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La sepoltura dei morti

di Giovanni Ghiselli

La sepoltura dei morti è un gesto minimo, e obbligatorio, della pietas umana “dal dì  che nozze tribunali ed are/ diero alle umane belve esser pietose/ di se stesse e d’altrui”.

Da allora, continua Ugo Foscolo, “ toglieano i vivi/all'etere maligno ed alle fere/i miserandi avanzi che Natura/con veci eterne a sensi altri destina  (I sepolcri, 91-96).

Epigrafe di questo splendido carme è una legge delle Dodici Tavole , il primo codice romano che risale alla metà del V secolo a. C.: “Deorum Manium jura sancta sunto”.  i diritti degli dèi Mani siano sacri, insomma siano sacre le leggi che riguardano i morti  

 

Non solo e non tanto le leggi scritte, quanto quelle della coscienza o degli dèi, come le chiama Sofocle  nell’Antigone.

In questa tragedia Creonte, il capo dei Tebani,  vuole impedire la sepoltura del nipote  Polinice che, esiliato dal fratello Eteocle e rifugiatosi in Argo,  ha radunato un esercito e ha attaccato la propria patria  guidando le truppe ostili alla città beota, con altri sei capi. La schiera dei Sette contro Tebe  è stata respinta dai guerrieri difensori, ma il capo dei Tebani aggrediti, Eteocle, è morto ammazzando il fratello comandante degli aggressori.

Ebbene, un bando del nuovo capo, il loro zio Creonte, cognato di Edipo, ordina che Eteocle sia sepolto con tutti gli onori, mentre il fratello traditore sia lasciato insepolto, pasto per i cani e gli uccelli che lo fissano per la gioia del cibo  (Sofocle, Antigone, vv. vv.29-30)

Nell’Antigone di Alfieri, la protagonista eponima, sorella dei due morti, definisce “cruda legge” (II, 176) e “inuman divieto” (II, 180) la proibizione di seppellire Polinice.

Infatti lei, la sorella Ismene e i due fratelli maschi sono nati tutti dalle stesse viscere[1], quelle di Giocasta e dallo stesso seme, quello di Edipo.

 

Contro  il decreto disumano del tiranno, Antigone  si rifiuta di obbedire dicendogli queste parole :" secondo me non è stato per niente Zeus il banditore di questo editto/né Giustizia che convive con gli dei di sotterra/determinò tali leggi tra gli uomini,/né pensavo che i tuoi bandi avessero tanta/forza che tu, essendo mortale, potessi oltrepassare/i diritti degli dei, non scritti e non vacillanti[2].

Lo stesso pensa il coro dell'Edipo re  che nella prima strofe del secondo Stasimo, punto nodale della tragedia, canta:"Oh, mi accompagni sempre la sorte di portare/ la sacra purezza delle parole/e delle opere tutte, davanti alle quali sono stabilite leggi/sublimi, procreate/attraverso l'aria celeste di cui Olimpo è padre da solo né le /generava natura mortale di uomini/né mai dimenticanza/potrà addormentarle:/grande c'è un dio in loro e non invecchia" (vv. 863-872).

 Non insultare i morti che non possono difendersi è una delle leggi non scritte.

Ma un tiranno non può essere pio. Lo dice chiaramente, nell'Aiace  di Sofocle, Agamennone a Odisseo che lo esorta a non calpestare il suicida:" "to; toi tuvrannon eujsebei'n ouj raJ/dion" (v. 1350), non è facile che sia pio chi detiene il potere assoluto.

 

La coraggiosa ragazza Antigone dunque, trasgredisce il divieto di Creonte e seppellisce, simbolicamente, il proprio fratello cospargendogli la faccia con una manciata di terra. Il capo dei Tebani fa togliere la sottile copertura  dal volto di Polinice e fa arrestare la nipote che non rinnega il proprio gesto pietoso.

Il Creonte tiranno[3] dell'Antigone è nemico dell'uomo: tanto che fa disseppellire  il nipote morto e seppellire in una caverna la nipote viva, Antigone, che poi si impicca. Un suicidio cui seguono, a catena, quelli di Emone, fidanzato di Antigone e figlio di Creonte, e quello di Euridice, madre del primo e moglie del secondo. Nell’esodo della tragedia di Sofocle, lo sciagurato duce si trova desolato sulla scena dove, pentito troppo tardi  dice di se stesso :" si porti via l'uomo stolto/che, o figlio, senza volere uccisi te,/ e anche te , ahimé infelice, non so/a quale dei due debba guardare, dove appoggiarmi: tutto infatti/va di traverso nelle mie mani, e sul capo/mi è saltato un destino difficile da sopportare" (Antigone,  vv. 1339-1346) .

Il Coro  negli ultimi versi mette in rilievo con l’empietà anche la stupidità di Creonte e degli uomini siffatti :" Il comprendere è di gran lunga il primo requisito/della felicità; è necessario poi non essere empio/ in nessun modo negli atti che riguardano gli dèi "(1347-1350)

 

L’atto disumano di disseppellire i morti si può commentare anche con un paio di versi di una tragedia dell’elisabettiano Webster: fanno parte della  nenia funebre cantata da Cornelia "in vari modi di follia", sul cadavere del figlio Marcello, ucciso dal fratello Flaminio,:" Chiamate il pettirosso e lo scricciolo, che volano sopra i boschetti ombrosi, e con foglie e fiori coprono i corpi soli al mondo degli insepolti. Chiamate al suo lamento funebre la formica, il topo dei campi e la talpa, che levino mucchi di terra per tenerlo caldo e quando le ricche tombe vengono depredate non soffra danno: ma tenete lontano il lupo, che è nemico degli uomini, altrimenti con le sue unghie li dissotterrerà (But keep the wolf far hence, that's foe to men,/For with his nails he' ll dig them up again)"[4].

 

Io sono contrario alla pena di morte. A maggior ragione sono ostile a quanti vogliono lasciare insepolto un cadavere, fosse pure la salma del peggiore degli uomini, posto che sia possibile compilare una graduatoria di quanti, anche se hanno oltraggiato e violentato la vita su questa terra, non pesano più su di lei, non possono fare altro male. Comunque sia chiaro a voi che mi leggerete che io scrivo per seppellire l’ex esecutore di ordini criminali, non certo per lodarlo.

Del resto chi diede quegli ordini orribili, Kappler, fu lasciato scappare, visibilmente e  risibilmente, nascosto in una valigia portata via a mano dalla moglie settantenne.

Non abbiamo perduto tante occasioni per riempirci di ridicolo e disprezzo agli occhi del mondo.  

 

Giovanni Ghiselli

 

P. S. Il mio blog

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Note 


 

[1] Cfr. Sofocle, Antigone, 511,

[2] Sofocle, Antigone, vv. 450-455)

[3] Antigone, v. 1172.

[4] J. Webster, Il diavolo bianco (del 1612),  I, 2.

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