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Medea

di Giovanni Ghiselli

La Medea di Euripide,  fu rappresentata per la prima volta ad Atene nel 431 a. C.

Faremo qualche cenno a quella di Seneca e a quella di Christa Wolf. Ricorderemo anche il film Medea del caro Pier Paolo Pasolini.

Risaliremo all’antefatto del dramma utilizzando Argonautiche di Apollonio Rodio.

La traduzione delle parole greche è mia.

La Medea di Euripide dunque è, come sostiene B. Snell: “ una donna non comune, di sinistra potenza, e di fronte ad essa il saggio e benpensante Giasone non è che un miserabile. Questa raffigurazione che Euripide ci dà dell'eroe del mito greco e della maga barbara, distribuendo luci ed ombre proprio all'opposto di come accadeva nella veneranda tradizione, ci permette di capire perché Aristofane rimproverasse al poeta di aver gettato nel fango le nobili figure del mito. Ma Euripide non lo fa per l'infame piacere di demolire ogni grandezza, al contrario (e qui Nietzsche ha visto più a fondo di Aristofane e di Schlegel) lo fa con un'intenzione morale: le credenze antiche vengono smascherate e demolite, ma per far posto a un senso di giustizia più vero e per porre un fondamento a questo nuovo dovere. E chi potrà sottrarsi all'impressione che questa Medea non abbia davvero la ragione dalla sua, di fronte a questo Giasone?"[1].

Già Epitteto apprezzava la potenza di Medea: “Egli, personalmente, odiava le vie di mezzo. Medea, nella sua efferatezza, gli riusciva più simpatica che non i tiepidi, che non fanno nulla ex abundantia cordis[2].

Certo, Medea è famigerata per avere ucciso le proprie creature. Lo ha fatto per colpire Giasone, l’uomo che l’ha usata, colonizzata e abbandonata, il padre di quei bambini. Ha voluto annientarlo infliggendogli un colpo nell’unico punto debole che il pragmatico traditore le ha lasciato incautamente scorgere. Partiamo da questo punto cruciale, risolutivo. Infatti si trova negli ultimi versi. Poi torneremo indietro.

Nel dialogo conclusivo tra i due ex amanti, Giasone maledice Medea che gli ha ucciso i figli carissimi (tevkna fivltata, v. 1397), sostiene . Medea ribatte che solo a lei, alla madre erano cari, non a lui. Giasone replica: “Per questo li hai ammazzati?”. E la donna: “Per infliggere pene a te” (v.1399).

Altri versi chiave, sono quelli con i quali la donna afferma la coscienza della propria natura . Ella ha piena intelligenza di se stessa e  individua nel proprio animo  un conflitto tra la passione furente e i ragionamenti, quindi comprende che l'emotività, sebbene sia causa dei massimi mali per gli uomini, è più forte dei suoi propositi:" Kai; manqavnw me;n oi\\\a dra'n mevllw kakav,-qumo;" de; kreivsswn tw'n ejmw'n bouleumavtwn,-o{sper megivstwn ai[tio" kakw'n brotoi'""( vv. 1078-1080), capisco quale abominio sto per compiere, ma più forte dei miei ragionamenti è la passione, che è causa dei mali più grandi per i mortali,  dice a se stessa la furente nel quinto episodio dopo avere preso la decisione folle di uccidere i figli. Euripide ha capito molto per tempo che i ragionamenti il più delle volte non sono che sentimenti travestiti.

 Posso fornire alcuni passi che contengono il riuso di questa affermazione

 :"Nelle lunghe ore che egli passò là, inerte, ragionò anche una volta sui motivi che l'avevano indotto a lasciare Annetta, ma come sempre il suo ragionamento non era altro che il suo sentimento travestito"[3].

Nel romanzo  di Musil leggiamo:"Tutto ciò che si pensa è simpatia o antipatia, si disse Ulrich"[4]. Luogo simile si trova anche in La noia  di Moravia:"Ma tutte le nostre riflessioni, anche le più razionali, sono originate da un dato oscuro del sentimento"[5]

 Ebbene Medea non vuole travestire i suoi sentimenti. Sa che questi hanno una forza superiore. Un ottimo scrittore ungherese ribadisce questa coscienza :“ Sa che cosa ha fatto? Ha cercato di cancellare il sentimento con la ragione. Come se qualcuno, con i più svariati artifici, tentasse di convincere un pezzo di dinamite a non esplodere[6]. Buoni o cattivi che siano, i sentimenti non si possono soffocare:"Di nient'altro viviamo se non dei nostri sentimenti, poveri o belli o splendidi che siano, e ognuno di essi a cui facciamo torto è una stella che noi spengiamo"[7].

Piuttosto emotiva che razionale è anche la Medea, pur innocente, di Christa Wolf:"era, come potrei dire, troppo femmina, cosa che ne coloriva anche il pensiero. Lei pensava, ma perché ne parlo al passato, lei ritiene che le idee si siano sviluppate dai sensi e che non dovrebbero perdere quel legame. Antiquata naturalmente, superata"[8].

 

Possiamo però indirizzarli, come fa l’auriga della biga alata del Fedro di Platone.

Alla fine dell’Orestea di Eschilo,  le Erinni diventano Eumenidi: “ Dopo l’intervento razionale di Atena, le Erinni-forze scatenate, arcaiche, istintive, della natura-sopravvivono: e sono dee, sono immortali. Non si possono eliminare, non si possono uccidere. Si devono trasformare, lasciando intatta la loro sostanziale irrazionalità: mutarle cioè da “Maledizioni” in “Benedizioni”. I marxisti italiani non si sono posti, ripeto, questo problema[9].

Euripide viene considerato da alcuni il filosofo della scena, il poortavoce della sofistica, "il poeta dell'illuminismo greco"[10]. Nietzsche, sulla scia di Aristofane e di A. W. Schlegel,  lo denuncia quale complice di Socrate nell’annientare la grandezza eroica, il mito, il dionisiaco e l’apollineo: “ Se abbiamo dunque riconosciuto che Euripide non riuscì in genere a fondare il dramma soltanto sull’apollineo, che anzi la sua tendenza antidionisiaca si sviò in una tendenza naturalistica e non artistica, potremo ormai avvicinarci all’essenza del socratismo estetico, la cui legge suprema suona a un dipresso: “Tutto deve essere razionale per essere bello”, come proposizione parallela al socratico: “solo chi sa è virtuoso”….Per conseguenza Euripide può essere da noi considerato come il poeta del socratismo estetico. Ma Socrate era quel secondo spettatore che non capiva la tragedia antica e perciò non l’apprezzava; in lega con lui Euripide osò essere l’araldo di una nuova creazione artistica. Se a causa di essa la tragedia antica perì, il principio micidiale fu dunque il socratismo estetico; in quanto peraltro la lotta era rivolta contro il dionisiaco dell’arte antica, riconosciamo in Socrate l’avversario di Dioniso… e, sebbene destinato a essere dilaniato dalle Menadi del tribunale ateniese, costringe alla fuga lo stesso potentissimo dio.”[11]

 Dodds viceversa considera Euripide addirittura “il principale rappresentante dell’irrazionalismo del V secolo   : “Euripides remains for us the chief representative of fifth-century irrationalism; and herein, quite apart from his greatness as a dramatist, lies his importance for the history of Greek thought [12],  e in questo, del tutto a parte dalla sua grandezza come drammaturgo, sta la sua importanza per il pensiero greco. Indubbiamente questa posizione può essere sostenuta citando passi della Medea, delle Baccanti e dell’Ippolito.

 In questa tragedia[13] Fedra, la matrigna  innamorata del figliastro, è  dilaniata da un conflitto interno che  le suggerisce tale considerazione: " il bene lo conosciamo e riconosciamo,/ma non lo costruiamo nella fatica (oujk ejkponou'men), alcuni per infingardaggine,/alcuni anteponendogli qualche altro piacere./ E sono molti i piaceri della vita:/lunghe conversazioni, l'ozio , diletto cattivo, e l'irrisolutezza"(vv. 380-385). E’ esattamente l’opposto di quanto sostiene il Socrate di Platone. “Ciò che rende caratteristici gli eroi euripidei è la tensione tra gli estremi della ragione e quelli dell’emozione. Se il razionalismo di Socrate, e poi di Platone, affermavano che il male ha la sua radice nell’ignoranza, dato che chi conosce ciò che sia bene non può fare altro che ricercarlo, per gli eroi euripidei vale invece ciò che ha scritto Tucidide (III, 45): “è impossibile che la natura umana, quando si slancia con avidità su qualche progetto (th'~ ajnqrwpeiva~ fuvsew~ oJrmwmevnh~ proquvmw~ ti pra'xai), trovi un freno nella forza delle leggi (novmwn ijscuvi) o in qualche altra minaccia”[14].

Pasolini ha visto  nella Medea un contrasto tra due caratteri e due civiltà. In una intervista a J. Duflot, il regista dichiara che nel suo film ha voluto mettere in evidenza il contrasto tra la cultura razionale e pragmatica di Giasone e quella arcaica e ieratica della barbara:" Ho riprodotto in Medea  tutti i temi dei film precedenti (...) Quanto alla pièce  di Euripide, mi sono semplicemente limitato a qualche citazione (...) Medea è il confronto dell'universo arcaico, ieratico, clericale, con il mondo di Giasone, mondo invece razionale e pragmatico. Giasone è l'eroe attuale (la mens  momentanea) che non solo ha perso il senso metafisico, ma neppure si pone ancora questioni del genere. E' il "tecnico" abulico, la cui ricerca è esclusivamente intenta al successo (...) Confrontato all'altra civiltà, alla razza dello "spirito", fa scattare una tragedia spaventosa. L'intero dramma poggia su questa reciproca contrapposizione di due "culture", sull'irriducibilità reciproca delle due civiltà (...) potrebbe essere benissimo la storia di un popolo del Terzo Mondo, di un popolo africano, ad esempio[15]".

