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Le vie della formazione

di Franco Frabboni

presentazione di Giovanni Ghiselli

Presentazione del libro di Franco Frabboni Le vie della formazione . Scuola e sfide educative nella società del cambiamento.

Edizioni Erickson, Trento, 2013.

L’autore propone una educazione che accompagni e consolidi la coscienza delle persone attraverso le cinque età generazionali: infanzia,adolescenza, giovinezza, età adulta e senile, insomma per tutta la vita.

Gli apprendimenti forniti non devono essere caratterizzati da una labile tenuta cognitiva, come succede nella scuola nozionistica.

Viceversa è necessario che il sistema di istruzione promuova i dispositivi mentali superiori di analisi e di sintesi, di induzione[1] e di deduzione, di metaconoscenza e di problem solving.

 La scuola deve difendere l’autonomia e la libertà intellettuale dei giovani. Deve fornire non solo conoscenze ma anche competenze fondate sull’imparare a imparare.

Bisogna trovare un rimedio al neoanalfabetismo di ritorno.

Nel primo capitolo viene citato Massimo Baldacci[2]  il quale suggerisce  al pdagogo la necessità di coniugare la teoria con la prassi: “la teoria senza prassi è vuota, così come la prassi senza teoria è cieca”.

La conoscenza contemplativa deve farsi attiva.

L’allungamento della vita richiede anche una estensione della prassi educativa. “La lifelong education assicura al Pianeta della quinta/età un allenamento quotidiano delle facoltà che presiedono sia i potenziali cognitivi, sia la salute mentale. Parliamo della memoria, della comprensione, dell’intuizione e dell’invenzione.

Il footing giornaliero della mente è sicuramente una medicina miracolosa perché rallenta gli irreversibili processi di perdita della memoria e delle connessioni nuroniche” (p. 22).

 

Le metafore di Frabboni

Uno dei pregi di questo  libro di Frabboni è la ricchezza di metafore

appropriate che rendono visivamente le idee e aggiungono calore alle pagine

E’ molto  importante sapere usare questa forma di abbellimento . Aristotele nella Poetica segnala le metafore come necessarie al linguaggio creativo  che non  può essere preso in prestito da altri: “ eujfui?a~ te shmei'ovn ejsti: to; ga;r eu\ metafevrein to; to; o{moion qewrei'n ejstin” (1459a, 6-7), ed è segno di talento: infatti trovare buone metafore significa osservare ciò che è somigliante[3].

 

La metafora tra l’altro possiede in massimo grado chiarezza (to; safev~), piacevolezza (to; hJduv) e stranezza (to; xenikovn), ossia originalità, e non è possibile prenderla da altri (Aristotele, Retorica , III, 1405a).

“Generando onde analogiche, la metafora supera la discontinuità e l’isolamento delle cose”[4].

 

Il neoliberismo selvaggio tende a emarginare le età infantili e senili in quanto non produttive: “nel nome del contenimento della spesa pubblica, le Destre eropee-liberiste e senz’anima-hanno progressivamente chiuso i rubinetti dei finanziamenti ai servizi sociali formativi (assistenza, salute, scuola, lavoro) per le fasce deboli (infanzia, vecchiaia, disabili, extracomunitari), povere ( disoccupati ed emarginati sociali) e a rischio (devianza, tossicodipendenza)…La mannaia neoliberista consacra la “naturalità” delle disuguaglianze tramite un aberrante teorema discriminatorio: dare-di più-a-chi-ha-già-di-più-. Spegnere la luce dello Stato sulle politiche assistenziali e formative significa tradire il diritto al garantismo sociale e culturale di cui i deboli, i poveri e i soggetti a rischio dovrebbero godere in collettività democratiche e civili” (Le vie della formazione, p. 23).

 

Nel Politico, Platone fa dire allo straniero di Elea che l’arte politica  consiste nell’ avere cura dell’intera comunità umana (ejpimevleia dev ge ajnqrwpivnh~ sumpavsh~ koinwniva~, 276b). Il guidare gli uomini come fanno i pastori con gli animali, dobbiamo invece chiamarla qreptikh;n  tevcnhn, tecnica dell’allevamento, non basilikh;n kai; politikhvn tevcnhn (276c), non arte regia e arte politica. Infatti il re, comunque    l’uomo politico è quello che si prende cura (ejpimevleian)  di uomini bipedi che liberamente l’accettano (eJkousivwn dipovdwn, 276d ).

 Questa idea  di humanitas   è stata e sarà ripresa nei secoli dei secoli da alcuni capi di Stato.

