le deboli e le piccole tra le prede irretite, mentre saranno spezzate dai potenti e dai ricchi.

 

E con questo passiamo all’argomento successivo: la critica della parola scritta.

La storia di Prometeo è uno di quei miti antropologici che rendono ragione della condizione umana ambigua e piena di contrasti.

Ebbene, il Prometeo di Eschilo si vanta di avere scoperto, tra l’altro, per gli uomini, il numero, eccellente fra le trovate ingegnose, e la combinazione delle lettere, memoria di tutto ( kai; mh;;n ajriqmovn, e[xocon sofismavtwn,-ejxhu`ron aujtoi`~ grammavtwn te sunqevsei~, mnhvmhn ajpavntwn, Prometeo incatenato,  459-460).

Platone smonta questo vanto del Titano con il

mito di Theuth del Fedro . Il dio Theuth è il Prometeo degli Egiziani: egli si reca dal re Thamus, che dovrebbe corrispondere ad Ammone, quindi a Zeus, e gli presenta le sue invenzioni elogiandole: i numeri, il calcolo, l'astronomia, la geometria, il tavoliere, i dadi, e le lettere; di queste in particolare dice:"renderanno gli Egiziani più saggi e più capaci di ricordare: è stato trovato un farmaco della memoria e della sapienza"(274e); ma il "re di tutto quanto l'Egitto", rispose:" tu, essendo il padre della scrittura, per benevolenza hai detto il contrario di quanto essa può. Questa infatti produrrà dimenticanza nelle anime di coloro che l'hanno imparata, per incuria della memoria, poiché per fiducia nella scrittura, ricordano dall'esterno, da segni estranei, non dall'interno, essi da se stessi: dunque non hai trovato un farmaco della memoria ma del ricordo"( ou[koun mnhvmh~, alla; uJpomnhvsew~, favrmakon hu|re~, Fedro,  275a).

 Così viene confutata la scrittura da Platone. Lo ricorda Quintiliano: “invenio apud Platonem obstare memoriae usum litterarum, videlicet quoniam illa, quae scriptis reposuimus, velut custodire desinimus et ipsa securitate dimittimus” (Institutio oratoria, XI, 2, 9), leggo in Platone che ostacola la memoria l’uso dei caratteri scritti, evidentemente perché quello che abbiamo messo da parte negli scritti smettiamo di custodirlo, per così dire, e per questa stessa tranquillità lo lasciamo perdere.

Del resto la figura di Prometeo è svalutata da Platone anche per quanto riguarda le altre invenzioni.

Nel Protagora  c'è il mito  di Prometeo che per rimediare agli errori commessi dal fratello Epimeteo rubò la sapienza tecnica di Efesto e di Atena con il fuoco "th;n e[ntecnon sofivan su;n puriv" (321d), poiché era impossibile che questa sapienza tecnica venisse acquisita o impiegata da qualcuno senza il fuoco.

 Così Prometeo rubò la tecnica dell'uso del fuoco ("th;n te e[mpuron tevcnhn", 321e) e la donò alla stirpe umana. Da questa provennero agli uomini le risorse necessarie per vivere ("eujporiva me;n ajnqrwvpw/ tou' bivou givgnetai"). Quindi l'uomo credette negli dèi, innalzò loro altari e statue, articolò con tecnica voci e parole, e inventò abitazioni, vesti, calzature, coperte e gli alimenti dalla terra ("kai; oijkhvsei" kai; ejsqh'ta" kai; uJpodevsei" kai; strwmna;" kai; ta;" ejk gh'" trofa;" hu{reto", 322a). Eppure gli uomini continuavano a morire poiché non possedevano ancora l'arte politica ("politikh;n ga;r tevcnhn ou[pw  ei\con", 322b) senza la quale commettevano ingiustizie reciproche ("hjdivkoun ajllhvlou""), e non potevano coesistere né sussistere. Allora Zeus, temendo l'estinzione della nostra specie, mandò Ermes dagli uomini a portare rispetto e giustizia ("J Ermh'n pevmpei a[gonta eij" ajnqrwvpou" aijdw' te kai; divkhn", 322c)  e gli ordinò di distribuirli a tutti poiché non esisterebbero città se pochi uomini partecipassero di rispetto e giustizia. Quindi impose per legge che quanti non fossero in grado di partecipare di rispetto e giustizia.

Ma torniamo alla scrittura. L’invenzione della stampa portò un altro sconvolgimento. “Questo vincerà quello” E' il titolo di un capitolo di Notre-Dame de Paris  di Victor Hugo il quale spiega:" Era innanzitutto un pensiero da prete. Era il terrore del sacerdote di fronte ad un elemento nuovo, la stampa. Era lo spavento e lo sbalordimento dell'uomo del santuario di fronte al torchio luminoso di Gutenberg"(p. 191).

Ora noi studiosi legati ai libri temiamo la morte della galassia Gutenberg.

Nella Grecia arcaica e poi in quella classica alla fase orale ne seguì una aurale in cui la composizione era scritta, ma la diffusione era ancora prevalentemente orale. Erodoto andava a Olimpia per recitare brani delle sue Storie.