Questo pragmatismo è messo in luce chiaramente da Euripide quando Giasone dichiara di avere voluto cambiare donna, prendendo la principessa di Corinto, non perché odiasse la madre dei suoi figli, o perché ne volesse altri, ma per la cosa più importante: vivere bene, lui con la famiglia (o le famiglie) e senza restrizioni (ajll j wJ", to; men; mevgiston, oijkoi''men kalw'"-kai; mh; spanizoivmeqa" (vv. 559-560) sapendo con certezza che il povero tutti lo sfuggono, anche se amico. Egli insomma "dra'/ ta; sumforwvtata " (v. 876) fa quello che è più utile, come riconosce la donna abbandonata, quando finge di sottomettersi, beffeggiandolo.

Giasone non cambia donna per il fatto di averne trovata una più buona o più bella, in quanto egli non è capace di giudicare eticamente o “esteticamente, cioè disinteressatamente”[16].   

Medea ammazza i figli, ma tra i due amanti-antagonisti il personaggio odioso  è senz'altro Giasone.

Ma torniamo all’inizio, anzi all’antefatto della tragedia. Medea, principessa della Colchide, figlia del re Eeta, nipote del Sole e di Circe, maga e allieva di Ecate, ha aiutato Giasone a impadronirsi del vello d’oro, impresa che sarebbe stata irrealizzabile dal figlio di Esone senza l’aiuto della ragazza innamorata. Dopo la conquista del prezioso manto i due fuggono. Inseguiti dai Colchi guidati dal fratello di Medea, Apsirto[17], lo uccidono, lo fanno a pezzi  e ne spargono il corpo nel mare per ritardare l’inseguimento. Dopo varie vicissitudini raccontate da Apollonio Rodio nelle Argonautiche, arrivano in Tessaglia da dove la spedizione era partita “quando Giason  dal Pelio/ spinse nel mar gli abeti”[18].

Qui il perfido Pelia, l’usurpatore zio di Giasone, non sta ai patti e non gli consegna il regno che gli aveva promesso e gli spettava. Allora le ragazze figlie del re vengono convinte da Medea a cuocere il padre in una caldaia per ringiovanirlo. Il vecchio invece, naturalmente, ci lascia la pelle. Soltanto Alcesti, che nel catalogo delle navi e degli eroi dell’Iliade è ricordata come madre di Eumelo, e come la più bella delle figlie di Pelia (II, 715) ed è la protagonista eponima di un’altra cara tragedia[19] di Euripide, non cadde nel tranello e non partecipò al misfatto.

Ovidio racconta la storia dello scempio nelle Metamorfosi (VII, vv. 297-363).

Dopo questo nuovo delitto, i due amanti devono fuggire un’altra volta e si rifugiano a Corinto dove Giasone conosce la figlia del re, Creonte, e da seduttore incallito qual è, la fa innamorare, e, da pragmatico, vuole sposarla per migliorare la propria posizione socio economica e quella dei figli che Medea nel frattempo gli ha dato. La donna abbandonata, come già Ipsipile dallo stesso Giasone nel viaggio di andata a Lemno, o Arianna piantata in asso da Teseo a Dia[20], si riempie di disperazione.

 

A questo punto inizia la tragedia di Euripide. (Prologo, vv. 1-130)

 

La nutrice della donna abbandonata esecra la nave Argo con i suoi “nobili eroi” che hanno rapito Medea.

Sulla maledizione di Argo e del navigare in generale insisterà la Medea di Seneca che considera l’invenzione delle navi quale portatrice di caos per il fatto che ha creato confusione mettendo a contatto popoli che dovevano restare separati. Gli Argonauti hanno fatto una brutta fine. Vediamo alcune parole del terzo coro :"Quisquis audacis tetigit carinae/nobiles remos nemorisque sacri/Pelion densa spoliavit umbra,/ quisquis intravit scopulos vagantes/et tot emensus pelagi labores/barbara funem religavit ora/raptor externi rediturus auri,/exitu diro temerata ponti/iura piavit./Exigit poenas mare provocatum " ( Medea, vv. 607-616), tutti quelli che toccarono i remi famosi della nave audace, e spogliarono il Pelio dell'ombra densa della foresta sacra[21]; chiunque passò tra gli scogli vaganti e, attraversati tanti travagli del mare, gettò l'ancora su una barbara spiaggia, per tornare impossessatosi dell'oro straniero, con morte orribile espiò le violate leggi del mare. Fa pagare il fio il mare provocato.

Alla fine del coro, i Corinzi chiedono agli dèi di graziare Giasone, di risparmiargli l’exitus dirus, (cfr. v. 614), la morte orribile degli altri Argonauti, dato  che egli è partito iussus: “Iam satis, divi, mare vindicastis:/parcite iusso” ( Medea, v. 668- 669).

Seneca è più innocentista di Euripide nei confronti di Giasone, e più colpevolista nei confronti di Medea che nella tragedia latina incarna il furor. “ Il risultato del caos cosmico provocato dalla prima nave è Medea, emblema del caos etico ", sostiene Biondi[22].

Ma torniamo alla nutrice Euripidea. La donna racconta che Medea è fallita nell’amore e non si è ambientata tra i Greci nonostante abbia cercato di piacere (ajndavnousa, v. 11) a Giasone e ai Corinzi. Ora la fantastica donna oltraggiata[23] (hjtimasmevnh, v. 20) è infuriata e odia i figli (stugei' paivda~, v. 36). Ella è deinhv (v. 44), tremenda e certamente prepara qualche cosa di terribile. Ma pure nella sua furia, sotto il colpo della sciagura, ha compreso quale bene significhi non essere privi della patria terra.

 Arriva quindi il pedagogo portando la brutta notizia che il re Creonte, nuovo suocero di Giasone, ha deciso di cacciare Medea e i figli dalla terra corinzia. Il vecchio aio lamenta pure il generale egoismo dovuto al lucro (kevrdou~ cavrin, v.87 ) e la generale inimicizia vigente tra gli uomini (v. 86).

Intanto cominciano a sentirsi le urla di Medea dall’interno. Sono grida di maledizione contro se stessa, contro Giasone e i loro figli: “:o maledetti-figli (w\ katavratoi pai'de~ stugera'~ matrov~) di madre odiosa, possiate morire-con il padre, e tutta la casa vada in malora” (vv. 112-114). La nutrice commenta con queste parole: “, Terribili sono le volontà dei potenti (deina; turavnnwn lhvmata) poiché di rado- come che sia, sottostanno,  spesso spadroneggiano,- e difficilmente elaborano le ire (calepw'~ ojrga;~ metabavllousin )v. 119- 121.

Nella Parodo (vv. 131-212) c’è uno scambio di lamenti fra il Coro, la nutrice, e Medea ancora chiusa nelle sue stanze da dove giungono le sue grida. La donna della Colchide maledice ancora Giasone (to; katavroton) il maledetto traditore che aveva giurato, e che l’aveva spinta ad ammazzare il fratello. Le donne corinzie del coro le manifestano solidarietà. La nutrice ha già notato gli sguardi furibondi e feroci della donna: “Certo è che ella lancia sui servi sguardi bestiali-di leonessa appena sgravata” (vv. 186-187). “Bipede leonessa” era Clitennestra nell’Orestea di Eschilo[24].

La nutrice poi dice alcune parole che possono costituire la poetica di Euripide: la poesia dovrebbe alleviare le angosce degli uomini, non allietare i banchetti, già allegri per conto loro: “ Questo sì sarebbe un guadagno (kevrdo~[25]): guarire-con le melodie i mortali; ma dove ci sono lauti banchetti-imbanditi, perché elevano invano la voce?- Infatti l'abbondanza che c'è della mensa-contiene gioia da sé per i mortali” (vv. 199- 203).

Funzione terapeutica della poesia dunque.

Questa  polemica può applicarsi a quanto afferma Telemaco nel primo canto dell'Odissea:  il cantore deve dilettare ("tevrpein", v. 347)  gli uomini che già godono (v. 369) del banchetto, ed essi apprezzano maggiormente il canto che suoni più nuovo a chi ascolta (vv. 351-352).

 

All’inizio del primo episodio (vv. 214-409) entra in scena Medea con una tirata di femminismo antico. Si rivolge alle donne di Corinto (v. 214) che la ascoltano e la comprendono. La donna abbandonata lamenta l’ingiustizia subita e quella generale: “divkh ga;r ouj e[nest j ejn ojfqalmoi'~ brotw'n” (v. 219). Lei si sente finita poiché aveva puntato tutto sul marito che si è rivelato kavkisto~ ajndrw'n (v. 229), il peggiore degli uomini. Ma è la condizione generale della donna, soprattutto se straniera, a essere infelice. Le femmine umane prima di tutto con una grossa dote devono comprarsi lo sposo, un padrone del corpo per giunta (povsin privasqai, despovthn te swvmato~, v. 233). Poi non è detto che quel padrone sia buono. Il matrimonio è ajgw;n mevgisto~ (v. 235), la gara massima.

Se va male, è una tragedia: infatti non danno buona fama le separazioni alle donne (ouj ga;r eujkleei'~ ajpallagai;-gunaixivn), e non è possibile ripudiare lo sposo (vv. 236-237).

