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Nerone

di Giovanni Ghiselli

  • lezione del Corso di Storia di Giovanni Ghiselli, dal 1 marzo 2014 tutti i sabati fino al 7 aprile 2014 nella Università Primo Levi di Bologna. Altre lezioni verteranno su Alessandro Magno, Annibale, Alcibiade, Pericle, Solone

Nerone

Le date.

Nerone nasce nel dicembre del 37.

 48 Morte di Messalina.

49 Nerone  viene affidato a Seneca.

50 Nerone viene adottato

Nel 53 sposa Ottavia.

Diviene imperatore nell'ottobre del 54.

Nel 55 uccide Britannico.

Nel 59 ammazza Agrippina.

61 episodio di Budicca.

62 uccide Ottavia. Seneca si ritira, muore Burro. Nerone si guasta con il senato. Sposa Poppea.

64 riforma monetaria e rottura definitiva con il senato

65 uccisione di Poppea

66 Tiridate si sottomette

66-67 viaggio in Grecia.

giugno 68 suicidio.

 

Fonti e bibliografia essenziale  

Tacito, Historiae, Annales.

Fonti di Tacito: Fabio Rustico, molto malevolo verso Nerone,

Cluvio Rufo, la fonte meno ostile. Svetonio Paolino (governatore della Britannia): Commentarii. Corbulone: Commentarii.

Seneca, Apokolokyntosis (54), De Clementia (55). Naturales Quaestiones.

Plinio il Vecchio, Historia a fine Aufidii Bassi, perduta.

Plinio il Giovane (Panegirico di Traiano).

Marziale, Epigrammi.

Plutarco: De sera numinis vindicta; Vita di Galba, Vita di Otone.

Svetonio, Neronis Vita.

Giovenale, Satire,

Cassio Dione, Storia Romana.

S. Mazzarino, L'impero romano  , Laterza, Bari, 1973.

S. Mazzarino, Il pensiero storico classico , Laterza, Bari, 1974.

E. Cizek, La Roma di Nerone, Garzanti, Milano, 1984.

M. Fini, Nerone, duemila anni di calunnie, Mondadori, 1993

E. Champlin, Nerone, trad. it. Laterza, Roma-Bari, 2008.

Roberto Gervaso, Nerone, Rusconi 1978

Gerolamo Cardano, Elogio di Nerone.

G. Cardano, Pavia 1501- Roma 1576. - Medico e matematico, “uomo universale” che estende la propria indagine a tutti i campi dello scibile.

 

 

Come Svetonio procederemo non per tempora sed per species (Augusti Vita, 9, 1), per argomenti.

 Nerone nacque nel dicembre del 37 e morì nel giugno del 68, a 30 anni e sei mesi. Parliamo dunque di un bambino, di un adolescente e di un ragazzo.

Il potere dell'imperatore era basato sul comando degli eserciti (imperium), il governo delle province imperiali, i cui proventi rifornivano il fiscus, e l'auctoritas morale. Egli era princeps senatus, il primo dei senatori.

Nel 56 Nerone accetterà il titolo di pater patriae. Nel De clementia  dedicato a Nerone (del 55), c'è  la teoria paternalistica del potere.

Seneca ricorda a Nerone che è il principe a stabilire i buoni costumi per il suo Sato: “constituit bonos mores civitati princeps” (III, 20, 3).

La premessa è che la immensa multitudo dei cittadini illius spiritu regitur, illius ratione flectitur, è retta dal suo spirito, viene piegata dalla ragione di lui, mentre si spezzerebbe per i propri sforzi se non venisse sostenuta dalla saggezza del reggitore (III, 1, 5). Nella cooperazione tra il principe e lo Stato, questo costituisce la forza del corpo del quale Cesare è il caput (III, 2, 3).

 

 Regnare del resto dovrebbe essere una e[ndoxo~ douleiva, un onorevole servire secondo la teoria stoica.

Seneca nell'ultimo capitolo del trattato  chiarisce che la tanto celebrata felicità del principe consiste nel dare salvezza a molti, nel richiamare la vita dalla morte stessa e nel meritare la corona civica con la clemenza: “Felicitas illa multis salutem dare et vitam ab ipsa morte revocare et mereri clementia civicam”. Ecco le ultime parole del De clementia : “ Haec divina potentia est gregatin ac publice servare; multos quidem occidere et indiscretos incendi ac ruinae potentia est”, potenza divina è questa: salvare le folle e i popoli interi; invece è certo  che  è la potenza degli incendi e dei crolli ad ammazzare indistintamente molte persone.

 Nelle successive[1] Epistole a Lucilio  il maestro di Nerone già ripudiato dal discepolo imperiale ricorda che nell'età dell'oro governare era compiere un dovere non esercitare un potere assoluto: “Officium erat imperare, non regnum”(90, 5). Secondo Svetonio nei primi tempi del suo principato Nerone si comportò da filantropo, al punto che quando venne costretto dalle leggi a firmare una condanna a morte esclamò: “quam vellem, inquit, nescire litteras!” (Neronis vita, 10), come vorrei non saper scrivere! Inoltre soppresse o abolì le imposte più gravose, salutava i cittadini chiamandoli per nome, e al Senato, che gli porgeva ringraziamenti, rispose: “Cum meruero”, quando li avrò meritati.

 

Quando Tiridate di Armenia si sottomette, nel 66, la folla proclama Nerone imperator, corrispondente ad aujtokravtwr. Anche le monete portano questi titoli.

Nessuno dopo Augusto era stato imperator. E' una rivendicazione dell'autorità di Augusto.

Scipione non accettò il titolo di re per non insospettire il senato, ma si lasciò nominare imperator (Livio, 27, 19). Regium nomen, alibi magnum, Romae intolerabile esse. Regalem animum in se esse…tacite iudicarent (27, 19).  

Il matricidio 59 d. C.

A Nerone piaceva la Grecia ma non andò mai ad Atene e a Sparta: a Sparta per le leggi di Licurgo, ad Atene dia; to;n peri; tw'n jErinuvwn lovgon (C. D. 63, 14), per via della storia delle Erinni.

Nelle Eumenidi di Eschilo le Erinni si incitano a vicenda: "liquido sangue materno versato a terra, oh, non si raccatta: il liquido versato al suolo è perduto. Ma bisogna che tu in cambio mi dia che da te vivo possa ingozzare denso liquido rosso dalle membra"vv. 261-265).

Ma questa ipotesi viene confutata da alcuni atteggiamenti che vedremo.

Evitò anche Eleusi poiché i criminali non potevano essere iniziati ai misteri eleusini. Atene e Sparta sono nemiche dell'assolutismo. Le leggi di Licurgo erano ammirate dall'aristocrazia romana. Inoltre la Grecia classica odiava Alessandro. Nerone preferisce Corinto e la Grecia ellenistica.  Corinto è un grande centro commerciale, un mosaico etnico. A Corinto c'erano molti orientali i cui antenati avevano venerato Alessandro.

Seneca nel De beneficiis racconta che i Corinzi  offrirono a Nerone la cittadinanza con queste parole: "nulli civitatem umquam dedimus alii quam tibi et Herculi" (I, 13, 1). Nerone dunque, dopo avere partecipato ai giochi olimpici e pitici, si recherà e si fermerà a Corinto.

La visione orrenda delle Erinni spunta davanti agli occhi di Oreste , quando l'assassino della madre le vede quali donne "simili a Gorgoni/dalle nere tuniche e intrecciate/di fitti draghi"( Coefore vv.1048-1050). Tali mostri sono"le rabide cagne della madre"(v1054) che appaiono soltanto al matricida:" uJmei'~ me;n oujc oJra'te tavsd  j, ejgw; d ‘ oJrw'”, voi non le vedete queste, ma io le vedo"(1061).

Le Furie lo incalzano: “ejlauvnomai de; koujkevt j a]n meivnaim j ejgwv” (v. 1062), sono sospinto e non posso più restare io.

T. S. Eliot pone questi versi quale epigrafe di Sweeny agonista (1930), :" You don’t see them, you don’t-But I see them: they are hunting me down, I must move on”.

Nel dramma La Riunione di famiglia (1939)   Eliot mostra come tali visioni siano un privilegio.

Secondo l'autore di The waste land  bisogna seguire le Erinni come segni mandati da un altro mondo, non cercare invano di evitarle con un'impossibile fuga in quella "deriva infinita di forme urlanti in un deserto circolare" che è la storia umana. Quelli che vedono le Erinni insomma, sono monocoli in una terra di ciechi.

Non sempre del resto c’è redenzione dopo un delitto del genere: Nerone, dopo avere ammazzato Agrippina (59 d. C.) sebbene rassicurato dalle congratulazioni dei soldati, del Senato e del popolo: “neque tamen conscientiam sceleris…aut statim aut umquam ferre potuit, saepe confessus exagitari se maternā specie verberibusque Furiarum ac taedis ardentibus” (Svetonio, Neronis vita, 34), tuttavia non poté subito né poi sopportare il rimorso del delitto, e spesso confessò di essere tormentato dalla visione della madre e dalle fruste e dalle fiaccole ardenti delle Furie.

Nerone però sopportava che gli rinfacciassero il matricidio.

 Molte invettive scritte vennero affisse con la menzione irrisoria di questo delitto, in greco

Nevrwn jOresth~  jAlkmevwn[2] mhtroktovnoi.

Neovnumfon Nevrwn ijdivan mhtevra ajpevkteine (Svetonio, Vita, 39),

Nerone, Oreste, Alcmeone matricidi,

Nerone uccise la propria madre, nuova sposa.

Matricida e incestuoso.

Sentiamone un epigramma in latino

Quis neget Aeneae magna de stirpe Neronem?

Sustulit hic matrem, sustulit ille patrem. Nel doppio senso di tollere : prendere su di sé e togliere di mezzo.

Nerone era molto tollerante nei confronti di tali invettive.

 

Forse perché, come afferma Proust, il matricidio è un delitto di dignità mitologica: “ Proust ricordava che nessun altare fu considerato dagli antichi più sacro, circondato da più profonda venerazione e superstizione quanto le tombe d’Edipo a Colono e di Oreste a Sparta”[3].

A Roma, come in Grecia, “gli spettatori si aspettavano di trovare allusioni all’attualità nelle rappresentazioni, e gli attori si aspettavano che le loro frecciate e i loro gesti venissero còlti, interpretati, apprezzati…Nerone portava una maschera con le sue fattezze. Nessuno poteva avere più dubbi: Nerone era Oreste, il matricida, Oreste era Nerone; Nerone era Edipo, l’uomo che aveva ucciso suo padre e sposato sua madre…Per Nerone la chiave del mito di Oreste non era che egli fosse un matricida, ma un matricida giustificato…Oreste aveva ucciso la madre non solo perché la morte di suo padre e il comando di Apollo chiedevano vendetta, ma perché Clitennestra lo aveva privato della sua eredità e il popolo di Micene soffriva sotto la tirannia di una donna” Champlin, p. 124 ss.

Oreste nelle Coefore dice che molte spinte convergono a un unico fine: gli ordini del dio, la pena del padre, la mancanza di beni, e che i cittadini distruttori di Troia si trovino così soggetti a due donne: infatti Egisto da femmina ha il cuore-qhvleia ga;r frhvn (299-305).

“Un’abile recitazione poteva addirittura trcciare un parallelo tra Agrippina che aveva indicato il suo grembo, e Clitennestra che si denuda il seno che aveva nutrito Oreste: il bene comune aveva vinto sulla pietà filiale” (Champlin, 127)

Il  denudamento del seno viene attribuito da Eschilo al personaggio di Clitennestra che mostra il petto a Oreste per indurlo a compassione:" ejpivsce", w\ pai', tovnde d j ai[desai, tevknon,-mastovn"(Coefore , vv. 896-897), fermati, figlio, abbi rispetto di questo seno, creatura.

Nerone recitò anche la parte di un altro matricida: Alcmeone che aveva ucciso Erifile, la quale, per avere la collana di Armonia, aveva mandato a morire Anfiarao.

Dunque fu lui stesso, ancora più dei suoi nemici, a mitologizzare l’assassinio di sua madre.

Amleto menziona Nerone come esempio da evitare: “O heart, lose not thy nature; let not ever/the soul of Nero enter this firm bosom;/ let me be cruel, not innatural:/I will speak daggers to her, but use none” (III, 2), o cuore, non perdere la tua natura; non lasciare che l’anima di Nerone entri mai in questo petto risoluti; lascia che io sia crudele, ma non snaturato: le mie parole saranno dirette a lei come pugnali, ma ne userò nessuno

 

Tema dell’incesto.

A teatro Nerone interpretava anche Edipo. Qui è centrale l’incesto. Ma la madre spesso simboleggia la patria. Cfr. Ippia a Maratona.

Cesare la notte prima di passare il Rubicone sognò una congiunzione infame con la propria madre: “ejdovkei ga;r aujto;~ th/'  eJautou' mhtri; meivgnusqai  th;n a[rrhton mei'xin” (Plutarco, Vita di Cesare, 32, 9). Cfr. Edipo  "quello di cui la profetica ripe di Delfi disse:-ha compiuto infamie su infamie (a[rrht j ajrrhvtwn televsan-ta Edipo re ,465-466 ) con mani  sporche di strage").

Nerone mitologizzava i suoi delitti per prendere le distanze dai delinquenti comuni e assumere la veste dell’eroe.

“Lo scopo non era dimostrare la sua innocenza, ma accettare la colpevolezza e giustificarla” (Champlin, p. 133).

Con Canăce partoriente che veniva uccisa dal padre Eolo dopo che aveva partorito un figlio del proprio fratello Macareo, Nerone “portava la maschera della sua defunta moglie Poppea Sabina, uccisa durante la gravidanza” (Champlin, p. 138).

Poi interpretava Hercules Furens dove l’eroe (cfr. Euripide e Seneca), fatto impazzire da Hera, uccide la moglie Megara e i figli.

Ercole dunque non è responsabile del misfatto perché la collera di una divinità lo ha fatto impazzire. Anche Nerone aveva ucciso Poppea e il figlio in un accesso di follia divina.

Un altro modello di Nerone era probabilmente Periandro tiranno di Corinto nella prima metà del VI secolo.

 

Quando andava in lettiga con la madre libidinatum inceste ac maculis vestis proditum affirmant (28), si diceva che si desse al piacere incestuoso (libidinor) tradito dalle macchie della veste. Dicevano pure che tra le sue concubine c’era una meretrice Agrippinae simillimam.

L’ultima volta che vide la madre (59 d. C.) in digressu papillas quoque osculatus (Svetonio, 34), nel salutarla le baciò anche le mammelle.

Tacito racconta che dopo l’ultima cena Nerone la accompagna alla sua nave “prosequitur abeuntem, artius oculis et pectori haerens, sive explenda simulatione, seu periturae matris supremus aspectus quamvis ferum animum retinebat ” (14, 4).

Poi gli dèi offrirono una notte chiara e tranquilla: “quasi convincendum ad scelus dii praebuēre “ (14, 5), come per dare una prova del delitto.

 

L’uccisione di Agrippina (59 d. C.)

Nerone cercò prima di annegare la madre dopo averla invitata a cena e averla salutata dicendo: “e[rrwsov moi kai; uJgivaine: ejn ga;r soi; kai; ejgwv zw' kai; dia; se basileuvw” (Cassio Dione, 61, 13). Quindi la fece salire su una nave preparata a sfasciarsi.

Ma il mare, afferma C. D. non sopportò la tragedia che stava per abbattersi su di lei , né sopportò di essere additato come responsabile dell’assassinio.

Agrippina dunque si salvò a nuoto.

Giunta nella sua villa, finse di non avere capito e informò il figlio dell’incidente. Nerone allora, terrorizzato, mandò il sicario Anicēto, non fidandosi dei pretoriani devoti a Germanico, l’eroe padre di Agrippina. La donna, come vide il sicario, si alzò dal letto , si strappò la veste kai; th;n gastevra ajpogumnwvsasa -pai'e-e[fh-tau'thn, jAnivkhte, pai'e, o{ti Nevrwna e[teken”.

Questo è un topos gestuale e teatrale.

Nell'Oedipus di Seneca Giocasta invita prima il figlio, quindi la propria mano, a colpire il ventre:" Eligere nescis vulnus: hunc, dextra, hunc pete/uterum capacem, qui virum gnatum tulit " (vv. 1038-1039), non sai scegliere il colpo: colpisci, destra, questo ventre qui, così capace che ha accolto il figlio come marito !

Nelle Phoenissae la regina di Tebe cerca di impedire la guerra fratricida gridando:" civis atque hostis simul/hunc petite ventrem, qui dedit fratres viro! " (vv. 446-447), cittadini e nemici insieme, colpite questo ventre che diede fratelli al marito.

 L'ostensione del ventre è il gesto estremo di Agrippina anche nel racconto di Tacito: la mamma di Nerone, già ferita alla testa da una bastonata di uno dei sicari mandato dal figlio, si volse all'altro, un centurione della flotta  che stringeva un pugnale, e "protendens uterum ‘ventrem feri’ exclamavit multisque vulneribus confecta est" (Annales, XIV, 8),  mettendo davanti il ventre materno gridò 'colpisci qui', e fu finita con molti colpi.

Agrippina rappresenta la tendenza autodistruttiva di Roma intera durante la guerra intestina: nei primi versi della Pharsalia Lucano, annuncia che comincia a cantare (canimus): "bella…plus quam civilia…iusque datum sceleri…populumque potentem/in sua victrici conversum viscera dextra " (I, vv. 1-3), guerre più che civili e il diritto dato al delitto e il popolo potente girato con la destra vincitrice dentro le sue viscere. E’ una specie di anti-Eneide

 

Nell'Octavia pseudosenecana Agrippina prega il sicario :"utero dirum condat ut ensem:/'hic est, hic est fodiendus', ait,/ 'ferro, monstrum qui tale tulit'./Post hanc vocem cum supremo/mixtam gemitu/animam tandem per fera tristem/vulnera reddit" (vv. 359-365), affinché affondi la spada crudele nell'utero. "Questo, dice, va scavato con il ferro questo che portò un mostro del genere". Dopo questa frase finalmente rese l'anima triste mescolata con un gemito attraverso le ferite atroci.

Tacito aggiunge che su questa parte della storia c’è il consenso delle fonti. Però non tutti sono d’accordo a proposito degli elogi che il figlio ha espresso sulla bellezza della madre morta.

Svetonio per esempio racconta che Nerone vedendo il cadavere della madre “contrectasse membra, alia vituperasse, alia laudasse, sitique interim obortā bibisse” (34), ne tastò le membra.

 

 Ma torniamo alla nascita di Nerone, nel 37 a.C.

 Il padre Domizio Enobarbo lo definì subito, dicendo che da lui e Agrippina poteva nascere solo una cosa “detestabile et malo publico” (Svetonio, 6). Agrippina (Minore, 15-59) era figlia di Agrippina (Maggiore 14 a. C. 33 d. C.) e di Germanico. Era dunque sorella dell’imperatore Caligola. A tre anni Nerone patrem amisit (6). Nel 49, a 12 anni, dopo la morte di Messalina e il matrimonio di Agrippina con Claudio, fratello di Germanico , Nerone fu affidato a Seneca. Venne adottato nel 50.

Nel 53 perorò in latino in favore dei Bolognesi davanti a Claudio, poi in greco a favore dei Rodiesi e degli Iliensi: apud eundem consulem pro Bononiensibus latine, pro Rhodis atque Iliensibus grece verba fecit ” ( Svetonio, 7). Rodi era stato (fino a Pidna, 168 a. C.) un importante centro culturale ed economico: si pensi al Colosso che sovrastava l’ingresso del porto (dal 304 al 224 a. C.), e alla Nike di Samotracia (simbolo delle vittorie della flotta di Rodi, 180 a. C. ora al Louvre); Ilio, cioè Troia, veniva considerata addirittura la madrepatria di Roma, per via di Enea.

“Quanto Nerone sia stato grande nell’oratoria, quanto abile in latino e in greco lo si può dedurre dal fatto che davanti a Claudio, allora non solo imperatore ma anche console, recitò il rendimento di grazie per la propria adozione e perorò in favore dei Bolognesi in latino, in favore degli abitanti di Rodi e di Ilio in greco” (Cardano, Elogio di Nerone, p. 45.

 

 Tacito racconta che Nerone ottenne per gli abitanti di Ilio ut omni publico munere solverentur, ricordando che Enea era il capostipite della famiglia Giulia e che alla colonia Bononiensis (fondata nel 189 a. C.) igni hausta, si elargisse una sovvenzione di dieci milioni di sesterzi (Annales, XII, 58).

Nello stesso anno 53 Nerone sposò Ottavia, la figlia di Claudio e Messalina. La sposa aveva 12 anni, lo sposo 16.

Agrippina faceva di tutto per assicurare il potere a Nerone. Siccome Claudio però dimostrava affetto per il figlio Britannico, Agrippina decise di uccidere lo zio imperatore e fece chiamare una famigerata avvelenatrice, Locusta Loukou'stavn tina farmakivda peribovhton (Cassio Dione, 60, 34). Era una donna, racconta Tacito, nuper veneficii damnata et diu inter instrumenta regni habĭta (12, 66). Cfr. la religio.

 Grande esperta di favrmaka, allieva di Ecate, come Medea e Circe.

Tacito aggiunge che al complotto partecipò anche il medico Senofonte il quale dopo il vomito di Claudio gli cacciò in gola  una penna intrisa di un veleno potente. Haud ignarus summa scelera incĭpi cum periculo, perăgi cum praemio (12, 67).

Senofonte era l’ajrciiatrov~, favorito di Claudio che concesse l’immunità fiscale alla città di Coo da dove proveniva. Nerone lo sposterà nel dipartimento a libellis.

Claudio mangiò il fungo avvelenato poi, finito da Senofonte, venne portato via come fosse ubriaco, un fatto consueto. Di notte morì. Era il 13 ottobre del 54. Seneca scrisse sia l’elogio , sia il biasimo funebre (ajpokolokuvntwsin). Nerone in privato fece una battuta: disse che i funghi erano cibo degli dèi (muvkhta~ qew'n brw'ma e[legen ei\nai), infatti Claudio grazie a quel fungo era diventato un dio (C. D. 60, 35). Il fungo di Claudio diventerà proverbiale.

Marziale augura a un ospite avaro che mangia funghi da solo: boletum qualem Claudius edit, edas” (I, 20, 4).

Anche Giovenale biasima un banchetto dove agli amici vengono imbanditi ancipites fungi , funghi incerti, mentre per il padrone c’è un boletus… qualis Claudius edit/ante illum uxoris, post quem nihil amplius edit (V, 146-148).

Nella Apokolokyntosis Seneca elogia il giovinetto Nerone come il sole che illuminerà i secoli d’oro che scendono con stame bello aurea formoso descendunt  saecula filo (IV, 1, 9).

Ed ecco il nuovo imperatore che appare luminoso come il sole: “Talis Caesar adest, talem iam Roma Neronem/aspiciet. Flagrat nitidus fulgore remisso/vultus et adfuso cervix formosa capillo” (IV, 1, 30-32), tale Cesare è qui, tale Roma già lo contempla. Il volto splendente brilla con dolce luce e il bel collo dai capelli diffusi  

 Claudio invece è presentato come un mentecatto.

Nel giorno del funerale di Claudio, Nerone tenne la laudatio funebris dell’imperatore.

Finché il giovanissimo princeps ricordò l’antichità della famiglia e i trionfi degli antenati, l’uditorio rimase serio e attento, ma quando passò a parlare della sua prudenza e sapienza, nemo risui temperare, nessuno si tratteneva dal ridere, sebbene l’orazione composta da Seneca fosse elegante e rivelasse il talento del filosofo di corte. Gli anziani notarono che Nerone tra gli uomini saliti al potere primum alienae facundiae eguisse (Annales, XIII, 3). Cesare, Augusto, Tiberio, e perfino Caligola, uomo dalla turbata mens, sapevano parlare. Ma Nerone fin dai primi anni vividum animum in alia detorsit : scolpiva, dipingeva, guidava i cavalli e componeva versi non senza cultura letteraria.

 Il paragone di Nerone nemmeno diciassettenne con gli altri imperatori, adulti, mostra il limite dell’obiettività di Tacito. Cfr. sine ira et studio.

 

L’imparzialità dello storico

L’imparzialità è proclamata da Tacito, all’inizio delle Historiae: “incorruptam fidem professis neque amore quisquam et sine odio dicendus est” (I, 1), chi fa professione di veridicità inconcussa deve esprimersi si ciascuno mettendo da parte l’amore e senza odio.

Quindi nel primo capitolo degli Annales dove l’autore dichiara che partirà dagli ultimi anni del principato di Augusto, poi procederà raccontando di Tiberio e dei successori sine ira et studio quorum causas procul habeo (I, 1) senza risentimento e partigianeria, di cui tengo lontani i motivi.

Luciano ribadisce la norma dell’imparzialità dello storico: “Toiou'to~ ou\n moi oJ suggrafeu;~ e[stw, a[fobo~, ajdevkasto~, ejleuvqero~, parrhsiva~ kai; ajlhqeiva~ fivlo~ouj mivsei oujde; filiva/ ti nevmwn oujde; feidovmeno~  h]  ejlew'n h] aijscunovmeno~ h] duswpouvmeno~, i[so~ dikasthv~xevno~ ejn toi'~ biblivoi~ kai; a[poli~, aujtovnomo~, ajbasivleuto~, ouj tiv tw'/de h] tw'/de dovxei logizovmeno~, ajlla; tiv pevpraktai levgwn.  J O d j  ou\n Qoukidivdh~ eu\ mavla tou't j ejnomoqevthse kai; dievkrinen ajreth;n kai; kakivan suggrafikhvn[4]”, tale dunque deve essere il mio storiografo,impavido, incorruttibile, libero, amico della libertà di parola e della verità…un uomo che non attribuisce per amicizia e non lesina per odio, o uno che prova compassione o vergogna, o si lascia intimorire, giudice imparziale…straniero nei suoi libri e senza patria, indipendente, non sottoposto al potere, uno che non tiene in alcun conto di cosa sembrerà a questo o a quello, ma che racconta i fatti.

 

Tacito invero  è parziale assai, eppure concordo sul fatto che tra Tacito e Dante non c’è stato nessuno scrittore sommo (Le invasioni barbariche[5]).

 

Nerone dunque, che discendeva da Antonio e da Ottaviano, spinto dalla madre si impadronì del potere. Nel 55 fu avvelenato Britannico, nel 62 eliminata Ottavia la quale non poté salvarsi nonostante la prudenza: “quamvis rudibus annis, dolorem caritatem, omnis adfectus abscondere didicerat” ( Annales, XIII, 16). Agrippina era così assatanata dal demonio del potere che quando i Caldei le profetizzarono di Nerone fore ut imperaret matremque occideret, rispose “occīdat, dum impĕret ” (XIV, 9).

E in Cassio Dione: “ajpokteinavto me, movnon basileusavtw ” (61, 2, 2).

Successivamente però si sarebbe pentita.

Comunque i Romani capirono a chi dovevano obbedire: “pa'~ ga;r oJ dunavmei prou[cwn dikaiovtera ajei; kai; levgein kai; pravttein dokei' ” (61, 1, 2), chiunque prevale nella forza sembra parlare e agire nel modo più giusto.

  Cfr. Tucidide, V, 105, 2 Gli Ateniesi a Meli: umanità e pure divinità-ou| a]n krath'/, a[rcein, dove ha la forza, comanda.  

Il giusto non è altro che l’utile del più forte:  nel primo libro della Repubblica  il sofista Trasimaco, un  rappresentante della filosofia di potenza,  sostiene che la giustizia coincide con la convenienza di chi comanda. Egli, raggomitolatosi come una fiera, si dirige contro Socrate come se volesse sbranarlo (336b). Quindi afferma che il giusto non è altro che l'utile del più forte:"fhmi; ga;r ejgw; ei\\\nai to; divkaion oujk a[llo ti hj; to; tou' kreivttono" suvmferon" (338c).

Cfr. Leopardi, Zibaldone, 1641: “Ma la morale non è altro che convenienza”.

 

Nerone in un primo tempo si dimostrò deferente verso il Senato: “tenēret antiqua munia senatus” (Annales, XIII, 4), conservasse le sue antiche prerogative il senato.

Egli avrebbe presieduto gli eserciti e non ci doveva essere conflitto di interessi: “discretam domum et rem publicam” (XIII, 5), la sua famiglia sarebbe stata distinta dallo Stato.

“Due mogli dominarono Claudio…: Messalina[6] tutta amorazzi e dentifrici, poi, uccisa Messalina, l’ambiziosa nipote Agrippina, sorella di Caligola…Nerone era un ragazzo: aveva sedici anni. E’ l’età in cui si crede ciecamente ai maestri, specialmente se questi maestri si chiamano Seneca….Seneca…nel 56 fu console; Seneca sognava, in realtà, una specie di diarchia tra gli organi imperiali e il senato: teneret antiqua munia senatus   fu l’essenza del discorso programmatico di Nerone…Claudio fu dichiarato divus…ma in compenso Seneca scrisse una caricatura del dio Claudio. Agrippina perdette presto il suo influsso a corte; ai primi del 55 Britannico fu avvelenato; Nerone si fece un’amante grata a Seneca (la liberta Acte), dimenticando Ottavia…Seneca sognava libertas senatoria e pieno ritorno alla costituzionalità; anche per questo detestava Claudio, il monarca della burocrazia libertina” [7].

 

Claudio, le sue mogli e i liberti.

I liberti svolgevano gli officia palatina, le funzioni del palazzo.

I capi degli uffici centrali erano onnipotenti: l’ a rationibus era il capo delle finanze, l’ ab epistulis della corrispondenza imperiale, l’ a libellis, dirigeva l’ufficio che riceveva le suppliche, e l’a cognitionibus si occupava degli elementi necessari per le inchieste.

Equivalevano a ministri.

Funzioni molto più modeste le svolgevano i cubicularii che vegliavano sulla camera da letto del principe e il gustator che si occupava della tavola.  

Alcuni liberti accumulavano grandi ricchezze come mercanti, armatori, specialisti dell’import-export, della banca e dell’usura, o amministratori dei beni del principe. L’era giulio-claudia fu per questi uomini di vocazione mercantile un’era di prosperità, in Italia e nelle città mercantili di Gallia (Lugudūnum, Lione) e Spagna. 

 

Tacito utilizza la parola audacia per gettare una luce fosca sull’ultima tresca di Messalina,  "tutta amorazzi e dentifrici"[8]. La meretrix Augusta :"iam...facilitate adulteriorum in fastidium versa, ad incognitas libidines profluebat "[9], oramai volta alla noia per la facilità degli adultèri, si lasciava andare a dissolutezze inaudite. L'incognita ed estrema libido fu quella di sposare l'amante  Silio, e non a Claudio morto. Il ganzo la incalzava (urgebat) con l'argomento che "flagitiis manifestis subsidium ab audacia petendum ", negli scandali scoppiati bisogna chiedere soccorso all'audacia.

 

Giovenale[10] presenta Messalina l'altra moglie di Claudio[11], attraverso un ritratto espressionistico, deformante verso lo squallore: ogni volta che si accorgeva che l'imperatore dormiva, la meretrix Augusta  (VI, 119) lo lasciava, indossato un cappuccio notturno, e accompagnata da una sola ancella. Poi, nascondendo il nigrum crinem (v. 120) sotto una parrucca bionda, entrava nel lupanare, riparato dal freddo con una vecchia tenda fatta di stracci cuciti insieme ("veteri centone [12] ", v. 121). Lì aveva una cella riservata:"tunc nuda papillis/prostitit auratis titulum mentita Lyciscae/ostenditque tuum, generose Britannice, ventrem! " (vv. 122-124), allora si metteva in vendita nuda  con i capezzoli dorati, facendo passare per suo il cartello di Licisca[13], e mostrava il ventre da cui eri nato tu, nobile Britannico![14].