Marco Aurelio, imperatore (161-180 d. C.)  e filosofo, scrive: “noi siamo nati per darci aiuto reciproco (pro;" sunergivan), come i piedi, le mani, le palpebre, come le due file dei denti. Dunque l'agire  uno a danno dell'altro è cosa contro natura (to; ou\n ajntipravssein ajllhvloi" para; fuvsin)[5].

 

I neoliberisti probabilmente non conoscono questi testi.

 

Frabboni analizza e denuncia le insidie della alfabettizazione elettronica e computerizzata: “insidie che aprono la strada all’esondazione di saperi catramati” (p. 24).

 Aspetto negativo dei prolungati passatempi elettronici è la drastica riduzione della compagnia umana, ossia della “aggregazione interpersonale, la convivialità, il solidarismo” (p. 24)

 I saperi ricavati  da internet sono sbriciolati, privi di nessi e vanno a formare una “cultura surgelata” (p. 25),  un linguaggio impoverito sia nel parlare sia nella corporeità. Un sapere insomma che non è sapienza.

Nel Novecento la Formazione avveniva quasi esclusivamente attraverso la scuola.

“Nel nuovo Millennio, il gabbiano della conoscenza è sempre più consapevole che dovrà nidificare sui rami non solo dell’albero scolastico, ma anche nelle piante inedite e sempreverdi di nome Oltrescuola e Postscuola” (p. 35). Per queste le città devono essere attrezzate di teche e di parchi. Lo vedremo più avanti.

Il sistema educativo deve ampliarsi e modificarsi

Frabboni è molto critico verso la scuola marchiata dagli stampi neoliberisti della Moratti e della Gelmini. “i saperi coccodè, stracolmi di pasticche-quiz e vuoti di pensiero, sono del tutto inefficaci per la manutenzione della mente adulta e senile” (p. 35)

Le destre non vogliono che i giovani vengano attrezzati con mezzi critici che li difendano dai governi populisti e regressivi e li mettano in grado di fare “libere/scelte in mari popolati dalle sirene deduttive della pubblicità e dei consigli per gli acquisti” (p. 38)

In effetti la pubblicità è un agente diseducativo ubiquo e capace di impedire la crescita delle facoltà critiche, estetiche ed etiche.

La pubblicità è il cancro del cervello di chi non possiede la difesa della cultura che sia non solo sapere (sofovn) ma anche sapienza (sofiva).

Frabboni cita Giovanni Maria Bertin “il padre del Problematicismo pedagogico” con la riconoscenza dell’allievo al maestro.

La Pedagogia  deve fornire strumenti critici e rendere il giovane kritikov~[6], ossia capace di giudizio.

La Pedagogia “non può che incamminarsi-senza se e senza ma-lungo la strada del dissenso. E farsi scienza del no” p. 41)

Vediamo allora alcuni di questi no che rifiutano “le discriminazioni, le inibizioni e le solitudini della sfera socioaffettiva”, quindi “la manipolazion, il conformismo e l’omologazione della sfera cognitiva”, poi “il dogmatismo, il filisteismo e l’indottrinamento della sfera etica.”

“Quarto rifiuto. La Pedagogia è contro la stereotipia, il cattivo gusto e la massificazione della sfera estetica”

Infine “Quinto rifiuto. La pedagogia è contro l’automazione, l’alienazione lo sfruttamento della sfera economica quando viene elevata a dio-maggiore” (p. 41).

 

La Pedagogia di Frabboni, come la mia, si parva licet, si oppone a quella propugnata dal neoliberismo che diffonde l’idea della necessità “del produrre sempre di più per consumare sempre di più” (p. 43)

L’uomo educato, pepaideumevno~, per dirla con Platone, è in grado di opporsi “al binomio liturgico produzione-consumo” in modo da non pietrificarsi in un individuo senza voce e senza sguardo.

Questo è l’idolatra.   

Il consumista in effetti trae identità dalle cose che compra, come l’idolatra biasimato nel Salmo della Bibbia: “:"Gli idoli dei popoli sono argento e oro, opera delle mani dell'uomo. Hanno bocca e non parlano; hanno occhi e non vedono; hanno orecchi e non odono; non c'è respiro nella loro bocca. Sia come loro chi li fabbrica e chiunque in essi confida" (Salmi, 135, 15-18).

 

La testa ben fatta    

"La prima finalità dell'insegnamento è stata formulata da Montaigne: è meglio una testa ben fatta che una testa ben piena…una testa ben fatta è una testa atta a organizzare le conoscenze così da evitare la loro sterile accumulazione"[7].

