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Rush, il film

di Giovanni Ghiselli

Hunt e Lauda sono prefigurati da Achille, Odisseo, Aiace, Antigone e Polissena

Nel film Rush ho ritrovato la dimensione  eroica della vita, un modello che risale a Omero e  torna ritmicamente nella letteratura dei secoli successivi.

I due antagonisti, Niki Lauda e James Hunt, ripropongono le qualità del carattere che si possono individuare in Achille, in Odisseo, in Ettore, in Aiace e in altri personaggi della poesia antica. Anche donne come Antigone e Polissena.

La relazione con la morte costituisce il più profondo tratto distintivo dell’eroe. Achille  non si lascia bloccare dalla profezia di sventura del cavallo   Xanto dotato di voce e di parola umana. Il destriero fatato chinò il capo, e quando  tutta la chioma pa`sa de; caivth, cadendo dal collare lungo il giogo, fu giunta a terra,  disse al Pelide : “ toi ejgguvqen h\mar ojlevqrion”,  ti è vicino il dì della morte (Iliade, XIX, 405 e 409). Achille non si lasciò spaventare dalle parole male ominose  e rispose: “Xanto, perché mi predici la morte? Non ce n’è bisogno. Lo so anche io che il mio destino è morire qui. Ma non cederò (ouj lhvxw, v. 423)  prima di avere incalzato i Troiani in battaglia a mia sazietà”.

L’eroe è dotato di una virtù particolare che altro non è se non la fedeltà assoluta alla propria natura e al proprio destino.

I piloti di formula uno calcolano che  hanno venti possibilità su cento di morire ogni volta che corrono a gara sulle piste, in folta frotta, con orrendi rumori. Ma non si tirano indietro. Hunt che è più simile ad Achille, non lo fa mai. Lauda, più confrontabile con Odisseo, si ritira da un circuito flagellato dalla pioggia, tre mesi dopo un’altra competizione infernale durante la quale aveva patito un incidente dove aveva rischiato la vita nel rogo del bolide suo ed era rimasto sfigurato .

Poi, per tornare a gareggiare e non cedere il titolo al rivale Hunt senza combattere, si era fatto curare precipitosamente con terapie dolorosissime.

Come Odisseo, Lauda è meno prestante dell’altro eroe.

Nel terzo canto dell’Iliade, Priamo chiede a Elena di identificare i capi dei guerrieri Achei visibili dalla torre presso le porte Scee;  uno gli parve più piccolo della testa di Agamennone Atride[1].

La maliarda rispose che quello era Odisseo esperto di ogni sorta di inganni e di fitti pensieri (v. 202). 

Hunt è molto più alto, più chiomato e più bello, ma meno riflessivo del rivale che chiama “topolino”, anche perché Lauda ha la dentatura superiore sporgente e visibilmente appoggiata al labbro inferiore. Come nei roditori in effetti. Nell’insieme quindi l’Austriaco è tutt’altro che venusto. Ma ha una forte coscienza delle sue capacità e della sua identità: all’avversario che gli dà del sorcio,  risponde di essere comunque lui il più intelligente tra loro due, e il più bravo di tutti a guidare la macchina, il più capace di vincere.

Viene in mente quanto dice Ulisse di Aiace nelle Metamorfosi di Ovidio: i due fanno un duello oratorio per ottenere  le armi di Achille defunto: ebbene, l’Itacese  si rivolge direttamente al Telamonio dicendogli “Tu vires sine mente geris, mihi cura futuri ( XIII, 363),  hai le forze ma non la testa, al futuro devo pensarci io. Ti supero di quanto il timoniere è superiore a chi rema, di quanto lo è il condottiero al soldato.

Lauda è certo e fiero del proprio valore.

Come Odisseo che con Polifemo   si spaccia come “Nessuno”, però non lascia l’isola dei Ciclopi senza riprendersi nome e identità. E lo fa con orgoglio dicendo al mostro antropofago:” chi ti ha acciecato è il distruttore di rocche Odisseo, il figlio di Laerte, che in Itaca ha casa” (Odissea, IX, 504-505).

 Lauda dunque è più sul tipo di Odisseo, Hunt su quello di Achille o di Aiace.

Volendo impiegare un’altra categoria, piuttosto tragica che epica, possiamo pensare che Lauda, sebbene sfigurato sia prevalentemente apollineo, invece Hunt  piuttosto dionisiaco. L’Inglese infatti si tuffa nel flusso della vita bella e orribile, dispensatrice di gioie e di affanni, non rifugge dallo scioglimento dionisiaco dell’io,  mentre l’Austriaco calcola tutto per giungere sì alla vittoria, ma anche al conosci te stesso, alla costruzione piena e cosciente della propria identità, evitando di immergersi nei flutti dell’alcol, delle droghe, del sesso sfrenato. Nulla di troppo insomma, se non le vittorie che non gli bastano mai.