 

Claudio era stato l’imperatore circondato da ministri liberti.

"La storia degli anelli d'oro: il più interessante capitolo di storia del costume dell'epoca imperiale, particolarmente dell'epoca giulio-claudia…Claudio eredita da Caligola, ed affina e organizza, il predominio dei liberti imperiali nella corte. Ma dietro questi tre potentissimi liberti[15] c'è la grande massa di tutti i liberti, imperiali o non, in tutto l'impero. Sono una borghesia affaristica e prepotente. Affrontano talora i rischi della legge, pur di portare l' anulus aureus, gabellandosi per cavalieri. La pressione di questa borghesia significa soprattutto una cosa: l'intensificazione dell'economia monetaria…burocrazia (questa burocrazia dei liberti imperiali) significa economia monetaria, intensità di circolazione dei mezzi legali di pagamento. L'economia naturale delle grosse domus senatorie è colpita a morte. Intensità di circolazione richiede abbondanza di metallo. Claudio…ordina la ricerca di nuove miniere, intensifica lo sfruttamento delle vecchie "[16].

Narcisso, responsabile della corrispondenza imperiale, sarà eliminato da Agrippina all'insaputa di Nerone nei primi giorni del regno.

Dopo di lui Nerone creò due uffici: uno ab epistulis Graecis, uno ab epistulis Latinis. Capo dell'ufficio della corrispondenza latina fu nominato Policlito.  Esercitava la sua carica con pugno di ferro e rimase fedele a Nerone fino all'ultimo.

 

Seneca voleva che la libertas rei publicae fosse la massima possibile: summa libertas (De clementia 1, 8). Esaltava la clementia neroniana che nessun principe aveva finallora praticato (nulli principum concessam, I, 5) e affermava che l’imperatore era deorum vice (1, 2).

 Insomma voleva un principato più costituzionale di quello augusteo.

Tacito “quando introduce Seneca nei primi resoconti del regno di Nerone, elogia la sua forza morale unita a tatto sociale: honesta comitas[17]. Tacito racconta che Burro e Seneca, concordi in societate potentiae (cosa rara), erano molto influenti su Nerone, Burrus militaribus curis et severitate morum, Seneca praeceptis eloquentiae et comitate honesta, con la sua cortesia stimabile. Costituivano un tandem politico.  

Nerone per assecondare Seneca, nel 58 propose di abolire le tasse indirette, il che avrebbe danneggiato i cavalieri appaltatori di vectigalia. Era un piano utopistico, più senecano di Seneca, e il senato lo ridusse a termini ragionevoli.

Nerone avrebbe potuto insistere citando Cicerone il quale nei Paradoxa Stoicorum[18] aveva scritto più sinteticamente:"non esse emacem vectigal est" (VI, 51) non essere consumisti è una rendita.

I vectigalia erano affidati alle societates equitum Romanorum (Tacito, Annales, IV, 6) e quindi l’utopia del 58 era antiequestre. I senatori temevano la tributorum abolitio (Tac. Ann, XIII, 50), la scomparsa di tutte le tasse.

I cavalieri erano uomini d’affari, mercanti, usurai, pubblicani e anche proprietari fondiari. Poi conductores, appaltatori, delle grandi proprietà agricole imperiali, in concorrenza con i liberti. La prefigurazione della borghesia.

 Cfr. la sesquiplebe.

 

Leggiamo alcuni versi della satira intitolata LA SESQUI-PLEBE [19]

       1       Avvocati, e Mercanti, e Scribi, e tutti

       2   Voi, che appellarvi osate il Ceto-medio,

       3   Proverò siete il Ceto de' più Brutti.

      31      D'ogni Città voi la più prava parte,

      32   Rei disertor delle paterne glebe,

      33   Vi appello io dunque in mie veraci carte,

      34      Non Medio-ceto, no, ma Sesqui-plebe.

 

Cosa è il borghese oggi? E’ l’uomo che parla di cose, di cose costose e, secondo lui, prestigiose, di cose che lo riguardano, o vorrebbe lo riguardassero, mai di sentimenti o di idee, mai di fatti spirituali o sentimentali, e nemmeno di fatti politici (dopo la festa Candelara 13 luglio 2008)..

 

Il senato era contrario alle largità monetarie: Trasea Peto (costretto poi a uccidersi nel 66) propose ne Syracusis spectacula largius ederentur ( Annales, XIII, 49), che non si allestissero spettacoli troppo costosi a Siracusa.

 Ma gli altri senatori lo accusarono di occuparsi di inezie.

Il popolo si lamentava della rapacità degli appaltatori; allora dubitavit Nero an cuncta vectigalia omitti iubēret idque pulcherrimum donum generi mortalium daret (XIII, 50).

 Ma “non era possibile spezzare i presupposti economici dello stato: ancora qualche mese prima, l’apostolo Paolo-un giudeo romano, che in questo caso capiva i problemi dell’impero meglio dell’imperatore Nerone o del senatore Seneca-aveva insistito con i suoi fedeli di Roma…sulla necessità che si corrispondessero allo stato così le tasse dirette come le indirette”[20].

Il senato temeva la dissolutionem imperii : “quippe sublatis portoriis sequens ut tributorum abolitio expostularetur” 13, 50), infatti eliminati i dazi si sarebbe richiesta l’abolizione delle imposte dirette[21].

Siamo nel 58. Il progetto viene respinto, e Nerone, un poco alla volta, passa dalla clementia alla severitas.

Al momento del suo avvento aveva invocato l’autorità dei padri ma dopo il primo periodo, il quinquennium Neronis, il suo obiettivo è quello di domare i senatori e farne dei grandi servitori dello Stato.

Del resto la composizione del senato stava cambiando: l’antica nobilitas si stava estinguendo. Il celibato e la repressione, nel 69 aveva ridotto a 13 il numero di senatori che discendevano dalle antiche famiglie. Venivano rimpiazzati con Italici e provinciali. Il coronamento delle loro carriere erano i proconsolati d’Africa e d’Asia e la prefettura di Roma.

 

Gli Augustiani

 

 Nerone si circonda degli Augustiani, dei propagandisti culturali, una specie di Accademia neroniana. Dovevano anche applaudire le sue esibizioni (Svetonio, 25:  si proclamavano Augustianos militesque triumphi eus, Augustiani e soldati del suo trionfo.  

C.D. 61, 20, 4: “Aujgouvsteioiv te wjnomavzonto kai; ejxh'rcon tw'n ejpaivnwn”).

 Nerone  istituì nel 59 questo corpo di “giovani cavalieri romani che applaudivano giorno e notte” (Champlin, 78).

Gli Augustiani sono organizzati secondo il modello dell’efebia attica. C. D. nomina oiJ iJppei'~ swmatofuvlake~ (61, 9), i  cavalieri guardie del corpo che già nel 55 prefigurano questo corpo costituito nel 59.

Tacito dice che erano aetate ac robore conspicui  giovani e prestanti, e che applaudivano bellezza e la voce del principe: “formam principis vocemque” (Ann. XIV, 15). Erano uomini di punta del neronismo: accompagnarono l’imperatore in Grecia e gli fecero erigere una statua trionfale (C. D. 63, 18, 3).

 

 

Gli spettacoli: il circo, l’anfiteatro, il teatro. Biasimi degli spettacoli

 

Per gli spettacoli pubblici c’erano tre luoghi: il Circo Massimo dalla lunga struttura ellittica per le gare dei carri, lo spettacolo più popolare. Poteva contenere 150 mila spettatori.

 

L’anfiteatro, alto cilindro aperto, grosso modo circolare, dove combattevano i gladiatori, si inscenavano battaglie navali o cacce a belve feroci.

 Il Colosseo fatto costruire dai Flavi era capace di 70-80 mila spettatori.

Poi c’era il teatro semicircolare per le rappresentazioni drammatiche e musicali. l più importanti quello di Pompeo (12 mila spettatori), costruito nel campo Marzio, poi quello di Marcello (13mila) e quello di Balbo (8 mila). Il civis romanus era homo spectator.  

 

Platone[22]  critica gli agoni drammatici frequentati troppo spesso, e male, da un pubblico becero,  trascinato dalla musica caotica diffusa da poeti ignoranti, maestri di disordinate trasgressioni, i quali mescolavano peani con ditirambi, confondendo, appunto, tutto con tutto (pavnta eij~ pavnta sunavgonte~, Leggi, 700d); di conseguenza le cavee dei teatri divennero da silenziose vocianti, e al posto dell’aristocrazia del gusto subentrò una  sfacciata  teatrocrazia per quanto riguarda quest’arte (701). Come se fossero stati tutti sapienti, diventarono impavidi e l'audacia generò l'impudenza (701b).

Seneca condanna l'efferatezza dei giochi circensi quali mera omicidia ( Ep. 7), omicidi veri e propri.

Cicerone invece nel Pro Sestio (106) afferma che il popolo romano può esprimere i propri giudizi e sentimenti soprattutto in tre luoghi: le assemblee, i seggi elettorali, i giochi e gli spettacoli gladiatorii .

 

Nel Dialogus de oratoribus[23] di Tacito[24] Messalla biasima i vizi particolari di Roma propria et peculiaria huius urbis vitia , che sono quasi insiti nel DNA dei Romani si direbbe ora:"paene in utero matris concipi mihi videntur, histrionalis favor et gladiatorum equorumque studia" ( 29), sembrano quasi concepiti nello stesso grembo materno, la simpatia per gli istrioni, la passione per i gladiatori e i cavalli. Nell'animo dei ragazzi  occupatus et obsessus, occupato e bloccato da tali studia, non rimane  spazio per l'interesse nei confronti delle arti liberali. Questo avvertimento può essere attualizzato con la passione per il calcio o per la musicaccia.

 L' histrionale studium del gaglioffo Percennio, per esempio, la sua esperienza di attore, e il suo essere stato dux olim theatralium operarum (Annales, I, 16) un capo della claque teatrale, ne fa un acclamato duce durante la rivolta delle legioni della Pannonia successiva alla morte di Augusto.

Tertulliano[25] nell’ Apologeticum [26]  afferma che i sensi puri dei cristiani non hanno nulla in comune con la follia del circo né con l'impudicizia del teatro (cum impudicitia theatri ) né con la crudeltà dell'arena (cum atrocitate arenae) né con la vanità del portico (38). 

Quindi nel De spectaculis [27] l’apologista predica contro teatri e circhi in quanto tutta la messinscena degli spettacoli trae la sua essenza ex idolatrīa (IV, 3) dall'idolatria.

Sant'Agostino nelle Confessiones[28] definisce miserabilis insania la passione per il teatro, una follia da lui stesso provata quando lo trascinavano gli spettacoli teatrali "plena imaginibus miseriarum mearum et fomitibus ignis mei" (III, 2), pieni di immagini delle mie miserie e di esche del mio fuoco.

Nel De civitate Dei [29] Agostino sostiene che  i ludi scenici, introdotti a Roma[30] per placare la pestilenza dei corpi, importarono dall'Etruria la pestilenza nei costumi. Infatti il pontefice, per sedare la pestilenza delle anime, proibiva addirittura la costruzione del teatro (I, 32).

Insomma il teatro, che tratta spesso della peste[31], è esso stesso latore di peste.

 In Madame Bovary il curato di Yonville sembra condividere l'opinione di Ovidio sul lenocinio dei teatri, i quali perciò, dato il punto di vista critico del prete autorizzato da "tutti i Santi Padri", vengono sconsigliati:"So anch'io" obiettò il curato, "che esistono buone opere, buoni autori, tuttavia, non fosse altro, tante persone di sesso diverso riunite in un locale seducente, ornato di pompe mondane, e poi tutti quei travestimenti pagani, tutto quel belletto, tutti quei candelabri, tutte quelle voci effemminate, tutto insomma deve ingenerare alla fin fine un certo libertinaggio dello spirito e suggerirti pensieri disdicevoli, tentazioni impure. Almeno questa è l'opinione di tutti i Santi Padri. Infine…se la chiesa ha condannato gli spettacoli, significa che aveva la sua ragione di farlo: occorre sottometterci ai suoi decreti"[32].

Questa linea platonico-cristiana di avversione per gli spettacoli teatrali si riscontra fra i Puritani del Seicento: il Lord Protector Cromwell[33] fece chiudere i teatri durante la sua tirannide in Inghilterra.

Per quanto riguarda la presenza di tale ostilità nel Nuovo Mondo, sentiamo La lettera scarlatta di Nathaniel Hawthorne[34], pubblicata nel 1850 ma ambientata nella Boston puritana del XVII secolo:"inutilmente si sarebbe immaginato di vedere quel popolo abbandonarsi ai divertimenti popolari che erano in uso in Inghilterra sotto la regina Elisabetta o sotto re Giacomo. Niente spettacoli teatrali, né musiche di sonatori ambulanti, né canzoni di menestrelli, né trucchi di giocolieri, né lazzi di saltimbanchi. Il fondo del carattere di questa gente-s'è detto-era triste, e tutti questi professionisti dell'allegria sarebbero stati scacciati non soltanto dalla legge, ma dal sentimento popolare che conta assai più della legge"[35]. La protagonista del romanzo è una donna bella e fine, marchiata e messa al bando da questa gente tetra.

Una studiosa della scuola del Dramma dell’università di Washington rileva un nesso tra l’ostilità dei Puiritani nei confronti del teatro e il fatto che nel teatro elisabettiano le parti femminili fossero recitate da maschi travestiti. Sicché il palcoscenico poteva essere visto come il sito dell’omoerotismo: “Several extant Puritan sermons were built upon a quotation in Deutoronomy (22: 5) which specifically forbade cross-dressing: ‘The woman shall not wear that which pertaineth unto a man, neither shall a man put a woman’s garment; for all that do so are an abomination unto the Lord thy God[36], diversi sermoni puritani arrivati sino a noi erano costruiti su una citazione del Deuteronomio che proibiva specificamente I travestimenti: ‘La donna non indosserà quello che appartiene a un uomo, né un uomo si metterà un articolo di vestiario da donna; in quanto tutto questo è abominio nei confronti del Signore tuo Dio.

Nella propria autobiografia Vittorio Alfieri racconta che cercò ingraziarsi Pio VI, papa Braschi, offrendogli di dedicargli il Saul. Il papa rifiutò l’omaggio e  “ se ne scusò, dicendo che egli non poteva accettar dedica di cose teatrali quali ch’elle si fossero”. “Né io altra cosa replicai su ciò” , conclude l’autore (Vita, IV, 10).

Insomma c'è tutta una letteratura contro il teatro.

Tuttora c’è un’ostilità del potere contro il teatro che presenta l’uomo come problema, e spinge a pensare, pone degli interrogativi, instilla dei dubbi. La televisione non manda più in onda i drammi grandi e meravigliosi dei grandi autori che così perdono visibilità e presenza anche nella scuola.

 

 

Nerone dopo che si è guastato con il senato (tra il 59 e il 62) tende a limitare le prerogative della Curia. Da questo punto di vista “appare il precursore dei monarchi del Basso Impero, del III e IV secolo” (Cizek, p.144).

Nerone dopo la rottura con il senato  corteggiava i Cavalieri: concesse loro posti davanti a quelli della plebe nel Circo: in precedenza  avevano le prime 14 file solo nel teatro  secondo la lex Roscia del 67 a. C. (A. XV, 32).

Gli affaristi e gli speculatori, i liberti oltre la plebe, costituivano la base del consenso al principe il quale organizzò funerali sontuosi per l’usuraio Cercopiteco Panero, un liberto arricchito feneratorem locupletatum da lui stesso (Sv., Nero, 30, 6).

Roma con il suo milione di abitanti era un enorme centro di consumo.

 

Paolo scrive la Lettera ai Romani alla fine del 57 o ai primi del 58. Dice ai cristiani di Roma: ogni anima sia sottoposta alle autorità superiori: infatti non c’è autorità se non da Dio: “ouj ga;r e[stin ejxousiva eij mh; ajpo; Qeou ', non est enim potestas nisi a deo” (13, 1). Sicché chi si oppone all’autorità si oppone all’ordinamento di Dio; e quelli che si oppongono saranno puniti. Dovete obbedire “a chi dovete le tasse (to; tevlo~ “tassa indiretta”, vectīgal), date le tasse; a chi il timoroso rispetto (to;n fovbon), date il timoroso rispetto; a chi l’onore, date l’onore”…Paolo insiste sulla necessità che i Cristiani siano soggetti alle autorità romane; e formula il concetto, fondamentale nella storia dell’impero che omnis potestas a deo”.[37]

Reddite omnibus debita: cui tributum (fovron) tributum (tassa diretta), cui vectīgal (tevlo~) vectigal (tassa inndiretta ), cui timorem timorem, cui honorem honorem” ( 13, 7)

 Paolo gerarchizza tutto in una prospettiva carismatica.

Comunque la plenitudo legis, l’adempimento della legge è la dilectio: “Diliges proximum tuum tamquam te ipsum” (13, 10).

 

Torniamo a Svetonio e al 54. Appena eletto imperatore,  Nerone affidò alla madre summam omnium rerum privatarum publicarumque (9), anzi al tribuno di guardia diede la parola d’ordine “optimam matrem”.

Comunque abolì o ridusse graviora vectigalia (10). Ridusse a un quarto i premi che si davano ai delatori dei trasgressori della legge Papia.

Sovvenzionò senatori impoveriti, e, se veniva invitato a firmare una condanna a morte, esclamava: “quam vellem nescire litteras!” (Svetonio, 10).

 

Quel giovane che fu d’animo eroico nella virtù (come sogliono essere tutti quelli che nascono con grande e forte immaginazione e sentimento), se per forza dell’esperienza delle sventure, degli esempi, disingannato dalla virtù arriva a lasciarla, diviene eroico nel vizio, e capace di molti maggiori errori che non sono gli altri…In tutte le cose gli eccessi si toccano assai più fra loro, che col loro mezzo, e l’uomo eccessivo in qualunque cosa, è molto più inclinato e proclive all’eccesso contrario che al mezzo” (Leopardi, Zibaldone, 1473).

 

Gli piaceva declamare in pubblico, anche recitare i suoi versi.

Andava pazzo per gli spettacoli : naumachie, la danza pirrica (purrich; o[rchsi~) ossia la danza guerresca eseguite da efebi. Fece anche montare da un toro una Pasife chiusa in una giovenca foggiata in legno. Un Icaro precipitò vicino a Nerone e lo spruzzò del suo sangue.

 

La riforma monetaria (64 d. C.)

“Il Satyricon di Petronio è il romanzo dei liberti scritto da un senatore. La nuova società, nonostante le esagerazioni senatorie di Nerone fino al 62, e le esagerazioni antisenatorie dello stesso Nerone dal 64 in poi, si doveva fondare sulla morte dell’economia parasitica, sull’incremento di una solida economia monetaria. E la sua moneta era il denarius neroniano…Il denarius, cioè la moneta della piccola e della media borghesia: Nerone aveva fatto una riforma che avvantaggiava lo stato, ma che con lo stato avvantaggiava le nuove classi sociali economicamente più povere ma più attive. L’imperatore ultrasenatorio di un tempo avallava ora la fine del luxus parasitico dei detentori d’oro ” (S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp.  pp. 223- 224).

 

“Molto oro scorreva verso l’esterno, in particolare verso l’India, da cui si importavano le spezie, i profumi e le pietre preziose, e verso l’Arabia, ove si acquistavano enormi quantità d’incenso…L’oro romano rappresentava per l’Arabia il petrolio dell’antichità” (Cizek, p. 270).

 

Questa moneta (denarius, d’argento in uso dal III sec. a. C.) e chi la possedeva erano stati avvantaggiati da Nerone rispetto all’ aureus e ai suoi possessori. “giacché il rapporto AU : ARG era cambiato a favore dei detentori di moneta d’argento” (p. 223).

 Prima della riforma ci volevano 25 denarii di 3, 70 grammi per un aureus di 7,70 grammi; dopo la riforma, 25 di 3, 25 grammi compravano un pezzo d’oro di 7, 30 grammi.

Plinio dichiara che il pondus imminūtum  durante la I guerra punica ha condotto a un lucrum della res publica e a una dissolutio dell’aes alienum: “res publica lucrata est” (N. H., XXX, 3, 44-45), Però a 9, 132 dichiara che era iustum il pondus del denarius anteriore al 64.[38].

“Nerone aveva aiutato i soldati e la piccola borghesia industriale italiana detentrice di denarii; infatti il soldo delle truppe era pagato in denarii (anche se coneggiato in aurei), e il denario era moneta borghese. I senatori, e in genere gli uomini del grande capitale, quando ebbero visto una tale difesa dell’argento a tutto svantaggio dell’oro, si erano sentiti confermati nell’opposizione contro Nerone, ed avevano rovesciato…a soli quattro anni di distanza dalla riforma, l’imperatore della piccola borghesia. Ma la politica sociale di Nerone-proprio la politica degli ultimi anni del “cattivo” imperatore-aveva, per questa parte, ragione; la difesa del denario  contro l’aureo, cioè dei soldati e della borghesia contro il luxus nobiliare, era così rispondente alla nuova realtà storica, che proprio la borghesia venne al potere in seguito alla caduta di Nerone, e fu senz’altro rappresentata dai Flavii. Non solo: ma la stabilità della riforma neroniana per più che 130 anni, dimostra che quella riforma monetaria era quanto mai vitale e rispondente alle esigenze dell’impero…Tutto ciò implicava la necessità di assicurare da una parte un notevole rifornimento di oro, in maniera che la riforma neroniana, consistente nella vittoria del denarius sull’aureus, ricevesse stabilità e giustificazione economica dall’aumento dell’oro disponibile nello stato romano. In corrispondenza, bisognava conquistare regioni particolarmente ricche d’oro, come la Dacia; e d’altra parte, bisognava consolidare il limes coi Parti…Traiano ha tentato una soluzione coerente, e certo la più audace che l’impero romano abbia mai concepito.

Non aveva osservato lo storico senatoriale Tacito, in uno scritto (la Germania) pubblicato nel 98, che i Germani tendevano a rifiutare il denarius neroniano di poco più che tre grammi d’argento (pecuniam probant veterem et diu notam )?  Questo commercio con i Germani…era soprattutto-lo notava Tacito stesso-commercio di piccole cose, promiscua ac vilia[39] ; dunque, commercio in denarii piuttosto che in aurei, commercio fondato sull’argento più che sull’oro; esso, era, insomma, una continua minaccia per la stabilità della moneta argentea neroniana, in quanto richiamava alla coscienza del commerciante romano l’effettiva inferiorità del valore intrinseco del denarius neroniano rispetto a quel suo valore nominale…Ancora una volta: solo un aumento della riserva d’oro poteva giustificare il rapporto riconosciuto nello stato romano fra l’aureus e il denarius, rapporto per cui si poteva cambiare un aureus (gr. 7, 24 d’oro) con appena 25 monete d’argento di g. 3, 40 (e di lega non molto buona, che poi Traiano avrebbe ancora peggiorato riducendo il titolo del denarius all’88-78% di argento). In altri termini (è necessario insistere su questo punto, giacché esso è la misura di tutta la congiuntura economica da Nerone a Commodo, e vuol essere un leit-motiv di questo libro): la borghesia italiana aveva ottenuto nel 64 d. C. una vittoria rivoluzionaria sul luxus del grande capitale, in quanto era riuscita a far trionfare la sua moneta (la moneta dei commerci promiscua ac vilia, secondo la citata espressione di Tacito) nei confronti del senato; sì che aveva abbassato il rapporto AU: AR da poco più che 12, 50: 1, com’era nell’epoca giulio-claudia fino al 65, a poco più di 10, 50: 1 (considerando il peggioramento della lega sotto Nerone; con l’ultimo peggioramento sotto Traiano, il rapporto sarà ancor più favorevole al denario, e potrà calcolarsi intorno a 10: 1, e anche meno). Ma una tale vittoria della borghesia (e dei promiscua ac vilia commercia) sul grande capitale (e sui commercia di luxus) poteva mantenersi soltanto se l’aumento dei giacimenti auriferi avesse effettivamente significato una diminuzione di prezzo dell’oro; questo motivo, accanto a considerazioni di carattere militare e di spiriti cesariani, rendeva particolarmente utile la conquista della Dacia ”[40].

Tacito scrive: Pecuniam probant veterem et diu notam, serratos bigatosque, monete dentellate e con le bighe, argentum quoque magis quam aurum sequuntur, nulla adfectione animi sed quia numerus argenteorum facilior usui est promiscua ac vilia mercantibus (Germania, 5, 3), cercanol’argento più dell’oro, non per una particolare predilezione ma perché il numero delle monete d’argento è più facile all’uso per chi commercia articoli ordinari e di poco prezzo.

Traiano sconfisse Decebalo in due campagne tra il 101 e il 106 e ridusse la Dacia (attuale Romania) a provincia. La Colonna Traiana, a Roma, documenta l’impresa.

 

Excursus sui Germani.

L’imperialismo velleitario degli Annales

 

Dei Germani l'impero romano non ebbe mai ragione . Il pericolo delle popolazioni nordiche è segnalato da Sallustio, che pur confonde i Germani con i Celti, nell'ultimo capitolo del Bellum Iugurthinum :" Per idem tempus advorsum Gallos ab ducibus nostris Q. Caepione et Cn. Manlio male pugnatum: quo metu Italia omnis contremuit. Illimque usque ad nostram memoriam Romani sic habuere: alia omnia virtuti suae prona esse; cum Gallis pro salute, non pro gloria certari "(114), nel medesimo tempo i nostri comandanti combatterono male contro i Galli e tutta l'Italia ne tremò di paura. E da allora fino ai nostri giorni i Romani pensarono che tutto il resto fosse prono al loro valore, con i Galli si lottava per la salvezza non per la gloria.

 Si tratta di una sconfitta dell'ottobre del 105, ma "i Galli vincitori di Cepione, dei quali Sallustio parla, sono in realtà i Cimbri, Teutoni ed Ambroni, tutte popolazioni germaniche e non celtiche (galliche), sebbene fossero alleate con i celtici Elvezii. Ma insistendo sulla "terribilità" dei Galli, confusi in tal modo con le popolazioni germaniche, Sallustio vuole mettere in rilievo questo significato eccezionale dell'impresa gallica di Cesare. Contro gli altri popoli si combatte per la gloria; contro i "Galli" per sopravvivere"[41]

Tacito, nella fase dell'imperialismo che Mazzarino definisce "accorto e moderato (e se si vuole: rinunciatario)"[42], ossia quando scrive la Germania  (98 d. C.) attualizza l'ultimo capitolo del Bellum Iugurthinum e prega che permanga la discordia dei Germani:"maneat, quaeso, duretque gentibus, si non amor nostri, at certe odium sui, quando urgentibus imperii fatis, nihil iam praestare fortuna maius potest quam hostium discordiam "(33), rmanga e duri a lungo, speriamo, tra quelle genti, se non l'amor di noi, almeno l'odio tra loro, poiché, incalzando il destino dell'impero, niente di meglio può concederci la fortuna che la discordia dei nemici. Questa speranza della lotta tra i Germani è "un motivo-nota Mazzarino[43]- che arriverà sino ad Orosio: geri bella gentium , Or, VII, 43, 14-15", ossia al V secolo d. C.  Più avanti Tacito, dopo avere riconosciuto che i Germani sono nemici più duri dei Parti ("quippe regno Arsacis acrior est Germanorum libertas ", poiché la libertà dei Germani è più fiera del regno di Arsace), chiude il capitolo (37) facendo dell'ironia sui falsi trionfi di Domiziano:"Nam proximis temporibus triumphati magis quam victi sunt ", infatti nei tempi più recenti (i Germani) hanno subito più trionfi che sconfitte.

Vero è pure che negli Annales,  scritti quando "Traiano s'è distinto nelle due guerre daciche (del 101-102 e 105-107)", c'è nell'autore "un imperialismo velleitario, che pretende la sottomissione piena dei Germani, e rimprovera a Tiberio il richiamo di Germanico"[44]; infatti l'imperatore ferma il nipote, che nel 16 d. C. aveva vendicato la sconfitta di Varo, con il medesimo argomentare usato da Tacito nella Germania:"Posse et Cheruscos ceterasque rebellium gentis, quoniam Romanae ultioni consultum esset, internis discordiis relinqui "(Annales , II, 26), si potevano lasciare alle loro discordie interne i Cherusci e gli altri popoli ribelli, poiché si era provveduto alla vendetta di Roma, ma lo storico attribuisce tendenziosamente tale strategia all'invidia di Tiberio:"Haud cunctatus est ultra Germanicus, quamquam fingi ea, seque per invidiam parto iam decŏri abstrahi intellegeret ", Germanico non indugiò oltre, sebbene capisse che quegli argomenti erano falsi, e che per invidia veniva strappato alla gloria già raggiunta.

Quelli di Tiberio invero gli argomenti utilizzati da Tacito nel capitolo 33 della Germania .

 

Lo storico francese Carcopino rileva gli effetti dell’azione militare traianea sulla “caduta dell’oro”, ma “l’aumento della quantità dell’oro appariva necessario per sostenere, in forme non autoritarie, la politica monetaria iniziata da Nerone nel 64, cioè per sostenere la politica della borghesia e dei soldati…ancora una volta, la storia numismatica ed economica ha un significato solo se essa si configura come storia sociale”.

La riduzione del peso (pondus imminūtum ) e del valore reale delle monete (64) del resto provocò un aumento dei prezzi e un processo inflazionistico che sarebbe continuato fino alla caduta dell’impero.

 

Un poco alla volta dunque Nerone cambiò atteggiamento e mutò la politica ultrasenatoria: nel 55 uccise Britannico, nel 59 fece uccidere la madre. Era cominciata la sua carriera di auriga e citaredo.

Racconta Tacito che Nerone aveva la passione di guidare la quadriga nelle corse nec minus foedum studium, una passione non meno ignobile: “cithărā ludĭcrum in modum canere” (14, 14), come si fa negli spettacoli.

Negatività del teatro.

The drama, like the four-horse chariot race, is a contest ” (Sue-Ellen Case, Feminism and theater, p. 12), il dramma, come la corsa dei carri tirati da quattro cavalli, è una gara. Gli piaceva dunque gareggiare.

 

Ma sotto questa passione c’era un’idea: “concertare equis regium et antiquis ducibus factitatum memorabat” (Annales, XIV, 14), ricordava che gareggiare con i cavalli era attività di re e questa era stata celebrata da poeti e praticata in onore degli dèi.

Si pensi a Pindaro. Enimvero cantus Apollini sacros, il canto poi era sacro ad Apollo.

Nel 62 Seneca si ritirò nell’otium: dalle cure della res publica si rifugiava nella cosmopoli stoica. Nel 62 morì Burro e gli succedettero Fenio Rufo e Tigellino come prefetti del pretorio.

Dal 62 Nerone ricorre sempre più spesso all’eliminazione fisica degli avversari. La città formicola di spie che riferiscono a Tigellino.

 Rufo piaceva al popolo poiché governava l’annona (rifornimento e prezzi de viveri) senza rubare;  Tigellino piaceva a Nerone per l’inveterata dissolutezza e la pessima reputazione (veterem impudicitiam atque infamiam).

Tigellino sosteneva il crescente irrigidimento del principe nei confronti dei senatori tradizionalisti.

Burro secondo molti fu avvelenato da Nerone. 

 Sempre nel 62, Nerone fece uccidere Ottavia  e sposò Poppea la quale aveva spinto uno dei servi ad accusare la moglie dell’imperatore di amori con uno schiavo. Un’ancella fedele tuttavia gridò a Tigellino castiora esse muliebria Octaviae quam os eius (Annales, XIV, 60).

 C. D. racconta che Pitiade, torturata perché pronunciasse false accuse contro Ottavia, disse kaqarwvteron w\ Tigelli'ne to; aijdoi'on hJ devspoina mou tou' sou' stovmato~ e[cei (62, 13).  