Viceversa quella chi non sa connettere nulla con nulla (I can connect/Nothing with nothing[8]) ha una testa intronata tra spazi ventosi: "A dull head among windy spaces"[9].

La persona intelligente è in grado di collegare i saperi attraverso la suvnesi~, l’intelligenza che è etimologicamente, appunto, capacità di fare collegamenti, di individuare i nessi.   (cfr. sunivhmi, “metto insieme”).

Allo sviluppo della capacità critica e dell’intelligenza non è funzionale l’istruzione solo “ verbalistica, mnemonica e nozionistica” ( Le vie della formazione, p. 49)

Alla Scuola come sistema formale deve affiancarsi l’Oltrescuola quale sistema-non formale. Questi due settori dovrebbero costituire i due lati uguali di un triangolo isoscele (p. 50).

La scuola democratica deve “dare-di-più-a- chi- ha- di- meno” (p. 62)

 Don Milani  ha scritto: “non c’è nulla che sia ingiusto quanto far le parti uguali fra disuguali”[10].

Frabboni denuncia come diseducativi i governi della idologia neoliberista, che costituiscono sostanzialmente la facies  autoritaria della pubblicità consumistica.

Il neoliberismo impietoso (p. 65) tende a ridurre e decapitare i doveri e le competenze dello Stato, a partire dalla scuola statale: “Siamo all’anti/Stato. A questo, si chiede di auto decapitarsi: mozzando di netto la propria testa” (p. 65) ” (p. 65). Il cosiddetto Partito della libertà è di fatto prono “davanti a due altari sconsacrati: il Mercato e il Mediatico (p. 66). E’ di fatto un servo del capitalismo selvaggio e disumano.

La scuola neoloberista è classista “quando teorizza la selezione come compito primario dell’istruzione pubblica: dando-di più- a chi è in possesso di un copioso patrimonio alfabetico di base” (p. 67)

“E’ nozionistica la Scuola qundo teorizza l’istruzione un coacervo di saperi in pillole e non un percorso organico di conoscenze e competenze. Pollice verso, pertanto, ad apprendimenti stipati in microsaperi da imparare a memoria. Da spendere nelle prove di valutazione così come sono stati assimilati in funzione del verdetto dei test/quiz”.

La televisione e la stampa sono spesso alleati e complici di questa deriva neoliberista che vuole ridurre la Cultura a merce. I totem, gli dèi déi governi neoliberisti sono il consumo e il consenso. Il veleno che deriva da tale religione empia tende a mettere fuori uso il pensiero critico e l’affettività, ossia “un pensiero che pensa e un cuore che sogna” (p. 73).

“Pur se assediata e sotto tiro, la Scuola può ergersi da antagonista vincente nei confronti di chi mira a inaridire le due sorgenti della cultura: la Lettura e la Scrittura. Come? Rianimando le parole saporite e i lapis scomodi…Se saporita e scomoda, la Scuola si potrà candidare a veicolo di solidarietà (di cittadinanza attiva), a motore di conoscenza (di intelligenze plurali) e a volante di vita interiore (di sentimenti, di passioni e di sogni) (p. 73).

Frabboni riconosce a Don Lorenzo Milani il ruolo di protagonista della teoria e della prassi pedagogica: “Deriso e umiliato dalla stampa padronale (leggasi Marcello Veneziani, Quel santo parroco che sfasciò l’istruzione, “Libero”, 25 settembre 2008), noi lo incoroniamo a stella polare della Pedagogia perché seppe indicare alla Scuola la strada per tagliare il traguardo del diritto di tutti a una Formazione dall’elevato profilo democratico e dal profondo spessore culturale” (p. 75).

Ma il tempo in cui noi sessantottini destinati all’insegnamento leggevamo e ripetevamo le auree sentenze di Don Milani con l’intenzione di applicarle alla prassi educativa che ci attendeva, è un tempo è lontano.

“Dopo due lustri di padronale regime ultra/liberista-il cui eversivo occhio di Polifemo ha avuto nel mirino lo smantellamento di quattro diritti sociali e civili inalienabili: il Lavoro, la Casa, la Sanità e la Scuola-sarà arduo il varo di na nuova coalizione politica in grado di ri/sanare il colossale indebitamento dello Stato e di ri/orientare i suoi interventi strutturali nel nome della qualità della vita a sud come a nord del Paese” (p. 77).

