Storia linguistica dell’Italia Repubblicana

Dal 1946 ai nostri giorni

di Tullio De Mauro

Prima parte della presentazione del libro, di Giovanni Ghiselli

Editori Laterza, Roma-Bari 2014

E’ con emozione che mi accingo a presentare questo bel libro di Tullio De Mauro poiché nell’ “Avvertenza” (pp. XI-XV) che precede il primo capitolo trovo il mio nome e il mio cognome situati tra quelli delle persone che l’autore menziona per “qualche consenso” e   “i suggerimenti” ricevuti  “in successive fasi di stesura”. Un riconoscimento molto generoso nei miei confronti, che ho fatto ben poco, ma l’ho fatto con impegno e con affetto per Tullio De Mauro il quale, con questo ringraziamento per un aiuto minimo, manifesta quella cavriς , quella gratitudine che  è predicato della nobiltà di animo.

Il libro si apre con  alcune epigrafi. Riporto quella tratta da Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana di Don Lorenzo Milani che è stato uno degli ottimi maestri  della “meglio gioventù” della mia generazione: “E’ solo la lingua che fa eguali. Eguale è chi sa esprimersi e intende l’espressione altrui. Che sia ricco o povero importa meno. Basta che parli…E non basta certo l’italiano…Gli uomini hanno bisogno d’amarsi anche al di là delle frontiere”, p. 96”

E’ un altro segno di nobiltà che un linguista raffinato  come De Mauro, uno specialista di fama e prestigio internazionali, citi un dilettante sia pure santo e geniale, un prete che insegnava i rudimenti della lingua nostra a dei ragazzi di una campagna confinata e stretta tra i monti. Ma lo specialista e il dilettante hanno in comune la forza di un pathos morale, scaturito dalla volontà di ridurre e annullare l’ingiustizia delle disuguaglianze,  da quella economica a  quella linguistica che quasi sempre ne consegue: “In Africa, in Asia, nell’America latina, nel mezzogiorno, in montagna, nei campi, perfino nelle grandi città, milioni di ragazzi aspettano d’essere fatti uguali. Timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità”[1] 

Il primo capitolo si intitola “1946: Vita nuova per un paese antico” (pp. 3-18). Vediamolo.

Con la caduta del regime fascista “tornarono a vivere i partiti e con essi parole vituperate quando non del tutto messe da parte: democristiano, liberale, socialista, comunista” (p. 10).

Questa censura sulle parole è segno di oppressione  sulle persone, ed è uno degli aspetti odiosi della tirannide messo già in alto rilievo dalla letteratura greca classica, in particolare dalla tragedia e dalla storiografia ateniese del V secolo a. C.

La soppressione della parrhsiva[2] è il primo  segno della tirannide

Faccio un paio due esempi: nello Ione[3] di Euripide  il protagonista eponimo esprime il desiderio di ereditare da una madre ateniese il dono della libertà di parola, recandosi ad Atene, poiché lo straniero che emigra in quella città, anche se di nome ne diventa abitante , ha schiava la bocca senza la parresía ("tov ge stovma-dou'lon pevpatai[4] koujk e[cei parrhsivan", vv. 674-675).

 Analogo concetto si trova nelle Fenicie[5] dello stesso autore, quando  Polinice risponde alla madre sulla cosa più odiosa per l'esule:" e{n me;n mevgiston, oujk e[cei parrhsivan" (v. 391), una soprattutto, che non ha libertà di parola.

“Un ruolo essenziale nel rinnovamento che si profilava ebbero le donne, certamente anche perché partecipi del nuovo assetto istituzionale che prevedeva il suffragio universale” (p. 12)

Nella nota 9[6] sotto questa pagina De Mauro ricorda che “l’inferiorità scolastica delle donne, imposta dalle scelte familiari, è durata fino agli anni Sessanta. Ed è stato specialmente faticoso  il cammino femminile per entrare nelle università per studiare e laurearsi e, solo molto dopo, per conquistare posto nell’accademia”.