Questo già per le Greche. L’ immigrata poi ha il problema aggiunto di comprendere nuove usanze e si trova del tutto isolata da ogni altra relazione sociale: se il matrimonio non funziona, il marito esce e si cerca altre compagnie, mentre lei rimane in casa da sola a disperarsi. I maschi replicano che loro fanno la guerra, ma, controbatte Medea, io  preferirei stare tre volte accanto a uno scudo che partorire una volta sola (ma'llon h] tekei'n a{pax  v. 250- 251). Ma lei non subirà l’oltraggio senza reagire e la farà pagare a Giasone, al suo suocero e alla sua fidanzata.

“La donna infatti per il resto è piena di paura- sostiene-e vile davanti a un atto di forza e a guardare un'arma;-ma quando venga offesa nel letto,-non c'è non c'è altro cuore più sanguinario. ( o[tan d j ej~ eujnh;n hjdikhmevnh kurh'/-ouj e[stin a[llh frhvn miaifonwtevra)vv. 263- 266).

 

Il letto

 Nelle tragedie di Euripide, particolarmente in questa e nell'Alcesti, il letto è il locus sacer della casa. "Nella casa di Alcesti e di Admeto, come nel loro dramma, è il letto il mobile più importante"[26].

Nell'Alcesti la sposa che muore per salvare il marito si commuove soprattutto davanti al letto : "Poi, gettatasi nel talamo (qavlamon) e sul letto (levco")/ qui scoppiò a piangere e disse così:/o letto (levktron) dove io ebbi sciolta la verginità/da quest'uomo per il quale muoio/addio: infatti non ti odio, poiché tu hai mandato in rovina me/sola: io muoio non volendo tradire te e/lo sposo. Un' altra donna ti possederà,/più casta no, più fortunata forse"(vv.175-182)[27].

 Alcesti procede gettandosi sopra il letto e baciandolo (kunei' de; prospivtnousa , pa'n de; devmnion, v. 183.) Un gesto ripetuto da Didone morente (os impressa toro, Eneide , IV, 659, imprimendo le labbra sul letto). Sicché il bacio al letto, anzi al letto della propria morte per amore, è un topos gestuale.

Anche tra gli dèi dell'Olimpo il levktron è un mobile assai importante: infatti nell'Eracle di Euripide, l'eroe dorico critica i numi in generale, ed Era in particolare la quale, gunaiko;" ou{neka-levktrwn, per i letti di una donna, ossia di Alcmena, ha mandato in rovina i benefattori della Grecia che non erano in nessun modo colpevoli (vv. 1308-1310). “Chi potrebbe pregare una dea del genere dunque?”

 

Torniamo a Medea. Arriva Creonte che ordina alla donna di andare in esilio con i figli. Alla richiesta di una spiegazione, il re di Corinto risponde devdoikav s j (282),  ho paura di te. Teme Medea per sé e per la figlia in quanto  ritiene la straniera sofhv kai; kakw'n pollw'n i[dri~ (v. 285), sapiente ed esperta di molti malefici, e pronta a metterli in atto siccome privata del letto dell'uomo levktwn ajndro;~ ejsterhmevnh (v. 286).

Di nuovo il letto, poi la paura della donna che suggerisce diverse espressioni letterarie e no agli uomini.

Catone proclama la necessità della sottomissione della femina  al fine di tenere sotto controllo una natura altrimenti riottosa e sfrenata .

Così si esprime il Censore quando parla, nel 195 a. C., contro l'abrogazione della lex Oppia  che, dal 215, imponeva un limite al lusso delle matrone[28] le quali erano scese in piazza proprio per manifestare a favore dell'annullamento della legge:" Maiores nostri nullam, ne privatam quidem rem agere feminas sine tutore auctore voluerunt, in manu esse parentium, fratrum, virorum...date frenos impotenti naturae et indomito animali et sperate ipsas modum licentiae facturas...omnium rerum libertatem, immo licentiam , si vere dicere volumus, desiderant… Extemplo simul pares esse coeperint, superiores erunt "[29],  ( Livio, Storie, XXXIV, 2, 11-14; 3, 2) i nostri antenati non vollero che le donne trattassero alcun affare, nemmeno privato senza un tutore garante, e che stessero sotto il controllo dei padri, dei fratelli, dei mariti...allentate il freno a una natura così intemperante, a una creatura riottosa e sperate pure che si daranno da sole un limite alla licenza...desiderano la libertà, anzi, se vogliamo chiamarla  con il giusto nome, la licenza in tutti i campi…. appena cominceranno a esserci pari, saranno superiori.

 “le carte vanno prima truccate, l'uomo deve ricevere un vantaggio"[30]. Come in una corsa a handicap dove l'handicappato è l'uomo. Lo afferma apertamente Marziale[31] nella clausula di un suo epigramma:" Inferior matrona suo sit, Prisce, marito:/non aliter fiunt femina virque pares " (VIII, 12, 3-4), la moglie, Prisco, stia sotto il marito: non altrimenti l'uomo e la donna diventano pari.

Sentiamo una ripresa dostoevskijana di questo topos: “Ma non è forse vero che voi,” lo interruppe di nuovo Raskolnikov, con una voce tremante d’ira in cui si sentiva il gusto di offendere, “non è forse vero che alla vostra fidanzata…proprio nel momento in cui ricevevate il suo consenso…voi avete detto che più di tutto eravate lieto che fosse povera…perché è più vantaggioso togliere la moglie dalla miseria in cui vive, per poi poterla dominare…e poterle rinfacciare d’averla beneficata?”[32]..

 

Medea ribatte dicendo che la sua fama di sapiente le ha procurato solo invidia; del resto, aggiunge, eimi; d j oujk a[gan sofhv (v. 305), non sono troppo sapiente. Quindi supplica Creonte di non cacciarla poiché non ha cattive intenzioni. Ma il re di Corinto continua ad avere paura, anzi terrore (ojrrwdiva, v. 317). Creonte vacilla e intanto impreca contro l’amore chè è un kako;n mega (v. 330), un male grande per i mortali.

 

La fobia dell'amore e del sesso.

 Le Argonautiche, che descrivono la fase iniziale dell'amore di Medea per Giasone, sono piene di anatemi di Eros: il dio quando arriva, mandato dalla madre Afrodite, per costringere Medea ad amare e aiutare Giasone, è invisibile, sconvolgente (tetrhcwv~, Argonautiche, 3, 276), come l’assillo (oi\stro~) che si scaglia sulle giovani vacche[33]. Rapidamente questo dio del dolor prese una freccia dolorosa: “poluvstonon ejxevlet j ijovn” (v. 279). La freccia ardeva profonda nel cuore della ragazza, come una fiamma (flogi; ei[kelon, v. 287), ed ella consumava l’anima in una dolce afflizione: “glukerh'/ de; kateivbeto qumo;n ajnivh/” (v. 290). Quindi ardeva in segreto Eros funesto: “ai[qeto lavqrh/ ou\lo~   [Erw~ ” (vv. 296-297).

Come Giasone appare splendidissimo al desiderio di Medea, il giovane prestante  viene paragonato a Sirio che si leva alto sopra l'Oceano, bello e splendente però reca sciagure infinite alle greggi: così il figlio di Esone portava il travaglio di un amore angoscioso (Argonautiche, 3, vv. 957-961).

L'infelicità è connessa all'amore prima ancora che questo si realizzi: quando la ragazza si avvia incontro a Giasone, che è stato salvato da lei e le ha promesso le nozze, la Luna la osserva e, con parole ambigue tra la simpatia e il dispetto, le dice: il dio del dolore ("daivmwn  ajlginovei"", 4, v. 64) ti ha dato il penoso Giasone per la tua sofferenza. Va' allora e preparati in ogni modo a sopportare, per  quanto sapiente tu sia, il dolore luttuoso.

Questo presunto amore di Medea e Giasone non dona gioia ai due amanti, anzi produce orrori: dopo che i due scellerati hanno concordato l’assassinio del fratello di lei, lo stesso autore del poema rivolge un'apostrofe ad Eros quale latore di infiniti dolori: “ Eros atroce, grande sciagura, grande abominio per gli uomini ("Scevtli j [Erw", mevga ph'ma, mevga stuvgo" ajnqrwvpoisin") da te provengono maledette contese e gemiti e travagli, e dolori infiniti si agitano per giunta. Ármati contro i figli dei miei nemici, demone, quale gettasti l'accecamento odioso nell'animo di Medea (oi|o" Mhdeivh/ stugerh;n fresi;n e{mbale" a[thn)", Argonautiche, 4, vv. 445- 449).

L'amore sembra legato alla pena da un vincolo di necessità. Si ricorderà che anche Virgilio apostrofa l’amore come un dio malvagio  : “Improbe Amor, quid non mortalia pectora cogis!” (Eneide, IV, 412).

 

Torniamo alla tragedia di Euripide. Alla fine Medea chiede un sol giorno (mivanhJmevran, v. 340) e Creonte glielo concede perché, dice, la mia natura non è tirannica e provo pietà, anche con mio discapito. Il potere infatti non è compatibile con la pietà.

Quindi concede un giorno. Rimasta sola, Medea esulta. Ella non avrebbe mai blandito uno sciocco del genere se non per il proprio vantaggio (eij mh; ti kerdaivnousan, v. 369). E’ entrata nel campo del pragmatico Giasone, quello del kevrdo~ ed è più brava dei suoi nemici.