Dobbiamo esorcizzare i demoni che cercano di levare ai giovani la capacità critica, quella del dubbio, e vogliono annientare la curiosità omerica dei “piccoli Ulissi alla ricerca delle colonne d’Ercole” (p. 86).

Socrate nell’Apologia scritta da Platone afferma che una vita senza ricerca non è vivibile per l’uomo: “ oJ de;  ajnexevtasto~ bivo~ ouj biwto;~ ajnqrwvpw/” (38a).

Noi “ragazzi” del Sessantotto  speriamo di assistere a una nuova edizione, magari riveduta e corretta, di quell’anno fatato quando “l’umanità visse uno di quei rari momenti nei quali la lieta fiducia di sé stessa e del suo avvenire tutta la riempie, e, ampliandosi nella purezza di questa gioia, essa si fa buona, e vede attorno a sé fratelli, e ama”[11].

Ogni tanto qualche cosa si muove: “Aquiloni al vento, parenti stretti della protesta giovanile del Sessantotto che urlò alle stelle dell’emisfero boreale (bianco, ricco,alfabetizzato) il diritto di tutti alla cultura, al lavoro, alla cittadinanza, alla convivenza” (Le vie della formazione, p. 87).

Di recente sono stati ragazze e ragazzi della Secondaria scesi in piazza a braccetto con gli operai della FIOM a protestare contro l’ emarginazione decretata nei loro confronti dall’oligarchia berlusconiana che ha inventato il tabù di investire risorse nella scuola.

“Queste giornate di testimonianza e di collera-sempre gioiose, in omaggio all’anima giovanile-mi hanno riportato alla mente la proposta utopica di Maria Montessori (la più grande pedagogista/donna del mondo occidentale) quando, un Secolo fa, sentenziò che “il bambino è il padre dell’uomo”. Sì, l’idea del cigno marchigiano la facciamo nostra” (p. 87).

L’educazione non può non proporsi obiettivi di ordine etico. Dobbiamo dunque educare i giovani alla vita sociale e politica, ossia alla cittadinanza[12], all’impegno e alla pace . Mi fermo un momento su questo terzo punto, anche in opposizione alla sbadataggine di troppi giornali e telegiornali che continuano a occuparsi prevalentemente di Berlusconi quando siamo dentro a una crisi che potrebbe portare il mondo a una catastrofe.

 

Prima però una considerazione mia sul caso Berlusconi confrontato con quello del professore di Saluzzo. Entrambi hanno fatto sesso con minorenni, sembra. Entrambi hanno abusato del loro potere. Perché uno è in galera, l’altro è in grado di minacciare la crisi di governo? La legge non dovrebbe essere uguale per tutti?

 

Ma veniamo alla pace e alla guerra: “Vengono nascosti-non si raccontano-sia il volto crudele e tragico della guerra, dove tutto scarseggia (cibo, acqua, medicinali), sia gli occhi sbarrati dei bambini e degli anziani. Pur al cospetto di scenari agghiaccianti, noi pensiamo che questa galleria di maschere tragiche non vada occultata alle giovani generazioni. Se vogliamo che- crescendo- diventino profeti di pace (p. 94)

Nascondere gli orrori della guerra, le violenze perpetrate sui civili significa coprire le responsabilità criminali di chi scatena le guerre.

Lo faceva Polibio, prima fautore del polo benestante della Grecia del suo tempo, la lega Achea, quindi portavoce degli imperialisti Romani.

Nelle tragedie, le sofferenze dei vinti, in particolare delle donne, vengono rappresentate dalle immagini topiche dei capelli sciolti e  dei seni scoperti per suscitare compassione in chi assiste alle rappresentazioni.

 Ebbene, tali descrizioni quando entrano nella storiografia, vengono fortemente biasimate da Polibio lo storico “antitragico” il quale  è sempre critico nei confronti dei colleghi  che danno spazio alle lacrime nelle loro opere per suscitare la partecipazione sentimentale di chi le legge. Il suo obiettivo polemico è soprattutto Filarco[13] considerato uno storico "tragico" poiché ha cercato di colpire la sfera emotiva dei lettori, adoperandosi per invitarli alla compassione e renderli partecipi dei suoi sentimenti riguardo a quanto viene raccontato. Egli dunque introduce abbracci di donne (periploka;" gunaikw'n) e chiome scarmigliate (kovma" dierrimmevna"[14]) e denudamenti di seni (mastw'n ejkbolav"), e, oltre questo, lacrime e lamenti di uomini e donne (davkrua kai; qrhvnou" ajndrw'n kai; gunaikw'n ) trascinati via alla rinfusa con figli e vecchi genitori  (Polibio, Storie, II, 56, 7). Ci fu per esempio l'eccidio di Mantinea. Nel 223, durante la guerra cleomenica, questa cittadina dell’Arcadia fu conquistata dai Macedoni alleati degli Achei: secondo Filarco e  Plutarco ( Vita  di Arato 45, 6-9) essa subì un massacro che Polibio tende a nascondere o minimizzare. In II 54 lo storico di Megalopoli si limita a dire che Antigono Dosone dopo essere stato nominato capo delle forze alleate della lega ellenica costituitasi contro Sparta e gli Etoli[15], riuscì a sottomettere prima Tegea poi Mantinea, che nel 229 erano state prese da Cleomene. Filarco viene biasimato per avere "faziosamente" descritto le sofferenze di questa gente.