 De Mauro segue con simpatia questo cammino impervio della donne verso l’emancipazione e la parità, e lo fa sfatando certi luoghi comuni del maschilismo : “Alle donne si è talora attribuito in generale un ruolo di freno al mutare delle condizioni linguistiche, dunque un ruolo inerziale. A più riprese, invece, occorrerà sottolineare, tra gli aspetti salienti e nuovi dell’Italia linguistica nell’età della Repubblica, il profilarsi di contributi innovativi della parte femminile della popolazione: cfr. qui pp. 60-61, 72 e nota 16, 78, 87, 91. Di fronte a un uso del dialetto avvertito come “virile” (Michele Cortelazzo) sta la precoce preferenza femminile per l’uso dell’italiano”[7]

Il libro di De Mauro contiene molti riferimenti alla cultura e alle lingue classiche: più avanti parlerà del latino come lingua madre di quella italiana , e su questa genesi ci soffermeremo. Intanto cito alcuni versi di un coro della Medea di Euripide su certi pregiudizi dei maschi, a partire dai poeti e dagli dèi , intesi tutti a negare o sminuire l’autonomia morale e linguistica delle donne.  

Nella prima antistrofe  del primo stasimo le donne corinzie cantano:

“E le Muse degli antichi poeti smetteranno

di celebrare la mia infedeltà.

Infatti Febo signore del canto

 non accordò nel nostro spirito

suono ispirato di lira: poiché avrei intonato un inno di risposta

alla razza dei maschi. Una lunga età ha

molte cose da dire sul nostro ruolo e quello degli uomini”[8].

I primi suffragi  universali (1912 e 1919) escludevano  ancora dal voto le donne, la maggioranza della popolazione italiana.

“Finalmente nel 1945 il governo provvisorio di Ivanoe Bonomi, in carica in quello che si chiamava “il Regno del Sud” e che fu l’anello di congiunzione tra lo Stato monarchico fascista e lo Stato democratico repubblicano, promulgò una legge, “un decreto legislativo luogotenenziale”, che prevedeva di estendere alle donne il suffragio universale quando si fosse votato. E così fu fin dalle elezioni amministrative comunali della primavera del 1946 e poi il successivo 2 e 3 giugno per le votazioni del referendum sulla forma monarchica o repubblicana dello Stato e per scegliere i deputati dell’Assemblea Costituente” (p. 13).

In effetti è più che dimidiata. una democrazia dove le donne non hanno diritto di votare, di eleggere e di essere elette,

Nell’Atene classica questa mutilazione della democrazia tanto celebrata dagli oratori maschi[9] viene denunciata, sia pure con irrisione[10], da Aristofane nelle Ecclesiazuse del 391 a. C. .

De Mauro ricorda che pochissime donne entrarono nelle assemblee rappresentative “ (21 su 558 deputati, il 3, 7%)…eppure il fatto fu straordinario , perché non aveva precedenti. Altre stavano alla guida di iniziative che polarizzavano attenzioni intellettuali e politiche” (p. 14)

Seguono diversi esempi, tra i quali ricordo: “Maria Bellonci, animatrice a Roma del cenacolo degli “Amici della Domenica” e ideatrice del Premio Strega (…) Elena Croce, direttrice (con Raimondo Crateri) e anima dello “Spettatore italiano”(…) Con le donne l’intera società entrò in movimento”.

Dal 1946 ci fu dunque in Italia “una diffusa volontà e nuova possibilità di partecipazione alla vita sociale pubblica, sindacale e politica. Una volontà e una possibilità tali erano state concesse per l’innanzi - e non soltanto nel ventennio fascista o nei decenni dello Stato unitario - solo a quelle minoranze esigue che dalla piazza avevano potuto accostarsi alla vita del palazzo per  riprendere la metafora o, meglio, la realistica immagine di Guicciardini[11] rinverdita da Pasolini[12]” sulla imperscrutabilità del palazzo da parte della piazza.

De Mauro non condivide l’affermazione pasoliniana che la mutazione culturale abbia degradato e deturpato il nostro Paese.