 Cassio Dione afferma che Nerone decise presto di emulare suo zio Caligola: infatti pensava che fosse proprio del potere imperiale il fatto di non rimanere indietro a nessuno (mhdeno;~ uJsterivzein), neppure nelle pessime azioni (61, 5). E siccome la folla lo approvava, esibiva in pubblico i suoi vizi.

Svetonio racconta che Nerone laudabat mirabaturque avunculum Gaium (30) lodava a ammirava lo zio Caligola, non per altro merito che perché aveva dilapidato le ricchezze accumulate da Tiberio. Quare nec largiendi nec absumendi modum tenuit. Non ebbe misura nelle elargizioni e nelle spese.

Platone quando, nell'VIII libro della Repubblica, passa in rassegna le forme costituzionali: nello stato democratico gli appetiti (ejpiqumivai) prendono possesso dell'acropoli dell'anima del giovane, poi questa viene occupata da parole e opinioni false e arroganti  (yeudei'" dh; kai; ajlazovne"lovgoi te kai; dovxai 560c)  le quali chiamando il pudore stoltezza (th;n me;n aijdw' hjliqiovthta ojnomavzonte"), lo bandiscono con disonore; chiamando la temperanza viltà (swfrosuvnhn [45] de; ajnandrivan), la buttano fuori coprendola di fango (prophlakivzonte" ejkbavllousi), e mandano oltre confine la misura e le ordinate spese (metriovthta de; kai; kosmivan dapavnhn)  persuadendo che sono rustichezza e illiberalità (ajgroikivan kai; ajneleuqerivan 560d). E non basta. I discorsi arroganti con l'aiuto di molti inutili appetiti transvalutano pure, ma in positivo, i vizi, immettendoli nell'anima  e chiamano la prepotenza buona educazione (u{brin me;n eujpaideusivan kalou'nte" ), l'anarchia libertà (ajnarcivan de; ejleuqerivan), la dissolutezza magnificenza (ajswtivan de; megaloprevpeian), e l'impudenza coraggio (ajnaivdeian de; ajndreivan 560e-561). L’uomo così corrotto vive a casaccio, e la sua vita non è regolata da ordine (tavxi") né da alcuna necessità (ajnavgkh). Si capovolgono pure i rapporti umani: il padre teme il figlio, il maestro lo scolaro, i vecchi imitano i giovani, per non sembrare inameni e autoritari (563). 

   

Ovidio chiarisce e non disapprova tale cambiamento di valori lessicali e morali.

 Il pudor , rusticus, va eliminato e sostituito con la cupido, l'audacia e la facundia. La fides poi va estorta con l'adulazione. Per la conquista è decisivo il desiderio che ispira il parlare bene e l' ardire erotico: la parola audace e suadente metterà in fuga il rusticus pudor :" Conloqui iam tempus adest; fuge rustice longe/hinc Pudor: audentem Forsque Venusque iuvat " (Ars I, 605-606), è già tempo di parlarle; fuggi lontano di qui, rozzo Pudore, la Sorte e Venere aiutano chi osa.

 

  Augusto e Tiberio invece erano temperati nelle spese.  Si vede ancora, racconta Svetonio, la parsimonia (73) delle  supellettili del primo imperatore.  Cibi minimi erat atque vulgaris fere. Mangiava secundarium panem et pisciculos minutos et caseum bubulum manu pressum et ficos virides ( Vita Augusti, 76), pane ordinario, pesciolini, cacio vaccino, premuto a mano e fichi freschi.

“Oggi siamo a una tendenza da ultimi giorni di Pompei…un incanaglimento generale. Forse è il caso di rivolgersi, più che agli uomini di buona volontà, a quelli di buon gusto, forse è il caso di tornare a scrivere sulle buone maniere, sulla buona educazione, sui buoni costumi…L’Augusto più ammirevole è quello che nel Palatino si ciba di fave e di cicoria, da vero padrone del mondo”.[46]

Cfr. Alcmane, Catullo, Orazio.

Le temperate spese torneranno di moda con Vespasiano.

Platone collega sfrenatezza e dismisura alla democrazia.

 Nell'VIII libro della Repubblica, passa in rassegna le forme costituzionali: nello stato democratico gli appetiti (ejpiqumivai) prendono possesso dell'acropoli dell'anima del giovane, poi questa viene occupata da parole e opinioni false e arroganti  (yeudei'" dh; kai; ajlazovne"lovgoi te kai; dovxai 560c)  le quali chiamando il pudore stoltezza (th;n me;n aijdw' hjliqiovthta ojnomavzonte"), lo bandiscono con disonore; chiamando la temperanza viltà (swfrosuvnhn [47] de; ajnandrivan), la buttano fuori coprendola di fango (prophlakivzonte" ejkbavllousi), e mandano oltre confine la misura e le ordinate spese (metriovthta de; kai; kosmivan dapavnhn)  persuadendo che sono rustichezza e illiberalità (ajgroikivan kai; ajneleuqerivan 560d). E non basta. I discorsi arroganti con l'aiuto di molti inutili appetiti transvalutano pure, ma in positivo, i vizi, immettendoli nell'anima  e chiamano la prepotenza buona educazione (u{brin me;n eujpaideusivan kalou'nte" ), l'anarchia libertà (ajnarcivan de; ejleuqerivan), la dissolutezza magnificenza (ajswtivan de; megaloprevpeian), e l'impudenza coraggio (ajnaivdeian de; ajndreivan 560e-561). L’uomo così corrotto vive a casaccio, e la sua vita non è regolata da ordine (tavxi") né da alcuna necessità (ajnavgkh). Si capovolgono pure i rapporti umani: il padre teme il figlio, il maestro lo scolaro, i vecchi imitano i giovani, per non sembrare inameni e autoritari (563).

Ovidio apprezza questi capovolgimenti e prepara il terreno a Nerone: pudor , rusticus, va eliminato e sostituito con la cupido, l'audacia e la facundia. La fides poi va estorta con l'adulazione. Per la conquista è decisivo il desiderio che ispira il parlare bene e l' ardire erotico: la parola audace e suadente metterà in fuga il rusticus pudor :" Conloqui iam tempus adest; fuge rustice longe/hinc Pudor: audentem Forsque Venusque iuvat " (Ars I, 605-606), è già tempo di parlarle; fuggi lontano di qui, rozzo Pudore, la Sorte e Venere aiutano chi osa.

 

 

Agrippina voleva controllare il figlio e gli rinfacciava di essere stata lei a farlo diventare imperatore, come se potesse revocarlo: non sapeva infatti che ogni forma di potere assoluto (pa'sa ijscu;~ au[tarco~ ), una volta concesso, si separa da chi lo ha donato e diviene proprietà di chi lo ha ricevuto a danno del beneficante kat’ ejkeivnou (C. D. 61, 7, 3).

Nel 55 dunque Nerone fece assassinare Britannico, e siccome la pelle era diventata livida uJpo; tou' farmavkou, per effetto del veleno, lo fece cospargere di gesso: “guvyw/ e[crisen” . Ma durante il funerale si rovesciò un violento temporale che lavò il gesso, in modo che il delitto non fu solo chiacchierato ma anche visto.

Vediamo Tacito . Alla fine del 55 i Parti entrarono in Armenia.

Il re dei Parti Vologese aveva insediato come re dell’Armenia suo fratello Tiridate. A Roma, una città sermonum avida (Annales, XIII, 6), si chiedevano come avrebbe potuto un ragazzo di diciassette anni suscipere eam molem aut propulsare, tanto più che si lasciava guidare a femina e da due pedagoghi. Però Nerone poteva scegliere un buon generale. In effetti fu inviato l’ottimo comandante Domizio Corbulone. Nerone cominciò a emanciparsi dalla madre grazie a una liberta cui vocabulum Acte fuit (XIII, 12). Nerone era attratto da questa muliercula e invece, ab Octavia abhorrebat provava ripugnanza per Ottavia, nobili quidem et probitatis spectataefato quodam an quia praevălent inlicita.

 Ad Agrippina Acte non piaceva, anzi muliebriter fremere (13, 13), donnescamente fremeva. Ma quantōque foediora exprobrabat acrius accendere,  accendeva tanto più il figlio, quanto più gli rimproverava l’obbrobrio di amare una serva.

Nerone si affida a Seneca. Allora Agrippina si dà alle blandizie, anche fisiche, nei confronti di Nerone, ma gli amici metuebant orabantque cavēre insidias mulieris semper atrocis, tum et falsae. Poi Nerone toglie a Pallante, partigiano e amante di Agrippina, la cura rerum l’amministrazione delle rendite, ossia l’arbitrium regni che Claudio gli aveva assegnato. Era il ministro a rationibus. Callisto e Polibio a libellis.

Allora Agrippina minaccia Nerone dicendo che lei, figlia del grande Germanico, sarebbe andata con Britannico in castra: Nerone aveva come alleati debilis Burrus…trunca scilicet manu, e Seneca un exul, professoriā linguā (13, 14), un minorato, cioè con una mano mozza, e un ex esiliato dal linguaggio pedante. Siamo nel 55. Uccisione di Britannico.

 Dicendo queste parole alzava le mani e lanciava ingiurie. Allora Nerone attiva la famigerata Locusta già damnata veneficii. (Significa “cavalletta” e “aragosta”.) A corte un servo  assaggia una bevanda caldissima e innocua, poi la passa a  Britannico il quale la rifiuta.

 Questa viene allungata con del veleno. Britannico rimane senza voce né respiro e Nerone dice che è epilessia. Ma tutti capiscono e si spaventano. Tra il popolo molti giudicarono il delitto con indulgenza: “plerique etiam hominum ignoscebant antiquas fratrum discordias et insociabile regnum aestimantes” (13, 17).

E’ uno degli arcana imperii.

Un segreto del Palazzo, (arcana domus) è rivelato dallo storiografo all'inizio degli Annales, quando Tiberio sta succedendo ad Augusto (14 d. C.) :"eam condicionem esse imperandi ut non aliter ratio constet quam si uni reddatur " (I, 6), questa è la condizione dell'impero che i conti tornano bene se si rendono a uno solo.

Si pensi a Eteocle e Polinice: "sociisque comes discordia regnis" (Stazio, Tebaide, I, 130), la discordia compagna dei regni condivisi.

Alla morte di Nerone se ne rivelò un altro: "posse principem alibi quam Romae fieri " (Historiae , I, 4), l'imperatore poteva essere creato anche fuori da Roma. Poco dopo a Vespasiano, vicino allo scontro finale con Vitellio, si svelò un' altra norma  :"imperium cupientibus nihil medium inter summa aut praecipitia" (Historiae, II, 74), per chi aspira al potere non c'è via di mezzo tra la vetta e il precipizio.  

 

Breve excursus sul male del potere (Seneca).

Il regnum è un fallax bonum del quale non c'è da gioire: copre grande quantità di mali sotto un aspetto seducente:" Quisquamne regno gaudet? O fallax bonum/quantum malorum fronte quam blanda tegis"(Oedipus,vv.7-8), qualcuno gode del regno? O bene ingannevole, quanti mali copri sotto una facciata così lusinghiera!. Sono parole di Edipo che dà inizio al dramma descrivendo l'infuriare della pestilenza.

  Il regno è quasi sempre una tirannide: un bene scivoloso, un potere claudicante, in particolare quello di Edipo lo zoppo, e dei suoi figli.

Nelle Phoenissae Giocasta chiede a Polinice di rinunciare alla guerra poiché il premio che spetta al vincitore non è desiderabile: anzi  Eteocle pagherà il fio del successo a caro prezzo, con il solo fatto di essere re:"poenas, et quidem solvet graves: regnabit "(v.645).

Manzoni riprende il tovpo" nell' Adelchi  quando il protagonista ferito consola il padre sconfitto: “Godi che re non sei; godi che chiusa/all'oprar t'è ogni via: loco a gentile,/ad innocente opra non v'è: non resta/che far torto, o patirlo. Una feroce/ forza il mondo possiede, e fa nomarsi/Dritto..” (V, 8). E' il diritto del più forte.

Il secondo coro del Thyestes formato da vecchi micenei contrappone al tiranno crudele e avido un'immagine della regalità interiore: “rex est qui posuit metus/et diri mala pectoris,/quem non ambitio impotens/et numquam stabilis favor/vulgi praecipitis movet,/non quidquid fodit Occidens,/aut unda Tagus aurea/claro devehit alveo” (vv. 348-355), è re chi ha deposto le paure e le cattive passioni dell'animo crudele, quello che l'ambizione sfrenata non tocca e l'instabile favore del volgo precipitoso, né tutto quello che l'Occidente scava, o il Tago trasporta nel letto lucente con l'onda ricca d'oro. La regalità interiore non ha paura e non è avida.

 

Il quotidano “la Repubblica” del 17 gennaio del 2006 recava il titolo in prima pagina “Solo 11 le donne al potere”; ebbene una mente non fuorviata dai luoghi comuni attualmente di moda può pensare che questa rara presenza potrebbe anche fare onore ai miliardi di donne, e di uomini, che non sono al potere.

 

 

Cfr. anche Adelchi .

 

Torniamo a Cassio Dione. Nerone cominciò a scatenrsi: dava sfogo alla sua impudicizia, frequentava le taverne (kaphlei'a, 61, 8, popīnae). La zona era quella di ponte Milvio, malfamato centro di vizio. Ne derivavano risse e aggressioni. Anche nei teatri  Nerone fomentava i disordini aizzando la canaglia. Questi passatempi risalgono agli anni 55-58, dai 18 ai 21di Nerone. I ragazzi del resto sono ragazzi, e Cicerone con questo argomento attenuava la negatività delle intemperanze di Celio Rufo che un secolo prima bazzicava le prostitute, ossia Clodia e il suo ambiente. Sarebbe valde severus , di un rigore eccessivo, chi vietasse alla gioventù questo spasso ammesso anche dalla severità degli antenati  (Pro Caelio, 20, 48).

 Tolse la scorta alla madre. Circolavano voci sulla depravazione e la dissolutezza di Agrippina e Nerone. Di notte l’imperatore girava  a far baldorie per tutta la città di nascosto: kruvfa de; nuvktwr ejkwvmaze kata; pa'san thn povlin (61, 9), aggredendo le donne e abusando dei fanciulli e depredando, e a volte uccidendo quelli che incontrava per strada.

Giovenale menziona le aggressioni notturne tra i mali della città.

 Nerone si camuffava cambiando spesso parrucca ma veniva individuato per la sfrontatezza. Entrava anche nelle case, ma una volta un senatore, Giulio Montano, difendendo la propria moglie, lo picchiò. Nerone lo avrebbe ignorato ma Montano gli scrisse una lettera di scuse. Allora Nerone disse: “oujkou'n h[/dei Nevrwna tuvptwn”  (61), allora sapeva che picchiava Nerone. Quindi Montano si uccise. Intanto Agrippina si dimostrava affettuosa con Ottavia e cercava di accumulare denaro quasi in subsidium (13, 18), come per trovarvi sostegno. Ma Nerone le toglieva le scorte e la teneva lontano, isolandola. Siamo nel 55-56.

Nihil rerum mortalium tam instabile ac fluxum est quam fama potentiae non suā vi nixae (13, 19).

Statim relictum Agrippinae limen. Non la visitava più nessuno praeter paucas feminas, tra le quali Giunia Silana, la moglie ripudiata da Gaio Silio, l’amante di Messalina.

Silana era una donna insignis genere, forma, lascivia et Agrippinae diu percara. In seguito Silana odiava l’imperatrice madre poiché questa diceva che era impudicam et vergentem annis, una svergognata al tramonto, un fiore di ieri. Agrippina era del 15 d. C.

Silana dunque accusa Agrippina, attraverso il mimo Paride, di voler esautorare Nerone. Tacito afferma che circolavano varie versioni sulla posizione di Burro che Agrippina aveva fatto salire in potenza. Fabio Rustico afferma che Burro conservò la sua carica ope Senecae (13, 20), per intercessione di Seneca; Plinio e Cluvio riferiscono che Nerone non dubitò della lealtà di Burro.

Fabio Rustico è una fonte di Tacito sempre malevola verso Nerone.

Adossava a Nerone la colpa dell’incesto con Agrippina.

Invece Cluvio Rufo dà la colpa della nova libido ad Agrippina.

Questa si era abbassata fino a un Pallante, sposata con lo zio et exercita ad omne flagitium (A, XIV, 2), aveva fatto il callo ad ogni turpitudine.

 Era un autorevole senatore amico di Nerone. E’ la fonte meno ostile.

 

Un’altra fonte contemporarea all’imperatore e perduta è Plinio il Vecchio: scrisse una Historia a fine Aufidii Bassi che copriva gli anni di Nerone. Era ostile a Nerone quasi quanto Fabio Rustico.

Dichiarazione metodologica di Tacito: “Nos consensum auctorum secuturi, quae diversa prodiderint sub nominibus ipsorum trademus” (13, 20). Non diversamente premettono Curzio Rufo e Arriano.

Nerone voleva uccidere la madre, ma Burro per il momento lo distolse.

Burro e Seneca si recano da Agrippina perché si giustifichi, e questa ferociae memor (13, 21) dice che Silana, donna senza figli, ignorava l’amore materno: neque enim proinde a parentibus liberi quam ab impudica adultĕri mutantur, i figli non vengono mutati dai genitori tanto quanto gli amanti da una donna impudìca.

I presenti si commossero e Silana fu esiliata. Paride invece  per il momento fu risparmiato in quanto necessario alle dissolutezze del principe: solitus aliōquin id temporis luxus principis intendere (A. XIII, 20), solito del resto in quei momenti (per vinolentiam, durante i bagordi), stimolare la lussuria del principe.

L’imperatore lo farà uccidere solo nel 66, forse perché non era riuscito a imparare la danza (ojrcei'sqai) da lui (63, 18).

Nell’anno 56 c’era pace all’esterno, dissolutezza e disordine a Roma: otium foris, foeda domi lascivia (13, 25). Nerone veste servili pererrabat itinera urbis et lupanaria et deverticula (crocicchi) e in compagnia di gentaglia rapinava botteghe e aggrediva passanti i quali a volte però riuscivano a segnarlo difendendosi.

Svetonio dice che “post crepusculum adrepto pilĕo vel galēro, un berretto o una calotta, popīnas ibat circumque vicos vagabatur ludibundus, nec sine pernicie tamen” (26). Picchiava i passanti e li gettava nelle cloache, scassinava e depredava le botteghe. Poi vendeva il bottino in un mercatino che aveva organizzato in casa. Protraeva i banchetti da mezzogiorno a mezzanotte servito da prostitute e flautiste.

Cassio Dione racconta che dopo l’uccisione di Britannico, Nerone ejkfronei'n a[ntikru~ h[rxato (61, 7), cominciò a essere del tutto pazzo. Ottenne anche grande derisione gevlwta ijscuro;n parevscen, poiché puniva gli altri per delitti che lui stesso compiva.  

Tacito afferma Manebat nihilo minus quaedam imago rei publicae (13, 28), tuttavia rimaneva una parvenza di Stato. Rimanevano i questori a capo dell’erario. Corbulone non voleva abbandonare l’Armenia, non gli sembrava degno della grandezza di Roma rinunciare alle conquiste di Lucullo e di Pompeo. Dopo la sconfitta subita da Mitridate (62 a. C., ad opera di Pompeo), la scelta del re dell’Armenia spettava a Roma. Ma i soldati assegnati a Corbulone erano nitidi et quaestuosi (13, 35), eleganti e avidi di guadagno.

 

E' questo un topos. Vediamolo.

Si pensi all'esercito di Dario III.

L’ateniese Caridemo dice a Dario: verum…et tu forsitan audire nolis, ma devo dirtela ora. Questo esercito splendente di porpora e di oro può essere temibile solo per i tuoi vicini “finitimis potest esse terribilis: nitet purpura auroque, fulget armis” ( Curzio Rufo, III, 2, 12). 

Nell’Amphitruo di Plauto i Telèboi, che poi vengono sconfitti dai Tebani di Anfitrione, “ex oppido-legiones educunt suas nimi ‘ pulchris armis praedĭtas” (Amphitruo, vv. 217-218), tirano fuori dalla fortezza le proprie truppe dotate di armi pur troppo belle.

Nel mondo moderno si può pensare alle uniformi degli ufficiali dell'impero asburgico in disfacimento, i quali"come incomprensibili adoratori di una crudele e remota divinità, di cui essi erano a un tempo anche i variopinti e fastosi animali da sacrificio, andavano su e giù per la città"[48].

 

 Campagna di Corbulone: 58-60, quando conquista Artaxata.

Corbulone congedò quegli infingardi  arruolò  nuovi soldati e diede l'esempio: ipse cultu levi, capite intecto, in laboribus frequens adesse, laudem strenuis, solacium invalidis, exemplum omnibus ostendere.

Altro topos

Alessandro giunse a Tarso, la capitale della Cilicia. Et tunc aestas erat (del 333) e il re accaldato volle fare un bagno nel fiume Cidno. Si spogliò fiero di mostrare ai suoi levi ac parabili cultu corporis se esse contentum (III, 5, 2) che si accontentava di una cura del corpo semplice e facilmente procurabile.

Così pure Annibale.

 

Contro i riottosi Corbulone adopera la medicina forte di una assoluta  severità. Chi abbandonava le insegne veniva punito con la morte. La dura disciplina funzionò: quippe pauciores illa castra deseruere quam ea in quibus ignoscebatur (13, 35).

Corbulone conquistò e distrusse Artaxata capitale dell'Armenia (60). Per tale successo Nerone fu salutato imperator.

Contro Seneca

Intanto ( dal 58) a Roma si levavano voci contro Seneca. Suillius terribilis ac venalis (era stato console nel 41) diceva che quello era un uomo abituato agli ozi letterari e ai giovani inesperti  e che era invidioso di quanti praticavano un'eloquenza viva per difendere i cittadini: "livēre iis qui vividam et incorruptam eloquentiam tuendis civibus exercerent" (13, 42). Inoltre aveva commesso adulterio con Giulia Livilla, figlia di Germanico e sorella di Caligola e Agrippina. Per questo nel 41 era stato mandato in Corsica. Tornato a Roma, dava la caccia ai testamenti di persone senza eredi, inoltre spogliava l'Italia e le province con l'usura: Italiam et provincias immenso faenŏre hauriri (13, 42).

La Gallia comunque si andava romanizzando, in particolare quella Narbonese che secondo Plinio il Vecchio era più una parte d'Italia che una provincia (N. H., 3, 31). Anche la Spagna si romanizzò.

"Seneca crede dunque che il saggio debba agire come il più comune dei mortali, ma in una prospettiva differente, cioè ponendosi un fine morale. E' l'eujkairiva, virtù stoica per eccellenza: il senso della congiuntura e dell'opportunità, l'adattamento alla realtà"[49]. E' complicità con la realtà.

"Il saggio  'sa acquistare ciò che è in vendita', diceva Seneca -scit emere venalia- (De cont. sap., 14, 2)"[50].

Dione scrive che Seneca (nel 58) ejneklhvqh o{ti th'/  jAgrippivnh/ sunegivgneto (61, 10)  fu accusato di rapporti con Agrippina. In effetti Agrippina lo fece richiamare nel 49 e gli fece ottenere la pretura. Inoltre: turannivdo~ kathgorw'n turannodidavskalo~ ejgivneto,  e mentre inveiva contro i cortigiani non stava lontano dal palazzo: "oujk ajfivstato tou' palativou" (61, 10), mentre condannava gli adulatori, aveva adulato Claudio, Messalina e il liberto Polibio. Criticava la sontuosità degli altri ed era ricchissimo. Inoltre trasmise a Nerone la passione per i ragazzi. Nel 58 Seneca se la cavò.

 

Nerone poi aveva un amico molto simile a lui: Otone, cui fece sposare Poppea Sabina per goderla insieme con lui.

Plutarco nella Vita di Galba racconta che Otone era peribovhto~ ejn J Rwvmh/ dia; to;n Poppaiva~ gavmon (19, 2). Poppea aveva come primo marito Crispino, prefetto del pretorio sotto Claudio, ma di lei si innamorò Nerone il quale però th;n mhtevra fobouvmeno~, spinse Otone a sposarla Poppea.

Otone piaceva a Nerone dia; th;n ajswtivan, per la sua dissolutezza (19, 4) nella quale superava l’imperatore. Otone convinse Poppea a lasciare il marito. Poi però gli spiaceva di condividerla con Nerone (h[scalle metadidouv~ , 19, 7), mentre Poppea non era infastidita dalla gelosia di Otone. Questo non venne ucciso da Nerone che lo mandò a governare la Lusitania, ed ebbe Seneca favorevole: Senevkan d’ ei\cen eu[noun (20, 1). Poi appoggiò la ribellione di Galba.

Poppea era affascinata dal culto di Iside e proteggeva i Giudei.

Flavio Giuseppe la definisce”pia” (Ant. Iud. 20, 8, 11). Era filoorientale.

 Nerone dunque si innamorò di Poppea, e Agrippina per distoglierne il figlio  cercava di sedurlo. Cassio Dione non sa se abbiano praticato incesto: certo è che Nerone frequentava un'etera che assomigliava assai ad Agrippina.

“Tacito esamina anch’egli la faccenda: secondo Cluvio Rufo, Agrippina avrebbe fatto delle avances al figlio; secondo Fabio Rustico, sarebbe avvenuto l’inverso”[51].

 Allora Poppea spingeva Nerone a uccidere la madre. Lo chiamava pupillum, bambino soggetto alla madre (14, 1).

 Poppea, come Agrippina, aspirava al potere: ella "unde utilitas ostenderetur, illuc libidinem transferebat " (Annales, XIII, 45), volgeva la libidine là dove si mostrava l'utile.

Pasolini:"L'interpretazione puramente pragmatica (senza Carità) delle azioni umane deriva dunque in conclusione da questa assenza di cultura: o perlomeno da questa cultura puramente formale e pratica"[52].

Poppea aveva tutto tranne un animo onesto. Dalla madre aveva ricevuto bellezza e rinomanza. Era bella, ricca, intelligente: modestiam praferre et lasciviā uti, affettava riservatezza ma era dissoluta. Si faceva vedere poco in pubblico Rarus in publicum egressus, idque velata parte oris, ne satiaret aspectum, vel quia sic decebat, per non saziare lo sguardo, o perché le donava.

Non si curava della propria reputazione: maritos et adulteros non distinguens.

Questo è un argomento ricorrente nell'opera di Seneca. Nel De beneficiis leggiamo: “Numquid iam ullus adulterii pudor est, postquam eo ventum est, ut nulla virum habeat, nisi ut adulterum inritet? Argumentum est deformitatis pudicitia[53](III, 16, 3), c'è forse più un poco di vergogna dell'adulterio, dopo che si è arrivati al punto che nessuna donna ha il marito, se non per stimolare l'amante? La pudicizia è indizio di bruttezza.

 

Il marito Otone la elogiava a Nerone.

Quando lasciava il banchetto, Otone diceva che andava da quella eccelsa creatura, vota omnium et gaudia felicium, desiderio di tutti e gioia dei fortunati (molti).

Entrata a corte, fingeva di non poter contrastare la passione e di essere stata presa dalla bellezza di Nerone: “imparem cupidini se et formā Neronis captam simulans” (Annales, 13, 46). Quando l’amore di Nerone divenne acuto, lei diventò superba. Addirittura umiliava Nerone elogiando Otone che nel 59  venne allontanato come governatore della Lusitania. Lì si comportò con saggezza: procax otii et potestatis temperantior, sfrontato in privato e più saggio nel potere.

La Penna qualifica come “paradossale” questo tipo di ritratto che raffigura un uomo dissoluto, magari anche criminale, eppure capace.

“Per esempio, uno splendido calco del ritratto di Catilina, forse il più splendido dopo quelli fatti da Tacito, è il ritratto del papa Alessandro VI dipinto dal Guicciardini poco dopo l’inizio della Storia d’Italia (I 2): “perché in alessandro sesto…fu solerzia e sagacità singolare, consiglio eccellente, efficacia a persuadere meravigliosa, e a tutte le faccende gravi sollecitudine e destrezza incredibile; ma erano queste virtù avanzate di grande intervallo da’ vizi: costumi oscenissimi, non sincerità non vergogna non verità non fede non religione, avarizia insaziabile, ambizione immoderata, crudeltà più che barbara e ardentissima cupidità di esaltare in qualunque modo i figliuoli i quali erano molti”….Se il Guicciardini ci ha dato un ritratto così affascinante del principe catilinario, il ritratto dell’altro tipo si potrà riconoscere, in qualche misura, in un testo molto più celebre, cioè nella tragedia di Shakespeare su Enrico V, il principe dissipato, gozzovigliatore, che diviene re saggio e capo di eserciti valorosi. A guisa di commiato è opportuno qui riportare, non solo per la sua grazia ma anche per la sua profondità, un passo celebre in cui Shakespeare cerca di spiegare come grandi qualità potessero celarsi nel principe libertino (atto I, scena 2[54], 60 sgg,): “la fragola cresce sotto l’ortica e le bacche salutari prosperano e maturano meglio in compagnia di frutti di qualità inferiore: così il principe celò il suo spirito di osservazione sotto le apparenze del libertinaggio, e questo spirito senza dubbio deve aver fatto come l’erba estiva che cresce di notte non vista, ma proprio allora più soggetta alla forza di sviluppo che le è insita” (trad. di F. Baiocchi). E’ probabile che Shakespeare non debba nulla alla tradizione antica del ritratto “paradossale” di tipo “petroniano”. Al “paradosso” della compresenza di vizi e virtù egli aggiunge un altro “paradosso”, secondo cui il vizio può essere condizione favorevole alla segreta crescita della virtù; chi mai nell’antichità avrebbe potuto accettarlo? Non è poca cosa, comunque, che storici antichi quali Sallustio e Tacito avessero messo a fuoco il problema: il loro travaglio di pensiero, che coglie le contraddizioni di una realtà sempre più ricca ed oscura, non li porta troppo lontano dal genio del poeta moderno”[55]

Plutarco ne racconta la morte scrivendo che non visse più decorosamente di Nerone ma morì più nobilmente ( Vita di Otone, 18, 2).

 Nerone non si curava più di coprire scelleratezze e turpitudini

Svetonio riferisce altre nefandezze di Nerone: dopo la morte di Poppea (65) fece castrare il giovinetto Sporo in muliebrem naturam transfigurare conatus (28). Nel 67 lo sposò con il flàmmeo e un grande corteo nuziale e deductum ad se pro uxore habuit.

Durante il rito, Tigellino fungeva da padre della sposa.

“Non mancava nulla del rituale romano del buon tempo antico-la dote, il velo della sposa, la folla che accompagna la sposa novella a casa del marito, la preghiera per i figli legittimi, forse anche i lazzi volgari…Ma si trattava altresì di un atrimonio greco, perché c’era un contratto (symbòlaion), forma legale greca, non romana; c’era un “padre” per l’ékdosis o consegna della sposa…e la cerimonia avvenne non già a Roma ma durante il viaggio in Grecia e per i Greci” (p. 192) (Dione, 63, 13, 1).

Svetonio narra che Nerone portava con sé il ragazzino per tutte le fiere della Grecia (conventus mercatusque) e circa Sigillaria a Roma, baciandolo in continuazione. Era il mercato delle statuine, di cera o di argilla da donare per i Saturnali. Sigillaria erano anche le statuine e la festa delle statuine. Nerone era il saturnalicus princeps, il re della festa. Aveva fatto castrare Sporo exsectis testibus. Lo aveva chiamati Spovro~ (Seme), come battuta di spirito.

 

I Saturnali.

I Saturnali del dicembre 54 avevano dato l’occasione di eliminare Britannico.