Una critica del genere veniva fatta da alcuni personaggi della nostra televisione a chi raccontava gli orrori della guerra in Iraq: per esempio Giuliano Ferrara che di fronte alle prove fotografiche della tortura fornite dalle stesse autorità americane, sproloquiava di “episodi circoscritti” (almeno venticinque prigionieri morti per le sevizie dei militari Usa!), e del virus che “ci indebolisce nella guerra”

Altra cosa è comunque, ovviamente, Polibio da Giuliano Ferrara.

 

 

Proseguo dopo la serata di presentazione di questo bel libro alla Festa dell’Unità di Bologna. Ne hanno parlato ieri sera nella  l’autore e altri relatori, tra cui Rosanna Facchini e Ivana Summa. Anche chi scrive ha fatto un intervento.

Frabboni mette sotto accusa l’istruzione come “banca di trasmissione dei saperi che negano il dubbio” (p. 95).

 

A questo punto è opportuno un elogio del dubbio

 

 “Piccolissimo è quello spirito che non è capace o è difficile al dubbio”[16].

 

Leopardi cita Cartesio a proposito della necessità del dubbio: “Le verità contenute nel mio sistema non saranno certo ricevute generalmente, perché gli uomini sono avvezzi a pensare altrimenti, e al contrario, né si trovano molti che seguono il precetto di Cartesio: l’amico della verità debbe una volta in sua vita dubitar di tutto. Precetto fondamentale per li progressi dello spirito umano. Ma se le verità ch’io stabilisco avranno la fortuna di essere ripetute, e gli animi vi si avvezzeranno, esse saranno credute, non tanto perché sien vere, quanto per l’assuefazione”[17].

“In molte pagine dello Zibaldone, Leopardi mette in dubbio ogni sistema: anche quelli che ha più cari o che posseggono più rilievo. “Il mio sistema” scriveva già nel settembre 1821 “introduce non solo uno Scetticismo ragionato e dimostrato, ma tale che, secondo il mio sistema, la ragione umana per qualsivoglia processo possibile, non potrà mai spogliarsi di questo scetticismo; anzi esso contiene il vero, e si dimostra che la nostra ragione, non può assolutamente trovare il vero se non dubitando; ch’ella si allontana dal vero ogni volta che giudica con certezza; e che non solo il dubbio giova a scoprire il vero…, ma il vero consiste essenzialmente nel dubbio, e chi dubita, sa, e sa il più che si possa sapere”[18].

“Lo sviluppo dell’intelligenza generale richiede di legare il suo esercizio al dubbio[19], lievito di ogni attività critica…Comporta anche quell’intelligenza che i Greci chiamano métis[20], “insieme di attitudini mentali…che combinano l’intuizione, la sagacia, la previsione, l’elasticità mentale, la capacità di cavarsela, l’attenzione vigile, il senso dell’opportunità… “Unico punto pressochè certo nel naufragio (delle antiche certezze assolute): il punto interrogativo”, ci dice il poeta Salah Stétié”[21].

C’è una poesia di B. Brecht che costituisce un inno in lode del dubbio: “Sia lode al dubbio!...Oh bello lo scuoter del capo/su verità incontestabili!/Oh il coraggioso medico che cura/l’ammalato senza speranza!...Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai…Tu, tu che sei una guida, non dimenticare/che tale sei, perché hai dubitato/delle guide! E dunque a chi è guidato/permetti il dubbio!”[22].

Concludo con Pasolini: “I miei film non mirano ad avere un senso compiuto. Finiscono sempre con una domanda”[23].

