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Lucrezio De rerum natura VI libro (detto meteorologico).

Temporali, terremoti, eruzioni.   La peste di Atene

Atene per prima offrì le messi ai mortali, le leggi, e i conforti della vita, poi un uomo il quale si accorse che quei doni non toglievano l’angoscia ai mortali, e capì che il male lo produceva il vaso stesso che era incrinato e non poteva colmarsi, poi perché dentro c’era del veleno.

Allora purificò con le parole quei vasi che sono i petti degli uomini veridicis igitur purgavit pectora dictis (24) e mise un termine alla cupidigia e al timore

et finem statuit cuppedinis atque timoris  (25). Provò che il genere umano volge vanamente nell’animo curarum tristes fructus i frutti funesti delle angosce (34).

Qundi ripete per la terza volta i vv. 35- 41 (II, 55-61: III 87-93) a proposito dei bambini che temono al buio come gli uomini oscurati nell’intelletto. Le tenebre mentali vengono dissipate non dai raggi del sole ma dalla naturae species ratioque.

Gli uomini privi della naturae species ratioque (41) temono come i bambini nelle tenebre. Le antiche superstizioni vedono negli dèi duri padroni-acris dominos- onnipotenti. Il disgraziato li immagina intenti ad agitare i grandi flutti dell’ira (74)

Lucrezio invoca la callida musa (93) Calliope perché lo aiuti a spiegare le cause dei fenomeni atmosferici .

Il tuono tonitrus dipende da un cozzare di nubi- concurrunt volantes aetheriae nubes (97) spinte dai venti.

Fanno rumore come un velario steso sui grandi teatri-carbasus ut quondam magnis intenta theatris- (109) quando è agitato dal vento.

A volte le nubi rumoreggiano sfregandosi a vicenda.

A volte la nuvola viene squarciata dai venti tum perterricrepo sonitu dat scissa fragorem (129)-perterreo e crepo, strido.

Lampeggia (fulgit, 160) quando le nubi si urtano e scuotono da sé  i semi del fuoco, come quando una pietra percuote un’altra pietra

Il suono giunge dopo perché è più lento della luce.

Il vento vorticando dentro una nuvola ne arroventa il cavo involucro.

La parte arroventata squarcia la nube che lancia i semina (182) e fa rumore.  I venti dentro le nubi si comportano come  belve nelle gabbie

Magno indignantur murmure clausi-nubibus in caveisque ferarum more minantur (197-8) ed emettono ruggiti, cercano una via di uscita, strappano semi di fuoco e infine escono donec divulsa fulserunt nube corusci (203),  fonché squarciata la nube balenano fuori scintillanti

Virgilio ricorda questi versi nel primo canto dell’Eneide: “ Illi indignantes magno cum murmure montis/circum  clausura fremunt; celsa sedet Aeolus arce/scentra tenens mollitque animos et temperat iras” (55-57)

Il fuoco dei fulmini è formato da atomi più sottili, minuscoli e mobilissimi cui nil omnino obsistere possit ( 227).

Il fulmine infatti trafigge le pietre e il bronzo.

I fulmini nascono da nubi dense e molto scure agglomerate dovunque, sì che  crediamo che tutte le tenebre abbiano lasciato l’Acheronte e riempito le grandi caverne del cielo

Undique uti tenebras omnis Acherunta reamur

Liquisse et magnas caeli complesse cavernas (251-2).

Seneca nelle Naturales quaestiones contrappone la scienza dei Romani alle credenze degli Etruschi: “nos putamus quia nubes collisae sunt, fulmina emitti. Invece ipsi exsistimant nubes collidi ut fulmina emittantur. Essi hanno  summa scientia fulgurum persequendorum (II, 32) grande perizia nello spiegare i fulmini. Ifatti riferiscono tutto alla divinità

A volte si vede sul mare un fiume di pece rovesciato dal cielo, e da questo piombare nell’acqua una tempesta di fulmini.