  Momigliano  sostiene  che nel periodo ellenistico e romano si facevano ancora letture pubbliche di opere storiche e ricorda, tra le altre, una testimonianza di Seneca: “Al tempo di Augusto lo storico Timagene era solito leggere le sue storie in pubblico (Seneca, Sull’ira 3, 23, 6)”[19].

Comunque il popolo ateniese correva in massa ad assistere alle rappresentazioni drammatiche e la trasmissione dei drammi è rimasta prevalentemente orale.

 

Il presupposto alla diffusione della parola è comunque e senz’altro la parrhsiva, la libertà di parlare.  Senza libertà di parola non c’è cultura, educazione, paideia e senza cultura non c’è possibilità di parola. Senza la parola colta c’è la tirannide.

Nello Ione[20] di Euripide  il protagonista ricorda che lo straniero arrivato ad Atene, anche se diventa cittadino, ha schiava la bocca senza la libertà di parola ("tov ge stovma-dou'lon pevpatai[21] koujk e[cei parrhsivan", vv. 674-675).

 Analogo concetto si trova nelle Fenicie[22] quando  Polinice risponde alla madre sulla cosa più odiosa per l'esule:" e{n me;n mevgiston, oujk e[cei parrhsivan" (v. 391), una soprattutto: che non ha libertà di parola.

Infatti, conferma Giocasta, è cosa da schiavo non dire quello che si pensa.

"La parresìa è l'elemento che il Greco avverte come ciò che massimamente lo distingue dal barbaro. L'esule soffre della perdita della parresìa come della mancanza del bene più grande (Euripide, Fenicie, 391). Inutile ricordare che il valore della parresìa svolgerà un ruolo decisivo nell'Annuncio neo-testamentario. E dunque entrambe le componenti della cultura europea vi trovano fondamento"[23].

Certamente, se c’è libertà di parola ma non c’è facoltà di parola, la parresia è solo teorica. I bambini e i ragazzi che passano il tempo sui giochi elettronici, e  non leggono, e non parlano, un poco alla volta diventano analfabeti e afasici.

Il culto della parola, o almeno la sua cultura, richiede ascolto e lettura di parole belle, significative, scelte, dense, perfino rare,  ma dal significato molto chiaro.

Il linguaggio deve essere di facile comprensione senza essere pedestre.

Aristotele nella Poetica sostiene che  contribuisce a questo risultato la metafora

la quale, avvicinando cose lontane, mostra i nessi e indica l’intelligenza di chi la usa. Intelligenza infatti si dice suvnesi~, da sunivhmi che  significa appunto “metto insieme”. Gli scrittori valenti ci insegnano a usare le metafore e le callidae iuncturae, non di rado ossimoriche, come, per esempio, ejcqra; sofiav odiosa sapienza di Pindaro (Olimpica IX, 37).

 

Conclusione: Il parlare come si deve è il segno massimo del saper pensare[24].

La parola imprecisa è segno di un’anima confusa.

 

Giovanni Ghiselli  g.ghiselli@tin.it

 

Il culto della parola. Scritto per gli atti di un convegno a Senigallia

 


 

[1] Cfr. aJndavnw, piaccio,  suavis, sweet, suss, dolce, piacevole

[2]G. Maddoli, Testo scritto e non scritto, in Lo spazio letterario della Grecia antica  , I, I, p. 22.

[3]Iliade , IX, 443.

[4] I. Dionigi,  Lucrezio, Le parole e le cose , p.37.

[5] I. Dionigi (a cura di) Lucrezio, La natura delle cose, nota a I, 197, pp. 87-88.

[6] Goethe, Faust I, Studio. In principio era la Parola…in principio era l’Azione.

[7] O, Wilde, Il critico come artista, p. 54.

[8] Scritti corsari, p. 187.

[9] U.Galimberti, L’ospite inquietante, p. 49.

[10] Mario Pirani, La lingua italiana “penzata” e “leggislativa”, “la Repubblica”, 11 giugno 2007, p. 20.

[11] Commedia del 316 a. C.

[12] Aujqavdeia, XV dei Caratteri

[13] Cfr, Shakespeare, Macbeth:"There' s daggers in men's smile" II, 4.  Alla SSIS di Bologna ho fatto una lezione comparativa partendo da questa tragedia.

[14] Tacito ha appena raccontato l’avvelenamento di Britannico da parte di Nerone. Siamo nel 55 d. C. e Ottavia ha solo quindici anni. 

[15] Cfr. latino minor .

[16] Cfr. Eneide, II, 164.

[17] Gorgia, Encomio di Elena, fr. B11 Diels-Kranz.

[18] Diogene Laerzio, Vite dei filosofi, I, 8.

[19] La storiografia greca, p. 110.

[20] Del 411 a. C.

[21] Forma poetica equivalente a kevkthtai.

[22]Rappresentata poco tempo dopo lo Ione. Tratta la guerra dei Sette contro Tebe.

[23] M. Cacciari, Geofilosofia dell'Europa, p. 21 n. 2.

[24] Cfr. Isocrate, Nicocle, 7.

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