Una Medea che ricusa il criterio unico e assoluto dell'utile, siccome conosce  la generosità, è quella di Christa Wolf[34]. Si vede bene dal monologo[35] di Acamante, l'astronomo di corte del re di Corinto. "Giacché tutto dipende da che cosa si vuole davvero e da che cosa si considera utile, dunque buono e giusto. Questa frase Medea non la contestò del tutto, respinse solo quell'importante e centrale "dunque". Ciò che era utile non doveva necessariamente essere buono. Dèi! Come ha tormentato me e soprattutto se stessa con quella parolina "buono"! Si affannava a spiegarmi quel che, a quanto pare, intendevano con buono in Colchide. Buono era ciò che favoriva il dispiegamento di tutto l'esistente. Dunque la fertilità, dissi. Anche, disse Medea, e cominciò a parlare di certe forze che legavano noi umani a tutti gli altri esseri viventi e che dovevano fluire liberamente perché la vita non ristagnasse"[36].

 

 

 Ma questa di Euripide è un’altra persona. Se non annienterà i suoi nemici, verrà derisa. Questo è il terrore dell’eroe tragico: di Aiace e anche di Antigone che si uccidono.

 Ma Ecate sarà la  collaboratrice Di Medea .

Ecate

Nelle Argonautiche di Apollonio Rodio, Argo, figlio di Calciope, la donna “dalla faccia di bronzo”, sorella di Medea, propone ai compagni di cercare l'aiuto di sua zia, una ragazza che la dea Ecate[37] ha particolarmente istruito a preparare farmaci, quanti ne produce la terra e il mare copioso. Con questi, ella mitiga la vampa del fuoco instancabile, e ferma in un attimo i fiumi che scorrono strepitosamente e inceppa gli astri e le sacre vie della luna (III, 528-533). Medea, secondo Apollonio, era sacerdotessa di Ecate e tutto il giorno si prendeva cura del suo tempio (vv. 250-251).

Ecate compare anche nel Macbeth: si rivolge alle streghe rimproverandole di non averla consultata, dato il suo ruolo:"And I, the mistress of your charms,/the close contriver of all harms,/was never called to bear my part,/or show the glory of our art?" (III, 5), e io, la signora dei vostri incantesimi, la segreta progettatrice di tutti i mali, non sono mai stata chiamata a fare la mia parte, o a mostrare la gloria dell'arte nostra?.

  Ecate, come le Erinni, appartiene “a quella “mitologia inferiore”, che raramente penetra in Omero; essa vorrebbe conoscere molte cose che stanno fra cielo e terra, di cui l’epos aristocratico non ha notizia alcuna”[38].

Il primo episodio si chiude con una sentenza antifemminista di Medea: “Poi lo sai: oltretutto noi donne siamo- per natura assolutamente incapaci di nobili imprese, -ma le artefici più sapienti di tutti i mali. ( kakw'n de; pavntwn tevktone~ sofwvtatai vv. 407- 409.

 

Il primo stasimo (v. 410-445) lamenta la malafede, in particolare quella degli uomini. E’ un grido di rivolta contro la malevola considerazione delle donne diffusa dai poeti: “le Muse degli antichi poeti smetteranno-di celebrare la mia infedeltà (vv. 421-422).

Già Omero nell'XI dell'Odissea  aveva fatto dire  ad Agamennone, finito nell'Ade dopo essere stato trucidato dalla moglie:" oujk aijnovteron kai; kuvnteron a[llo gunaikov~”, non c’è niente di più atroce e cane di una donna (v. 427). L’Atride racconta come venne massacrato con i compagni: come si uccide un bue alla greppia (v. 411). Quindi consiglia a Odisseo di approdare di nascosto: Penelope è saggia, ma non si sa mai: “  ejpei; oujkevti pista; gunaixivn" (v. 456),  poiché non c'è più credibilità riguardo alle donne. La maldicenza letteraria, nata dalla malevolenza,  nei confronti di questo "popolo nemico"[39], diviene sistematica con Esiodo che  nelle Opere   afferma : chi si fida di una donna, si fida dei ladri (v. 375). Di lì  procede fino ai giorni nostri.

Ma, obietta il coro della Medea, se Apollo avesse concesso anche a noi il dono della poesia, avrei intonato un inno di risposta alla razza dei maschi (vv. 426-427). Il canto si chiude con la desolata constatazione che il rispetto dei giuramenti (o[rkwn cavri~) , e il pudore (aijdwv~, v. 439) sono spariti dall’Ellade.

 

L’ingresso di Giasone apre il secondo episodio (vv. 446-626). Il perfido seduttore sgrida Medea per i suoi capricci, senza prendersela troppo per le maledizioni che riceve. Medea lo aggredisce subito, apostrofandolo con un: “w\ pagkavkiste” (v. 465), O scelleratissimo! Poi procede con e[cqisto~ (v. 467), odiosissimo, e altri impropèri. Inoltre gli rinfaccia tutti gli aiuti che gli ha dato, contro i tori, contro il drago, contro i propri familiari, in primis il proprio padre Eeta.

Eppure la o[rkwn pivsti~, la fede dei suoi giuramenti è sparita (frouvdh, v. 492). Dovrebbe vergognarsi di abbandonare nella desolazione lei e i loro figlioli.

La Corifea commenta che deinhv ti~ ojrghv, (520)  un’ira tremenda interviene quando una cattiva e[ri~ si insinua tra amanti.

 

La cattiva competizione tra amanti

 In Anna Karenina, nell'amore di Anna e Vronskij a un certo punto entra la cattiva Eris, ossia lo spirito della lotta distruttiva dovuta al fatto che l'uomo si allarma per la propria autonomia minacciata dall'amante; ella a sua volta:" sentì che, a fianco dell'amore che li univa, fra loro si era insediato un certo malvagio spirito di dissidio e che lei non poteva scacciarlo dal cuore di lui, né, ancor meno, dal proprio"[40]. Perfino le espressioni di approvazione diventano sospette e allarmanti quando l'amore, in uno solo dei due, è in fase calante:" C'era qualcosa di offensivo nel fatto che egli avesse detto ‘Questo sì che va bene’, come si dice ai bambini quando smettono di fare i capricci; e ancor più offensivo era quel contrasto fra il tono di colpa che aveva lei e quello sicuro di sé di lui: e per un istante Anna sentì sollevarsi dentro di sé il desiderio di lotta; ma, fatto uno sforzo su se stessa, lo soffocò e accolse Vrònskij con la stessa allegria di prima" (p. 746). Tuttavia la dissimulazione non regge:" anche sapendo che si rovinava, non poté non fargli vedere quanto lui avesse torto, non poteva sottomettersi" (p. 747).   

 

Giasone risponde in maniera impudente. L’aiuto lui lo ha ricevuto solo da Cipride che ha inviato Eros con le frecce. Comunque Medea ci ha guadagnato dalla vicenda poiché ora, grazie a lui, vive nell’Ellade. Poi è diventata famosa per la sua sapienza. Del resto anche io sono sofov~ (548), sostiene, sono  stato abile a fidanzarmi con la figlia del re, e questo ridonderà a vantaggio dei nostri figli e anche tuo.  Il povero, ciascuno lo sfugge: non lo vuole tra i piedi neppure l'amico (v. 561). E tu te la prendi per uno sgarbo sessuale!

Le ultime parole sono assai dure e menzionano ancora una volta il letto: “Ma a tanto giungete, che, quando vi va dritta-nell'alcova (ojrqoumenvh~[41]-eujnh`~), voi donne pensate di avere tutto,-se invece capita qualche congiuntura nel letto,-anche i rapporti migliori e più belli rendete- atti di guerra feroce. Bisognerebbe in effetti che gli uomini da qualche altro luogo-generassero i figli e che la razza delle femmine non esistesse:- e così non esisterebbe nessun male per gli uomini.  (vv. 569-575).

 

E’ la fantasia contro natura di generare figli senza le donne. Parole simili dice Ippolito. Poi altri personaggi della letteratura: Rodomonte scartato da Doralice nell’Orlando Furioso, Postumo che si crede tradito da Imogene nel Cimbelino di Shakespeare, Adamo nel Paradiso perduto di Milton, puritano d’incrollabile fede.

 

Medea, come Antigone, rivendica la propria diversità dai mortali (eijmi diavforo~ brotw'n, v. 579).

Quindi dà del sofista a Giasone che parla in maniera ingannevole.

La lingua e le azioni

Nel Filottete di Sofocle Odisseo, la consumata volpe, chiarisce al giovane Neottolemo il percorso che l'ha portato a prediligere la glw'ssa rispetto agli e[rga, le azioni:" ejsqlou' patro;" pai', kaujto;" w]n nevo" pote;- glw'ssan me;n ajrgo;n, cei'ra d j ei\con ejrgavtin:-nu'n d j eij" e[legcon ejxiw;n oJrw' brotoi'"-th;n glw'ssan, oujci; ta[rga, panq j hJgoumevnhn" (vv. 96-99), figlio di nobile padre, anche io da giovane un tempo, avevo la lingua incapace di agire, la mano invece operosa; ora però, giunto alla prova, vedo che per gli uomini la lingua ha la supremazia su tutto, non le azioni. Quindi suggerisce la frode al giovane figlio di Achille cui giustamente ripugna ta; yeudh' levgein (v. 108), dire le menzogne.

Infatti la parola è un'arma potentissima, dal doppio taglio.

La lingua può essere un fuoco che trae la sua fiamma dalla Geenna, sostiene l’apostolo Giacomo (kai; flogizomevnh uJpo; th'" geevnnh") [42].

 

I due continuano a litigare, ma Giasone  offre un aiuto in denaro (611). Medea non lo accetta e lo allontana con uno sposati! (nuvmfeu j ) Ma un giorno te ne pentirai! (v. 625).

 Nel secondo Stasimo (vv.627-662)  il Coro delle Corinzie invoca Cipride perché non invii amori smodati ma si avvicini con leggerezza e misura: castità le protegga e  preservi da talami vietati  regolando con accortezza i letti delle donne.