Negli Scritti corsari  la negazione di un avvenuto progresso culturale dell’Italia  è assoluta : “E' in corso nel nostro paese (…) una sostituzione di valori e di modelli, sulla quale hanno avuto grande peso i mezzi di comunicazione di massa e in primo luogo la televisione. Con questo non sostengo affatto che tali mezzi siano in sé negativi: sono anzi d'accordo che potrebbero costituire un grande strumento di progresso culturale; ma finora sono stati, così come li hanno usati, un mezzo di spaventoso regresso, di sviluppo appunto senza progresso, di genocidio culturale per due terzi almeno degli italiani"[13].

“E tuttavia non si può dimenticare che quell’erompere di discussioni e quel coinvolgimento così attivo e largo di tanti nelle scelte costituzionali e politiche non avevano precedenti nella lunga storia dell’intero insieme delle popolazioni italiane. Al complesso delle popolazioni vissute nei secoli tra le Alpi e Lampedusa nessuno aveva detto, come disse la Costituzione con la sua consapevole scelta di un linguaggio semplice e netto (cfr. Appendice 5), “la sovranità appartiene al popolo” (art. 1, c. 2), istruiti e ignoranti, gente ricca e gente povera, maschi e femmine. E il popolo cercò, e a più riprese ha continuato a cercare, di rispondere all’invito. Avevano buone ragioni coloro che vissero quegli anni sperando che fossero l’inizio di una novella storia” (Storia linguistica dell’Italia repubblicana, p. 16).

De Mauro del resto appone una nota (15)  dove si chiede se tale inizio lo fu davvero. Quindi dà una risposta: “dipende in parte dallo strato o gruppo sociale e da quale delle diverse Italie allora in gioco si assumono a riferimento, come mostra Mario Isnenghi nelle sue Dieci lezioni sull’Italia contemporanea. Da quando non eravamo ancora nazione…a quando facciamo fatica a rimanerlo, Donzelli, Roma, 2010, in particolare pp. 240 sgg.”

     Poi la stessa nota cita Lo Stato fascista di Sabino Cassese (Il Mulino, Bologna, 2010), un libro che evidenzia diversi aspetti della continuità tra periodo fascista e Italia repubblicana. Per esempio: “una sfera pubblica di grandi proporzioni…un’amministrazione pubblica che legifera, giudica, amministra, esegue, negozia tutto insieme”.

De Mauro rileva che “il taglio netto con il passato oligarchico e fascistico si scorge nella Costituzione, anche linguisticamente innovativa rispetto alle tradizioni del linguaggio paludato e mal decifrabile dei testi legislativi italiani (cfr. Appendice 5). Elaborata tra il 1946 e 1947 dall’Assemblea Costituente e in vigore dal primo gennaio 1948, essa restò a lungo “congelata”, come ha altresì detto Sabino Cassese…Gli elementi di continuità nelle strutture e nelle forme dello Stato erano e restarono, insomma assai forti. Solo con grande lentezza e tra negligenze e contrasti si è andato attuando in parte quell’articolo 3, comma 2 della Costituzione che assegna all’intera articolazione delle strutture pubbliche il “compito” di rimuovere gli ostacoli che impediscono la parità effettiva di cittadine e cittadini in ogni materia, anche nella lingua”.  (n.15, p. 17)

Vediamo per intero questo principio fondamentale della nostra Costituzione :

Art.3

“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di religione, di condizioni personali e sociali

 E’ compito della repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori alla organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.

Il comma 2 di questo articolo echeggia alcune frasi del Logos epitafios del Pericle di Tucidide e dell’Aspasia di Platone[14].

Traduco  verbum e verbo le parole con le quali Tucidide ha scritto il discorso di Pericle , ricordandolo o ricostruendolo

“In effetti ci avvaliamo di una costituzione che non cerca di emulare le leggi dei vicini, ma siamo noi di esempio (paravdeigma)  a qualcuno piuttosto che imitare gli altri.

 E di nome, per il fatto di essere amministrata non per pochi ma per la maggioranza, essa è chiamata democrazia, e  secondo le leggi, riguardo alle controversie private, c’è una condizione di uguaglianza (to; i[son) per tutti, mentre secondo la reputazione, per come ciascuno  viene stimato   in qualche campo, non per il partito di provenienza (oujk ajpo; mevrouς)  più che per il suo valore, viene preferito alle cariche pubbliche, né, d’altra parte secondo il criterio della povertà (oujd  j au\ kata; penivan), se uno può fare qualche cosa di buono per la città, ne è mai stato impedito per l’oscurità della sua posizione sociale (Storie,   II,  37, 1).