 

Torno sull’oltrescuola già menzionata sopra. Questa ha bisogno di “città educative (quartieri, circoscrizioni, paesi) disponibili a censire i propri fabbisogni culturali per promuovere diffuse opportunità curricolari per l’infanzia e per l’adolescenza: laboratori, atelier, campi-gioco e spazi culturali. Questi ultimi in guisa di Teche: biblioteche, pinacoteche, museoteche, musicoteche, mediateche et al. Tutto con l’obiettivo di rispondere, per l’intero arco dell’anno, alla domanda di aggregazione e di formazione delle giovani generazioni” (p. 97).

Il modello pedagogico è quello del full time che “opta per un sistema di istruzione intitolato alla Conoscenza e alla Cittadinanza”. Il tempo pieno deve usare “due dardi infallibili. Il primo, è di denuncia; il secondo, di speranza” (p. 98).

La denuncia accusa i rancidi luoghi comuni del neoliberismo e della pubblicità  suscitando interrogativi e dubbi.

La freccia della speranza “centra il bersaglio/sì di una Scuola aperta alla molteplicità delle culture, ai linguaggi dell’ambiente, all’integrazione delle diversità (disabili, altre etnie)” (p. 99).

Il Tempo pieno “gode di luoghi e di tempi modulari: aperti, poliedrici e multispaziali. Tramite questi ha ridimensionato la dittatura di un’aula/classe per sua natura totalizzante, autarchica e claustrale. Come?  Facendola interagire vuoi con altri spazi interni alla scuola, vuoi con botteghe didattiche a lei esterne. Parliamo delle aule didattiche decentrate che Enti locali e Istituzioni private sono chiamati ad allestire e consolidare nei territori urbani e naturalistici (le Teche: biblioteche, museoteche, pinacoteche, musicoteche, ludoteche, ecc.; i Parchi: ecosistemi naturali,fattorie didattiche, agriturismi, ecc.)”. (p. 99)

Di Teche e Parchi ho visto attrezzato bene il Comune di San Lazzaro di Savena, nella cui mediateca terrò presto alcune conferenze sulle donne/ personaggi della letteratura antica, in particolare nella tragedia greca.

I saperi depositari ( nozionistici e ripetitivi) devono essere abbandonati “per sperimentare altre vie cognitive-certo più scoscese e ciottolose-intitolate ai saperi euristici (ipotetici e problematici)” (p. 99).  Lo studente insomma deve fare ricerca e trovare (euJrivskein), magari non senza la guida del docente.

Nel tempo pieno devono essere allenate “insieme, l’intelligenza e la fantasia. Le sole in grado di conquistare il doppio prestigioso traguardo deweyano dell’imparare a imparare e dell’imparare a creare” (p. 100).

La scomparsa dei bambini dalle strade

Un aspetto che colpisce la mia osservazione da diversi anni anni è la sparizione di frotte di bambini che giocavano facendo “un lieto romore” nelle piazze e nelle strade delle nostre città. Rispetto ai tempi della mia infanzia e adolescenza, l’infanzia  è scomparsa, perfino dai paesi, soprattutto nel centro-nord dell’Italia.

Franco Frabboni ne individua la causa: “il fantasma neoliberista che sogghigna sui tetti di metropoli nemiche della propria cittadinanza. Parliamo di un Belzebù due volte devastante. Sia perché genera città-dei-consumi prive di Piani regolatori per la convivialità comunitaria, sia perché è l’artefice della “scomparsa” dei bambini e degli adolescenti (ma anche degli anziani) in tessuti urbani sempre più ritagliati a-misura di chi lavora e produce: l’Adulto. Parliamo degli anonimi territori metropolitani sepolti da parcheggi, da negozi, da dehors, privi di sorrisi e di parole al vento. Siamo al cospetto di strade e di piazze che idolatrano mondi sregolati e selvaggi fino a riecheggiare un lontano Far West…Per questo urliamo, a tutta- gola, la tragica scomparsa dell’infanzia nella metropoli contemporanea…Nella città/mercato la bambina e il bambino vivono in “gabbia” i loro 700 minuti giornalieri al netto del mangiare e del dormire. L’orologio della loro quotidianità rintocca beffardo, senza mai scomporsi: tot- ore in famiglia, tot-ore a scuola, tot-ore per i compiti a casa, tot-ore per le attività pomeridiane a pagamento per la frequenza in Corsi da status symbol. Poi, il ritorno a casa che regala tot-ore in silenzio davanti al video e al computer” (p. 119).

Sono parole molto vere e molto belle: descrivono una vita che, come la scuola nozionistica, esclude il dubbio, la critica e l’avventura. Una vita sigillata nella bara dell’assicurazione. I come to bury such life, not to praise her.  