I semi di fuoco arroventati dal vento formano il fulmen che maturum perscindit subito nubem (283). Segue un gravis sonitus che sembra schiantare la volta del cielo.  Poi viene anche la pioggia.

Il vento stesso muovendosi si scalda

L’energia del fuoco prorompe e vola con straordinaro slancio volat impete miro come proiettili scagliati da possenti macchine da guerra

Ut validis quae de tormentis missa feruntur (329)

Il fulmine è formato e parvis et levibus elementis (330)  e non è facile che qualche cosa possa resistergli

celeri volat impete labens (334), vola guizzando con slancio veloce.

Si insinua dappertutto, scioglie il bronzo e l’oro poiché la sua forza è data da elementi minuti e levigati.

Queste tempeste si vedono soprattutto in autunno e in primavera quando  il fretus anni  permiscet frigus et  aestum (364)  la stagione di passaggio mescola il freddo e il caldo.

La discordia degli elementi rende l’aria infuriata.

La primavera  tempus vernum

prima caloris enim pars est postrema rigoris (368)

Poi l’autunno

Hic quoque confligunt hiemes aestatibus acres (373)

In questi fretus o  freta, passaggi dell’anno gli opposti elementi si scontrano ancipiti bello (377) in un’incerta guerra: fiamme, venti, pioggia.

Allora non serve volvere frustra Tyrrhena carmina (381) di srotolare invano i volumi con le formule etrusche e cercare i segni della volontà degli dèi.

Se è Giove che li scaglia, come pensano gli ottenebrati, perché i fulmini colpiscono gli innocenti e trascurano i malvagi? (387 ss.)

Un argomento presente anche nelle Nuvole di Aristofane (398-402)

Perché Zeus scaglia fulmini su gli spergiuri, perché colpisce capo Sunio e le querce  ouj ga;r dh; dru'" gj ejpiorkei', la quercia infatti non spergiura.

Perché colpisce il mare  e addirittura i sacri templi o di soliti i luoghi elevati?

Le trombe d’aria si formano quando il vento preme verso il basso le nubi senza riuscire a squarciarle. Poi il vento squarcia la nube e piomba sul mare facendo ribollire i flutti.

Le nubi contengono i semi del fuoco e anche quelli dell’acqua.

Esse assorbono l’umidità del mare veluti pendentia vellera lanae (504) come velli di lana sospesi. Poi la forza del vento comprime le nubi e ne spreme la pioggia. Questa è violenta quando le nubi subiscono la pressione di altre nubi e la violenza del vento.

L’arcobaleno color arqui si accende quando il sole nella tempesta rifulge di raggi che illuminano le gocce dei nembi (526).

Tutte le  altre cose che crescono in alto-cetera quae sursum crescunt, 527, ta; metevwra, i fenomeni del cielo, nix venti grando gelidaequae pruinae (529), et vis magna geli, magnum duramen aquarum (530), è facile capire come si formino, quando conosci quale potere sia assegnato agli elementi.

Vediamo i terrai motus (535).

La terra sotto il suolo è piena di spelonche ventose, di laghi, stagni e  fiumi che tracinano massi. A volte le caverne crollano e fanno crollare le montagne. Nelle cavità c’è anche il vento che preme e fa piegare la terra.

I terremoti preludono alla rovina finale. A volte i venti sotterranei squarciano la terra. Come avvenne a Sidone in Siria e a Egio nel Peloponneso.

Ne vengono terrorizzati anche gli uomini i quali credono che il cielo e la terra saranno incorruttibili e destinati a una salute eterna

Il mare non cresce nono ostanti gli apporti poiché la forza del sole sottrae molta acqua, e anche i venti che un una sola notte possono disseccare le strade.

Le nubi attirano l’acqua in alto, poi la riversano

Dal mare parte dell’acqua torna indietro alle sorgenti della terra che ne filtra l’amarore e lo rimanda al mare

Percolatur enim virus retroque remanat (655). Percōlo, as, filtro. 

Chiariamo perché le fauci dell’Etna eruttano fiamme. Fauces montis Aetnae (639). Nel 122 a. C. ci fu un’eruzione che distrusse Catania (Cic. Nat. deor. 2, 96).