Quindi sentiamo  Aspasia della quale il Socrate di Platone riferisce a Menesseno un lungo discorso. Ne riferisco alcune frasi “La nostra democrazia di fatto è un’aristocrazia con il consenso della massa. Noi abbiamo sempre avuto dei re[15]. Il popolo assegna cariche e potere a chi gli sembra essere il migliore: nessuno è stato escluso (ajphlevlatai oujdeivς) per debolezza, povertà (peniva/),  oscurità dei padri, né per motivi opposti (oujde; toĩς ejnantivoiς) è stato onorato. C’è un solo limite (ei|ς o{roς): ha il potere e le cariche (krateĩ kai; a[rcei)  chi ha la reputazione di uomo saggio o buono (oJ dovxaς sofo;ς h} ajgaqo;ς ei\nai (Menesseno, 238d)

Concludo la presentazione del primo capitolo di questa Storia linguistica dell’Italia repubblicana riferendo le parole  dell’autore: “Non è separabile da ciò, e in parte lo si è già accennato, quel che è avvenuto nel campo del linguaggio. Un assetto linguistico secolare, che ancora durava, è stato profondamente trasformato dai mutamenti innescatisi nell’età della Repubblica. E non si intendono tali mutamenti, i loro frutti e anche i loro limiti, senza aver chiari almeno i tratti essenziali di quell’assetto, cui ora si volgerà il discorso” (p. 18).

Procederò con la presentazione del II capitolo: L’Italia linguistica dell’immediato dopoguerra.

 

Giovanni Ghiselli

 

[1] Lettera a una professoressa, p. 80.

[2] Libertà di parola: (pãς, rJhtovς:  “tutto è dicibile”).

[3] Del 411 a. C.

[4] Forma poetica equivalente a kevkthtai.

[5]Rappresentata poco tempo dopo lo Ione. Tratta la guerra dei Sette contro Tebe.

[6] Le note del libro sono sempre corredate dall’indicazione di testi di studiosi che trattano l’argomento in questione.

[7] Storia linguistica dell’Italia repubblicana, p. 12 nota 9

[8] Euripide, Medea, vv, 421-430.  Traduzione mia.

[9] Da Pericle, per esempio nel Logos epitafios, il discorso funebre sui caduti nel primo anno di guerra (431 a. C.) ricostruito da Tucidide (Storie, II, 35-46)

[10] Hegel commenta le Ecclesiazuse scrivendo che in questa commedia “ le donne, che vogliono deliberare e fondare una nuova costituzione, conservano tutti i loro capricci e passioni di donne” Estetica, p. 1592

[11] “Spesso tra il palazzo e la piazza è una nebbia sì folta o uno muro sì grosso che, non vi penetrando l'occhio degli uomini, tanto sa el popolo di quello che fa chi governa o della ragione perché lo fa, quanto delle cose che fanno in India" (Ricordi, 141).

[12] “Pier Paolo Pasolini, Fuori dal Palazzo, in “Corriere della Sera”, primo agosto 1975, poi in Lettere luterane, Einaudi, Torino 1976: “Fuori dal Palazzo, un Paese di cinquanta milioni di abitanti sta subendo la più profonda mutazione culturale della sua storia (coincidendo con la sua prima unificazione): mutazione che per ora lo degrada e lo deturpa. Tra le due realtà, la separazione è netta, e al suo interno agisce il “Nuovo Potere”, che, con la sua “funzione edonistica”, riesce a compiere “anticipatamente” i suoi genocidi” (sulla scuola media Pasolini potè poco dopo correggere il tiro, proponendone la “sospensione” in attesa di un nuovo corso della cultura: Aboliamo la televisione e la scuola media dell’obbligo, in”Corriere della Sera”, 18 ottobre 1975)”.

[13] Scritti corsari, p. 286.

[14] Menesseno 238d

[15]Il secondo arconte che presiedeva al culto, aveva il titolo di re