 

   “ L’antagonista numero/1 dell’infanzia e dell’adolescenza –oggi- è la perversa filosofia della deregulation…Dunque, i bambini e i giovani rischiano di scomparire: ovvero di vivere desaparecidi senza le chiavi della città” (p. 121).

E questa è un fatto che stringe il cuore

Rimane del resto la speranza: “Il nostro immaginario pedagogico dà le ali ad una città laboriosa, disinquinata, abitabile” (p. 121).

Per fortuna Bologna in questi termini se la cava. Io sono immigrato qui da Pesaro nel 1963 e non ne sono pentito, anzi.

Di questa città apprezzo le offerte culturali, dovute anche ai tanti studenti la cui presenza la popola assai meglio di una Venezia o una Firenze o la stessa Roma sovrappopolate di turisti, mi piace la cineteca, mi piacciono le biblioteche, i collegamenti ferroviari e aerei. Mi piacciono meno il clima, il cibo e soprattutto la mancanza del mare. Ma non si può avere tutto. Non cambierei Bologna con nessun’altra città. Ma ora basta di questo.

 

I bambini comunque non i vedono più nemmeno nelle nostre strade  che pure pullulano di studenti già almeno adolescenti

“Al cospetto della santificazione del tandem consumo/profitto, denunciamo l’itteperibilità dell’infanzia nelle strade e nelle piazze delle metropoli contemporanee. In quanto Faust dai calzoni/corti, i bambini sono obbligati a un patto con Mefistofele. A rinunciare alla città come libro-di-lettura e quaderno di scrittura…E’ in marcia un’anonima, muta e spettrale età generazionale popolata di bambine e di bambini coca-cola!” (p. 123)

Questo, aggiungo, dipende di certo dal Belzebù pubblicitario, ma non solo: gli è complice l’ignoranza dei genitori che non dissetano i bambini con l’acqua. Ottima è anche l’acqua di rubinetto, qui a Bologna e, oltretutto, non fa diventare i bambini obesi come la coca cola.

Ma torniamo a parlare di scuola.

Frabboni spera che dopo la rovina e gli insulti ignobili di incolti Ministri dell’istruzione[24], questa rinasca in una scuola aperta all’Ambiente (p. 130) e che si arricchisca con l’interdisciplinarità e l’interculturalità. Le conoscenze devono essere problematizzate, la logica va aperta al contrasto come nei dissoi; lovgoi, i discorsi contrapposti dei sofisti.

I bambini attraverso questi confronti potranno sviluppare la Ragione che contiene lovgo~ e pure pavqo~, o per lo meno il pavqo~ come elemento della Ragione[25]: “equipaggiati sì di fantasia-sentimento-lievità esistenziale, ma corredati anche di corporeità-logica-cultura antropologica” (p. 145)

In conclusione, Frabboni intravede “sette/identità che nobilitano le città postideologiche, postindustriali e postmoderniste. Sono metropoli attraversate da idee plurali, laiche e democratiche” (p. 146)

Queste identità sono anche stelle luminose, che illuminano

La prima è la Convivialità che comporta incontro, dialogo e rapporti umani

La seconda è l’Intergenerazionalità

La terza è l’Intercultura

La quarta è il Lavoro

La quinta è la Scienza

La sesta è la Cultura

La settima è l’Educazione che deve accompagnarci per tutta la vita.

“L’abito pedagogico che indossiamo rende forse partigiana la seguente tesi: la settima stella-l’ultima del timone dell’Orsa minore che intitoliamo all’Educazione-prende il nome di Stella Polare”(p. 147)

  

 

 

 

Giovanni Ghiselli 

 

 

 

 

        


 

[1] Che procede dal particolare all’universale. Il contrarioè la deduzione.

[2] La dimensione metodologica del curriculum, Milano FrancoAngeli, 2010;  Trattato di pedagogia generale, Roma, Carocci, 2012

[3] Intelligenza in greco si dice suvnesi"  una parola che tradotta radicalmente significa capacità di mettere insieme cose distanti, di vederne le somiglianze, e se è vero, come afferma il Menone di Platone, che "la natura è tutta imparentata con se stessa," th'" fuvsew" aJpavsh" suggenou'" ou[sh""(81d), coglierne ed evidenziarne i legami di parentela è compito del genio, del poeta. La stessa cosa afferma Dostoevskij in I fratelli Karamazov :"il mondo è come l'oceano; tutto scorre e interferisce insieme, di modo che, se tu tocchi in un punto, il tuo contatto si ripercuote magari all'altro capo della terra. E sia pure una follia chiedere perdono agli uccelli; ma per gli uccelli, per i bambini, per ogni essere creato, se tu fossi, anche soltanto un poco, più leale di quanto non sei ora, la vita sarebbe certomigliore "(p.402).

