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Helena Sarjantola, una storia d’amore

quinto capitolo

di Giovanni Ghiselli

L’Annunciazione

La mattina del 26 luglio del 1971, un lunedì, mi svegliai contento perché ero innamorato della Sarjantola e le avevo insegnato ad amarmi. Ottimo risultato pedagogico, e pure erotico, pensavo, speravo, ne ero quasi sicuro.

Volevo vederla ma non avevamo preso un accordo preciso.

Alle 11, 30 dopo le lezioni, andai a sedermi sul prato situato tra i nostri collegi, sperando che si affacciasse presto alla finestra di camera sua, come la sera prima, oppure, spuntando dalla parte dell’Università, venisse a sedersi vicino a me. Era un giorno di estate piena, ancora trionfante: la grande luce faceva brillare e rallegrava le pareti dei nostri collegi, colorava le cose, la pelle e i capelli delle persone, la scorza e le foglie degli alberi, rendeva luminose perfino le ombre sul prato, dense e raccolte a quell’ora.

Il mondo era la rappresentazione della mia gioia nell’attesa della creatura che amavo e quasi sicuramente mi amava.

A mezzogiorno già suonato però, la bella donna biancovestita non si era ancora fatta vedere. Eppure da quell’osservatorio cruciale avevo potuto osservare tutte le uscite, le entrate, i movimenti delle persone.

Mi domandavo: “l’ho forse offesa riaccompagnandola anzitempo in collegio dove oltretutto ero andato a prenderla tardi?

Oppure la bella donna, invero non proprio assurdamente, ha pensato che il nostro amore è assurdo perché lei aspetta un figlio dal fidanzato e noi due per giunta abitiamo distanti duemila e cinquecento chilometri l’uno dall’altro?

Oppure il caldo di questa giornata, meraviglioso per me, ma forse eccessivo per una creatura cresciuta tra i boschi iperborei l’ha fatta fuggire?”

Agli amici e conoscenti, che andavano e venivano, chiedevo se l’avessero vista passare, ma Fulvio no, Stefania nemmeno, Claudio, Alfredo, Bruno, Tristano neanche.

A mezzogiorno e mezzo mi invase il terrore che fosse morta, oppure, nauseata dal caldo e da me, fosse tornata in Finlandia da quello che l’aveva ingravidata.

Allora l’angoscia cominciò a deformare tutte le cose che divennero le immagini della mia pena: visioni simili a larve di sogni sinistramente ominosi.

Vedevo invecchiare tutto rapidamente, come se ogni istante, passando, facesse precipitare nella morte scoscesa i giorni di quell’estate già lieta, interi anni della brevissima vita dell’uomo e una serie grande di secoli: l’erba si dissecava e piegava sospinta da un fiato maligno, le foglie ingiallivano e si accartocciavano, i mattoni dei nostri collegi si oscuravano e sbriciolavano, gli alberi si seccavano, si contorcevano, si attorcigliavano, gli amici diventavano obesi, flosci, canuti o calvi, sdentati, il sole stesso, il primo fra tutti gli dèi, la luce più bella apparsa sul grande bosco di Debrecen, perdeva i suoi raggi che danno la vita e impallidiva fino a sparire annientato da una densa caligine esalata dalla mia sofferenza. Sentivo il verso altre volte gradito delle tortore come il singhiozzo ripetuto, ossessivo, di un uomo morente e non rassegnato a lasciare la vita.

Il bosco della gioia radiosa e della speranza era diventato il luogo rinsecchito e nebbioso dello sconforto e della disperazione.

Allora decisi che non dovevo restare seduto sul quel prato della sventura, che dovevo allontanarmi di là e andare a cercare la bella donna, la sola  creatura capace di avvalorare la vita del mondo e la mia.

Mi alzai di scatto dal prato dell’accecamento e corsi via: prima verso il collegio numero uno fino alla porta di camera sua dove bussai ripetutamente, invano, poi in direzione delle cliniche universitarie, che comprendevano il reparto delle “donne pregnanti e malate”, com’era scritto sopra l’ingresso dell’istituto già visitato e osservato con cura durante un prolungato intervallo tra le lezioni di lingua ungherese che mi importava meno di quella femmina finnica poiché sapevo che l’idioma magiaro avrebbe avuto un’importanza minore riguardo alla mia crescita umana e al mio destino di uomo. La clinica non era lontana dal nostro collegio e si poteva raggiungere facilmente pure a piedi, ma vi si trovavano medici strani: era insomma un ambiente dove la bella donna, forse già in quel momento, sottostava a una visita imbarazzante, per giunta senza potersi spiegare con il ginecologo asiatico o africano, che magari era bravo e gentile, ma se non sapeva parlare inglese né finlandese, le avrebbe fatto domande incomprensibili, mentre le palpeggiava il bianchissimo ventre con mani negre, oppure olivastre.

“Certo”, pensavo, “se i dottori neri, o gialli, o bianchi, parlano solo ungherese o altre lingue da lei sconosciute, Elena avrà bisogno di aiuto”.

Rimuginando, correvo lungo i binari del tram.

Ne ero innamorato; del resto le avevo promesso che l’avrei accompagnata in ospedale per aiutarla, perciò l’avrei fatto anche se mi fosse stata indifferente o nemica.

Che cosa speravo realmente? Che fosse incinta davvero, che avesse un cancro, che abortisse, che venisse in Italia con me?

Non lo so. Col tempo, tanto tempo, ho capito che la sua funzione “storica” nei miei confronti era nutrirmi lo spirito per un mese e accrescere la mia autostima con le qualità non comuni di cui l’avevano dotata benignamente gli dèi.

Correvo e mi ponevo domande: “Elena deve darmi il corpo e l’anima sua. E io come la contraccambio?” Mi davo anche delle risposte: “Intanto oggi l’aiuto a spiegarsi con il ginecologo senegalese o vietnamita, e le faccio sentire la mia solidarietà, poi magari la renderò immortale raccontando questa storia nobile e bella di aiuto reciproco”.

Arrivato nella piazza dell’ospedale universitario, Orvostudományegyetem, era già imbarazzante la scritta sul frontone della facciata, la vidi mentre con il suo incedere riservato si avvicinava al grande cancello d’ingresso: la candida veste e la bianchissima pelle risplendevano al sole che, sviluppatosi dalla caligine opaca, restituiva i colori alle persone e alle cose.

I capelli corvini le screziavano la pelle e il vestito con pennellate di nero luminoso, come l’ombra meridiana degli alberi variegava il verde vivo dell’erba di chiazze dense, scure, brillanti.

La raggiunsi e le chiesi se potevo aiutarla.

Rispose direttamente e semplicemente “sì”, non senza un sorriso di gratitudine, poi spiegò che si era mossa da sola perché dopo le ore di scuola non mi aveva visto arrivare, ma sperava che l’avrei raggiunta presto siccome continuava a pensare che il mio aiuto le sarebbe stato prezioso.

Le dissi che l’avevo aspettata sul prato, poi l’avevo cercata con una certa apprensione, ed ero felice di averla trovata e di potere aiutarla.

Così entrammo insieme, prima nel giardino del complesso ospedaliero, poi nella “Clinica delle donne pregnanti e malate” dove un medico nero ci disse in ungherese che la signora aspettava un bambino.

Per questo la nostra intesa non decrebbe, anzi aumentò.      

Giovanni Ghiselli

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