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Helena Sarjantola, una storia d’amore

ottavo e ultimo capitolo

di Giovanni Ghiselli

Elena. VIII capitolo

L’alba nell’orto botanico. Summertime.

“Magnifica” pensai. La stimai e l’amai ancora di più per questa bellissima affermazione della sua dignità di donna e di persona; quindi vidi con chiarezza maggiore quanto fossi stato volgare, crudele e immorale a civettare con la ragazzina francese.

“Non tutte le femmine dunque”, pensai, “sono animali teatrali o segugi a caccia di matrimonio:  leziose e smancerose, o tetre e arrabbiate, parassitarie o prepotenti, istrioni tragiche o guitte comiche, volgari mime o ipocrite perbeniste borghesi, quali le considerano e spesso le condizionano a essere i maschi frustrati nell’amore e nel lavoro. Guarda questa finlandese: una donna può essere anche una creatura spirituale che ti mette addosso la vergogna di essere rozzo, egoista, immaturo e ti fa crescere con l’esempio di un comportamento, di uno stile elevato”.

Quindi le dissi: “Elena, oltre all’amore e al rispetto, io per te provo ammirazione poiché tu sei capace di aprirmi ogni giorno nuovi spiragli sull’anima mia. Davvero tu non sei soltanto né soprattutto materia, anche se sei molto bella. Prima di tutto sei spirito: mente, cuore, stile, tesoro. Ti prego, non andare via, non lasciarmi troppo per tempo, ante diem,  amore mio !”. Così con l’amore le contraccambiai pure  il latino.

Rispose con un sorriso di gratitudine e gioia. Qualche giorno più tardi mi rese felice dicendo che mi amava anche perché, quando ne avevo avuto l’occasione e la possibilità, non le avevo fatto del male. Come fa la canaglia di tutte le classi sociali, le religioni, i partiti.

Così la sera del 4 di agosto del 1971 facemmo la pace, poi parlammo a lungo e facemmo l’amore; quindi tornammo a ballare sulla terrazza. Eravamo felici. Dopo la festa, prima di andare a dormire ciascuno nel suo edificio del grande collegio, per stare ancora un poco insieme, sebbene oramai l’alba cedesse all’aurora, passeggiammo in mezzo alle piante strane  dell’orto botanico.

Elena cantava: “Summertime and the living is easy, fishes are jumping and the cotton is high”, con voce calma e calda; e bruna com’era, vestita della tunica di lino bianco, calzata di sandali neri con fibbia, sembrava un’antica poetessa greca che recita una sua lirica in lode della bella stagione e della vita.

“La terra è in mezzo alle stelle che ora si spengono nel bianco rosa del cielo, mentre il tuo volto è pieno di luce”, pensai.

Quel momento, verso le tre del mattino, è stato uno dei più chiari e luminosi di mia vita mortale.

Mentre la donna rischiarandosi alle rosee carezze di quell’aurora lontana, celebrava l’estate e la felicità delle nostre vite con limpido canto, la luce, crescendo e propagandosi ovunque, mostrava la bellezza ordinata della vita terrena e io me la sentivo fluire dentro, nei polmoni e nel sangue pulsato dal cuore pieno di gioia.

Tutte le piante, i fiori e le erbe dell’orto botanico si vivacizzavano: i campanellini dell’Heuchera sanguinea trillavano di felicità, la Campanula carpatica brillava di luce azzurra, e la Tunica saxifraga dal carneo colore danzava nella brezza mattutina al canto della donna innamorata.

“L’amore è la vita, l’amore è Dio”, pensai.

Ancora oggi, 42 anni dopo, se per caso sento una voce femminile cantare quell’aria di Gershwin, rivedo l’estate di Debrecen con il grande bosco di alberi sacri, le querce dodonee che accarezzano le stelle del cielo, rivedo i salici che, piegati sul lago, vellicano le schiene purpuree dei pesci, rivedo la vegetazione strana dell’orto botanico, rivedo le bianche membra, i neri capelli, il volto dolce e intelligente di Helena Sarjantola che quell’estate remota, con parole piene di significato, con il volto espressivo, con la figura ben modellata, mi mostrò l’idea eterna della bellezza corporea armonizzata con la nobiltà dello spirito.

Domenica 22 agosto 1971, quando partì dalla Keleti Pályaudvar, la stazione orientale di Budapest, lasciandomi l’immortale rimpianto di sé,  prima di salire sul treno celeste chiaro, come i laghi e il cielo un poco sbiaditi della sua terra, Elena mi ringraziò di non essere stato cattivo, né volgare, né stupido con lei. Le promisi che non lo sarei stato mai più con nessuno, perché con lei mi ero sentito bene, ero stato, finalmente, me stesso. Dopo la partenza del treno non l’ho più vista, nemmeno quando, nel settembre del 1974 andai a Yväskylä a trovare Päivi che aspettava un bambino da me. Eppure l’ho sempre pensata come la creatura preziosa che contraccambiando il mio amore per prima mi ha insegnato ad amare la vita, a credere nel Bello e nel Bene, ad avere fiducia in me stesso.

Nei momenti più tristi e desolati di questa mia vita terrena, quando altre persone mi hanno deluso o tradito, da Päivi che incinta di me, dopo l’incontro in Finlandia non mi mandava notizie, a Benedetta, la figlia spirituale che la notte atroce del pozzo di Vernicino, volle gettarsi nell’abisso della sua morte con il vecchio attore famoso, sempre mi sono rifugiato nel ricordo della notte felice in cui Helena Sarjantola mi insegnò ad aborrire dall’ingiustizia, poi, mentre il sole spuntava sul giardino di quel paradiso, lei con angelica voce cantava che la vita è bella, serena, meritevole di riconoscenza al Creatore, degna di essere vissuta in pieno, con gioia.

E se dopo questa potremo viverne una in mezzo alle stelle del cielo, o se avremo un’altra possibilità qui, su questa terra illuminata dal sole, io spero di incontrarti ancora, amore mio, e di amarti di nuovo.

       

Giovanni ghiselli 

g.ghiselli@tin.it

 

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