“Mi abbia cara castità (swfrosuvna), il più bel dono degli dèi” (vv. 635-636), pregano. Il male più grande è essere privato della patria, con la casa e il letto.

Nel terzo Episodio (vv. 663-823) Medea riceve promessa giurata di ospitalità da Egeo, quindi rivela al Coro i suoi progetti omicidi.

 Entra in scena il re di Atene al ritorno da Delfi dove è andato poiché non ha avuto figli.  Sta andando a Trezene per interrogare Pitteo, un figlio di Pelope. Il dio gli ha detto che non deve sciogliere il piede sporgente dall’otre (ajskou` me to;n prouvconta mh; lu`sai povda,v. 679). Un modo enigmatico per suggerirgli di non fare sesso[43].

Medea gli chiede di darle ospitalità. Atene viene rappresentata dai tre tragici come la città che aiuta i supplici e gli esuli (Eumenidi, Supplici di Euripide, Edipo a Colono).

Medea  contraccambierà Egeo con dei favrmaka (v. 718) che vincono la sterilità. Il re le promette ospitalità, ma Medea dovrà recarsi ad Atene da sola. Egli vuole essere privo di colpa (ajnaivtio~ v. 730) verso il suoi ospiti. Medea lo fa giurare per la terra, per il Sole padre di suo padre e per tutti gli dèi.

L’utilitarismo di Giasone è miope: ha fatto torto alla nipote del Sole per sposare una principessotta di provincia!

Egeo si allontana, e Medea esulta invocando Zeu', Divkh te Zhno;~ ,  J Hlivou te fw'~ (v. 764), Zeus,  Giustizia figlia di Zeus e la luce del Sole.

Nel film di Pasolini che impiega, verbum de verbo, solo questo verso della tragedia di Euripide, e per tre volte lo fa pronunciare a Medea per giunta echeggiata dal Coro[44], il Centauro maestro di Giasone mette in rilievo " il suo disorientamento di donna antica in un mondo che ignora ciò in cui lei ha sempre creduto"[45].

Il culto del Sole è un tratto arcaico che attraversa molti autori della letteratura europea[46].

Il sole invitto esorta Medea a tornare nelle sue "vecchie spoglie"[47]. Questo arcaismo  differenzia la donna dal popolo civilizzato di Corinto, e il re Creonte si fa portavoce dell’ intolleranza nei confronti di tale diversità :"E' noto a tutti in questa città che, come barbara, venuta da una terra straniera, sei molto esperta nei malefici. Sei diversa da tutti noi: perciò non ti vogliamo tra noi"[48].

E' l'eterno rifiuto della diversità da parte dell'uomo civilizzato e incolto, del borghese insomma.

Quindi Medea comunica alla corifea il suo progetto: mandare i figli dalla fidanzata sciocca con doni letali: un peplo e una corona d’oro. La faranno morire in modo orribile.

Secondo Christa Wolf  invece Medea è addirittura protettiva nei confronti della ragazza di Corinto. Ecco quanto Giasone nel suo monologo ricorda di avere sentito dalla madre dei suoi figli, la quale gli parlava senza essere stata corrotta dal rancore:"Ma tu, ascolta bene quello che ti dico, non fare del male a Glauce. Perché ti ama, ed è fragile, molto fragile…Non ne proverai gioia. Non proverai mai più molta gioia. Le cose si stanno mettendo in un modo che non solo quelli che sono costretti a subire un torto, ma anche quelli che il torto lo fanno saranno scontenti della loro vita. Del resto mi domando se il piacere di distruggere la vita degli altri non dipenda dal fatto che si ricava pochissimo piacere e pochissima gioia dalla propria"[49].

 

 Questa di Euripide invece vuole fare una strage: ucciderà Glauce, Creonte e i propri i figli. Ouj ga;r gela'sqai tlhto;n ejx ejcqrw'n, fivlai (v. 797), Infatti non è sopportabile essere derisa dai nemici, amiche. E’ la morale arcaica, per non trasgredire la quale Aiace si uccide. Segue un’espressione di civiltà di vergogna: la reputazione conta più della propria coscienza: “ Nessuno mi creda una donna ordinaria e debole-né mite, ma di tutt’altra indole,- violenta con i nemici e benevola con gli amici;- infatti la vita di tali persone  è piena di gloria. (vv. 807- 810).  

Il terzo stasimo (vv. 824-865) contiene il mito di Stato, ossia della polis ateniese.

 Il Coro intona un canto che celebra Atene, l’Attica e i suoi abitanti. Una regione felice per la sua civiltà nobile e antica, rigogliosa e vergine, e per l’atmosfera luminosa dove sono fiorite le arti. L’amenità del clima e del paesaggio  contribuiscono allo sviluppo di una cultura che rende bella la vita.

Atene per tradizione accoglie generosamente gli ospiti e concede rifugio ai supplici, ma come potrà proteggere una madre che ha assassinato i propri figlioli? Le donne del coro  dunque pregano Medea di astenersi dall’empio delitto per il quale del resto sarebbe necessaria un’audacia disumana che segnerebbe l’inizio di una vita piena di pianto.

Quarto Episodio (vv. 866-975).

Entra Giasone con atteggiamento conciliante: ascolterà quanto l’ex moglie vuole dirgli. Pure Medea assume toni civili, quasi amichevoli: recita, fingendo, la parte della donna che dal dolore è stata portata a eccessi dei quali poi però, ragionando, si è pentita. Dopo tutto è vero che Giasone ha fatto la scelta più vantaggiosa per tutti (o}~ hJmi'n dra'/ ta; sumforwvtata, v. 876): perché biasimarlo?

Il qumov", la passionalità l’ha fatta sragionare, ma ora capisce: non c’è motivo di prendersela quando gli dèi provvedono bene. La colpa dunque è tutta sua, di lei: avrebbe dovuto aiutare Giasone a realizzare i progetti nuziali. Le donne sono creature misere, neanche buone: Giasone casomai ha avuto il torto di entrare in competizione con tanta pochezza e insignificanza. Ora però Medea ha capito, la collera è passata, quindi invita i figli ad abbracciare il padre. Tuttavia la moglie abbandonata non riesce a trattenere le lacrime, ed è subito imitata dalle donne del coro, solidali con lei.

Giasone elogia la pur tardiva comprensione della madre dei suoi figli: in fondo ella ha subìto, se non un torto, un grosso dolore.

Fa la figura dell’imbecille quando dice: “e hai compreso, anche se non subito, la decisione-vincente (nikw'san boukhvn): questo è un agire da donna saggia vv. 912-913)..

Quindi  l’Esonide dice ai due bambini che dalle  nuove nozze del padre loro riceveranno grossi vantaggi. Medea però continua a piangere e Giasone le domanda per quale motivo lo faccia. E’ il pensiero preoccupato dei bambini, risponde la donna, e la propensione al pianto delle femmine. Quindi la madre cerca di indurre il padre a intercedere per i figli, affinché possano restare a Corinto, evitando l’esilio. Giasone può influire molto sulla nuova sposa. L’uomo accoglie il suggerimento e non mette in dubbio che ci riuscirà: quella è una donna, e lui con le donne ci sa fare. Fa ancora la figura dell’imbecille: “ “Certo. E credo che la convincerò,-Se davvero è una donna come le altre”.vv. 944- 945. 

Medea assicura che collaborerà mandando alla sposina, per mezzo dei figli, magnifici doni d’oro di provenienza solare. La principessa sarà contenta di avere un marito e dei regali tanto meravigliosi. Giasone non crede che possa essere impressionata da doni, pur splendidi, una femmina umana che ha ottenuto un marito splendidissimo come lui. Se davvero mi stima degno di qualche considerazione,- la sposa mi metterà davanti alle ricchezze, lo so bene (962-963).

 Medea allora afferma che l’oro è l’argomento più persuasivo che ci sia.“Non dire questo a me proprio tu: si dice che i doni persuadano anche gli dèi-e l'oro è più forte di infiniti discorsi per i mortali”. (964-965) gli fa.

Quindi dà istruzione ai figli perché portino i gioielli alla nuova moglie del padre loro e la preghino di non cacciarli in esilio.

 Nel quarto Stasimo (vv. 976-1001) il Coro compiange le vittime della trama omicida e pure l'autrice, inoltre commisera i disgraziati i bambini, che muovono i passi verso la strage, Glauce, sventurata sposa, Giasone sciagurato sposo, e Medea, madre snaturata.

Il quinto Episodio (vv. 1002-1250) è formato da due scene e da un intervento del Coro in anapesti che le separa. La prima scena (vv. 1002-1080) contiene un colloquio tra il Pedagogo e Medea, e un monologo della protagonista che prima vacilla, poi però conferma la sentenza di morte nei confronti dei figli (tolmhtevon tavd ' , v. 1051, bisogna osare questo!) per non essere derisa lasciando impuniti i nemici. Medea è combattuta tra i bouleuvmata  e lo qumov~ maledetto ma prevalente.  Conclude la sua tirata con le parole già citate (vv. 1078-1080).

 L'intermezzo del Coro (vv. 1081-1115) nega che sia bene generare dei figli.

“E affermo che tra i mortali quelli che sono-del tutto inesperti di figli -e non ne hanno generati, superano nella fortuna- coloro che li generarono” (vv. 1091-1094). 

Nella seconda scena (vv. 1116-1250) un messo racconta la morte di Glauce e quella di Creonte concludendo che le cose mortali sono un'ombra (ta; qnhtavhJgou'mai skiavn, v. 1224) e che nessuno  tra gli uomini è  felice (eujdaivmwn): quando passa un'ondata di prosperità, uno può diventare più fortunato di un altro (eujtucevstero~ a[llou), ma felice nessuno (vv. 1228-1230).