Lo racconta Tacito nel XIII libro degli Annales. I ragazzi inter alia ludĭcra, tra gli altri scherzi, sorteggiavano il re e capitò Nerone il quale ordinò a Britannico di intonare qualche canto sperando di renderlo ridicolo. Il ragazzo che aveva 14 anni (Nerone 17) intonò un canto con il quale lamentava di essere stato rimosso dal posto che gli spettava: quia dissimulationem nox et lascivia exemerat (XIII, 15), poiché la notte e la licenza aveva tolto di mezzo la dissimulazione. Britannico due mesi dopo fu avvelenato da Locusta già damnata veneficii.   

I Saturnali erano la grande festa romana del solstizio invernale. Si festeggiavano i giorni più brevi dell’anno, dal 17 dicembre per tre, quattro, fino a sette giorni. Gli schiavi cenavano con i padroni che a volta li servivano . C’era il rovesciamento delle norme sociali. Erano una valvola di sicurezza. La condotta di Nerone si ispirava ai Saturnali.  

“Era la notte dopo i Saturnali/…Roma dormiva, ebbra di sangue. I ludi/eran finiti. In sogno le matrone/ora vedean gladiatori ignudi/…Dormivan su le umane ossa già róse,/le belve in fondo degli anfiteatri;/e gli schiavi tornati erano cose”[56]. C. D. aggiunge che Nerone diede a Sporo il nome di Sabina poiché assomigliava a Poppea che era morta (siamo nel 67) . L’aveva fatta morire Nerone colpendola lavx, con un calcio, kuouvsh/, quando era incinta ( nel 65).

C. D. non specifica se Nerone la uccise volutamente (ei[te ejkw;n ei[te a[kwn, 62, 27).

 

Nerone e Periandro di Corinto.

Precedente, o modello di Nerone in questo fu Periandro di Corinto, il protipo del tiranno, del quale Diogene Laerzio (Vite dei filosofi, I, 94-100) racconta che commise incesto con la madre Krateia (kravto~=potere), poi prese a incrudelire. In seguito in accesso d’ira uccise la moglie incinta scagliandole contro uno sgabello o con un calcio (I, 94). L’incesto è ricordato anche dal poeta callimacheo Partenio di Nicea, che fu cliente di Cornelio Gallo per il quale scrisse  Passioni d’amore in prosa, 36 storie di amori infelici. Servivano a fornire materiale per le elegie di Gallo. Partenio fu anche precettore di Virgilio e compose elegie e delle Metamorfosi.

 Inoltre Periandro si unì con il cadavere della moglie Melissa (Erodoto, 5, 92) e Nerone si prendeva amanti che somigliavano a Poppea morta. Periandro fu il primo a progettare lo scavo di un canale attraverso l’Istmo di Corinto.

Anche Demetrio Poliorcete, Giulio Cesare e Caligola pensarono di farlo, e Nerone diede inizio ai lavori. Plinio il Vecchio lamenta l’empietà dell’impresa (NH 4, 10). Era un atto di u{bri~, una tracotante invasione nella sfera di competenza degli dèi. Successivamente ci pensò Erode Attico oratore e sofista, console nel 143. Fu maestro di Marco Aurelio e Lucio Vero.

Periandro fu istruito da Trasibulo di Mileto a tagliare le teste.

Il tiranno di Corinto attrasse artisti e poeti, prima di tutti il cantore Arione che compose per primo o riformò il ditirambo. Vinse la corsa dei carri a Olimpia.

“A Nerone doveva piacere il paradosso dell’uomo le cui superiori virtù e capacità lo esentavano dagli obblighi morali della società” ( Champlin, p. 142).

 

Poppea Sabina era vissuta in maniera talmente lussuosa da fare applicare cordicelle dorate agli zoccoli delle mule che la trasportavano, e da far mungere ogni giorno 500 asine che avevano partorito, i{n j ejn tw'/ gavlakti aujtw'n louvhtai (62, 27). Giovenale satireggia la femina dives che imita Poppea: “ interea foeda aspectu ridendăque multo/pane tumet facies aut pinguia Poppaeana/spirat, et hinc miseri viscantur labra mariti ” (VI, 461-463), intanto è sconcia a vedersi e ridicola: la faccia è gonfia di molta mollica oppure puzza delle creme di Poppea e di qui rimangono invischiati le labbra del povero marito.

Ci teneva talmente tanto all’aspetto che una volta guardandosi allo specchio e non trovandosi alla propria altezza hu[xato teleuth'sai pri;n parhbh'sai, pregò di morire prima di passare la giovinezza (parhbavw).

La preghiera fu esaudita nel 65.

 

C. D. dice pure che Nerone sposò Sporo, sebbene fosse già sposato con Pitagora, e gli diede una dote. Sporo veniva chiamato come se fosse una donna kuriva, basiliv~, devspoina (63, 13).

Nerone dunque aveva sposato anche un altro amante che faceva da uomo e si chiamava Pitagora.  In questo caso inditum imperatori flammeum, il velo rosso delle giovani spose. Insomma nihil flagitii reliquerat (Annales XV, 37). Pitagora forse era il coppiere ufficiale di Nerone: a potione. Cfr. Marziale 11, 6.

Svetonio racconta che si faceva infilzare dal liberto Dorifŏro e che imitava le voci e i lamenti delle vergini sottoposte a violenza: “voces quoque et eiulatus vim patientium virginum imitatus ”  (29) .

Inoltre legava ragazze e ragazzi nudi a dei pali, poi usciva da una gabbia coperto da una pelle di belva, e si gettava sugli inguini dei giovani in atto di divorarli. Svetonio invece dice che si trattava di uomini e donne (29). Nerone dunque eseguiva fellatio e cunnilingus.

Era quasi genus lusus, una specie di gioco inventato da Nerone il quale, sfogata la sua furia, veniva “spacciato” (conficeretur) dal liberto Doriforo. Questi era il confector, l’incaricato di dare il colpo di grazia. Era la riproduzione “artistica” della damnatio ad bestias. Bizzarra pantomima.  

C. D. commenta: “toiau`ta me; oJ Nevrwn hjschmovnei (63, 13), in tali maniere dunque Nerone si comportava in modo indecoroso, ossia usciva dagli schemi (ajschmonevw). Insomma l’imperatore parhnovmei, trasgrediva (paranomevw) i costumi i tradizionali.

 

Quanto all’effeminatezza di Nerone vediamo l’episodio di Budicca.

I centurioni romani avevano  violentato le figlie del re degli Iceni Prasutagus che aveva lasciato il suo regno a Nerone e alle due ragazze. Inoltre avevano frustato la madre delle principesse, Budicca. C’erano stati vari prodigi, come l’Oceano rosso di sangue.

 Budicca era dunque la regina degli Iceni, una popolazione della Britannia che, guidata da questa ribelle, nel 61 mise a sacco Londinium e Verulanium e uccise 80 mila persone tra Romani e alleati. Governatore della Britannia era Svetonio Paolino che scrisse anche Commentarii utilizzati da Tacito. C. D. dice che una causa della rivolta fu lo strozzinaggio di Seneca.

Ma la promotrice fu Budicca regina di una tribù del nord-est (attuale Norfolk). Aveva un’intelligenza superiore a quella solita delle donne: mei'zon h] kata; gunai'ka frovnhma e[cousa” (62, 2).

Anche l’aspetto non era usuale: era to; sw'ma megivsth, grandissima di corpo, di aspetto terribile, di sguardo penetrante, e di voce aspra, aveva una chioma biondissima e foltissima che le scendeva fino alle natiche (mevcri tw'n gloutw'n) e al collo portava una grossa collana d’oro. Prese una spada in mano e parlò ai suoi.  Cfr. la regina Elisabetta nel film. Disse che è migliore una peniva ajdevspoto~ (62, 3), una povertà senza padroni che una ricchezza asservita. La Britannia era asservita ai Romani dal 43 quando era stata conquistata da Claudio. I padroni l’avevano oberata di tasse. Neppure il morire con loro è esente da tasse. Veniamo vessati e depredati.

Cfr. Auferre, trucidare, rapere del caledone Calgaco nell’Agricola di Tacito (98 d. C.).

Giulio Cesare nel 55 era stato respinto, giustamente, continua Budicca, poi i Romani erano stati fatti sbarcare. Ora veniamo calpestati e disprezzati da uomini che non sanno fare altro che depredare. I Romani sono appesantiti dalle armature: “ejkei'noi de; ou[te diw'xai uJpo; tou' bavrou~ ou[te fugei'n duvnantai (62, 5), e non sopportano come noi ou[te limo;n ou[te divyo~, ouj yu'co~ ouj kau'ma uJpofevrousin w{sper hJmei'~, e muoiono, se non hanno coperte, vino e olio (kai; oi[nou kai; ejlaivou devontai); per noi invece pa'sa me;n pova kai; rivza si'tov~ ejsti, ogni erba e radice ci fa da pane (62, 5).

Ecco perché non era grassa.

Ogni succo è il nostro olio, pa'n de; u{dwr oi\no~, pa'n de; devndron oijkiva. C’è uno stile di vita della semplicità e dell’anticonsumismo. Conosciamo il territorio e attraversiamo a nuoto i fiumi anche nudi. Quelli sono lepri e volpi (lagwoi; kai; ajlwvpeke~) che cercano di dominare dei cani e dei lupi. Quindi lasciò scappare una lepre dal suo vestito. Questa si mise a correre nel verso giusto per loro. Poi Budicca ringraziò la divinità femminile Andraste, da donna a donna, lei era una donna e una regina non come Nitocri o Semiramide, in quanto i loro sudditi non erano guerrieri.

E non regno nemmeno sui Romani, comunque dominati da donne: Messalina, poi Agrippina ed ora la femmina Nerone (cfr. Egisto nell’Agamennone e nelle Coefore) Nevrwn o[noma me;n ajndro;~ e[cei, e[rgw/ de; gunhv ejsti: shmei'on de;, a[/dei kai; kiqarivzei kai; kallwpivzetai (62, 6).

Io invece, continua Budicca, regno su uomini che non sanno coltivare la terra né produrre manufatti, ma conoscono l’arte della guerra e che considerano tutto bene comune, anche i bambini  le donne le quali proprio per questo hanno lo stesso valore dei maschi: th;n aujth;n toi'~ a[rresin ajrethvn, con allitterazione e paronomasia o adnominatio.

 

Tacito nella Germania (98 d. C.) scrive che ai Germani sembra ignavia guadagnarsi con il sudore ciò che può essere conquistato con il sangue:"pigrum quin immo et iners videtur sudore adquirere quod possis sanguine parare "(14).

 

I Romani sono uomini sì e no: si lavano con acqua calda, si profumano, giacciono con i ragazzini e sono schiavi di un suonatore di cetra, per giunta malvagio.

Ebbene, Budicca continua l’auspicio chiedendo che questa Domizia Nerona (Nerwni;~ hJ Domitiva, 62, 6, 5) non regni più su di me né su di voi, ma tiranneggi cantando i Romani : “kai; ga;r  a[xioi toiauvth/ gunaikiv douleuvein”, i quali infatti meritano di servire una tale donna. I Romani erano senza guida poiché Paolino si trovava nell’isola di Mona, uno dei centri del druidismo in Britannia.

Budicca compì una strage incredibile. Ai catturati in Londinium furono riservate torture orrende. Appesero nude le donne nobili, tagliarono loro i seni (tou;~ te mastou;~ aujtw'n perievtemon) e li cucirono sulle loro bocche (kai; toi'~ stovmasiv sfwn prosevrrapton), in modo che si vedessero mentre li mangiavano (62, 7, 2).

Paolino intanto aveva assoggettato Mona  e navigò verso Londinium. Ma non affrontò subito la battaglia. Poi però fece un discorso incitando i soldati contro quella gente maledetta oiJ katavratoi ou|toi, 62, 11).

 Loro, i Romani, potevano contare sull’alleanza con gli dèi i quali appoggiano di solito le vittime dell’ingiustizia. Abbiamo esteso il nostro dominio sull’umanità intera. Vinceremo per la nostra dignità, poiché combattiamo contro i nostri schiavi. I Romani vinsero, racconta C. D. e Budicca si ammalò e morì.

Passiamo ora a Tacito il quale racconta che Svetonio Paolino era sempre pronto a gareggiare con Corbulone. Tacito li elogia entrambi.

Sulla spiaggia dell’isola di Mona (ora Anglesey) c’erano uomini armati tra i quali le donne  in modum Furiarum veste ferali (funebre) crinibus deiectis faces praeferebant (14, 30). Intorno i Druidi che con le mani tese al cielo lanciavano maledizioni: preces diras sublatis ad caelum manibus fundentes. E’ una scena apocalittica. I Romani rimasero quasi paralizzati dalla novitas dello spettacolo. Poi però reagirono spinti ne muliebre et fanaticum agmen pavescerent.

Una turba di donne e di invasati (coloro che appartengono al tempio).

Infine i Romani li sconfissero e abbatterono le foreste consacrate alle loro feroci superstizioni: excisique luci saevis superstitionibus sacri: nam cruore captivo adolēre aras (far fumare gli altari) et hominum fibris (con viscere umane) consulĕre deos fas habebant.

Intanto era scoppiata scoppia la rivolta di Budicca.

In Britannia i Romani erano in difficoltà. I ribelli avevano preso e incendiato Camulodūnum, Colchester. Svetonio Paolino si portò a Londinium che non aveva il titolo di colonia, sed copiā negotiatorum et commeatuum maxime celebre (14, 32), molto popolosa per il gran numero di mercanti e la quantità di derrate. Paolino decise di non difendere Londinium per la scarsità delle sue truppe: unius oppidi damno servare universa statuit (14, 33). I ribelli trucidarono tutti i cittadini romani e gli alleati che rimasero in città. Identica sorte ebbe il municipio di Verulanium (St. Albans). I barbari non facevano prigionieri. Uccisero settantamila persone. Poi c’è la battaglia dove i barbari portavano le donne, testes victoriae,  fatte salire sui carri collocati in cerchio al limite del campo.

Budicca testabatur solitum quidem Britannis feminarum ductu bellare (14, 35), lei però li guidava non come regina verum ut una e vulgo per recuperare non tanto le ricchezze e il potere quanto la libertà.

Poi diceva: “Eo provectas Romanorum cupidines ut non corpora, ne senectam quidem aut virginitatem impollutam relinquant ”.

In quella battaglia dunque si doveva vincere o morire: vincendum illa acie vel cadendum esse. Id mulieri destinatum: viverent viri et servirent, questo era stato deciso da una donna: gli uomini vivessero da schiavi, se volevano.

Svetonio parla ai suoi e sottolinea il fatto che in quell’esercito c’erano più donne che maschi coraggiosi. I vecchi soldati si entusiasmarono. I Romani vinsero et miles ne mulierum quidem neci temperabat (14, 37). Uccisero 80 mila Britanni. Budicca vitam veneno finivit.         

 

 

 Nerone possedeva l’ecumene, come diceva lui, ma suonava la cetra e interpretava tragedie.

Tra le tragedie cantavit Canăcem parturientem (ebbe dal fratello Macareo un figlio che fu gettato in pasto ai cani dal nonno, Eolo), Orestem matricidam, Oedipoden excaecatum, Herculem insanum (Svetonio, 21). Sono tutte prefigurazioni della sua vita. Un soldato di guardia, un tirunculus miles, come lo vide incatenato nel ruolo di Ercole pazzo, accorse ferendae opis gratia, per dargli aiuto.    

Erano tragedie da concerto, quasi dei monologhi.

Nerone parlava molto raramente ai soldati o al popolo, poiché voleva risparmiare la voce per le esibizioni artistiche.

 Odiava i senatori al punto che si compiaceva molto di quanto gli diceva il compagno di dissolutezze Vatinio: “misw' se, Kai'sar, o{ti sugklhtiko;~ ei\” (63, 15), poiché hai rango senatorio.

L’imperatore che era salito al trono con propositi diarchici era diventato ostile alla libertas senatoria. Infatti aveva assunto ideali ellenistici ispirandosi ad Alessandro Magno.

Nerone puniva quanti non lo ascoltavano recitare. Alcuni fingevano di svenire per essere portati fuori dal teatro.

Diceva che solo i Greci sapevano ascoltare solosque se et studiis suis dignos esse (Svetonio, 22).

Tacito mette in rilievo il fatto che i provinciali italici non potevano sopportare quelle follie.

Raccontano che Vespasiano  si era addormentato durante una recita e fu salvato dalle preghiere dei migliori cittadini: “mox imminentem perniciem maiore fato effugisse(Annales, XVI, 5). Con Vespasiano comincerà “un’epoca nuova, classicheggiante anche nelle sue manifestazioni artistiche (l’avanzato quarto stile pompeiano); un mondo composto e ordinato nel segno della nuova borghesia”[57].

Nerone cercò di tagliare l’istmo di Corinto, nonostante la gente ne avesse paura poiché quando i primi operai toccarono la terra questa cominciò a bagnarsi di sangue. Ma fu l’imperatore a dare l’esempio scavando (fine settembre 67 d. C.).

Voleva fare dell’isola di Pelope, l’isola di Nerone. Furono ingaggiati ingegneri egiziani e seimila Giudei, prigionieri di guerra fatti da Vespasiano.

Il progetto fu interrotto nel 68 e ripreso alla fine del 1800 a partire proprio da dove erano iniziati i lavori, dall’estremità occidentale (porto Lecheo).

Decedens deinde provincia universam libertate donavit (Svetonio, 24), partendo diede la libertà a tutta la provincia. Il 28 novembre del 67 Nerone esentò i Greci dai tributi. Quindi indisse l’assemblea di tutte le città greche, tranne Sparta che egli disprezza per l’ incompetenza artistica.

I Greci ottengono la cavri~, il favore imperiale. I Greci non dimenticheranno Nerone, tanto più che Vespasiano sopprimerà l’immunità fiscale.

 

Leopardi: Ciro e Alessandro (Nerone).

Leopardi mette in rilievo il diverso trattamento che Ciro riservava ai Persiani rispetto agli altri sudditi del suo impero: “nella Ciropedia…Senofonte vuol dare certamente il modello del buon re, piuttosto che un’esatta storia di Ciro. E nondimeno, questo buon re, dopo conquistato l’impero assirio, diventa modello della più fina, fredda e cupa tirannide. Ma bisogna notare che questo è verso gli Assiri, laddove verso i suoi Persiani, Senofonte lo fa sempre umanissimo e liberalissimo. Ma egli stima che sia tanto da buon re opprimere lo straniero, e l’assicurarsi in tutti i modi della sua soggezione, come il conservare una giusta libertà a’ nazionali. Senza la qual distinzione e osservazione, si potrebbe quasi confondere Senofonte con Machiavello, e prendere un grosso abbaglio intorno alla sua vera intenzione, e all’idea che egli ebbe del buon Principe”[58].  

Il contrario di Ciro il Vecchio, faranno Alessandro Magno e i suoi emuli, come Nerone.

“Nel qual proposito osserverò che la regola e il metodo di Ciro (o di Senofonte) di preferire in tutto e per tutto i Persiani ai nuovi sudditi, e dichiarare per tutti i versi, quella nazion dominante, e queste soggette, e dipendenti, non fu seguìto da Alessandro, il quale anche a costo d’inimicarsi i Macedoni, pare che tra’ suoi sudditi di qualunque nazione volesse stabilire una perfetta uguaglianza, e quasi preferir fino i conquistati adottando le vesti e le usanze loro”[59]

 

Durante i giochi Istmici del 196 Tito Quinzio Flaminino aveva proclamato la libertà della Grecia che sarebbe rimasta senza guarnigioni, esente da tributi e con le proprie leggi. I Greci presenti, per l'eccesso della gioia ("dia; th;n uJperbolh;n th'" cara'"", Polibio, 29, 11), nel ringraziare Tito per poco non lo uccisero.

 

Anche Plutarco racconta questo episodio, seguendo Polibio, e aggiungendo altri particolari e la considerazione che a Corinto è capitato di vedere due volte lo stesso beneficio in favore dei Greci: prima da Tito, poi da Nerone che lo fece nel 67 d. C., anch'egli nel corso dei Giochi Istmici, ma non per mezzo di un araldo, bensì personalmente parlando al popolo su un palco nell'agorà ("Nevrwn    d j j aujto;" ejpi; th'" ajgora'" ajpo; bhvmato" ejn tw'/ plhvqei dhmhgorhvsa"", (Vita di Tito Flaminino , 12, 13). In questo modo viene rivalutato Nerone  il quale non aveva compiuto solo un gesto da filelleno o "una stravaganza letteraria", ma concretamente aveva esentato i Greci dai tributi che dovevano a Roma. Un beneficio che però nel 73 Vespasiano ritolse dicendo che i Greci avevano disimparato la libertà. Così la Grecia tornò a essere una provincia senatoria con il nome di Achaia .

Nerone l’aveva sostituita con la Sardegna.

Perciò nei successivi anni 70 i sudditi orientali dell'impero aspettavano il ritorno di Nerone come Messia e vendicatore contro l'oppressione di Roma.

 E il greco, sacerdote delfico Plutarco, nel De sera numinis vindicta  (567 F), immagina che l'anima di Nerone, già condannata a vivere nel corpo di una vipera, passi alla vita di un cigno, poiché aveva fatto qualche cosa di buono liberando i Greci, la stirpe più insigne e cara agli dèi.

 

Intanto Corbulone in Armenia aveva riordinato l’esercito spaventando Vologese, re dei Parti e suo fratello Tiridate re dell’Armenia.

Corbulone scrisse anche dei Commentarii utilizzati da Plinio il Vecchio e conosciuti  da Tacito che ne parla in termini elogiativi (13, 8 e 35). Nerone aveva cieca fiducia che Corbulone avrebbe soggiogato i barbari e non si sarebbe ribellato a lui.

Corbulone non tradì le aspettative e molti lo detestavano per questa fedeltà. Corbulone conquistò Artaxata, la capitale dell’Armenia. E’ una delle ultime tappe di Annibale[60].

 

Quindi Corbulone sconfisse Vologese (64 d. C.). Nerone voleva recarsi in Mesopotamia dove era arrivato il suo braccio armato ma poiché facendo un sacrificio era caduto (quvwn e[pese, 62, 22), non osò mettersi in moto: oujk ejtovlmhsen ejxormh'sai e rimase dov’era. Cfr. invece Alessandro e Cesare.

Comunque Tiridate fece atto di sottomissione a Nerone.

 

Vediamo il rapporto di Nerone con Seneca e Burro (fino al 62). Poi Tigellino

 

 Il filosofo e Burro non si opponevano alla stravaganza dello studium histrionale, per non dargliela vinta su tutto il resto.

Il popolo gradiva le esibizioni del suo imperatore ut est vulgus cupiens voluptatum, et, si eōdem princeps trahat, laetum (14, 14), siccome è avido di piaceri ed è felice se il principe tira dalla stessa parte.

Un arcanum imperii compreso da Berlusconi.

Ma non c’erano solo gare di cocchi bensì anche certamina vitiorum (14, 15), vere e proprie gare di vizi dove non si poteva salvare pudicitia aut modestia aut quicquam boni moris. Burro osservava Nerone citaredo maerens et laudans, rattristato e plaudente. Ma fisapprovava in pectore. Siamo tornati al 59.

 Inoltre Nerone scriveva poesie rimaneggiate da altri poeti.

Di Nerone ci è arrivato un esametro citato con elogi da Seneca (Nat. Quaest., 1, 5, 6): ut ait Nero disertissime “Colla cytericae splendent agitata columbae”, riluce il collo in movimento della colomba di Venere.

Probabilmente apparteneva al suo poema Troica il cui protagonista era Paride, l’effemminato donnaiolo.

Nerone voleva forgiare un mondo che somigliasse a un gigantesco spettacolo.

A poco a poco sparirono le tradizioni, scalzate dalla sfrenatezza, una moda fatta venire da fuori: la gioventù seguiva costumi stranieri gymnasia et otia et turpes mores exercendo, principe et senatu auctoribus, incoraggiata dal principe e dal senato che non solo permettavano i vizi ma addirittura impiegavano la violenza perché i nobili romani si contaminassero sulla scena ut procĕres Romani scaena polluantur ( Annales, 14, 20),  con il pretesto dell’eloquenza e della poesia. Cosa rimaneva se non denudare il corpo e prendere i cesti per il pugilato?

Noctes quoque dedĕcŏri adiectas ne quod tempus pudori relinquatur, si aggiungevano anche le notti perché non si lasciasse un po’ di tempo al pudore. A molti tale licenza piaceva e ricordavano che dall’Etruria nel 364 erano stati chiamati gli istrioni.

 Tacito ricorda che dopo la conquista dell’Asia e della Grecia, a Roma i giochi si erano organizzati con maggiore cura, “nec quemquam Romae honesto loco hortum ad theatralis artes degeneravisse, ducentis iam annis a L. Mummii triumpho qui primus id genus spectaculi in urbe praebuerit” (14, 21), anche se nessun romano nato in una buona famiglia si era abbassato a fare l’attore per duecento anni dal trionfo di Mummio[61] che per primo aveva fatto vedere a Roma quel genere di spettacolo.

 

I fautori del teatro stabile, in pietra, dicevano che si era provveduto a risparmiare: “ consultum parsimoniae quod perpetua sedes theatro locata sit, fissando una sede stabile piuttosto che costruirne e abbatterne uno ogni anno immenso sumptu

Mors Burri (62 d. C.)  infregit Senecae potentiam (14, 52). C. D. afferma che Nerone lo fece eliminare con il veleno farmavkw/ diwvlese (62, 13). Poi nominò Tigellino che superava tutti per impudenza e crudeltà (ajselgeiva/ te kai; miaifoniva/ , 62, 13, 3). Costui esautorò Rufo, l’altro prefetto.

Tacito presenta Tigellino come il cattivo genio di Nerone, forse ricalcando in parte la coppia Tiberio- Seiano.

Tacito ne racconta la fine vergognosa. Era un uomo foedā pueritia, impudica senectā, ottenne il potere che dovrebbe essere premio della virtù, attraverso la scorciatoia dei vizi : “praefecturam vigilum et praetorii et alia praemia virtutum, quia velocius erat, vitiis adeptus ” (Historiae, I, 72), quindi praticò crudeltà e avidità, virilia scelera, vizi virili. Alla fine tradì Nerone (postremo eiusdem desertor ac proditor ) . Tutti lo odiavano: neroniani e antineroniani. Sotto Galba se la cavò, protetto da un personaggio che aveva influenza su Galba: Tito Vinio che lo aiutò con il pretesto che aveva salvato la figlia di Galba da Nerone, ma questo non certo non per generosità: “quia pessimus quisque diffidentiā praesentium, mutationem pavens, adversus publicum odium privatam gratiam praepărat” (Historiae, I, 72). Infatti era odiato dal popolo.

Plutarco dice che quel “galantuomo” aveva fatto grossi doni a Vinio per averne l’appoggio (Vita di Galba 17, 3). Ma non gli bastò. Dovette uccidersi sotto Otone mentre era a Sinuessa (Campania) inter stupra concubinarum et oscula et deformes moras sectis novaculā  faucibus , tagliatasi la gola con un rasoio, infamem vitam foedavit etiam exitu sero et inhonesto (Historiae, I, 72)  

Il prefetto del pretorio era il più importante funzionario equestre. Doveva occuparsi della sicurezza del principe.

I nemici di Seneca  accusavano il filosofo di avarizia e ambizione e invitavano l’imperatore a liberarsi da quel maestro (exueret magistrum) dato che aveva antenati illustri.

 

Il congedo di Seneca 62 d. C.

Seneca vide la freddezza del suo allievo e andò a parlargli. Lo ringrazia dei benefici ricevuti nei 14 anni nei quali lo ha educato, per otto dei quali Nerone è stato imperatore: egli in cambio gli aveva dato studia in umbra educata ( Annales, 14, 53). Da quegli studi però è derivata al maestro claritudo e un grande pretium : “ quod iuventae tuae rudimentis adfuisse videor ”, il fatto che sembro avere assistito l’apprendistato della tua gioventù.

Nerone gli ha dato tantissimo, troppo, rispetto ai suoi meriti.

L’unica giustificazione del maestro è che non poteva opporsi a tali donativi: “una defensio occurrit: quod muneribus tuis obnīti non debui”.

Sembra di sentire Andreotti.

Ma a questo punto la misura è colma: cetera invidiam augent (14, 54). Il resto fa crescere l’invidia.

Quae quidem, ut omnia mortalia, infra tuam magnitudinem iacet, sed mihi incumbit, mihi subveniendum est”, questa invidia grava su di me e io ho bisogno del tuo aiuto.

Seneca chiede dunque a Nerone di poter restituire parte delle ricchezze, senza del resto rimanere in miseria: vuole solo revocare in animum il troppo tempo che dedicava alla cura dei giardini e delle ville.

Nerone gli risponde con grande cortesia, da discepolo e da re.

 Gli dice che è in grado di improvvisare le risposte grazie a lui: qui me non tantum praevisa sed subita expedire docuisti (14, 55), tu che mi hai insegnato non solo a svolgere argomenti previsti ma anche imprevisti.

Tu mi hai educato et tua erga me munera, dum vita suppĕtet, aeterna erunt . Finché ci sarà vita. Quanto  tue ricchezze e alle ville: casibus obnoxia sunt, sono in balia del caso. Questo è molto senecano[62].

Del resto, continua Nerone, vi sono molti individui non migliori di te che sono più ricchi di te: “Pudet referre libertinos qui ditiores spectantur”, mi vergogno di ricordare i liberti che si vedono più ricchi di te, e tu che sei il più caro non sei certo il più ricco.

La mia giovinezza potrebbe deviare dal retto cammino: io ho ancora bisogno di te. Quindi l’abbraccia (adĭcit complexum), siccome era abituato per natura e cosuetudine velare odium fallacibus blanditiis (14, 56).

 

Intanto (62) Tigellino spingeva Nerone a scelleratezze efferate.

Lo monta contro Silla e contro Rubellio Plauto, pronipote di Tiberio.

Ricordava la nobiltà delle loro famiglie e la vicinanza agli eserciti (Plauto a quelli di Oriente, Silla della Germania)

 Fausto Cornelio Silla era già stato relegato a Marsiglia e aveva un forte ascendente sugli eserciti della del nord . Silla aspettava l’occasione propizia secondo Tacito.

 Nerone mandò dei sicari che portarono la testa di Silla a Nerone: “relatum caput eius inlūsit Nero, tamquam paematura canitie deforme” (14, 57), lo canzonò in quanto.

Plauto in Asia si atteggiava a Stoico: “adsumptā etiam Stoicorum adrogantiā sectāque quae turbidos et negotiorum adpetentes faciat ” (14, 57), e lo spirito della setta che crea agitatori e ambiziosi.

I sicari lo trovarono sul mezzogiorno nudus exercitando corpori, nudo che faceva ginnastica ( come Starace).

 Faceva parte del circolo di Musonio Rufo il quale predicava uno stoicismo rigoroso, fondato sulla dignitas, l’austerità da opporre al luxus e all’ ajgwvn di Nerone.

Musonio fu esiliato poiché praeceptis sapientiae studia iuvenum fovebat (A. 15, 71) suscitava l’etusiasmo dei giovani. Di questo circolo facevano parte anche Corbulone e il giovane Epitteto.

C. D.  racconta che Nerone, vedendo la testa di Plauto disse: non sapevo che avesse un naso così grande, intendendo che se l’avesse saputo l’avrebbe risparmiato ( oujk h[/dein o[ti ou{tw megavlhn rJi'na ei\cen,  62, 13). Battuta andreottiana.  

Dopo aver fatto uccidere Plauto e Silla, li fece radiare dal senato gravioribus iam ludibriis quam malis (14, 59), con una beffa più atroce del delitto. Ancora Andreotti i cui tirapiedi infamarono Pecorelli appena ammazzato.

Quindi Nerone caccia Ottavia e sposa Poppea (62). Ma Ottavia piaceva al popolo e Nerone deve richiamarla. Poppea spinge Nerone contro Ottavia, ed egli pensa di utilizzare ancora Aniceto (comandante della flotta di capo Miseno) che pure odiava quia malorum facinorum ministri quasi exprŏbrantes aspiciuntur (14, 62), poiché i sicari sono visti come accusatori.