Ricorda che la somma delle cose è infinita e dunque bisogna ricordare quam sit parvula pars et quam multesima (651)), infima, il nostro cielo, per non dire dell’uomo.

Terra e cielo producono morbi e mali agli uomini.

Si dà tanta importanza ai nostri disturbi e a quelli della terra.

Le cose e i fenomeni che vediamo più grandi degli altri sembrano enormi,

Cum tamen omnia cum caelo terraque marique

Nil sint ad summam summai totius omnem (678-679)

Tutto quello che vediamo è nulla in confronto alla soma dell’universo

Cfr. Leopardi

Sovente in queste rive,

Che, desolate, a bruno

Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,

Seggo la notte; e su la mesta landa

In purissimo azzurro

Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle…

E poi che gli occhi a quelle luci appunto

Ch’a lor sembrano un punto,

e sono immense, in guisa

che un punto a petto lor son terra e mare

veracemente…

Non so se il riso o la pietà prevale (La ginestra, 157 sgg.)

L’epigrafe di questa canzone è: “Kai; hhgavphsan oiJ a[nqrwpoi ma'llon to; skovto" h] to; fw'" (Giovanni, III, 19) h\n ga;r aujtw'n ponhra; ta; e[rga.

Et dilexerunt homines magis tenebras quam lucem; erant enim eorum mala opera.

L’Etna dunque ha delle cavità sotterranee dove c’è aria e vento.

Il vento si surriscalda e suscita fuoco nelle cose che tocca.

Le fiamme si alzano e buttano fuori la lava e rocce. Loro chiamano crateres le aperture del vulcano che noi chiamiamo bocche o fauci (fauces et ora).

-krathvr-h̃roς è un grande vaso dove si mescolano acqua e vino-keravnnumi-kravsiς mescolanza. Idiosincrasia incompatibilità per un proprio,  i[dioς suvgkrasiς. Temperamento.

A volte le cause di un evento possono essere molte.

Il Nilo straripa d’estate forse perché proprio in estate spirano contro le sue foci gli Aquiloni che soffiano dalle gelide stelle del polo

Invece il Nilo deriva dalle zone torride dell’Austro

Inter nigra virum percocto saecla colore (722),

tra nere stirpi di uomini dal colore annerito.

 Oppure un vallo d’arena ostruisce le foci. O piove molto sulle sorgenti.

O sono le nevi dei monti Etiopi

Vediamo ora i siti e i laghi Averni chiamati così Averna quia sunt avibus contraria cunctis (740-1). In greco a[ornoς, privo di uccelli.

Questi quando sorvolano tali luoghi

remigi oblitae pennarum vela remittunt

precipitesque cadunt molli cervice profusae

in terram o nell’acqua (743-5)

Uno di questi laghi è a Cuma, uno ad Atene vicino al tempio di Atena  mai sorvolato dalle raucae cornices e non certo per l’ira della dea come racconta il mito (le figlie di Cecrope avevano disobbedito alla dea aprendo la cesta che conteneva Erittonio)

Sed natura loci opus efficit ipsa suapte (755) produce da sé questo effetto

Cose che avvengono naturali ratione e non perché  in tali regioni si trovi la porta dell’Orco, o perché di qui gli dèi Mani tirano giù la anime nelle regioni dell’Acheronte.

Io cerco di parlare de re ipsa (768).

Nella terra ci sono germi di ogni tipo: alcuni portano la vita, altri sono mortiferi. Possono passare per le orecchie, per le narici o con il tatto.

Ci sono anche alberi dall’ombra maligna: gravis umbra- usque adeo, capitis faciant ut saepe dolores (784).  Sull’Elicona c’è un albero  dal fiore che ammazza gli uomini taetro odore con putrido lezzo (787).

I semina rerum disseminati in terra sono tanti.

All’odore del castoreo la donna con le mestruazioni si addormenta. Castorĕum, sedativo, secrezione di ghiandole del castoro.