 

Sogno di  ombra è l’uomo. Pulvis et umbra sumus.

Pindaro chiama l'uomo "sogno di ombra" (skia'" o[nar/a[nqrwpo"", Pitica VIII, vv. 95-96 ).

Nell'Aiace di Sofocle, Odisseo esprime la convinzione che l'ombra sia la quintessenza dell'uomo e manifesta la compassione del poeta per tutte le creature umane cadute sulle spine della vita:"oJrw' ga;r hJma'" oujde;n o[nta" a[llo plh;n--ei[dwl j o{soiper zw'men h] kouvfhn skiavn", io infatti vedo che non siamo se non immagini quanti viviamo, o inconsistente ombra (Aiace, vv.125-126).

 

Pulvis et umbra sumus”, polvere e ombra siamo, secondo Orazio (Odi, IV, 7, v. 16).

Nel Seicento questa idea va di moda, tanto che  Calderòn de la Barca intitola il suo capolavoro (del 1635) La vita è sogno, e, nel corso del dramma (I, 2), scrive:" il delitto maggiore dell'uomo è essere nato", mentre Prospero in La tempesta [50] afferma:"Noi siamo fatti con la materia dei sogni, e la nostra breve vita è circondata dal sonno"(IV, 1). Quindi il duca si avvia con la mente alla sua Milano "dove un pensiero su tre, sarà la tomba" (V, 1). Nel Macbeth il protagonista afferma:"Life's but a walking shadow " (V, 5), la vita non è che un'ombra che cammina.

Mattia Pascal/Adriano Meis passeggiando per Roma riflette sulla propria ombra: “Uscii di casa, come un matto. Mi ritrovai dopo un pezzo per via Flaminia, vicino a Ponte Molle. Che ero andato a far lì? Mi guardai attorno;poi gli occhi mi s’affissarono su l’ombra del mio corpo, e rimasi un tratto a contemplarla; infine alzai un piede rabbiosamente su essa. Ma io no, non potevo calpestarla, l’ombra mia. Chi era più ombra di noi due? Io o lei? Due ombre! Là, là per terra; e ciascuno poteva passarci sopra: schiacciarmi la testa, schiacciarmi il cuore: e io, zitto, l’ombra, zitta. L’ombra d’un morto: ecco la mia vita…Ma sì! Così era! Il simbolo, lo spettro della mia vita era quell’ombra: ero io, là per terra, esposto alla mercè dei piedi altrui. Ecco quello che restava di Mattia Pascal, morto alla Stìa: la sua ombra per le vie di Roma”[51].

Concludo con Proust:"Ci si accanisce a cercare i rottami inconsistenti d'un sogno, e intanto la nostra vita con la creatura amata continua: la nostra vita, distratta dinanze a cose di cui ignoriamo l'importanza per noi, attenta a quelle che forse non ne hanno, succube di esseri senza nessun rapporto reale con noi, piena di oblii, di lacune, di ansietà vane; la nostra vita simile a un sogno" (La prigioniera, p. 147).

 

Quinto Stasimo (vv.1251-1292).

 Nella prima parte di questo canto corale le donne corinzie invocano la terra e più a lungo il sole, avo paterno di Medea, perché fermi la mano della nipote pronta a fare scempio della sua discendenza. Ammazzare i propri figli significa colpire la stirpe. Contraccambiare il male con il male vuol dire raddoppiarlo. Uccidere i consanguinei è il più efferato dei delitti.

Nella seconda parte dello stasimo si sentono le grida e le parole piene di terrore dei bambini che subiscono la micidiale violenza materna. Il coro cerca inutilmente di aiutare le piccole vittime deplorando l’immane sciagura. Quindi le donne corinzie ricordano il precedente di Ino, la madre che, resa pazza dalla gelosia di Era, si gettò da una rupe marina con i figli.

Funzione dell’esempio mitico

“The death-cry is no longer a shriek heard in the next room. It is the echo of many cries of children from the beginning of the world, children who are now at peace and whose ancient pain has become part mistery and part music. Memory- that Memory who was mother of the Muses-has done her work upon it. We see here the justification of the high formalism and convention of Greek tragedy”[52].

I pianto di morte non è più un grido udito nella stanza accanto. E’ l’eco di molti pianti di bambini dall’inizio del mondo, bambini che ora sono in pace e la cui sofferenza antica è diventata in parte mistero, in parte musica. La Memoria-quella Memoria che era la madre delle Muse- ha compiuto la sua opera. Noi vediamo qui la giustificazione dell’alto formalismo e delle convenzione della tragedia greca.

 La conclusione del Coro è che la causa di questi fatti terribili è sempre il letto delle donne. (gunaikw'n levco~-poluvponon, o{sa brotoi'~ e[rexa~ h[dh kakav (vv. 1251-1252).

 

Esodo (vv. 1293-1419)

L’esodo consta di due scene. Nella prima entra Giasone chiedendo alla corifea notizie sulla donna tremenda che ha ucciso Glauce e Creonte. Se Medea è fuggita senza avere le ali per volare via o un meccanismo per scavarsi un rifugio sotto la terra, verrà presa e  punita per avere ucciso i signori del paese tanto atrocemente. Ma i morti oramai sono morti e i loro consanguinei sopravvissuti li puniranno; a Giasone ora interessa solo proteggere i propri figli da non impossibili rappresaglie dei Corinzi che hanno subito torti enormi dalla loro madre. La corifea capisce che l’uomo è all’oscuro dell’ultimo delitto di Medea, il più efferato, e glielo rivela. Quindi il padre dei bambini uccisi, straziato, vuole conoscere i particolari e vedere i corpi dei figli.

Con l’ingresso di Medea comincia la seconda scena. La donna appare, con i cadaveri,  alta su un carro trainato da draghi alati che le ha fornito il Sole, padre del padre suo. Giasone maledice la madre assassina che lo ha annientato attraverso le creature avute da lui.

“Oh abominio (w\ mi'so~), o donna odiosissima al massimo- agli dèi e a me e a tutto il genere umano,-tu che hai avuto l'ardire di gettare la spada sulle tue-creature dopo averle partorite e hai annientato me nei miei figli”.(vv. 1323- 1326)

 All’uomo tornano in mente i crimini compiuti precedentemente dalla femmina obbrobriosa che non dovrebbe avere più il coraggio di guardare il cielo né la terra così brutalmente contaminati da delitti tanto orrendi. Nessuna donna greca avrebbe osato compiere misfatti altrettanto atroci; del resto Medea non è una donna, ma una belva sanguinaria  (levainan, ouj gunai'ka, 1342), anzi un raccapricciante mostro infernale, con  una natura-più crudele della Tirrenia Scilla. 1342-1343

“Nella mitologia greca la figura ibrida è, in generale, un contrassegno di appartenenza a un mondo primitivo"[53].

Ma parlarle e maledirla è inutile: tanto proterva e disumana è la sua spudoratezza. A Giasone dunque non rimane che il pianto.

Medea risponde proclamando ancora una volta le proprie ragioni: il disonore del letto e la derisione

“Tu non dovevi, dopo avere disonorato il mio letto (ta[m j ajtimavsa~ levch),-passare una vita piacevole deridendomi ( eggelw'n ejmoiv)-né la principessa, né quello che ti aveva messo davanti le nozze,-Creonte, doveva cacciarmi impunemente da questa terra.- Di fronte a questo chiamami pure leonessa, se vuoi,-<e Scilla che abitò la landa Tirrenica:>-infatti io ho contrattaccato il tuo cuore come si deve. (vv. 1354- 1360).

 

Concludo traducendo gli ultimi versi, dei due disgraziati che si riempiono di insulti dando uno spettacolo osceno. Fortuna per i loro figlioli che sono morti (vv. 1361-1419)

Giasone

Ma anche tu soffri e sei partecipe delle sciagure.

Medea

Sappilo bene: mi giova il dolore  se tu non ridi (h}n su; mh; jggela`~)

Giasone

O figli, che madre malvagia vi è capitata!

Medea

O figli, come siete morti per la follia del padre!

Giasone

Invero non è stata certo la mia mano destra a ucciderli.

Medea

Ma l’oltraggio e le tue nozze appena contratte.

Giasone

E per il letto hai ritenuto giusto ucciderli ?

Medea

Pensi che questa sia una sofferenza piccola (smikro;n gunaiki; ph`ma) per una donna? 1368

Giasone

Se una è giudiziosa; ma per te tutto è male.

Medea

Questi qui non ci sono più: questo diero nre cattive cattiva fatto ti roderà.

Giasone

Sono questi, ahimé, i vendicatori sulla tua testa. 1371

Medea

Sanno gli dèi chi ha dato inizio alla sciagura.

Giasone

Sanno certamente che il tuo animo è ributtante (ajpovptuston[54] frena).

Medea

Odiami: io detesto la tua voce sgradevole (pikravn).

Giasone

E io la tua: facile sarà separarsi l’uno dall’altra.

Medea

E come ? Che cosa devo fare? Stai certo che lo voglio anche io. 1377

Giasone

Lasciami seppellire e piangere questi morti.

Medea

No davvero, poiché li seppellirò io con questa mano,

portandoli al santuario della dea Era Acraia[55]

affinché nessuno dei nemici li oltraggi

rovesciando le tombe; e a questa terra di Sisifo

attribuiremo una festa e solenne e riti

per il futuro in cambio di questa empia strage. 1383

E io andrò alla terra di Eretteo,

a convivere con Egeo, figlio di Pandione.