 Aniceto doveva “confessare” di essere stato l’amante di Ottavia. Questo servo calunnia Ottavia davanti al consiglio del principe. Tum in Sardiniam pellitur ubi non inops exilium toleravit et fato obiit, morì dimorte naturale.

 Si pensi ai “brigatisti”  che hanno occultato la verità sull’assassinio di Aldo Moro.  

Ottavia fu pure accusata di aborti, dopo che era stata tacciata di sterilità, e viene confinata a Ventotene. Suscitava grande pietà nella gente: “Huic primum nuptiarum dies loco funeris fuit” (14, 63) Infatti era entrata in una casa in qua nihil nisi luctuosum haberet: padre e fratello uccisi, poi Acte, poi Poppea. Quindi venne uccisa e decapitata (62 d. C.).

Si decretarono offerte per i templi: “quoties fugas et caedes iussit princeps, toties grates deis actas” (14, 64), ogni volta che il principe ordinava stragi e assassinii, si decretavano rendimenti di grazia agli dèi.

L'ordine è stato rovesciato: infatti  la profetessa Manto, figlia di Tiresia, dice:" Mutatus ordo est, sed nil propria iacet;/ sed acta retro cuncta ( Oedipus,  vv. 366-367) , è mutato l'ordine naturale e nulla si trova al suo posto; ma tutto è invertito.

Nell’Octavia pseudosenecana la vittima dice: “Nullum Pietas nec numen habet/nec sunt superi:/regnat mundo tristis Erīnys” (911-913).

Poi  (62) Nerone fece ammazzare il vecchio Pallante quod immensam pecuniam longā senectā detineret (14, 65). Era stato segretario delle finanze sotto Claudio (a rationibus), amante e favorito di Agrippina. Egli aveva a sua volta favorito il matrimonio di Agrippina con Claudio. Nel 55 Nerone gli tolse il ministero delle finanze. Non sopportava le sue pretese aristocratiche: si diceva discendente dagli antichi re d’Arcadia.

Gli succedette nella carica a rationibus Lucio Domizio Faone, in origine schiavo della zia di Nerone Domizia Lepida. Dopo l’assassinio della zia, Nerone lo accolse nella familia Caesaris.

Intanto Tiridate era stato cacciato dall’Armenia e sostituito da Nerone con Tigrane un principe di Cappadocia che era stato allevato a Roma come ostaggio. Quindi Tiridate aizzava il fratello Vologese, re dei Parti. Diceva che i grandi imperi non si mantengono ignaviā con la viltà:  in summa fortuna aequius quod validius, (15, 1) quando ci si trova ai vertici la posizione più giusta è quella più forte. Vologese mobilita l’esercito e Corbulone manda rinforzi a Tigrane.

I Parti attaccano Tigranocerta ma si limitavano a scagliare rare frecce.

Peto, console nel 61, viene sconfitto dai Parti, ma poi interviene Corbulone che li tiene in rispetto e trova un accordo con Vologese (64): i Romani si ritirano dall’oltre Eufrate e i Parti dall’Armenia. A Roma si eleva un arco in mezzo al Campidoglio. “dum aspectui consulitur, spreta conscientia” (15, 18), si bada all’apparenza disprezzata la conoscenza.

 Nerone per ostentare securitatem annonae , sicurezza negli approvvigionamenti, fece gettare nel Tevere frumento deteriorato dal tempo e destinato alla plebe. Malizia di Tacito che processa le intenzioni. Il 5 febbraio del 63 un terremoto devastò Pompei. Sempre nel 63 Nerone ebbe una figlia da Poppea filiam Nero ultra mortale gaudium accepit (15, 22) e la chiamò Augusta. Si decretò pure un tempio alla fecondità. Ma la bambina morì dopo tre mesi. Allora si rinnovarono le adulazioni di quei senatori che le decretarono onori divini. Nerone fu senza misura (immodicus) nel dolore come lo era stato nella gioia.

Il comando dell’esercito orientale fu affidato al solo Corbulone,  e a Peto Nerone disse che lo perdonava subito ne tam promptus in pavorem, longiore sollicitudine aegresceret (15, 25), perché, facile com’era a spaventarsi, non si ammalasse per una preoccupazione troppo lunga.

Corbulone passa dalla Siria all’Armenia dove colpisce i ribelli ai Romani (63).

Poi Corbulone incontra Tiridate che doveva sottomettersi a Nerone ricevendo la corona da lui.

“Si giunse ad un entente cordiale, nella quale i Romani rinunziavano al loro candidato al trono d’Armenia (il principe cappadoce Tigrane), mentre d’altra parte Tiridate riconosceva l’alta sovranità romana, e dichiarava di ricevere da Roma l’investitura del regno armeno”[63].

Vologese chiese che il fratello non venisse trattato da servo ma avesse lo stesso onore tributato ai consoli. Si vede commenta Tacito, che non conosceva i Romani : “non inerat notitia nostri apud quos vis imperii valet, inania transmittuntur” (15, 31), da noi conta la forza del potere, le cose vuote di sostanza vengono trascurate.

In contraddizione con 15, 18 (aspectui consulitur). Ma quello è per la plebe, questo per i potenti.

La visita di Tiridate costituì un successo della politica estera di Nerone il quale poteva fare e disfare i re. Nerone disse: ti dichiaro re di Armenia affinché tu e quelli imparino “o{ti kai; ajfarei'sqai basileiva~ kai; dwrei'sqai duvnamai” (C. D., 63, 5). Poi Nerone chiuse il tempio di Giano bifronte pensando che non ci sarebbero state altre guerre (Sv., 13, 2).

Nerone faceva capire che dava la priorità alle vittorie pacifiche sui successi militari. 

Nerone concesse lo ius Latii ai cittadini delle Alpi marittime. Significa che mantenevano le loro leggi e acquistavano la cittadinanza romana.

Inoltre diede ai cavalieri posti distinti nel circo, mentre prima li avevano solo nel teatro.

“Si trattò di una decisione presa con grande senso di giustizia; infatti, come per i beni materiali è necessario favorire i miseri e i poveri, così negli onori bisogna privilegiare chi se li merita” ( Cardano, Elogium Neronis, p. 42)

Molti senatori e donne nobili per arenam foedati sunt (15, 32), si disonorarono nell’arena. Siamo nel 64 e Nerone era sempre più spinto dalla brama di esibirsi in pubblico: “acriore in dies cupidine adigebatur Nero promiscas scaenas frequentandi” (15, 33), nelle scene aperte al pubblico, perché prima si era limitato al suo palazzo e ai suoi giardini.

Cominciò a Napoli che era una graeca urbs. A Roma non osava. A Napoli crollò un teatro dopo l’uscita degli spettatori, e Nerone compose un carme di ringraziamento agli dèi.

Ma neppure tra i piaceri Nerone smetteva di meditare delitti: “ne inter volupates quidem a sceleribus cessabatur” (15, 35).

Fece ammazzare Torquato Silano perché costui diceva di discendere da Augusto e aveva dei liberti quos ab epistulis et libellis et rationibus appellet (15, 35)  che chiamava addetti alla corrispondenza, alle suppliche, ai conti, come se fosse lui l’imperatore.

Prima dell’incendio, nel 64, annullò un viaggio in Egitto perché disse, per lui il popolo romano contava più di tutti.

Era entrato nel tempio di Vesta, all’estremità sud orientale del Foro, vicino alla Via Sacra, ai piedi del mons Palatinus. Il tempio, in forma di antica capanna italica, era il focolare di Roma (cfr. eJstiva) e ospitava il fuoco sacro, custodito dalle vestali. Il complesso chiamato Atrium Vestae comprendeva la dimora delle vestali e la residenza dei sacerdoti più importanti, pontifex maximus e rex sacrorum, o rex sacrifĭcus, re dei sacrifici.

 Conservava i sacra della città, gli oggetti sacri, il Palladio, immagine di Atena che Enea portò da Troia, fatale pignus imperii Romani conditum in penetrali lo chiama Livio (26, 27, 14), pegno fatale dell’impero conservato nel santuario. Del Palladio, trovato da Ilo, fondatore di Troia, semiseplto nel suolo, Cicerone scrive. “id signum de caelo delapsum…quo salvo, salvi sumus futuri” (Filippica, 11, 249.

Quindi i Penati, gli dèi domestici di Roma, e il fascĭnum, il membro virile che proteggeva la città. Nerone  fece restaurare il tempio di Vesta e lo fece riprodurre nella sua monetazione.

Gli aeterni ignes simboleggiavano l’eternità della città e gli oggetti sacri garantivano la sicurezza di Roma.   

Repente cunctos per artus tremens, seu numine exterrente, seu facinŏrum recordatione numquam timore vacuus, deseruit inceptum (abbandonò il progetto del viaggio), cunctas sibi curas amore patriae leviores dictĭtans. Vidisse maestos civium vultus, audire secretas querimonias…Ergo ut in privatis necessitudinibus proxima pignora praevalerent, ita populum Romanum vim plurimam habere parendumque retinenti (XV, 36), dunque come nelle relazioni private devono prevalere gli affetti più vicini, così il popolo romano aveva la forza più grande e lui doveva obbedire a chi voleva trattenerlo. Una retorica populistica. 

 Parole grate alla plebe che era avida di piaceri e temeva di rimanere senza res frumentaria si (Nerone) abesset (15, 36).

A Roma vivevano un milione di persone. La liberazione di schiavi ne aveva fatto un mosaico etnico: Italici, Greci, Asiatici, Egiziani, Illiri, Galli.

Molti erano i vagabondi e i grassatori.

La plebe amava Nerone che era il patrono di tutta plebs urbana frumentaria. Nerone distribuiva anche congiaria, doni in denaro, alla plebe di cui cercava l’appoggio.

Il plebeismo di Nerone del resto è limitato dall’ideologia dell’epoca. Nerone non si oppose quando il senato stabilì che se un padrone veniva ucciso da uno dei suoi schiavi, tutti i servi abitanti sotto lo stesso tetto venissero puniti (A. 13, 32). Ma in questo caso siamo ancora nel 55.

Nel 64 diede un banchetto lussuosissimo e famosissimo, preparato da Tigellino.

L’infame banchetto del secolo.

Le tavole erano collocate su una zattera  rimorchiata da navi i cui rematori exolēti per aetates et scientiam libidinum componebantur, (Annales, XV, 37) erano dei dissoluti disposti secondo l’età e l’esperienza delle libidini.

Tigellino (eJstiavtwr, 62, 15), supervisore del banchetto, aveva procurato uccelli strani e anche pesci dell’Oceano.

Crepidinibus stagni, sulle rive del laghetto, lupanaria adstabant inlustribus feminis completa, gremiti di donne nobili et contra (sull’altra sponda dello stagnum) scorta visebantur nudis corporibus.

 Centro dei festeggiamenti era lo Stagnum Agrippae, il lago artificiale costruito nel Campo Marzio da Agrippa, braccio destro, poi genero di Augusto.

  Nerone e Tigellino entravano nei lupanari (e[~ te pornei'a) e si univano senza ritegno (  janevdhn, da ajnivhmi, “lascio”) direttamente (aJplw'~, da aJplou'~, “semplice”) con tutte le donne che vi si trovavano, ce n’erano di bellissime e illustri; c’erano dou'laiv te kai; ejleuvqerai, liberte, eJtai'rai, parqevnoi, gametaiv, appartenenti sia al ceto popolare sia alla razza padrona dei nobili.  Tutti bevevano e gozzovigliavano: lo schiavo amoreggiava con la padrona parovnto~ tou' despovtou, e il gladiatore con la ragazza di buona famiglia mentre il padre li osservava (62, 15). C’era tanta confusione che molti morivano. Nerone confonde ceti, ruoli, razze e sessi. 

Sembrava che Nerone avesse toccato il fondo, invece si ammogliò con Pitagora uno di quel branco di pervertiti: uni ex illo contaminatorum grege.

Indĭtum imperatori flammeum, il velo nuziale color fiamma, c’erano i paraninfi, dos et genialis torus il talamo nuziale et faces nuptiales (15, 37).

Nel 59 c’era già stato un banchetto del genere. Del resto questi pubblici banchetti erano ricorrenti. La capitale d’Italia del piacere era Baia, un luogo riservato alle vacanze di lusso. Faceva parte del territorio di Cuma. Il litorale era costellato di ville sul mare. Baia, aureo lido della sacra Venere (Marziale, 11, 80). Seneca la chiama deversorium vitiorum (Ep. 51, 1-4), albergo di vizi. Clodia puttaneggiava a Baia (Pro Caelio, 35).

Nerone amava il golfo di Napoli. Nel 59  fece avvelenare la zia Domizia per impadronirsi, tra l’altro della villa di Baia.

Cardano nega questo delitto (p. 83).

 

L’incendio di Roma. La ricostruzione. La domus aurea.

Sempre nel 64 l’incendio clades, forte an dolo principis incertum (15, 38).

Durò dal 19 al 27 luglio. Alcuni notarono che l’incendio scoppiò nello stesso giorno quo Senones captam urbem inflammaverint (Annales, 15, 41) Nel 390 a. C. Il 18 luglio i Romani erano stati sconfitti sul fiume Allia poco a nord di Roma. Livio (6, 1, 3 ss.) e Plutarco (Vita di Camillo, 32, 3) raccontano la ricostruzione caotica di Roma dopo l’incendio gallico.

La ricostruzione del 64 fu tutt’altra cosa

Cluvio Rufo scagiona Nerone, mentre lo colpevolizzano Fabio Rustico, Plinio il Vecchio (N. H., 18, 1)  e l’autore dell’Octavia (831-833; 857). Così anche Svetonio  (Nero, 38) e Cassio Dione (62, 16-18) che lo accusano di aver avuto il movente della ricostruzione di Roma secondo i propri desideri. Tacito dà entrambe le interpretazioni, quella innocentista di Cluvio Rufo, e quella colpevolista di Fabio Rustico

Tacito afferma che è incertum se l’incendio sia avvenuto forte, per caso, an dolo principis, o per un calcolo malvagio dell’imperatore (15, 38).

 Nam utrumque auctores prodidēre, infatti gli storici hanno tramandato entrambe le versioni.

Questa esitazione dello storico più grande, e non certo benevolo, è un indizio di innocenza.

La città era esposta (obnoxia) a tale flagello, artis intineribus hucque et illuc flexis atque enormibus vicis, qualis vetus Roma fuit, essendo i suoi percorsi stretti da una parte, e dall’altra tortuosi e con agglomerati di case irregolari. Inoltre ostacolavano i soccorsi lamenta paventium feminarum, i vecchi e i bambini. Poi gli sciacalli che attizzavano l’incendio  (faces iaciebant) dicendo di averne ricevuto l’ordine, mentre volevano rubare.

Il fuoco divorò anche il Palatium e Nerone, che si trovava ad Anzio, tornò a Roma (15, 39). Per soccorrere il popolo hortos etiam suos patefecit, aprì persino i suoi giardini. Ma si era sparsa la voce che egli fosse entrato nel teatro della sua residenza et cecinisse Troianum excidium (15, 39).

Insomma Nerone strimpellava mentre Roma bruciava.

L’incendio dopo una pausa, riprese, scoppiando da una proprietà di Tigellino e sembrava che Nerone aspirasse alla gloria condendae urbis novae et cognomento suo appellandae (15, 40).

Nerone si fece costruire la domus aurea dagli architetti Severo e Celere quibus ingenium et audacia erat etiam quae natura denegavisset per artem temptare (15, 42). La casa era dappertutto, stava inghiottendo la città.

Cfr. Satyricon:" pictura quoque non alium exitum fecit, postquam Aegyptiorum audacia tam magnae artis compendiariam invenit " (2, 9), anche la pittura non ha avuto risultato diverso dopoché la sfrontatezza degli Egiziani ha trovato la scorciatoia di un'arte tanto grande. Intanto notiamo il biasimo dell'audacia che nei tradizionalisti non manca mai. La tecnica compendiaria viene di solito attribuita al cosidetto terzo stile pompeiano. Si può vedere un esempio di tale tecnica nella casa dei Vettii[64].

 

Tacito dice che Nerone usus est patriae ruinis, utilizzò la rovina della patria, e che non tanto stupiva la profusione di gemme e oro, solita pridem et luxu vulgata, sfarzo già visto e di moda con il lusso, quanto arva et stagna, campi coltivati e laghetti, e alla maniera dei luoghi non abitati, in modum solitudinum, hinc silvae inde aperta spatia, da una parte selve, dall’altra spazi aperti e panorami.    

La natura è il paradiso perduto dei moderni uomini civilizzati. Nelle città si cercava l'avvicinamento alla natura con mezzi artificiali: i Tolomei fecero piantare giardini e boschetti ad Alessandria; ad Antiochia i Seleucidi fecero costruire passeggiate con giochi d'acqua. Nel II d. C. Adriano farà ricostruire a Tivoli la valle di Tempe. Ad Alessandria fu costruita una collina artificiale e i templi si costruivano a contatto con la natura in boschi o su promontori marini; del resto i templi di Dodona, di Delfi, di capo Sunio erano già tali. Anche i privati si fanno costruire case con giardini e fontane, e si fanno affrescare con paesaggi le pareti delle case. L'arredamento è più curato rispetto all'età classica quando interessava meno poiché si passava la vita fuori di casa. Allora la plastica si occupava essenzialmente del corpo umano; in epoca ellenistica troviamo accenni paesaggistici anche nelle sculture, come il Fauno Barberini (III sec. a. C.) steso su una roccia.

Un’altra fonte letteraria è un epigramma di Marziale che celebra l’anfiteatro Flavio costruito nel luogo della Domus Aurea (De spectaculis, 2)

“Nerone fu un grande costruttore. Tutto lo spingeva a costruire, e a costruire sontuosamente: la sua megalomania, il suo gusto per la prodigalità, un assolutismo fondato sulla virtù regale ed ellenistica-quella di quei grandi costruttori che erano stati i successori di Alessandro e dei re parti-, e infine la nuova scala dei valori, che esigeva un nuovo ambiente… Portò a termine la costruzione del porto di Ostia, cominciata sotto Claudio… Verso il 62 Nerone progettò anche di unire Ostia a Roma e di incorporare il porto nella capitale, facendo costruire una cinta muraria simile alle Lunghe Mura da Atene al Pireo” (Cizek, p. 274).

 Un progetto però mai realizzato.

“Questo ardimento, la parola latina audacia rende solo imperfettamente ciò che contiene di sfrenato, di fuori misura, di smodato. L’audacia neroniana è in un cero modo il frutto di un incontro fra la pulsione di un uomo e un modo di guardare il mondo e di agirvi, una Weltaschauung, nel caso specifico la cultura greca, ellenistica e orientale…Il codice socio-culturale che Nerone volle imporre poggiava su due parole base, una greca, l’altra latina: ajgwvn e luxus …i metavalori che, nello spirito dell’imperatore e dei suoi partigiani, dovevano prendere il posto della pietas e della fides…L’ajgwvn in greco, è il gioco, il concorso; è anche il luogo dove questi giochi si svolgono e ove gli spettatori si radunano per assistervi…La soddisfazione che si ricava dall’ajgwvn è disinteressata…Siamo lontani dal certamen romano in cui l’emulazione non ha senso se non perché è al servizio della cittadinanza. Tacito considerò i giochi neroniani come un vero e proprio snaturamento del certamen tradizionale. Così, descrivendo i giochi Juvenali del 59, si indigna dinanzi al “pullulare di scandali e di infamie” e a “quella gara di vizi”-certamina vitiorum- di cui i giochi, “cloaca impura”, furono occasione (Ann. 14, 15, 5). Facciamo presente che Tacito non usa il termine ajgwvn. Come è sua abitudine, evita le parole greche, preferendo-preferenza dello scrittore, ma anche del moralista-ricorrere alle risorse lessicali del latino; per esempio a un sinonimo quando evoca le ludicrae artes neroniane- le arti della scena, là dove intende menzionare in realtà qualcosa di più del semplice palcoscenico teatrale (ibid., 14, 16, 1). Svetonio non ha la stessa cura. Impiega perfino la parola ajgwvn, ma sempre, l’abbiamo detto, per riferirsi a Nerone o alla Grecia”   (Cizek, p. 146-148).

Su questo argomento sentiamo Leopardi il quale  (Zibaldone , 328-329) nota la differenza "tra i giuochi greci e i romani" per mettere in rilievo"la naturalezza dei primi che combattevano nella lotta nel corso ec. appresso a poco coi soli istrumenti datici dalla natura, laddove i romani colle spade e altri istrumenti artifiziali. E quindi la diversa destinazione di quei giochi, diretti presso gli uni ad ingrandir quasi la natura ed eccitare le grandi immagini, sentimenti ec.; presso gli altri o al semplice sollazzo, o all'addestramento militare…E questa differenza è anche più notevole in ciò che gli spettacoli greci erano eseguiti da uomini liberi per amor di gloria. Quindi l’effetto favorevole all’entusiasmo, l’eccitamento, l’emulazione, gli esercizi preparatorii ec. Gli spettacoli romani erano eseguiti da servi".

Torniamo a Cizek: “Luxus…è una parola latina. E’ sinonimo di fasto e di splendore, di eccesso e anche di dissolutezza, tutti significati che il neronismo interpretò a suo modo, facendosene anche titolo di gloria” (p. 147).

La ricostruzione comunque dispose i caseggiati in modo regolare, con vie più larghe e portici a protezione delle facciate. Alcuni tuttavia rimpiangevano le vie strette che non facevano entrare la vampa del sole. Si compirono riti espiatori e si consultarono i libri sibillini: sed non decedebat infamia quin iussum incendium crederetur (15, 44).

Si diede la colpa ai cristiani.

Svetonio racconta che già Claudio li aveva cacciati confondendoli con i Giudei: “Iudaeos impulsore Chresto assidue tumultuantes Romā expŭlit (Vita di Claudio, 25).

Allora Nerone diede la colpa e sottopose a tormenti quos, per flagitia invisos, vulgus Christianos appellabat. Auctor nominis eius, il fondatore di questa setta, Christus, Tiberio imperitante, per procuratorem Pontium Pilatum supplicio adfectus erat; repressaque in praesens exitiabilis superstitio rursum erumpebat, non modo per Iudaeam, originem eius mali, sed per urbem etiam quo cuncta undĭque atrocia aut pudenda confluunt celebranturque, (Annales, XV, 44 ) confluiscono e si divulgano.

Vennero processati quelli che confessavano, poi, in seguito alle loro denunce, una grande moltitudine: haud proinde in crimine incendii quam odio humani generis convicti sunt , si dimostrò che erano colpevoli non tanto del delitto di incendio, quanto di odio del genere umano.

Inoltre addita ludibria: venivano dilaniati dai cani o crocifissi e incendiati. Nerone aveva offerto i suoi giardini e si mescolava alla folla vestito da auriga.

“I cristiani” argomenta Renan[65]…”non incendiarono Roma ma certamente ne gioirono. Essi agognavano la fine della società. Nell’Apocalisse le preghiere segrete dei santi bruciano la terra e la fanno tremare. Potremmo insomma definire i cristiani incendiari col desiderio”[66].

Svetonio afferma che Nerone incendit urbem palam (38), fu il palese incendiario.  Un tale, durante una conversazione, disse: “ejmou' qanovnto~ gai'a micqhvtw puriv, la terra si unisca con il fuoco. Ed egli: “immo, inquit ejmou' zw'nto~. Quindi contemplava l’incendio dalla torre di Mecenate, ed era laetus flammae pulchritudine, quindi Halōsin Ilii in illo suo scaenico habitu decantavit. a{lwsi~, presa.

“Si addebita a Nerone, come prova della sua colpa, quello che fu invece un suo merito: l’aver ricostruito Roma molto più bella, secondo criteri urbanistici più razionali, più funzionali, adottando, oltretutto, una serie di intelligenti misure antincendio per metterla al riparo”[67] da altre catastrofi simili.

 Nerone si appoggiava al favore del popolo e non poteva volere il suo odio. Fini ricorda che Tacito racconta che il tribuno Subrio Flavo pensava di uccidere Neronem in scaena canentem, oppure mentre per noctem huc illuc cursaret incustoditus (15, 50). Tacito però non dice che si trattava della notte dell’incendio.

Nel 64 i congiurati di Pisone erano già all’opera. I pretoriani, che secondo Cassio Dione alimentavano il fuoco, invero  potevano essere stati mandati dal co-prefetto del pretorio Fenio Rufo “il quale nel 65 risultò uno dei principali protagonisti della congiura pisoniana” (p. 173).

Fini tende a dare la colpa a dei Cristiani fanatici. Oppure “l’incendio fu casuale, ma gli ultrà cristiani fecero del loro meglio per alimentarlo e per impedire che fosse spento” (p. 176). I Cristiani vedevano in Roma la novella Sodoma.

 Paolo “scrive una lunga Epistola ai Romani in cui raccomanda ai cristiani dell’Urbe di obbedire alla somma autorità, perché l’autorità mondana viene da Dio e quindi “chi si oppone all’autorità resiste all’ordine di Dio” (Epistola ai Romani, 13, 1-2). Ma la suprema autorità era Nerone, dunque non poteva essere il mostro descritto da Svetonio (p. 184).

Cassio Dione racconta che Nerone volle da vivo mandare in rovina il regno e la città (th;n te povlin o{lhn kai; th;n basileivan zw'n ajnalw'sai, ajnalivskomai significa “sperpero”); egli Privamonqaumastw'~ ejmakavrizen (62, 16), considerava straordinariamente felice Priamo, poiché aveva visto il suo regno e la sua patria abbattuti contemporaneamente.

Comunque nacque una nova urbs al posto della vetus urbs. Cfr. Tacito Annales 15, 43. Non ci fu una ricostruzione, ut post Gallica incendia, nulla distinctione nec passim erecta, senza intervalli e senza ordine, sed dimensis vicorum ordinibus, ma dopo aver misurato la disposizione dei quartieri e lasciati ampi spazi per le vie, cohibitāque aedificiorum altitudine, e fissata l’altezza degli edifici, additisque porticibus quae frontem insularum protegerent, e aggiunti dei portici che proteggessero la facciata degli isolati. Un merito di Nerone, non un demerito.

Tuttavia videbaturque Nero condendae urbis novae et cognomento suo appellandae gloriam quaerere (Annales. 15, 40).  Nerone voleva essere, come Camillo, un Romulus alter.   

Nerone voleva essere il nuovo Romolo, il nuovo Camillo.

Come nuovo Romolo, se non altro, aveva ammazzato il fratello adottivo Britannico.

L’assassinio di Remo è ricordato come inespiabile da Orazio  nell’Epodo VII, del 38 a. C: “ acerba fata Romanos agunt/scelusque fraternae necis,/ ut inmerentis fluxit in terram Remi/sacer nepotibus cruor” (vv. 17-20),  amari destini travolgono i Romani e il delitto della strage fraterna, in quanto cadde nella terra il sangue di Remo innocente, maledetto per i nipoti.

 

 Ma la Domus Aurea contraddiceva la sobrietà degli antichi fondatori: era la residenza privata di un megalomane e non sorgeva come Neuschwanstein su un picco isolato ma nel cuore di Roma.  

C. D.  è colpevolista. Dice che Nerone mandò ad appiccare il fuoco in più punti creando una  confusione straordinaria dappertutto (qorubov~ te ou\n ejxaivsio~). C’era un continuo gridare  e urlare (kraugh; kai; ojlolughv) di bambini, donne e uomini vecchi, e per il fumo e il chiasso non si poteva vedere nulla. C’erano poi gli sciacalli. Molti soldati impedivano i furti, ma alimentavano il fuoco, già nutrito dal vento.

Nerone salì e[~ te to; a[kron tou' Palativou  sulla cima del palazzo imperiale da dove poteva vedere molte zone, si vestì da citaredo e h\/sen a{lwsin  jIlivou (62, 18) come diceva lui, ma era chiaro che si trattava della presa di Roma. Non c’era maledizione che il popolo non scagliasse contro Nerone.

Cantavano un esametro dicendo che proveniva dalla Sibilla: “

  e[scato~ Aijneadw'n mhtroktovno~ hJgemoneuvsei (62, 18),

l’ultimo degli Eneadi che regnerà sarà un matricida.

Quindi Nerone cominciò a raccogliere denaro spogliando i cittadini.

 

Veniamo alla congiura del 65 (aprile).

Dopo questa congiura Nerone, più isolato che mai, sprofonda nei suoi sogni, si perde dietro il volo delle sue Chimere, o piuttosto delle sue Erinni.

C. D. nomina tra i congiurati Seneca il prefetto Rufo e altri tw'n ejpifanw'n (62, 24) di alto rango. Non nomina Pisone della gente Calpurnia, nemica dei Giulio Claudi. Era stato esiliato da Caligola e richiamato a Roma da Claudio. Questi illustri personaggi non potevano sopportare la fuoriuscita dell’imperatore dagli schemi, la sua dissolutezza e la sua crudeltà.

Tacito (15, 48) racconta che nella coniuratio entrarono certatim, a gara, senatori, cavalieri e perfino donne, sia per odio verso Nerone, sia per simpatia nei confronti di Pisone.

 

Pisone.

Calpurnio genere ortus” era molto rinomato:  claro apud vulgum rumore erat per virtutem aut species virtutibus similis, per virtù o apparenza di virtù.

Aveva doni casuali di natura: “aderant fortuīta: corpus procērum, decōra facies”; gli mancavano gravitas morum aut voluptatum parsimonia; ma anche per questo piaceva ai più i quali “in tanta vitiorum dulcedine summum imperium non restrictum nec persevērum volunt ”, non amavano l’austerità.

Pisone aveva gusti in comune con Nerone: suonava la lira e amava interpretare parti nelle tragedie. “Et aliquando luxu indulgebat” (A., 15, 48, 3), talvolta era incline anche alla dissipazione. Passerà alla cospirazione davanti alla crescente ostilità del principe contro gli aristocratici. Praticava una vita amoena,   

Nel 66 verà scoperta un’altra congiura, quella di Viniciano, a Benevento (Svetonio, 36). Volevano mettere Corbulone a capo dell’impero. Tacito lo giudica capax imperii. Corbulone era il suocero di Viniciano.

Corbulone viene invitato in Grecia da Nerone, ma quando arriva riceve l’ordine di suicidarsi. La seconda figlia di Corbulone, Domizia Longina, nel 70 sposerà Domiziano.

Ma torniamo alla congiura del 65.

I più risoluti tra i congiurati (promptissimi) erano Subrio Flavio un tribuno della coorte pretoria tribunus praetoriae cohortis (15, 49) un cilivarco~ (62, 24), e Sulpicio Aspro eJkatovntarco~, un centurione, entrambi ejk tw'n swmatofulavkwn. Si pensi a Gige.    

Sulpicio Aspro, il centurione, quando l’imperatore gli chiese perché, rispose: “a[llw~ soi bohqh'sai oujk ejdunavmhn” (62, 24), non potevo aiutarti in altro modo; e in Tacito: non aliter tot flagitiis eius subveniri potuisset (15, 68), non si poteva rimediare in altro modo a tanti abomini.

Subrio Flavio, il tribuno, invece gli disse che lo aveva amato e odiato più di tutti, ma non poteva essere schiavo di un citaredo e conduttore di carri (62, 24).

“O ricchezza e potere e arte che prevale/sull'arte nella vita piena di emulazione/quanta invidia si serba accanto a voi!” (Edipo re, 380-382).

Poi c’era Lucano che lo odiava quod famam carminum eius premebat Nero prohibueratque ostentare, vanus adsimulatione (15, 49), Nerone soffocava quanto si diceva dei suoi versi, e gli proibiva di recitarli, incapace di confrontarsi con lui.