Se indugi nei lavacri troppo sazio puoi cadere di schianto.

Cfr. la III satira di Persio dove due dialogano alle terme

Heus bone, tu palles (94)

E l’altro surgit tacite tibi lutea pellis-ti si gonfia in silenzio gialla la pelle

At tu deterius palles. Ne sis mihi tutor

Iam pridem hunc sepeli: tu restas”

Perge, tacebo

Quindi uno dei due

Turgidus hic epulis atque albo ventre lavatur,

gutture sulpureas lente exhalante mefites (99) erutta mefitiche esalazioni allo zolfo

Poi mentre beve vino scricchiolano i denti scoperti

Uncta cadunt laxis tunc pulmentaria labris (102)

Gli cadono dalle labbra bocconi unti.

Quindi il cadavere del beatulus madido di grassi unguenti

In portam rigidas calces extendit stende verso la porta i calcagni irrigiditi

 

Giovenale nella I satira  descrive persone che

Comedunt patrimonia una mensa (138) imbandisce per sé cinghiali interi,

quanta est gula quae sibi totos

ponit apros, animal propter convivia natum!

poena tamen praesens cum tu deponis amictus

turgidus et crudum pavonem in balnea portas

hinc subitae mortes atque intestata senectus (140 ss,)

Il funerale riceve applausi dai clenti adirati.

La Roma di Giovenale: questo rospo velenoso con gli occhi di Venere (Umano troppo umano)

Torniamo a Lucrezio

Miasmi vengono effusi da certi luoghi come Scaptensula (VI, 810)-Skapth; u{lh, la selva scavata di Tucidide c’erano miniere d’oro che emanano lezzi. Chi per sua sciagura ci lavora costretto dalla necessità, ci muore anche. Così dunque i luoghi averni uccidono gli uccelli.

L’acqua dei pozzi diviene più fredda d’estate perché la terra perde di consistenza ed emette il suo calore nell’aria. Quando fa freddo invece, la terra si raggruma e riversa nei pozzi il suo calore

Per lo stesso motivo la fontana libica di Giove Ammone è fredda di giorno e calda di notte. Quando fa più freddo la terra tamquam compressa manu sit (866), riversa nella sorgente i suoi semi di fuoco.

Poi il fenomeno della calamita che i Greci chiamano Magnes  (acc. Magnēta) dalla sua patria-

Hunc homines lapidem mirantur (910): fa pendere da lei una catena di anelli (cfr. lo Ione di Platone).

Ora spiego scrive Lucrezio

Quo magis attentas auris animumque reposco (920).

Da tutte le cose emanano germi e fanno effetti diversi alle diverse creature che hanno pori e canali diversi i quali accolgono quello che gli si confà.

Dalla pietra escono innumerevoli semi (permulta semina, 1002) i quali scacciano con gli urti l’aria interposta tra la pietra e il ferro i cui elementi sono intrecciati molto fittamente. L’aria di fronte alla pietra si svuota e anche i semi del ferro si lanciano avanti, Allora l’anello entra in questo vuoto spinto dall’aria che gli sta dietro. L’aria infatti colpisce di continuo le cose.

Succede che il ferro rilutti con dei sobbalzi, ma poi la congiunzione avviene poiché i vuoti di un corpo si adattano ai pieni dell’altro –cava conveniunt plenis (1085)  ed è legge generale. Allora iunctura è optima.

 

Veniamo ai morbi

Ci sono semina rerum vitalia nobis e altri portatori di morbi e di morte (1094). Quando questi perturbano il cielo fit morbidus aer (1097), l’aria diventa infetta.

Del resto può essere che ci faccia male un’aria o acque cui non siamo abituati quia longe discrepitant res (1105)

Molto diverso è il clima dei Britanni da quello dell’Egitto e da quello delle razze nere i nigra saecla percocto colore (1109). Le malattie contagiano generatim (11013) secondo le razze.