E tu, come è naturale, vigliacco morirai da vigliacco  (katqanh`/ kako;~ kakw`~),

colpito al capo da un rottame di Argo,

vedendo l'amaro esito delle nozze con me.

 

Anapesti di uscita 1389-1419.

Giasone

Ma ti uccida l'Erinni dei figli

e la Giustizia degli ammazzati. 1391

Medea

Quale dio o demone ascolta te,

lo spergiuro, e ingannatore degli ospiti? (tou` yeudovrkou kai; xeinapavtou)

Giasone

Ahi, ahi, abominevole e assassina dei figli. (musara;[56] kai; paidolevtor)

Medea

Vai a casa e seppellisci la tua compagna di letto. 1394

Giasone

Vado, privato dei due figli.

Medea

Ancora non piangi: aspetta un po' la vecchiaia.

Giasone

O figli carissimi.

Medea

Alla madre solo, a te no.

Giasone

Per questo li hai ammazzati?

Medea.

Per infliggere pene a te (sev ge phmaivnous j)

Giasone

Ahimé infelice voglio baciare

la cara bocca dei figli. 1400

Medea

Ora li chiami, ora vuoi baciarli,

dopo averli respinti allora.

 Giasone

Concedimi in nome degli dèi

di toccare la tenera carne dei figli.

Medea

Non è possibile. Invano le tue parole sono buttate via (mavthn e[po~ e[rriptai). 1404

Giasone

Zeus tu senti questo: come vengo respinto

e quali ferite subisco da questa femmina abominevole (thh`~ musara`~)

e leonessa assassina dei figli?

Ma per quanto almeno è possibile, e ce la faccio,

piango questo scempio e invoco gli dèi

chiamando a testimonio la potenza divina che tu,

dopo avermi ammazzato i figli, mi impedisci

di toccarli con le mani e seppellirne i cadaveri,

che io non avrei voluto vedere mai,

 dopo averli generati, ammazzati da te.

 

 

Le parole di chiusura sono del Coro che con cinque anapesti constata la imprevedibilità degli eventi.   

 

 

Coro

e molti eventi in modo non sperato (ajevlptw`~) compiono gli dèi;

e i fatti aspettati non vennero portati a compimento,

mentre per quelli inaspettati un dio trovò la via.

Così è andata a finire questa azione 1419.   

 

Questo finale è topico. La conclusione dell'Alcesti, dell'Andromaca , dell'Elena e delle Baccanti è uguale a questa della Medea, tranne che per il primo di questi verso : " pollai; morfai; tw'n daimonivwn" (Alcesti , v. 1159; Andromaca, v. 1284; Elena, v. 1688; Baccanti, v. 1388),  molte sono le forme della divinità". L'Ippolito si conclude con la constatazione, da parte della Corifea che su Trezene è caduto un dolore comune, ajevlptw~ (v. 1463) che provocherà  un fluire continuo di lacrime.

        

 

 

Imprevedibilità degli eventi .

L'affermazione dell'imprevedibilità della vita umana in effetti costituisce uno dei tovpoi della letteratura. Si tratta di un motivo sapienziale arcaico già presente in Archiloco (fr. 58D.):"toi'" qeoi'" tiqei'n a{panta...pollavki" d j ajnatrevpousi kai; mavl j eu\ bebhkovta"/uJptivou" klivnous j ", bisogna attribuire ogni cosa agli dei...spesso rovesciano e stendono supini anche quelli ben saldi.

Anche Sofocle denuncia questa insicurezza: nei suoi drammi si trova più volte l'immagine dell' altalena fatale:" nell'esodo dell'Antigone  il messo sentenzia:"tuvch ga;r ojrqoi' kai; tuvch katarrevpei-to;n eujtucou'nta to;n te dustucou'nt j ajeiv (vv.1157-1158),  la sorte infatti raddrizza e la sorte butta giù/ il fortunato e il disgraziato via via.

Nell'Edipo re  il coro chiede ad Apollo:"intorno a te ho sacro timore: che cosa, o di nuovo/o con il volgere delle stagioni ("peritellomevnai"  w{rai"") un'altra volta/effettuerai per me?"(vv. 155-157).  In questo scorrere rapido dei giorni, nel girare vorticoso delle stagioni, avvengono mutamenti continui e alcune cose si ripetono, ma altre accadono inopinatamente.

Gli ultimi versi del dramma contengono questa sentenza : sicché, uno che sia nato mortale, non ritenga felice nessuno,/considerando quell'ultimo giorno a vedersi, prima che/abbia passato il termine della vita senza avere sofferto nulla di doloroso ("pri;n aj;n  /tevrma tou' bivou peravsh/ mhde;n ajlgeino;n paqwvn", Edipo re,  vv.1528-1530).

L'imprevedibilità del futuro è denunciata anche da Deianira all'inizio delle Trachinie  (vv. 1-3) :" esiste un antico detto ("Lovgo" me;n e[st  j ajrcai'o"") diffuso tra gli uomini: che non puoi conoscere la vita di un uomo prima che uno sia defunto, né se per lui sia stata buona o cattiva".

Più avanti la Nutrice afferma addirittura che è sconsiderato (mavtaiovv" ejstin), v. 945 chi conta su due giorni o anche più: infatti non c'è il domani se prima uno non ha passato l'oggi.

 Queste parole ribadiscono gli insegnamenti delfici del  conoscere, anche attraverso se stessi, la natura umana, i suoi limiti, e pure le sue connessioni con il cosmo, per  rifuggire ogni eccesso, ogni rottura dell'equilibrio e dell'armonia.

La vita è un’avventura: “La formula del poeta greco Euripide, antica di venticinque secoli, è più attuale che mai: ‘L’atteso non si compie, all’inatteso un dio apre la via’ [57]. L’abbandono delle concezioni deterministe della storia umana che credevano di poter predire il nostro futuro, l’esame dei grandi eventi del nostro secolo che furono tutti inattesi, il carattere ormai ignoto dell’avventura umana devono incitarci a predisporre la mente ad aspettarsi l’inatteso per affrontarlo. E’ necessario che tutti coloro che hanno il compito di insegnare si portino negli avamposti dell’incertezza del nostro tempo…Non abbiamo ancora incorporato il messaggio di Euripide: attendersi l’inatteso. La fine del XX secolo è stata tuttavia propizia, per comprendere l’irrimediabile incertezza della storia umana. I secoli precedenti hanno sempre creduto in un futuro o ripetitivo o progressivo. Il secolo XX ha coperto la perdita del futuro, cioè la sua imprevedibilità. Questa presa di coscienza deve essere accompagnata da un’altra, retroattiva e correlativa: quella secondo cui la storia umana è stata e rimane un’avventura ignota…la conoscenza è una navigazione in un oceano di incertezze attraverso arcipelaghi di certezze”[58].

Il grande re dei Persiani, Dario III, dopo essere stato sconfitto da Alessandro Magno a Gaugamela, nel 331 in Assiria, e poco prima di perdere anche la vita, oltraggiato e ucciso dai satrapi felloni, disse di essere la prova vivente di quanto fosse mutevole la fortuna; al punto che sperava ancora in rivolgimenti più favorevoli: “Equidem, quam versabilis fortuna sit, documentum ipse sum nec immerito mitiores vices eius expecto[59] Questi rivolgimenti ci furono pochi anni dopo, ma per Alessandro Magno che morì ante diem, non per Dario.

Prima della battaglia di Zama, Annibale parla con il più giovane avversario[60]. Cerca di evitare lo scontro dicendo: io sono pronto a scongiurare l’ira degli dèi poiché ho sperimentato come la tuvch sia mutevole e per un nonnulla faccia pendere la bilancia alternatamente da una parte o dall’altra kaqavper eij nhpivoi~ paisi; crwmevnh (15, 6, 8), come se trattasse con dei bambini infanti[61]. Poi aggiunge: “ guarda me: stavo per prendere la tua patria e ora devo difendere la mia”.

Dunque: parakalw' se mh; mevga fronei'n, ti esorto a non insuperbirti, ma a decidere in maniera degna di un uomo (ajnqrwpivnw~), cioè a scegliere sempre il più grande dei beni e il più piccolo dei mali (15, 7, 6).

Propose quindi che l’Africa fosse dei Cartaginesi, la Sicilia e la Sardegna dei Romani. 

 Ho insistito su questo concetto poiché adesso i più cercano disperatamente, e risibilmente, di assicurarsi su tutto, da tutto, e la maggior parte degli insegnanti di ginnasio continua a ruminare spiriti, accenti e paradigmi verbali, senza procedere oltre.

 


 

[1] B. Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo , pp. 178-179. L'opera uscì, in Germania, originariamente, nel 1963 (Claassen Verlag, Hamburg), col titolo di Die Entedeckung des Geistes. Studien Zur Enstehung des europaischen Denkens bei den Griechen.

 

[2] Pohlenz, La Stoa, 2, 109.

[3]Svevo, Una Vita , p. 239.

[4]Musil, L'uomo senza qualità , p. 210.

[5]Moravia, La Noia , p. 19.

[6]Sàndor Màrai, La donna giusta (del 1941), p. 78.

[7] L'ultima estate di Klingsor, p.55.

[8] Medea, p. 117.

[9] P. P. Pasolini, Le belle bandiere, p. 54.