Entrambi comunque obbediscono al precetto che ricevono gli eroi dell’Iliade quando partono per la guerra: “"aije;n ajristeuvein kai; uJpeivrocon e[mmenai a[llwn"( VI, 208), primeggiare sempre ed essere egregio tra gli altri. Lo prescrivono i padri ai figli che vanno a combattere nell’uno o nell’altro schieramento:  lo fa  nel sesto canto dell’Iliade (v. 608) il licio Ippoloco con Glauco, e nell’undicesimo (v. 784) Peleo con Achille.

Nietzsche considera questo aspetto agonistico con volontà di primeggiare una caratteristica precipua dei Greci antichi: "Poiché il volere vincere e primeggiare è un tratto di natura invincibile, più antico e originario di ogni gioia e stima di uguaglianza. Lo stato greco aveva sanzionato fra gli uguali la gara ginnastica e musica, aveva cioé delimitato un'arena dove quell'impulso poteva scaricarsi senza mettere in pericolo l'ordinamento politico. Con il decadere finale della gara ginnastica e musica, lo stato greco cadde nell'inquietudine e dissoluzione interna"[2].

L'eroe non fa niente che  stimi indegno della sua natura:  Achille , come abbiamo visto, è un giovane cedere nescius[3], incapace di cedere.  Di questa definizione oraziana dell'eroe si ricorda Leopardi nel Bruto Minore :" Guerra mortale, eterna, o fato indegno,/teco il prode guerreggia,/ di cedere inesperto"(vv. 38-40).

Altrettanto irriducibili alla resa sono i due piloti che affrontano ogni volta rischi mortali pur di apporre il proprio sigillo sulla gara e sul campionato. Le donne di questi audaci talora suggeriscono ai loro uomini di affrontare le competizioni e la vita con maggiore cautela, ma per tali tempre di eroi  il vero e unico divieto, il vetĭtum capitale è cedere all’avversario

Così non cede alle preghiere della donna che gli vuole bene l'Aiace  di Sofocle che non sopporta di sopravvivere al  disonore del suo impazzimento per non avere ottenuto le armi di Achille, e prima di uccidersi dice:"ajll j h} kalw'" zh'n h} kalw'" teqnhkevnai-to;n eujgenh' crhv"[4], ma il nobile deve vivere nobilmente o nobilmente morire.

 Nella tragedia greca non mancano nemmeno le ragazze eroiche che preferiscono la morte ad una vita insignificante: l’Antigone di Sofocle: dice  “Io non soffrirò niente di tanto terribile da non morire nella bellezza” (  w{ste mh; ouj kalw`~ qanei`n, Antigone, v.97)

 

Polissena nell'Ecuba di Euripide chiede alla madre di lasciarla morire senza opporre resistenza:"to; ga;r zh'n mh; kalw'" mevga" povno""(v. 378), infatti il vivere senza bellezza è una grande fatica.

Un altro tratto epico del film è l’atteggiamento cavalleresco dei due rivali che riconoscono lealmente l’uno il valore dell’altro.

Alla fine della pellicola c’è uno scambio di battute che ricorda le parole di Ettore ad Aiace dopo il loro duello: “un dio ti ha dato forza e grandezza e sapienza; con l’asta sei il più bravo degli Achei; mettiamo fine adesso alla battaglia e alla lotta per oggi; poi combatteremo ancora, fin che un dio ci divida e conceda all’uno o all’altro la vittoria. Già scende la notte ed è buona cosa obbedire alla notte” (Iliade, VII, 288-293). Quindi i due si scambiarono dei doni: Ettore diede al Telamonio una spada a borchie d’argento con il fodero e la cinghia tagliata bene; Aiace regalò al valoroso principe troiano una splendida fascia di porpora.

Dopo il mondiale vinto per un punto da Hunt, i due si incontrano all’aeroporto Marconi di Bologna. L’Austriaco dice all’Inglese che è stato grazie ai duelli con un campione della sua levatura che ha individuato  e potenziato le proprie qualità di pilota, e l’Inglese gli dà a sua volta del campione suggerendogli del resto di non disprezzare il lato dionisiaco di questa breve vita mortale, di non rifiutare sempre la tentazione di abbandonarsi alla gioia in seno alla natura, e, naturalmente, in primis, in grembo alle donne.

Una voce attribuita a Lauda durante le ultime inquadrature ci dice che Hunt smise di correre poco tempo dopo quell’unico mondiale vinto, e morì giovane, non proprio come Achille, comunque a soli 45 anni.

L’Austriaco invece ha vinto tre campionati del mondo, ha fatto grossi affari ed è ancora vivo.  

 

Giovanni Ghiselli  

P. S. Il blog http://giovannighiselli.blogspot.it/ 

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[1] meivwn me;n kefalh'/    jAgamevmnono"    jAtreΐdao”(v. 193),

[2]Umano troppo umano , Il viandante e la sua ombra (226).

[3]Orazio, Odi , I, 6, 5- 6:" gravem /Pelidae stomachum cedere nescii ", la funesta  ira di Achille incapace di cedere. 

[4]vv. 479-480.

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