Eppure Lucano inizia la Pharsalia celebrando Nerone come il nuovo Fetonte, un Fetonte però che non fallisce (I, 45-58).

C’è un elogio sperticato di Nerone: Roma deve molto alle guerre civili nonostante tutto: “multum Roma tamen debet civilibus armis ” (v. 44), quod tibi res acta est, perché sono state fatte per te, per farti arrivare al potere.

Nerone avrebbe impersonato un nuovo sole. La moda dell’ambra (sucĭnum) tra le donne dell’alta società è collegabile al mito di Fetonte: l’ambra deriverebbe dalle lacrime delle Eliadi piangenti la caduta di Fetonte. Poppea teneva i capelli sucinos, color d’ambra.

C. D: “oJ de; Loukano;~ ejkwluvqh poiei'n, ejpeidh; ijscurw'~ ejpi; th'/ poihvsei ejph/nei'to” (62, 29, 4), veniva molto elogiato per la sua attività di poeta.

Tuttavia, si è detto, il  poema si apre con un elogio dell’imperatore (I, 1-66). Lucano non ha bisogno di Apollo o di Dioniso che lo ispirino: tu satis (v. 66) in quanto Nerone è già un dio.

 Ma gli chiede di non rinunciare alle tradizioni romane (I, 53-55).

Nei libri IV-X Lucano accentuerà l’anticesarismo. Criticherà anche Alessandro, l’ispiratore della monarchia ellenistica e maestro della tirannide cesariana (X e ultimo libro, 21-36)

Lucano[68]presenta Alessandro-Nerone come un re pazzo e un bandito che ha avuto successo: proles vesāna Philippi,/ felix praedo " (Pharsalia, X, 20-219). Generato quale esempio non utile al mondo di come tante terre si trovino sotto il dominio di uno solo: "non utile mundo-editus exemplum, terras tot posse sub uno-esse viro"[69] (26-27). Venuto dalle spelonche della Macedonia, disprezzò Atene vinta dal padre, e si precipitò tra i popoli d'Asia humana cum strage (31), mescolò fiumi sconosciuti con il sangue[70]: con quello dei Persiani l'Eufrate, degli Indiani il Gange, lui terrarum fatale malum (34), sidus iniquum- gentibus (35-36), stella infausta per i popoli. Infine fu la natura a imporre il termine della morte al re pazzo: vaesano …regi (v. 42).

Lucano venerava Catone (Ph., I, 128). Egli polemizza con l’immagine trionfalistica della storia romana. I duci hanno combattuto per una tomba. Attacca l’ottimismo virgiliano per sostituirgli una visione cupa della storia di Roma.

Infine, si scaglia contro i costumi greci e la mollezza ellenica: è quasi una dichiarazione di guerra aperta alla riforma assiologica di Nerone Phars., 7, 271-272) Nell’esercito di Pompeo c’erano soldati arruolati nei ginnasi greci: una iuventus studio ignava palestrae et vix arma ferens.

 Nel momento in cui Lucano scrive i suoi versi ci si prepara a rovesciare il principe e a sostituirlo con un imperatore che dovrebbe riconciliare i nuovi e gli antichi costumi, e, in ogni caso, ispirarsi a quello che allora si immagina il modello augusteo. “L’opera di Lucano è insomma la facciata ideologica di questa impresa” (Cizek, p. 223).

Nel 63 si arriva alla rottura.

Del resto Nerone raccoglieva a corte artisti e poeti, come Lucillo, che scriveva epigrammi greci e venne aiutato. I filosofi erano stoici ed epicurei.

La cohors amicorum  di Pisone era costituita prevalentemente da giovani : “La gioventù, la spensieratezza e l’amoralismo sono i loro unici valori” (Cizek, 166).

Poi altri personaggi meno interessanti.

Sed summum robur in Faenio Rufo praefecto videbatur , il coprefetto del pretorio era il sostegno principale della congiura, ma  Tigellino lo superava nell’animo del principe per saevitiam impudicitiamque in animo principis antibat (15, 50). Subrio Flavio doveva assalire Neronem in scaena canentem o mentre correva qua e là nella notte incustoditus .

Era stimolato dall’avere o l’ occasio solitudinis nell’uccidere il principe oppure la frequentia del teatro: tanti decŏris- testis pulcherrima (15, 50), testimone di un fatto così onorevole.

Quindi c’era una donna Epichăris che attese del tempo, poi lentitudinis eorum pertaesa, disgustata dalla loro indecisione, volle rendere complici della congiura gli ufficiali di capo Miseno.

Disse al comandante Volusio Proculo, uno dei sicari di Agrippina, scontento di Nerone, che il tiranno doveva pagare il fio di avere distrutto lo Stato: provīsum quonam modo poenas eversae reipublicae daret (15, 51), ci si era organizzati. Ma Proculo denunciò Epicari a Nerone.

Questa, imprigionata, non parlò.

I congiurati volevano uccidere Nerone nella villa di Pisone a Baia dove l’imperatore andava spesso come ospite, cuius amoenitate captus (15, 52), ma Pisone voleva evitare l’odiosità (invidiam) dell’uccisione in casa propria dell’ospite e imperatore, sebbene pessimo. Era meglio ammazzarlo a Roma in illa invisā et spoliis civium extructā domo (15, 52).

Svetonio descrive la domus aurea come un luogo faraonico costruito a danno della città: dice che Nerone fu “ non in alia re tamen damnosior quam in aedificando” (31).

Ovidio nelle Metamorfosi (II, 1-2) descrive il palazzo del sole che si levava su eccelse colonne e rifulgeva per lo splendore dell’oro regia Solis erat sublimibus alta columnis,/clara micante auro.

Seneca (Ep. 115, 12-13, 6-7) lo cita e sembra non apprezzare tutta questa abbondanza di oro. Accedunt deinde carmina poetarum quae adfectibs nostris facem subdant, quibus divitiae velut unicum vitae decus ornamentumque laudantur.   

Marziale esecra la domus aurea: nuove costruzioni sorgono dove una volta splendevano le odiose sale di un re crudele: invidiosa feri radiabant atria regis.

 Andava dal Palatino all’Esquilino congiungendo i due colli: prima Nerone la chiamò transitoriam, “ di passaggio”, poi, dopo l’incendio, la fece riedificare  e auream nominavit .

Domum… primo transitoriam mox incendio absumptam restitutamque auream nominavit. (Svetonio, 31).

La Domus aurea è ricordata da Dorian Gray che si identifica con gli imperatori: “si era seduto, come Tiberio, in un giardino di Capri, a leggere l’infame libro di Elephantis mentre nani e pavoni si aggiravano intorno…aveva guardato attraverso un limpido smeraldo il disordine sanguinoso del Circo, e poi, in una lettiga di perla e di prpora, tirata da mule ferrate d’argento, aveva attraversato la strada delle melagrane, diretto alla Domus aurea e aveva udito gli uomini chiamarlo Nerone Cesare”[71]

 Nel vestibolo c’era un colossus che rappresentava Nerone e misurava 120 piedi (1 piede 30 cm.; 36 metri). Marziale scrive che La mole coronata di raggi del meraviglioso Colosso, gode a superare l’opera di Rodi (I, 70): “miri radiata colossi/quae Rhodium moles vincere gaudet opus”.

Comprendeva uno stagno simile al mare, lo Stagnum Neronis,  ville, giardini.

Era una grande villa suburbana inserita nel cuore della città: rus in urbe.

Lo Stagnum Neronis era un enorme rettangolo lacustre circondato da elaborati porticati e assomigliava al precedente Stagnum Agrippae del campo marzio. Al di là del Tevere c’era la Naumachĭa Augusti.

Nerone “intendeva introdurre il popolo romano agli svaghi marittimi di Baia…il complesso richiama per molti aspetti le villae maritimae campane, le ville al mare rese familiari dalle pitture parietali e dagli scavi archeologici, con le loro terrazze, giardini, lunghi e freschi porticati e grandiose viste panoramiche sul mare. Come il suo corrispettivo nel Campo Marzio (Stagnum Agrippae), era intesa a riprodurre le delizie di Baia nel cuore di Roma. C’è qualche ragione per non pensare che anch’essa accogliesse il popolo di Roma per fargli dimenticare i suoi affanni mentre la sua città risorgeva dalle ceneri?  ” (Champlin, 267).

I  detrattori poi distorsero  parole e azioni di Nerone e un atto popolare diventava tirannico. Secondo Plinio e Marziale, la casa inghiottiva la città. Nerone non voleva escludere il popolo ma includerlo. Nerone voleva sconvolgere le gerarchie condividendo i piaceri con il suo popolo: è difficile immaginare che il palazzo del dio Sole con il quale Nerone si identificava, non fosse aperto al pubblico.

Era coperta d’oro e d’avorio; la sala da pranzo era rotonda e girava vice mundi ( Svetonio 31) secondo il moto della terra. Inaugurandola Nerone disse che finalmente abitava una casa da uomini.

Dopo la caduta del Nostro “hanno perfino sostituito la sua testa su quella statua colossale a Roma con quella da contadino del vecchio Vespasiano…Per qualche anno sono davvero riusciti a bandire dal mondo ogni entusiasmo e stravaganza, tutto quanto rende la vita degna di essere vissuta”[72].

Vi furono portati i capolavori di Prassitele.

“All’armonia classica si sostituì la linea curva e angolosa…un lusso tutto urbano e una natura campestre vi si sposavano armoniosamente…la rotunda, la famosa sala da pranzo principale, costituiva una sorta di planetario che illustrava il tema di Nerone kosmokravtwr”[73], signore del mondo.

Nella Villa Hadriana c’è una sala a cupola che si può apparentare alla rotunda. Segna il passaggio dalla civitas all’anticivitas: dalla città all’impero a vocazione universale.

I valori fondanti della civiltà e della Virtus romana sono la gravitas, la serietà, la parsimonia, la pudicitia, il lucidus ordo, l’ordine netto e chiaro, la pietas, pietà, rispetto, devozione, la fides; erano valori vincolanti. Ebbene Nerone pensava in termini di imperatore mondiale e sostituì quei valori arcaici con la gioia di vivere, la bellezza, la stravaganza, l’originalità e l’arbitrio del princeps: “negavit quemquam principum scisse quid sibi licēret” (Svetonio, 37), disse che nessun principe aveva saputo quanto fosse permesso a lui.

L’anticivitas è un modo di pensare e uno stile di vita sulla scala dell’impero. Doveva oltrepassare i limiti angusti della civitas appunto.

Ma l’opposizione senatoriale detestò questo palazzo odioso e costruito con il sangue dei cittadini: Tacito racconta che Pisone avrebbe voluto uccidere Nerone “in illa invisa et spoliis civium extructa domo” (Annales, XV, 52).

 

Torniamo dunque alla congiura e vediamone la repressione.

 Alla fine decisero di ucciderlo il 19 aprile, alla fine dei ludi circensi: aditusque erant laetitiā spectaculi (15, 53), c’era la possibilità di avvicinarlo. Tacito riferisce la notizia, presente in Plinio il Vecchio (N. H. XV, 53), secondo la quale c’entrava anche Antonia, un’altra figlia di Claudio, quamvis absurdum videretur poiché per lei era troppo rischioso, e aveva paura, né poteva sperare di essere sposata da Pisone che amava la moglie: “nisi si cupīdo dominandi cunctis adfectibus flagrantior est ” (Annales, XV, 53), a meno che sia più ardente.

Infine la congiura venne svelata da un liberto, Milico, servilis animus,  il quale uxoris quoque consilium muliebre adsumpserat ac deterius (15, 54), aveva preso il consiglio femminile della moglie, quindi peggiore.

E’ accompagnato dal liberto Epaphroditum addetto a libellis, alle suppliche, quello che aiuterà Nerone ad ammazzarsi (Svetonio 49).

Milico accusa il padrone Scevino il quale si difende con una professione di epicureismo e di quasi neronismo: “Enimvero liberales semper epulas struxisse, vitam amoenam et duris iudicibus parum probatam” (A, 15, 55), aveva sempre preparato conviti generosi e condotto una vita gioiosa, criticata dai rigidi censori. Erano questi gli stoici del circolo di Musonio Rufo. Anche Petronio era ostile ai severi Catoni (Sat. 132).

 Ma sono interrogati altri e vengono fuori i nomi di Pisone e di Seneca. Il filosofo viene denunciato, o perché c’entrava davvero, o per compiacere Nerone qui, infensus Senecae, omnes ad eum opprimendum artes conquirebat (15, 56). Svelò questi nomi Natale, poi Scevino denunciò altri. Il poeta Lucano denunciò la madre Acilia che però venne risparmiata da Nerone.

Epicari invece non parlò. Non la piegarono : “ non verbera, non ignes, non ira eo acrius torquentium ne a femina spernerentur  “(15, 57). Alla fine si uccise: fulgidi esempio di eroismo in una liberta che volle proteggere degli estranei. Anche C. D. ricorda che Epicari non parlò kaivper uJpo; th'~ Tigellivnou deinovthto~ basanisqeivsa (62, 27), sebbene torturata dalla terribilità di Tigellino. Quindi scattò la repressione. Imperversava Tigellino e anche Fenio Rufo per farsi credere estraneo alla congiura.

Alcuni esortavano Pisone a non desistere prima che crollasse tutto: “cruciatui aut praemio cuncta pervia sunt ” , al premio o alla tortura tutte le vie sono aperte.  Pisone doveva rivolgersi al popolo. Ma non osò farlo. Arrivò a casa sua una schiera di tirones, infatti Nerone non si fidava dei soldati in carriera. Pisone si uccise e scrisse un testamento pieno di adulazioni a Nerone per amore della moglie quam degenerem et solā corporis formā commendatam amici matrimonio abstulerat (15, 59), donna di bassa origine, ma bella, e l’aveva portata via al talamo di un amico. Si chiamava Satria Galla e il marito Domizio Silo: hic patientiā, illa impudicitiā, Pisonis infamiam propagavēre (15, 59).

Segurono Plauzio Laterano, console designato, e Seneca.

Andò a cercarlo Gaio Silvano tribuno della coorte pretoria. Era nella sua villa suburbana e stava cenando con la moglie Pompea Paolina. Seneca disse che non c’entrava con la congiura nec sibi promptum in adulationem ingenium (15, 61). Nerone lo sapeva bene. L’imperatore a questo punto decretò la morte del maestro.

Il tribuno, che aveva fatto parte della congiura, andò dal prefetto Fenio che gli consigliò di eseguire gli ordini. Lo racconta Fabio Rustico. Questo storiografo, molto ostile a Nerone, frequentava Seneca e scriveva anche lui, in una lingua “nervosa, colorata, asimmetrica” (Cizek, p. 220).

Ma Silvano non se la sentì e mandò un centurione. Seneca imaginem vitae suae relinquere testatur (15, 62). Quindi maledice Nerone: dopo la madre e il fratello, non gli restava che uccidere il maestro.

Nerone ordina che Paolina, la quale voleva morire con Seneca, venga salvata. Seneca tardava a morire, pur svenato e avvelenato: alla fine entrò in un bagno caldo e, spruzzandone degli schiavi, disse libare se liquorem illum Iovi liberatori (15, 64). Poi passò in un bagno di liquori ardenti e ne fu soffocato. Si diceva che il vero successore di Nerone, se la congiura avesse avuto successo, doveva essere Seneca, non Pisone. Subrio Flavo diceva che Pisone era un infamato al pari di Nerone: “quia ut Nero cithărā, ita Piso tragico ornatu canebat ” (15, 65).

C. D. segue una fonte sfavorevole a Seneca: oJ de; dh; Senevka~ hjqevlhse me;n kai; th;n gunai'ka Pauli'nan ajpoktei'nai (62, 25) dicendo che l’aveva convinta a disprezzare la morte e a desiderare il trapasso con lui. Ma Seneca morì prima, e lei riuscì a sopravvivere.

Gallione, fratello di Seneca, viene liquidato alla fine del 65.

Nel 66 è la volta dell’altro fratelllo Anneo Mela, padre di Lucano e amante di Epicari. Aveva avuto l’ambitio praepostera, ambizione invertita, alla rovescia, per cui non aveva cercato cariche: “ut eques Romanus consularibus potentiā aequaretur” (A., XVI, 17) per essere, lui cavaliere romano, uguale in potenza ai consolari.

Poi vengono scoperti anche il co-prefetto Fenio Rufo e il tribuno Subrio Flavo.

Questo prima negò, poi, postquam urgebatur, messo alle strette, confessionis gloriam amplexus, disse a Nerone che l’aveva amato finché se l’era meritato: “Odisse coepi, postquam parricida matris et uxoris, auriga et histrio et incendiarius extitisti” (15, 67). Ipsa rettuli verba, aggiunge Tacito, ho riportato le sue parole.

Sono parole meno famose di quelle di Seneca, ma Tacito le ha riferite poiché era il caso di far conoscere militaris viri sensus incomptos et validos, sentimenti rozzi ma fieri.

 Ai soldati che gli scavavano una fossa inadeguata disse: “ne hoc quidem ex disciplina”.

Anche il centurione Sulpicio Aspro diede prova di coraggio (cfr. supra).

Nerone colpì anche il console Vestino in quanto saepe asperis facetiis inlusus (15, 68), l’aveva spesso schernito con motteggi pungenti quae ubi multum ex vero traxēre, acrem sui memoriam relinquunt, quando contengono gran parte di verità, lasciano uno spiacevole ricordo di sé. Nerone lo fece ammazzare durante un convito, ma risparmiò gli altri convitati terrorizzati: inrīdens Nero satis supplicii luisse ait pro epulis consularibus (15, 59), avevano pagato abbastanza sangue per un banchetto consolare.

Lucano recitò dei versi del suo poema dove narrava di un soldato perito di una morte simile alla sua (Pharsalia III, 635-648).

Cassio Dione racconta la morte di Trasea Peto e di Sorano che non ebbero l’accusa di cospirazione (ejpiboulh'~ me;n aijtivan oujk e[scon, 62, 26), ma morirono o{ti toiou'toi h\san, poiché erano fatti così.

Peto era odiato poiché non ascoltava Nerone. Dopo essersi tagliato le vene disse: “soi; tou'to to; ai|ma, w\ Zeu'  jjeleuqevrie, spevndw ” (62, 26).

Trasea era marito di Arria, figlia di quell’Arria che aveva incoraggiato Cecīna Peto a uccidersi quando gli era stato ordinato. Condannato a morte nel 42 da Claudio per la sollevazione militare nell’Illirico. La moglie porse al marito il pugnale con cui si era trafittae disse “Paete, non dolet ” (Plinio, VII, 2).

Arria e Trasea ebbero una figlia Fannia che sposò Elvidio Prisco, che farà opposizione a Nerone, come il suocero. Come sua madre e sua nonna, le due Arrie, Fannia rimarrà fedele al marito e al padre.

Del circolo di Trasea facevano parte anche Curiazio Materno, autore di tragedie, e Persio. Questo morì a 28 anni nel 62. Scrisse satire moralizzatrici. Il circolo di Trasea voleva un principato tradizionalista di ispirazione augustea. Praticavano la resistenza passiva al regime: Nerone accusò questo gruppo, pur senza fare nomi “patres arguebat quod publica munia desererent ” di trascurare i pubblici doveri (A. 16, 27).

La città dunque era piena di lutti, ma tutti rendevano grazie agli dèi e si prostravano a baciare le mani di Nerone (15, 71).

Ma le adulazioni, si legge più avanti, venivano dai senatori: etenim crebro vulgi rumore lacerabatur , l’imperatore veniva fatto a pezzi dalle frequenti dicerie del volgo: dicevano che Nerone aveva fatto morire tanti innocenti ob invidiam aut metum (15, 73).

La paura assedia la vita del tiranno, come nota Creonte nell'Oedipus  di Seneca:" Qui sceptra duro saevus imperio regit,/timet timentes; metus in auctorem redit " (vv. 703-704), chi tiene crudelmente lo scettro con dura tirannide, teme quelli che lo temono; la paura ricade su chi la incute. In forma meno sintetica Cicerone fa la stessa denuncia nel De officiis: “Qui se metui volent, a quibus metuentur, eosdem metuant ipsi necesse est” ( II, 24), quelli che vorranno essere temuti, è inevitabile che essi stessi temano quelli dai quali saranno temuti. Cicerone fa gli esempi di Dionigi il vecchio e di Alessandro tiranno di Fere il quale sospettava perfino della moglie, non a torto del resto poiché questa era un’altra furente che infino lo uccise “propter pelicatus suspicionem (II, 25), per sospetto di adulterio. La conclusione di Cicerone è. “Nec vero ulla vis imperii tanta est, quae premente metu possit esse diuturna”, non c’è nessuna forza di potere tanto grande che possa essere durare a lungo sotto la pressione della paura.  

La paura che il tiranno ha dei migliori è stata messa in evidenza anche dal cesariano Sallustio:"Nam regibus boni quam mali suspectiores sunt, semperque iis aliena virtus formidulosa est "[74], infatti ai re sono più sospetti i valenti che gli inetti, e la virtù degli altri per loro è sempre motivo di paura. Si ricordi ancora il formidolosum dell'Agricola  (39) di Tacito.

 

 

La congiura era fallita poiché circoscritta alla capitale.

Si decretarono onori al Sole che aveva un tempio nel Circo massimo cui est vetus aedes apud circum in quo facinus parabatur qui occulta coniurationis, numine retexisset (15, 74), con la sua luce divina aveva diradato le tenebre della congiura.

Il mese di aprile doveva chiamarsi Neronio.

Il console designato propose di innalzare un tempio a Nerone, ma l’imperatore rifiutò perché  non si volgesse l’evento ad omen malum sui exitus, infatti gli onori divini si attribuiscono agli imperatori morti.

Quindi raggirò Nerone un cartaginese mente turbida (16, 1) tal Cesello Basso. Diceva di aver sognato dove si trovava nascosto il tesoro che Didone aveva portato da Tiro. Lo aveva celato ne novus populus nimia pecunia lasciviret, non folleggiasse nell’opulenza aut reges Numidarum, et alias infensi, ostili anche per altre ragioni, cupidine auri ad bellum accenderentur. Nerone contava su quel tesoro e sperperava. Ma non si trovò nulla.

Poi si avvicinano i giochi quinquennali (65) e il Senato ut dedĕcus averteret (16, 4) per evitare lo scandalo, offre i premi a Nerone, ma l’imperatore pensava di meritarli con le sue forze. Dunque l’imperatore va sulla scena e declama un carme, poi il popolo gli chiede di mostrare tutto il suo talento, e Nerone canta con la cetra rispettando le regole. Alla fine piega il ginocchio e protende la mano verso la plebe aspettando la sentenza ficto pavore. La plebe che amava gli istrioni lo acclamava e osannava plausu composito, con applauso cadenzato (16, 4). Gli Italici non romani non lo sopportavano.

C’era ancora una severa Italia che conservava gli antiqui mores e non lo reggeva. Questi si stancavano di applaudire con mani inesperte, creavano confusione tra quelli capaci, e venivano frustati dai soldati “qui per cuneos stabant ne quod temporis momentum impări clamore aut silentio segni praeteriret ” (16, 5) stavano ritti nei settori del teatro a badare che non passasse un momento con un clamore non all’altezza o in un pigro silenzio. Alcuni cavalieri rimasero schiacciati dalla folla, altri costretti a rimanere seduti giorni e notti si ammalarono a morte. Se qualcuno aveva un’espressione annoiata, veniva ucciso. Vespasiano, rappresentante di quell’Italia sana, se la cavò per poco.

Aveva il vantaggio di non appartenere a una grande famiglia aristocratica. E’ una costante del neronismo allontanare dal potere le grandi dinastie senatoriali.

Finiti i giochi quinquennali del 65,  Poppaea mortem obiit, fortuītā marito iracundiā, a quo gravidă ictu calcis adflicta est” (16, 6), uccisa dall’ira accidentale del marito.

Quindi Nerone sposò l’eunuco Sporo e uno dei suoi intimi osò dirgli: Magari anche tuo padre avesse convissuto con una consorte del genere! (62, 27).

Tacito esclude che Nerone abbia ammazzato Poppea poiché era liberorum cupiens et amori uxoris obnoxius (16, 6), soggetto.

Il corpo non venne cremato igni abolĭtum , ut romanus mos, ma imbalsamato, differtum odoribus, “pieno zeppo” da dis-farcio.

Nerone lodò dai rostri la sua bellezza.

La morte di Poppea ufficialmente fu compianta (palam tristem) ma fu laeta per quanti ne ricordavano l’impudicizia e la saevitia (16, 7).

Vennero poi perseguiti diversi nobili.

Cassio Longino fu esiliato in Sardegna poiché teneva tra le immagini dei suoi avi quella del cesaricida con l’iscrizione duci partium (16, 7), al capo delle parti.

Plutarco ricorda che Cassio dopo Filippi (42) si uccise con lo stesso pugnale con cui aveva colpito Cesare.

Cesare aveva detto di non temere Antonio e Dolabella tou;~ pacei'~ (cfr. Svetonio 51: cervice obesa, collo obeso, ventre proiecto),  kai; komhvta~ (cfr. C. D. 63, 9), ma'llon de tou;~ wjcrou;~ kai leptou;~ ejkeivnou~, Kavssion levgwn kai; Brou'ton (Vita di Cesare, 62, 10) quelli pallidi e smilzi. Cfr. Le Nuvole di Aristofane sulla scuola di Socrate.

E Sh: “Let me have men about me that are fat;

Sleek-headed men, and such as sleep a nights, dalla testa ben pettinata

Yond Cassius has a lean (magro) and hungry look;

He thinks too much; such men are dangerous” (Giulio Cesare, I, 2).

Inoltre: “he loves no plays,/As thou dost, Antony; he hears no music, non ama gli spettacoli e non ascolta la musica.

Nerone era figlio di Agrippina, figlia di Germanico, figlio di Antonia, figlia di Marco Antonio e di Ottavia, sorella di Augusto: aveva preso molto dall’ avo Antonio che Plutarco indica come esempio negativo.

Entrambi, bisnonno e nipote, raddoppiarono un regalo quando gli fu fatto notare (a Nerone da Agrippina) l’enormità della somma donata (C. D. 62, 5, 4 e Plutarco, Vita di Antonio, 4, 7-9).

Antonio era amato dai suoi soldati poiché amava gozzovigliare con loro. Fondamentale per lui era la figura di Ercole. Tendeva a indossare abiti che ricordavano Ercole e anche la barba a tutto viso. Il suo comportamento, cameratesco, generoso, passionale, era visto come Erculeo. 

Antonio ed Ercole godevano di una popolarità che Ottaviano/Augusto e Apollo non avrebbero mai raggiunto. Il loro comune discendente, Nerone, univa in sé i due opposti. Non a caso le due divinità con cui si identificava erano, come abbiamo visto, Apollo/Sole ed Ercole.

Nella tragedia Antonio e Cleopatra di Shakespeare si sente una musica in aria, o sotto terra, davanti al palazzo di Cleopatra; un soldato chiede: “It signs well, does it not? E un altro “No”.  Allora “What should this mean?” E il pessimista: “’Tis the god Hercules, whom Antony loved, Now leaves him” (Shakespeare, Antonio e Cleopatra, 4, 3). Sentiamo T. S. Eliot: “the God Hercules/Had left him, that had loved him well” (Burbank with a Baedeker, Bleistein with a cigar (1920). Antonio, al pari di Alessandro, si vantava di discendere da Eracle e di essere parente di Dioniso poiché ne imitava il modo di vita (Plutarco, Vita di Antonio, 60, 4-5).

Lo spettacolare arrivo di Cleopatra a Tarso per il suo primo incontro con Antonio prefigurava il banchetto di Tigellino.

Cicerone nell Seconda Filippica (43 a. C.) attribuisce ad Antonio atteggiamenti che ritroveremo in Nerone. Altrettanto Plutarco.  Da adolescente si era prostituito per diventare la “moglie” di Curione il giovane.

 

Silano era segnalato per la nobiltà della famiglia e la moderazione.

Era relegato in un municipio dell’Apulia cui nomen Barium est (16, 9). Al centurione mandato a ucciderlo che lo invitò al suicidio, disse che era pronto a morire sed non remittere percussori gloriam ministerii (16, 9), ma non a togliere la gloria del mestiere al boia.

Si battè come un leone contro i sicari e cadde come in battaglia.

Poi fu la volta di Lucio Vetere, ex console, della suocera e della figlia di lui, Pollitta  cui era già stato ucciso il marito Plauto. Era una vedova inconsolabile. Questa affronta Nerone a Napoli; non è ammessa alla sua presenza ma lo aspetta, quindi, modo muliebri eiulatu, aliquando sexu egressa voce infensā clamitabat, gridava con voce ostile di non dare retta all’accusatore che era un liberto fellone. I tre si uccisero, quindi , da morti, vennero condannati al supplizio. Caedibus peractis ludibria adiciebantur (16, 11), scherni si aggiungevano alle stragi.

Anneo Cornuto, filosofo stoico, maestro di Persio e di Lucano, fu cacciato in esilio poiché aveva consigliato a Nerone di non scrivere troppi libri. Nerone ribatté che il maestro Zenone ne aveva composti più di 400. E Cornuto: “ajll j ejkei'na crhvsima tw/' tw'n ajnqrwvpwn bivw/ ejstivn” (62, 29), ma quelli sono utili.

Anche il poeta di epigrammi Lucillo faceva parte del circolo di Cornuto.

A tanti orrori si aggiunge una pestilentia, un loimo;~ e[cqisto~ causato dalla mente malata e cattiva del capo, dal momento che non vi erano segni nella natura che spiegassero l’origine del flagello né vi erano segni visibili di turbamento nell’atmosfera: “nullā caeli intemperie quae occurreret oculis ” (16, 13) .

Allude al mivasma che viene dal capo: cfr. Edipo re 353.

 Case e strade erano piene di cadaveri: “non sexus, non aetas periculo vacua” Morivano schiavi e liberi, spose e figli, senatori e cavalieri. C’è la stessa confusione che nell’incesto: cfr. Oedipus. Anche Lione (Lugdūnum) fu devastata da un incendio e Nerone diede un contributo di 4 milioni di sesterzi per la ricostruzione. Nerone, pavido sempre e ora terrorizzato dalla congiura, infuriava senza limiti (16, 15).

Ira illa numinum in res Romanas fuit (16, 16). La mattanza dei congiurati.

Dovette uccidersi anche Anneo Mela, fratello di Seneca e padre di Lucano. Venne accusato da Fabio Romano, amico intimo di Lucano.

Quindi la morte di Petronio, che era stato l’ elegantiae arbiter di Nerone (16, 18). Aveva uno stile casual, caratterizzato dalla sui neglegentia, la noncuranza di sé, la signorile sprezzatura. Era lo stile della semplicità. Nerone non considerava nessuna cosa bella ed elegante se Petronio non l’aveva approvata. Unde invidia Tigellini.

Nerone comunque seguiva i dettami di Petronio: “A questo proposito egli ostentava un vistoso non-conformismo, che rompeva con le tradizioni di dignità dei grandi personaggi della vita pubblica romana. Così, per esempio, compariva spesso in pubblico indossando, come un artista bohémien, una veste da camera e un fazzoletto annodato intorno al collo, senza cintura e a piedi scalzi: una negligenza che era solo apparente, anzi calcolata, e dissimulava una raffinatezza estrema”[75].

Tigellino dunque eccita la crudelitas del principe cui ceterae libidines cedebant, accusando Petronio di essere amico di Scevino.

Ricevuto l’ordine di arresto, Petronio si incise le vene poi si fece leggere levia carmina et faciles versus (16, 19), non massime filosofiche. Volle banchettare e dormire ut quamquam coacta mors fortuītae similis esset. Non adulò Nerone ma flagitia principis perscripsit citando i nomi di dissoluti e prostitute et novitatem cuiusque stupri, e l’enormità di ciascuna turpitudine.    

Tacito  racconta anche la morte di Trasea Peto nel XVI libro, datandola al 66, subito dopo quella di Petronio.