In Egitto ci si ammala di elefantiasi (ispessimento cutaneo), nell’Attica i piedi si ammalano, tra gli Achei gli occhi

Ma una nuvola infetta porta infezione a tutti

La peste di Atene era già stata presentata da Tucidide nel II libro in maniera più descrittiva e oggettiva

Virgilio nella Georgica III (478 sgg.) racconta la peste del Norico con la morte degli animali morbo caeli, per infezione del cielo,, Ovidio nel segno del fantastico la peste di Egina (met. 7, 523-613), poi Seneca nell’Oedipus (52-101) sulla traccia dell’Edipo re di Sofocle, poi il Decameron di Bccaccio etc.

Giuseppe Ripamonti[1] De pesteMediolani  quella del1630, poi Manzoni, Camus.

La peste di Atene dunque venne dall’Egitto e seminò di cadaveri la terra di Cecrope.

Tutto il corpo si ammalava a partire dal capo

Atque animi interpres manabat lingua cruore (1149) la lingua stillava sangue

Oltre il male c’era l’angoscia anxius angor  e i lamenti mischiati col pianto  (1158-9) Questa iunctura denota anche la pena amorosa (3, 993). Tucidide la chiama megavlh talaipwriva (2, 49, 3) grende pena.

Poi un singultus frequens (1160) che contraeva i nervi e le membra.

Poi tutto il corpo pieno di ulcere simili a ustioni ulceribus quasi inustis (anche ulcus nel discorso sull’amore). Poi un ardore interno bruciava viscere e ossa. Si gettavano nei fiumi e nei pozzi per combattere l’arsura

Nec requies erat ulla malis defessa iacebant- (1177) corpora . Mussabat tacito medicina timore  (1178). Esitava. I malati erano terrorizzati. Alla fine un gelo saliva dalla pianta dei piedi, poi nari sottili, la punta del naso affilata, gli occhi infossati, le tempie scavate, la gelida pelle indurita, in ore iacens rictus  una fauce spalancata sovrapposta alla bocca.

Cfr. generazioni spietate dell’Edipo re: “E la città muore senza tenere più conto di questi/e generazione prive di pietà –nhleva-giacciono/ a terra portatrici di morte senza compassione ne progenie prive di pietà giacciono a terra portatrici di morte senza compassione (vv180-182 della Parodo).  Cfr. i volti dei mentecatti che fissano il telefonino.

Si pensi a rictus del v. 94 dell’Oedipus di Seneca , le fauci spalancate e insanguinate della Sfinge, dal volto che ringhia (ringor).

L'os è prima di tutto parola[2]. Potremmo dunque suggerire l'ipotesi che il volto, per i Romani, corrisponda alla bocca in quanto essa manifesta la capacità di parlareE' la parte parlante del viso che mette in ombra tutto il resto e si assume il compito di definire l'apparenza facciale di una persona. Questo valore specificamente parlante del volto umano si comprende ancora meglio se si fa un parallelo fra os e la parola che specificamente si usa in latino per indicare il muso o il becco degli animali: rostrum…una bocca "mangiante". Questa parola deriva infatti da rodo cioè rodere, il rostrum è la bocca in quanto rodit [3]. In altre parole, la bocca degli animali è direttamente ed esclusivamente un organo destinato a masticare cibo. L'animale è concepito come un essere bruto, mangiare è tutto ciò che sa fare: per cui la sua apparenza facciale corrisponde esclusivamente a un'identità mangiante[4]. Non è così nel caso degli uomini, in cui la bocca è destinata a designare il volto è la bocca dell'oratio e dell'orator : è una bocca in primo luogo parlante"[5].

Morivano all’ottavo o al nono giorno.

Gli uccelli non mangiavano quei cadaveri o se li assaggiavano, morivano.

Anche le altre bestie morivano. Cum primis fida canum vis (1222)

La gente non era più capace di reagire.

I più non visitavano i malati per paura della morte, ma poi quando si ammalavano gli incuranti, morivano a loro volta non curati.

Chi rimaneva vicino ai propri cari per pudor, incorreva nel contagio.