 Facciamo l’esempio di una bella metafora, tratto da Eschilo, l'autore che ce ne fornisce la scelta più ampia siccome conserva la rigida grandiosità del rituale e l'enfasi ieratica del linguaggio liturgico:"dia; dev toi genu'n iJppivwn-kinuvrontai fovnon calinoiv", attraverso le mascelle dei cavalli, le briglie arpeggiano  strage(I sette a Tebe , vv. 122-123).

[4] E. Morin, La testa ben fatta, p. 94.

[5] Ricordi , II, 1

[6] Cfr. krivnw, “giudico”.

[7] E. Morin, La testa ben fatta, p. 15 e p. 18.

[8] T. S. Eliot, La terra desolata, vv. 301-302

[9] T. S. Eliot, Gerontion,  (del 1920) v. 16.

[10] Lettera a una professoressa, p. 55.

[11] B. Croce, Storia d’Europa nel secolo decimonono, p. 149. Croce si riferisce al 1848.

[12] Cfr. povli~, città

[13] nato a Naucrati ma vissuto ad Atene, nel III secolo, autore di Storie  in 28 libri che andavano dal 272 al 219, anno della morte di Cleomene III, il re di Sparta ben visto da questo autore e mal visto da Polibio il quale dichiara di seguire le Memorie  di Arato, stratego della lega Achea, per la narrazione della guerra cleomenica che oppose Sparta ed Etoli ad Achei e Macedoni.

Filarco, ci informa Mazzarino, "ha capito il genio di Cleomene III e la necessità della rivolta sociale, in mezzo al tramonto della gloriosa libertà greca. Michele Rostozev (Die hellenistische Welt , trad. ted., I, 146) ha detto benissimo:"la Grecia era dalla parte di Filarco, e non da quella di Arato e degli Achei difesi da Polibio" (Il Pensiero Storico Classico , II, 1, p. 126). Arato potenziò la lega achea, operò e scrisse in favore degli abbienti, mentre Filarco era favorevole a Cleomene III di Sparta. Questo re riformatore fu sconfitto a Sellasia, non lontano da Sparta, nel 222, da Antigono Dosone di Macedonia e dallo stratego acheo Filopemene, e per tale ragione gli scrittori suoi partigiani possono essere accusati di menzogna dallo storico partigiano dei vincitori nei quali si è incarnata la verità.

[14] Secondo Polibio sono gesti che si confanno alle tragedie, non alla storiografia. Per quanto riguarda gli abbracci di donne, nelle Troiane  di Euripide, per esempio, Andromaca abbraccia il figlio che a sua volta si rifugia tra le ali della mamma come un uccellino:"neosso;" wJsei; ptevruga" ejspivtnwn ejmav"", v.751. Per le chiome scarmigliate, o scagliate[14]  c'è il ricordo delle Baccanti :"truferovn te plovkamon eij" aijqevra rJivptwn"(v. 150) scagliando nell'aria i riccioli molli, un ricordo che ho ravvisato anche in un quadro di Picasso del 1922 Deux femmes courant sur la plage (Parigi, museo Picasso).

 

[15] L’altro polo della Grecia del III sec. A. C., quello dei poveri

[16] Zibaldone, 1392.

[17] Zibaldone, 1720.

[18] P. Citati, Leopardi, p. 56.

[19] Montaigne che cita Dante: “Che, non men che saver, dubbiar m’aggrata”, Divina Commedia, Inferno XI, v. 93.

[20] M.Detienne, J.-P. Vernant, Le astuzie dell’intelligenza nell’antica Grecia, tr. It. Laterza, Roma-Bari 1984.

[21] E. Morin, La testa ben fatta, pp. 16-17 e 55.

[22] B. Brecht (1898-1956), Lode del dubbio.

[23] Pasolini, Tutte le Opere,  Saggi sulla politica e sulla società, p. 1319

[24] “la Scuola non va finanziata, perché con lo studio i giovani non riempiono la propria pancia”,

[25] "Il pathos in tal senso è una potenza in se stessa legittima dell'animo, un contenuto essenziale della razionalità e della volontà libera", Hegel, Estetica  , Tomo I, p. 306

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