Trucidatis tot insignibus viris ad postremum Nero virtutem ipsam excindere concupivit interfecto Thrasĕa Peto et Barĕa Sorano (16, 21).  Trasea aveva scritto una vita di Catone che Velleio qualifica come homo virtuti simillimus (II, 35, 2).

Erano entrambi stoici.

Nerone odiava Trasea poiché nei ludi padovani istituiti dal troiano Antenore habitu tragico cecinerat.

Svetonio:  obiectum est Paeto Thraseae tristior et paedagogi vultus (37), venne rinfacciato di avere un volto tetro e da pedagogo.

 Tacito racconta che Capitone lo accusava di non essere devoto all’imperatore e di avere dei seguaci (satellites) i quali rigidi et tristes (16, 22), severi e accigliati, ne imitavano habitum vultumque, atteggiamenti e aspetto. Gli Stoici ut imperium evertant libertatem praefĕrunt: si perverterint, libertatem ipsam adgredientur (16, 22), mettono avanti la libertà per rovesciare il potere, una volta abbattuto, attaccheranno anche la libertà.

 

In quei giorni del 66 veniva a Roma Tiridate per ricevere l’investitura del suo regno di Armenia.

Tiridate si inginocchiò davanti a Nerone despovthn te aujto;n ojnomavsa~ kai proskunhvsa~ (63, 2).

 Nerone lo accolse a Napoli e diede uno spettacolo gladiatorio a Pozzuoli.

Quindi lo condusse a Roma : la città era stata adornata tutta con luci e ghirlande. Nell’agorà affollata il centro era gremito di cittadini vestiti di bianco e coronati di alloro; il resto era occupato da soldati le cui armature abbagliavano la vista. Tiridate disse che era discendente da re (Arsace) e fratello del re Vologese, ma si sottometteva: “su; ga;r moi kai; moi'ra kai; tuvch” (63, 5). Sei fato e destino. Nerone disse che lo dichiarava re di Armenia perché sapesse, lui e gli altri, che era in suo potere togliere e donare i regni. Quindi gli pose il diadema sul capo.

“Nonostante la chiusura del tempio di Giano già nel 64, grandi piani per l’Oriente balenavano nella mente di Nerone: determinarne con precisione il contenuto non è possibile, anche se si deve riconoscere che piani di questo genere si ispirano ad Alessandro Magno”[76].

Nerone sognava di rinnovare l’avventura di Alessandro. Quindi faceva una Ostpolitik che tendeva all’espansione verso oriente. Progettava una grande spedizione militare verso il Caucaso e forse oltre. Seneca nelle N. Q. racconta che Nerone inviò una spedizione alla scoperta delle sorgenti del Nilo (6, 8, 3-4)

Quindi Nerone si esibì come auriga e citaredo indossando thvn te stolh;n th;n pravsinon (66, 5) la divisa dei verdi. Infatti tifava per  i verdi e faceva parte della prasĭna factio, la tifoseria e la squadra verde, la più popolare. Anche suo zio Caligola era prasinae factioni ita addictus et deditus , ut caenaret in stabulo assidue et manēret (Sv. Cal, 55), cenava e rimaneva in quella scuderia. Le altre tre erano la veneta (azzurri), l’alba (bianchi), la russata (rossi).

“Come, novello Caligola, aveva gozzovigliato coi fantini dalle tuniche verdi, nelle loro scuderie, ed aveva pranzato in una scuderia d’avorio, insieme ad un cavallo dal frontale ingemmato”[77].

Davanti a tanto esibizionismo Tiridate rimase disgustato, mentre lodò Corbulone cui rimproverava solo di sopportare un tal despota.

A Nerone disse: signore in Corbulone hai un buono schiavo (66, 6).

Comunque adulò Nerone che gli diede il denaro per ricostruire Artassata, la capitale dell’Armenia che nel 60 Corbulone aveva distrutto. La chiamò Neronia (66, 7).

Vologese però non si presentò da Nerone.      

Nerone  approfittò dei festeggiamenti per eliminare Trasea e Barea Sorano, o per nascondere la scelleratezza con il rumore dell’avvenimento, o, al contrario ut magnitudinem imperatoriam caede insignium virorum quasi regio facinore, con un delito davvero degno di un re, ostentaret (16, 23).

Trasea era incerto se presentarsi in senato.

Là venne attaccato da Cossuziano e da Marcello. Intanto soldati armati intimidivano i senatori.

La figlia di Barea viene accusata di avere dato denaro agli indovini.

Questa dice che il padre non c’entra: “si crimen est, sola deliqui” (16, 31). Un cliente di Sorano lo accusò, un amico leale lo difese. Questo fu cacciato in esilio aequitate deum erga bona malaque documenta (16, 33). Gli dèi insomma sono imparziali verso le buone e le cattive azioni: non parteggiano per le buone azioni. A Trasea, Sorano e a sua figlia Servilia datur mortis arbitrium, si concede la scelta della morte. Gli accusatori vennero premiati. Trasea ascoltava nel suo hortus il cinico Demetrio, vesperascente iam die. Discutevano de natura animae et dissociatione spiritus corporisque (16, 34). Arriva la notizia della condanna, e Trasea invita Arria a non morire con il marito come sua madre. Non doveva togliere l’unico sostegno alla figlia Fannia

 Quando il sangue cominciò a colare, Trasea disse: “ Libamus Iovi Liberatori ” Poi al genero Elvidio che era stato solo esiliato disse in ea tempora natus es quibus firmare animum expediat constantibus exemplis (16, 35), con esempi di costanza.

 

Quindi, sempre nel 66, Nerone passò in Grecia, non come Flaminino che nel 197 sconfisse Filippo V a Cinoscefale e nel 196 proclamò la libertà della Grecia, né come Mommio (Movmmio~. Mummius), Agrippa o Augusto, i suoi antenati (C. D. 63, 8).

Vediamo cosa fecero i galantuomini precedenti.

 Nel 146 la lega Achea si sollevò contro Roma, ma il console Mummio la sconfisse a Leucopetra  e disperse, quindi prese Corinto che venne brutalmente saccheggiata[78].

Il XXXIX libro delle Storie di Polibio, narra l'orribile saccheggio di Corinto. Strabone riferisce ( VIII, 6, 28) che Polibio stesso racconta di avere visto i soldati romani  giocare a dadi sui dipinti gettati a terra. Torna a proposito a questo punto una riflessione di Eumolpo del Satiricon :"noli ergo mirari, si pictura defecit, cum omnibus dis hominibusque formosior videatur massa auri, quam quicquid Apelles Phidiasque, Graeculi delirantes fecerunt "(88), non meravigliarti dunque se la pittura è venuta meno, dal momento che a tutti gli dèi e gli uomini sembra più bello un mucchio d'oro che qualunque capolavoro crearono Apelle e Fidia, Grechetti deliranti.

Lo storico collaborazionista si adoperò perché i Greci accettassero la trasformazione della Grecia in provincia (145 a. C.). Elleni e Romani gli furono riconoscenti e ogni città fece di tutto per conferirgli i più alti onori sia da vivo sia da morto. Anche di questi onori si può dire che il primo ad attribuirseli è lo stesso Polibio il quale anzi aggiunge di averli meritati poiché senza la sua opera avrebbe trionfato la confusione, mentre tale vittoria sul caos  va ritenuta la più splendida impresa compiuta da lui.  Segue un elogio di L. Mummio che, come proconsole, fece riparare il luogo dei giochi istmici, ossia il santuario di Posidone a 12 Km. dalla città, e adornò i templi di Olimpia e Delfi ricevendo grandi onori come uomo pio, moderato, onesto e mite. Mi ricorda in qualche maniera "il re buono", Umberto I, che fece decorare il generale Bava Beccaris il quale aveva ordinato un'ecatombe di mendicanti raccolti attorno a un convento di Milano nel maggio del 1898. Polibio però ha l'accortezza di tentare una giustificazione delle stragi di Mummio, come quella dei cavalieri di Calcide: nei casi in cui sembrava avere trasgredito il suo dovere, non l'aveva fatto di sua iniziativa ma perché vi era stato spinto dagli amici che aveva vicino ("ejmoi; me;n oujk ejfaivneto di j eJauto;n tou'to pepoihkevnai, dia; de; tou;" parakeimevnou" fivlou"", Polibio,  39, 6, 4).

Nerone dunque andò in Grecia per condurre cocchi, suonare la cetra, declamare e recitare poesie ( Cassio Dione, 63, 8). Roma infatti non gli bastava più: “ouj ga;r h[rkei aujtw'/ hJ Rwvmh “ (63, 8), né il teatro di Pompeo, né oJ mevga~ iJppovdromo~ ; egli voleva vincere in tutti e quattro i grandi giochi, voleva diventare periodonivkh~.

Si portò dietro un esercito tanto numeroso che con esso avrebbe potuto conquistare la Partia, ma avevano come armi kiqavra~ te kai; plh'ktra proswpei'av te kai; embavta~, maschere e coturni. Si coprì di ridicolo (gelw'ta, 63, 9). Cantava, portava i capelli lunghi (thn; kefalh;n komw'nta) e il mento rasato. In questo modo Nerone proscrisse se stesso: “Nevrwn de; eJauto;n proevgrayen” (63, 9). Ottenne tante corone arboree (alloro, olivo, pino), ma perse quella politica. Per giunta interpretava ruoli da mendicante, da cieco, da incestuoso, da matricida Edipo, Tieste, Ercole, Alcmeone, Oreste. Indossava maschere simili alle facce dei personaggi, o alla sua; le maschere femminili a Sabina o{pw~ kajkeivnh kai; teqnhkui'a pompeuvh/ (63, 9), partecipasse. Naturalmente la folla e i soldati acclamavano Puqionivkhn te aujto;n kai;  jOlumpionivkhn kai; periodonivkhn pantonivkhn (63, 9).

Una volta un soldato rispose -tivktei-, a uno che gli aveva domandato tiv poiei' oJ aujtokravtwr; infatti interpretava la parte di Canace che ebbe un figlio dal fratello Macareo (63, 10); Svetonio 21.

C. D. afferma che la gente veniva pagata per andare ad applaudire l’imperatore e che Nerone  da un lato liberò la Grecia, ma dall’altro fece uccidere moltissimi uomini, donne, bambini (63, 11). Quindi si impadroniva dei loro patrimoni.

In realtà Nerone soppresse la provincia di Acaia e fu salutato dai Greci come Zeu;~ jEleuqevrio~ . Lo attesta l’iscrizione di   jAkraifivh in Beozia rinvenuta dall’epigrafista Maurice Holleaux: “Greci, vi faccio un dono tanto grande che voi stessi siete incapaci di chiederlo, ammesso che ci sia qualcosa che da un uomo magnanimo come me non si possa aspettare. A tutti voi, uomini dell’Achaia e del Peloponneso, accordo la libertà e l’esenzione dalle tasse”. Novembre del 67 d. C. Fece in Grecia quello che non aveva potuto a Roma.

A Roma era il liberto imperiale Elio che confiscava, esiliava e mandava a morte. Rimase fedele a Nerone fino alla morte, come Pitagora.

Sicché l’impero romano si trovò a essere servo di due imperatori. Nerone emulava gli attori, il liberto emulava i Cesari. Tigellino era l’assistente di Nerone.

Nerone sposò Sporo in Grecia e i Greci festeggiarono le loro nozze (63, 13).

Pitagora invece era l’ amante che faceva da maschio.

Tacito nelle Historiae annovera anche il futuro imperatore Vitellio tra i frequentatori dell’aula Neroniana, la corte di Nerone. Anzi era un suo esaltatore fanatico: “Namque et Neronem ipsum Vitellius admiratione celebrabat”; avvicinandosi a Roma, dopo la vittoria su Otone (imperatore da gennaio ad aprile) a Bedrĭăco nell’aprile del 69, e passando per Bologna, Vitellio era vergognosamente accompagnato da istrioni e da eunuchi, il contorno dell’aula Neroniana (II, 71).

Una corte che prefigura le sontuose corti degli imperatori teocratici del basso impero.

Anche nel vestire Nerone parhnovmei, trasgrediva i costumi tradizionali (paranomevw). Indossava una tunica a motivi floreali (citwvnion a[nqinon, 63, 13) e un drappo di lino (sindovnion) intorno al collo. Oppure indossava ajzwvstou~ citw'na~, tuniche senza cintura.

Durante i giochi Olimpici cadde dal cocchio ma venne premiato ugualmente.

 Cfr. la Tebaide di Stazio e la fondazione dei giochi Nemei con la caduta di Polinice il quale cade dal carro ma il suo cavallo Arione, figlio di Poseidone, arriva primo. Viene però premiato Anfiarao con il cavallo Cicno: “gloria mansit equo, cessit victoria vati” (VI, 530) .

Nerone fece doni ai giudici e alla Pizia, doni che vennero recuperati da Galba (63, 14) capax imperii nisi imperasset (Tacito, Historiae, I, 49).

 

Voglio fare un elogio della brevitas di Tacito attraverso Leopardi: “Quanto una lingua è più ricca e più vasta, tanto ha bisogno di meno parole per esprimersi, e viceversa quanto è più ristretta, tanto più le conviene largheggiare in parole per comporre un’espressione perfetta. Non si dà proprietà di parole e modi senza ricchezza e vastità di lingua, e non si dà brevità di espressione senza proprietà” (Zibaldone, 1822).

 

 Nerone tolse all’oracolo di Delfi il territorio sacro di Cirra[79],  quindi  abolì l’oracolo (63, 14). Forse per un responso sgradito, oppure perché era pazzo. Oppure per imitare Ercole (vedi infra).

 Nel Romanzo di Alessandro, di età ellenistica (fra il 300 e il 150 a. C.) l’eroe macedone sogna il dio Sarapide che gli dice: kai; su; tou'to kavlliston dovkei, to; mevllon ejn soi; mh; proeidevnai, file” (I, 33, 64-65), questo anche tu considera la cosa più bella, non conoscere il futuro che ti riguarda.

Del resto durante il viaggio in Grecia Apollo delfico l’aveva rassicurato quando sentì che doveva guardarsi dai settantadue anni, come se a quell’età dovesse morire. Nerone non lo interpretò con l’età di Galba: septuagesimum ac tertium annum cavendum sibi audivit, quasi eo demum obiturus, ac nihil coniectans de aetate Galbae (Svetonio, Vita, 40).

C’è una poesia di Costantino Kavafis (1863-1932) che ricorda questo episodio: La scadenza di Nerone. L’imperatore non si turbò o{tan a[kouse-tou' Delfikou' Manteivou to;n crhsmov, quando udì il vaticinio delfico.

Ta, eJbdomh'nta triva crovnia na; foba'tai”. Aveva tempo ancora da godere. Triavanta cronw'/ ei\nai. Torna piacevolmente stanco dal viaggio. Un viaggio di piacere. Sere di città dell’Acaia.

\ A tw'n gumnw'n swmavtwn hJ hJdonh; pro; pavntwn

Intanto Galba in Spagna prepara le sue truppe. Un vecchio di 73 anni.

Cesare ebbe segni che preannunciavano la sua morte, come Al. Magno, ma to; peprwmevnon sembra essere oujc ou{tw~ ajprosdovkhton wJ~ ajfuvlakton (Plutarco, Vita di Cesare, 63), non tanto inatteso quanto inevitabile.

Nerone partì per la Grecia nell’autunno del 66. Volle partecipare a tutte le gare. Volle che i giochi della ventunesima olimpiade che cadevano nel 65 venissero rimandati nel 66 e spostati dall’estate all’autunno. “Nerone non andò in Grecia per ammirare il panorama, bensì per farsi ammirare” (E. Champlin, Nerone, p. 71).

Nerone volle anche tagliare l’Istmo del Peloponneso (dioruvxai ejpiqumhvsa~, 66, 16), anzi cominciò a scavare lui con una forca.

In questo periodo (67) fece suicidare Corbulone. Corbulone colpendosi con la spada disse “a[xio~ (63, 17), me lo merito!

Poi fece ammazzare il pantomimo Paride poiché voleva imparare a danzare da lui, ma non gli riusciva.

Il viceré Elio andò in Grecia ad avvisare Nerone che si stava preparando una vasta congiura contro di lui (megavlhn tina; ejpiboulhvn, 66, 19) e Nerone tornò a Roma. Partì nel dicembre del 67.

A Roma fece una processione trionfale sul carro trionfale (ejf a{rmato~ ejpinikivou) già usato da Augusto; aveva una veste di porpora (cfr. il sangue), un mantello trapunto di stelle d’oro (in veste purpurea distinctaque stellis aureis chlamyde. Svetonio, 25) poi era incoronato con una ghirlanda d’olivo e aveva in mano l’alloro pitico. Voleva essere un trionfo artistico. Infatti entrò nel tempio di Apollo, il dio dei citaredi. Invece del paludamentum del generale, il mantello costellato (distincta clamys), simbolo della volta celeste, come la cupola della domus aurea, la dimora del kosmokravtwr. La folla lo acclama come Nerone-Apollo e Nerone-Eracle.

Veniva acclamato come ei|~ periodonivkh~ (66, 21), unico vincitore di tutti e quattro i giochi  e iJera; fwnhv, voce santa. Nerone aveva accumulato 1808 corone.

Con questo culto di Apollo, Nerone si collegava ad Augusto. “Guidando il carro usato da Augusto nei suoi trionfi, applaudito dai suoi Augustiani che lo salutavano ripetutamente come “Augusto”, egli terminò il suo cammino al tempio di Apollo, come riferisce Suetonio. Questi rimase affascinato dalla novità dello spettacolo; Dione ne fu offeso” (Champlin p. 185).

Nerone oltrepassò il tempio di Giove Ottimo Massimo sul Campidoglio, e procedette a ringraziare Apollo Citaredo sul Palatino e il Sole Auriga nel Circo Massimo. Era stato Augusto a creare il tempio di Apollo su Palatino e a porre l’obelisco del Sole nel Circo Massimo.

“Nel rendere omaggio ad Apollo e al Sole, Nerone rendeva onore anche al suo antenato, il primo princeps”. Augusto aveva rivendicato un rapporto speciale con il dio e aveva proclamato l’avvento della nuova età dell’oro del dio.

Nerone fondava la sua legittimazione come novello Apollo sulla imitatio Augusti.   

“A corte regnava l’apollineismo. Non si tratta dell’Apollo augusteo, dio equilibrato e sereno, ma di un Febo irrazionale e appassionato, divinità dell’entusiasmo sacro, della stravaganza e dell’esuberanza, in breve dell’ajgwvn neroniano: un Apollo imparentato con Bacco, che diviene il dio tutelare di Nerone” (Cizek, p. 313). Come quello delle Baccanti dove Tiresia dice a Penteo che Dioniso sarà presente a Delfi, nel santuario di Apollo.

Per giunta lo vedrai un giorno saltare anche sulle rupi

Delfiche con le fiaccole l'altopiano a due cime

agitando e scagliando il bacchico ramo,

grande per l'Ellade.  (Baccanti, 306-309).

 

Il quarto stile pompeiano ( dal 40 al 79: Domus aurea, Casa dei Vettii, Casa dei Dioscuri a Pompei) attinge spesso ispirazione dal teatro e gode del favore di Nerone. Interi muri sono decorati con episodi tratti dalle tragedie di Euripide. L’architettura tende alla linea curva e all’invenzione libera, con motivi irrazionali e fantastici.

 

In letteratura è finito l’ottimismo degli augustei. Si ripropone in forme nuove il patetismo  colorito degli oratori asiani e l’anomalismo dei filologi e dei grammatici di Pergamo. Le opere sono caratterizzate da una visione tragica e appassionata dell’esistenza, dall’introspezione, dall’espressione soggettiva, dalla volontà di stupire.

Poi c’è la ricerca della concisione (cfr. III stile), della brevitas, il gusto della sententia e della parola che fanno centro, che colpiscono la sfera emotiva. La ricerca della frase sorprendente, dell’espressione pungente, del particolare straordinario.

Seneca tende a un’analisi psicologica fondata sull’antinomia del bene e del male. Lucano proclama la novità e il valore della sua opera assimilandola a quella all’epos omerico (Phars., 9, 980-986).

  Lucano è pure un anti Virgilio. In lui il dolore è sempre violento, il pathos è sempre presente, l’atmosfera generale è fatta di lotta, disperazione, crudeltà, paura.

 

Nerone poeta.

Marziale considera Nerone un poeta doctus (8, 70, 8).

 Tacito dice che la species carminum era non impetu et instinctu nec ore uno fluens (A., 14, 16), il tipo delle sue poesie non scorreva per calore, ispirazione né uniformità. Nerone preferiva Euripide agli altri tragici. Si può dire seguace di un classicismo baroccheggiante ed ellenizzato che serviva ai suoi fini politici. Intanto Persio anticipa Giovenale nella critica ai costumi. Petronio difende la struttura dell’antica poesia.

 

Nerone proteggeva pure il culto di Cibele la Magna mater asiatica e quello di Attis. Inoltre adottò il mitraismo come strumento di propaganda. Il mitraismo infatti faceva dell’imperatore l’immagine del sole sulla terra.

Questa religione entrò in Roma nel tempo della visita di Tiridate.

Inoltre si diffondeva il culto di Iside e di Serapide, dèe universali della salvezza. In particolare Otone divenne un adepto del culto di Iside (Sv., Oth, 12, 2).

Il cristianesimo veniva diffondendosi soprattutto tra le classi umili grazie alla dottrina sociale nuova e ardita.

 

La guerra giudaica.

Nel 66 scoppia la grande rivolta giudaica raccontata da Flavio Giuseppe (Bellum Iudaicum). E’ stato detto che i Giudei erano per i Romani ciò che gli Irlandesi erano per i Britannici. I nazionalisti, gli Zeloti, guidarono la rivolta massacrando la popolazione greca e romana. Nel febbraio del 67 Nerone mandò Vespasiano contro gli insorti.

Si concluse nel 70 con la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte di Tito.

 

La rivolta contro Nerone.

 In Gallia si ribellò Giulio Vindice, un senatore di origine gallica.

Vindice parlò ai Galli dubitando che Nerone fosse un uomo, uno che si era maritato con Sporo e ammogliato con Pitagora ( oJ Spovron gegamhkwv~, oJ Puqagovra/ gegamhmevno~, 63, 22) che ha contaminato e ucciso la madre, che è sceso sulla scena con maschera e coturni. Uno che si è fatto vedere incatenato e perfino partoriente.

Questo più che un Cesare è un Tieste, un Edipo, un Alcmeone, un Oreste. 

Dunque ribellatevi: ajnavsthte (63, 22). Vindice indicò Galba come imperatore. Era il governatore della Spagna. Vindice prima si scontrò con Verginio Rufo governatore della Germania, poi si accordò con lui, ma i soldati non lo sapevano e si scontrarono. Erano, commenta Plutarco, come quegli aurighi che non riescono a tenere le redini (Vita di Galba, 6, 4 )

Allora Vindice si uccise. Rufo non volle accettare il potere imperiale, nonostante la pressione dei soldati.

Nerone seguiva a Napoli un agone ginnico, e, come seppe della rivolta, continuò a sostenere un atleta. Si prese paura solo quando sentì che Galba era stato proclamato imperatore. Un poco alla volta lo abbandonarono tutti. Allora pensò di ritirarsi ad Alessandria e di vivere della sua arte: “a{n kai; ejk th'~ ajrch'~ ejkpevswmen, ajlla; tov ge tevcnion hJma'~ ejkei' diaqrevyei” (63, 27). Anche Svetonio riferisce illa vox eius celeberrima  To; tevcnivon hJma'~ diaqrevyei (40), l’arte mi darà da vivere.

Nelle Fenicie  dove "Eteocle incentra tutto il suo elogio della tirannide sul "di più"[80], Giocasta obietta:"tiv d  j e[sti to; plevon; o[nom  j e[cei monon:/ejpei; tav g  j ajrkounq  j  iJkana; toi'" ge swvfrosin", vv. 553-554, che cosa è il più? ha soltanto un nome; poiché il necessario basta ai saggi. Le ricchezze non sono proprietà privata dei mortali, noi amministriamo quelle ricevute dagli dèi: quando vogliono, a  turno, ce le portano via di nuovo.

Una posizione echeggiata da Menandro nel Duvskolo~ (del 316 a. C.), quando Callippide dice a Sostrato che non vuole prendersi un genero e una nuora pezzenti, e il figlio, il quale vuole sposare una ragazza povera e dare la sorella in sposa al fratello di lei, risponde al padre che lui non è veramente padrone delle cose che ha, ma esse appartengono tutte alla fortuna: “th'~ tuvch~ de; pavnt j e[cei~” (v. 801).

Luogo simile in Seneca che nella Consolatio ad Marciam  (10, 2) scrive:"mutua accepimus. Usus fructusque noster est ", abbiamo ricevuto delle cose in prestito. L'usufrutto è nostro.

 

Del resto  Giocasta propugna l'uguaglianza più in generale:"kei'no kavllion, tevknon,-ijsovthta tima'n" (Fenicie, vv. 535-536),  quello è più bello, figlio, onorare l'uguaglianza; infatti essa è legge cosmica:"nukto;" t  j ajfegge;" blevfaron hJlivou te fw'"-i[son badivzei to;n ejniauvson kuvklon" ( vv. 543-544), l'oscura palpebra della notte e la luce del sole percorrono uguale il ciclo annuo. Ora se il sole e la notte si assoggettano a queste misure[81], domanda la madre, tu non tollererai di avere una parte uguale del palazzo (su; d  j oujk ajnevxh/ dwmavtwn e[cwn i[son, v. 547) e di attribuire l'altra a tuo fratello? E dov'è la giustizia? Perché tu la tirannide, un'ingiustizia fortunata (tiv th;n turannivd  j, ajdikivan eujdaivmona, v. 549), la onori eccessivamente e pensi che sia un gran che?

Pensi che essere guardati sia segno di valore? E' cosa vuota (kenovn, v. 551) di fatto. O vuoi avere molte pene con molte cose nella casa?   

 

Il senato poi lo dichiarò nemico pubblico e scelse Galba come senatore.

Nerone tentò la fuga quando si accorse di essere abbandonato anche dalle guardie del corpo. Scappò a cavallo e raggiunse un podere di Faone accompagnato da Sporo e da Epafrodito. Faone probabilmente lo aveva denunciato. Era ancora vivo sotto Domiziano.

 Durante la fuga, si scatenò un terremoto fuori misura (seismo;~ ejxaivsio~, 63, 28): sembrava che la terra si lacerasse e che tutte le anime degli ammazzati da lui gli si levassero contro. Riconosciuto da un pretoriano in congedo, si nascose in un canneto (ej~ kalamwvdh tovpon). Era terrorizzato, anche se da qualche parte un cagnolino latrava o un uccellino cinguettava ( ei[ tev pou kunivdion u{laxen h] kai; ojrnivqion ejfqevgxato). Allora finalmente si pentì dei misfatti che aveva osato commettere (kai; tovte metegivgnwsken ejf j oi|~ ejtetolmhvkei), come se potesse renderne uno non fatto. Gli tornava in mente un verso dell’Edipo esule : mi ordina di morire miseramente il padre partecipe delle nozze.

Intanto i Romani esultavano e indossavano i pivlia wJ~ hjleuqerwmevnoi (63, 29).

Svetonio racconta che la plebs pileata , affrancata, girava per la città. Galba veniva invocato come imperatore. Quindi Nerone sentì sopraggiungere dei cavalieri e ordinò ai liberti di ucciderlo. Ma questi si rifiutarono e Nerone disse: “ejgw; movno~ ou[te fivlon ou[te ejcqro;n e[cw” (63, 29). “Ergo ego, inquit, nec amicum habeo nec inimicum?”( Svetonio, 47)

 Poi si uccise dicendo: “w\ Zeu' oi|o~ tecnivth~ parapovllumai” . “Such an artist dies in me!” 

Nerone visse trent’anni e mezzo: “ dal 15 dicembre del 37 al 9 giugno del 68. Fu imperatore per quasi quattordici anni. Fu l’ultimo discendente di Enea e di Augusto.

Vediamo qualcos’altro da Svetonio.

Nerone alla fine  voleva presentarsi agli eserciti ribelli non facendo altro che piangere; poi, ravvedutisi questi, laetum inter laetos cantaturum epinicia (43) che già stava componendo. Preparava la spedizione scegliendo i veicoli per trasportare attrezzi teatrali, e fece tosare e armare da maschi le concubine che voleva portare con sé. 

Il liberto Faonte gli offrì il suo villino tra la Salaria e la Nomentana a quattro miglia a nord del Palazzo. Si diresse là. Passò per harundinēti semĭtam, per il viottolo di un canneto (48), e arrivò al muro posteriore della villa. Faonte lo esortò a nascondersi in una cava di sabbia ma Nerone negavit se vivum sub terram iturum, poi prese in mano l’acqua di una pozzanghera e disse Haec est  Neronis decocta (48), l’acqua distillata di Nerone. Era acqua bollita e poi raffreddata nella neve (Plinio, Nat. Hist., 31, 40) Quindi entrò e si ricoverò in una stanzuccia. Poi: qualis artifex pereo!  

E’ arrivato alla verità, alla non latenza, come Edipo. Tutta la sua vita è stata un coflitto tra latenza-contraffazione e non latenza-verità. Come quella di Edipo o di Ludwig di Baviera.

Pensiamo all’Edipo re di Sofocle. Edipo, che all’inizio è il salvatore e il capo dello Stato, nel pieno splendore della sua gloria e della benevolenza accordatagli dagli dei, viene in seguito discacciato da questa apparenza-la quale non è una semplice veduta soggettiva che Edipo ha di se stesso, ma ciò in cui si verifica l’apparire del suo esserci-fino a che si verifica la non-latenza del suo essere come uccisore del padre e profanatore della madre. La via intercorrente da quell’inizio glorioso a questa fine orribile è tutta una lotta fra l’apparenza (latenza e contraffazione) e la non latenza (l’essere). La latenza dell’uccisore dell’ex re Laio si accampa, per così dire, tutt’intorno alla città. Con la passione di chi si trova nel pieno splendore della sua gloria, con la passione di un greco, Edipo s’inoltra verso la rivelazione di questo suo segreto. Egli deve così, passo passo, porsi da se medesimo nella non-latenza che non riesce, alla fine, più a sopportare che a patto di cavarsi gli occhi da se stesso, sottraendosi così a ogni luce e lasciando cadere intorno a sé la tenebra che tutto nasconde, e come uomo abbacinato gridando di spalancare tutte le porte per rivelarsi al popolo per quello che è. Non dobbiamo tuttavia scorgere in Edipo soltanto la caduta di un uomo, ma riconoscere in lui quel tipo di uomo greco in cui quella che è la sua passione fondamentale, la passione per la rivelazione dell’essere, ossia la passione della lotta per l’essere stesso, risulta spinta al massimo e nel modo più selvaggio. Hölderlin nella poesia In lieblicher Bläuer blühet…, ha questa espressione profetica: “Il re Edipo ha forse un occhio di troppo…” Qust’occhio di troppo costituisce la condizione fondamentale di ogni grande domandare e di ogni grande sapere, ed è altresì il loro unico fondamento metafisico. Il sapere e la scienza dei Greci sono questa passione”[82].

 

Seppe che il senato l’aveva dichiarato nemico pubblico e lo cercava ut puniatur more maiorum (49). Significava che il collo veniva inserito in una forca e il corpo veniva battuto a morte con le verghe. Allora, atterrito, afferrò due pugnali, ma poi li ripose, e disse che non era ancora giunta l’ora fatale. Quindi chiese a Sporo-la moglie, di aiutarlo e disse: “Vivo deformiter, turpiter , ouj prevpei Nevrwni, ouj prevpei-nhvfein dei' ejn toi'~ toiuvtoi~, a[ge e[geire seautovn, bisogna essere svegli in circostanze del genere, su svegliati!