[10] W. Jaeger, Paideia 1, p. 565. A proposito di critica contrastiva,  più avanti vedremo che M. Pholenz confuta questa affermazione. All'interno del percorso  troveremo la confutazione di B. Snell. Intanto riferisco questa affermazione di Nietzsche che riconosce in Euripide interpretazioni nuove del mito derivate da Anassagora : “Nella chiusa comunità dei seguaci ateniesi d’Anassagora la mitologia del volgo era ancora consentita come un linguaggio simbolico; tutti i miti, tutti gli dèi, tutti gli eroi erano quivi considerati unicamente come geroglifici di un’interpretazione della natura, e persino l’epos omerico doveva essere il canto canonico dell’imperio del nus e delle battaglie e leggi della physis. Qualche voce di questa società d’eminenti spiriti liberi penetrò qua e là nel popolo; e particolarmente il grande e sempre ardimentoso Euripide, teso nei suoi pensieri al nuovo, osò far sentire in vari modi la sua parola attraverso la maschera tragica, dicendo cose che come frecce trapassavano i sensi della massa” La filosofia nell’età tragica dei Greci, del 1876, p. 109.  

 

[11] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, pp. 85 e sgg.

[12] Dodds, Euripides the irrationalist in  The ancient concept of progress, p. 90.

[13] Del 428 a. C.

[14] Guidorizzi, Euripide Baccanti, p. 37.

[15]J. Duflot, Pier Paolo Pasolini. Il sogno del centauro, Roma 1983, in Naldini, Pasolini, una vita , p. 81.

[16] P. P. Pasolini, Il caos, p. 178.

[17] Secondo Apollonio Rodio Apsirto era figlio di Eeta e di Asterodea, una ninfa del Caucaso (Argonautiche, 3, 242), Medea di Eeta e Idea, la figlia più giovane di Oceano e di Teti (v. 244). I due dunque erano fratellastri.

[18] V. Monti, Ode Al signor di Montgolfier (vv. 1-2), 1784

[19] Del 438 a. C.

[20] O a Nasso. Apollonio Rodio (III sec. a. C.) rappresenta, non senza ironia, la perfidia ottusa dell' "eroe" greco quando Giasone, bisognoso del soccorso della ragazza barbara per la sua ajmhcaniva,  le promette gratitudine (cavrin, Le Argonautiche , III, v. 990): egli darà gloria (klevo~, v. 992) al suo nome; quindi fa l'esempio del tutto inopportuno di Arianna  la quale, per benevolenza, liberò Teseo dai cattivi travagli; quindi gli stessi dèi le vollero bene (vv. 1001-1002). 

Dante mette Iasòn tra i seduttori ricordando probabilmente le parole di Ipsipile nella Tebaide di Stazio: “blandus Iason/virginibus dare vincla novis” (5, 456-457), Giasone, seduttore capace di aggiogare le vergini inesperte.

 

[21] Si noti l’oltraggio all’ambiente. Anche nella Tebaide di Stazio la terra soffre il disboscamento dovuto alla costruzione di una pila colossale per il piccolo Ofelte, figlio di Ipsipile e di Licurgo: “ dat gemitum tellus”(VI, 107), ne piange la terra. Pale, dea dei campi e Silvano signore dell’ombra della foresta (arbiter umbrae, v. 111) abbandonano piangendo i cari luoghi del loro riposo (linquunt flentes dilecta locorum/otia, vv. 110-111), mentre le Ninfe abbracciate ai tronchi degli alberi e non vogliono lasciarli: “nec amplexae dimittunt robora Nymphae” (v. 113).

Nell’Achilleide, Stazio ricorda che la costruzione della flotta necessaria alla guerra contro Troia spogliò delle loro ombre i monti e li rimpicciolì: “Nusquam umbrae veteres: minor Othrys et ardua sidunt/ Taygeta, exuti viderunt aëra montes./Iam natat omne nemus” (I, 426-428), in nessun luogo le antiche ombre: è più piccolo l’Otris e si abbassa l’erto Taigeto, e i monti spogliati videro l’aria. Oramai ogni monte galleggia.

L’Otris è una catena montuosa della Tessaglia; il Taigeto, si sa, è la montagna che sovrasta Sparta. Chi scrive l’ha scalata da Kalamata alla cima (km 33, 12) in bicicletta in 2 ore, 14 minuti e 27 secondi, alla media di 14, 7 Km all’ora, con il vento contrario. All’età di 62 anni e 8 mesi.

 

[22]G. Biondi, Il mito argonautico nella Medea. Lo stile 'filosofico' del drammatico Seneca, "Dioniso" 1981, p. 428-429 e 435.

[23] Dostoevskij nell'Idiota (1868-1869) definisce Nastasja Filippovna "quell'oltraggiata e fantastica donna" (p. 55). La nutrice di Medea  la chiama "hJ duvsthno" hjtimasmevnh" (v. 20), l'infelice oltraggiata.  L’argomento “Donne oltraggiate” è sviluppato nella scheda successiva al v. 20.

[24] nell'Agamennone Cassandra individua in Clitennestra, la moglie adultera e assassina, la mostruosità ibrida chiamandola "divpou" levaina" (v. 1258), bipede leonessa. Ricordo che nella letteratura greca l'ibrido rimanda spesso al caos primordiale

 

 

[25] Un vero guadagno, contrapposto al lucro (kevrdo~ del v. 87) che suscita inimicizia tra gli uomini.

[26]J. Kott, Mangiare Dio , , p. 120.

[27] Gli ultimi due versi citati  si ritrovano parodiati nei Cavalieri  di Aristofane (del 424 a. C.) dove Paflagone,  cedendo la corona, simbolo del potere, al salsicciaio che lo ha battuto nella volgarità e nell'impudenza dice:"ti lascio: un altro ti avrà dopo averti presa,/ladro non più di me, ma forse più fortunato"(vv. 1251-1252).

[28] Vietava tra l'altro di indossare vesti multicolori o di girare per Roma su un cocchio a doppio traino di cavalli.

[29]Tito Livio, Storie , XXXIV, 3, 2.

[30]. Ph. E. Slater, The glory of Hera , in La tragedia greca. Guida storica e critica , p. 162.

[31] 40 ca-104 d.C.

[32] F. Dostoevskij, Delitto e castigo, p. 171. Raskolnikov parla al fidanzato della sorella.

[33] Si pensi a Io la fanciulla trasfigurata in mucca del Prometeo incatenato, tormentata da un assillo appunto (oi\stro~ , v. 566) e fissata dallo sguardo del pastore Argo dai diecimila occhi: “ E subito l'aspetto e la mente furono/stravolti: divenni cornigera, come vedete, e punta/da un assillo dall'acuto morso, con salti furibondi/balzai verso la corrente Cercnea dolce da bere/e alla fonte di Lerna: e il bovaro nato dalla terra/Argo violento nell'ira mi scortava/ spiando i miei passi con occhi fitti” (vv. 673-679).

[34] Del 1996.

[35] Il quinto degli undici che costituiscono il libro.

[36] Medea, p. 116. Piuttosto emotiva che razionale è anche la Medea, pur innocente, di Christa Wolf:"era, come potrei dire, troppo femmina, cosa che ne coloriva anche il pensiero. Lei pensava, ma perché ne parlo al passato, lei ritiene che le idee si siano sviluppate dai sensi e che non dovrebbero perdere quel legame. Antiquata naturalmente, superata"[36].

E' ancora Acamante che parla.

 

[37] Secondo Diodoro (4, 45)  Medea era figlia di Ecate e sorella di Circa.

[38] E. Rohde, Psiche, p. 76.

[39]Cfr. C. Pavese:"Sono un popolo nemico, le donne, come il popolo tedesco. Il mestiere di vivere , 9 settembre, 1946. 

[40]L. Tolstoj, Anna Karenina (del 1877) , p. 711.

[41] Da ojrqovw, “raddrizzo”. Parole non ci appulcro.

[42] Epistola di Giacomo, 3, 1 sgg.

[43] ajskou' (V. 679): significa “otre” ma indica il ventre, e to;n prouvcontapovda sostituisce simbolicamente il membro maschile.

 

[44]P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea,  scena 72, pp. 552-553.

[45] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea,  scena 69, p. 550.

[46] Ho preparato un'ampia scheda sul culto del sole nella mia Antigone (Loffredo, 2001, pp. 48-51). Ne utilizzerò una parte più avanti.

[47] P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea,   scena 81, p. 553.

[48]P. P. Pasolini, Il vangelo secondo Matteo, Edipo re, Medea,   Scena 66, p. 511.

[49] Medea, p. 203.

[50] Del 1612.

[51] L. Pirandello, Il fu Mattia Pascal, pp. 234-325.

[52] G. Murray, Euripides and his age, pp. 242-243.

[53]K. Kerényi, Miti e misteri , p. 45.

[54] da ajpoptuvw, sputo via

[55] Santuario sull’acropoli di Corinto

Santuario sull’acropoli di Corinto

 

[56] Muvso~ significa, sozzura, contaminazione.

[57] E’ uno degli ultimi cinque versi della Medea; vediamoli tutti: “Di molti casi Zeus è dispensatore sull' Olimpo;/e molti eventi in modo insperato compiono gli dèi;/e i fatti aspettati non vennero portati a compimento,/mentre per quelli inaspettati un dio trovò la via./Così è andata a finire questa azione (vv. 1415-1419.  La stessa conclusione, con la sola variante del primo di questi ultimi versi  ("molte sono le forme della divinità") si trova nell'Alcesti, nell'Andromaca , nell'Elena e nelle Baccanti  (ndr).

[58] E Morin, I sette saperi, p. 14,  p. 81 e p. 88.

[59] Curzio Rufo, Historiae Alexandri Magni, 5, 8, 15.

[60] Scipione aveva una decina di anni meno di Annibale.

[61] Cfr. King Lear :"As flies to wanton boys, are we to the gods, /They kill us for their sport " (IV, 1), come mosche per dei monelli capricciosi siamo noi per gli dèi.

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