Optimus hoc leti genus ergo quisque subibat (1246)

Morivano dentro le mura ma anche in campagna pastor et armentarius, il guardiano di armenti,

et robustus item curvi moderator aratri (1253) dentro I modesti abituri.

Madri, padri e figli giacevano ammucchiati (come nell’incesto)

Cfr. Edipo re 179: w|n povli" ajnavriqmo" o[llutai, e la città muore senza tenere più conto di questi

Il contagio anzi secondo Lucrezio si diffuse dalla campagna nella città

Ex agris is maeror in urbem-

confluxit, languens quem contulit agricolarum

Copia conveniens ex omni morbida parte (1259-1261)

Morivano dappertutto, presso le fonti, nei templi

Non si teneva più in onore il culto divino né c’era il timore dei numi: praesens dolor exsuperabat (1277). I funebri riti erano sconvolti. Mettevano i morti sulle cataste erette per altri appiccandovi il fuoco e lottando tra loro

Cfr. Seneca: I lutti si accumulano sui lutti[6] e per i disgraziati, come per i delinquenti, cadono i valori forti della tradizione e della vita ordinata. Anche nella morte irrompe la confusione:"nullus est miseris pudor. /Non ossa tumuli sancta discreti tegunt;/arsisse sat est " ( Oedipus, v. 65-67), i disgraziati non hanno più alcun pudore. Non ci sono tombe distinte[7] a coprire le ossa sacre; basta averle bruciate.

Nella peste descritta da Lucrezio la disgrazia improvvisa e la miseria indussero a orribili cose  "multaque <res> subita et paupertas horrida suasit./ Namque suos consanguineos aliena rogorum-insuper exstructa ingenti clamore locabant "[8]. Infatti con alto clamore gettavano i cadaveri dei congiunti morti sulle cataste erette per i roghi degli altri. Quindi appiccano il fuoco “multo cum sanguine saepe-rixantes” (1285-1286) lottando in zuffe cruente

Nella peste di Egina descritta da Ovidio c'è lo stesso tipo di confusione per la medesima caduta di foedera:" Et iam reverentia nulla est,/deque rogis pugnant alienisque ignibus ardent" (Metamorfosi, VII, 609-610), non c'è più alcuna vergogna, lottano per i roghi, e ardono con i fuochi degli altri.

Tucidide racconta che molti si volsero a modi di sepoltura indecenti per mancanza di oggetti necessari, dato il gran numero di morti: infatti prevenendo quelli che avevano ammucchiato la pira, alcuni ci mettevano sopra i propri  morti, poi davano fuoco, altri gettavano sopra un cadavere che già ardeva, quello di un loro parente (II, 52)

Sopraffatti dalla violenza delle disgrazie,  gli uomini cadevano nell’incuria del santo e del divino ejς oligwrivan ejtravponto kai; iJerw̃n kai; oJsivwn oJmoivwς.

Giovanni Ghiselli

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oggi pomeriggio  (6 marzo), alle 18, 30), parlerò di Lucrezio nella biblioteca Scandellara.


[1] 1573-1643.

[2] Cfr. Ernout e Meillet, Dictionnaire étymologique cit., ad voces "os" e "oro".

[3] Ibid. , ad vocem "rodo"; André, Le vocabulaire latin cit., p. 36.

[4]Nei casi in cui rostrum, nel linguaggio comico, familiare o scherzoso, viene usato per indicare il volto dell'uomo, la caratteristica "mangiante" di questo tipo di "bocca" viene messa esplicitamente in evidenza: Plauto, Menaechmi, 89:"apud mensam plenam homini rostrum deliges", legagli il grugno ad una mensa piena (se vuoi conservarti un servo fedele). 

[5] M. Bettini, e orecchie di Hermes, p. 318,

[6] "Tanto nella commedia quanto nella tragedia assistiamo a una distruzione di forme e di persone; dobbiamo meditare su Shylock e Lear, le cui energie negative possono trovare appagamento solo nell'auto-annichilimento". H.Bloom, La saggezza dei libri, p. 139.

[7] Ancora la confusione.

[8] De rerum natura, VI, 1282-1284.

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