Automitopoiesi.

Poi citò un verso dell’Iliade (V, 535)

{Ippwn m j wjkupovdwn ajmfi; ktuvpo~ ou[ata bavllei, di cavalli dai piedi veloci, mi percuote le orecchie il rumore (parla Nestore).

Infine si cacciò il ferro in gola iuvante Epafrodito a libellis (49) addetto alle suppliche.

Nel racconto di queste ultime ore sono presenti elementi di folklore.

P. e. la fuga dell’eroe degradato e sconciato. Si pensi al film Ludwig.

Le battute sono di un patetismo esagerato.

Epafrodito aveva preso il posto di Doriforo quando questi si era opposto al matrimonio con Poppea  e venne ammazzato nel 62. Epafrodito conserverà la sua carica fino al 95, quando Domiziano lo farà giustiziare perché aveva tradito Nerone. Fr. Alessandro Magno e Besso.

Incoraggiò Giuseppe Flavio a scrivere le Antiquitates Jiudaicae.

Arrivò un centurione che gli pose un mantello sulla ferita ed egli disse Sero! Et haec est fides!.

Così morì con gli occhi in fuori e fissi ad horrorem formidinemque visentium.

Aveva chiesto di non essere decapitato ut totus cremaretur. Galba lo accontentò.

Era di statura quasi giusta, di corpo chiazzato e fetido, volto più bello che aggraziato vultu pulchro magis quam venusto (Svetonio 51), capelli tendenti al biondo, subflavo capillo, occhi chiari e piuttosto ottusi, cervice obesa, collo obeso, ventre proiecto, gracillimis cruribus, ma valetudine prospera.

Nel vestire era da vergognarsene, pudendus: usciva in pubblico sine cinctu et discalciatus, senza cintura e scalzo e con un fazzoletto al collo. Aveva imparato da Petronio la neglegentia sui, la sprezzatura signorile.

Viceversa il filosofo Nigrino di Luciano biasima l’’ajpeirokaliva (l’ignoranza del bello, la mancanza di gusto) dei romani arricchiti i quali si rendono ridicoli sfoggiando ricchezze e rivelando il loro cattivo gusto:"pw'" ga;r ouj geloi'oi me;n oiJ ploutou'nte" aujtoi; ta;" porfurivda" profaivnonte" kai; tou;" daktuvlou" proteivnonte" kai; pollh;n kathgorou'nte" ajpeirokalivan;”(Nigrino , 21), come fanno a non essere ridicoli i ricchi con le loro stesse persone dal momento che mentre mettono in mostra le vesti di porpora e protendono le dita delle mani, denunciano il loro cattivo gusto?

 

“L’autore ignoto dell’Octavia-probabilmente Cornuto-, anch’egli ostile a Nerone, sostiene che questi aveva la faccia gonfia (PS.-SEN., Oct., 109)”[83]. Ottavia cui sono stati uccisi madre, padre e fratello dice: “poena nam gravior nece est/videre tumidos et truces miserae mihi/vultus tyranni, iungere atque hosti oscula…(vv. 108-110), per me infelice è una pena peggiore della morte vedere il volto gonfio e tracotante del tiranno, e unire la bocca a quella del nemico.  

La madre lo distolse dalla filosofia, Seneca dall’oratoria quo diutius in admiratione sui detinēret (52).

Invece scriveva versi con facilità e dipingeva. Ma soprattutto amava la popolarità. Si allenava nella lotta per sfidare gli atleti e voleva imitare Apollo nel canto, il sole nel guidare i cocchi, ed Ercole.

Faceva allevare un leone per battersi con lui nudo nell’arena (Svetonio 53). L’interesse per Ercole appare per la prima volta durante il viaggio in Grecia. Ercole Augusto con la clava e la pelle di leone compare nella contemporanea monetazione della colonia di Patre. Il taglio dell’Istmo di Corinto doveva essere un’impresa erculea. Nella tragedia pseudosenecana Ercole sull’Eta l’eroe rinfaccia a Giove che non lo ha ancora reso dio dopo le sue imprese e dice che potrebbe anche unire la Sicilia all’Italia, oppure: “si iungi iubes, committat undas Isthmos, et iuncto salo/nova ferantur Atticae puppes via” (82-84), se ordini che si uniscano  (i mari), l’Istmo congiunga le onde, e unito il mare, le navi greche passino per una nuova strada. Nerone fece spogliare e chiudere l’oracolo pitico di Apollo.  Ercole quando la Pizia gli rifiutò un responso, voleva saccheggiare il tempio (tovn te nao;n sula'n h[qele, portare via il tripode e fondare un proprio oracolo. Quindi si batté con Apollo, ma poi intervenne Zeus che li separò ed Eracle ricevette risposta (cfr. Apollodoro, 2, 6, 2). Nerone si identificava con Apollo nel 59, con il Sole nel 64, con Ercole nel 66. Questo corrispondeva alle sue passioni per il canto, la corsa sui carri, la caccia alle belve.

Il modello storico era Periandro, la quintessenza del tiranno greco al di sopra della legge. L’imitatio Alexandri invece non fu fanatica come da parte di Caracalla. Piuttosto volle imitare Augusto. Nerone assunse il titolo di Imperator come Augusto, e come Augusto fece chiudere il tempio di Giano.  

 

Uccise l’attore Paride come pericoloso competitore. Desiderava la fama eterna: fece chiamare Neronēus  il mese di aprile e voleva chiamare Roma Neropoli (Svetonio, 55).

Plutarco racconta che dopo Nerone l’esercito romano fu colto dalle convulsioni dei Titani (Vita di Galba, I, 6). Sabino, nuovo coprefetto del pretorio con Tigellino, promise del denaro ai pretoriani se avessero proclamato imperatore Galba. Questa promessa causò la morte di entrambi: i pretoriani abbandonarono Nerone per prendere denaro, po uccisero Galba perché non gliene dava (Plutarco, Galba, 2, 3). 

Tacito  definisce Ninfidio Sabino et ipse pars Romanarum cladium (A. XV, 73), anche lui parte dei flagelli di Roma. Sosteneva l’ellenizzazione e l’assolutismo teocratico voluti da Nerone.

 Il che non gli impedì di tradirlo.

Tigellino era assente al momento della crisi del 68.

 

Nerone aveva mandato Galba a governare l’Iberia poiché non aveva ancora imparato a temere i cittadini molto stimati.

Ninfidio poi prese come moglie Sporo, chiamandolo Poppea.

Poi Sporo convisse con Otone che aspirava alla mano di Statilia Messalina, la terza moglie di Nerone, sposata nel 66 (Plutarco, Galba, 9, 3; Dione 64, 8, 3).

“La triste carriera del ragazzo ebbe fine sotto Vitellio” (Champlin, p. 70). Si uccise nell’autunno del 69, mentre le truppe di Vespasiano stavano invadendo l’Italia, dopo avere impersonato Kore in uno spettacolo.

Nerone fu rovesciato da messaggi e dicerie più che con le armi (T. Hist, I, 89, 2). Nero nuntiis magis et rumoribus quam armis depulsus.

Il suo stile di vita e di governo si scontrava con le forze  dell’impero. La classe politica e gli strati aristocratici non erano più disposti a tollerare l’assolutismo antoniano di ispirazione greco-orientale, né il modello dell’anticittà, né le stravaganze di Nerone. La repressione della congiura spaventò i senatori e li spinse a cospirare. Decisero di sopprimere Nerone per salvare la loro stessa vita. Vindice fu il primo ad alzare la bandiera della rivolta. Governava la Gallia lionese (Lugdunensis). Non aderirono alla rivolta le popolazioni della Gallia settentrionale (Treviri e Lingoni) né le legioni del Reno né la città di Lugdūnum. Vindice la assediò. Plinio il Vecchio sostiene che Vindice era adsertor libertatis (N. H., 20, 57, 1), un difensore della libertà. Ma sollecitò l’appoggio di Galba nel febbraio del 68 e non voleva un ritorno alla repubblica. Fra i partigiani di Vindice c’erano dei druidi fanatici che volevano la Gallia indipendente. Ma Vindice non voleva la federalizzazione dell’impero e l’autonomia della Gallia. Non si può parlare di separatismo. Nerone mandò contro Vindice le forze della Germania Superiore comandate da Lucio Verginio Rufo. Verginio schiacciò la rivolta. C. D. dice che i due generali si misero d’accordo contro Nerone (63, 24) e che la battaglia iniziò senza che loro lo sapessero.

Rufo fece spargere questa voce per nascondere il fatto che aveva sostenuto Nerone.

 Le truppe di Rufo assediavano Vesonzio, capitale dei Sequani, attuale Besançon, e i soldati di Vindice li attaccarono ma vennero sconfitti. Vindice si uccise. Rufo poi rifiutò di unirsi a Galba e di accettare il titolo imperiale. Tornò in Renania, tenne un atteggiamento neutrale e si unì a Galba solo dopo la morte di Nerone. Galba, sollecitato da Vindice, si mostra esitante ma non lo denuncia (Plut. Galba, 4, 2-3). Galba ha 73 anni e da 7 governa la Spagna tarragonese. Il 3 aprile del 68 Galba prese posizione contro Nerone. I notabili locali, ricordando la fine di Seneca, lo seguirono. Anche Otone che governava la Lusitania.

Lucio Clodio Macro istigò la sollevazione dell’Africa romana. Macro ostentava convinzioni repubblicane e sperava di piegare Roma con la carestia facendole mancare gli approvvigionamenti. Si impadronì della Sicilia. Galba, divenuto imperatore. lo fece uccidere. L’atteggiamento di Vespasiano era improntato a una neutralità che sfiorava il tradimento. Nerone venne tradito da Ninfidio Sabino e abbandonato da quasi tutti. I pretoriani ricevettero del denaro dal prefetto Sabino perché acclamassero Galba. Poi il senato lo dichiarò nemico pubblico. Faone ed Epafrodito informarono Sabino sul nascondiglio di Nerone. Nerone si uccise l’11 giugno, anniversario del supplizio di Ottavia (Sv., 57, 1). Le sue nutrici Egloge e Alessandra e l’antica concubina Atte ne bruciarono il corpo e deposero le ceneri nella tomba dei Domizi (Plut. Galba, 9, 3).

Tacito inizia le sue Historiae con una professione di imparzialità , come si è detto:incorruptam fidem professis neque amore quisquam et sine odio dicendus est” (I, 1), chi fa professione di veridicità inconcussa deve esprimersi si ciascuno mettendo da parte l’amore e senza odio.

Quindi preannuncia gli orrori che sta per raccontare: Pollutae caerimoniae, magna adulteria; plenum exiliis mare, infecti caedibus scopuli (I, 2).

Tra le altre sciagure:  mota prope etiam Parthorum arma falsi Neronis ludibrio, quasi mosse anche le armi dei Parti dall’impostura di un falso Nerone[84]. Non mancarono esempi di virtù come quello di Fannia figlia di Trasea Peto che accompagnò il marito Elvidio Prisco in esilio: secutae maritos in exilia coniuges (I, 3).

Successivamente Elvidio Prisco, esiliato da Nerone, richiamato da Galba e  condannato a morte per ordine di Vespasiano (Svetonio, Vita di V., 15).

 Poi vari disastri: fu provato che agli dei non sta a cuore tanto la sicurezza nostra, ma la punizione: “curae…esse ultionem”.

 La fine di Nerone aveva suscitato sentimenti diversi: patres laeti (I, 4), anche perché il nuovo princeps era lontano, primores equitum proximi gaudio patrum, poi la pars populi integra et magnis domibus adnexa, la parte sana del popolo e legata alle grandi famiglie, e   pure clientes libertique damnatorum et exulum, in spem erecti, sollevati alla speranza; invece la plebs sordida et circo et theatris sueta, simul deterrimi servorum, aut qui adēsis (da adĕdo) bonis per dedĕcus Neronis alebantur, quelli che mangiatisi i patrimoni, si nutrivano attraverso gli abomini di Nerone, erano maesti et rumorum avidi, abbattuti e avidi di chiacchiere.

“Vi è da notare come Tacito chiami “parte sana” del popolo quella che è vincolata alle grandi famiglie, inquadrata nelle clientele, mentre la “plebe sordida” è quella svincolata dalle clientele aristocratiche, legata all’imperatore; egli depreca che il principato abbia dato un colpo al vecchio sistema della subordinazione clientelare…il rapporto clientelare si configura come un’organizzazione mafiosa che garantisce l’omertà, e il successo dei disonesti”[85].

Perelli cita diversi testi, tra cui alcuni versi dei Menecmi di Plauto ( IV, 571-597) dove il sistema viene denunciato come immorale, pieno di intrighi e di scambio di favori disonesti.

“L’anziano Galba voleva creare un’immagine di prisca virtù romana, contrapposta al lusso eccessivo”[86] di Nerone, e mise a morte parecchi dei suoi seguaci.  

Galba cominciò a essere odiato per la sua avarizia. Una sua frase vox pro republica honesta, ipsi anceps, onorevole per lo stato, ma per lui poco sicura: legi a se militem non emi, irritò ancora di più (Historiae, I, 5), lui i soldati li arruolava, non li comprava. Tanto più che il resto del comportamento non corrispondeva a questa affermazione.

Il 15 gennaio del 69 i pretoriani sobillati da Otone lo uccisero. Otone si presentò alla plebe come il vendicatore e il continuatore di Nerone.

Plutarco racconta che per compiacere il popolo inizialmente non evitava di essere acclamato nei teatri col nome di Nerone (Vita di Otone, 3, 1).

Sconfitto dalle legioni del Reno, Otone si suicidò nell’aprile del 69. Il nuovo imperatore era Vitellio, un gaudente di mezza età. Vitellio imitava Nerone cui era stato caro, data la sua passione per le corse.

Apud Vitellium omnia indisposita, temulenta, pervigiliis ac bacchanalibus quam disciplinae et castris propiora ( Historiae, 2, 68), tutto era disordinato, c’era solo ubriachezza

Vitellio celebrò le esequie di Nerone laetum foedissimo cuique (Hist., 2, 95), spettacolo gradito a tutta la canaglia. Unum ad potentiam iter , c’era una sola via per fare carriera: prodĭgis epulis et sumptu ganeāque (gozzoviglie) satiare inexplebiles Vitellii libidines (2, 95).

Ma Vitellio venne sconfitto in autunno e assassinato in dicembre (69).

“Il parsimonioso Vespasiano, che onorava la memoria di Galba, revocò la libertà concessa da Nerone alla Grecia, aprì la Domus Aurea al pubblico, e dedicò al dio Sole la statua colossale di Nerone. Con il consolidamento della sua nuova dinastia, quella dei Flavii, e l’avvento di una moralità più rigorosa, oltre alla pubblicazione di opere ostili a Nerone come la tragedia Octavia e le storie di Plinio il Vecchio, la reputazione di Nerone come mostro venne fissata per l’eternità”[87].

Tacito, Historiae, II, 5: “Vespasianus acer militiae anteire agmen, locum castris capere, noctu diuque consilio ac, si res posceret, manu hostibus obnīti, cibo fortuīto, veste habituque vix gregario milite discrĕpans; prorsus, si avaritia abesset, antiquis ducibus par”, un militare duro, sceglieva la posizione dell’accampamento, di giorno e di notte teneva testa al nemico con l’ingegno e all’occorrenza con il braccio, mangiava quello che capitava, nel vestirsi e nel tenore di vita si distingueva appena da un soldato semplice; insomma, a parte l’avarizia, equivaleva ai comandanti antichi.    

Anche Plinio il Giovane è malevolo con Nerone: il popolo una volta  osservava e applaudiva le esibizioni di un imperatore attore (scaenici imperatoris spectator et plausor), ma oggi (100d. C.) si rivolta contro i mimi e condanna quel gusto pervertito. Dunque la plebe può imparare dal suo sovrano ( Ex quo manifestum est principum disciplinam capere etiam vulgus,  Panegirico, 46, 4-5). E’ evidente che la disciplina dei principi cattura anche il volgo.

Ma lo stile di Nerone gli sopravvisse: “noverat ille/luxuriam imperii veterem noctesque Neronis” scrive Giovenale (4, 136-137) di un consigliere di Domiziano .

 

 

Encomium Neronis. Purtroppo non ho il testo latino. Composto tra il 1560 e il 1562.

Nerone fu denigrato da delinquenti: Tacito, empio adoratore di dèi, si ostinava a considerare delitto le offese subìte dai membri delle classi più elevate. Svetonio arrivò a corrompere la moglie dell’imperatore Antonino di cui era segretario.  Per il Senato e gli Ottimati tutto il genere umano era motivo di scherno. Quanto all’uccisione dei parenti, talora esse vengono lodate (Virginio che uccise Virginia, Orazio che aveva ucciso la propria sorella). Bisogna mettere nel conto i luoghi e i tempi dei delitti. Nerone agì duramente con i colpevoli e mitemente e generosamente con i buoni. Nerone uccise i parenti per salvare se stesso e durante l’incendio di Roma portò aiuto. Quanto a essere stato auriga e citaredo, è la riprova di un carattere particolarmente umano. L’inclinazione ai piaceri è dovuta alla giovane età. Fece solo la guerra con l’ Armenia ma riuscì a non esasperarla e la mantenne in equilibrio. La sua morte poi fu estremamente dignitosa. Ebbe molti nemici, a cominciare da una madre rotta ad ogni inganno. Seneca, il suo maestro, era il più disonesto degli uomini. Nerone era pacifico: non volle accrescere l’impero con la violenza, come Traiano, o con l’inganno, come Tiberio. Scelse come comandante militare Corbulone, uno capace che trovò legioni impigrite in Siria, soldati lindi e avidi di guadagno. L’esercito dunque era stato trascurato dagli imperatori precedenti. Nessun imperatore conseguì altrettanto successo sui Parti. E contro i Giudei scelse con saggezza Vespasiano. Dovere di un signore giusto è sollevare i miseri. Nerone è esecrato proprio per questo motivo. Veniva lodato quando si lasciava manipolare da usurai e potenti.

Nerone con le sue elargizioni al popolo danneggiava gli usurai. Questi reagirono con le maldicenze e Nerone li punì.

Nerone era generoso. Il denaro gli serviva solo per elargirlo. Spendeva, ma non per le guerre aggressive come Traiano.

Dichiarò libera la Grecia intera. Ecco perché Plutarco lo riabilitò in De sera numinis vindicta . Plutarco non osò dire di più in favore di Nerone, perché faceva parte degli Ottimati e conosceva Traiano.

Augusto, Caligola e Cladio giocavano d’azzardo, Nerone non lo faceva.

Si loda Augusto che giocava d’azzardo, si biasima Nerone che pizzicava le corde di una cetra. Tale è il punto di perversione cui sono giunti i giudizi degli uomini! Vergogniamoci almeno di fronte ai Maomettani che considerano gravissimo il peccato del gioco d’azzardo!

Ricostruì Roma in modo razionale, mentre prima era venuta su a casaccio.

Sotto il debole Claudio ripresero fiato gli Ottimati, ossia i tiranni. Nerone si trovò costretto a reprimerli per aiutare i poveri e gli infelici. Si era messo su una strada pericolosa per lui stesso, ma vantaggiosa per i poveri e gli onesti. Nerone avrebbe dovuto esautorare il senato. Ma non aveva la forza né gli amici.

Sarebbe stato giusto inserire nel corpus iuris di Giustiniano tutti gli atti di Nerone, come atti di clemenza. Non per niente Seneca gli dedicò il De clementia. Per esempio Nerone risparmiò Acilia, la madre di Lucano che era stata denunciata dal figlio.

I suoi delitti presunti

  Claudio, tiranno pazzo e cretino, fu ucciso da Agrippina, non da Nerone che anzi non ne era al corrente. Causa di ogni male fu Agrippina. Ella blandiva non opportunamente Britannico e ricattava Nerone. Augusto del resto uccise Cesarione, figlio di Cleopatra, senza che questo rappresentasse una minaccia per lui. Eppure Augusto venne divinizzato. Nerone difese se stesso e lo Stato uccidendo Britannico. L’assassinio di Ottavia è forse meno giustificabile, ma pure lei era un pericolo.

L’uccisione di Agrippina fu ben fatta. “Non so se Nerone sia degno di maggior lode per averla uccisa o per averla sopportata tanto a lungo” (p. 69). Lei e le sue scalmane. Fu lecito a Oreste per le sollecitazioni di Apollo. Agrippina non era migliore di Clitennestra. Nerone non voleva e non poteva sposare sua madre che tendeva a eliminare tutte le altre donne. “Perciò fu necessario spegnere questo incendio così violento” (p. 75).

Agrippina era “spregevole per tutti i delitti commessi, disonore di tutto il sesso femminile, questo mostro di natura, capace solo di suscitare ribrezzo” (79). Fu paziente Nerone a sopportarla così a lungo. Del resto Seneca e Burro furono istigatori del matricidio.

Poppea era “la più bisbetica di tutte le femmine” (85) e fece arrabbiare Nerone che la colpì non senza ragione.

Seneca era uno pseudofilosofo, un traditore dei suoi anni giovanili, e perciò un eversore dell’impero, un istigatore di delitti, un retore maligno e stupido, un oratore incapace, dotato solo di freddure insipide, equivoco, bugiardo, subdolo, dissimulatore, adulatore infame” (p. 85) e così via.

Larva di demone inferocito, scarafaggio del regno e carie sempre distruttiva. Seneca era epicureo e negò l’immortalità dell’anima. Fu punito da Nerone giustamente. Tolomeo Filopatore uccise entrambi i genitori ed è più empio ammazzare il padre che “è l’agente principale della vita, come il seme, mentre la madre è come la terra; la pianta deve appunto più al seme che alla terra; inoltre perché il padre nutre il figlio, lo educa, lo istruisce più della madre” (p. 89). Comunque Augusto fece ammazzare un pronipote e venne onorato come un dio.

 

 

            


 

[1] Composte negli anni 62-63 d. C.

[2] Alcmeone uccise la madre Erifile che aveva mandato a morire in guerra il padre Anfiarao.

 

[3] Giovanni Macchia, L’angelo della notte, p. 166.

[4] Come si deve scrivere la storia, 41-42. Il trattatello è del 164 d. C.  

[5] Secondo Leopardi i Romani erano già barbari prima delle invasioni barbariche: “al tempo di Longino…già erano quasi barbari…perché la civiltà era eccessiva.

 Cicerone era il predicatore delle illusioni. Vedete le Filippiche principalmente, ma poi tutte le altre orazioni sue politiche; sempre sta in persuadere i Romani a operare illusamente, sempre l’esempio de’ maggiori, la gloria, la libertà, la patria, meglio la morte che il servizio; che vergogna è questa? Antonio, un tiranno di questa razza, ancora vive ec….Cicerone predicava indarno, non c’erano più le illusioni di una volta, era venuta la ragione, non importava un fico la patria la gloria il vantaggio degli altri dei posteri ec., eran fatti egoisti, pesavano il proprio utile, consideravano quello che in un caso poteva succedere, non più ardore, non impeto, non grandezza d’animo, l’esempio de’ maggiori era una frivolezza in quei tempi tanto diversi… (Zibaldone, 22-23).

 

[6] La terza, uccisa nel 48. Ndr.

[7] S. Mazzarino, L’impero romano, 1, p. 218.

[8] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, p. 218.

[9]Tacito, Annales , XI, 26.

[10] 55 ca-140 ca d. C.

[11] Che a sua volta può impersonare aspetti topici dell'eterno marito dostoevschiano. Claudio Fu imperatore dal 41 al 54 d. C.

[12] Il cento e il titulus del v. 123 si trovano nel bordello del Satyricon (7, 2 e 4).

[13] . Licisca, ragazza lupa, era un nome comune per le prostitute che mettevano un cartello con il nome e il prezzo.

[14] Britannico era il figlio di Claudio e Messalina. Fu fatto uccidere da Nerone nel 55 d. C.

[15] Callisto, Pallante e Narcisso.

[16] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, pp. 215-216.

[17] Ronald Syme, Tacito, p. 725

[18] Del 46 a. C.

[19] Le satire furono scritte fra il 1786 e il 1797.

[20] Mazzarino, L’impero romano I,  p. 220.

[21] Invece secondo Cizek Nerone voleva imporre le imposte dirette anche ai cittadini romani che ne erano esentati (p. 122).

Ci sarebbe stato un ribasso dei prezzi, gradito alla plebe.

[22] 427-347 a. C.

[23] Ambientato tra il 75 e il 77 e redatto, probabilmente, un quarto di secolo più tardi.

[24] 55 ca-120 ca.

[25]160 ca-220ca d. C.

[26] 197 d. C.

[27] Del 200 ca d. C.

[28] In 13 libri composti fra il 397 e il 401  d. C.

[29] In 22 libri composti fra il 413 e il 426 d. C.

[30] Nel 364 a. C. secondo il racconto di Tito Livio (VII, 2-3)

[31] Si pensi, per esempio all’ Edipo re di Sofocle e all’Oedipus di Seneca.

[32] G. Flaubert, Madame Bovary (del 1857),  p. 177.

[33] Esercitò una dittatura personale dal 1653 al 1658.  Suo segretario fu John Milton, l’autore di Il paradiso perduto (1667)

[34] 1804-1864.

[35] N. Hawthorne, La lettera scarlatta, p. 180.

[36] Sue-Ellen Case, Feminism and theatre, p. 24.

[37] Mazzarino, L’impero romano, I,  p. 206.

[38] L’impero romano, I, 223.

[39] Germania, 5, 3, ordinarie e di poco prezzo. Ndr

[40] S. Mazzarino, L'impero romano, 2, pp. 293-297.

[41]S. Mazzarino, Il Pensiero Storico Classico , II, 1, p. 202.

[42]Il Pensiero Storico Classico , II, 1, p. 461.

[43]Op. cit., p. 462.

[44]Mazzarino, op e p. citate.

[45] Nelle Nuvole di Aristofane il Discorso Giusto dà inizio alla sua parte del disso;" lovgo" ricordando che la swfrosuvnh una volta era tenuta in conto come la quintessenza dell'educazione antica (vv. 961 sgg.). . Al tempo dell'ajrcaiva paideiva (v. 961) infatti la castità (swfrosuvnh, v. 962) era tenuta in gran conto: nessuno modulando mollemente la voce andava verso l'amante facendo con gli occhi il lenone a se stesso (980).

[46] G. Bocca, Contro il lusso cafone, per motivi morali. Ed estetici, Il venerdì di Repubblica, 27 giugno 2008, p. 11.

[47] Nelle Nuvole di Aristofane il Discorso Giusto dà inizio alla sua parte del disso;" lovgo" ricordando che la swfrosuvnh una volta era tenuta in conto come la quintessenza dell'educazione antica (vv. 961 sgg.). . Al tempo dell'ajrcaiva paideiva (v. 961) infatti la castità (swfrosuvnh, v. 962) era tenuta in gran conto: nessuno modulando mollemente la voce andava verso l'amante facendo con gli occhi il lenone a se stesso (980).

[48]Joseph Roth, La marcia di Radetzky , pp.115 e 125).  marzol

 

[49] Cizek, p92.

[50] Cizek, p. 102.

[51] E. Cizek, p. 35.

[52] Scritti corsari , p. 49.

[53] . Si ricordi l'irrisorio "casta est quam nemo rogavit di Ovidio (Amores, I, 8, 44), è casta quella cui nessuno ha fatto proposte.

[54] The strawberry grows underneath the nettle,/ And wholesome berries thrive and ripen best/Neighbour’d by fruit of baser quality:/And so the prince pbscur’d his contemplation/Under the veil of wildness; which, no doubt,/Grew like the summer grass, fastest by night,/Unseen, yet crescive in his faculty”  Si tratta in realtà della scena 1 dell’atto II. Ndr.

[55] A. La Penna, Aspetti del pensiero storico latino, pp. 220-221.

[56] G. Pascoli, Poemi Conviviali, La Buona Novella, II, in Occidente

[57] S. Mazzarino, L'impero romano, 1, p. 238.

[58] Zibaldone, 882.

[59] Zibaldone, 883.

[60] Dopo Zama (202) Annibale si recò da Antioco, poi, dopo Magnesia (189 a. C.) a Creta, poi    in Armenia, ospite di Artaxias, il signorotto locale per il quale progettò una capitale Artaxata. Voleva rivendicarsi anche l’identità di ktivsth~, urbanista e fondatore di città, come Alessandro Magno.

Quindi A. andò in Bitinia dove fondò Prusa. Partecipò alla guerra (186-183) di Prusia contro Eumene II e vinse una battaglia navale facendo gettare sulle sue navi delle anfore piene di serpi velenose (p. 279). Quindi l’arrivo di Flaminino da Prusia e la sua morte.

[61] 146  a. C.

[62] Dobbiamo aspettarci i tiri mancini della fortuna: faranno meno male. Ogni volta che qualcuno cadrà al tuo fianco dovrai esclamare:”alium quidem percussisti, sed me petisti” (Ad Marciam, 9, 3), ora hai colpito un altro ma hai mirato a me! I nostri beni, materiali e umani, ci sono  dati in prestito, nostro è soltanto l'usufrutto: “mutua accepimus. Usus fructusque noster est » (10, 2). Tutto viene trascinato via.

[63] S. Mazzarino, l’impero romano; I, p. 228.

[64] Poco dopo la metà del I sec. d. C.

[65] E. Renan, L’anticristo, Milano 1936.

[66] Roberto Gervaso, Nerone, p. 194. Rusconi, Milano, 1978.

[67] M. Fini, Nerone, p. 165.

[68] 39-65 d. C. 

[69] "I versi di Lucano esprimono un giudizio forse esasperato e unilaterale, che però, riferito alla reputazione postuma di Al., è fin troppo vero" (Bosworth,  Alessandro Magno, p. 199).

[70] Altro che incruentus!

[71] O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, in Opere, p. 131.

[72] Lion Feuchtwanger, Der falsche Nero (1936), libro 3, cap. 54 (trad. it. Il falso Nerone, Torino, 1955).

[73] Cizek, p. 115.

[74]De Catilinae coniuratione , 7.

[75] E. Cizek, Op. cit., p. 32.

[76] S. Mazzarino, L’impero romano, 1, p. 230.

[77] O. Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, in Opere, p. 131.

[78]Marguerite Yourcenar nelle Memorie di Adriano  fa dire all'imperatore:"Erano dappertutto visibili le tracce dei nostri crimini: le mura di Corinto demolite da Memnio", p. 73.

[79] Cfr. Guerra sacra: Tessali e Tebani contro Focesi, Ateniesi e Spartani. Filippo appoggiò i Tessali. Nel 352 Filippo distrusse l’esercito guidato dal focese Onomarco, e lo uccise. Quindi avanzò in Tessaglia ma in agosto trovò gli Ateniesi alle Termopili.

 

[80]Lanza, op. cit., p. 53.

[81] Il consiglio di seguire la natura, in particolare osservando l'alternarsi del dì e della notte, per prendere decisioni equilibrate lo dà anche Seneca a Lucilio "cum rerum natura delibera: illa dicet tibi et diem fecisse et noctem" (Ep. 3, 6), prendi decisioni osservando la natura: quella ti dirà che ha fatto il giorno e la notte. I mortali non possiedono le ricchezze come cose proprie, esse sono degli dèi e noi le amministriamo (v. 555-556). Seneca echeggia questo topos in Ad Marciam de consolatione (del 37d.C.) :"mutua accepimus. Usus fructusque noster est" (10, 2), abbiamo ricevuto le cose in prestito. Nostro è l'usufrutto.

[82] Introduzione alla metafisica, pp. 115-116..

[83] E.Cizek, La Roma di Nerone, p. 31.

[84] Ce ne fu più di uno. Cfr. Historiae, II, 8.

[85] L. Perelli, La corruzione politica nell’antica Roma, p. 30 e p. 31.

[86] E. Champlin, Nerone, p. 11.

[87] E. Champlin, Nerone, p. 14.

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